di Sascha Camilli*
Con l’inizio del nuovo anno, i difensori degli animali e gli attivisti
ambientali celebrano la decisione dei Paesi Bassi di vietare i fuochi
d’artificio per uso privato. Questa scelta proteggerà gli animali, l’ambiente e
gli esseri umani, eliminando un fattore di stress inutile che spaventa, inquina
e talvolta uccide. Anche l’Italia deve fare lo stesso.
I fuochi d’artificio sono diventati popolari secoli fa, quando si sapeva ancora
poco dell’impatto che hanno sugli animali, il cui udito è molto più sensibile
del nostro. Per loro, i fuochi d’artificio sono esplosioni terrificanti che
scatenano l’istinto di sopravvivenza, spingendoli a scappare e nascondersi.
Innumerevoli cani, gatti, cavalli e animali selvatici rimangono confusi,
disorientati, feriti o morti.
I pronto soccorso veterinari segnalano spesso un aumento di cani smarriti dopo
un grande spettacolo pirotecnico, poiché gli animali terrorizzati vanno nel
panico, si liberano dai guinzagli e saltano le recinzioni. Mentre gli esseri
umani si godono lo scintillio nel cielo, per gli animali è come se fosse
scoppiata una guerra. È noto che gli animali da compagnia arrivino persino a
scagliarsi direttamente contro finestre e porte in vetro pur di fuggire. Ci sono
casi in cui lo stress ha causato gravi danni, persino la perdita della vista, e
altri in cui gli animali sono stati ritrovati annegati sulle spiagge dopo
essersi gettati in mare per fuggire dal frastuono. Cervi e altri animali
selvatici si lanciano sulla traiettoria del traffico, mettendo in pericolo se
stessi e gli automobilisti. Gli uccelli spaventati possono fuggire dal nido e
abbandonare i loro piccoli: i fuochi d’artificio possono destabilizzare gli
ecosistemi sia degli uccelli che della vita marina.
Non sono solo gli animali a soffrire a causa dei fuochi d’artificio. Le persone
con disturbo da stress post-traumatico – in particolare chi ha prestato servizio
nelle forze armate – gli anziani e i bambini, categorie più sensibili ai rumori,
possono essere profondamente spaventati e soffrire di attacchi di panico. E non
dimentichiamo il rischio di infortuni, anche gravi: in particolare nel Sud
Italia si registra un aumento degli incidenti legati ai fuochi d’artificio.
E non è tutto: i fuochi d’artificio non sono nemmeno amici dell’ambiente. Dalle
emissioni di microplastiche all’inquinamento chimico, il nostro desiderio di uno
spettacolo festoso può causare ulteriori danni all’ecosistema. Nel pieno di una
crisi climatica, non ci sono davvero scuse per esacerbare ulteriormente la
situazione.
Nessuno spettacolo pirotecnico vale questa sofferenza, e le alternative
esistono. Straordinari spettacoli di luci laser e droni offrono tutto lo
splendore senza il terrore. Agiamo ora e consegniamo ai libri di storia i fuochi
d’artificio terrificanti, pericolosi e inquinanti.
*Manager delle Pubbliche Relazioni di People for the Ethical Treatment of
Animals (PETA)
L'articolo L’Olanda vieta i fuochi d’artificio, finalmente: quando li
consegneremo anche noi ai libri di storia? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Maltrattamento Animali
Quindici persone, tutte originarie della provincia di Messina, accusate di avere
organizzato una corsa clandestina di cavalli a Camporotondo Etneo, nel Catanese,
sono state denunciate dalla polizia del capoluogo etneo per maltrattamenti di
animali. Al centro delle indagini una gara organizzata, tra due fantini, alle
pendici dell’Etna che è stata ripresa dalle telecamere della Questura che ha
utilizzato anche dei droni per seguirla a distanza e poi bloccarla.
