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Dalle piazze dell’8 marzo emerge una parola chiave: intersezionalità. Chi è antispecista la conosce bene
di Roberta Marchi L’8 marzo, in occasione della Giornata internazionale della donna, le piazze di molte città si sono riempite di persone. Donne, ma anche uomini, sono scesi in strada per protestare contro la violenza di genere, le disuguaglianze ancora diffuse e una società che continua a reggersi su strutture patriarcali. Anche quest’anno cortei e manifestazioni hanno ricordato che il femminismo non è una questione del passato, ma una lotta viva e necessaria. Molte di noi erano in piazza. E proprio da quelle piazze emerge con sempre maggiore forza una parola chiave dei movimenti contemporanei: intersezionalità. L’idea che le diverse forme di oppressione non agiscano da sole, ma si intreccino tra loro e si rafforzino a vicenda. Sessismo, razzismo, classismo, abilismo e altre gerarchie sociali condividono strutture di dominio simili e si alimentano attraverso logiche comuni di sfruttamento e disuguaglianza. Per chi è antispecista questa consapevolezza appare quasi inevitabile. L’antispecismo, infatti, mette in discussione una delle gerarchie più profonde e normalizzate della nostra società: quella tra specie. Rifiutare lo sfruttamento degli animali significa riconoscere che la violenza istituzionalizzata contro un gruppo di individui, giustificata attraverso l’idea di superiorità, non è un fenomeno isolato ma parte di una struttura più ampia di dominio. Eppure questa intersezionalità, che per gli antispecisti è quasi scontata, non lo è sempre per chi si batte contro altre forme di oppressione. Una delle ragioni potrebbe essere che l’antispecismo richiede un cambiamento profondamente personale e quotidiano. Non riguarda soltanto principi astratti o battaglie politiche, implica una trasformazione delle abitudini più radicate, a partire dall’alimentazione, dai consumi e dalle tradizioni culturali. Mettere in discussione lo sfruttamento animale significa interrogarsi sul proprio stile di vita, sui rituali familiari, su ciò che per molti è sempre stato considerato “normale”. Questa dimensione personale rende l’antispecismo una pratica politica quotidiana, ma allo stesso tempo può renderlo più difficile da integrare nelle lotte di altri movimenti, dove il cambiamento richiesto non appare immediatamente legato alle abitudini individuali. L’intersezione tra antispecismo e femminismo emerge in modo particolarmente evidente osservando il modo in cui gli animali di sesso femminile vengono sfruttati all’interno dell’industria alimentare. Gran parte della produzione animale si fonda sul controllo dei corpi riproduttivi delle femmine. Le mucche vengono inseminate artificialmente per produrre latte; i vitelli vengono separati dalle madri poche ore o pochi giorni dopo la nascita; le galline sono selezionate geneticamente per deporre un numero innaturalmente alto di uova; le scrofe negli allevamenti intensivi vengono confinate in gabbie che impediscono loro perfino di girarsi. Il sistema non sfrutta semplicemente “gli animali” in generale: sfrutta in modo specifico la capacità riproduttiva dei corpi femminili. La produzione di latte, uova e nuovi individui è possibile solo attraverso il controllo e la manipolazione della riproduzione. Questo parallelismo è stato evidenziato da numerose teoriche femministe antispeciste, che hanno messo in luce come le logiche patriarcali di dominio sui corpi femminili trovino un’estensione nello sfruttamento degli animali. Una delle analisi più importanti in questo ambito è quella della scrittrice femminista antispecista Carol J. Adams, autrice del libro The Sexual Politics of Meat (“Carne da macello”). Nel suo lavoro, la scrittrice mostra come il consumo di carne sia storicamente e simbolicamente associato alla virilità, al potere e alla dominazione. La carne diventa un simbolo di forza e status, mentre i corpi animali vengono resi invisibili attraverso il “referente assente”: l’animale scompare dal linguaggio