I fondi della Politica agricola comune continuano ad andare a una piccola fetta
di beneficiari: in Europa, l’1% più ricco intasca pure fino al 40 per cento dei
fondi. In Italia, invece, 10 per cento dei beneficiari più benestanti ha
ricevuto circa il 70% dei sussidi. È quanto emerge dal rapporto “Chi si intasca
la Pac?” di Greenpeace Europa, che ha raccolto e analizzato i dati sui pagamenti
Politica agricola comune del 2024. Il report, pubblicato oggi alla vigilia di
una nuova mobilitazione che vedrà gli agricoltori europei in piazza, a
Strasburgo, per chiedere una distribuzione migliore e più equa dei sussidi della
Pac, evidenzia come alcuni tra i grandi proprietari terrieri e gli attori
economici più ricchi d’Europa abbiano percepito quote molto elevate di
contributi agricoli in Italia, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Paesi Bassi
e Spagna. Tra i maggiori beneficiari di questa distribuzione squilibrata di
fondi pubblici ci sono il gruppo Agrofert del primo ministro designato ceco,
Andrej Babiš, il più grande proprietario terriero italiano Bonifiche Ferraresi
(BF Spa) e gli aristocratici della Casa d’Alba in Spagna. Tutto possibili grazie
alle vecchie distorsioni della Pac che i Paesi continuano a non cancellare.
Prima fra tutte, i pagamenti diretti basati sulla superficie. “Per effetto delle
distorsioni della Pac, il welfare finisce per favorire i più ricchi, mentre non
raggiunge in misura sufficiente chi ne ha realmente bisogno: agricoltori a
rischio di fallimento, piccole aziende agroecologiche e tutte le realtà che
vogliono passare a pratiche più sostenibili” commenta Marco Contiero, direttore
delle politiche agricole di Greenpeace Europa.
LA PAC CHE ALIMENTA LE DISUGUAGLIANZE E BUTTA FUORI LE PICCOLE AZIENDE
La Politica agricola comune rappresenta circa un terzo del bilancio dell’Ue. È
stata creata per stabilizzare i redditi agricoli, sostenere le comunità rurali e
garantire l’approvvigionamento alimentare europeo. Sebbene abbia avuto un ruolo
nel rafforzare i redditi agricoli, ha avvantaggiato in modo sproporzionato le
grandi aziende e i grandi proprietari terrieri, alimentando la crescita di un
modello agricolo industriale. Tra il 2007 e il 2022, l’Ue ha perso quasi due
milioni di aziende agricole di piccole dimensioni, un calo del 44%. La maggior
parte ha chiuso o, in misura minore, è cresciuta fino a raggiungere livelli
produttivi industriali. Nel frattempo, il numero di quelle grandi è aumentato
del 56 per cento. Le aziende agricole (perlopiù di piccola e media scala)
subiscono pressioni economiche che le costringono a ingrandirsi o a chiudere.
“Denunciano costi di produzione in continuo aumento, a beneficio delle
multinazionali dei fertilizzanti e dei pesticidi – racconta il report – e il
crescente potere contrattuale della grande distribuzione (Leggi
l’approfondimento), delle industrie alimentari e di altri attori della filiera,
che spingono verso il basso i prezzi riconosciuti ai produttori primari”.
LA CONCENTRAZIONE DEI SUSSIDI AGRICOLI IN SEI PAESI UE
L’analisi di Greenpeace non solo conferma l’ormai noto dato secondo cui l’80%
dei sussidi Pac in Europa è concentrato nelle mani del 20% dei beneficiari. Nei
sei Stati membri considerati, due terzi dei fondi (tra col 59% e il 69%) vengono
destinati in media al 10% più ricco. Nei Paesi Bassi, in particolare, si
registra la concentrazione più elevata, con l’1% più ricco dei beneficiari che
riceve il 40% dei sussidi Pac. L’Italia risulta in linea con questo trend o
leggermente sopra la media, considerato che nel 2024 il 31% dei fondi erogati è
finito nelle tasche dell’1% più ricco dei beneficiari, il 69% al 10% e l’82% al
20% dei più ricchi. Anche in Spagna, l’1% più ricco riceve circa il 30% dei
sussidi. Queste classifiche si basano su dati pubblici provenienti dai database
nazionali sul sostegno agricolo dell’Ue, ma gruppi societari con molte
controllate potrebbero non comparire tra l’1% o tra i primi 100 beneficiari,
perché i loro sussidi non sono riportati in forma aggregata sotto l’azienda
madre. In questo modo, grandi beneficiari possono sfuggire al radar.
CHI INTASCA DAVVERO LA PAC
Il dossier include casi in cui grandi proprietari terrieri hanno ricevuto tra
195mila euro e 16,6 milioni di euro all’anno. Le prime due aziende italiane in
classifica per pagamenti diretti sono BF Spa e Genagricola, ramo agricolo del
gruppo Generali. Bonifiche Ferraresi Spa è al primo posto sommando i contributi
delle due controllate (che sono al secondo e all’ottantesimo), con cui si arriva
a 3,4 milioni di euro nel 2024, di cui 1 milione di euro ricevuto sotto forma di
pagamenti diretti. A chi sono andati? BF Agricola S.r.l. Società Agricola è la
società attraverso cui il gruppo BF S.p.A. svolge le principali attività di
produzione agricola, a seguito del conferimento delle attività agricole e
zootecniche di Bonifiche Ferraresi reso effettivo dal 2021. Ma il gruppo BF è
anche il più grande proprietario di terreni agricoli d’Italia, con circa 7.750
ettari distribuiti tra Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna. Quotato alla Borsa di
Milano “il gruppo integra la produzione ‘dal genoma allo scaffale’,
concentrandosi principalmente su cereali, foraggi, oleaginose, riso, frutta e
ortaggi – si ricostruisce nel report – mentre la divisione CAI (Consorzi Agrari
d’Italia) genera la maggior parte dei ricavi grazie alla vendita di concimi,
antiparassitari e carburante agricolo”. Tra i suoi stakeholder ci sono Eni,
Ismea, Intesa Sanpaolo, Fondazione Cariplo e altri investitori istituzionali e
finanziari. Presidente di BF International (azienda high-tech appartenente a BF
Spa) è Vincenzo Gesmundo, attuale e storico segretario generale di Coldiretti,
la più grande e potente associazione di categoria del settore agricolo italiano
(Leggi l’approfondimento). A dicembre 2025, BF ha siglato l’acquisto di Fratelli
Martini per 220 milioni di euro, secondo operatore italiano nel campo dei
mangimi animali. L’operazione amplia il business del gruppo al settore delle
proteine animali e si inserisce nella strategia di espansione internazionale, in
particolare nei Paesi africani. Con questa ultima integrazione, il fatturato
consolidato di BF sale a circa 3 miliardi di euro. Altri 2,6 miliardi (di cui
circa 845mila di pagamenti diretti) sono andati a Genagricola S.p.A., che da
sola è al primo posto nella classifica dei maggiori beneficiari di pagamenti
diretti della Pac. Creata nel 1974 per gestire gli asset agricoli di Generali,
oggi opera all’interno di Leone Alato S.p.a., la holding agroalimentare del
gruppo. “Genagricola controlla oltre 12mila ettari di terreni agricoli in Italia
e in Romania – racconta Greenpeace – che comprendono seminativi, vigneti e
allevamenti e ha ampliato le proprie attività attraverso società come Sementi
Dom Dotto S.p.a., attiva nella produzione di sementi, fertilizzanti e pet food”.
