“Riteniamo che l’Ordine abbia commesso un grave errore nel riconoscere come
evento formativo un incontro pubblico che attiene alla campagna referendaria e
ha, per espressa affermazione degli stessi promotori, un chiaro contenuto
politico, essendo finalizzato a esporre le ragioni del Sì”. Con una
comunicazione formale inviata via pec, 16 avvocati del foro di Varese si
dissociano dalla scelta del Consiglio dell’Ordine locale di offrire tre crediti
formativi ai legali che parteciperanno a un evento per il Sì al referendum
organizzato dalla Camera penale (il “sindacato” dei penalisti), privo di
contraddittorio e con un parterre di relatori tutti schierati a favore della
riforma Nordio. Nella lettera, gli avvocati premettono di ritenere “del tutto
legittima” la “battaglia politica” dell’Unione delle Camere penali, che hanno
espresso “una posizione netta nel senso della piena approvazione della riforma
costituzionale”. L’Ordine, però, è un soggetto istituzionale e “non rappresenta
la posizione politica dell’avvocatura. Proprio per questo dovrebbe evitare non
solo di essere, ma anche di apparire, di parte, cioè tenere proprio il
comportamento che, con tanta enfasi, si pretende dai magistrati“, sottolineano
Luisa Belli, Gianmarco Beraldo, Andrea Bordone, Luca Carignola, Elisabetta Ciof,
Marina Curzio, Antonella De Peri, Marzia Giovannini, Marco Lacchin, Nicoletta
Matricardi, Isabella Mauceri, Mario Lotti, Ferdinando Perone, Emanuele Pizzato,
Giovanni Tavernari e Alessandro Tedeschi.
Nei giorni scorsi, rispondendo alle polemiche interne, il Consiglio varesino
aveva ribadito che l’Ordine “non prende posizione in merito al futuro
referendum”, sottolineando di aver accreditato l’evento solo “in quanto
rispondente ai requisiti previsti dalla normativa per gli accrediti”. Una
spiegazione che però non convince i 16 avvocati “ribelli”: “L’Ordine avrebbe
dovuto tenersi del tutto distinto da un’iniziativa di carattere chiaramente
politico”, scrivono. “Il fatto che, in ragione dei temi trattati, possano
sussistere formalmente i presupposti per il riconoscimento dei crediti formativi
è, a nostro parere, del tutto irrilevante e, forse, appare come una debole
foglia di fico. Che piaccia o no, al cittadino comune apparirà che l’Ordine
degli avvocati avalli non solo l’evento, ma anche la posizione che nello stesso
verrà espressa”, si legge. La conclusione, poi, somiglia a una provocazione:
“Crediamo che l’Ordine debba revocare ogni forma di sostegno all’evento; se ciò
non fosse possibile, dovrà garantire identico trattamento a eventuali altre
iniziative, espressamente a sostegno delle ragioni del No“.
L'articolo Referendum, la lettera degli avvocati di Varese all’Ordine: “Revocare
i crediti all’evento per il Sì, è un incontro politico” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Crediti formativi agli avvocati che partecipano all’evento per il Sì. Nella
campagna referendaria ognuno usa le armi a propria disposizione, e a Varese
l’Ordine degli avvocati ne ha messa in campo una potentissima: riconoscere tre
preziosi crediti di aggiornamento professionale – su 15 totali da conquistare
nell’anno – per attirare i colleghi a una tavola rotonda sulla riforma Nordio
organizzata dalla locale Camera penale (il “sindacato” degli avvocati
penalisti), in programma venerdì 30 gennaio nella sala del Consiglio comunale.
Più che a un corso di formazione, però, l’iniziativa somiglia a un comizio
politico, come evidente dalla locandina aperta dal logo del comitato delle
Camere penali per il Sì, con lo slogan “Vota Sì. È giusto!“. Se l’orientamento
non fosse chiaro, a esplicitarlo ulteriormente ci pensa la presentazione: “Le
ragioni del Sì per il referendum sulla giustizia: perché votare Sì è giusto.
Autorevoli relatori illustreranno dal punto di vista della magistratura,
dell’accademia e dell’avvocatura penalista il testo della riforma e le ragioni
del Sì” alla riforma “come completa attuazione di un principio costituzionale,
quello del giusto processo di cui all’articolo 111 della Costituzione, che vede
il processo penale fondato su un sistema accusatorio con un giudice terzo e
imparziale e un’amministrazione della giustizia ispirata a tali regole”.