e dall’immaginario quando diventa prodotto alimentare. Allo stesso tempo, Adams evidenzia come il linguaggio e l’immaginario culturale colleghino frequentemente la sessualizzazione dei corpi femminili alla rappresentazione della carne e del consumo. In molte pubblicità e narrazioni culturali, i corpi delle donne e quelli degli animali vengono oggettificati e resi oggetti di consumo. Questa analisi non intende equiparare in modo semplicistico le diverse forme di oppressione, ma mostrare come esse condividano logiche culturali e simboliche simili: oggettificazione, controllo del corpo, riduzione dell’individuo a risorsa. Riconoscere queste connessioni non significa diluire le specificità delle diverse lotte. Significa piuttosto comprendere che i sistemi di dominio raramente operano in modo isolato. L’intersezionalità, in questo senso, non è soltanto una strategia politica, ma uno strumento di comprensione del mondo. Se le strutture di oppressione sono intrecciate, anche i percorsi di liberazione possono rafforzarsi a vicenda. Per questo motivo il dialogo tra transfemminismo e antispecismo non rappresenta una semplice alleanza tra movimenti diversi, ma l’occasione per immaginare una critica più ampia alle gerarchie che organizzano la nostra società: tra generi, tra classi, tra etnie e tra specie. 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8 marzo
Labbra gonfiate con filler, naso ritoccato e gobba accentuata con silicone: i cammelli “rifatti” ai concorsi di bellezza, è scandalo in Oman
Iniezioni di acido ialuronico per rendere le labbra più voluminose e carnose, filler per ridefinire e scolpire la forma del naso, botox per distendere le linee del muso e, come se non bastasse, persino impianti di silicone per accentuare e sollevare la gobba. Se state pensando all’ultimo capriccio di qualche vip in cerca di eterna giovinezza o all’elenco dei trattamenti più richiesti nello studio di un rinomato medico estetico, siete decisamente fuori strada. A subire questi veri e propri interventi di chirurgia plastica non è stata una star di Hollywood, bensì degli ignari e incolpevoli cammelli. La mania del “ritocchino” ha ormai superato ogni limite di ragionevolezza, finendo per coinvolgere pericolosamente, e loro malgrado, anche gli animali. I concorsi di bellezza, infatti, non riguardano più solo le persone: in alcune parti del mondo, mandrie e greggi finiscono sotto i riflettori di competizioni in cui l’aspetto estetico diventa l’unico, spietato criterio di giudizio. Ma quando la ricerca della perfezione a tutti i costi calpesta il buon senso, il confine tra la gara tradizionale e l’abuso rischia di diventare sottilissimo. LO SCANDALO IN OMAN: SQUALIFICATI 20 ANIMALI È esattamente quello che è accaduto al Camel Beauty Show Festival 2026, l’atteso evento tenutosi ad Al Musanaa, in Oman. Qui, gli ispettori incaricati di garantire il rispetto delle rigide regole della competizione hanno individuato e smascherato diversi casi di manipolazione estetica e frode. Alcuni proprietari, disposti a tutto pur di migliorare l’aspetto dei propri animali e aumentare così le possibilità di vittoria (e di accaparrarsi i ricchissimi premi in palio), hanno trasformato i loro esemplari in veri e propri “pazienti” da clinica estetica. Le rigorose verifiche veterinarie hanno portato alla luce pratiche sorprendenti e scorrette: non solo labbra gonfiate ad arte, nasi rimodellati e gobbe al silicone, ma in alcuni casi è stato rilevato persino l’utilizzo illecito di ormoni per aumentare artificialmente la massa muscolare degli animali. Il risultato di questa frode a colpi di siringhe? Venti cammelli sono stati immediatamente squalificati dalla competizione, innescando l’apertura di nuove, accese polemiche sulla deriva etica che sta travolgendo questi storici festival. CAMMELLI DAL CHIRURGO ESTETICO: IL BUSINESS MILIONARIO Dietro queste competizioni si muove un mercato enorme, capace di muovere premi da decine di milioni di dollari. Come riportato da Forbes, infatti, i montepremi di questo evento possono