In Senato nasce una nuova Commissione di inchiesta che darà la caccia alle
fake-news: il vasto programma di intenti può nascondere intenzioni pericolose ed
ancora una volta la vittima rischia di essere la libertà di informazione.
Mentre da un lato la destra è impegnata, non da sola, a cambiare la Costituzione
riducendo l’indipendenza della magistratura con il preciso intento di sottoporre
l’esercizio dell’azione penale al controllo della politica, minando la ricerca
delle verità più scomode per il potere che conta, dall’altro è riuscita a
trovare una larghissima intesa su una proposta mossa da IV (in particolare da
Matteo Renzi e Maria Elena Boschi), che pare aver convinto tutti tranne i 5
Stelle (astenuti), volta a proteggere i cittadini dal rischio di essere inondati
di falsità, capaci di viziare la libera formazione dell’opinione pubblica.
L’eterno conflitto tra verità e falsità nell’esercizio del potere, insomma.
Stando alla lettera della delibera approvata, il programma è vasto ed
impressionante, si legge infatti, pescando soltanto pochi passaggi: “E’
istituita, ai sensi dell’art. 82 della Costituzione, una Commissione
parlamentare di inchiesta sulla diffusione intenzionale e massiva di
informazioni false attraverso la rete internet e sul diritto all’informazione e
alla libera formazione dell’opinione pubblica, nel rispetto della dignità umana,
del principio di non discriminazione e di contrasto ai discorsi d’odio, di
seguito denominata «Commissione»”. Ed all’articolo 2: “indagare sulle attività
di diffusione massiva di informazioni e contenuti illegali, falsi, non
verificati o dolosamente ingannevoli, nonché di indebita acquisizione” ed
ancora: “verificare se l’attività di disinformazione sia riconducibile a
soggetti, gruppi od organizzazioni, anche aventi struttura internazionale, che
si avvalgano anche del sostegno finanziario di soggetti interni o esteri, con lo
scopo di manipolare l’informazione e di condizionare l’opinione pubblica, in
modo particolare in occasione di consultazioni elettorali o referendarie” ed
ancora: “elaborare proposte di intervento normativo volte a garantire la piena
riconoscibilità e l’imputabilità dei soggetti che pongono in essere condotte
illecite attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale e delle nuove
tecnologie, nonché dei promotori di attività di disinformazione che istighino
all’odio e si propongano di compromettere l’incolumità e la sicurezza pubblica”.
A scanso di equivoci, però, all’art. 3, si precisa che: “Nella propria attività
la Commissione non interferisce con lo svolgimento delle campagne elettorali o
referendarie”. Ma perché il Senato ha sentito il bisogno di fare questa
precisazione, che appare del tutto pleonastica? Sarà mica per evitare che a
qualcuno venga la tentazione di indagare la “postura” dei programmi RAI in
materia di referendum sulla magistratura?
Ad ogni modo, una siffatta Commissione di inchiesta, che può utilizzare poteri
analoghi a quelli della magistratura per la ricerca delle informazioni (tranne
arresti e intercettazioni), su cosa concentrerà la sua attenzione, visto che la
XIX Legislatura ha ormai i mesi contati? Questo è il punto. Deciderà di indagare
la piaga digitale dell’abuso del corpo della donna, manipolato attraverso i più
recenti poteri della IA ed offerto in pasto a libidinosi maschi senza scrupoli,
come le odiose vicende dei siti “miamoglie” e “phica.eu” hanno purtroppo
evidenziato oppure opterà su altro? Perché potrebbe esserci più di un imbarazzo
a drizzare le antenne.
Infatti guardare dentro le grandi campagne di disinformazione volte ad
influenzare la formazione dell’opinione pubblica italiana soprattutto in
coincidenza di campagne elettorali oppure in relazione a gravi fatti di portata
internazionale, come la guerra, rischierebbe di far mettere nel mirino della
Commissione “entità” non estranee al perimetro delle relazioni strategiche del
Governo Meloni, che spaziano dai guru tecno-capitalisti americani, ricordiamo
Elon Musk accolto come un Capo di Stato o le più recenti incursioni capitoline
di Peter Thiel, anima di Palantir, fino al capo del Cremlino i cui favori
sembrerebbero non più una esclusiva leghista dopo il recentissimo affare
Cirielli (FdI), passando naturalmente per il Governo Netanyahu e la irrisolta
vicenda Paragon.
Per togliersi dall’imbarazzo i Commissari potrebbero allora decidere di
stringere il raggio di azione, magari arando lo stesso campo individuato dalla
Colosimo (FdI) in Commissione antimafia cioè il “minaccioso” rapporto tra
giornalismo investigativo e fonti segrete, quel rapporto che tante volte fa poi
pensar male di una Autority, di un ministro o di una Capo di Gabinetto. Staremo
a vedere, ma basterebbe, per onorare il mandato parlamentare, che la Commissione
mettesse la parola “fine” ad un dubbio che ancora arrovella il Paese: Ruby era o
no la nipote di Mubarak?
