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Matteo Pizi e il Bosco delle api a Cremona: “Un ambiente protetto per gli insetti, ma anche per gli studenti sospesi”
Non volantini per strada, non azioni contro i grandi inquinatori. Per Matteo Pizzi, giovane educatore professionale residente a Cremona, l’attivismo ha preso il volto di un bosco da curare ogni giorno perché le api possano trovarvi ristoro. “Sono affiliato a Greenpeace Italia dal 2019, abbiamo fondato un gruppo locale perché a Cremona non c’era”, spiega. “Dopo la pandemia, purtroppo, abbiamo perso alcune persone per causa lavorative o familiari, così abbiamo deciso di dedicarci al Bosco delle Api, insieme alla cooperativa sociale per cui lavoro e che offre servizi per la disabilità. Matteo e il suo gruppo ottengono un terreno in comodato d’uso dal Comune e cominciano a lavorarci, con l’aiuto di un tecnico agronomo. “L’idea è stata quella di ricreare in una dimensione più piccola, circa mezzo ettaro, un bosco con tutti i suoi sottolivelli favorendo quelle essenze utili agli insetti impollinatori come le api”, racconta l’educatore. “Oltre alle siepi, ci sono anche due macro-zone, un frutteto dove ci sono alberi di ciliegia, mela, melograni, e una zona più boschiva con piante ad alto fusto. Poi ci sono delle radure, con arbusti, piante aromatiche, insomma è una sorta di bosco-giardino”. Il Bosco delle Api è spazio di salvaguardia della biodiversità anche per altri insetti. Ma è anche un luogo didattico, con attività delle scuole, e soprattutto uno spazio per i cittadini, dove poter svagarsi e divertirsi. Il 17 maggio il gruppo organizza un evento pubblico, e il bosco viene “allestito” per l’occasione. Non solo: “Quest’anno, attraverso il bando ministeriale, abbiamo ottenuto la possibilità di accogliere gli studenti sospesi a scuola, così invece che stare a casa vengono a fare attività educative di recupero: insomma, abbiamo ottenuto il riconoscimento di questo luogo come luogo educativo”. Il lavoro è maggiore di quanto non appaia”. Il bosco è molto impegnativo a livello di tempo, le piante hanno bisogno di cura, in inverno c’è il riposo vegetativo, ma si progetta l’anno successivo; in primavera c’è la stagione del risveglio e bisognerà tagliare frequentemente le piante, sostituire quelle che non hanno passato bene l’inverno”, spiega Matteo. Per fortuna, il bosco è adiacente alla cooperativa dove lavora, “così faccio sempre un giro per vedere le piante come stanno, d’altronde è un posto piacevole da frequentare, ricco anche di insetti. Presto metteremo anche delle panchine, perché questo luogo è anche uno luogo sociale e di aggregazione”. Come si finanzia il bosco? Attraverso donazioni, sia in piante che in denaro, dando un contributo ad Greenpeace, perché il progetto fa parte della campagna “Salviamo le api” . Oppure facendo una donazione alla cooperativa, magari per finanziare direttamente un attrezzo o un albero da piantare. Matteo si dice soddisfatto. “Non facciamo più azioni in piazza, lavorando è complicato, ma volevo comunque fare qualcosa, in questa Pianura Padana inquinata, dare il mio contributo per salvare la natura. E sono contento di farlo con Greenpeace, che porta avanti i valori in cui credo: ovvero sia la salvaguardia del Paese che i diritti umani. Due aspetti sempre profondamente legati tra loro”. L'articolo Matteo Pizi e il Bosco delle api a Cremona: “Un ambiente protetto per gli insetti, ma anche per gli studenti sospesi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Greenpeace rischia il fallimento per l’Oleodotto in North Dakota difeso da Trump. Condannata a pagare 345 milioni di dollari
Greenpeace non può permettersi di pagare, come stabilito da una sentenza, 345 milioni di dollari a Energy Transfer, gestore dell’oleodotto Usa contro cui aveva protestato in North Dakota, nonché tra i principali donatori di Donald Trump. E per questo rischia il fallimento, ma non molla. Greenpeace International e Stati Uniti annunciano infatti che chiederanno un nuovo processo e, se necessario, presenteranno ricorso alla Corte Suprema del North Dakota a seguito della sentenza emessa da un tribunale distrettuale e che chiude un caso legale durato anni. Una decisione, quella del giudice James Gion, in linea con la sentenza che già a ottobre 2025 aveva tagliato di quasi la metà il risarcimento di circa 667 milioni di