raggiungere anche i 66 milioni di dollari. Oltre al denaro, i vincitori ottengono prestigio, diritti di riproduzione e spesso ricompense aggiuntive come automobili o bonus economici. Per gli allevatori, conquistare il titolo significa aumentare il valore dell’animale e rafforzare la propria reputazione nel settore. Proprio l’importanza economica di queste competizioni spinge alcuni partecipanti a cercare scorciatoie per emergere: gli standard richiesti, dalla lucentezza del mantello alla forma della testa fino alla lunghezza del collo, sono sempre più elevati e non tutti sono disposti a rispettare le regole. Le manipolazioni estetiche, tuttavia, non rappresentano solo una violazione del regolamento, ma anche un serio rischio per la salute degli animali: iniezioni e interventi possono provocare dolore, infezioni, lividi o ascessi, soprattutto se effettuati senza adeguate condizioni di sicurezza o supervisione veterinaria. Non è la prima volta che emergono casi simili: nel 2021 oltre 40 cammelli sono stati squalificati dopo controlli con raggi X, ultrasuoni e test genetici che hanno rivelato l’uso di botox, filler o ormoni. Un fenomeno che racconta una corsa al prestigio e al profitto in cui, troppo spesso, il benessere degli animali finisce in secondo piano. L'articolo Labbra gonfiate con filler, naso ritoccato e gobba accentuata con silicone: i cammelli “rifatti” ai concorsi di bellezza, è scandalo in Oman proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pollo scaduto servito nei Kfc di Cechia e Danimarca: noi di Essere Animali chiediamo garanzie per l’Italia
di Simone Montuschi La multinazionale del pollo fritto KFC è al centro di un doppio scandalo che ha colpito i ristoranti di Danimarca e Repubblica Ceca. In entrambi i paesi, alcune inchieste giornalistiche hanno rivelato presunte pratiche illecite legate alla manipolazione delle date di scadenza sulla carne. Secondo alcune testimonianze, i dipendenti avrebbero servito ai clienti pollo scongelato oltre la data di scadenza, aggiornando le confezioni con nuove etichette che venivano stampate all’occorrenza. In Danimarca, gli ispettori dell’Autorità Veterinaria e Alimentare hanno trovato pollo conservato in frigoriferi caldi e sporchi, carne non etichettata correttamente e in alcuni casi coperta da muffa. KFC Danimarca ha deciso di chiudere definitivamente tutti i ristoranti danesi fino a quando non troverà un nuovo operatore in franchising. In Repubblica Ceca l’Autorità Statale di Ispezione Agricola e Alimentare (SZPI) ha effettuato oltre 140 ispezioni in tutti i ristoranti KFC, in alcuni casi più volte, riscontrando violazioni in circa una sede su tre. Per questo motivo, Essere Animali ha diffuso un video con il quale denuncia che da KFC “si sa davvero come sporcarsi”, riprendendo e ribaltando un recente claim pubblicitario di KFC Italia, e chiedendo all’azienda prove documentali dell’assenza di casistiche analoghe nei 150 ristoranti presenti nel nostro paese. Non solo: perché ancora una volta Essere Animali è tornata a chiedere soprattutto un maggior impegno nel garantire standard più elevati ai polli allevati nelle loro filiere. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Essere Animali (@essereanimali) Dal 2023 Essere Animali porta avanti una campagna sostenuta da decine di migliaia di persone con la quale chiede a KFC Italia di sottoscrivere lo European Chicken Commitment (Ecc), una serie di criteri che hanno l’obiettivo di migliorare le condizioni dei polli negli allevamenti, tra cui la riduzione delle densità di allevamento, l’utilizzo di razze a più lento accrescimento, la presenza di arricchimenti ambientali e l’uso di metodi di stordimento più rispettosi. Come mostrano le inchieste diffuse da Essere Animali, negli allevamenti che riforniscono KFC Italia, migliaia di polli soffrono ogni giorno: stipati in capannoni sovraffollati, costretti a vivere tra i loro escrementi e selezionati geneticamente per crescere così in fretta da non riuscire nemmeno a reggersi in piedi. Da ormai quasi tre anni cerchiamo un