L'articolo Sono curioso di sapere su cosa indagherà la nuova commissione
renziana anti-fake news proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Fake news
Si è dimessa l’assessora al Sociale e all’Istruzione del Comune di Garda,
Roberta Cecere, dopo aver contribuito a diffondere una fake news su un presunto
tentativo di rapimento di un bambino di 11 anni avvenuto a Bardolino, sul lago
di Garda (Verona). La notizia, diffusa tramite un messaggio vocale WhatsApp poi
diventato virale, parlava di un rapimento legato addirittura al traffico di
organi e alla pedofilia, ma si è rivelata completamente infondata.
Come riportato dal Corriere della Sera, l’assessora è stata accusata di aver
provocato un ingiustificato allarme pubblico. Lunedì mattina ha quindi
protocollato la lettera di dimissioni, scusandosi con la comunità. Nel testo ha
spiegato che la diffusione del messaggio “non è stata dettata da dolo”, ma dalla
paura e dalla preoccupazione “come madre di due figli”.
La vicenda aveva nel frattempo sollevato anche una polemica politica: le
consigliere del gruppo di minoranza Garda Futura avevano presentato
un’interrogazione chiedendone le dimissioni. Secondo la capogruppo Lorenza
Ragnolini, si tratta del primo caso in Italia in cui una catena virale di fake
news sui presunti rapimenti di bambini viene alimentata da una persona che
ricopre un incarico istituzionale. La notizia aveva creato forte preoccupazione
tra i residenti, poi rientrata nel giro di 48 ore dopo le verifiche delle forze
dell’ordine e le rassicurazioni del sindaco di Bardolino, Daniele Bertasi, che
aveva chiarito come non esistesse alcun pericolo per la comunità.
In realtà, l’episodio all’origine della voce era stato un semplice equivoco:
alcuni artigiani impegnati in un cantiere si erano fermati con un’auto di car
sharing vicino alla scuola alberghiera di Bardolino per far scendere un collega.
Un ragazzo presente sul posto si era spaventato per l’improvvisa discesa
dell’uomo dall’auto e aveva interpretato male la scena. Le telecamere della
zona, analizzate dai carabinieri, hanno poi confermato che non c’era stato alcun
tentativo di rapimento.
L'articolo Diffonde una fake news sul rapimento di un bambino e scatena il
panico: si dimette l’assessora di Garda proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Le fake news sono una fake news. Esistono, ma la loro capacità di influenzare
l’opinione pubblica è piccola. Io credo che in questo momento abbiano un’altra
funzione. Da una parte servono agli editori per dire ‘venite da noi, leggete le
nostre cose che sono più affidabili’. Dall’altra servono alla politica per
giustificare la creazione dei ‘tribunali del giusto, del bello e del vero’.
Perché quello che sta accadendo in Europa in nome della lotta alle fake news è
molto pericoloso. Chi decide cosa è vero e cosa no? Lo abbiamo visto pochi
giorni fa col caso Barbero“. È uno dei passaggi dell’intervento del condirettore
de il Fatto Quotidiano e direttore de ilFattoQuotidiano.it, Peter Gomez, ospite
alla Camera al convegno organizzato da Barbara Floridia, presidente della
Commissione Vigilanza Rai, dal titolo Le sfide dell’informazione.
L'articolo Gomez: “Fake news? Molto pericoloso ciò che sta accadendo in Europa.
Chi decide cosa è vero e cosa no?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Francesco Valendino
Donald Trump ha perfezionato una tecnica propagandistica inquietante: inventare
minacce completamente inesistenti per giustificare ambizioni espansionistiche.
La sua affermazione che “se non prendiamo la Groenlandia, lo faranno Russia o
Cina” è un caso da manuale. La realtà dei fatti è cristallina: né Mosca né
Pechino hanno mai avanzato rivendicazioni sulla Groenlandia. Come documentano il
Council on Foreign Relations e il Center for Strategic and International
Studies, la competizione artica si svolge attraverso investimenti economici e
presenza scientifica, non annessioni territoriali. L’ipotesi di una “conquista”
appartiene alla fantapolitica, non alla geopolitica reale. Eppure Trump presenta
questa assurdità come minaccia imminente.
La struttura logica è deliberatamente capovolta: non “la Groenlandia è
strategicamente importante per noi”, ma “dobbiamo salvarla da chi vuole
conquistarla”. Gli obiettivi reali — controllo di rotte artiche, accesso a terre
rare, posizionamento militare — vengono mascherati da missione salvifica.
