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Studente disabile bullizzato a scuola a Nardò: il Miur dovrà risarcirlo per “omessa vigilanza”
Era stato vittima di soprusi e angherie nel periodo di scuola e adesso lo Stato dovrà risponderne. Il tribunale civile di Lecce ha condannato il Ministero dell’Istruzione e del merito a risarcire con circa 6mila euro uno studente che è stato vittima di numerosi episodi di bullismo tra il 2015 e il 2017. L’interessato, all’epoca dei fatti adolescente, ha una disabilità motoria ed era stato insultato e picchiato più volte dai suoi compagni di classe, che lo escludevano anche dalle feste. Il ragazzo era perfino finito in ospedale per le ferite riportate. Esasperato, aveva deciso di cambiare scuola e la famiglia aveva sporto denuncia. Gli ex compagni di classe erano stati identificati e indagati dalla Procura minorile salentina, ottenendo la messa alla prova. I genitori della vittima avevano poi citato in giudizio per omessa vigilanza la scuola secondaria di primo grado di Nardò. Secondo i giudici, l’istituto e il corpo docenti non hanno “adottato misure adeguate nella salvaguardia dell’incolumità del giovane” per adempiere al compito pubblico di “controllo e vigilanza, anticipare il verificarsi di situazioni di pericolo” e “garantire un ambiente sicuro e inclusivo per tutti gli studenti e di intervenire con tempestività in contrasto a ogni forma di violenza e discriminazione”. Foto d’archivio. L'articolo Studente disabile bullizzato a scuola a Nardò: il Miur dovrà risarcirlo per “omessa vigilanza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Carceri minorili inaugurati ma non pronti, Nordio conferma tutto: “A Lecce infiltrazioni d’acqua, problemi all’impianto antincendio e penuria di agenti”
Sei pagine fitte di falle tecniche, mancanze strutturali e problemi di organico: dalle infiltrazioni nel soffitto ai problemi all’impianto antincendio, dalla penuria di agenti penitenziari all’assenza di percorsi di rieducazione. A firmare la relazione sull’Istituto Penale per Minori di Lecce però non è qualche oppositore del governo Meloni ma il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che però minimizza. “Inconvenienti tecnici che ben possono verificarsi nell’ambito di realizzazione di qualsivoglia intervento edilizio” scrive il guardasigilli (nella sua risposta a una interrogazione del deputato Pd Claudio Stefanazzi) aggiungendo che “rendere operativo l’Ipm di Lecce è di vitale importanza per attenuare il sovraffollamento del comparto detentivo minorile”. E pazienza che il carcere minorile salentino fosse stato inaugurato in pompa magna il 20 novembre scorso dal sottosegretario Andrea Ostellari per poi rimandare l’apertura operativa di oltre un mese proprio a causa dei lavori non terminati. Il 2 dicembre Stefanazzi ha depositato l’interrogazione a Nordio nella quale elencava una serie di “gravi carenze nelle condizioni di sicurezza interna ed esterna” segnalate dagli operatori e dai loro sindacati. Dopo un mese e mezzo di silenzio (e all’indomani della pubblicazione di un’inchiesta sulle criticità degli Ipm appena inaugurati non solo a Lecce ma anche a L’Aquila e Rovigo) arriva la risposta del ministro Nordio, trasmessa dal capo di gabinetto Giusi Bartolozzi. Il carcere minorile di Lecce “è una struttura moderna, che dispone di stanze singole, colorate, tutte dotate di servizi igienici privati e di spazi ariosi e molto luminosi” è l’esordio della risposta di Nordio, che però prosegue ammettendo le criticità. La stanza dei sanitari chiusa perché ci piove dentro? “L’infiltrazione è circoscritta e non inficia la funzionalità della struttura, riguardando un’unica stanza, che non sarà utilizzata sino alla completa risoluzione dell’inconveniente”. L’impianto antincendio non funzionante? È stato “nominato un responsabile servizio di prevenzione e protezione che si è prontamente attivato per lo svolgimento di tutti gli adempimenti volti alla tutela della sicurezza sul lavoro”. L’organico sottodimensionato degli agenti di polizia penitenziaria? “A fronte di un organico teorico di 42 unità” scrive Nordio “sono attualmente effettive 