Avevano assicurato che il vertice non si sarebbe concluso prima che fosse stata
raggiunta una decisione chiara. Ne sono usciti con una promessa, non molto di
più. Ma la linea che i vertici di Commissione, Consiglio Ue e Germania avevano
tenuto fino a ieri sera si è infranta contro le divisioni degli Stati membri.
Nei prossimi due anni l’Unione continuerà a sostenere l’Ucraina con altri 90
miliardi di euro che non arriveranno dagli asset russi congelati – come chiesto
negli ultimi mesi da Friedrich Merz, Ursula von der Leyen e Antonio Costa – ma
saranno frutto di un un prestito garantito tramite “l’indebitamento dell’Ue sui
mercati dei capitali”, ha spiegato il capo dell’esecutivo comunitario al termine
del vertice dei leader tenuto a Bruxelles.
La maratona negoziale ha confermato le divisioni della vigilia. A Germania,
Francia, Olanda, Paesi baltici e scandinavi favorevoli all’opzione hanno fatto
da contraltare i dubbi di natura giuridica espressi da Italia, Bulgaria e Malta
ma soprattutto la netta contrarietà di Belgio, Ungheria, Slovacchia e Repubblica
Ceca. Così si è deciso per il debito comune. “Una buona notizia per l’Ucraina e
una cattiva notizia per la Russia”, l’ha definita Merz, ammettendo che la sua
proposta di utilizzare direttamente i beni russi immobilizzati negli istituti di
credito europei – sconsigliata dall’agenzia di rating Fitch e dalla stessa
Euroclear che ne ha in pancia la maggior parte – si era rivelata troppo
complicata. Un imbarazzato ottimismo che non ha convinto la stampa teutonica.
“Bene per l’Ucraina ma una sconfitta per Merz“, scrive la Frankfurter Allgemeine
Zeitung, il principale quotidiano conservatore del paese. “Ha promesso la
leadership, ma ha ottenuto una soluzione ponte”, ha titolato Der Spiegel sul
web.
“Questo vertice europeo lo dimostra: manca la leadership. E c’è una erosione del
consenso comune”, è stata invece l’analisi di Die Welt. Per il giornale di Axel
Springer, “è stata un giornata nera per l’Europa e anche per il cancelliere
Merz. Gli europei si sono mostrati frammentati e deboli nella decisione”. “Merz
che, come cancelliere tedesco con ambizioni internazionali, da questo anno
voleva essere il nuovo leader nell’Ue non è riuscito nelle sue stesse
ambizioni”, sentenzia il quotidiano, secondo cui il Bundeskanzler “è molto
lontano dal godere fra i colleghi della reputazione di Angela Merkel“.
Un fuoco di fila tale che a metà mattinata il vice portavoce del governo
Sebastain Hille è intervenuto per specificare debito comune che gli Stati
dovranno fare per raccogliere i 90 miliardi sarà garantito dagli asset di Mosca.
“Una possibilità era accedere subito ai beni russi e trasferire direttamente i
fondi all’Ucraina – ha argomentato Hille -. L’altra, quella che è stata scelta,
consiste nel mettere prima a disposizione risorse finanziarie, garantendole però
con i beni russi immobilizzati. In sostanza, si tratta solo di una differenza
nell’ordine delle operazioni: prima l’una e poi l’altra, oppure viceversa”.
Se da un punto di vista tecnico la spiegazione tiene, sotto il profilo politico
la sostanza è diversa. Capo del governo di quella Germania che è solita
considerarsi ed essere considerata solida guida in grado di dare la linea agli
altri Stati dell’Unione, Merz aveva sponsorizzato l’utilizzo diretto degli asset
russi in ogni occasione possibile. Fino all’ultimo secondo: “Dal mio punto di
vista è l’unica opzione“, aveva detto ieri arrivando al summit Ue -. In sostanza
ci troviamo di fronte alla scelta tra utilizzare debito europeo o patrimonio
russo per l’Ucraina. E su questo la mia opinione è chiara: dobbiamo utilizzare
il patrimonio russo, come ha proposto la Commissione”.
