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Labbra gonfiate con filler, naso ritoccato e gobba accentuata con silicone: i cammelli “rifatti” ai concorsi di bellezza, è scandalo in Oman
Iniezioni di acido ialuronico per rendere le labbra più voluminose e carnose, filler per ridefinire e scolpire la forma del naso, botox per distendere le linee del muso e, come se non bastasse, persino impianti di silicone per accentuare e sollevare la gobba. Se state pensando all’ultimo capriccio di qualche vip in cerca di eterna giovinezza o all’elenco dei trattamenti più richiesti nello studio di un rinomato medico estetico, siete decisamente fuori strada. A subire questi veri e propri interventi di chirurgia plastica non è stata una star di Hollywood, bensì degli ignari e incolpevoli cammelli. La mania del “ritocchino” ha ormai superato ogni limite di ragionevolezza, finendo per coinvolgere pericolosamente, e loro malgrado, anche gli animali. I concorsi di bellezza, infatti, non riguardano più solo le persone: in alcune parti del mondo, mandrie e greggi finiscono sotto i riflettori di competizioni in cui l’aspetto estetico diventa l’unico, spietato criterio di giudizio. Ma quando la ricerca della perfezione a tutti i costi calpesta il buon senso, il confine tra la gara tradizionale e l’abuso rischia di diventare sottilissimo. LO SCANDALO IN OMAN: SQUALIFICATI 20 ANIMALI È esattamente quello che è accaduto al Camel Beauty Show Festival 2026, l’atteso evento tenutosi ad Al Musanaa, in Oman. Qui, gli ispettori incaricati di garantire il rispetto delle rigide regole della competizione hanno individuato e smascherato diversi casi di manipolazione estetica e frode. Alcuni proprietari, disposti a tutto pur di migliorare l’aspetto dei propri animali e aumentare così le possibilità di vittoria (e di accaparrarsi i ricchissimi premi in palio), hanno trasformato i loro esemplari in veri e propri “pazienti” da clinica estetica. Le rigorose verifiche veterinarie hanno portato alla luce pratiche sorprendenti e scorrette: non solo labbra gonfiate ad arte, nasi rimodellati e gobbe al silicone, ma in alcuni casi è stato rilevato persino l’utilizzo illecito di ormoni per aumentare artificialmente la massa muscolare degli animali. Il risultato di questa frode a colpi di siringhe? Venti cammelli sono stati immediatamente squalificati dalla competizione, innescando l’apertura di nuove, accese polemiche sulla deriva etica che sta travolgendo questi storici festival. CAMMELLI DAL CHIRURGO ESTETICO: IL BUSINESS MILIONARIO Dietro queste competizioni si muove un mercato enorme, capace di muovere premi da decine di milioni di dollari. Come riportato da Forbes, infatti, i montepremi di questo evento possono raggiungere anche i 66 milioni di dollari. Oltre al denaro, i vincitori ottengono prestigio, diritti di riproduzione e spesso ricompense aggiuntive come automobili o bonus economici. Per gli allevatori, conquistare il titolo significa aumentare il valore dell’animale e rafforzare la propria reputazione nel settore. Proprio l’importanza economica di queste competizioni spinge alcuni partecipanti a cercare scorciatoie per emergere: gli standard richiesti, dalla lucentezza del mantello alla forma della testa fino alla lunghezza del collo, sono sempre più elevati e non tutti sono disposti a rispettare le regole. Le manipolazioni estetiche, tuttavia, non rappresentano solo una violazione del regolamento, ma anche un serio rischio per la salute degli animali: iniezioni e interventi possono provocare dolore, infezioni, lividi o ascessi, soprattutto se effettuati senza adeguate condizioni di sicurezza o supervisione veterinaria. Non è la prima volta che emergono casi simili: nel 2021 oltre 40 cammelli sono stati squalificati dopo controlli con raggi X, ultrasuoni e test genetici che hanno rivelato l’uso di botox, filler o ormoni. Un fenomeno che racconta una corsa al prestigio e al profitto in cui, troppo spesso, il benessere degli animali finisce in secondo piano. L'articolo Labbra gonfiate con filler, naso ritoccato e gobba accentuata con silicone: i cammelli “rifatti” ai concorsi di bellezza, è scandalo in Oman proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pollo scaduto servito nei Kfc di Cechia e Danimarca: noi di Essere Animali chiediamo garanzie per l’Italia