25, in aggiunta alle quali è previsto il trasferimento di ulteriori 8 unità, che avverrà in corrispondenza all’incremento del numero di detenuti presenti“. Risposte simili per tutte le altre falle messe in luce finora: “Si sta provvedendo a ingrandire” l’area passeggi; è “in corso di realizzazione” il campo sportivo all’aperto; “sono in corso interventi migliorativi” sull’impianto elettrico e di videosorveglianza visto che l’esterno del carcere minorile non è illuminato né funzionano le telecamere; la realizzazione di un block-house, cioè di una sorta di guardiola d’ingresso dove controllare chi entra e chi esce, “sarà realizzata prima possibile”. Per chiudere con la mancanza più vistosa, cioè l’assenza delle attività risocializzanti, i progetti che dovrebbero rieducare i ragazzi reclusi e prevenire la recidiva, cioè che tornino a delinquere: i progetti sono 17 ma sono “in attesa di approvazione da parte dei competenti organi” scrive Nordio. A questo punto la domanda inevasa rimane una sola: perché aprire una struttura con falle così evidenti e note al governo? “Il ministro non si smentisce” è la risposta che si dà Stefanazzi, destinatario della risposta di Nordio. “La necessità di offrire all’opinione pubblica risposte alla domanda di sicurezza crescente spinge il ministero ad andare oltre il buon senso, aprendo strutture di detenzione senza avere la certezza di poterle gestire. Questa fretta nasconde in realtà il fallimento del governo e la follia del panpenalismo“. Nel frattempo i minori detenuti nell’Ipm di Lecce aumentano: il 27 dicembre, al momento dell’apertura, erano quattro, mentre ieri (stando alle fonti interne) erano sette, di età compresa tra i 14 e i 17 anni. L'articolo Carceri minorili inaugurati ma non pronti, Nordio conferma tutto: “A Lecce infiltrazioni d’acqua, problemi all’impianto antincendio e penuria di agenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nico Paz segna, Di Francesco esplode: rosso al Via del Mare e polemica, cosa è successo in Lecce-Como
Al Via del Mare esplode la polemica dopo il gol che apre la sfida tra Lecce e Como. Al 20esimo del primo tempo i lariani passano in vantaggio grazie a una grande giocata di Nico Paz: il numero 10 si libera della marcatura di Ramadani, si gira rapidamente e conclude di potenza. Il tiro, deviato dalla spalla di Tiago Gabriel, sorprende Falcone e vale lo 0-1. L’azione scatena però le proteste furibonde del Lecce. Eusebio Di Francesco contesta il modo in cui Nico Paz si è liberato del centrocampista giallorosso, accusandolo di aver allargato il braccio durante il contrasto. L’arbitro Matteo Marchetti, dopo il controllo della sala Var, convalida la rete. Una decisione che manda su tutte le furie il tecnico salentino. La tensione non si placa dopo il gol. Di Francesco protesta con veemenza a bordocampo e si scaglia anche contro il quarto uomo. Marchetti, dopo l’ennesima discussione, estrae il cartellino rosso ed espelle l’allenatore del Lecce, che lascia l’area tecnica continuando a indicare l’arbitro e chiedendo spiegazioni sul mancato fischio. La partita, però, prende definitivamente la strada del Como. La squadra di Fabregas, tornata alla vittoria dopo due sconfitte consecutive, dilaga nella ripresa e si impone 3-0 grazie ai gol di Ramon e Douvikas. Prestazione brillante dei biancoblù, trascinati da un Nico Paz dominante, che salgono momentaneamente al sesto posto solitario con 27 punti. Per il Lecce, invece, arriva la terza sconfitta nelle ultime sei gare di Serie A. L'articolo Nico Paz segna, Di Francesco esplode: rosso al Via del Mare e polemica, cosa è successo in Lecce-Como proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un murales con i suoi colpi migliori: la nuova facciata della villa di Corvino è piena di bomber – Le foto