Fuori dall’Italia, il gruppo possiede circa 5mila ettari di terreni agricoli e
1.770 ettari di foreste in Romania.
SE LA PAC SOSTENESSE I PICCOLI AGRICOLTORI
“Mentre entrambi i gruppi rivendicano un impegno verso la sostenibilità, i loro
modelli – supportati da reti politiche e industriali di grande peso – rischiano
di ampliare le disuguaglianze, accentuare impatti ambientali e mettere in
secondo piano le esigenze delle comunità agricole e dei territori più
vulnerabili” commenta Simona Savini, campaigner Agricoltura di Greenpeace
Italia. Secondo Greenpeace, i soldi della Pac potrebbero essere meglio spesi per
sostenere i piccoli agricoltori e incentivare la sostenibilità. In base ai costi
medi ricavati da evidenze pubblicate e raccolti dall’Institute for European
Environmental Policy, le risorse destinate al solo gruppo Agrofert di Babiš
(16,6 milioni di euro nel 2024) potrebbero essere utilizzate, ad esempio, per
sostenere fino a 7.703 piccole aziende agricole nell’adozione di pratiche più
efficienti nell’uso dell’acqua. Mentre sommando i contributi pubblici incassati
dalle prime due aziende italiane in classifica per pagamenti diretti, cioè BF
Spa e Genagricola si ottiene una cifra di oltre 6 milioni di euro, che potrebbe
sostenere circa 2.500 piccole aziende nell’adozione di pratiche per il risparmio
idrico. Greenpeace chiede che la nuova Pac elimini gradualmente i pagamenti
diretti basati sulla superficie, dia priorità al sostegno al reddito per le
aziende con il maggior valore ecologico e sociale, applichi scale progressive e
tetti massimi ai sussidi, e destini almeno il 50% del budget ad azioni
ambientali e climatiche entro la fine del periodo di programmazione.
L'articolo Chi intasca i fondi della Politica agricola comune: in Italia il 10%
più ricco dei beneficiari mette le mani sul 70% dei sussidi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Giorgia Meloni lo ha detto: per dare l’ok all’accordo Mercosur “abbiamo messo in
equilibrio interessi diversi”. Quelli dell’industria, quelli dell’agricoltura e
quelli geopolitici. E quando ci sono troppi interessi in gioco, c’è il rischio
che qualcuno perda. Così, mentre gli agricoltori manifestavano per le strade di
Milano, con una protesta organizzata da Riscatto agricolo Lombardia e l’intero
Coapi, Coordinamento agricoltori e pescatori italiani e i trattori bloccavano il
traffico in Spagna, Francia e altre nazioni per dire no all’intesa negoziata per
un quarto di secolo, i rappresentanti permanenti degli Stati membri riuniti a
Bruxelles nel Coreper davano il primo via libera alla firma dell’accordo di
libero scambio con il blocco sudamericano del Mercosur che comprende Brasile,
Argentina, Uruguay e Paraguay. E avviavano la procedura scritta per l’adozione
formale delle decisioni.
UNA SCELTA CHE COSTERÀ PIÙ DI UN GRATTACAPO
Francia, Ungheria, Irlanda, Polonia e Austria non si sono voluti assumere questa
responsabilità e hanno votato contro. Il Belgio si è astenuto, l’Italia ha
votato a favore. Stretta tra le richieste di reciprocità degli agricoltori e
della sempre vicina Coldiretti, le pressioni di Confindustria, quelle della
Commissione europea che vuole aprire a nuovi mercati, sperando di trovare in Sud
America anche un salvagente alle strategie commerciali di Donald Trump.
Sull’Italia il peso della decisione: con il suo voto è stata raggiunta la
maggioranza qualificata, ossia il sostegno di almeno 15 Stati membri che
rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Ue. Con questa decisione, il
governo italiano ha neutralizzato la Francia di Macron con cui Giorgia Meloni
non ha mai avuto rapporto idilliaci. E d’altronde, è da settimane che i partiti
di maggioranza esultano ad ogni concessione della Commissione europea,
definendola “una vittoria italiana”. Sarebbe stato un problema dire ‘no’
all’accordo tanto voluto da Ursula von der Leyen dopo aver incassato tante
“vittorie” politiche. Solo il tempo dirà a tutti, soprattutto agli agricoltori,
se si trattava di vittorie concrete e se i vantaggi dell’accordo superano
davvero i rischi. Nel frattempo, però, le organizzazioni agricole e le
cooperative agricole europee, rappresentate da Copa e Cogeca “rimangono unanimi
e unite nel denunciare un accordo che rimane fondamentalmente sbilanciato e
imperfetto nella sua essenza, nonostante le ultime modifiche alle misure di
salvaguardia aggiuntive”.
MELONI: “ABBIAMO DETTO SÌ, ALLA LUCE DELLE GARANZIE PER GLI AGRICOLTORI”
E mentre il vicepremier polacco Władysław Kosiniak-Kamysz annncia che il Paese
presenterà un ricorso alla Corte di giustizia dell’Ue contro l’accordo, la
premier italiana Giorgia Meloni non esulta per la maggioranza raggiunta. E si
affretta a spiegare le ragioni che, alla fine, l’hanno spinta a dare l’ok. Un
via libera che, già si aspetta, le procurerà più di un grattacapo. “Non ho mai
avuto una preclusione ideologica sul Mercosur, ho sempre posto una questione
pragmatica che non riguarda solo il Mercosur: la strategia europea di
iper-regolamentare al suo interno aprendo, al contempo, ad accordi di libero
scambio è suicida. Non potevamo dire sì, a scapito delle eccellenze delle nostre
produzioni” ha detto alla conferenza di fine anno. E ha ricordato come l’Italia
abbia aperto una interlocuzione con la Commissione Ue, ottenendo “alcuni
risultati per gli agricoltori”. Tra questi, la premier ha ricordato il
meccanismo di salvaguardia per i prodotti sensibili, il fondo di compensazione,
un rafforzamento dei controlli fitosanitari in entrata. E, nell’ambito della
trattativa sul bilancio Ue per la Pac, la possibilità di poter utilizzare già
dal 2028, altri 45 miliardi di euro che sarebbero rimasti bloccati fino al 2032.