Sì, perché pur tenendo sempre presenti le due possibilità nei suoi discorsi
pubblici anche Von der Leyen – tedesca anche lei – ha spinto per la soluzione
“russa” fin da quando quasi due anni fa la proposta aveva cominciato a essere
considerata: “È tempo di iniziare a discutere l’utilizzo dei profitti
eccezionali derivanti dai beni russi congelati per acquistare insieme
equipaggiamento militare per l’Ucraina”, diceva il 24 febbraio 2024 al
Parlamento Ue parlando non degli asset tout court ma degli interessi generati da
questi ultimi. Fino a questa notte, quando l’accordo in Consiglio era già stato
raggiunto: “Ci riserviamo il diritto di utilizzare i saldi di cassa derivanti da
attività russe immobilizzate nell’Ue per finanziare il prestito”, ha twittato in
una sorta di tentativo di nascondere il naufragio della proposta di utilizzo
diretto.
Alla quale si era detto “totalmente favorevole” anche Costa. “A condizione –
aveva specificato il 16 dicembre il presidente del Consiglio europeo, ovvero
l’organo che prende le decisioni sulle politiche da attuare – che tenga conto di
alcune obiezioni realmente pertinenti del Belgio”, che hanno finito per
prevalere. E per far naufragare la linea scelta dagli stessi vertici comunitari.
L'articolo Asset russi, crolla la linea di Merz-Von der Leyen-Costa. La stampa
tedesca: “Giornata nera, in Ue manca un leader” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Consiglio Europeo
Il giorno dopo il rinvio a gennaio della firma dell’accordo di libero scambio
con il Mercosur, inizialmente previsto per il 20 dicembre, l’attenzione è tutta
sulla posizione assunta dalla premier italiana Giorgia Meloni. Perché se il
freno della Francia e della Polonia era più che scontato, l’Italia ha fatto da
ago della bilancia. Ostacolando anche l’accelerata che, invece, avrebbero voluto
dare Germania e Spagna per trovare in quella partnership uno strumento di
risposta ai dazi di Trump. Complici, ma fino a un certo punto, le proteste degli
agricoltori. Perché per Meloni il guaio non sono i trattori addobbati a tema
natalizio fermi a Place du Luxembourg, davanti al Parlamento europeo, ma è il
rientro a casa senza il consenso delle organizzazioni di categoria. Dietro le
parole rassicuranti della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen,
che si è detta “fiduciosa” sulla possibilità di garantire il sostegno necessario
affinché l’accordo possa essere firmato a gennaio e del presidente del Consiglio
Ue, Antonio Costa (“Penso che il mondo non abbia perso molto con queste tre
settimane, dopo 26 anni), si celerebbe un certo fastidio per il ruolo che Roma
ha avuto, facendo saltare il viaggio di von der Leyen e Costa in Brasile per la
firma dell’intesa. Tanto più che i protagonisti del “dialogo” hanno espresso
fino all’ultimo la loro volontà e la speranza di giungere a un accordo, anche
tirando fino a sabato. Così non è andata: si rimanda almeno di un paio di
settimane, al massimo fino a metà gennaio.
IL RUOLO DELL’ITALIA E LE REAZIONI DEGLI ALTRI LEADER EUROPEI
“Direi che in entrambe le questioni principali sta prevalendo il buon senso e
quindi sono soddisfatta dei risultati di questa lunga giornata”, ha dichiarato
Meloni dopo il Consiglio Ue, riferendosi anche all’intesa per il prestito da 90
miliardi all’Ucraina. E sull’accordo di libero scambio ha confermato che “si sta
lavorando per posticipare il summit, il che ci offre altre settimane per cercare
di dare le risposte richieste dai nostri agricoltori, le salvaguardie che sono
necessarie per i nostri prodotti”. Che l’Italia abbia avuto un ruolo cruciale,
lo raccontano i commenti politici, a iniziare da quello del presidente
brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva. “La mia sorpresa è stata scoprire che
l’Italia, insieme alla Francia, non voleva firmare l’accordo” ha ammesso. Poi la
telefonata con Meloni. “Non è contraria – ha detto – ma è sotto pressione dal
mondo agricolo e mi ha chiesto pazienza: una settimana, dieci giorni, al massimo
un mese”. In conferenza stampa, la spiegazione del cancelliere tedesco,
Friedrich Merz. “L’Italia ci ha chiesto di rinviare la firma”, ma la premier
“Giorgia Meloni ha affermato che, in coordinamento con la Commissione europea,
si assicureranno che al più tardi a metà gennaio questo appuntamento a Brasilia”
per la firma “possa aver luogo”. Merz dà per “certo” che il Mercosur entrerà in
vigore “una volta che il governo italiano avrà dato il suo consenso”, non
rinunciando “alla speranza che anche la Francia lo approvi. Ma se così non
fosse, abbiamo la maggioranza qualificata”. In questo momento storico Pedro
Sanchez può anche permettersi di fare buon viso a cattivo gioco: “Abbiamo
aspettato venticinque anni per firmare l’accordo commerciale con il Mercosur,
possiamo aspettare un mese in più”.