Pantaleo Corvino non sbaglia mai un attaccante. Si sa, è scritto su tutti i muri. Ma letteralmente: perché il direttore sportivo del Lecce ha compiuto 76 anni il 12 dicembre e ha deciso di farsi un regalo speciale, insolito e singolare. Corvino ha deciso di rendere la facciata di casa sua – a Vernole in provincia di Lecce – un museo degli attaccanti visibile a tutti. Sulle facciate della sua abitazione ha fatto dipingere due maxi sagome che lo raffigurano indicare vari attaccanti (dipinti sull’altra facciata) davanti alle curve di Lecce e Fiorentina. ‹ › 1 / 2 ‹ › 2 / 2 E non attaccanti a caso, ma tutte le punte acquistate in carriera, perché “si può sbagliare la moglie, ma mai il centravanti”, ha dichiarato in passato Corvino. Da Casarano a Lecce, passando per Fiorentina e Bologna. Da sempre appassionato di dipinti e sculture, Corvino quetsa volta ha voluto esagerare. E in tanti già corrono a curiosare: dalle parti di casa sua infatti in tanti si fermano per individuare i volti di tutti gli attaccanti dipinti sulla facciata. TUTTI I NOMI E c’è spazio per tutti: gran parte della facciata è, ovviamente, dedicata agli attaccanti del Lecce. In alto a sinistra sono facilmente individuabili i volti di Chevanton (che al Lecce segnò 50 gol in tre anni), Pellè e Vucinic, che in Puglia si fece conoscere all’Italia intera e poi giocò con Roma e Juventus. Più in basso quelli di Lucarelli, Bojinov e i più recenti Coda, Krstovic, Stulic e Camarda. Sugli ultimi due c’è un virtuale asterisco, visto che hanno appena giocato metà anno a Lecce e non hanno ancora confermato la “regola di Corvino”. Nella zona dedicata alla Fiorentina c’è spazio per Amauri, Toni, Babacar, Chiesa, Osvaldo, Vlahovic, Jovetic, Ljajic e Mutu, mentre nell’angolo rossoblù/rossazzurro – dedicato a Bologna e Casarano– ci sono Mattia Destro e Fabrizio Miccoli, il primo talento lanciato da Corvino che a 16 anni decise di farlo esordire in Serie C proprio con la maglia rossazzurra. Un auto-regalo “speciale” per Pantaleo Corvino e da adesso sì, la regola dell’attaccante è davvero scritta su tutti i muri. Intanto arriva il calciomercato invernale e per gli artisti autori del dipinto a casa Corvino potrebbe di conseguenza arrivare altro lavoro da fare. L'articolo Un murales con i suoi colpi migliori: la nuova facciata della villa di Corvino è piena di bomber – Le foto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Università del Salento si spacca su Eka, la società dell’ex golden boy di Emiliano: gli intrecci con gli uomini dell’ateneo
L’Università del Salento si spacca su Eka, l’azienda fondata dal golden boy di Emiliano, Alessandro Delli Noci, e gestita da Maurizio Laforgia, figlio dell’ex rettore Domenico, azienda che ha percepito 6,5 milioni di euro di fondi pubblici negli ultimi anni, anche dalla Regione Puglia. Entrambi sono indagati per corruzione e anche questo ha infiammato la discussione nel senato accademico. Eka è del tutto estranea all’inchiesta giudiziaria ma è anche grazie agli atti di indagine che emergono gli interessi, spesso in conflitto, tra pubblico e privato. IL 10% DELL’ATENEO, L’ASSESSORE E IL GIRO D’AFFARI Tutto ruota intorno al 10% di Eka detenuto fin dal 2010 dall’Università del Salento mentre la quota di maggioranza è detenuta da Amema, una srl di cui era socio Alessandro Delli Noci, e che tornerà più avanti in questa storia. La quota del 10% in mano all’ateneo fa di Eka uno spin-off universitario, cioè una società partecipata da un ente di ricerca pubblica. Una condizione redditizia perché assicura una premialità nei bandi pubblici: più punti, più fondi. È anche così che la società è cresciuta a passi da gigante. L’anno da tenere d’occhio è il 2020: quell’anno il fondatore Delli Noci (che nel frattempo ha dismesso le sue quote, vendendole a un consigliere comunale di area) diventa l’assessore allo Sviluppo economico nella giunta di Michele Emiliano. Il 2020 è anche l’anno in cui Eka decolla: il giro d’affari si triplica nel giro di quattro anni passando dai 3 milioni del bilancio 2020 agli 8,6 milioni del bilancio 2024; così come cresce il patrimonio netto, da 2,3 milioni a 4,4 milioni; e l’utile annuo che passa da 315mila euro a 520mila euro. I SINDACATI AL SENATO ACCADEMICO: “INCHIESTA INTERNA” Nel 2020 però succede anche che l’Università del Salento delibera la vendita della sua quota. È un atto dovuto: il regolamento interno fissa in sei anni la permanenza massima in uno spin-off, dopo di che si può derogare per un massimo di cinque