La locandina presenta l’evento come “un confronto informato e tecnicamente
consapevole, scevro da contrapposizioni ideologiche o politiche e fondato
sull’analisi oggettiva degli assetti ordinamentali”. I relatori, però, sono
tutti schierati per il Sì, e tra loro ci sono esponenti di primo piano della
campagna: il segretario dell’Unione delle Camere penali Rinaldo Romanelli, il
costituzionalista e presidente del comitato “Sì Riforma” Nicolò Zanon, il
consigliere del Csm in quota Fratelli d’Italia Felice Giuffrè, il procuratore
capo di Varese Antonio Gustapane (uno dei pochi magistrati favorevoli alla
riforma) e i due avvocati Daniele Ripamonti e Andrea Cavaliere. A moderare
l’incontro il direttore della Tgr Rai Roberto Pacchetti, giornalista di area
Lega. Insomma, un incontro palesemente schierato in senso politico: nonostante
questo, si legge in un angolo della locandina, l’evento è stato “accreditato dal
Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Varese con il riconoscimento di n° 3
crediti formativi in materia obbligatoria”. Una scelta inedita criticata nelle
chat dai magistrati di tutta Italia. “Anche noi facciamo eventi senza confronto,
ma non chiediamo i crediti”, sottolinea un pm, mentre un giudice definisce
l’iniziativa di “pessimo gusto”. Di sicuro, però, non c’è il rischio che la sala
resti vuota.
L'articolo “Crediti formativi a chi partecipa”: così l’Ordine degli avvocati di
Varese spinge l’evento per il Sì al referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Indagato? E perché se è la vittima?”. Sono le domande dei parenti di Jonathan
Rivolta, 33 anni, che durante un furto subito nella sua casa di Lonate Pozzolo,
in provincia di Varese, ha accoltellato Adamo Massa. Massa, 37enne italiano di
etnia sinti e pregiudicato residente in un campo nomadi vicino Torino, era
entrato assieme un complice in casa della famiglia Rivolta nella convinzione di
trovare l’abitazione libera e approfittando del favore della tarda mattinata.
Orario in cui, pensavano, sarebbero stati tutti al lavoro.
In casa, invece, c’era il 33enne. Reduce da un turno di notte, sulla dinamica –
secondo i parenti – non ci sono dubbi: il ragazzo è innocente. “Toglietevi dai
piedi, giornalisti. Lasciatelo in pace, schifosi che non siete altro. Ci sono
entrati in casa per rubare! Mio figlio si è solo difeso, cosa avrebbe dovuto
fare?” si esprime con rabbia il padre, come riporta il Corriere della Sera.
Jonathan Maria Rivolta è un appassionato di arti marziali: si allena ogni
giorno, sul balcone il sacco da boxe. E poi la carriera accademica. Due lauree:
una magistrale in Economia e Gestione aziendale e una triennale in Scienze della
Comunicazione. E anche un dottorato in Management.
“Io mi sarei comportato allo stesso identico modo. Ovvio”, dice ancora il
cugino. Era “inevitabile che qualcuno ci rimettesse la vita”. Altri congiunti,
radunatisi fuori dall’abitazione, manifestano sicurezza verso la giustizia:
“Jonathan sta in ospedale, appena terminano di medicarlo ce lo rimandano
indietro. Indagato? E perché se è la vittima?”. Non è chiaro da dove sia partita
la notizia di un’eventuale indagine sul ragazzo, ma al momento il fascicolo
aperto dalla Procura della Repubblica di Busto Arsizio con la pm Nadia
Calcaterra riguarda unicamente l’ipotesi di tentata rapina. Le indagini sono
condotte dai carabinieri della compagnia del comune lombardo e l’attività
investigativa sta valutando attentamente tutti gli elementi della vicenda.
L'articolo Chi è Jonathan Rivolta, l’uomo che ha accoltellato un rapinatore in
casa sua: “È legittima difesa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono partiti alle 6 di mattina con un pullman dalla sede di Cassinetta di
Biandronno, vicino a Varese, gli operai dello stabilimento Beko Europe. Un’altra
giornata di sciopero perché, nonostante le rassicurazioni, la luce non si vede
ancora e il pericolo – sostengono – è tutt’altro che scampato. A Milano, davanti
a Palazzo Lombardia, si è tenuto martedì mattina un incontro con la Regione e un
presidio per chiedere all’azienda il rispetto degli accordi raggiunti con i
sindacati il 14 aprile. Quel giorno il gruppo turco a cui fa capo la fabbrica
aveva promesso la salvezza di tutti i siti produttivi, 300 milioni di
investimenti di cui secondo i lavoratori non c’è traccia e una riduzione degli
esuberi, da gestire con uscite volontarie incentivate. La fabbrica fa parte dei
cinque stabilimenti ex-Whirpool passati, nel 2024, al gruppo turco Arçelik,
colosso del settore degli elettrodomestici.