Uno degli organizzatori, che ha tentato inutilmente di fuggire con un complice
su uno scooter, è stato trovato in possesso di 5mila euro e un ‘pizzino’ con i
nomi degli scommettitori. Tutti i fermati dalle volanti della Questura – i due
fantini, i due trasportatori e altri undici organizzatori – sono stati
accompagnati negli uffici della squadra a Cavallo per essere denunciati per
maltrattamento di animali e per aver organizzato una gara clandestina. Tra loro
anche due minorenni.
L'articolo A Catania una corsa clandestina di cavalli è stata scoperta grazie ai
droni: il video e la fuga del fantino proviene da Il Fatto Quotidiano.
La colonna vertebrale rotta e una rasatura sulla schiena. Come riporta La Voce
di Rovigo, a Camponogara, in provincia di Venezia, una gatta è stata ritrovata
in condizioni disperate lo scorso 2 gennaio. Secondo quanto raccontato dalla
padrona dell’animale, Hosna Chouik, nel pomeriggio di Capodanno la gatta si
trovava sul terrazzo della sua abitazione.
Quando la signora è rincasata ha perso le tracce del micio. La donna ha scoperto
il triste destino della sua gatta sui social network. Un utente, infatti, ha
segnalato il ritrovamento di una gatta ferita a Fossò, non lontano da
Camponogara. La gatta camminava a fatica per strada e un passante, viste le sue
condizioni, l’ha portata dal veterinario. La signora Chouik, 49 anni, e la
figlia si sono recate nella clinica veterinaria, dove hanno potuto vedere
l’animale.
Il dottore avrebbe riscontrato fratture alla colonna vertebrale, al bacino e
agli arti. La gatta presentava anche una rasatura sulla schiena. Il veterinario
ha ipotizzato che le ferite potessero essere state provocate da un investimento
stradale, ma la padrona dell’animale non ha creduto a questa versione.
A rafforzare i sospetti è stato il ritrovamento del pelo di animale nei pressi
di un parco vicino all’abitazione, segnalato da una vicina. Date le gravi
condizioni, la gatta è stata soppressa. Hosna Chouik ha sporto denuncia per
maltrattamenti ai Carabinieri, che stanno visionando le telecamere di
videosorveglianza della zona per identificare il colpevole.
L'articolo La colonna vertebrale lesionata e parte del pelo rasato: una gatta
viene rapita e torturata, poi muore. Scatta la denuncia per maltrattamenti
proviene da Il Fatto Quotidiano.
a firma di Chiara Caprio
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In questo periodo dell’anno si sente parlare moltissimo di “tradizione”,
soprattutto in ambito culinario, senza considerare però che moltissimi dei
cosiddetti “piatti tradizionali” nascondono enormi sofferenze. Il pranzo di
Natale prevede anche capponi castrati senza anestesia per avere carne più
tenera, tacchini allevati in capannoni sovraffollati, quaglie rinchiuse in
gabbie minuscole. E poi ci sono gli agnelli che, ancora cuccioli, sono costretti
a viaggi lunghissimi, a volte senza cibo né acqua.
In questo periodo nel nostro Paese il consumo di carne di agnello raggiunge uno
dei suoi picchi: tra Natale e Pasqua, secondo Ismea, viene acquistata la metà di
tutta la carne ovina venduta durante l’anno. Nella tradizione italiana,
soprattutto al Centro-Sud, l’agnello è un grande classico della cucina
natalizia, in particolare come piatto regionale in Sardegna e in tutto il Lazio
con il cosiddetto “abbacchio alla romana”.
Anche quest’anno Essere Animali è tornata in autostrada al confine con la
Slovenia per documentare i viaggi che migliaia e migliaia di agnelli sono
costretti ad affrontare prima di raggiungere i grandi macelli di Toscana, Lazio
e Puglia, fino ad arrivare alle tavole italiane.