anni. Ma anche un danno potenziale per la società, che così perderebbe la vantaggiosa qualifica di spin-off universitario. Peccato che a quella delibera non sia seguito alcun atto concreto per cinque anni, fino a venerdì scorso. Come mai l’Università del Salento ha derogato a un obbligo normativo per un lustro, con enormi vantaggi per la società fondata dall’ex assessore regionale e amministrata dal figlio dell’ex rettore? È quello che si sono chiesti i sindacati dell’ateneo salentino: Anief, Flc-Cgil e Snals/Confsal in una nota hanno parlato di “profonda preoccupazione per le vicende portate alla luce nei giorni scorsi dalle inchieste giornalistiche e da alcune segnalazioni interne” e hanno chiesto “che possa essere fatta completa luce su questa oscura pagina dell’Ateneo salentino” auspicando che il senato accademico “non si limiti alla sola vendita della quota di partecipazione, ma si faccia promotore di una inchiesta interna approfondita sull’intera gestione dello spin-off, chiarendo chi ha la responsabilità dell’inerzia amministrativa”. LO SCONTRO SUL PROGETTO HINT È in questo clima teso che si arriva alla seduta del senato accademico di venerdì scorso. Maria Antonietta Aiello, che da pochi mesi è la prima rettrice dell’Università del Salento, ha difeso l’operato dell’ateneo, assicurando “la piena aderenza ai principi di legalità e il rispetto delle procedure seguite per il mantenimento temporaneo delle partecipazioni”. E i cinque anni in cui l’Università del Salento aveva deliberato la vendita della quota di Eka ma poi non aveva agito? “Non un atto di favore ma un atto dovuto”, ha affermato Aiello. “L’uscita da una compagine societaria che ha ottenuto e gestisce finanziamenti pubblici potrebbe causare il blocco o la revoca dei fondi, recando un danno diretto anche alla ricerca”. Ecco il punto cruciale: Eka e Università del Salento hanno avuto un progetto in comune e sciogliere la società poteva portare alla revoca dei finanziamenti con un danno anche alle casse pubbliche. Il progetto in questione si chiama Hint, attiene alla telemedicina e il suo coordinatore scientifico è il professor Angelo Corallo: è Hint il chiodo a cui è rimasta appesa la partecipazione dell’Università dentro Eka fino al 2025. Ed è anche il punto su cui è nato lo scontro in senato accademico: secondo Luigi Melica, direttore del dipartimento di Giurisprudenza e autore dell’esposto che ha messo in moto le polemiche, le attività di Hint sarebbero terminate nel 2021; secondo la rettrice Aiello invece i pagamenti si sono protratti fino al 2025. Difficile dire chi abbia ragione tra Aiello e Melica. I LEGAMI TRA HINT E AMEMA Una cosa è certa: Eka non è mai citata tra i partner del progetto Hint. Né nelle determine regionali né tanto meno nei bilanci di Eka: nei documenti dal 2020 al 2025, sono citati tutti i progetti nazionali e regionali a cui lo spin-off ha partecipato. Hint però non è mai menzionato, come se Eka non vi avesse mai avuto niente a che fare. Dai bilanci emerge invece un altro tipo di legame: Angelo Corallo, il professore che è responsabile di Hint, compare nel bilancio 2022 come “advisor scientifico” dell’amministratore Maurizio Laforgia e nel bilancio 2024 come rappresentante di Amema, cioè la srl che ha in pancia la maggioranza di Eka. Una coincidenza strabiliante. A parlare di Corallo, in realtà, era stato lo stesso amministratore di Eka, Maurizio Laforgia, nel suo interrogatorio davanti al gip: “Noi abbiamo costituito una nostra holding” le sue parole a verbale “che si chiamava AMEMA perché erano le iniziali nostre, dei nostri amici: Alessandro (Delli Noci, ndr), Maurizio (Laforgia, ndr), Enza, Marco, e Angelo Corallo, un professore che è con noi fin dall’inizio”. Uno strano corto circuito: il coordinatore scientifico di Hint, il progetto universitario a cui sono appesi gli interessi di Eka, è in rapporti di affari con la stessa Eka. Difficile distinguere dove inizi il ruolo pubblico e dove cominci l’interesse privato. Ma non è finita qui. CHI STABILIRÀ IL VALORE? IL PROF VICINO A DELLI NOCI Lo scontro in senato accademico tra la rettrice Aiello e il professor Melica culmina con