“Alla luce di queste garanzie per i nostri agricoltori abbiamo dato l’ok
all’accordo” ha ribadito. Anche il ministro dell’Agricoltura, Francesco
Lollobrigida ha ricordato il fondo da 6,3 miliardi di euro “per la mitigazione
delle potenziali perturbazioni di mercato, insieme all’azzeramento dei dazi e
degli aggravi di costo per i fertilizzanti previste dal regolamento Cbam.
L’ULTIMA CONFERMA: INDAGINI DOPO L’AUMENTO DEI PREZZI DEL 5%
Nel corso della riunione degli ambasciatori, la presidenza cipriota dell’Ue ha
constatato “l’ampio sostegno” sufficiente a raggiungere la maggioranza
qualificata sul pacchetto per la firma e l’applicazione provvisoria dell’accordo
commerciale ad Interim (iTA) e dell’accordo di partnership (Empa) con il
Mercosur. Nella stessa sessione sono state formalmente approvate (con qualche
modifica) le salvaguardie negoziate a dicembre da Parlamento e Consiglio Ue, che
devono ancora essere adottate dal Parlamento europeo in sessione plenaria.
Obiettivo: proteggere il settore agroalimentare europeo da potenziali gravi
distorsioni su prodotti come pollame, carne bovina, uova, agrumi e zucchero. Il
nuovo quadro stabilisce soglie specifiche affinché la Commissione europea possa
avviare indagini e, nel caso, attivare misure specifiche, qualora si verificasse
un forte impatto sui prodotti agricoli sensibili europei. A dicembre, Consiglio
e Parlamento europei avevano concordato di fissare tali soglie all’8%, ma queste
sono state ridotte al 5%, come sostenuto inizialmente dall’Eurocamera, per
soddisfare le richieste di Roma. Quindi Bruxelles ora potrà intervenire ogni
volta che le importazioni di prodotti sensibili aumenteranno in media del 5% e i
prezzi scenderanno della stessa percentuale in un periodo di tre anni.
CHI VINCE E CHI RISCHIA
Ma allora chi è che più rischia e chi è che vince con la firma dell’accordo? A
guadagnarci sono gli esportatori europei. Nell’Unione europea della manifattura,
della meccanica, dell’impiantistica e della componentistica, Bruxelles punta
alla rimozione graduale dei dazi su automobili e componenti auto, macchinari,
vestiti, tessuti, prodotti chimici. E calcola un risparmio per gli esportatori
europei di oltre 4 miliardi di euro all’anno. Da qui le pressioni di
Confindustria per la firma dell’accordo. Per quanto riguarda il comparto
agricolo i settori che potrebbero beneficiarne sono quello dei vini e dei
liquori (con un abbattimento dei dazi fino al 35%) e dell’olio di oliva (con
l’eliminazione graduale del 10% di dazio). Il presidente di Unione italiana vini
(Uiv), Lamberto Frescobaldi considera “strategica la chiusura positiva
dell’accordo”. Oggi i vini europei destinati al Brasile subiscono rincari fino
al 27% per i vini fermi e al 35% per gli spumanti per effetto dei dazi
all’importazione. Per il presidente di Federalimentare, Paolo Mascarino “il via
libera al trattato Ue-Mercosur è un accordo storico, atteso da tempo, e per
l’industria alimentare italiana può valere ogni anno fino a 400 milioni di
export aggiuntivo”. Ma l’accordo aprirà la strada europea a prodotti del
Mercosur, come la carne di bovino, il pollame e lo zucchero, dietro i quali c’è
più di un rischio (Leggi l’approfondimento). Basta pensare che il Brasile, il
maggiore esportatore di carne al mondo (con l’Unione europea come secondo
mercato dopo la Cina), prevede un aumento delle esportazioni agricole versione
l’Ue da oltre 8 miliardi di dollari al 2040. “Dal Mercosur – sostiene Coldiretti
– arriveranno 300 milioni di chilogrammi di carne di manzo e di pollo dalle
allevamenti dove si usano antibiotici vietati in Europa e 60 milioni di
chilogrammi di riso coltivato con l’uso di pesticidi proibiti in Ue, oltre a 180
milioni di chilogrammi di zucchero prodotto anche attraverso lo sfruttamento dei
lavoratori”.
GLI AGRICOLTORI VOGLIONO (MA NON OTTENGONO) “LE STESSE REGOLE”
Confagricoltura conferma le sue perplessità sostenendo che l’accordo, nella sua
forma attuale “rischia di consolidare un’evidente asimmetria: mentre alle
imprese agricole italiane ed europee viene richiesto il rispetto di standard
elevatissimi in termini di sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e
diritti dei lavoratori, le stesse regole non sono attuate per le importazioni
dai Paesi del Mercosur”. Anche Cna Agroalimentare ribadisce la contrarietà
all’accordo Mercosur senza garanzie sulla concorrenza e sugli standard
ambientali e sanitari. E ribatte: “L’intesa, come attualmente configurata,
rischia di introdurre elementi di concorrenza sleale, in ragione delle profonde
differenze negli standard ambientali, sanitari e sociali tra l’Unione europea e
i Paesi aderenti al Mercosur”. Per Cna Agroalimentare è fondamentale introdurre
condizioni di reciprocità. Tradotto: i prodotti che entrano nell’Unione Europea
devono rispondere alle stesse regole che devono essere rispettate da agricoltori
e produttori europei. E torna il discorso degli interessi: “Non è sostenibile
l’utilizzo dei prodotti agroalimentari come strumento di compensazione negoziale
in accordi che favoriscono altri comparti economici. Gli accordi di libero
scambio devono tenere insieme le esigenze degli esportatori e quelle degli
importatori a tutela dei consumatori”. Per Coldiretti “il governo italiano ha
richiesto il divieto di importazione di prodotti con residui di sostanze vietate
in Europa, ma ora è la Von der Leyen che deve dare risposte.”. La reciprocità,
insieme all’obiettivo di aumentare i controlli, per Coldiretti rimane un punto
essenziale: “Ora la presidente Von der Leyen e la sua ristrettissima cerchia di
tecnocrati, di cui continuiamo a non fidarci, deve tradurre in regolamenti gli
impegni richiesti dall’Italia su un principio di reciprocità valido per tutti
gli scambi commerciali e non solo per quelli del Mercosur”.