Su 10 agnelli consumati in Italia, infatti, 4 vengono importati, principalmente
dai Paesi dell’Est Europa (Ungheria, Romania e Polonia in primis), obbligandoli
a viaggi che possono durare anche 30 ore. Secondo i dati Eurostat, nel 2024
l’Italia ha macellato quasi 650mila agnelli provenienti dall’Unione Europea, di
cui oltre 400mila solo da Ungheria, Romania e Polonia. Nel solo mese di dicembre
dello scorso anno, su un totale di 102mila agnelli importati dall’Unione
Europea, oltre 50mila provenivano proprio dai Paesi dell’Est Europa.
Per 5 giorni il nostro team investigativo, insieme all’associazione tedesca
Animal Welfare Foundation, ha tenuto monitorato il tratto più importante per
queste importazioni, il varco di Gorizia, ispezionando diversi camion
provenienti dall’Ungheria che trasportavano agnelli giovanissimi, appena
svezzati, esposti al freddo e costretti su camion senza lettiera e senza accesso
ad acqua e cibo a causa dei beverini inadeguati per le loro esigenze di specie.
Sono moltissime le sofferenze e le violazioni che negli ultimi 5 anni Essere
Animali ha documentato durante questi lunghi viaggi, come sovraffollamento,
animali feriti, intrappolati nelle partizioni dei camion, o morti, lettiera
carica di deiezioni o assente, presenza a bordo di animali non svezzati insieme
a capi più grossi, beverini mal funzionanti o inadeguati, problemi alla
ventilazione, irregolarità documentali.
Le nostre immagini sono state viste da milioni di telespettatori e abbiamo
coinvolto parlamentari che hanno presentato diverse interrogazioni, tra cui un
Question Time in Aula al quale ha risposto direttamente il Ministro
Lollobrigida. Oggi l’Europa sta discutendo una nuova normativa che dovrebbe
portare a un miglioramento del trasporto di animali vivi e all’abbandono delle
pratiche peggiori, come il trasporto via nave e il trasporto di animali
vulnerabili, come gli agnellini non svezzati.
Chiediamo che l’Italia faccia la propria parte e che dimostri con il proprio
voto in Ue che il benessere degli animali non è uno slogan vuoto da usare a
convenienza, ma un impegno concreto da perseguire ogni giorno con scelte
politiche ed economiche forti, etiche e pragmatiche, per la tutela della salute
degli animali, dell’ambiente e di tutti noi.
L'articolo Agnelli costretti a enormi sofferenze per Natale: il loro benessere
non resti uno slogan vuoto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non tutti sanno che il commercio illegale di fauna selvatica è tra le attività
criminali più redditizie al mondo, insieme a droga, armi e al traffico di esseri
umani. Tanto per fare un esempio, una zanna d’elefante può valere decine di
migliaia di dollari; ma anche il povero geco di bronzo, una specie strettamente
protetta delle Seychelles, viene venduto in Europa al prezzo di 5mila dollari.
Accanto al commercio illegale, che va contrastato, c’è anche quello legale, che
va regolamentato, senza tacere che la linea di confine tra le due pratiche,
spesso, è sfumata. Anche perché il valore globale di compravendita di fauna e
flora vale tra i 145 e i 220 miliardi di dollari all’anno.
A occuparsi del commercio di specie minacciate di estinzione, per fortuna, ci
pensa la Convenzione di Washington (Cites), sottoscritta da oltre 180 Paesi in
tutto il mondo. Ogni tre anni Paesi membri, ong, lobbisti e associazioni varie
si ritrovano per fare il punto della situazione, per – in teoria – migliorare la
gestione della compravendita ed eventualmente per sanzionare governi
indisciplinati. Quest’anno la Cop 20 si è tenuta a Samarcanda. Per conoscere i
passi avanti fatti (e quelli indietro) a livello globale, e per farsi raccontare
i retroscena di ciò che è accaduto in Uzbekistna, ilFattoQuotidiano.it ha
intervistato chi era presente al summit, e cioè Alice Pasqualato, Global policy
specialist specializzata in reati ambientali per la Wildlife Conservation
Society, un’organizzazione non governativa che si occupa di tutelare la
biodiversità.
Dottoressa Pasqualato, dobbiamo immaginarci un’Italia che importa illegalmente
avorio, pelle di giaguaro, ossa di leone?
