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Referendum, la lettera degli avvocati di Varese all’Ordine: “Revocare i crediti all’evento per il Sì, è un incontro politico”
“Riteniamo che l’Ordine abbia commesso un grave errore nel riconoscere come evento formativo un incontro pubblico che attiene alla campagna referendaria e ha, per espressa affermazione degli stessi promotori, un chiaro contenuto politico, essendo finalizzato a esporre le ragioni del Sì”. Con una comunicazione formale inviata via pec, 16 avvocati del foro di Varese si dissociano dalla scelta del Consiglio dell’Ordine locale di offrire tre crediti formativi ai legali che parteciperanno a un evento per il Sì al referendum organizzato dalla Camera penale (il “sindacato” dei penalisti), privo di contraddittorio e con un parterre di relatori tutti schierati a favore della riforma Nordio. Nella lettera, gli avvocati premettono di ritenere “del tutto legittima” la “battaglia politica” dell’Unione delle Camere penali, che hanno espresso “una posizione netta nel senso della piena approvazione della riforma costituzionale”. L’Ordine, però, è un soggetto istituzionale e “non rappresenta la posizione politica dell’avvocatura. Proprio per questo dovrebbe evitare non solo di essere, ma anche di apparire, di parte, cioè tenere proprio il comportamento che, con tanta enfasi, si pretende dai magistrati“, sottolineano Luisa Belli, Gianmarco Beraldo, Andrea Bordone, Luca Carignola, Elisabetta Ciof, Marina Curzio, Antonella De Peri, Marzia Giovannini, Marco Lacchin, Nicoletta Matricardi, Isabella Mauceri, Mario Lotti, Ferdinando Perone, Emanuele Pizzato, Giovanni Tavernari e Alessandro Tedeschi. Nei giorni scorsi, rispondendo alle polemiche interne, il Consiglio varesino aveva ribadito che l’Ordine “non prende posizione in merito al futuro referendum”, sottolineando di aver accreditato l’evento solo “in quanto rispondente ai requisiti previsti dalla normativa per gli accrediti”. Una spiegazione che però non convince i 16 avvocati “ribelli”: “L’Ordine avrebbe dovuto tenersi del tutto distinto da un’iniziativa di carattere chiaramente politico”, scrivono. “Il fatto che, in ragione dei temi trattati, possano sussistere formalmente i presupposti per il riconoscimento dei crediti formativi è, a nostro parere, del tutto irrilevante e, forse, appare come una debole foglia di fico. Che piaccia o no, al cittadino comune apparirà che l’Ordine degli avvocati avalli non solo l’evento, ma anche la posizione che nello stesso verrà espressa”, si legge. La conclusione, poi, somiglia a una provocazione: “Crediamo che l’Ordine debba revocare ogni forma di sostegno all’evento; se ciò non fosse possibile, dovrà garantire identico trattamento a eventuali altre iniziative, espressamente a sostegno delle ragioni del No“. L'articolo Referendum, la lettera degli avvocati di Varese all’Ordine: “Revocare i crediti all’evento per il Sì, è un incontro politico” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Crediti formativi a chi partecipa”: così l’Ordine degli avvocati di Varese spinge l’evento per il Sì al referendum
Crediti formativi agli avvocati che partecipano all’evento per il Sì. Nella campagna referendaria ognuno usa le armi a propria disposizione, e a Varese l’Ordine degli avvocati ne ha messa in campo una potentissima: riconoscere tre preziosi crediti di aggiornamento professionale – su 15 totali da conquistare nell’anno – per attirare i colleghi a una tavola rotonda sulla riforma Nordio organizzata dalla locale Camera penale (il “sindacato” degli avvocati penalisti), in programma venerdì 30 gennaio nella sala del Consiglio comunale. Più che a un corso di formazione, però, l’iniziativa somiglia a un comizio politico, come evidente dalla locandina aperta dal logo del comitato delle Camere penali per il Sì, con lo slogan “Vota Sì. È giusto!