BRUXELLES DIFENDE IL TESTO, MA PER MACRON “DEVE CAMBIARE NATURA”
Il punto è capirsi su cosa si sta aspettando. Perché nella giornata di protesta,
mentre Emmanuel Macron ribadiva il suo ‘no’ all’intesa, la posizione della
Commissione Ue è stata quella di difesa nei confronti di un testo che ha già
previsto salvaguardie ed è stato pure approvato pochi giorni fa
dall’Europarlamento. Von der Leyen lo ha ribadito anche in un incontro con una
delegazione di agricoltori riuniti sotto la sigla del Copa-Cogeca, di cui fanno
parte Confagricoltura, Coldiretti e Cia. “Questo accordo è di cruciale
importanza per l’Europa, economicamente, diplomaticamente e geopoliticamente,
apre nuove opportunità commerciali ed economiche per tutti i nostri Stati membri
e, con controlli e garanzie aggiuntivi, abbiamo integrato tutte le protezioni
necessarie per i nostri agricoltori e per i nostri consumatori” ha detto,
ricordando che “in un anno dominato da notizie di aumento dei dazi e nuove
restrizioni commerciali, l’impatto positivo di questo patto è importante non
solo per le nostre due regioni, ma per l’economia globale”. Non ha nascosto la
delusione il presidente della commissione per il commercio internazionale del
Parlamento europeo, Bernd Lange: “Un’occasione mancata che porta a ulteriore
incertezza. Lo stallo continua. Avremmo potuto inviare un forte segnale – scrive
sui social – per una cooperazione basata su regole eque con partner affidabili”.
E, in effetti, al di là delle rassicurazioni sulla firma, le parole di Macron
non fanno ben sperare, anche se la Francia – in una partita che richiede solo la
maggioranza e non l’unanimità – potrebbe restare isolata (o quasi). Di fatto,
dopo il rinvio della firma, Macron ha chiesto persino di riaprire il dossier,
sostenendo che il testo debba “cambiare natura”, con l’introduzione di “solide
clausole di salvaguardia” per gli agricoltori, “che dovranno essere adottate dal
Parlamento europeo e accettate anche dai Paesi del Mercosur”. In particolare,
insiste sulla necessità di “clausole specchio” per garantire reciprocità nelle
regole sul fronte agricolo e ambientale. E, a domanda diretta sulla possibile
firma di Parigi, ha risposto: “È troppo presto per dirlo, non lo so. Lo spero,
perché significherebbe che avremo ottenuto dei progressi, alcuni dei quali
sarebbero storici”.
LA DESTRA ESALTA LA “LINEA ITALIANA”
In Italia, i partiti di maggioranza sottolineano il ruolo dell’Italia. Per la
senatrice di Fratelli d’Italia, Simona Petrucci, “grazie a Giorgia Meloni,
l’Italia torna a essere ascoltata e rispettata in Europa, capace di incidere
nelle decisioni e di orientare il dibattito su basi pragmatiche e non
ideologiche”. “Senza la fermezza e la lucidità di Giorgia Meloni, si è rischiato
di imboccare una strada sbagliata, gravida di conseguenze negative” ha
dichiarato l’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini,
co-presidente del gruppo dei Conservatori al Parlamento europeo. Anche per il
Ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti “la linea italiana ha fatto la
differenza, grazie alla leadership di Giorgia Meloni, che ha saputo coniugare
responsabilità europea e difesa degli interessi nazionali”. Ma Matteo Ricci,
europarlamentare del Pd, ricorda invece e che “l’Europa non può rinunciare al
Mercosur”. E tuona: “Questo rinvio deciso da von der Leyen è un grave danno per
l’economia europea”.