di Simone Montuschi La multinazionale del pollo fritto KFC è al centro di un doppio scandalo che ha colpito i ristoranti di Danimarca e Repubblica Ceca. In entrambi i paesi, alcune inchieste giornalistiche hanno rivelato presunte pratiche illecite legate alla manipolazione delle date di scadenza sulla carne. Secondo alcune testimonianze, i dipendenti avrebbero servito ai clienti pollo scongelato oltre la data di scadenza, aggiornando le confezioni con nuove etichette che venivano stampate all’occorrenza. In Danimarca, gli ispettori dell’Autorità Veterinaria e Alimentare hanno trovato pollo conservato in frigoriferi caldi e sporchi, carne non etichettata correttamente e in alcuni casi coperta da muffa. KFC Danimarca ha deciso di chiudere definitivamente tutti i ristoranti danesi fino a quando non troverà un nuovo operatore in franchising. In Repubblica Ceca l’Autorità Statale di Ispezione Agricola e Alimentare (SZPI) ha effettuato oltre 140 ispezioni in tutti i ristoranti KFC, in alcuni casi più volte, riscontrando violazioni in circa una sede su tre. Per questo motivo, Essere Animali ha diffuso un video con il quale denuncia che da KFC “si sa davvero come sporcarsi”, riprendendo e ribaltando un recente claim pubblicitario di KFC Italia, e chiedendo all’azienda prove documentali dell’assenza di casistiche analoghe nei 150 ristoranti presenti nel nostro paese. Non solo: perché ancora una volta Essere Animali è tornata a chiedere soprattutto un maggior impegno nel garantire standard più elevati ai polli allevati nelle loro filiere. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Essere Animali (@essereanimali) Dal 2023 Essere Animali porta avanti una campagna sostenuta da decine di migliaia di persone con la quale chiede a KFC Italia di sottoscrivere lo European Chicken Commitment (Ecc), una serie di criteri che hanno l’obiettivo di migliorare le condizioni dei polli negli allevamenti, tra cui la riduzione delle densità di allevamento, l’utilizzo di razze a più lento accrescimento, la presenza di arricchimenti ambientali e l’uso di metodi di stordimento più rispettosi. Come mostrano le inchieste diffuse da Essere Animali, negli allevamenti che riforniscono KFC Italia, migliaia di polli soffrono ogni giorno: stipati in capannoni sovraffollati, costretti a vivere tra i loro escrementi e selezionati geneticamente per crescere così in fretta da non riuscire nemmeno a reggersi in piedi. Da ormai quasi tre anni cerchiamo un dialogo con il colosso del pollo fritto, che nel nostro Paese conta ormai 150 ristoranti, ma l’azienda non si è mai dimostrata aperta al confronto o interessata a migliorare la propria politica aziendale sul benessere dei polli. Secondo il report The Pecking Order 2025, che analizza le comunicazioni pubbliche delle principali catene di fast-food e ristoranti in Europa rispetto alle richieste dell’Ecc, KFC Italia non ha registrato nessun avanzamento di livello rispetto all’edizione 2024 e ha ricevuto ancora una volta una valutazione “scarsa”. È inaccettabile che di fronte ai nostri ripetuti tentativi di dialogo l’azienda continui a ignorare gli appelli di Essere Animali e di oltre 50mila persone che in questi anni hanno firmato la nostra petizione. Con un fatturato di 179 milioni di euro e l’obiettivo di superare i 200 punti vendita entro il 2027, KFC Italia può e deve fare di più per rispondere alle richieste dei consumatori, che chiedono più trasparenza e un maggiore impegno per i polli. Chiedi anche tu a KFC Italia di migliorare le condizioni dei polli: firma la petizione. L'articolo Pollo scaduto servito nei Kfc di Cechia e Danimarca: noi di Essere Animali chiediamo garanzie per l’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Al di là del cibo, ciò per cui noi dei Santuari Liberi lottiamo è un vero movimento di liberazione