dollari assegnato a Energy Transfer circa un anno fa (Leggi l’approfondimento). UNA CAUSA DURATA ANNI La compagnia ha accusato la ong di aver causato centinaia di milioni di dollari di danni attraverso una campagna “di violenza e diffamazione” contro la costruzione del Dakota Access, l’oleodotto completato nel 2017. Contro il progetto, vicino alla Standing Rock Indian Reservation, un decennio fa la tribù Sioux aveva guidato una delle più grandi proteste anti-combustibili fossili nella storia degli Stati Uniti. Una battaglia inizialmente locale e presto diventata internazionale, nonché un braccio di ferro tra Obama e Trump, da sempre favorevole a quei 1.900 chilometri, strategici per trasportare petrolio dai giacimenti di Bakken fino all’Iowa. A gennaio 2017, Trump aveva firmato un decreto per la ripresa della realizzazione del Dakota Access con la conseguente resa della tribù di Sioux. A luglio 2020, però, il giudice federale James Boasberg, della corte distrettuale del District of Columbia, aveva disposto la chiusura temporanea del cantiere per la costruzione del maxi oleodotto di quasi duemila chilometri. E nel 2020, la Corte Suprema aveva respinto un ricorso della compagnia, sostenendo che fosse necessaria una nuova valutazione d’impatto ambientale. Nel frattempo, però, l’oleodotto ha continuato a trasportare petrolio. LA DIFFICILE POSIZIONE DI GREENPEACE Greenpeace International continuerà a opporsi alle tattiche di intimidazione. Non saremo messi a tacere. Al contrario, alzeremo ancora di più la nostra voce, unendola a quella dei nostri alleati in tutto il mondo contro le aziende inquinanti e gli oligarchi miliardari che antepongono il profitto alle persone e al pianeta” spiega Mads Christensen, direttore esecutivo di Greenpeace International. Per l’organizzazione, le cause consecutive intentate da Energy Transfer contro Greenpeace International e le organizzazioni statunitensi Greenpeace Usa e Greenpeace Fund “sono esempi lampanti di slapp, azioni legali volte a sommergere organizzazioni non profit e attivisti di spese legali, spingerli verso la bancarotta e, in ultima analisi, mettere a tacere il dissenso”. Greenpeace International, con sede nei Paesi Bassi, sta cercando giustizia in Europa con una causa contro Energy Transfer, ai sensi del diritto olandese e della nuova direttiva anti-slapp dell’Unione Europea, un banco di prova storico della nuova legislazione che potrebbe contribuire a stabilire un importante precedente contro le intimidazioni aziendali. “Esprimersi contro le aziende che causano danni ambientali non dovrebbe mai essere considerato illegale. È garantito dalla Costituzione degli Stati Uniti ed è essenziale per la tutela delle comunità e per la salute della democrazia” Marco Simons, General Counsel ad interim di Greenpeace Usa e Greenpeace Fund. E ricorda: “Queste organizzazioni Greenpeace sono state ritenute responsabili per aver presumibilmente ritardato un oleodotto che, ancora oggi, non dispone dell’autorizzazione legale per operare e che in realtà è stato ritardato dalle decisioni del Corpo degli ingegneri dell’Esercito degli Stati Uniti”. Fotocredits: Stephanie Keith, Greenpeace L'articolo Greenpeace rischia il fallimento per l’Oleodotto in North Dakota difeso da Trump. Condannata a pagare 345 milioni di dollari proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I rischi del cibo confezionato nella plastica e riscaldato. Greenpeace: “Adatto al microonde? È un’illusione”
Riscaldando nel microonde o nel forno cibi pronti e da asporto confezionati in contenitori di plastica si rischia il rilascio di centinaia di migliaia di particelle di microplastiche e nanoplastiche direttamente negli alimenti, insieme a una miscela di sostanze tossiche. Nell’analisi, soggetta a peer review, contenuta nel rapporto “Siamo cotti? I rischi sanitari nascosti dei piatti pronti confezionati nella plastica”, Greenpeace International ha esaminato 24 articoli e studi pubblicati recentemente in riviste scientifiche su prodotti alimentari pronti. Sono pubblicizzati come “sicuri da riscaldare” ma, stando alle ricerche e agli articoli analizzati, rischiano di esporre ogni giorno milioni di persone a contaminanti invisibili. “Le persone pensano sia sicuro acquistare e riscaldare un pasto confezionato nella plastica: in realtà veniamo esposti a un mix di microplastiche e sostanze chimiche