L'articolo Mercosur rinviato, l’Italia fa saltare i piani di Bruxelles. Il ruolo
della strana coppia Macron-Meloni proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’annuncio è arrivato nella notte. “Ci siamo riuniti con un obiettivo chiaro:
affrontare le urgenti esigenze finanziarie dell’Ucraina per i prossimi due anni.
E sono molto lieta di dire: ce l’abbiamo fatta“, ha esclamato la presidente
della Commissione Europea Ursula von der Leyen, al termine del Consiglio Europeo
a Bruxelles. “Come sapete ha aggiunto -, la Commissione aveva proposto due
soluzioni. Entrambe giuridicamente valide. Entrambe tecnicamente fattibili. Da
un lato, abbiamo proposto l’indebitamento dell’Ue sul mercato. Dall’altro,
abbiamo sviluppato il prestito per le riparazioni”. Al termine di oltre quattro
ore di discussione durante le quali hanno parlato tutti i leader, si è scelta la
via meno rischiosa: è stata, cioè, accantonata l’ipotesi dell’uso immediato dei
beni russi (che rimarranno congelati, ma non saranno svincolati) e il Consiglio
europeo ha intrapreso la strada del semplice e tradizionale prestito, 90
miliardi di euro, per i prossimi due anni, a tasso zero e garantiti dal Bilancio
europeo. E quindi finanziato con debito comune.
Dalla misura saranno escluse l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia
(“una decisione estremamente sbagliata che avvicina l’Europa alla guerra”, il
giudizio del premier ungherese Orban). Per von der Leyen e per il cancelliere
tedesco Merz si tratta di una sonora sconfitta politica: i due hanno insistito
fino all’ultimo per utilizzare gli asset russi congelati e non emettere nuovi
eurobond. E poco conta che, nel contempo, la Commissione continuerà il lavoro
tecnico sul prestito di riparazione, basato sui beni russi, per il quale occorre
più tempo. Il prestito Ue è chiaramente l’opzione più facile, che può essere
attivata subito, in modo da soddisfare il requisito del Fondo monetario
internazionale per la valutazione di sostenibilità dell’Ucraina e da erogare il
denaro in tempo per il secondo trimestre del 2026. “Kiev rimborserà questo
prestito solo una volta che la Russia avrà pagato i risarcimenti – ha detto il
presidente del Consiglio europeo Antonio Costa -. Abbiamo concordato di
prorogare le nostre sanzioni contro la Russia. Il nostro obiettivo non è quello
di prolungare la guerra. Infatti, le decisioni odierne sono un contributo
fondamentale per raggiungere una pace giusta e duratura in Ucraina”.
Il cancelliere tedesco ha provato a dissimulare: “Lo diciamo molto chiaramente:
se la Russia non paga le riparazioni, utilizzeremo – nel pieno rispetto del
diritto internazionale – i beni russi immobilizzati per rimborsare il prestito”.
Decisamente soddisfatto, invece, il premier belga Bart De Wever, che dall’inizio
si era opposto all’idea di utilizzare gli asset russi, la maggior parte dei
quali allocata nel suo Paese: “Se sai fare il tuo lavoro, e parli con le
persone, si può arrivare a un accordo. Non c’è mai stato un dibattito se
avessimo dovuto aiutare l’Ucraina, ma come. Se non avessimo raggiunto un accordo
avremmo fallito. Gli asset russi verranno usati per riparare i danni causati da
Mosca, nessuno in Europa vuole vedere questi soldi tornare in Russia. L’Europa
ha vinto, ha vinto la stabilità finanziaria, è stato evitato il caos“.
Ha potuto dormire serena anche Giorgia Meloni, decisamente scettica sull’uso dei
beni congelati: “Sono contenta che abbia prevalso il buon senso – ha dichiarato
-, che si sia riusciti a garantire le risorse che sono necessarie ma a farlo con
una soluzione che ha una base solida sul piano giuridico e finanziario. Il tema
degli asset rimane nelle conclusioni, ricordo che la decisione più importante
sulla questione degli asset l’abbiamo già presa qualche giorno fa quando li
abbiamo immobilizzati garantendo che non vengano restituiti. Nelle conclusioni
si dice che l’Unione Europea, chiaramente seguendo quella che è la normativa, si
riserva anche di considerare l’uso di questi asset soprattutto per ripagare il
prestito che dovrà fare, ma questo è un lavoro che deve ancora andare avanti”,
ha sottolineato la presidente del Consiglio.