di Lisa Marino L’anno nuovo è arrivato, e con esso i buoni propositi. E così, da gennaio, siamo bombardati da stimoli e incentivi a pianificare progetti e obiettivi. Tra questi, compare anche quello di mangiare vegetale o “più” vegetale. Certo – ci viene da dire – perché no? Ma quello per cui quotidianamente lottiamo è un vero e proprio movimento di liberazione che, seppur sottendendolo, va ben oltre ciò di cui ci alimentiamo. Quello in cui crediamo fermamente è la lotta contro ogni discriminazione e oppressione. E i Santuari, o rifugi antispecisti, ne sono campo d’azione. Luoghi al margine, estremamente sovversivi, dove individui di diversa specie esistono e resistono, riappropriandosi dei propri corpi e della propria identità. Individui che al di fuori dei Santuari sono visti come oggetti, ma che grazie all’alleanza con gli umani che attraversano questi luoghi, riacquistano lo status di soggetti aventi diritto alla cura, alla vita e alla solidarietà. A chi non si è mai avvicinato ai Santuari, sfugge spesso l’istanza politica che li contraddistingue. Istanza che li rende ben lontani dall’essere spazi di svago, fattorie didattiche o luoghi in cui passare del tempo con gli animali per terapia o diletto. I Santuari, infatti, grazie all’alleanza tra non umani e umani e alla politica antispecista, si pongono come avamposti di liberazione totale, dove la testimonianza e la voce stessa degli animali mirano a uno scardinamento delle logiche del profitto che imperano nella società in cui viviamo. Una società capitalista, patriarcale e alla base, appunto, specista. Insomma, il lavoro quotidiano di cura e solidarietà a fianco di quei corpi e quelle soggettività che portano i segni del sopruso e dell’ingiustizia è una pratica che per noi non si riduce alla scelta di cosa mangiare oggi. Vediamo meglio alcune delle nostre motivazioni. 1. Mangiare vegetale non è sinonimo di antispecismo. Il veganismo, secondo la definizione data dalla Vegan Society, è “una filosofia e uno stile di vita volto a escludere, per quanto possibile e praticabile, tutte le forme di sfruttamento e crudeltà verso gli animali”. Ciò può essere rafforzato dall’antispecismo, ossia “il movimento filosofico, etico e politico che rifiuta la concezione specista di una presunta superiorità umana, negando che la specie di appartenenza giustifichi lo sfruttamento e la discriminazione degli animali non umani”. E (aggiungiamo noi), in quanto tale, l’antispecismo non può che essere intersezionale ed essere anche anticapitalista, antirazzista, transfemminista e antiabilista. Ridurre tutto ciò a un’alternativa alimentare, rischia di svuotare il movimento del suo significato intrinseco di alternativa politica critica alla società e alla cultura imperante, riducendo il tutto a una questione personale, a un trend o a una fase transitoria. 2. Gli argomenti indiretti hanno valore, ma distolgono dal cuore della questione. Spesso si parla dell’alimentazione vegetale segnalandone i benefici per noi, come possono essere il minore impatto ambientale e una migliore salute. Si tratta di valori certamente importanti. Ma a ben vedere, queste tematiche richiamano vantaggi per l’essere umano e mantengono dunque una connotazione antropocentrica, non contribuendo a costruire la solida consapevolezza che sta alla base dell’atto di alleanza con gli animali di altre specie, che in questa istanza diventano, di fatto, invisibili. 3. Vegetale non fa sempre rima con etico. Non tutti i prodotti “vegan” sono privi di sfruttamento e crudeltà. A cominciare da quelli che finanziano la sperimentazione animale, alle aziende che devastano territori, foreste e animali selvatici, che si fondano su politiche di sfruttamento del lavoro, o sull’oppressione di minoranze o interi popoli. Siamo consapevoli che la ricerca della coerenza al 100% è utopistica, illusoria e, talvolta, controproducente. Quello che teniamo a rimarcare, però, è come la logica capitalista abbia cavalcato l’onda della richiesta vegan facendone merce portatrice di profitto, senza mettere in alcun modo in discussione un sistema che si basa sullo sfruttamento strutturale di esseri viventi. In conclusione ci teniamo a specificare che quanto esposto non vuole essere una critica alle scelte individuali. Al contrario, è una riflessione su un sistema che fa della normalizzazione della violenza e del mantenimento dei privilegi di pochi il proprio caposaldo. Invitiamo chiunque ci legge ad approfondire e a sovvertire con noi. Da dove cominciare? Per esempio, dall’avvicinarsi ai Santuari di Animali Liberi. L'articolo Al di là del cibo, ciò per cui noi dei Santuari Liberi lottiamo è un vero movimento di liberazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Olanda vieta i fuochi d’artificio, finalmente: quando li consegneremo anche noi ai libri di storia?