L’ACCUSA DEGLI AMBIENTALISTI
Anche gli ambientalisti protestano e manifestano le loro preoccupazioni. “Le
promesse della Commissione europea di minori vincoli e maggiori risorse non
affrontano i nodi strutturali dell’accordo, né garantiscono controlli efficaci
sulle merci che entrano nel mercato europeo” commenta Martina Borghi, della
campagna Foreste di Greenpeace Italia. E aggiunge: “Questo accordo si inserisce
in un contesto già fortemente preoccupante: l’indebolimento e il rinvio del
Regolamento europeo per smettere di importare deforestazione (Eudr), l’attacco
alla Moratoria sulla soia in Amazzonia e la spinta a un modello di scambio che
incentiva la distruzione degli ecosistemi”.
L'articolo Mercosur, Meloni firma e neutralizza il no di Macron. Ma per gli
agricoltori non c’è vittoria. Ecco chi ci guadagna proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È caos sul Mercosur, l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Argentina,
Brasile, Paraguay e Uruguay che, dopo un negoziato durato 25 anni, dovrebbe
essere firmato il 12 gennaio. Sempre se venerdì si raggiungerà un’intesa durante
la riunione degli ambasciatori dei Paesi Ue (Coreper). In Spagna, il premier
Pedro Sanchez incrocia le dita, ma Paesi come Ungheria e Irlanda hanno ribadito
il loro ‘no’ e in Francia e Grecia i trattori invadono piazze e autostrade. A
Parigi sono entrati all’alba. Nonostante i divieti, la protesta ha raggiunto i
principali monumenti della capitale, la Tour Eiffel e l’Arco di Trionfo e gli
agricoltori hanno tentato di scavalcare le inferriate che proteggono l’Assemblée
Nationale, chiedendo di essere ricevuti. In Grecia, hanno bloccato autostrade
principali, svincoli e caselli a causa, oltre che del Mercosur, anche
dell’aumento dei costi di produzione. L’Italia sembra essersi ammorbidita dopo
la proposta avanzata dalla Commissione europea che prevede anche la possibilità
per gli Stati membri di mobilitare già dal 2028 (invece che con la revisione di
medio termine) fino a due terzi dei fondi previsti, ossia circa 45 miliardi di
euro. Il Governo Meloni spinge affinché passi il messaggio che qualcosa l’Italia
è già riuscita a ottenere. Nel frattempo, però, Coldiretti e Filiera Italia
ribadiscono la loro opposizione alla firma dell’intesa senza reciprocità.
Tradotto: “In ogni accordo e su ogni prodotto agricolo e agroalimentare
importato, deve valere il divieto di ingresso nell’Unione europea di alimenti
ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni in campi e stalle italiani”.
Garantire questa condizione non è cosa semplice né per Giorgia Meloni, né per
altri premier, né per Ursula von der Leyen.
IN FRANCIA SALE LA TENSIONE
Una eventuale decisione del governo Meloni di firmare l’intesa, inoltre,
porterebbe la Francia a essere isolata tra i principali Paesi europei. Ed è un
fattore di grande tensione. A mettere benzina sul fuoco anche le parole del
presidente dei Républicains, Bruno Retailleau, ex ministro dell’Interno,
intervistato dalla radio France Inter: “C’è una forma di impotenza della
Francia. Da ministro dell’Interno ho fatto dei Consigli d’Europa, ho visto come
i miei colleghi guardavano alla Francia: è uno stato che non si fa rispettare,
non è all’altezza del suo rango e perde la sua potenza. Oggi non siamo
rispettati”. Di più. Secondo Retailleau il modello da seguire sarebbe quello
dell’Italia e di Meloni “che impone all’Europa alcune delle sue tesi. Prima si è
opposta al Mercosur, ha ottenuto in materia di politica agricola delle
contropartite finanziarie (su cui, però, pesano diverse incertezze e perplessità
– Leggi l’approfondimento)”. Di fatto, però, sia dalla Francia che dall’Italia
gli agricoltori chiedono di non cedere di fronte alle ‘lusinghe’ di Ursula von
der Leyen. Segno che quanto offerto da Bruxelles non è poi un piatto così ricco.
LA PROTESTA DEI TRATTORI A PARIGI E LE CRISI CHE AFFRONTA IL SETTORE
Di certo non è servito a fermare la protesta per le strade di Parigi. Il
presidente del Coordinamento rurale, secondo sindacato agricolo francese,
Bertrand Venteau, ha parlato di “un centinaio” di trattori entrati nella
capitale prima dell’alba. Mobilitato da settimane, il settore agricolo francese
affronta diverse crisi: l’epidemia di dermatosi nodulare contagiosa che sta
decimando i bovini, il calo dei prezzi del grano, l’aumento dei concimi e la
minaccia di una concorrenza più agguerrita nel caso di firma del Mercosur. Dopo
che gli agricoltori hanno tentato di scavalcare le inferriate che proteggono
l’Assemblée Nationale, la presidente della camera bassa di Parigi, Yael
Braun-Pivet, è uscita dall’edificio per cercare il dialogo, ma è stata
fischiata. Protetta dalla polizia dal lancio di oggetti in atto, ha annunciato
agli agricoltori che li avrebbe ricevuti nel primo pomeriggio. Nel frattempo,
però, si è schierata accanto agli agricoltori in rivolta: “Bisogna continuare la
lotta. I francesi hanno diritto di venire a esprimersi davanti all’Assemblea.
Rimango all’ascolto dei cittadini – ha detto – anche se la situazione è tesa,
anche se non hanno voglia di parlare, ma di esprimere la loro rabbia, io sono
qui per ascoltarli”. E ha ricordato che i deputati hanno “espresso più volte il
loro rifiuto del Mercosur”. Decisamente più dura la reazione dell’Esecutivo. Il
governo “non lascerà correre” sulle azioni di protesta degli agricoltori con i
trattori nella regione di Parigi, che sono “illegali” ha avvertito la portavoce
del governo, Maud Bregeon, ai microfoni di France Info.