Importante leggere anche le conclusioni dell’accordo: “Il Consiglio europeo
sottolinea l’importanza dei seguenti elementi in relazione al prestito da
erogare all’Ucraina: a) rafforzamento delle industrie della difesa europee e
ucraine; b) il mantenimento da parte dell’Ucraina dello Stato di diritto,
compresa la lotta alla corruzione; c) il carattere specifico della politica di
sicurezza e di difesa di alcuni Stati membri e gli interessi di sicurezza e di
difesa di tutti gli Stati membri”. Conclusioni che ribadiscono chiaramente che
l’Europa non ha alcuna intenzione di frenare sul riarmo, anzi.
L'articolo Trovato l’accordo al Consiglio europeo: prestito all’Ucraina per 90
miliardi di euro. Salta l’uso degli asset russi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Al Consiglio Europeo di giovedì e venerdì la premier italiana Giorgia Meloni
chiederà il rinvio del voto sul Mercosur, l’accordo di libero scambio tra Unione
Europea e America Latina, perché non tutela gli agricoltori italiani e per
evitare una “débâcle della Commissione Europea”. A poche ore dall’arrivo della
presidente del Consiglio italiano a Bruxelles, suona minaccioso nei confronti di
Bruxelles la nota informativa dell’ufficio studi di Fratelli d’Italia sul
Mercosur. L’Italia ha già annunciato che, nel caso di voto sull’accordo, metterà
il veto insieme alla Francia di Emmanuel Macron risultando decisivi al Consiglio
Europeo e bloccando l’accordo.
A spiegare le ragioni è l’ufficio studi di Fratelli d’Italia in un dossier
riservato, che Il Fatto ha letto, inviato a parlamentari e dirigenti di partito.
Una nota informativa di 5 pagine dal titolo emblematico: “L’Italia chiede il
rinvio della firma dell’accordo Ue-Mercosur”. Nella premessa si spiega che al
Consiglio Europeo che inizia giovedì i leader si confronteranno di nuovo “in
virtù delle sempre più evidenti divergenze di posizione tra i 27,
sull’opportunità di procedere alla firma dell’intesa o posticiparla”. “Secondo i
piani iniziali – si legge ancora – la Presidente della Commissione Ursula von
der Leyen avrebbe dovuto recarsi in Brasile sabato 20 per formalizzare l’accordo
ma il viaggio è molto in bilico”.
Poi nel dossier a uso interno viene illustrata la posizione italiana su un
accordo che dovrebbe essere “accompagnato da alcuni elementi di garanzia per la
produzione agroalimentare italiana ed europea”. Pur premettendo che il testo è
già cambiato “grazie all’Italia” con un fondo da 6,3 miliardi di risarcimenti
per eventuali danni agli agricoltori, una clausola per frenare l’aumento dei
prezzi e più controlli sul cibo, al governo questo non basta: “Sono risultati
importanti che l’Italia ha ottenuto ma che non possono essere considerati
sufficienti a siglare l’accordo adesso in quanto manca l’elemento fondamentale
della reciprocità”, scrivono i vertici di Fratelli d’Italia.
Poi la spiegazione sulla contrarietà del governo italiano d’accordo con la
Coldiretti: “Non si può continuare a imporre agli agricoltori europei regole
ferree sul rispetto dei diritti dei lavoratori e sui diritti dell’ambiente senza
che esse vengano rispettate anche dagli altri Paesi con cui tali accordi vigono.
Il risultato sarebbe un arretramento generalizzato nelle giuste battaglie che
l’Europa si intesta e la desertificazione del nostro tessuto produttivo
agroalimentare. Se noi riteniamo delle regole valide per i nostri agricoltori e
pescatori devono valere anche per i nostri concorrenti. Soprattutto perché
quando è in gioco la qualità del cibo è in gioco la salute dei cittadini
europei”.