l’abbandono dell’aula da parte di otto componenti dell’organo, che avrebbero voluto una inchiesta interna per chiarire i punti oscuri. I componenti rimasti votano per la vendita della partecipazione dell’Università. Ma quanto vale quel 10%? Per valutare il valore della quota, il Senato accademico nomina una commissione di cui è coordinatore Antonio Del Prete. Non un professore qualunque: è il delegato alle partecipate della rettrice Aiello. E, sui circa 500 docenti di ruolo di cui l’Università del Salento dispone, è anche l’unico che era stato delegato in un altro spin-off fondato e amministrato direttamente da Alessandro Delli Noci, Advantech, in società con Amema. E Del Prete, come aveva spiegato ancora Maurizio Laforgia nel suo interrogatorio al gip, era stato molto di più: un sodale politico di Delli Noci e Laforgia, componente dell’associazione che ha supportato la scalata dell’ex assessore alla Regione Puglia, che aveva anche finanziato con donazioni private. Oggi quel professore è l’uomo che deve valutare quanto valga la quota dell’Università del Salento in Eka cioè quanto sia il vantaggio per le casse pubbliche e il costo per i bilanci privati. “Non vedo il problema”, commenta Del Prete, che conferma tutte le attività fin qui descritte. “Non mi sento in conflitto di interessi e d’altronde saremo in tre a svolgere questo compito: io, insieme ai miei colleghi, farò gli interessi dell’Università come ho sempre fatto”. Nessun reato, è bene ribadirlo, è al momento ipotizzato in questa vicenda; nella quale però la divisione tra pubblico e privato è labile e il confine tra politico, imprenditoriale e universitario è quasi impossibile da distinguere. L'articolo L’Università del Salento si spacca su Eka, la società dell’ex golden boy di Emiliano: gli intrecci con gli uomini dell’ateneo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lecce, secondo suicidio in carcere in meno di un mese: “Condizioni drammatiche di sovraffollamento”
È notte fonda. Mentre il compagno di cella dorme, un detenuto costruisce un cappio rudimentale con un lenzuolo e lo usa per togliersi la vita. Succede a Lecce, una manciata di giorni fa, protagonista un uomo originario del barese che scontava la sua pena nel carcere di Borgo San Nicola. Sabato mattina, alle 10, le volontarie e i volontari del penitenziario hanno organizzato un sit-in davanti ai cancelli dell’istituto. Le condizioni della casa circondariale sono state spesso considerate difficili, ma nell’ultimo periodo la situazione è diventata “drammatica”, come racconta a Ilfattoquotidiano.it Davide Piccirillo, avvocato e attivista che da tempo collabora con Antigone Puglia. Il 2024 è stato già l’annus horribilis delle carceri italiane, con 91 suicidi. Sono scesi a poco più di 70 nel 2025. Nel carcere di Lecce sono stati due solo nell’ultimo mese, qualche settimana fa era toccato a un ragazzo senegalese. Antigone dice che questo mese sarebbe in realtà “il terzo, se contiamo anche quello di una persona che è poi morta in ospedale”. Il penitenziario di Lecce – che è il più grande della Puglia, la regione col tasso di affollamento (160,5%) più alto d’Italia con 4.500 detenuti a fronte di circa 2.900 posti – “dovrebbe e potrebbe ospitare massimo 800 detenuti, 798 per la precisione, ma ce ne sono anche sopra i 1.400. E a inizio dell’anno, nel 2025, erano 1.200″. E col sovraffollamento si generano problemi “qualitativi e quantitativi” come “carenza di spazio, la carenza di trattamenti, la carenza di agenti, la carenza di personale generale, la carenza di personale medico e psichiatrico”, dice Piccirillo. Nelle carceri italiane stanno tornando di moda per via del sovraffollamento anche i letti a castello a tre. Si dorme “alle volte a 20 centimetri, anche a 15 centimetri dal soffitto”. Il problema “è sistemico, è chiaro, ma è un problema anche di sentire comune” cioè – sostiene – di come la gente vuole e chiede venga represso un crimine. E con il decreto Sicurezza e le nuove pene, esiste il rischio che il sovraffollamento peggiori. Nonostante le nuove carceri da costruire previste dal governo, che probabilmente non basteranno perché “ora siamo a