di Sascha Camilli* Con l’inizio del nuovo anno, i difensori degli animali e gli attivisti ambientali celebrano la decisione dei Paesi Bassi di vietare i fuochi d’artificio per uso privato. Questa scelta proteggerà gli animali, l’ambiente e gli esseri umani, eliminando un fattore di stress inutile che spaventa, inquina e talvolta uccide. Anche l’Italia deve fare lo stesso. I fuochi d’artificio sono diventati popolari secoli fa, quando si sapeva ancora poco dell’impatto che hanno sugli animali, il cui udito è molto più sensibile del nostro. Per loro, i fuochi d’artificio sono esplosioni terrificanti che scatenano l’istinto di sopravvivenza, spingendoli a scappare e nascondersi. Innumerevoli cani, gatti, cavalli e animali selvatici rimangono confusi, disorientati, feriti o morti. I pronto soccorso veterinari segnalano spesso un aumento di cani smarriti dopo un grande spettacolo pirotecnico, poiché gli animali terrorizzati vanno nel panico, si liberano dai guinzagli e saltano le recinzioni. Mentre gli esseri umani si godono lo scintillio nel cielo, per gli animali è come se fosse scoppiata una guerra. È noto che gli animali da compagnia arrivino persino a scagliarsi direttamente contro finestre e porte in vetro pur di fuggire. Ci sono casi in cui lo stress ha causato gravi danni, persino la perdita della vista, e altri in cui gli animali sono stati ritrovati annegati sulle spiagge dopo essersi gettati in mare per fuggire dal frastuono. Cervi e altri animali selvatici si lanciano sulla traiettoria del traffico, mettendo in pericolo se stessi e gli automobilisti. Gli uccelli spaventati possono fuggire dal nido e abbandonare i loro piccoli: i fuochi d’artificio possono destabilizzare gli ecosistemi sia degli uccelli che della vita marina. Non sono solo gli animali a soffrire a causa dei fuochi d’artificio. Le persone con disturbo da stress post-traumatico – in particolare chi ha prestato servizio nelle forze armate – gli anziani e i bambini, categorie più sensibili ai rumori, possono essere profondamente spaventati e soffrire di attacchi di panico. E non dimentichiamo il rischio di infortuni, anche gravi: in particolare nel Sud Italia si registra un aumento degli incidenti legati ai fuochi d’artificio. E non è tutto: i fuochi d’artificio non sono nemmeno amici dell’ambiente. Dalle emissioni di microplastiche all’inquinamento chimico, il nostro desiderio di uno spettacolo festoso può causare ulteriori danni all’ecosistema. Nel pieno di una crisi climatica, non ci sono davvero scuse per esacerbare ulteriormente la situazione. Nessuno spettacolo pirotecnico vale questa sofferenza, e le alternative esistono. Straordinari spettacoli di luci laser e droni offrono tutto lo splendore senza il terrore. Agiamo ora e consegniamo ai libri di storia i fuochi d’artificio terrificanti, pericolosi e inquinanti. *Manager delle Pubbliche Relazioni di People for the Ethical Treatment of Animals (PETA) L'articolo L’Olanda vieta i fuochi d’artificio, finalmente: quando li consegneremo anche noi ai libri di storia? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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A Catania una corsa clandestina di cavalli è stata scoperta grazie ai droni: il video e la fuga del fantino
Quindici persone, tutte originarie della provincia di Messina, accusate di avere organizzato una corsa clandestina di cavalli a Camporotondo Etneo, nel Catanese, sono state denunciate dalla polizia del capoluogo etneo per maltrattamenti di animali. Al centro delle indagini una gara organizzata, tra due fantini, alle pendici dell’Etna che è stata ripresa dalle telecamere della Questura che ha utilizzato anche dei droni per seguirla a distanza e poi bloccarla. Uno degli organizzatori, che ha tentato inutilmente di fuggire con un complice su uno scooter, è stato trovato in possesso di 5mila euro e un ‘pizzino’ con i nomi degli scommettitori. Tutti i fermati