pericolose che non dovrebbero mai venire a contatto con il cibo che mangiamo” commenta Graham Forbes, responsabile della campagna globale sulla plastica di Greenpeace Usa. COSA ACCADE IN POCHI MINUTI DI MICROONDE Secondo uno studio del Dipartimento di Scienze Alimentari dell’Università del Massachusetts Amherst, che ha seguito le linee guida della Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti per le sostanze a contatto con gli alimenti, dalle 326mila alle 534mila particelle si disperdono nei simulanti alimentari dopo soli cinque minuti di riscaldamento al microonde, fino a sette volte in più rispetto al riscaldamento in forno. Il riscaldamento aumenta drasticamente la contaminazione chimica: in diversi studi, campioni di plastica comune sottoposti a microonde, come polipropilene e polistirene, hanno rilasciato additivi chimici in cibi o in simulanti alimentari, inclusi plastificanti e antiossidanti. E l’attuale regolamentazione è insufficiente a proteggere la salute pubblica. UNA REGOLAMENTAZIONE INSUFFICIENTE È noto che oltre 4.200 sostanze chimiche pericolose sono utilizzate o presenti nelle plastiche, ma la maggior parte non è regolamentata negli imballaggi alimentari. Alcune sostanze, come bisfenolo, ftalati, Pfas e metalli tossici come l’antimonio, sono collegate a cancro, infertilità, disfunzione ormonale e malattie metaboliche. Almeno 1.396 sostanze chimiche presenti nelle plastiche che vengono a contatto con gli alimenti sono state rilevate anche nel corpo umano, con crescenti evidenze che collegano l’esposizione a queste sostanze con disturbi del neurosviluppo, malattie cardiovascolari, obesità e diabete di tipo 2. Lo ha evidenziato anche la rivista scientifica ‘The Lancet’ che, ad agosto 2025, ha lanciato un monito sui danni che la plastica provoca “in ogni fase del suo ciclo di vita” e “in ogni fase della vita umana”, promuovendo il ‘Lancet Countdown on Health and Plastics’. I contenitori vecchi, graffiati o riutilizzati sono i più problematici: la plastica usurata, infatti, rilascia quasi il doppio delle particelle di microplastica rispetto agli imballaggi nuovi. “I governi hanno lasciato che l’industria petrolchimica e della plastica trasformasse le nostre cucine in laboratori di sperimentazione: il nostro rapporto mostra che la dicitura “adatto al microonde” non è altro che un’illusione” continua Forbes. IL TREND DEI PASTI GIÀ PRONTI: UN MERCATO IN EVOLUZIONE Eppure, i piatti pronti confezionati nella plastica rappresentano uno dei segmenti in più rapida crescita nel sistema alimentare globale, con un valore di quasi 190 miliardi di dollari, secondo una ricerca di Towards FnB. Nel 2024 la produzione di piatti pronti ha raggiunto un volume globale di 71 milioni di tonnellate, una media di 12,6 chilogrammi pro capite, mentre anche il costo di un piatto pronto e i ricavi pro-capite sono destinati ad aumentare, avverte una ricerca di mercato del portale Statista. Di fatto, un’analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia ha mostrato che gli imballaggi in plastica rappresentano circa il 36% di tutta la plastica e che la produzione di plastica è destinata a più che raddoppiare entro il 2050 rispetto ai livelli attuali. Le autorità di regolamentazione non sono riuscite finora a tenere il passo. “A livello globale – spiega Greenpeace International – mancano linee guida normative adeguate sulle microplastiche rilasciate dagli imballaggi alimentari, e diciture come ‘adatto al microonde’ o ‘adatto al forno’ forniscono ai consumatori una falsa rassicurazione. La crisi della plastica sta seguendo lo stesso schema già osservato con tabacco, amianto e piombo: nonostante segnali di allarme scientifici comprovati, la risposta è caratterizzata da negazionismo industriale e ritardi normativi”. Per questo, Greenpeace chiede ai governi che negoziano il Trattato globale sulla plastica dell’Onu di agire secondo principi di precauzione e porre fine “a una contaminazione incontrollata e non regolamentata”. L'articolo I rischi del cibo confezionato nella plastica e riscaldato. Greenpeace: “Adatto al microonde? È un’illusione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Chi intasca i fondi della Politica agricola comune: in Italia il 10% più ricco dei beneficiari mette le mani sul 70% dei sussidi