Tra i motivi della protesta vi sono il calo dei volumi di produzione dei forni
da incasso, nonostante la promessa di renderli primari per la produzione nella
fabbrica di elettrodomestici e la situazione di incertezza dei lavoratori del
plesso, dovuto anche al costante e continuo ricorso alla cassa integrazione e
agli incentivi all’esodo. “Chiediamo il rispetto del piano industriale che è
stato presentato al ministero, un piano di investimenti che ancora non sono
stati fatti”, spiega al fattoquotidiano.it Emiliano Barile, Rsu della Fiom. Tra
gli operai, aggiunge, “c’è un senso di rassegnazione, ma non ci rassegneremo
fino a quando non otterremo quello che ci hanno presentato”. L’azienda aveva
infatti “indicato come core business dello stabilimento” e “futura missione
internazionale” – come si legge da una nota sul sito della Regione – la
produzione dei forni.
Che invece è calata nel 2025, spiegano i sindacati, del 30%. Intanto “nel nostro
stabilimento circa 150 persone sono in cassa integrazione. Il governo ha messo
in campo il golden power e anche gli ammortizzatori sociali, ora è Beko che deve
fare la sua parte. Deve fare gli investimenti perché uno stabilimento regge
solamente investendo”, dice ancora Barile. Il ricorso da parte della Beko alla
cassa integrazione non è mai cessato, nonostante gli investimenti annunciati, ed
è previsto anche per i prossimi mesi. “Sappiamo bene che il lavoro è uno dei
pilastri fondamentali per tutta la comunità anche nella vita quotidiana – spiega
il sindacalista – quindi ci sono persone che hanno delle scadenze, devono pagare
degli affitti. Bisogna anche cercare di avere delle prospettive future.
Sicuramente non possiamo vivere con lo spauracchio di non sapere cosa succederà
dopo il piano industriale”.
Nell’ultimo anno, dicono Patrizio e Mauro, due operai in cassa integrazione, ci
sono stati “400 licenziamenti volontari dovuti alla situazione che non è né
rosea né limpida”. Si va avanti con dosi massicce di incentivi all’esodo e
pre-pensionamenti. Mauro – che lavora nella fabbrica da più di 30 anni, quando
ancora apparteneva a Indesit – dice di non aver “mai visto così tanta cassa
integrazione come in questo ultimo anno e mezzo”. Patrizio fa notare che in ogni
mese per gli operai si verifichino “dai 7 ai 9 giorni” di cassa: “Anche in
questo mese, subito alla partenza del nuovo anno”. “Noi vogliamo essere positivi
– dice Mauro – e anche per questo siamo qui, ma la preoccupazione è altissima
anche perché una diminuzione dell’organico può voler dire un domani la
dismissione dell’impegno dell’azienda in Italia. Noi vogliamo che il nostro
posto resti e che venga tolta la cassa integrazione”.
Dalle parole di Barile si ritorna poi sulla necessità “che le istituzioni siano
al nostro fianco, perché è una salvaguardia di tutto il tessuto industriale
della nostra regione. La prospettiva è quella di riuscire a spingere l’azienda
ad anticipare gli incentivi promessi”. E dalle istituzioni le risposte arrivate,
intanto, “sono assolutamente positive. Molti comuni hanno aderito alla nostra
campagna di sensibilizzazione, esponendo fuori dei vari comuni del territorio
famoso striscione con ‘Tutti uniti per Cassinetta’. Dal mio punto di vista
stiamo vivendo una desertificazione industriale su tutto il nostro Paese.
Chiediamo che il governo cerchi di riportare in Italia le produzioni per
salvaguardare il nostro futuro e quello dei nostri figli”. E all’operaio morto
nella tragedia avvenuta lunedì, nell’Ilva di Taranto, cadendo durante un
controllo delle valvole, è dedicato il presidio e il ricordo dei presenti. “Noi
chiediamo da sempre che si investa sulla sicurezza – conclude Barile – perché la
sicurezza è il fondamento della società”.