dalle volanti della Questura – i due fantini, i due trasportatori e altri undici organizzatori – sono stati accompagnati negli uffici della squadra a Cavallo per essere denunciati per maltrattamento di animali e per aver organizzato una gara clandestina. Tra loro anche due minorenni. L'articolo A Catania una corsa clandestina di cavalli è stata scoperta grazie ai droni: il video e la fuga del fantino proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La colonna vertebrale lesionata e parte del pelo rasato: una gatta viene rapita e torturata, poi muore. Scatta la denuncia per maltrattamenti
La colonna vertebrale rotta e una rasatura sulla schiena. Come riporta La Voce di Rovigo, a Camponogara, in provincia di Venezia, una gatta è stata ritrovata in condizioni disperate lo scorso 2 gennaio. Secondo quanto raccontato dalla padrona dell’animale, Hosna Chouik, nel pomeriggio di Capodanno la gatta si trovava sul terrazzo della sua abitazione. Quando la signora è rincasata ha perso le tracce del micio. La donna ha scoperto il triste destino della sua gatta sui social network. Un utente, infatti, ha segnalato il ritrovamento di una gatta ferita a Fossò, non lontano da Camponogara. La gatta camminava a fatica per strada e un passante, viste le sue condizioni, l’ha portata dal veterinario. La signora Chouik, 49 anni, e la figlia si sono recate nella clinica veterinaria, dove hanno potuto vedere l’animale. Il dottore avrebbe riscontrato fratture alla colonna vertebrale, al bacino e agli arti. La gatta presentava anche una rasatura sulla schiena. Il veterinario ha ipotizzato che le ferite potessero essere state provocate da un investimento stradale, ma la padrona dell’animale non ha creduto a questa versione. A rafforzare i sospetti è stato il ritrovamento del pelo di animale nei pressi di un parco vicino all’abitazione, segnalato da una vicina. Date le gravi condizioni, la gatta è stata soppressa. Hosna Chouik ha sporto denuncia per maltrattamenti ai Carabinieri, che stanno visionando le telecamere di videosorveglianza della zona per identificare il colpevole. L'articolo La colonna vertebrale lesionata e parte del pelo rasato: una gatta viene rapita e torturata, poi muore. Scatta la denuncia per maltrattamenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Agnelli costretti a enormi sofferenze per Natale: il loro benessere non resti uno slogan vuoto
a firma di Chiara Caprio ‹ › 1 / 3 TRASPORTI-NATALE-2025_ESSERE-ANIMALI-3 ‹ › 2 / 3 1 ‹ › 3 / 3 TRASPORTI-NATALE-2025_ESSERE-ANIMALI-1 In questo periodo dell’anno si sente parlare moltissimo di “tradizione”, soprattutto in ambito culinario, senza considerare però che moltissimi dei cosiddetti “piatti tradizionali” nascondono enormi sofferenze. Il pranzo di Natale prevede anche capponi castrati senza anestesia per avere carne più tenera, tacchini allevati in capannoni sovraffollati, quaglie rinchiuse in gabbie minuscole. E poi ci sono gli agnelli che, ancora cuccioli, sono costretti a viaggi lunghissimi, a volte senza cibo né acqua. In questo periodo nel nostro Paese il consumo di carne di agnello raggiunge uno dei suoi picchi: tra Natale e Pasqua, secondo Ismea, viene acquistata la metà di tutta la carne ovina venduta durante l’anno. Nella tradizione italiana, soprattutto al Centro-Sud, l’agnello è un grande classico della cucina natalizia, in particolare come piatto regionale in Sardegna e in tutto il Lazio con il cosiddetto “abbacchio alla romana”. Anche quest’anno Essere Animali è tornata in autostrada al confine con la Slovenia per documentare i viaggi che migliaia e migliaia di agnelli sono costretti ad affrontare prima di raggiungere i grandi macelli di Toscana, Lazio e Puglia, fino ad arrivare alle tavole italiane. Su 10 agnelli consumati in Italia, infatti, 4 vengono importati, principalmente dai Paesi dell’Est Europa (Ungheria, Romania e Polonia in primis), obbligandoli a viaggi che possono durare