dialogo con il colosso del pollo fritto, che nel nostro Paese conta ormai 150 ristoranti, ma l’azienda non si è mai dimostrata aperta al confronto o interessata a migliorare la propria politica aziendale sul benessere dei polli. Secondo il report The Pecking Order 2025, che analizza le comunicazioni pubbliche delle principali catene di fast-food e ristoranti in Europa rispetto alle richieste dell’Ecc, KFC Italia non ha registrato nessun avanzamento di livello rispetto all’edizione 2024 e ha ricevuto ancora una volta una valutazione “scarsa”. È inaccettabile che di fronte ai nostri ripetuti tentativi di dialogo l’azienda continui a ignorare gli appelli di Essere Animali e di oltre 50mila persone che in questi anni hanno firmato la nostra petizione. Con un fatturato di 179 milioni di euro e l’obiettivo di superare i 200 punti vendita entro il 2027, KFC Italia può e deve fare di più per rispondere alle richieste dei consumatori, che chiedono più trasparenza e un maggiore impegno per i polli. Chiedi anche tu a KFC Italia di migliorare le condizioni dei polli: firma la petizione. L'articolo Pollo scaduto servito nei Kfc di Cechia e Danimarca: noi di Essere Animali chiediamo garanzie per l’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Al di là del cibo, ciò per cui noi dei Santuari Liberi lottiamo è un vero movimento di liberazione
di Lisa Marino L’anno nuovo è arrivato, e con esso i buoni propositi. E così, da gennaio, siamo bombardati da stimoli e incentivi a pianificare progetti e obiettivi. Tra questi, compare anche quello di mangiare vegetale o “più” vegetale. Certo – ci viene da dire – perché no? Ma quello per cui quotidianamente lottiamo è un vero e proprio movimento di liberazione che, seppur sottendendolo, va ben oltre ciò di cui ci alimentiamo. Quello in cui crediamo fermamente è la lotta contro ogni discriminazione e oppressione. E i Santuari, o rifugi antispecisti, ne sono campo d’azione. Luoghi al margine, estremamente sovversivi, dove individui di diversa specie esistono e resistono, riappropriandosi dei propri corpi e della propria identità. Individui che al di fuori dei Santuari sono visti come oggetti, ma che grazie all’alleanza con gli umani che attraversano questi luoghi, riacquistano lo status di soggetti aventi diritto alla cura, alla vita e alla solidarietà. A chi non si è mai avvicinato ai Santuari, sfugge spesso l’istanza politica che li contraddistingue. Istanza che li rende ben lontani dall’essere spazi di svago, fattorie didattiche o luoghi in cui passare del tempo con gli animali per terapia o diletto. I Santuari, infatti, grazie all’alleanza tra non umani e umani e alla politica antispecista, si pongono come avamposti di liberazione totale, dove la testimonianza e la voce stessa degli animali mirano a uno scardinamento delle logiche del profitto che imperano nella società in cui viviamo. Una società capitalista, patriarcale e alla base, appunto, specista. Insomma, il lavoro quotidiano di cura e solidarietà a fianco di quei corpi e quelle soggettività che portano i segni del sopruso e dell’ingiustizia è una pratica che per noi non si riduce alla scelta di cosa mangiare oggi. Vediamo meglio alcune delle nostre motivazioni. 1. Mangiare vegetale non è sinonimo di antispecismo. Il veganismo, secondo la definizione data dalla Vegan Society, è “una filosofia e uno stile di vita volto a escludere, per quanto possibile e praticabile, tutte le forme di sfruttamento e crudeltà verso gli animali”. Ciò può essere rafforzato dall’antispecismo, ossia “il movimento filosofico, etico e politico che rifiuta la concezione specista di una presunta superiorità umana, negando che la specie di appartenenza giustifichi lo sfruttamento e la discriminazione degli animali non umani”. E (aggiungiamo noi), in quanto tale, l’antispecismo non può che essere intersezionale ed essere anche anticapitalista, antirazzista, transfemminista e antiabilista. Ridurre tutto ciò a un’alternativa alimentare, rischia di svuotare il movimento del suo significato intrinseco di alternativa politica critica alla società e alla cultura imperante, riducendo il tutto a una questione personale, a un trend o a una fase transitoria. 