L'articolo Beko, gli operai di Cassinetta in presidio a Palazzo Lombardia:
“Promesse di investimenti non mantenute” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non avranno fatto fatica ad arrivare i circa 500 militanti neonazisti che si
sono presentati il 15 ottobre a Lonate Pozzolo, in provincia di Varese. Il
paesino è vicino all’aeroporto di Malpensa e al suo interno ospita la
tecnostruttura del Cerello, abbastanza ampia che funge spesso da sede della pro
loco cittadina. La location è stata messa a disposizione dell’Hammerfest, un
festival di musica rock fortemente orientato a destra. Erano presenti in molti,
tra vertici delle organizzazioni e militanti di base. Alcuni membri di questa
internazionale suprematista – che tra gli altri comprende Spagna, Russia, Paesi
Bassi, Francia, Stati Uniti, Svezia, Svizzera – avrebbero commesso gravi atti di
violenza.
A divulgare la cosa è stata la piattaforma antifascista tedesca EXIF – Recherche
& Analyse che ha documentato l’evento. Che non è il primo in Italia negli ultimi
anni: nel 2023 e nel 2024 la ricorrenza annuale si tenne in provincia di Milano.
Di quello di quest’anno però colpiscono sicuramente la sede e la risonanza, dato
che secondo EXIF è stato “senza dubbio il più grande evento degli Hammerskins
degli ultimi anni”.
Ma chi sono gli Hammerskin? Il gruppo neo-nazista si è formato a Dallas, in
Texas, nel 1988 e ha diramazioni in tutto il mondo. Il suo scopo primario
sarebbe garantire la produzione e lo sviluppo del white power rock, un
sottogenere musicale che promuove il suprematismo razziale. Ma l’organizzazione
non è solo questo: oltre alla semplice militanza, il gruppo sarebbe votato al
terrorismo politico e spingerebbe i suoi adepti a prepararsi e arruolarsi
militarmente in vista di una futura guerra etnica.
Tra le band in locandina quest’anno – che è anche il trentesimo anniversario
della sezione italiana Hammerskin – i tedeschi Spreegeschwader e gli
statunitensi Max Resist, accolti al grido di Sieg Heil e saluti romani. Ma la
parte più rilevante della giornata non è stata il concerto serale, bensì la
riunione furtiva del pomeriggio a Bollate (Milano) dove si trova la sede dei
neofascisti di Lealtà e Azione. Erano circa una trentina i membri presenti e la
metà proveniva dalla rete tedesca. Presente anche il capo dell’organizzazione in
Europa Malte Redeker.
A seguito della diffusione della notizia, sono arrivate alcune risposte dalla
politica locale. L’Anpi, nella sua sezione di Ferno – Lonate Pozzolo, ha inviato
una lettera alla sindaca del paese. L’organizzazione, si legge, “chiede
all’amministrazione comunale di Lonate Pozzolo di chiarire ai propri cittadini
quanto accaduto prendendo posizione nei confronti di chi ha permesso che
avvenisse e di farsi promotrice di convocare tutte le organizzazioni culturali e
sportive accreditate presso il Comune affinché si adotti un protocollo comune di
comportamento teso a evitare in futuro altre simili e disdicevoli situazioni.
Non è possibile – prosegue la lettera – che e a distanza di ottant’anni dalla
liberazione dell’Italia dal nazismo e fascismo, si permetta a questi oscuri
personaggi di potersi organizzare in manifestazioni esaltando il suprematismo
bianco, il razzismo e l’omofobia”. La nota si conclude con il ricordo da parte
dell’associazione delle vittime cadute in quei territori per mani nazifasciste e
con il ricordo di alcuni partigiani locali come Domenico Lanceni e i cugini
Giassi, assassinati dai nazisti.
La consigliera della pro loco di Lonate Pozzolo, Melissa Derisi, ha annunciato
le sue dimissioni perché ha ritenuto – scrive sui social – “questo episodio
totalmente incompatibile con qualsiasi forma di impegno civico, culturale e
associativo”. La donna ha lamentato anche la mancanza di comunicazioni interne,
affermando che il Consiglio direttivo di cui fa parte non sarebbe stato
informato dell’evento. “Affittare una struttura – conclude Derisi – senza
informarsi adeguatamente su chi la utilizzerà e per quali finalità non può
essere considerato una semplice leggerezza: è una mancanza grave di
responsabilità”.