anche 30 ore. Secondo i dati Eurostat, nel 2024 l’Italia ha macellato quasi 650mila agnelli provenienti dall’Unione Europea, di cui oltre 400mila solo da Ungheria, Romania e Polonia. Nel solo mese di dicembre dello scorso anno, su un totale di 102mila agnelli importati dall’Unione Europea, oltre 50mila provenivano proprio dai Paesi dell’Est Europa. Per 5 giorni il nostro team investigativo, insieme all’associazione tedesca Animal Welfare Foundation, ha tenuto monitorato il tratto più importante per queste importazioni, il varco di Gorizia, ispezionando diversi camion provenienti dall’Ungheria che trasportavano agnelli giovanissimi, appena svezzati, esposti al freddo e costretti su camion senza lettiera e senza accesso ad acqua e cibo a causa dei beverini inadeguati per le loro esigenze di specie. Sono moltissime le sofferenze e le violazioni che negli ultimi 5 anni Essere Animali ha documentato durante questi lunghi viaggi, come sovraffollamento, animali feriti, intrappolati nelle partizioni dei camion, o morti, lettiera carica di deiezioni o assente, presenza a bordo di animali non svezzati insieme a capi più grossi, beverini mal funzionanti o inadeguati, problemi alla ventilazione, irregolarità documentali. Le nostre immagini sono state viste da milioni di telespettatori e abbiamo coinvolto parlamentari che hanno presentato diverse interrogazioni, tra cui un Question Time in Aula al quale ha risposto direttamente il Ministro Lollobrigida. Oggi l’Europa sta discutendo una nuova normativa che dovrebbe portare a un miglioramento del trasporto di animali vivi e all’abbandono delle pratiche peggiori, come il trasporto via nave e il trasporto di animali vulnerabili, come gli agnellini non svezzati. Chiediamo che l’Italia faccia la propria parte e che dimostri con il proprio voto in Ue che il benessere degli animali non è uno slogan vuoto da usare a convenienza, ma un impegno concreto da perseguire ogni giorno con scelte politiche ed economiche forti, etiche e pragmatiche, per la tutela della salute degli animali, dell’ambiente e di tutti noi. L'articolo Agnelli costretti a enormi sofferenze per Natale: il loro benessere non resti uno slogan vuoto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Commercio illegale di fauna, dalle pelli esotiche per la moda ai rischi del pet trade: “In Italia quadro preoccupante” | L’intervista all’esperta della Wcs
Non tutti sanno che il commercio illegale di fauna selvatica è tra le attività criminali più redditizie al mondo, insieme a droga, armi e al traffico di esseri umani. Tanto per fare un esempio, una zanna d’elefante può valere decine di migliaia di dollari; ma anche il povero geco di bronzo, una specie strettamente protetta delle Seychelles, viene venduto in Europa al prezzo di 5mila dollari. Accanto al commercio illegale, che va contrastato, c’è anche quello legale, che va regolamentato, senza tacere che la linea di confine tra le due pratiche, spesso, è sfumata. Anche perché il valore globale di compravendita di fauna e flora vale tra i 145 e i 220 miliardi di dollari all’anno. A occuparsi del commercio di specie minacciate di estinzione, per fortuna, ci pensa la Convenzione di Washington (Cites), sottoscritta da oltre 180 Paesi in tutto il mondo. Ogni tre anni Paesi membri, ong, lobbisti e associazioni varie si ritrovano per fare il punto della situazione, per – in teoria – migliorare la gestione della compravendita ed eventualmente per sanzionare governi indisciplinati. Quest’anno la Cop 20 si è tenuta a Samarcanda. Per conoscere i passi avanti fatti (e quelli indietro) a livello globale, e per farsi raccontare i retroscena di ciò che è accaduto in Uzbekistna, ilFattoQuotidiano.it ha intervistato chi era presente al summit, e cioè Alice Pasqualato, Global policy specialist specializzata in reati ambientali per la Wildlife Conservation Society, un’organizzazione non governativa che si occupa di tutelare