circa 64.000 detenuti, ci sono quasi 20.000 detenuti in più di quelli che ci dovrebbero essere, quindi nel 2027 ci saranno 10.000 posti in più, se va bene, e ce ne sarebbero comunque 10.000 in sopra organico”, spiega Piccirillo. Antigone, e associazioni simili, non sono state le uniche a denunciare la situazione. Infatti, secondo la Sappe – il sindacato degli agenti penitenziari – il carcere salentino starebbe vivendo “il momento più drammatico e critico della sua storia” proprio a causa del sovraffollamento. Il suicidio dell’uomo sarebbe avvenuto, dalla ricostruzione sindacale, con un solo poliziotto a controllo della sezione, un reparto precauzionale che ne richiederebbe almeno due. Questo dipenderebbe dalle poche unità del carcere leccese in cui “per 1.400 ristretti risultano amministrate circa 570 unità, da cui depennare le decine e decine di poliziotti a disposizione dell’ospedale militare”, e ciò comporterebbe ritmi di lavoro “impressionanti, per 12 ore ed oltre al giorno”. Il sindacato ha inviato una lettera al prefetto di Lecce, alla sindaca Adriana Poli Bortone e ai parlamentari e senatori eletti nel territorio salentino, ma dice di non aver ricevuto nessuna risposta. Non è chiaro se il sit-in di domani mattina vedrà la partecipazione anche di agenti o rappresentanti della polizia penitenziaria. Ci sarà di sicuro la garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, Maria Mancarella, e sarà un evento aperto alla cittadinanza e a ogni associazione. Antigone Puglia ha fatto sapere che parteciperà e la sua presidente, Maria Pia Scarciglia, ha dichiarato – come riporta Lecceprima – che “se in una città come quella di Lecce si fossero suicidate tre persone in un solo mese e mezzo, qualcuno sicuramente si sarebbe fatto qualche domanda sulle possibili cause. E invece assistiamo a un silenzio assordante, anche da parte delle istituzioni locali”. L'articolo Lecce, secondo suicidio in carcere in meno di un mese: “Condizioni drammatiche di sovraffollamento” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Chiedo scusa a tutti”, Tatiana Tramacere chiude i profili social dopo gli insulti e le critiche
“Chiedo scusa a tutti: alla mia famiglia, alle forze dell’ordine, a ogni cittadino di Nardò”. Tatiana Tramacere, 27enne di Nardò che era data per scomparsa ma si era allontanata volontariamente da casa, fa mea culpa sul suo comportamento. In un’intervista integrale che andrà in onda questa sera sulla trasmissione Chi l’ha visto, la giovane ha espresso il suo rammarico. La giovane era scomparsa il 24 novembre scorso, scatenando immediatamente una mobilitazione di parenti, amici e forze dell’ordine per cercarla. Era stato anche temuto il peggio per la sua vita. Le ricerche si sono concluse undici giorni dopo, quando la giovane è stata rintracciata poco distante dalla sua abitazione, nascosta nella mansarda del suo amico Dragos Ioan Gheormescu. La sua decisione di allontanarsi e simulare di fatto la scomparsa ha generato forti polemiche e critiche, soprattutto per l’ansia e l’apprensione causata ai familiari e alla comunità locale. La vicenda, pur senza sfociare in reati, ha acceso un dibattito sulla responsabilità personale e sull’impatto emotivo di simili gesti. L’intervista di Chi l’ha visto offrirà una ricostruzione diretta dei motivi che hanno portato Tatiana a compiere questa scelta, fornendo al contempo uno spazio in cui la giovane possa esprimere le proprie scuse e spiegazioni, nell’ottica di chiudere una pagina delicata per lei e per chi le è vicino. Su Facebook, dove ha circa 9mila follower, sotto i post condivisi qualche mese fa continuano a giungere commenti critici. Cancellato invece del tutto il suoi profilo Instagram, sia quello principale con il suo nome, sia quello usato con il nickname ‘cacciatrice di emozioni’. La Procura di Lecce sta facendo ulteriori verifiche sulla versione dei due, che sembra concordare, però, sull’ipotesi dell’allontanamento volontario. Al momento resta sequestrato il cellulare del 30enne. L'articolo “Chiedo scusa a tutti”, Tatiana Tramacere chiude i profili social dopo gli insulti e le critiche proviene da Il Fatto Quotidiano.