Sdegno e rammarico anche da parte dell’ex sindaca Nadia Rosa, ora consigliera
comunale di minoranza e capogruppo di Uniti e Liberi. Sempre sui suoi profili
social Rosa si è detta “indignata” ribadendo di trovare “insultante che 500
neonazi da tutta Europa si siano radunati, trovando ospitalità a Lonate Pozzolo”
e concludendo dicendo che “razzismo, omofobia, antisemitismo, suprematismo
bianco non devono trovare cittadinanza nel mondo, e tanto meno nella
tensostruttura della pro loco di Lonate Pozzolo”.
L'articolo Neonazisti da tutta Europa radunati nella sede di una pro loco del
varesotto. Protestano Anpi e politica locale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si pensava a un drone russo, ma era il Gsm di una famiglia. La Procura di Milano
ha chiesto al Gip di archiviare l’inchiesta aperta a fine marzo dopo che
presunti voli di un drone che si pensava essere di fabbricazione russa erano
stati registrati sulla sede dell’Ispra – Istituto Superiore per la Protezione e
la Ricerca Ambientale – in provincia di Varese.
Il drone non era russo e in realtà non era neppure un drone. A sorvolare la
divisione elicotteri di Leonardo a Vergiate – a pochi chilometri dall’istituto –
non c’era nulla di anomalo. A far scattare l’allarme sarebbe stata invece una
serie di falsi positivi, come riportato dal Corriere, ossia interferenze del
sistema di sicurezza stesso sovrapposte all’attività di un amplificatore di
segnali Gsm di bassa qualità utilizzato da una famiglia nelle vicinanze per
migliorare la connessione internet della sua villetta.
L’allarme era scattato perché il software aveva segnalato delle frequenze
riconducibili a un drone ZALA 421 dello stesso gruppo. Lo ZALA Aero Group è
infatti un’azienda colpita dalle sanzioni europee dopo l’invasione dell’Ucraina.
Il software di sicurezza utilizzato che ha riconosciuto le sequenze è un
programma della lettone Raw–Tech, interno al sistema di sicurezza fornito dalla
società tedesca Dedrone GmbH. Secondo l’azienda baltica l’intercettazione
sarebbe partita a causa del mancato riavvio periodico del software, condizione
che sarebbe necessaria per ridurre gli errori di analisi.
Chiarito anche un ulteriore elemento grigio nella vicenda. Vicino al centro di
ricerca era stata trovata una Cadillac di colore giallo. Risaliti al
proprietario, si era scoperto che la macchina apparteneva a un uomo in contatto
telefonico con utenze russe. Le indagini successive hanno accertato che i 14
contatti dell’uomo, un imprenditore, erano dei cittadini russi proprietari di
ville nelle vicinanze.
L'articolo Non era un drone russo quello segnalato sopra la sede dell’Ispra a
Varese: allarme scattato a causa di un segnale Gsm proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un atto di vandalismo contro il presepe allestito nella piazza centrale di
Carnago, in provincia di Varese. Un gruppo di giovanissimi ha danneggiato alcune
statue e ha collocato una bottiglia di gin nella mangiatoia del bambinello, per
poi vantarsi del gesto sui social network. L’episodio è emerso dopo la
diffusione online di una fotografia che ritrae sette ragazzi, immortalati in
gruppo con bottiglie di liquore e il dito medio alzato. L’immagine, intercettata
sui social, è stata successivamente pubblicata – con i volti oscurati – sulla
pagina Facebook di “Vivere Carnago e Rovate”, la lista civica che amministra il
Comune, accompagnata da un appello per riuscire a identificare i responsabili.
Nel post dell’amministrazione i giovani vengono definiti “ignoranti”, termine
sul quale è poi intervenuta la sindaca Barbara Carabelli per chiarirne il
significato: “Ignoranti nel senso che ignorano le regole del vivere civile e del
rispetto per tutta una comunità. L’atto vandalico mortifica il lavoro di tanti
volontari che hanno dedicato tempo e fatica per realizzare qualcosa per la
collettività”. La prima cittadina ha inoltre sottolineato come i ragazzi,
vantandosi del gesto sui social, abbiano in realtà fornito “un elemento
utilissimo alla loro identificazione”.
La sindaca ha rinnovato l’invito a chiunque riconosca qualcuno dalla fotografia
a contattare il comando di Polizia Locale, che ha già avviato gli accertamenti
per risalire agli autori del gesto. Non si tratta del primo episodio di
vandalismo legato alle installazioni natalizie a Carnago. Lo scorso 8 dicembre,
infatti, erano stati tagliati i fili della corrente poco prima dell’accensione
dell’albero di Natale.