I TRATTORI A MILANO
Nel frattempo, venerdì mattina, oltre un centinaio di trattori e autobotti degli
agricoltori manifesteranno contro il Mercosur, in piazza Duca d’Aosta, davanti
alla stazione di Milano. “Dieci miliardi in più dalla Politica agricola comune,
no grazie. Non svendiamo le nostre tradizioni, la nostra storia, il nostro cibo”
ha detto a LaPresse Angelo Distefano, portavoce del Coapi (Coordinamento
agricoltori e pescatori italiani), secondo cui “la firma equivarrebbe ad una
condanna a morte. Ad oggi, solo il 3 per cento della merce viene controllata
nelle dogane ed è sotto gli occhi di tutti la disparità di condizioni
lavorative, fitosanitarie, economiche e qualitative dei prodotti Sud Americani e
quelli italiani”.
COSA CHIEDE L’ITALIA
Per Coldiretti e Filiera Italia non è sufficiente l’aumento dei controlli in
frontiera proposto dalla Commissione europea, che farebbe passare i controlli
solo a circa il 4 per cento “con evidenti rischi per la tutela della salute dei
cittadini consumatori e per il rispetto delle regole di produzione imposte agli
agricoltori europei”. E accusano: “L’accordo Mercosur è un favore della Von der
Leyen e dei suoi tecnocrati di Bruxelles ai grandi gruppi industriali
multinazionali stranieri, a partire dalle aziende tedesche del settore chimico
come Bayer e Basf, consentendo di esportare con maggiore facilità fitofarmaci
vietati da tempo nell’Ue, che finirebbero per rientrare nei piatti dei
consumatori proprio attraverso le importazioni agevolate dall’accordo”. Perché
l’Italia dia il via libera definitivo all’accordo Mercosur “manca l’ultimo
miglio. I nostri diplomatici stanno verificando che le garanzie ottenute oggi
siano supportate da elementi tecnici e politici. Al Coreper faremo il punto” ha
detto il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, Francesco
Lollobrigida, in un’intervista al Sole 24 ore, sottolineando che ora “occorre
garantire che i prodotti agricoli dei paesi Terzi e importati in Europa
rispettino le medesime regole sulla sicurezza alimentare imposte ai produttori
Ue”. Di fatto, con un gioco di prestigio, si sono modificate le regole per
accedere ai fondi Pac, pezzo del puzzle che si aggiunge alla sospensione
(retroattiva dall’1 gennaio scorso) del meccanismo di adeguamento del carbonio
(Cbam). Manca l’intesa sulle clausole di salvaguardia. Ad oggi, come ricorda lo
stesso ministro Lollobrigida “è fissata una soglia dell’8% per individuare uno
squilibrio su prezzi e importazioni. Noi vogliamo che da questo 8% si scenda al
5 per cento”.
C’È CHI DICE NO (PER ORA)
La Francia, come annunciato in queste ore dal ministro dei Rapporti con il
Parlamento, Laurent Panifous, dovrebbe votare contro l’accordo di libero scambio
con il Mercosur, anche se sarà in minoranza. La posizione definitiva di Parigi
sarà annunciata dal primo ministro e dal presidente. “Il voto francese deve
essere no, ovviamente, è la parola data dal governo e che non è cambiata da
settimane” ha detto Panifous. “Ci saranno probabilmente conseguenze al fatto che
la Francia, da questo punto di vista, sarà isolata a livello europeo” ha
aggiunto. Ma “per me, quello che conta – ha proseguito il ministro – è che la
parola del governo francese sia ascoltata in Europa e che gli agricoltori, gli
allevatori francesi sappiano che il governo li sostiene”. La portavoce del
governo, Maud Bregeon, è apparsa meno sicura ai microfoni di France Info,
precisando che Emmanuel Macron e il premier Sébastien Lecornu daranno “il
responso definitivo” sulle condizioni poste dalla Francia (clausola di
salvaguardia, clausole “specchio”, rafforzamento dei controlli). “Al momento –
ha detto la portavoce – quel trattato non è ancora accettabile”. Nel frattempo,
l’Irlanda ha dichiarato che voterà contro. “La posizione del governo sul
Mercosur è sempre stata chiara: non abbiamo sostenuto l’accordo nella forma in
cui è stato presentato. Voteremo contro l’accordo” ha dichiarato in un
comunicato il vicepremier irlandese, Simon Harris. Stessa posizione quella
dell’Ungheria. “La Commissione europea sta spingendo per l’adozione e
l’attuazione di un accordo che aprirebbe l’Europa alle importazioni illimitate
di prodotti agricoli sudamericani a scapito dei mezzi di sussistenza degli
agricoltori ungheresi. Ci opponiamo a questa decisione, poiché Bruxelles sta
ancora una volta ignorando gli interessi dei nostri agricoltori” scrive su X il
ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó.
L'articolo Mercosur, alla vigilia del voto sull’accordo proteste dei trattori a
Parigi e in Grecia. Agricoltori italiani in piazza a Milano venerdì proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Disordini e scontri durante la marcia attraverso le strade di Bruxelles di
migliaia di agricoltori venuti da tutta Europa per protestare contro le
politiche europee, a iniziare dalla Politica agricola europea. Proprio mentre il
Consiglio Ue discute anche l’accordo di libero scambio previsto tra l’Unione e i
cinque paesi attivi del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e
Bolivia), che eliminerebbe progressivamente i dazi su quasi tutti i beni
scambiati tra i due blocchi nei prossimi 15 anni. Discute, ma senza trovare un
accordo, almeno nel primo giorno di Consiglio. L’Ue spera ancora nell’intesa
entro sabato. La presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen ribadisce
che è “di enorme importanza” dare il via libera. Ma la Francia frena e l’Italia
la segue. Gli agricoltori che protestano vogliono maggiori garanzie, anche
rispetto a quelle contenute nel testo approvato dall’Europarlamento. L’Italia
aveva già manifestato l’intenzione di non firmare subito (e lo ha ribadito nelle
ultime ore), ascoltando anche le istanze di Coldiretti che, a Bruxelles,
manifesta anche contro i tagli previsti con la nuova Pac. Sarebbero circa 8mila
i manifestanti (e un migliaio i trattori) che hanno dato partecipato alle
protese nel quartiere europeo.