I fondi della Politica agricola comune continuano ad andare a una piccola fetta di beneficiari: in Europa, l’1% più ricco intasca pure fino al 40 per cento dei fondi. In Italia, invece, 10 per cento dei beneficiari più benestanti ha ricevuto circa il 70% dei sussidi. È quanto emerge dal rapporto “Chi si intasca la Pac?” di Greenpeace Europa, che ha raccolto e analizzato i dati sui pagamenti Politica agricola comune del 2024. Il report, pubblicato oggi alla vigilia di una nuova mobilitazione che vedrà gli agricoltori europei in piazza, a Strasburgo, per chiedere una distribuzione migliore e più equa dei sussidi della Pac, evidenzia come alcuni tra i grandi proprietari terrieri e gli attori economici più ricchi d’Europa abbiano percepito quote molto elevate di contributi agricoli in Italia, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Spagna. Tra i maggiori beneficiari di questa distribuzione squilibrata di fondi pubblici ci sono il gruppo Agrofert del primo ministro designato ceco, Andrej Babiš, il più grande proprietario terriero italiano Bonifiche Ferraresi (BF Spa) e gli aristocratici della Casa d’Alba in Spagna. Tutto possibili grazie alle vecchie distorsioni della Pac che i Paesi continuano a non cancellare. Prima fra tutte, i pagamenti diretti basati sulla superficie. “Per effetto delle distorsioni della Pac, il welfare finisce per favorire i più ricchi, mentre non raggiunge in misura sufficiente chi ne ha realmente bisogno: agricoltori a rischio di fallimento, piccole aziende agroecologiche e tutte le realtà che vogliono passare a pratiche più sostenibili” commenta Marco Contiero, direttore delle politiche agricole di Greenpeace Europa. LA PAC CHE ALIMENTA LE DISUGUAGLIANZE E BUTTA FUORI LE PICCOLE AZIENDE La Politica agricola comune rappresenta circa un terzo del bilancio dell’Ue. È stata creata per stabilizzare i redditi agricoli, sostenere le comunità rurali e garantire l’approvvigionamento alimentare europeo. Sebbene abbia avuto un ruolo nel rafforzare i redditi agricoli, ha avvantaggiato in modo sproporzionato le grandi aziende e i grandi proprietari terrieri, alimentando la crescita di un modello agricolo industriale. Tra il 2007 e il 2022, l’Ue ha perso quasi due milioni di aziende agricole di piccole dimensioni, un calo del 44%. La maggior parte ha chiuso o, in misura minore, è cresciuta fino a raggiungere livelli produttivi industriali. Nel frattempo, il numero di quelle grandi è aumentato del 56 per cento. Le aziende agricole (perlopiù di piccola e media scala) subiscono pressioni economiche che le costringono a ingrandirsi o a chiudere. “Denunciano costi di produzione in continuo aumento, a beneficio delle multinazionali dei fertilizzanti e dei pesticidi – racconta il report – e il crescente potere contrattuale della grande distribuzione (Leggi l’approfondimento), delle industrie alimentari e di altri attori della filiera, che spingono verso il basso i prezzi riconosciuti ai produttori primari”. LA CONCENTRAZIONE DEI SUSSIDI AGRICOLI IN SEI PAESI UE L’analisi di Greenpeace non solo conferma l’ormai noto dato secondo cui l’80% dei sussidi Pac in Europa è concentrato nelle mani del 20% dei beneficiari. Nei sei Stati membri considerati, due terzi dei fondi (tra col 59% e il 69%) vengono destinati in media al 10% più ricco. Nei Paesi Bassi, in particolare, si registra la concentrazione più elevata, con l’1% più ricco dei beneficiari che riceve il 40% dei sussidi Pac. L’Italia risulta in linea con questo trend o leggermente sopra la media, considerato che nel 2024 il 31% dei fondi erogati è finito nelle tasche dell’1% più ricco dei beneficiari, il 69% al 10% e l’82% al 20% dei più ricchi. Anche in Spagna, l’1% più ricco riceve circa il 30% dei sussidi. Queste classifiche si basano su dati pubblici provenienti dai database nazionali sul sostegno agricolo dell’Ue, ma gruppi societari con molte controllate potrebbero non comparire tra l’1% o tra i primi 100 beneficiari, perché i loro sussidi non sono riportati in forma aggregata sotto l’azienda madre. In questo modo, grandi beneficiari possono sfuggire al radar. CHI INTASCA DAVVERO LA PAC Il dossier include casi in cui grandi proprietari terrieri hanno ricevuto tra 195mila euro e 16,6 milioni di euro all’anno. Le prime due aziende italiane in classifica per pagamenti diretti sono BF Spa e Genagricola, ramo agricolo del gruppo Generali. Bonifiche Ferraresi Spa è al primo posto sommando i contributi delle due