L’ufficio studi di Fratelli d’Italia spiega che, rispetto alla Francia, l’Italia
“non ha una posizione oltranzista per il no ma è orientata a un sì
condizionato”, soprattutto dall’introduzione di “clausole a specchio” con i
Paesi del Sud America e a garanzia del tessuto agricolo italiano.
Da qui la conclusione. Visto che il Mercosur “è in discussione da 26 anni” e ci
sono “posizioni divergenti” l’Italia chiede il rinvio del voto: “Ostinarsi a
procedere senza tenere conto della verosimile débâcle che la Commissione
potrebbe incontrare al Consiglio europeo, il 19 e 20 dicembre, non sembra una
scelta saggia”. E dunque “il rinvio permetterebbe di lavorare assieme, evitando
spaccature che non fanno il bene dell’UE e della sua immagine nel mondo”.
L'articolo Mercosur, il dossier riservato di FdI: “L’Italia per il rinvio, se si
vota l’Ue rischia la debacle” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, durante le comunicazioni a
Montecitorio in vista del prossimo Consiglio europeo, ha affrontato la questione
degli asset russi. Tema che sarà centrale nella prossima riunione dei leader
europei a Bruxelles. “Decisioni di questa portata giuridica, finanziaria ed
istituzionale non possono che essere presi a livello dei leader e trovare una
soluzione sostenibile sarà tutt’altro che semplice. Come sapete – spiega Meloni
– l’Italia non ha fatto mancare il proprio sostegno al regolamento che ha
fissato l’immobilizzazione dei beni russi, pur non condividendo il metodo
utilizzato e – sottolinea – senza tuttavia ancora avallare alcuna decisione sul
loro utilizzo”. Per Meloni serve “una soluzione più sostenibile per gli stati
membri dell’Unione europea” e per Italia è “sacrosanto il principio secondo cui
debba essere prioritariamente la Russia a pagare per la ricostruzione della
nazione che ha aggredito ma questo risultato deve essere raggiunto con una base
legale solida. Intendiamo chiedere inoltre chiarezza sui possibili rischi
connessi alla proposta di utilizzo della liquidità generata
dall’immobilizzazione degli asset russi, particolarmente quelli reputazioni, di
ritorsione o legati a nuovi pesanti fardelli per i bilanci nazionali”. Se si va
verso l’utilizzo degli asset russi congelati “riteniamo sia miope rivolgere le
attenzioni su un unico soggetto detentore dei beni sovrani russi congelati, cioè
il Belgio, quando anche altre nazioni partner hanno altri asset immobilizzati
nei rispettivi sistemi finanziari”.
L'articolo Meloni non si espone sugli asset russi: “Servono soluzioni
sostenibili e base legale solida, ma non sarà semplice” – Video proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Bruxelles mette nel mirino alcuni attori della guerra ibrida condotta da Mosca
contro l’Ue e lo fa in maniera sistematica, riconoscendo la disinformazione come
strumento di destabilizzazione internazionale alla pari di minacce militari o
cyber. E’ il senso del nuovo pacchetto di sanzioni varato dal Consiglio europeo
contro 48 persone fisiche e 35 entità o associazioni ritenute responsabili di
interferenze politiche e “azioni destabilizzanti” legate all’invasione russa
dell’Ucraina e alla sicurezza euro‑atlantica. Se in passato nel mirino erano
finiti singoli individui o piccole entità russe, è la prima volta che viene
colpito un numero così ampio di persone e organizzazioni in un’unica tranche,
tra cui analisti, commentatori occidentali e membri di think tank accademici
strettamente legati al Cremlino.
Il primo dei sanzionati è John Mark Dougan. Ex vice‑sceriffo della Florida con
doppia cittadinanza, l’uomo è accusato di aver lasciato gli Stati Uniti nel 2016
e di essersi trasferito a Mosca, da dove avrebbe “partecipato a operazioni
digitali pro‑Cremlino – si legge nella decisione firmata per il presidente
Antonio Costa dall’Alto rappresentante per la politica estera Ue Kaja Kallas –
gestendo il network di siti di fake news CopyCop, sostenendo le attività
Storm-1516″ e diffondendo “contenuti deepfake generati dall’Intelligenza
artificiale”. L’Ue, inoltre, lo collega al GRU, il servizio segreto militare di
Mosca e lo ritiene responsabile di “aver implementato, supportato o beneficiato
di azioni o politiche attribuibili al governo della Federazione Russa che minano
o minacciano la democrazia, lo stato di diritto, la stabilità o la sicurezza
nell’Unione”.