La meccanica è ciò che esperti come Jason Stanley e Timothy Snyder identificano
come propaganda autoritaria: creare nemici immaginari, presentarsi come unico
difensore, ignorare qualsiasi contraddizione fattuale, ripetere fino a
normalizzare l’assurdo. Non è semplice menzogna: è costruzione di realtà
alternative dove la verità empirica diventa irrilevante rispetto alla fedeltà
tribale.
Il filosofo Harry Frankfurt distingue tra menzogna (che riconosce e nega la
verità) e ciò che Trump fa: ignorare completamente la categoria di verità,
affermando ciò che serve al momento. Ricercatori del Mit documentano come
informazioni false si diffondano sei volte più velocemente online — e Trump ha
capito come sfruttare questa asimmetria.
Le conseguenze vanno oltre la Groenlandia. Quando un leader costruisce realtà
alternative senza conseguenze, l’intero fondamento del dibattito democratico
viene eroso. La popolazione groenlandese — 57.000 persone con diritti di
autodeterminazione — viene ridotta a pedina in un gioco coloniale mascherato da
protezione.
Riconoscere la propaganda è il primo passo per resistervi. Quando un politico
afferma di dover “impedire” qualcosa che nessuno sta facendo, quando inventa
urgenze dove esiste solo calcolo strategico, non assistiamo a politica estera ma
a manipolazione nella sua forma più cruda. La domanda non è se Russia o Cina
“prenderanno” la Groenlandia; non lo faranno. La domanda è: perché Trump ha
bisogno che ci crediamo? E quali pericolosi precedenti accettiamo quando la
politica si svolge in un regno completamente svincolato dai fatti?
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L'articolo Trump inventa minacce inesistenti per giustificare le mire sulla
Groenlandia: una manipolazione inquietante proviene da Il Fatto Quotidiano.
“L’attentatore di Charlie Kirk si chiama Gustavo Lafessa”. Il 10 settembre
scorso, l’attivista di ultra destra Charlie Kirk viene ucciso con una fucilata
sparata a distanza durante un incontro pubblico nello Utah, Stati Uniti. La
comunità denominata Twitter Calcio butta in pasto al web un nome inventato.
Questa informazione viene rilanciata da due influencer americani. A riprendere
questa “informazione” è Wikipedia indonesiano e Grok, il sistema di intelligenza
artificiale di Elon Musk utilizzato sulla piattaforma social X.
Così, in pochi minuti, è stata fabbricata una notizia fasulla. Il 2025 che sta
per concludersi è stata una annata prolifica per le fake news, grazie
all’irruzione dell’intelligenza artificiale. Il dato emerge dall’analisi di
Socialcom assieme alla piattaforma Socialdata; tra bufale e leggende
metropolitane dilagate in special modo su Instagram e TikTok si arriva a contare
280mila post e circa 90 milioni di interazioni online.
La stessa Socialcom sulla sua pagina fornisce una lettura del fenomeno: “Il
primo dato è il ruolo determinante dell’AI: non solo uno strumento in più, ma un
moltiplicatore di credibilità. Video e immagini generate artificialmente — come
il caso del ‘canguro da supporto emotivo’ bloccato in aeroporto — riescono a
superare le difese critiche degli utenti perché parlano il linguaggio nativo dei
social: emozionale, immediato, visivo. Non siamo più davanti a testi palesemente
inventati, ma a scene che ‘potrebbero essere vere’, soprattutto se viste senza
audio, senza contesto o in mezzo a uno scroll continuo. È qui che nasce una
nuova generazione di fake news, più sofisticata, più difficile da smontare, e
quindi più pericolosa”.
Così, l’utente che non riesce a resistere alla tentazione di “scrollare” il suo
cellulare per scorrere i contenuti del suo social preferito può passare con
disinvoltura dal video che mostra una donna litigare con una hostess che non
vuole far salire sull’aereo un “canguro da compagnia” alla diceria della moglie
del presidente francese Macron – Brigitte – che in realtà è un uomo. Una falsità
che ha spinto la stessa Brigitte Macron a denunciare chi ha fomentato la
diffusione di questa falsità. Non sono immuni i capi di Stato, soprattutto in
tempi il cui, con le guerre in corso, il discredito diventa arma per
ridicolizzare e screditare. Proprio Emmanuel Macron viene “immortalato” mentre
viaggia su un treno per Kiev allo scopo di sostenere la resistenza dell’Ucraina
rispetto all’invasione russa: è sufficiente che Macron tenga in mano un
fazzoletto di carta e che questa istantanea sia rallentata e zoomata per far
circolare la notizia che “Macron usa cocaina”. La smentita — pur ufficiale — non
ha la stessa forza della bugia. Chi vuole sfruttare l’ingenuità o la
superficialità dell’utente, lo fa senza pudore per imporre la propria verità,
che nulla ha a che fare con i fatti sottoposti a verifica.