L'articolo Bottiglia di gin nella mangiatoia e danni al presepe del paese, poi i
vandali si vantano sui social proviene da Il Fatto Quotidiano.
All’alba di venerdì una donna è stata assalita mentre camminava sul marciapiede
per raggiungere il lavoro. È tutto avvenuto nel quartiere Cajello di Gallarate
(Varese). L’uomo – un 35enne gambiano ora sottoposto a fermo di indiziato di
delitto – l’ha sorpresa alle spalle, colpendola con violenza, trascinandola
dietro le siepi di un’aiuola in un parcheggio pubblico e aggredendola
sessualmente. Poi la fuga, a piedi, portando con sé anche il cellulare della
vittima. A ricomporre quella manciata di minuti di terrore sono stati i
carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile di Gallarate, che nel giro di
poche ore hanno ricostruito il percorso del fuggitivo. Determinanti, oltre alla
testimonianza di un passante, le immagini delle telecamere pubbliche e private
passate al setaccio una per una dagli investigatori.
Il tracciato delle riprese ha portato i militari fin sotto l’abitazione
dell’indagato. Quando hanno bussato, l’uomo ha finto di non essere in casa. I
carabinieri sono entrati comunque: lo hanno trovato nascosto dentro un letto a
cassettone, ancora vestito con gli stessi abiti ripresi dai video analizzati
durante le indagini. In caserma, messo davanti agli elementi raccolti, ha
confessato davanti al pm di turno, Roberto Bonfanti. Il telefono sottratto alla
donna è stato recuperato in un’area privata lungo la via di fuga, poco distante
dalla casa del 35enne. La vittima, affidata ai sanitari dell’ospedale
Sant’Antonio Abate di Gallarate, ha riportato lesioni giudicate guaribili in 20
giorni. L’indagato, accusato di violenza sessuale aggravata e lesioni personali
aggravate, è stato trasferito nel carcere di Busto Arsizio, dove attende
l’interrogatorio di garanzia.
“A nome della Città volevo esprimere innanzitutto i complimenti ai Carabinieri
della Compagnia di Gallarate per aver preso questo criminale – ha detto il
sindaco di Gallarate Andrea Cassani –
“Ieri ancora non si sapeva chi era il colpevole, ma già tutti lo avevano capito:
lo stupro ai danni di una nostra concittadina è stato perpetrano da un gambiano
che evidentemente non è venuto a Gallarate per pagarci le pensioni o perché
fuggiva da qualche guerra ma per farsi mantenere da noi e per stuprare una donna
che potrebbe essere nostra madre, nostra moglie. Non è razzismo ma statistica:
più del 50% dei reati violenti sono commessi dagli stranieri che sono in Italia
meno del 10% della popolazione”, continua il primo cittadino gallaratese che
ricorda dove è stato ospitato il Remigration Summit: “Il tutto è avvenuto a
pochi passi dal Teatro Condominio dove pochi mesi fa giovani da tutta Europa,
preoccupati per le conseguenze dell’immigrazione incontrollata e per l’elevata
propensione a delinquere di questi, parlavano di remigrazione”. Il primo
cittadino ha poi concluso ribadendo la vicinanza alla vittima e sottolineando:
“È ora che tutti i cittadini aprano gli occhi sulle conseguenze
dell’immigrazione e che anche la politica metta un freno a questa invasione e
rispedisca al loro Paese questi criminali”.
L'articolo Aggredita alle spalle mentre va al lavoro e stuprata dietro una
siepe, arrestato 35enne a Gallarate (Varese) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una donna di 81 anni è stata trovata morta nella sua abitazione di via Pezza a
Mesenzana, in provincia di Varese colpita con diversi fendenti da arma da taglio
nel pomeriggio di oggi, 15 novembre. Quando l’ambulanza del 118 è arrivata sul
posto, per l’anziana non c’era più niente da fare e i soccorritori non hanno
potuto far altro che constatare il decesso.
A dare l’allarme sarebbero stati i vicini che hanno visto gridare davanti
all’abitazione il marito, fermato dai carabinieri della compagnia di Luino.
Sarebbe stato lui ad aggredire la moglie – uccidendola – prima di uscire di casa
gridando. L’uomo è stato accompagnato in caserma a disposizione dell’autorità
giudiziaria. L’area è stata isolata e gli inquirenti stanno eseguendo tutti gli
accertamenti del caso.
L'articolo Donna uccisa a coltellate nel Varesotto: fermato il marito di 81 anni
proviene da Il Fatto Quotidiano.