Andrey Andreievich Sushentsov, invece, è il direttore dell’Institute for
International Studies dell’Università statale di Mosca per le relazioni
internazionali. “Appare regolarmente nei media russi e internazionali,
presentando la visione della politica estera russa in linea con i messaggi del
Cremlino. Rappresenta frequentemente la prospettiva russa ai panel del Valdai
frequentati dal presidente Vladimir Putin“. Il riferimento è al Valdai Club, un
forum internazionale di esperti, accademici e analisti di politica estera
fondato nel 2004, che si svolge ogni anno a Sochi e riunisce membri della
leadership russa, accademici stranieri e diplomatici e al quale Putin ha
partecipato ogni anno fin dalla sua fondazione. È considerato uno strumento
strategico di soft power del Cremlino, poiché permette allo “zar” di presentare
la visione russa del mondo, confrontarsi con opinioni internazionali e
diffondere messaggi ufficiali su scala globale.
Nell’orbita del Club gravita anche Fyodor Aleksandrovich Lukyanov, che del
Valdai è Research Director, oltre a essere caporedattore di Global Affairs, una
delle riviste di politica estera più influenti in Russia. Per il Consiglio Ue
“Lukyanov amplifica costantemente la propaganda del Cremlino, presentando la
guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina come una reazione difensiva
alle politiche occidentali. Contribuisce a campagne sistematiche di
disinformazione che spostano la responsabilità della guerra sull’Ucraina e
sull’Occidente”. C’è anche Andrey Georgievich Bystritskyi, presidente della
Valdai Discussion Club Foundation, il quale “contribuisce all’infrastruttura
della produzione e diffusione dei messaggi dello Stato. Le sue citazioni e
discorsi riflettono e promuovono le narrative diplomatiche russe“. Ivan
Nikolaevich Timofeev, invece, che del del Valdai Club è Programme Diretor, è
anche il direttore del think tank russo Russian International Affairs Council e
“amplifica costantemente la propaganda del Cremlino. (…) Le sue analisi
legittimano regolarmente l’aggressione militare russa e normalizzano il
confronto con l’Occidente”. Dmitry Vyacheslavovich Suslov, analista e
commentatore di politica estera, da parte sua “ha pubblicamente suggerito che la
Russia dovrebbe considerare una ‘esplosione nucleare dimostrativa’ per
‘ricordare all’Occidente i pericoli della guerra nucleare’”.
Tra i sanzionati figurano anche Vladislav Borovkov, Denis Denisenko e Dmitry
Goloshubov, ufficiali della Unit 29155 del GRU, collegati al gruppo cyber noto
come Cadet Blizzard. Secondo Bruxelles, i tre hanno partecipato ad attacchi
informatici contro organizzazioni governative ucraine, utilizzando il malware
WhisperGate, che ha causato “gravi danni ai sistemi”. Le loro attività sono
considerate parte di azioni attribuibili a Mosca volte a compromettere servizi
di interesse pubblico e infrastrutture critiche attraverso operazioni
informatiche dannose, con effetti che hanno interessato anche Stati membri
dell’Ue e la Nato.
Sul fronte della disinformazione, l’Ue ha imposto sanzioni a Jacques Baud, ex
colonnello svizzero, e a Xavier Moreau, ex ufficiale militare francese e
fondatore del sito Stratpol. Entrambi sono accusati di agire come portavoce
della propaganda pro-russa, diffondendo teorie del complotto sull’invasione
dell’Ucraina e sostenendo narrative favorevoli al Cremlino. Nella lista compare
anche Diana Vitaliivna Panchenko, giornalista con doppia nazionalità ucraina e
russa, accusata di produrre e diffondere contenuti anti-ucraini, pro-russi e
anti-Nato.