“. Se l’orientamento non fosse chiaro, a esplicitarlo ulteriormente ci pensa la presentazione: “Le ragioni del Sì per il referendum sulla giustizia: perché votare Sì è giusto. Autorevoli relatori illustreranno dal punto di vista della magistratura, dell’accademia e dell’avvocatura penalista il testo della riforma e le ragioni del Sì” alla riforma “come completa attuazione di un principio costituzionale, quello del giusto processo di cui all’articolo 111 della Costituzione, che vede il processo penale fondato su un sistema accusatorio con un giudice terzo e imparziale e un’amministrazione della giustizia ispirata a tali regole”. La locandina presenta l’evento come “un confronto informato e tecnicamente consapevole, scevro da contrapposizioni ideologiche o politiche e fondato sull’analisi oggettiva degli assetti ordinamentali”. I relatori, però, sono tutti schierati per il Sì, e tra loro ci sono esponenti di primo piano della campagna: il segretario dell’Unione delle Camere penali Rinaldo Romanelli, il costituzionalista e presidente del comitato “Sì Riforma” Nicolò Zanon, il consigliere del Csm in quota Fratelli d’Italia Felice Giuffrè, il procuratore capo di Varese Antonio Gustapane (uno dei pochi magistrati favorevoli alla riforma) e i due avvocati Daniele Ripamonti e Andrea Cavaliere. A moderare l’incontro il direttore della Tgr Rai Roberto Pacchetti, giornalista di area Lega. Insomma, un incontro palesemente schierato in senso politico: nonostante questo, si legge in un angolo della locandina, l’evento è stato “accreditato dal Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Varese con il riconoscimento di n° 3 crediti formativi in materia obbligatoria”. Una scelta inedita criticata nelle chat dai magistrati di tutta Italia. “Anche noi facciamo eventi senza confronto, ma non chiediamo i crediti”, sottolinea un pm, mentre un giudice definisce l’iniziativa di “pessimo gusto”. Di sicuro, però, non c’è il rischio che la sala resti vuota. L'articolo “Crediti formativi a chi partecipa”: così l’Ordine degli avvocati di Varese spinge l’evento per il Sì al referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dovere, diligenza e decoro: gli avvocati di Milano a lezione di deontologia dalla regina Elisabetta II
Avvocati milanesi a lezione dalla regina Elisabetta II. A tre anni dalla morte la longeva sovrana d’Inghilterra può ancora essere considerata un modello. Anche per la professione forense. Tanto che il tema è stato al centro di un incontro che si è tenuto nei giorni scorsi alla Biblioteca Ambrosoli del Tribunale di Milano organizzato dalla Commissione di diritto bancario e terzo settore dell’Ordine degli Avvocati. Al tavolo dei relatori gli avvocati Marco Ubezio e Barbara Delfini, insieme alla collega e Presidente della Commissione Maddalena Arlenghi, consigliera dell’Ordine degli Avvocati di Milano. L’avvocato Ubezio che è anche coautore del libro Elisabetta II, la regina infinita (Garzanti) sostiene che Elisabetta II sia ancora oggi un esempio di dovere, diligenza e decoro. A dargli man forte c’è il codice deontologico della professione forense, che all’articolo 9 recita: “L’avvocato deve esercitare attività professionale con dipendenza, lealtà, correttezza, probità, dignità, decoro, diligenza”. Dal canto suo Elisabetta II ha servito il suo Paese per oltre 70 anni con costanza e senso del dovere, affrontando ogni impegno con disciplina e rispetto delle istituzioni. “La sua figura è stata percepita come un punto fermo in un mondo in costante cambiamento, capace di attraversare crisi politiche, trasformazioni sociali e rivoluzioni culturali senza mai venir meno al proprio dovere – è la sintesi di quanto emerso nel corso dell’incontro, che fa parte del programma di formazione continua per gli Avvocati – La sua capacità di affrontare la vita tra dovere, devozione e diligenza, sono un modello anche per la professione forense”. Un esempio? L’episodio in cui Elisabetta II si è trovata allineata con i governi africani del Commonwealth che erano contro l’apartheid sudafricano e chiedevano delle sanzioni per Città del Capo. La prima ministra inglese di allora, Margaret Thatcher, era invece contraria a sanzionare il regime del Sud Africa. Un paradosso per una sovrana incarnazione del conservatorismo che, come capo del Commonwealth, si sia trovata dalla stessa parte dei regimi socialisti africani contro il suo stesso governo. E che, è il ragionamento, è un’immagine esemplare sul tema dell’indipendenza e del dovere di fedeltà professionale. Mai un fallimento? Si, ma solo se letto con la lente della deontologia forense. Alla morte della principessa Diana Elisabetta non è riuscita a sottrarre il dolore dei nipoti all’esposizione pubblica. Un tema, quest’ultimo, che riguarda molti avvocati in un’epoca di spettacolarizzazione televisiva dei casi di cronaca. L'articolo Dovere, diligenza e decoro: gli avvocati di Milano a lezione di deontologia dalla regina Elisabetta II proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Violenza sulle donne, quando lo Stato non paga le spese legali: M5s propone il gratuito patrocinio anche in sede civile