Senz’altro casi di questo tipo esistono, l’Europa non è immune al traffico dei
mammiferi più conosciuti. Recentemente, per esempio, i carabinieri Cites hanno
scoperto e sequestrato uno scimpanzé detenuto illegalmente – e alla catena – in
Sicilia. Ma sono casi piuttosto rari, per fortuna, e quando accadono fanno
giustamente molto rumore. A differenza di altre forme di commercio, che in
Italia continuano a passare in sordina.
A cosa si riferisce?
L’Italia ha un commercio fiorente di fauna e flora, e dietro al commercio legale
purtroppo si nasconde spesso anche quello illegale. Quando parlo di wildlife
trade le persone si immaginano sempre tigri e rinoceronti, ma in Italia (e in
Europa) abbiamo una gran passione per i rettili, sia vivi sia morti. Pensiamo
alle pelli esotiche, quelle di serpente o di alligatore: non credo che
l’opinione pubblica sia veramente consapevole del fenomeno e del ruolo
assolutamente centrale ricoperto dall’industria della moda italiana. Si sta
cominciando a parlare di più della crudeltà del mercato delle pelli “esotiche”,
ma c’è anche una dimensione di impatto ambientale che andrebbe approfondita.
Che cosa intende?
Se è vero che tanti pellami derivano da animali allevati intensivamente in
cattività, come per esempio i coccodrilli, è altrettanto vero che tante specie
vengono ancora prelevate in natura. Un dato relativo al 2018: l’Italia ha
importato 370mila pelli grezze di rettili per un valore di 61 milioni di euro;
di queste pelli, più di 296mila erano provenienti da catture in natura. Siamo
uno dei principali importatori al mondo (la ragione, tra le altre, è che ci sono
fabbriche che producono per conto terzi i prodotti di lusso che poi vengono
esportati in tutto il mondo col marchio Made in Italy, ndr). Ma c’è dell’altro.
Prego.
Se parliamo di flora, il problema principale è probabilmente il legname di lusso
che arriva dal Sud-est asiatico per costruire yacht e mobili di lusso. Legname
preso da alberi centenari, millenari, e che talvolta purtroppo è il risultato di
deforestazione illegale. Una volta fuori dal Paese di provenienza viene
“ripulito” nei canali legali e usato anche da note aziende. Purtroppo i
controlli sono difficili. In questo senso la EU Deforestation Regulation può
essere uno strumento rivoluzionario per una tracciabilità più trasparente.
Ma la normativa è stata depotenziata.
Esattamente, anche su spinta dei partiti sovranisti italiani. Stiamo assistendo
a un progressivo indebolimento della normativa ambientale europea molto
preoccupante.
Da quello che ci ha raccontato fin qui non ne usciamo benissimo. E per quanto
riguarda l’importazione di animali?
C’è un fenomeno in netta crescita, esploso anche grazie ai social media, vale a
dire il pet trade e la detenzione di animali esotici. Parliamo di pappagalli,
lucertole, tarantole, tartarughe, gechi, pesci ornamentali, uccelli, serpenti.
In Italia c’è una grande richiesta, e al di fuori del lavoro eccezionale fatto
dai carabinieri Cites, c’è poca attenzione e sensibilità su questo tema, che
racchiude dimensioni di commercio legale e illegale. La detenzione di animali
selvatici è normalizzata al punto che la maggior parte di noi non si pone troppe
domande sulle origini del proprio animale. Per esempio, chi compra pesci
ornamentali da tenere in acquario lo sa che è possibile siano stati prelevati
dal loro habitat naturale, dall’altra parte del mondo? Non ne sarei tanto
sicura. Eppure studi recenti condotti negli Stati Uniti hanno rilevato che il
90% delle specie commercializzate proviene dal prelievo in natura.
Quali sono gli aspetti negativi nel possedere un animale esotico?