la biodiversità. Dottoressa Pasqualato, dobbiamo immaginarci un’Italia che importa illegalmente avorio, pelle di giaguaro, ossa di leone? Senz’altro casi di questo tipo esistono, l’Europa non è immune al traffico dei mammiferi più conosciuti. Recentemente, per esempio, i carabinieri Cites hanno scoperto e sequestrato uno scimpanzé detenuto illegalmente – e alla catena – in Sicilia. Ma sono casi piuttosto rari, per fortuna, e quando accadono fanno giustamente molto rumore. A differenza di altre forme di commercio, che in Italia continuano a passare in sordina. A cosa si riferisce? L’Italia ha un commercio fiorente di fauna e flora, e dietro al commercio legale purtroppo si nasconde spesso anche quello illegale. Quando parlo di wildlife trade le persone si immaginano sempre tigri e rinoceronti, ma in Italia (e in Europa) abbiamo una gran passione per i rettili, sia vivi sia morti. Pensiamo alle pelli esotiche, quelle di serpente o di alligatore: non credo che l’opinione pubblica sia veramente consapevole del fenomeno e del ruolo assolutamente centrale ricoperto dall’industria della moda italiana. Si sta cominciando a parlare di più della crudeltà del mercato delle pelli “esotiche”, ma c’è anche una dimensione di impatto ambientale che andrebbe approfondita. Che cosa intende? Se è vero che tanti pellami derivano da animali allevati intensivamente in cattività, come per esempio i coccodrilli, è altrettanto vero che tante specie vengono ancora prelevate in natura. Un dato relativo al 2018: l’Italia ha importato 370mila pelli grezze di rettili per un valore di 61 milioni di euro; di queste pelli, più di 296mila erano provenienti da catture in natura. Siamo uno dei principali importatori al mondo (la ragione, tra le altre, è che ci sono fabbriche che producono per conto terzi i prodotti di lusso che poi vengono esportati in tutto il mondo col marchio Made in Italy, ndr). Ma c’è dell’altro. Prego. Se parliamo di flora, il problema principale è probabilmente il legname di lusso che arriva dal Sud-est asiatico per costruire yacht e mobili di lusso. Legname preso da alberi centenari, millenari, e che talvolta purtroppo è il risultato di deforestazione illegale. Una volta fuori dal Paese di provenienza viene “ripulito” nei canali legali e usato anche da note aziende. Purtroppo i controlli sono difficili. In questo senso la EU Deforestation Regulation può essere uno strumento rivoluzionario per una tracciabilità più trasparente. Ma la normativa è stata depotenziata. Esattamente, anche su spinta dei partiti sovranisti italiani. Stiamo assistendo a un progressivo indebolimento della normativa ambientale europea molto preoccupante. Da quello che ci ha raccontato fin qui non ne usciamo benissimo. E per quanto riguarda l’importazione di animali? C’è un fenomeno in netta crescita, esploso anche grazie ai social media, vale a dire il pet trade e la detenzione di animali esotici. Parliamo di pappagalli, lucertole, tarantole, tartarughe, gechi, pesci ornamentali, uccelli, serpenti. In Italia c’è una grande richiesta, e al di fuori del lavoro eccezionale fatto dai carabinieri Cites, c’è poca attenzione e sensibilità su questo tema, che racchiude dimensioni di commercio legale e illegale. La detenzione di animali selvatici è normalizzata al punto che la maggior parte di noi non si pone troppe domande sulle origini del proprio animale. Per esempio, chi compra pesci ornamentali da tenere in acquario lo sa che è possibile siano stati prelevati dal loro habitat naturale, dall’altra parte del mondo? Non ne sarei tanto sicura. Eppure studi recenti condotti negli Stati Uniti hanno rilevato che il 90% delle specie commercializzate proviene dal prelievo in natura. Quali sono gli aspetti negativi nel possedere un animale esotico? Partirei proprio dal rischio di estinzione in natura. Prendiamo il pappagallo cenerino, la cui domanda è storicamente alta tanto in Italia quanto in