controllate (che sono al secondo e all’ottantesimo), con cui si arriva a 3,4 milioni di euro nel 2024, di cui 1 milione di euro ricevuto sotto forma di pagamenti diretti. A chi sono andati? BF Agricola S.r.l. Società Agricola è la società attraverso cui il gruppo BF S.p.A. svolge le principali attività di produzione agricola, a seguito del conferimento delle attività agricole e zootecniche di Bonifiche Ferraresi reso effettivo dal 2021. Ma il gruppo BF è anche il più grande proprietario di terreni agricoli d’Italia, con circa 7.750 ettari distribuiti tra Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna. Quotato alla Borsa di Milano “il gruppo integra la produzione ‘dal genoma allo scaffale’, concentrandosi principalmente su cereali, foraggi, oleaginose, riso, frutta e ortaggi – si ricostruisce nel report – mentre la divisione CAI (Consorzi Agrari d’Italia) genera la maggior parte dei ricavi grazie alla vendita di concimi, antiparassitari e carburante agricolo”. Tra i suoi stakeholder ci sono Eni, Ismea, Intesa Sanpaolo, Fondazione Cariplo e altri investitori istituzionali e finanziari. Presidente di BF International (azienda high-tech appartenente a BF Spa) è Vincenzo Gesmundo, attuale e storico segretario generale di Coldiretti, la più grande e potente associazione di categoria del settore agricolo italiano (Leggi l’approfondimento). A dicembre 2025, BF ha siglato l’acquisto di Fratelli Martini per 220 milioni di euro, secondo operatore italiano nel campo dei mangimi animali. L’operazione amplia il business del gruppo al settore delle proteine animali e si inserisce nella strategia di espansione internazionale, in particolare nei Paesi africani. Con questa ultima integrazione, il fatturato consolidato di BF sale a circa 3 miliardi di euro. Altri 2,6 miliardi (di cui circa 845mila di pagamenti diretti) sono andati a Genagricola S.p.A., che da sola è al primo posto nella classifica dei maggiori beneficiari di pagamenti diretti della Pac. Creata nel 1974 per gestire gli asset agricoli di Generali, oggi opera all’interno di Leone Alato S.p.a., la holding agroalimentare del gruppo. “Genagricola controlla oltre 12mila ettari di terreni agricoli in Italia e in Romania – racconta Greenpeace – che comprendono seminativi, vigneti e allevamenti e ha ampliato le proprie attività attraverso società come Sementi Dom Dotto S.p.a., attiva nella produzione di sementi, fertilizzanti e pet food”. Fuori dall’Italia, il gruppo possiede circa 5mila ettari di terreni agricoli e 1.770 ettari di foreste in Romania. SE LA PAC SOSTENESSE I PICCOLI AGRICOLTORI “Mentre entrambi i gruppi rivendicano un impegno verso la sostenibilità, i loro modelli – supportati da reti politiche e industriali di grande peso – rischiano di ampliare le disuguaglianze, accentuare impatti ambientali e mettere in secondo piano le esigenze delle comunità agricole e dei territori più vulnerabili” commenta Simona Savini, campaigner Agricoltura di Greenpeace Italia. Secondo Greenpeace, i soldi della Pac potrebbero essere meglio spesi per sostenere i piccoli agricoltori e incentivare la sostenibilità. In base ai costi medi ricavati da evidenze pubblicate e raccolti dall’Institute for European Environmental Policy, le risorse destinate al solo gruppo Agrofert di Babiš (16,6 milioni di euro nel 2024) potrebbero essere utilizzate, ad esempio, per sostenere fino a 7.703 piccole aziende agricole nell’adozione di pratiche più efficienti nell’uso dell’acqua. Mentre sommando i contributi pubblici incassati dalle prime due aziende italiane in classifica per pagamenti diretti, cioè BF Spa e Genagricola si ottiene una cifra di oltre 6 milioni di euro, che potrebbe sostenere circa 2.500 piccole aziende nell’adozione di pratiche per il risparmio idrico. Greenpeace chiede che la nuova Pac elimini gradualmente i pagamenti diretti basati sulla superficie, dia priorità al sostegno al reddito per le aziende con il maggior valore ecologico e sociale, applichi scale progressive e tetti massimi ai sussidi, e destini almeno il 50% del budget ad azioni ambientali e climatiche entro la fine del periodo di programmazione. L'articolo Chi intasca i fondi della Politica agricola comune: in Italia il 10% più ricco dei beneficiari mette le mani sul 70% dei sussidi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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