2. Gli argomenti indiretti hanno valore, ma distolgono dal cuore della questione. Spesso si parla dell’alimentazione vegetale segnalandone i benefici per noi, come possono essere il minore impatto ambientale e una migliore salute. Si tratta di valori certamente importanti. Ma a ben vedere, queste tematiche richiamano vantaggi per l’essere umano e mantengono dunque una connotazione antropocentrica, non contribuendo a costruire la solida consapevolezza che sta alla base dell’atto di alleanza con gli animali di altre specie, che in questa istanza diventano, di fatto, invisibili. 3. Vegetale non fa sempre rima con etico. Non tutti i prodotti “vegan” sono privi di sfruttamento e crudeltà. A cominciare da quelli che finanziano la sperimentazione animale, alle aziende che devastano territori, foreste e animali selvatici, che si fondano su politiche di sfruttamento del lavoro, o sull’oppressione di minoranze o interi popoli. Siamo consapevoli che la ricerca della coerenza al 100% è utopistica, illusoria e, talvolta, controproducente. Quello che teniamo a rimarcare, però, è come la logica capitalista abbia cavalcato l’onda della richiesta vegan facendone merce portatrice di profitto, senza mettere in alcun modo in discussione un sistema che si basa sullo sfruttamento strutturale di esseri viventi. In conclusione ci teniamo a specificare che quanto esposto non vuole essere una critica alle scelte individuali. Al contrario, è una riflessione su un sistema che fa della normalizzazione della violenza e del mantenimento dei privilegi di pochi il proprio caposaldo. Invitiamo chiunque ci legge ad approfondire e a sovvertire con noi. Da dove cominciare? Per esempio, dall’avvicinarsi ai Santuari di Animali Liberi. L'articolo Al di là del cibo, ciò per cui noi dei Santuari Liberi lottiamo è un vero movimento di liberazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Botti di Capodanno, un cane morto a Firenze: ha ceduto il cuore. Rischi per gli animali: i consigli dei veterinari
Un cane è morto per i botti di Capodanno a Firenze: il suo cuore ha ceduto per lo spavento. Era un ospite de ‘Il Parco degli Animali’, canile rifugio del Comune di Firenze e sede dell’Ufficio per i Diritti degli Animali. Il post su Facebook che ha comunicato la notizie ha subito ricevuto centinaia di commenti di dispiacere e di critica a chi fa esplodere petardi e botti. Un tema che torna ciclicamente ogni Capodanno. Il Wff ha lanciato un appello per fermare i botti e sostituirli con opzioni a basso rumore o giochi di luci: un gesto a tutela delle persone fragili, degli animali e anche dell’ambiente. Mentre i veterinari diffondono consigli su come tutelare gli animali domestici. LE LINEE GUIDA PER GLI ANIMALI Il Dipartimento Veterinario di Ats Brianza ha varato delle linee guida per ridurre stress e pericolo per gli animali domestici durante lo scoppio dei botti nelle festività. A parlare sono Antonella Fiore e Virna Cavalli, due dirigenti del Dipartimento veterinario che spiegano come “la regola principale è evitare, per quanto possibile, l’esposizione di cani e gatti ai luoghi in cui vengono esplosi i petardi, privilegiando ambienti tranquilli e poco rumorosi”. Durante questi eventi è pericolosissimo tenere i cani legati alla catena, questo “può esporli a gravi rischi” e il consiglio è di “verificare con attenzione la sicurezza delle recinzioni“. La soluzione migliore secondo gli esperti sarebbe “quella di predisporre un riparo sicuro al chiuso, come una cantina o un garage“. Evitare dunque di lasciarli all’aperto. Per i cani che vivono in casa e soffrono di fobie, disturbi o crisi epilettiche è consigliabile fissare una visita o, nel caso si fosse impossibilitati, concordare con un medico un trattamento di nutraceutici con inizio almeno una settimana prima dell’evento e non oltre le 48 ore precedenti. Possono essere utili diffusori di feromoni e si consiglia di allestire un ambiente