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E’ latitante e si nasconde tra i pastorelli del presepe in piazza: arrestato a Galatone
A Natale puoi… anche nasconderti in posti in cui non ti cercheranno mai: e alla fine l’hanno trovato. A Galatone, in provincia di Lecce, un uomo di 39 anni è stato arrestato all’interno del presepe in piazza. L’uomo, un cittadino del Ghana, era in latitanza: su di lui pendeva un mandato di arresto per scontare una condanna di 9 mesi e 15 giorni, emessa dalla Procura di Bologna per i reati di lesioni personali aggravate e resistenza a pubblico ufficiale. Mentre passava di lì, il sindaco Flavio Filoni aveva notato uno strano dettaglio nel presepe allestito in piazza Santissimo Crocifisso: uno dei pastorelli sembrava muoversi. Acclarato che si trattava di una persona in carne e ossa, è intervenuta la polizia. L’uomo è stato convinto a uscire dal presepe, ma sembrava in uno stato confusionale. Preoccupati per la sicurezza pubblica, i poliziotti hanno richiesto il supporto del Commissariato di Nardó. Arrivati sul posto, gli agenti hanno identificato il latitante e l’hanno condotto al carcere di Lecce. L'articolo E’ latitante e si nasconde tra i pastorelli del presepe in piazza: arrestato a Galatone proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Volevate trovarla morta…”, lo sfogo del cugino di Tatiana Tramacere. Non esclusa una denuncia contro l’amico Dragos
“Volevate trovarla morta…”. È l’incipit durissimo del lungo post pubblicato su Facebook da Lorenzo Tramacere, cugino di Tatiana Tramacere, la 27enne di Nardò scomparsa per undici giorni e ritrovata giovedì scorso in una mansarda a pochi passi da casa, nell’abitazione dell’amico Dragos Ioan Gheormescu. Parole che arrivano in un clima teso, mentre sui social si moltiplicano critiche e attacchi nei confronti della ragazza, accusata da molti di aver organizzato un allontanamento volontario senza pensare al dolore dei familiari e al dispiegamento di forze per ritrovarla. Il parente rifiuta questa narrazione e punta il dito contro chi, a suo dire, “avrebbe preferito una tragedia, un colpo di scena”, perché “l’odio ha bisogno di tragedie nuove da divorare”. Ricorda che Tatiana “è viva” e che questo dovrebbe “bastare a fermare tutto il resto”. Ma soprattutto invita a non giudicare: “Se davvero tutto ciò è stato frutto della sua volontà, dobbiamo capire quale dolore, quale tempesta interna l’abbia travolta”. La famiglia e i sospetti sul periodo di scomparsa A non convincere i parenti, però, è proprio la versione di Tatiana, che ha dichiarato ai carabinieri di essersi nascosta volontariamente nella casa di Dragos, distante appena 500 metri dalla sua abitazione. La famiglia — riferiscono alcune fonti — starebbe valutando una denuncia nei confronti del 30enne romeno, dal momento che non crede del tutto alla ricostruzione fornita dalla giovane. Quando i carabinieri entrarono in casa, Tatiana era rannicchiata in un armadio. “Non ho fatto niente”, avrebbe detto. Le sue condizioni hanno scioccato i genitori: “L’abbiamo trovata denutrita, sofferente, smagrita. Non si reggeva in piedi”, ha dichiarato il padre Rino Tramacere, aggiungendo di non sapere se la ragazza sia stata maltrattata. “Ce lo siamo chiesti, sì”, ammette. Dragos cambia avvocato e si difende Nel frattempo Dragos ha cambiato legale. Il nuovo avvocato dovrà verificare gli atti, mentre il 30enne ribadisce la sua versione: “Il forte sentimento reciproco tra me e Tatiana non mi ha fatto ben comprendere le conseguenze di questa nostra avventura. Ho voluto tutelarla nelle sue scelte personali”. Il suo precedente avvocato, Angelo Greco, ha sottolineato che non ci sono elementi per configurare reati: “Nessun maltrattamento, e l’allontanamento era volontario”. Gli inquirenti hanno escluso il sequestro di persona già la sera del ritrovamento. IL SILENZIO DI TATIANA E IL PESO DELL’ESPOSIZIONE PUBBLICA Tatiana, intanto, non parla. Né con gli investigatori, né con la famiglia. La 27enne, seguitissima sui social per le sue poesie, si è “chiusa in un silenzio quasi totale”, come spiega il padre Rino, che racconta una figlia “sconvolta”, isolata nella sua stanza e sopraffatta dagli attacchi online: “Certe insinuazioni le fanno male. Soffre fino alle lacrime”. Il cugino Lorenzo insiste sul tema della fragilità: “Tatiana è una ragazza fragile, confusa, che ha vissuto qualcosa che nessuno ha compreso. Anche se avesse fatto tutto di sua volontà, merita rispetto”. E avverte: “Le parole pesano. Possono spezzare. Una ragazza sommersa dall’odio può cadere in un buco nero”. GLI SVILUPPI DELL’INDAGINE Dragos è tornato al lavoro come gommista. Il suo cellulare, sequestrato inizialmente perché era caduta l’ipotesi d’istigazione al suicidio, è ancora al vaglio degli inquirenti e potrebbe chiarire gli ultimi aspetti di una vicenda ancora avvolta da domande. La famiglia, intanto, chiede soltanto silenzio e protezione: “Bisogna proteggerla”, ribadisce il padre, preoccupato dalle continue speculazioni che circolano sulla vicenda. L'articolo “Volevate trovarla morta…”, lo sfogo del cugino di Tatiana Tramacere. Non esclusa una denuncia contro l’amico Dragos proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Era smagrita e sofferente. Speriamo che i carabinieri facciano tutte le verifiche”, la famiglia di Tatiana Tramacere chiede di indagare