PATATE, UOVA E PIETRE CONTRO LE RECINZIONI DELLA POLIZIA
Dalle prime ore del mattino, decine di trattori si sono riversati per le strade,
ma è partito alle 12.30 il corteo che dal quartiere della stazione Gare du Nord
di Bruxelles – all’incrocio tra Boulevard Albert II e Boulevard Jardin Botanique
– si è chiuso nei pressi della stazione della metropolitana Arts-Loi nel
pomeriggio. Alla manifestazione, guidata dal Copa-Cogeca, l’unione delle due
principali organizzazioni agricole europee, hanno preso parte anche Coldiretti e
Cia-Agricoltori Italiani. Poco dopo la partenza, però, la manifestazione è
degenerata in violenze nei pressi del Parlamento europeo. Oltre un centinaio i
manifestanti adunati a Place du Luxembourg, decine i trattori parcheggiati
nell’area. La polizia è intervenuta inizialmente con l’uso di idranti per
disperdere i manifestanti, per poi avanzare lanciando fumogeni. I manifestanti
hanno lanciato patate, barbabietole, uova, pietre, bottiglie e petardi. Le
vetrate dell’edificio della Stazione Europa, che si affaccia sulla piazza, sono
state danneggiate. Le forze dell’ordine sono arretrate lungo la recinzione di
filo spinato installata per impedire l’accesso all’Eurocamera e alle abitazioni
circostanti. Nella piazza sono stati appiccati diversi piccoli roghi ed è stato
incendiato l’albero che domina lo spazio centrale, oltre ad alcuni copertoni..
Dopo diverse ore di tensione la polizia belga è riuscita a far sgomberare gli
agricoltori da Place du Luxembourg. Una persona è rimasta ferita durante gli
scontri per lo sgombero. Tra le sigle sindacali presenti nella piazza, la
federazione nazionale dei sindacati degli agricoltori francese (Fnsea), la
federazione dipartimentale dei sindacati degli agricoltori dell’Ile-de-France
(Fdsea) e il sindacato agricolo dei giovani agricoltori, Jeunes agriculteurs
(Cnja).
UNA DELEGAZIONE DI AGRICOLTORI INCONTRA LA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE
Nel frattempo, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e
il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa hanno incontrato una prima
delegazione dell’unione delle due grandi organizzazioni ombrello agricole
europee Copa e Cogeca. Un incontro definito “proficuo e produttivo” lo hanno
definito von der Leyen e Costa. “I nostri agricoltori hanno bisogno di
affidabilità e supporto. E l’Europa – hanno aggiunto al termine dell’incontro –
sarà sempre al loro fianco. Con un sostegno forte e duraturo nel bilancio
dell’Ue. Aiuti mirati per le piccole aziende agricole a conduzione familiare e
per i giovani agricoltori. E una semplificazione per semplificare la vita
quotidiana degli agricoltori”. Ma la tensione è alta. Il segretario generale di
Coldiretti, Vincenzo Gesmundo accusa: “Possiamo essere felici di un’Europa che
sottrae 90 miliardi ai contadini per darli alla Germania, per costruire nuovi
carri armati e per finanziare la riconversione industriale?”. Così si è rivolto
alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Siamo in
piazza per dire no a un’Europa che svende l’agricoltura, mette le armi davanti
al cibo, compromette la sicurezza alimentare dell’Unione e rischia di far
chiudere, solo in Italia, oltre 270mila aziende del settore, un terzo del
totale” è l’appello del presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani,
Cristiano Fini.
MERCOSUR AL PALO. E MELONI RASSICURA LULA
Nel frattempo, nulla di fatto rispetto agli ultimi giorni sul fronte Mercosur.
Nonostante le parole della presidente della Commissione Ue: “È di enorme
importanza il via libera. Svolge un ruolo centrale nei nostri accordi
commerciali”. In una nota di Palazzo Chigi, Roma ribadisce: “Il Governo italiano
è pronto a sottoscrivere l’intesa non appena verranno fornite le risposte
necessarie agli agricoltori, che dipendono dalle decisioni della Commissione
europea e possono essere definite in tempi brevi”. E il presidente brasiliano,
Luiz Inacio Lula da Silva, in una conferenza stampa racconta di una
conversazione avuta con la premier Meloni: “Mi ha spiegato che non è contraria
all’accordo, ma che sta solo vivendo un certo imbarazzo politico a causa degli
agricoltori italiani, ma che è sicura di riuscire a convincerli ad accettare
l’accordo”. Tra i maggiori sostenitori di un accordo il premier spagnolo, Pedro
Sanchez, secondo cui “sarebbe molto frustrante se l’Europa non riuscisse a
raggiungere un accordo con il Mercosur dopo essere riuscita ad approvare nel
Parlamento europeo le clausole di salvaguardia per il settore primario europeo”.
Ma, a mostrare che il tema sia caldo anche in Spagna, ci sono le parole di
Andoni García, responsabile organizzativo della Coag, la principale
organizzazione professionale agricola della Spagna: “Tutti gli agricoltori
europei, senza distinzioni, rifiutano l’accordo commerciale tra Ue e Mercosur
che, se dovesse essere approvato, avrebbe conseguenze molto dure e inaccettabili
per il settore in Europa”.
L'articolo Consiglio Ue fermo sul Mercosur, la protesta dei trattori infiamma
Bruxelles. Meloni rassicura Lula. “Ma risposte agli agricoltori” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Giorgia Meloni scioglie ogni dubbio e sceglie di non tirare troppo la corda con
Coldiretti. A poche ore dalla protesta organizzata a Bruxelles, dove sono attesi
circa 12mila agricoltori e un migliaio di trattori, pronti a manifestare contro
le politiche della Commissione europea, in primis i tagli alla Politica agricola
comune e il Mercosur, la premier esprime quella che, ad oggi, è la posizione
dell’Italia sull’accordo di libero scambio tra Unione europea e Argentina,
Brasile, Paraguay e Uruguay. La storica firma era prevista per il 20 dicembre,
in Brasile. “Riteniamo che firmare l’accordo nei prossimi giorni, come
ipotizzato, sia ancora prematuro. È necessario attendere che il pacchetto di
misure aggiuntive a tutela del settore agricolo sia perfezionato e allo stesso
tempo illustrarlo e discuterlo con i nostri agricoltori” ha detto Giorgia Meloni
nelle comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue. Perché i trattori
protesteranno mentre sarà in corso il Consiglio europeo nel quale si discuterà
anche del bilancio europeo e in cui all’Italia – sul fronte Mercosur – spetterà
il ruolo dell’ago della bilancia tra Paesi favorevoli, come Germania e Spagna e
contrari, come Polonia, Austria e Francia. Che, per inciso, nei giorni scorsi ha
chiesto di rinviare il voto. Il presidente Emmanuel Macron ha ribadito la
posizione di Parigi: “Si opporrà in maniera molto determinata” ad un eventuale
“atto di forza” dell’Ue per l’approvazione del trattato. I due Paesi sono
sostanzialmente allineati, ma per l’Italia il terreno resta molto scivoloso.