sicuro per l’animale. Alcune idee sono: musica e tv accese, luci soffuse, finestre chiuse e cuccia o cuscino abituali. Consigli che diventano categorici nel caso l’animale si trovasse da solo in casa. Stesso discorso per i gatti, esclusi quelli selvatici. Per le uscite, invece, si consiglia nei giorni interessati dai botti l’utilizzo della pettorina antifuga. Importante è, inoltre, assecondare l’animale nel caso mostrasse disagio e volesse tornare a casa e non rimproverarlo o forzarlo se dimostrasse paura. L’APPELLO DEL WWF Il Wwf Italia chiede di fermare la tradizione degli spettacoli pirotecnici. L’appello è rivolto specialmente ai comuni, affinché vietino con un’apposita ordinanza i botti di Capodanno nel loro territorio, come già successo ad esempio a Roma e non solo. Anche se secondo il Wwf “purtroppo con un livello di rispetto delle regole ancora troppo basso da parte dei cittadini”. Secondo l’associazione ambientalista i botti “provocano traumi, disorientamento, fughe caotiche e shock immediati negli animali selvatici, con conseguenze spesso mortali, ma anche effetti a lungo termine, come alterazioni comportamentali e danni al sistema riproduttivo”. Inoltre causerebbero “panico, ansia e stress negli animali domestici e in città possono danneggiare anche la vegetazione”. Questo perché le temperature elevate e le scintille potrebbero bruciare chiome e tronchi di alberi provocando incendi. Inoltre, per il Wwf non è trascurabile l’impatto ambientale degli spettacoli “per la presenza di metalli pesanti, particolato e perclorati”. Secondo i dati ogni anno in Italia migliaia di animali muoiono a causa dei botti di fine anno. L’80% delle vittime sono selvatiche – uccelli, soprattutto rapaci che perdono l’orientamento sono la maggioranza – e molti abbandonano i loro rifugi vagando a vuoto. In questo modo muoiono per il freddo e per l’alto dispendio energetico improvviso in una stagione già caratterizzata dalla scarsità di cibo. L'articolo Botti di Capodanno, un cane morto a Firenze: ha ceduto il cuore. Rischi per gli animali: i consigli dei veterinari proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Agnelli costretti a enormi sofferenze per Natale: il loro benessere non resti uno slogan vuoto
a firma di Chiara Caprio ‹ › 1 / 3 TRASPORTI-NATALE-2025_ESSERE-ANIMALI-3 ‹ › 2 / 3 1 ‹ › 3 / 3 TRASPORTI-NATALE-2025_ESSERE-ANIMALI-1 In questo periodo dell’anno si sente parlare moltissimo di “tradizione”, soprattutto in ambito culinario, senza considerare però che moltissimi dei cosiddetti “piatti tradizionali” nascondono enormi sofferenze. Il pranzo di Natale prevede anche capponi castrati senza anestesia per avere carne più tenera, tacchini allevati in capannoni sovraffollati, quaglie rinchiuse in gabbie minuscole. E poi ci sono gli agnelli che, ancora cuccioli, sono costretti a viaggi lunghissimi, a volte senza cibo né acqua. In questo periodo nel nostro Paese il consumo di carne di agnello raggiunge uno dei suoi picchi: tra Natale e Pasqua, secondo Ismea, viene acquistata la metà di tutta la carne ovina venduta durante l’anno. Nella tradizione italiana, soprattutto al Centro-Sud, l’agnello è un grande classico della cucina natalizia, in particolare come piatto regionale in Sardegna e in tutto il Lazio con il cosiddetto “abbacchio alla romana”. Anche quest’anno Essere Animali è tornata in autostrada al confine con la Slovenia per documentare i viaggi che migliaia e migliaia di agnelli sono costretti ad affrontare prima di raggiungere i grandi macelli di Toscana, Lazio e Puglia, fino ad arrivare alle tavole italiane. Su 10 agnelli consumati in Italia, infatti, 4 vengono importati, principalmente dai Paesi dell’Est Europa (Ungheria, Romania e Polonia in primis), obbligandoli a viaggi che possono durare anche 30 ore. Secondo i dati Eurostat, nel 2024 l’Italia ha macellato quasi 650mila agnelli provenienti dall’Unione Europea, di cui oltre 400mila solo da Ungheria, Romania e Polonia. Nel solo mese di dicembre dello scorso anno, su un totale di 102mila agnelli importati dall’Unione