Servono soldi, per combattere la piaga della violenza sulle donne, almeno per le spese legali. Ma non tutte possono permettersele senza finire sul lastrico, dunque sovente la denuncia resta nel cassetto e proseguono gli abusi maschili. Per questo i senatori M5s hanno depositato un disegno di legge che chiede allo Stato di farsi carico delle parcelle degli avvocati senza oneri per la donna che denuncia, anche nelle cause civili (come il divorzio) e senza limiti di reddito. Un contributo decisivo alla proposta è giunto dal magistrato Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano e fondatore dell’Osservatorio violenza sulle donne. Sarebbe “un grande passo avanti contro la violenza sulle donne”, dice il giudice a ilfattoquotidiano.it. “Certo comporterà risorse da parte dello Stato”, avvisa la toga, “a costo zero le leggi vanno bene ma fino a un certo punto”. Il ddl, depositato in Senato il 21 ottobre, quantifica l’esborso per le casse pubbliche: 500mila euro l’anno. La prima firmataria è Sabrina Licheri, con i colleghi a 5 stelle Cataldi, Nave, Damante, Naturale, Croatti e Sironi. I LIMITI DEL GRATUITO PATROCINIO IN SEDE CIVILE: REDDITO E BUROCRAZIA Oggi il patrocinio gratuito – quando lo Stato paga le spese legali al posto dei cittadini – è senza limiti di reddito solo per tre reati: maltrattamenti contro famigliari e conviventi, violenza sessuale, atti persecutori. In questi casi, lo Stato copre sempre la somma, anche al posto di persone ricche o benestanti. Ma quando una madre di famiglia, sposata con figli, denuncia il marito per violenze, si apre anche il fronte spinosissimo della cause civili: divorzio, affidamento dei minori, spese di mantenimento per i figli. Oggi una donna vittima di violenza sostiene da sola quel pesante fardello. Paga lo Stato solo se il suo reddito è sotto i 13.659,64 euro. Se i suoi guadagni sono sotto l’asticella, serve il via libera del Consiglio nazionale dell’Ordine degli avvocati: il patrocinio gratuito scatta solo dopo la verifica della “non manifesta infondatezza”. Dunque due vincoli frenano il patrocinio per le donne, nelle cause civili: lo stipendio e la pratica al Consiglio dell’Ordine. Quest’ultima non è così semplice. “Richiede tempo, documenti, prove e non è neppure certo che vada a buon fine”, dice la senatrice M5s Sabrina Licheri che si è occupata di violenza di genere come sindaca di Assemini (Cagliari). “Donne e assistenti sociali lamentavano spesso la burocrazia eccessiva per ottenere il gratuito patrocinio in sede civile”, racconta Licheri. Così è nata l’idea di abolire i vincoli: niente soglie di reddito e stop alla valutazione del Consiglio dell’Ordine; i due pilastri del disegno di legge. Per certificare la “non manifesta infondatezza” dell’esposto penale, basta la denuncia. Non servirà neppure consegnarne la copia: è sufficiente un attestato rilasciato dalle forze dell’ordine. L’obiezione pare ovvia: senza verificare la “fondatezza” della denuncia di violenza, come si evitano abusi e sperperi? Secondo il giudice Roia, basta il deterrente di una causa per calunnia, a scongiurare il pericolo di una falso esposto per violenza, con lo scopo di accollare allo Stato spese legali del divorzio, oppure dell’affidamento dei figli. LA SPERIMENTAZIONE IN LOMBARDIA Intanto, alcune donne rinunciano alla battaglia legale. Quante non si sa. “Non abbiamo dati, ma certamente sono un numero consistente”, dice il magistrato esperto di violenza di genere. “A Milano, quella del patrocinio gratuito anche nel civile è un’esigenza avvertita”. Tanto da indurre la Regione Lombardia a stanziare fondi e scrivere un protocollo, per aprire la sperimentazione già da un anno: all’ombra del Pirellone le donne che denunciano violenza possono già contare sul sostegno dello Stato anche in sede civile, senza limiti di reddito e la verifica dell’Ordine degli avvocati. Ora il beneficio potrebbe estendersi a tutta Italia. Stamattina il ddl sarà presentato in conferenza stampa, nella sala Nassirya del Senato. Con Sabrina Licheri interverranno Alessandra Maiorino e Roberto Cataldi (M5s), oltre alla senatrice Pd Cecilia D’Elia, vicepresidente della commissione femminicidio. Tra il Movimento e il Pd, incontri ufficiali per discutere del provvedimento non ci sono stati. Il ddl andrà calendarizzato nei lavori parlamentari: da oggi inizia il lavoro per portarlo a meta. L'articolo Violenza sulle donne, quando lo Stato non paga le spese legali: M5s propone il gratuito patrocinio anche in sede civile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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