Tra le entità sanzionate figura la 142nd Separate Electronic Warfare Battalion,
unità militare russa di stanza a Kaliningrad, ritenuta responsabile di attività
di guerra elettronica e di interferenze GPS che hanno provocato disservizi anche
in diversi Paesi europei. Infine, l’Ue ha colpito l’International Russophile
Movement, accusato di amplificare a livello globale narrative destabilizzanti e
sentimenti anti-occidentali per conto del governo russo, fungendo da strumento
di influenza e propaganda del Cremlino.
L'articolo L’Ue sanziona 12 tra analisti, giornalisti e accademici: “Fanno
propaganda per il Cremlino”. Nel mirino 5 esponenti del Valdai Club caro a
Vladimir Putin proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per la prima volta da gennaio, dopo mesi passati a riverire e ringraziare Donald
Trump e la sua amministrazione qualunque cosa facessero e dicessero contro
l’Unione europea, i vertici comunitari replicano a tono. “Se siamo alleati
dobbiamo agire come alleati, e gli alleati non minacciano di interferire nella
vita politica interna degli alleati, la rispettano – ha detto Antonio Costa alla
conferenza annuale del Delors Institute, a Parigi -. Non possiamo accettare
questa minaccia d’interferenza nella vita politica dell’Europa”. Usa toni
insolitamente aspri il presidente del Consiglio Ue, sottolineando che Washington
e Bruxelles ormai “non condividono la stessa visione dell’ordine
internazionale”.
“Gli Usa non possono rimpiazzare l’Europa sulla visione che abbiamo sulla
libertà di espressione – ha detto ancora l’ex premier portoghese riferendosi
agli attacchi ricevuti nel documento della Casa Bianca che sancisce la nuova
dottrina strategica Usa e alla querelle con Elon Musk acutizzatasi nelle scorse
ore -. La nostra storia dice che non c’è libertà di espressione senza libertà di
informazione, che prevede il pluralismo. Non c’è la libertà d’espressione se la
libertà di informazione è sacrificata per difendere i tecno-oligarchi degli Usa.
Dobbiamo essere chiari su questo. Perché tra partner e amici non bisogna avere
malintesi. Gli Usa restano un partner importante, ma la nostra Europa deve
essere sovrana su questo”.
“Se non ci assumiamo più responsabilità sulla difesa non ci sarà più un’alleanza
con gli Usa”, ha proseguito Costa. “Il discorso del vicepresidente JD Vance a
Monaco (dove il 14 febbraio esortò l’Europa ad assumersi maggiori responsabilità
per la propria sicurezza, affermando che gli USA non possono esserne sempre il
garante, ndr). e i numerosi tweet del presidente Trump sono ora ufficialmente la
dottrina degli Stati Uniti. Dobbiamo prenderne atto e agire di conseguenza. Cosa
significa questo? Significa che abbiamo bisogno di qualcosa di più di una nuova
energia. Dobbiamo concentrarci sulla costruzione di un’Europa che comprenda che
i rapporti tra gli alleati e le alleanze del dopoguerra sono cambiati“.
“Quando Mosca dice che condivide in gran parte il documento strategico Usa
dobbiamo interrogarci – ha detto ancora il presidente del Consiglio Ue -. E si
capisce perché Mosca l’appoggia. Perché sull’Ucraina non si punta a una pace
giusta e duratura ma alla cessazione delle ostilità per avere relazioni stabili
con la Russia. Noi l’avevamo trovata prima del 2014, abbiamo poi iniziato a
dubitare con la presa della Crimea, e dopo il 2022 la Russia è diventata una
minaccia per la nostra sicurezza”.
In questo contesto in cui i rapporti con gli Stati Uniti sono diventati più
problematici rispetto al passato, “Se non facciamo l’accordo commerciale con il
Mercosur saremo soli nel mondo – ha aggiunto Costa, che oggi incontrerà a
Bruxelles il Segretario generale della Nato Mark Rutte, il presidente
dell’Ucraina Volodymyr Zelensky e la presidente della Commissione europea Ursula
von der Leyen -. L’Ue non esisterà nel mondo se non sarà una potenza commerciale
e non sarà capace di stipulare accordi”.
L'articolo Costa (Ue) replica a Trump: “Non accettiamo le interferenze degli
Usa, gli alleati non minacciano” proviene da Il Fatto Quotidiano.