Europea, oltre 50mila provenivano proprio dai Paesi dell’Est Europa. Per 5 giorni il nostro team investigativo, insieme all’associazione tedesca Animal Welfare Foundation, ha tenuto monitorato il tratto più importante per queste importazioni, il varco di Gorizia, ispezionando diversi camion provenienti dall’Ungheria che trasportavano agnelli giovanissimi, appena svezzati, esposti al freddo e costretti su camion senza lettiera e senza accesso ad acqua e cibo a causa dei beverini inadeguati per le loro esigenze di specie. Sono moltissime le sofferenze e le violazioni che negli ultimi 5 anni Essere Animali ha documentato durante questi lunghi viaggi, come sovraffollamento, animali feriti, intrappolati nelle partizioni dei camion, o morti, lettiera carica di deiezioni o assente, presenza a bordo di animali non svezzati insieme a capi più grossi, beverini mal funzionanti o inadeguati, problemi alla ventilazione, irregolarità documentali. Le nostre immagini sono state viste da milioni di telespettatori e abbiamo coinvolto parlamentari che hanno presentato diverse interrogazioni, tra cui un Question Time in Aula al quale ha risposto direttamente il Ministro Lollobrigida. Oggi l’Europa sta discutendo una nuova normativa che dovrebbe portare a un miglioramento del trasporto di animali vivi e all’abbandono delle pratiche peggiori, come il trasporto via nave e il trasporto di animali vulnerabili, come gli agnellini non svezzati. Chiediamo che l’Italia faccia la propria parte e che dimostri con il proprio voto in Ue che il benessere degli animali non è uno slogan vuoto da usare a convenienza, ma un impegno concreto da perseguire ogni giorno con scelte politiche ed economiche forti, etiche e pragmatiche, per la tutela della salute degli animali, dell’ambiente e di tutti noi. L'articolo Agnelli costretti a enormi sofferenze per Natale: il loro benessere non resti uno slogan vuoto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La verità dietro il mega zoo del miliardario Ambani: il centro Vantara che dice di salvare animali a rischio estinzione finisce sotto accusa
Anant Ambani è il figlio minore dell’uomo più ricco d’Asia, che Forbes colloca al diciannovesimo posto tra i miliardari del mondo. Mukesh, il padre, è a capo di un impero industriale che si occupa di petrolio, raffinazione e petrolchimico con un fatturato annuo di circa 20 miliardi di dollari. Da noi – vale a dire, in Occidente – Ambani jr è diventato famoso nel 2024, quando ha organizzato quello che è stato definito il matrimonio dell’anno. Celebrazioni durate mesi, uno stuolo di vip (tra gli altri Rihanna, Drake, Justin Bieber, Kim Kardashian) e di politici (Narendra Modi, Boris Johnson, Tony Blair, il nostro Matteo Renzi). Spesa stimata: 600 milioni di dollari. In casa Ambani, poi, Trump jr (quello che è venuto in Laguna a Venezia a uccidere specie protette) è di famiglia. Bene, ciò che non tutti sanno è che Ambani guida il più grande e famoso centro al mondo di salvataggio e riabilitazione di animali in pericolo di vita e specie in via d’estinzione: si chiama Vantara (su Instagram ha più di 30 milioni di follower), naturalmente si trova in India, è aperto da un anno e mezzo e conta la bellezza di 150mila animali. Un’enormità. Peraltro, stando a ciò che dicono gli esperti – e pure, superficialmente, a guardare le immagini – garantisce standard elevatissimi nella cura degli esemplari ospitati. Fin qui è tutto bellissimo, il fatto però è che il centro ha un enorme problema. A rivelarlo ufficialmente – dopo notizie frammentarie e voci che si sono rincorse per mesi – è stato il segretariato Cites, l’organo internazionale che si occupa di commercio di fauna e piante. L’occasione è stata la recente Cop20 a Samarcanda, in Uzbekistan, dove la stragrande maggioranza dei Paesi del mondo (tutti aderenti alla convenzione Cites) si riuniscono per fare il punto della situazione. Ebbene, il segretariato ha diffuso un documento in cui evidenza la scarsa trasparenza con cui Vantara importa, da tutto il mondo, gli animali, pure quelli per i quali