Partirei proprio dal rischio di estinzione in natura. Prendiamo il pappagallo
cenerino, la cui domanda è storicamente alta tanto in Italia quanto in tutta
Europa. Una volta era presente in tutta l’Africa centrale mentre oggi è calato
drasticamente. Per esempio in Ghana, per via dell’esportazione, la popolazione è
diminuita circa del 99%. Siamo a livelli di estinzione locale, e lo stesso
discorso si può fare per tante altre specie vendute come “pets”, animali da
compagnia. Ma ci sono altri rischi.
Cioè?
Da una parte il rischio di zoonosi, sempre presente quando preleviamo animali in
natura che possono avere malattie o patogeni che non conosciamo. E poi credo ci
sia un innegabile problema di benessere animale. Ci siamo abituati a tenere in
una teca o gabbia di pochi centimetri tartarughe, lucertole, uccellini, insetti.
In Italia, peraltro, l’industria degli animali esotici è un giro d’affari non da
poco. A livello giuridico, ci sono tante zone grigie che rendono difficile
certificare la provenienza lecita degli esemplari. Ma anche volendo fingere che
sia tutto perfettamente regolare: legale significa necessariamente sostenibile?
Legale significa opportuno, o etico?
La politica italiana fa abbastanza?
Purtroppo i reati ambientali non sembrano essere una priorità per la politica
italiana. Prima ho citato la EU Deforestation Regulation, ci sono membri del
nostro governo che hanno esultato pubblicamente quando l’entrata in vigore di
questa norma è stata posticipata, dopo esser stata significativamente
indebolita. Ci sono forti pressioni interne: dal mondo venatorio, dall’industria
della moda e del legname. Però non bisogna dimenticare che l’Italia è il quarto
Paese dell’Ue per numero di sequestri legati al traffico illecito di fauna e
flora. Il quadro è preoccupante.
Che cosa è successo alla Cop 20 in Uzbekistan?
Notizie positive e notizie negative.
Partiamo da quelle negative.
L’anguilla europea è in pericolo critico di estinzione, e anche le “cugine”
americane e giapponesi sono in declino preoccupante. È stato proposto di
inserirle nell’Appendice II, vale a dire quella che contiene specie il cui
commercio dev’essere regolamentato per evitare minacce. Ma a causa della forte
pressione del mondo ittico asiatico, la proposta ha ricevuto voto contrario. In
più è stata autorizzata la ripresa parziale del commercio del corno
dell’Antilope di Saiga, una decisione potenzialmente pericolosa che potrebbe
vanificare i recenti sforzi fatti per recuperare la specie, un tempo sull’orlo
dell’estinzione.
E quelle positive?
Anzitutto, sono stati respinti i tentativi di ridurre le protezioni per alcune
specie. Per esempio, la Namibia aveva proposto di modificare la classificazione
dei propri elefanti e rinoceronti per poter riprendere il commercio di avorio e
corno di rinoceronte. Una proposta che è stata bocciata con una solida
maggioranza. Dall’altra parte, sono state adottate tutte le proposte per
incrementare la tutela di 70 specie di squali e razze, un traguardo molto
importante per un gruppo di specie sempre più a rischio. Un’altra vittoria
importante per noi è stato l’inserimento delle iguane delle Galápagos
nell’Appendice I, che ne vieta, di fatto, il commercio internazionale.
Il suo prossimo obiettivo?
Promuovere il primo trattato internazionale sui reati ambientali, che potrebbe
prendere la forma di un protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Palermo sulla
criminalità organizzata. Quando ne parlo, le persone si sorprendono sempre: “Ma
come, non esiste un trattato sui reati ambientali?”. Purtroppo no. Ed è un
problema serio quando si parla di reati transnazionali, che necessitano di un
risposta altrettanto internazionale.
Crediti foto di destra nell’immagine dell’articolo: Cites
Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
Instagram
L'articolo Commercio illegale di fauna, dalle pelli esotiche per la moda ai
rischi del pet trade: “In Italia quadro preoccupante” | L’intervista all’esperta
della Wcs proviene da Il Fatto Quotidiano.