MELONI ALLE PRESE CON LE ISTANZE DI COLDIRETTI E CONFINDUSTRIA
Se l’attuale “prudenza” è un passo verso la Coldiretti, contraria all’intesa
(negoziata per oltre venticinque anni) che apre le porte del mercato europeo a
carne bovina, pollo, zucchero e miele in arrivo senza oneri dall’America Latina,
dall’altro c’è da tenere a bada anche le aspettative di Confindustria che,
invece, caldeggiava la firma. Alla fine, Giorgia Meloni ha deciso di non
aggiungere anche una eventuale firma del Mercosur alle ragioni che alimentano il
malcontento della Coldiretti, da sempre legata a doppio filo all’Esecutivo
(Leggi l’approfondimento), ma già sul sul piede di guerra per i fondi tagliati
alla Politica agricola comune). Tra i punti più difficili da digerire della
nuova Pac, per cui i trattori sfileranno a Bruxelles, ci sono un taglio di circa
80 miliardi che lascia agli agricoltori un budget da 300 miliardi di euro. La
Commissione europea lo definisce “un importo minimo garantito”, ma gli
agricoltori guardano con sospetto anche all’accorpamento di quelli che finora
sono stati i due pilastri della Pac, ossia i sussidi erogati in relazione alla
superficie di ettari coltivata (che finora ha avvantaggiato le grandi aziende) e
i finanziamenti ai programmi di sviluppo rurale, in un Fondo unico, nel quale ci
sono altre voci e per il quale sono pure previste alcune flessibilità. Quanto
basta per arrivare a Bruxelles e per spingere il Governo ad essere prudente sul
Mercosur.
IL GOVERNO MELONI PRENDE TEMPO: “LA FIRMA NON PRIMA DI GENNAIO”
Meloni stessa chiarisce, però: “Non significa che l’Italia intende bloccare o
opporsi, ma intende approvare l’accordo solo quando include adeguate garanzie
reciprocità per il nostro settore agricolo. E sono molto fiduciosa che con
l’inizio del prossimo anno tutte queste condizioni possano verificarsi”. Poche
ore prima che la Meloni si esprimesse, anche il ministro degli Esteri, Antonio
Tajani, a margine della Conferenza Nazionale dell’Export e
dell’internazionalizzazione delle imprese in corso a Milano, aveva fatto
intendere quale potesse essere la posizione del governo. “Noi siamo favorevoli a
firmare l’accordo, c’è da vedere cosa si può e si deve correggere per le
clausole di salvaguardia per alcuni settori del mondo agricolo. Risolto questo,
noi firmeremo, sarà adesso o sarà gennaio” aveva detto. A fargli eco, il
ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida: “Il mio parere è che il
Mercosur sia un buon accordo, può diventare ottimo se dopo 25 anni si riesce a
fare un passo definitivo sulla reciprocità”.
LA REAZIONE DI CONFINDUSTRIA
Non si è fatta attendere la reazione di Confindustria che, evidentemente,
avrebbe preferito che la questione si concludesse da qui ai prossimi giorni. Il
Mercosur “ha un valore di 14 miliardi per il nostro Paese. In un momento in cui
ci sono i dazi imposti da Trump per noi è sicuramente un buon luogo per portare
i nostri prodotti” ha ricordato il presidente, Emanuele Orsini, anche lui a
margine della Conferenza nazionale dell’export di Roma. “Speriamo che si trovino
le giuste compensazioni per gli agricoltori che è giusto che ci siano – ha
aggiunto – sappiamo e ci aspettiamo che il governo italiano porti avanti queste
istanze”.
LE CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA
E che si tratti di un percorso ancora in salita la dimostra anche il voto del 16
dicembre, al Parlamento europeo, che ha approvato in prima lettura proprio le
clausole di salvaguardia proposte dalla Commissione per accompagnare l’accordo
commerciale. Secondo il Parlamento, l’Ue potrebbe sospendere temporaneamente le
preferenze tariffarie sulle importazioni di alcuni prodotti agricoli considerati
sensibili (come pollame o carne bovina) provenienti da Argentina, Brasile,
Paraguay e Uruguay, se tali importazioni sono ritenute dannose per i produttori
dell’Ue. La Commissione, inoltre, dovrebbe avviare un’indagine sulla necessità
di attivare queste misure di protezione quando le importazioni di prodotti
agricoli sensibili aumentano in media del 5% su un periodo di tre anni (rispetto
al 10% annuo previsto nella proposta della Commissione). I deputati chiedono,
inoltre, indagini più rapide (da sei a tre mesi in generale e da quattro a due
mesi nel caso di prodotti sensibili), affinché le misure di salvaguardia possano
essere introdotte più rapidamente. Gli eurodeputati propongono anche
l’introduzione di un meccanismo di reciprocità, in base al quale la Commissione
avvierà un’indagine e adotterà misure di salvaguardia, qualora vi siano prove
credibili che le importazioni che beneficiano di preferenze tariffarie non
rispettino requisiti equivalenti in materia di ambiente, benessere animale,
salute, sicurezza alimentare o tutela del lavoro applicabili ai produttori
dell’Ue.
FRATTURE POLITICHE E POLEMICA TRA FEDERALIMENTARE E COLDIRETTI-FILIERA ITALIA
Durante il voto, sono emerse fratture importanti: maggioranza di governo e
opposizioni spaccate. Nonostante il testo rafforzi le tutele per i settori
agricoli più esposti e consenta l’attivazione di misure difensive in caso di
squilibri di mercato, le tensioni non si sono placate, anche lontano dalla sede
del Parlamento Ue. Perché se per il presidente di Federalimentare, Paolo
Mascarino, associazione di Confindustria a tutela dell’industria alimentare le
clausole di salvaguardia dell’accordo sono “solide ed efficaci”, non la pensano
così Coldiretti e Filiera Italia che, hanno espresso “sconcerto e profonda
preoccupazione” per le dichiarazioni di Mascarino. Di fatto, in Unione Europea
si è aperta, così, la fase negoziale con il Consiglio, dove serve una
maggioranza qualificata degli Stati membri. Che, ad oggi, non c’è.
L'articolo Mercosur, la premier Meloni non tira la corda con Coldiretti:
“Prematuro firmare ora l’accordo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
All’assemblea nazionale di Coldiretti, l’intervento di Massimo Cacciari viene
accolto da applausi ripetuti e non rituali. Non è una lectio accademica, ma una
requisitoria politica che tocca nervi scoperti dell’Europa contemporanea, con la
guerra in Ucraina come epicentro di una crisi che, secondo il filosofo, non è
solo militare o geopolitica, ma prima di tutto democratica.