Forse il caso di Tatiana Tramacere, sparita per undici giorni e ritrovata in casa di un amico a Nardò, non può considerarsi del tutto chiuso. L’assenza di reati – si era aperto un fascicolo per istigazione al suicidio che verrà archiviato – non chiarisce ancora cosa sia successo veramente. Rino Tramacere parlando con la stampa è chiaro: “Non c’è tempo da perdere, dobbiamo riappropriarci della nostra serenità. Abbiamo attraversato le tenebre e rivisto il sole, all’improvviso. Solo un padre può capire cosa significa ritrovare una figlia sana e salva dopo avere convissuto con la paura di averla persa”. Una ragazza riemersa da un apparente isolamento volontario che ora “si è chiusa nella sua stanza, non vuole vedere nessuno. Non parla, non chiede nulla, è ancora sotto choc. IL RITORNO Il rientro a casa non è stato semplice. “Quando siamo andati a riprendercela è stato drammatico. Era sofferente, smagrita, senza forze. Non riusciva a reggersi in piedi. L’abbiamo dovuta sorreggere”. Cosa sia accaduto in quella casa in cui è rimasta per undici giorni, nessuno lo sa ancora. “Non comprendiamo perché fosse ridotta così. Ma ora importa solo che sia con noi”. La 27enne è stata trovata nascosta in un armadio nell’abitazione di Dragos Gheormescu, 30 anni, con cui aveva iniziato una relazione che la famiglia ignorava completamente. Dragos sostiene che lei fosse con lui per sua scelta: “Non ho fatto niente di male, abbiamo fatto tutto insieme”, avrebbe detto Tatiana ai carabinieri subito dopo il ritrovamento. Parole che hanno portato la Procura a ridimensionare le accuse iniziali. I DUBBI DELLA FAMIGLIA Ma in casa Tramacere i dubbi restano forti. E ad esprimerli è il fratello Vladimir: “Non siamo affatto convinti che mia sorella abbia organizzato tutto come leggiamo sui giornali”. Alcuni hanno ipotizzato che la ragazza volesse aumentare il suo numero di follower sui social. Su Dragos, il giudizio è sospeso: “Non conosco questo ragazzo – dice il padre – l’ho visto una sola volta per cinque minuti. Non posso giudicarlo”, mentre Vladimir ha una visione diversa: “Sì, abbiamo sentito la sua versione… è meglio che sto zitto». L’ONDA DEGLI INSULTI E LA PRESSIONE DEL PAESE Se la famiglia si stringe attorno a Tatiana, fuori la pressione è forte. “Attaccano persino me dicendo che la colpa è mia perché la nascondo. Ma io non nascondo niente: la proteggo” spiega il fratello. Tatiana intanto ha riacceso il telefono e legge ciò che si scrive. “Molte cose le fanno male – racconta il padre – specie certe insinuazioni, le ricostruzioni fantasiose, i giudizi buttati sui social da gente che non sa nulla. Le fanno male fino alle lacrime”. IL MISTERO DEGLI UNDICI GIORNI Resta un interrogativo: cosa è accaduto in quelle undici giornate trascorse a soli 500 metri da casa? Tatiana guardava in tv gli appelli dei suoi familiari; seguiva perfino l’intervista del suo ex fidanzato Mino, il carabiniere con cui avrebbe voluto ricucire la relazione. Ma non è più salita su quell’autobus che doveva portarla da lui a Brescia. Le telecamere del paese invece l’hanno immortalata mentre si allontanava sottobraccio a Dragos, verso l’appartamento dove poi sarebbe rimasta fino al blitz dei carabinieri. Di spiegazioni, per ora, non ne arrivano. “Le abbiamo chiesto cosa sia successo, ma resta in silenzio e piange – spiega il padre – Parlerà quando se la sentirà”. L’avvocato Tommaso Valente conferma che quelle prime dichiarazioni non sono mai state verbalizzate. “Speriamo che i carabinieri facciano tutte le verifiche. Perché quello che è successo in quegli undici giorni, in quella casa, nessuno lo sa ancora” incalza il giovane. Il padre però si dice certo che “tornerà la nostra Tatiana di sempre: solare, felice, con tanta voglia di vivere. Dobbiamo solo proteggerla”. L'articolo “Era smagrita e sofferente. Speriamo che i carabinieri facciano tutte le verifiche”, la famiglia di Tatiana Tramacere chiede di indagare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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