tutta Europa. Una volta era presente in tutta l’Africa centrale mentre oggi è calato drasticamente. Per esempio in Ghana, per via dell’esportazione, la popolazione è diminuita circa del 99%. Siamo a livelli di estinzione locale, e lo stesso discorso si può fare per tante altre specie vendute come “pets”, animali da compagnia. Ma ci sono altri rischi. Cioè? Da una parte il rischio di zoonosi, sempre presente quando preleviamo animali in natura che possono avere malattie o patogeni che non conosciamo. E poi credo ci sia un innegabile problema di benessere animale. Ci siamo abituati a tenere in una teca o gabbia di pochi centimetri tartarughe, lucertole, uccellini, insetti. In Italia, peraltro, l’industria degli animali esotici è un giro d’affari non da poco. A livello giuridico, ci sono tante zone grigie che rendono difficile certificare la provenienza lecita degli esemplari. Ma anche volendo fingere che sia tutto perfettamente regolare: legale significa necessariamente sostenibile? Legale significa opportuno, o etico? La politica italiana fa abbastanza? Purtroppo i reati ambientali non sembrano essere una priorità per la politica italiana. Prima ho citato la EU Deforestation Regulation, ci sono membri del nostro governo che hanno esultato pubblicamente quando l’entrata in vigore di questa norma è stata posticipata, dopo esser stata significativamente indebolita. Ci sono forti pressioni interne: dal mondo venatorio, dall’industria della moda e del legname. Però non bisogna dimenticare che l’Italia è il quarto Paese dell’Ue per numero di sequestri legati al traffico illecito di fauna e flora. Il quadro è preoccupante. Che cosa è successo alla Cop 20 in Uzbekistan? Notizie positive e notizie negative. Partiamo da quelle negative. L’anguilla europea è in pericolo critico di estinzione, e anche le “cugine” americane e giapponesi sono in declino preoccupante. È stato proposto di inserirle nell’Appendice II, vale a dire quella che contiene specie il cui commercio dev’essere regolamentato per evitare minacce. Ma a causa della forte pressione del mondo ittico asiatico, la proposta ha ricevuto voto contrario. In più è stata autorizzata la ripresa parziale del commercio del corno dell’Antilope di Saiga, una decisione potenzialmente pericolosa che potrebbe vanificare i recenti sforzi fatti per recuperare la specie, un tempo sull’orlo dell’estinzione. E quelle positive? Anzitutto, sono stati respinti i tentativi di ridurre le protezioni per alcune specie. Per esempio, la Namibia aveva proposto di modificare la classificazione dei propri elefanti e rinoceronti per poter riprendere il commercio di avorio e corno di rinoceronte. Una proposta che è stata bocciata con una solida maggioranza. Dall’altra parte, sono state adottate tutte le proposte per incrementare la tutela di 70 specie di squali e razze, un traguardo molto importante per un gruppo di specie sempre più a rischio. Un’altra vittoria importante per noi è stato l’inserimento delle iguane delle Galápagos nell’Appendice I, che ne vieta, di fatto, il commercio internazionale. Il suo prossimo obiettivo? Promuovere il primo trattato internazionale sui reati ambientali, che potrebbe prendere la forma di un protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Palermo sulla criminalità organizzata. Quando ne parlo, le persone si sorprendono sempre: “Ma come, non esiste un trattato sui reati ambientali?”. Purtroppo no. Ed è un problema serio quando si parla di reati transnazionali, che necessitano di un risposta altrettanto internazionale. Crediti foto di destra nell’immagine dell’articolo: Cites Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it Instagram L'articolo Commercio illegale di fauna, dalle pelli esotiche per la moda ai rischi del pet trade: “In Italia quadro preoccupante” | L’intervista all’esperta della Wcs proviene da Il Fatto Quotidiano.
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