l’acquisizione è vietata salvo caso eccezionali (Appendice I della convenzione), come ghepardi, scimpanzé, gorilla e bonobo. Le accuse, nello specifico, sono state mosse al Greens Zoological Rescue & Rehabilitation Center e al Radha Krishna Temple Elephant Welfare Trust, che sono gestite proprio da Vantara. Nel report si parla di permessi falsificati (come nel caso di otto scimpanzè provenienti dal Camerun), di veri e propri acquisti di animali (cosa che non potrebbe avvenire, come documentato in Repubblica Ceca, con tanto di fatture) e addirittura si fa l’ipotesi – leggendo il dossier, piuttosto concreta – che gli esemplari siano presi in natura, pratica proibita, e spacciati per essere frutto di riproduzione e allevamento in cattività. Insomma, un bel pasticcio per Ambani jr e il suo progetto Vantara. Sì, perché ciò che emerge, ancorché Cites non presenti prove di traffici illeciti, è che Ambani si preoccuperebbe di ingrossare quello che a tutti gli effetti sembra più un enorme zoo. Prima di redigere il documento, i funzionari Cites hanno visitato Vantara. A Samarcanda, il Comitato permanente Cites ha proposto una sorta di mini sanzione (le sanzioni Cites sono piuttosto efficaci a differenza, per esempio, di quelle della Cop sul clima) nei confronti dell’India, rea di non aver fatto le dovute verifiche sul complesso Vantara. La sanzione suona così: l’India non può emettere ulteriori permessi di importazione per esemplari di specie incluse nell’Appendine I fino a quando non avrà fornito prove sufficienti in cui dimostri di aver attuato verifiche rigorose sugli animali importati, compresa la completa tracciabilità degli esemplari. L’India, dal canto suo, ha prodotto un documento, inoltrato al Cites, nel quale tra le altre cose rigetta la ricostruzione secondo cui sarebbero stati scambiati animali dell’Appendice I per fini commerciali. In ogni caso la sanzione avanzata dal Comitato permanente Cites è stata respinta col voto contrario della maggior parte dei Paesi, salvo quelli appartenenti all’Unione europea. Stando a fonti de ilFattoQuotidiano.it, con la discesa in campo, decisiva, degli Stati Uniti. Sia come sia, non v’è dubbio che su Vantara, e sul miliardario Ambani, si siano allungate ombre che sarà complicato dissipare. Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it Instagram L'articolo La verità dietro il mega zoo del miliardario Ambani: il centro Vantara che dice di salvare animali a rischio estinzione finisce sotto accusa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Panico lupi in Italia: sui media c’è allarmismo, ma credo che lo scopo sia un altro
di Michele Versace Da alcuni mesi, da quando la Ue ha declassato il lupo come specie protetta, rendendolo di fatto suscettibile di abbattimenti pretestuosi, nel nostro paese sono apparsi via via, sempre in numero crescente, articoli allarmanti sulla presenza dei lupi nei boschi, nelle campagne e nei centri urbani. Persone aggredite (non è mai stato dimostrato), armenti sbranati (cosa ci sarebbe di strano?) e perfino cani (lasciati fuori casa) catturati dal predatore. Ai giornali, poi si sono sommati anche i servizi della tv, sia pubblica che privata, a soffiare sul fuoco di una paura irrazionale e immotivata. Questi avvistamenti e i presunti attacchi si sarebbero perpetrati sempre nelle regioni centrosettentrionali, dove la gente non vedeva lupi da quasi un secolo, e perciò non c’è da stupirsi di questa isteria, seppur pilotata, al limite del reato di provocato allarme. Dicono che a pensar male si commetta peccato ma si indovini quasi sempre, perciò non posso fare a meno di credere che questi allarmismi, in determinate regioni e Comuni, abbiano anche (se non solo) lo scopo di distrarre l’opinione pubblica da problemi reali che la politica locale non è in grado di risolvere. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Panico lupi in Italia: sui media c’è allarmismo, ma credo che lo scopo sia un altro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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