Cacciari parte dalla struttura dell’Unione europea e ne denuncia lo svuotamento
politico: “Si parla della Commissione von der Leyen, ma di fatto quello che
dirige la baracca è l’apparato tecnocratico e burocratico: sono i funzionari,
sono quelli che fanno i dossier, che preparano le strategie, sono loro più che i
membri politici della Commissione”. È qui, sottolinea, che si consuma “un
deficit totale di democratizzazione degli organismi della Comunità europea”. Il
Parlamento europeo appare “sempre più fantasma”, la Commissione “non ha nessuna
diretta legittimazione democratica” e funziona “di fatto da esecutivo”, mentre
le decisioni finali restano in mano agli Stati, in un sistema che a 27 membri
rende “impossibile ogni decisione”.
Questo quadro, già fragile, viene aggravato drammaticamente dalla scelta europea
sulla guerra. Cacciari usa un’espressione che colpisce la platea: l’Europa ha
deciso “di andare alla guerra da sola”.
Il paradosso è evidente: “Ormai è chiaro come il sole che gli Stati Uniti non
ritengono più di avere il nemico da questa parte”, perché sanno bene che “la
Russia non rappresenta più nessun reale pericolo, almeno per loro”. La
competizione strategica americana, insiste, “si è spostata tutta sul fronte
dell’Oceano Pacifico” e il messaggio agli alleati europei è netto: “Volete fare
la guerra? Fatevela per conto vostro”.
Le conseguenze sono immediate e pesanti: “Questo significa che le nostre spese
già decise per il riarmo assorbiranno sempre di più le poche risorse che abbiamo
per welfare, per solidarietà, per tutte le politiche sociali ed economiche che
ci servirebbero”. La guerra in Ucraina, così come viene gestita dall’Europa,
diventa il simbolo di una scelta che sacrifica la coesione sociale sull’altare
della militarizzazione, senza una vera discussione politica e senza un mandato
democratico chiaro.
Cacciari non nega che l’Europa sia necessaria, anzi ribadisce il contrario:
“Possiamo fare a meno dell’Europa? No, l’Europa ci è sempre più necessaria
perché è l’unica dimensione all’interno della quale possiamo svolgere politiche
di sviluppo”.
Ma la domanda cruciale resta sospesa: “È possibile ancora, nella situazione in
cui ci troviamo?”. La sua risposta è radicale e spiazzante per il sistema
politico tradizionale: la ricostruzione dell’unità europea non può partire dai
partiti, ma dai corpi intermedi. “È possibile soltanto che i corpi intermedi
europei, e non i partiti, le rappresentanze dei grandi interessi economici,
produttivi, a partire dalla Coldiretti stessa o da organismi simili, da lì
riparte un discorso di ricostruzione dell’unità politica ed economica europea”.
Solo così, sostiene, può avviarsi “un processo di ridemocratizzazione
dell’Unione Europea”.
Il giudizio sulla classe politica continentale è impietoso. “Ma in tutta
l’Europa ci rendiamo conto della forza presunta di questa leadership europea?”,
chiede provocatoriamente. Macron, osserva, “se domani si va a votare prenderebbe
il 15%, forse neanche”; Merz “ha il fiato al collo addirittura di neonazisti”.
Il paradosso, aggiunge, è che “obiettivamente il leader più forte è la Meloni”,
l’unica che conserverebbe una legittimazione elettorale immediata. “Siamo in una
situazione disperante dal punto di vista della rappresentatività dei partiti e
delle forze politiche e questo non è una buona notizia per la democrazia”,
perché “la democrazia non c’è senza partiti, è conflitto e competizione tra
forze politiche organizzate”.
Quando la moderatrice Monica Giandotti chiede se la Russia possa rappresentare
un problema per l’Europa, la risposta di Cacciari è ironica e tagliente: “Certo,
se pensiamo che Putin abbia in testa di invadere l’Europa, è giusto riarmarsi,
anzi non basteranno certamente 100 miliardi, dovremmo dotarci magari anche di un
arsenale atomico adeguato”. Ma il filosofo chiede chiarezza politica. Se la
leadership europea sostiene che la Russia non si ferma a Donbass, Crimea e
Ucraina, ma ha “una volontà di potenza continentale”, allora lo dica
apertamente. “Se mi dicono che dall’altra parte dell’Ucraina non c’è Putin ma
c’è Hitler, va bene, ottimo, ma me lo devono dire nero su bianco”.
In assenza di questa verità esplicita, per Cacciari l’Europa tradisce se stessa
e i suoi fondamenti costituzionali. Ricorda che gli statisti europei avevano
inscritto nelle Costituzioni, “tra cui quella italiana, articolo 11”, un’idea
precisa: l’Europa non come centro egemonico del mondo, ma come spazio di
mediazione. “Capivamo di essere stati detronizzati come grande potenza globale,
però potevamo svolgere una funzione fondamentale di intermediazione, di
compromesso, di dialogo tra le diverse potenze”. Questa era, e dovrebbe essere,
la funzione europea: “l’elemento di rapporto, di dialogo tra mondo mediterraneo,
Maghreb, continente sub-sahariano, Medio Oriente, Russia, Stati Uniti”.
La guerra in Ucraina è la conferma di una rottura storica, che Cacciari fa
risalire a una data precisa: “Tutto cambia quando c’è un momento cruciale, l’11
settembre 2001”. Da lì partono le guerre e l’Europa “comincia a cambiare natura
sui principi fondamentali di pace, di solidarietà”. A determinare questo
slittamento è soprattutto “il crescente strapotere delle grandi corporazioni”,
dall’informazione alle tecnologie, dalla farmaceutica all’agricoltura, “una
dozzina di soggetti fondamentali che stanno inglobando in sé ogni forma
politica”.
Anche i tecnocrati più avvertiti, riconosce Cacciari, ne sono consapevoli:
“Mario Draghi queste cose le sa perfettamente”. Sa che l’annichilimento della
politica produce disastri, perché “conflitti sociali, disuguaglianze” non
possono essere affrontati dal solo punto di vista dell’interesse economico o
tecnico-finanziario. Ma i tecnocrati “non hanno nessun modo di affrontare la
questione, perché il loro linguaggio, la loro cultura è quella”.
Per questo, conclude tra nuovi applausi, la responsabilità ricade su altri
soggetti: “Sta a noi, sta in particolare nella crescita di dimensione politica e
di forza politica dei corpi intermedi”. È da lì, insiste Cacciari, che può
ancora nascere un’Europa capace di parlare di pace e di democrazia mentre
rischia di perderne la sostanza.
L'articolo Cacciari scuote Coldiretti: “Se l’Europa pensa che Putin sia il nuovo
Hitler, si riarmi pure. Ma abbia il coraggio di dimostrarlo” proviene da Il
Fatto Quotidiano.