In Italia, analizza Socialcom, terreno fertile sono gli sport e i campioni più
popolari. Nasce così l’immagine di Sinner che sorride accanto al suo avversario
infortunato. Chi si ferma solo all’istantanea e non si cura di accertare se la
notizia sia vera o meno, cade nella trappola e la propaga. Secondo Luca
Ferlaino, presidente di Socialcom “il dato più rilevante è culturale: basta un
video generato, un meme fuori contesto o un frame manipolato per riscrivere la
realtà. Per questo serve un’educazione digitale più forte: oggi il problema non
è solo distinguere vero e falso, ma capire come il falso riesca a sembrare
vero”.
La materia è complicata e spesso si nutre di una miscela esplosiva: dicerie di
popolo più tecnologia. Lo prova la leggenda nera dei criminali che utilizzano
gatti per incendiare le pendici del vulcano in Campania. Una notizia che viene
rilanciata anche da autorevoli fonti di informazione, fino a quando il Corriere
della Sera il 12 luglio 2017 la smentisce con un articolo dal titolo: “No, i
piromani non hanno usato gatti vivi per incendiare il Vesuvio”. I giornalisti
del quotidiano hanno fatto le loro verifiche e concludono: “Si tratta di una
fake news”. Ma a chi importa la verità rispetto ad una bugia ben costruita,
fornita su un supporto che sta sempre dinanzi agli occhi e rilanciata migliaia
di volte?
L'articolo Da Brigitte trans a Macron che usa cocaina: 2025, l’anno delle bufale
costruite con l’intelligenza artificiale. Instagram e TikTok i terreni di caccia
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Prima la scomparsa, poi la fake news sulla morte e il linciaggio dalla folla
rischiato dall’amico. E ora, dopo il ritrovamento della ragazza, potrebbe
archiviata l’inchiesta per istigazione al suicidio aperta dagli inquirenti che
indagano sul caso. Dragos Ioan Gheormescu, l’amico romeno che ha ospitato
Tatiana Tramacere, è stato sentito dai carabinieri dopo il ritrovamento avvenuto
ieri. Anche per gli investigatori, si è trattato di un allontanamento
volontario.
L’amico ha anche letto un messaggio davanti alla tv: “Il forte sentimento
reciproco tra me e Tatiana che si è consolidato di fatto in questi giorni non mi
ha fatto ben comprendere le conseguenze, anche di natura pubblica, derivanti da
questa nostra avventura, che ripeto era di comune accordo. Ho voluto tutelare
Tatiana nelle sue scelte personali di cambiare vita”. Dei commenti sono arrivati
anche da parte del fratello di Tatiana: “Sta bene ma ora ha bisogno di pace; non
le abbiamo fatto domande: sarà lei quando se la sentirà a raccontarci”.
La famiglia Tramacere e L’intera comunità di Nardò (Lecce) dopo undici giorni
hanno potuto tirare un sospiro di sollievo. Tatiana è sempre stata a Nardò,
hanno confermato le immagini delle telecamere di videosorveglianza che l’hanno
ripresa mentre entrava nella palazzina con l’amico Dragos il 24 novembre. Da
quel luogo non è più uscita, fino a quando i carabinieri sono entrati, temendo
di trovarsi di fronte ad una scena del crimine, trovandola viva e in salute.
Resta il mistero sulle ragioni che l’avrebbero indotta a farlo. Tra le ipotesi
quella che l’abbia fatto per aumentare il numero dei suoi follower sui social.
Alla soluzione del “giallo”, gli inquirenti sono giunti attraverso indagini
tecniche. Dalla denuncia della famiglia, quattro giorni dopo la scomparsa della
ragazza, i carabinieri hanno acquisito i video delle telecamere intorno alla
zona dove era stata vista per l’ultima volta, un parco a poche centinaia di
metri da casa. La ricerca e l’analisi dei video non è stata immediata, perché un
forte temporale aveva mandato in tilt le telecamere pubbliche e quindi hanno
dovuto cercare gli impianti privati. Tra il 2 e il 3 dicembre gli investigatori
sono riusciti a trovare i frame che ritraevano la ragazza e l’amico allontanarsi
dal parco e poi entrare in casa di lui. Da quel luogo, hanno rivelato le
immagini dei quattro giorni successivi, Tatiana non è più uscita.
Ventiquattr’ore dopo hanno deciso di entrare nell’appartamento con gli
specialisti del Ris.
L'articolo Tatiana Tramacere, nessun reato per l’allontanamento volontario: il
caso verso l’archiviazione proviene da Il Fatto Quotidiano.