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Qualità dell’aria, le città in base alla nuova Direttiva Ue (non recepita dall’Italia): male Milano e Torino, meglio Roma
I progressi ci sono, ma limitati e infatti le nostre città sono ancora pesantemente inquinate. Nonostante questo, è concreto il rischio che il governo decida di chiedere una proroga rispetto all’entrata in vigore della Direttiva europea sulla qualità dell’aria (2881/2024). Con conseguente aumento della mortalità per patologie respiratorie acute e patologie croniche, non solo respiratorie. La conferma dei rischi che corriamo semplicemente respirando arriva da un rapporto che, analizzando in modo sistematico i dati ufficiali delle reti regionali di monitoraggio delle Arpa/Appa, ha classificato le città italiane una per una in base al tipo di inquinante – Pm10, Pm 2,5, NO2 ovvero biossido di azoto, ma anche ozono – mettendole al tempo stesso in relazione a tre diversi tipi di normativa: quella attuale (D.Lgs.155/2010), la Direttiva Europea 2881/2024, infine le più stringenti direttive dell’Oms (Linee Guida 2021). In particolare, il riferimento di “Cambiamo aria. Salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane”, promosso da Isde Italia in collaborazione con l’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign, è proprio la Direttiva Europea: i limiti entreranno in vigore dal gennaio 2030, ma gli Stati membri hanno tempo fino a dicembre per recepirla. A dare una prima sintesi del rapporto è il prof. Paolo Bortolotti, coordinatore del gruppo di lavoro Isde su inquinamento atmosferico. “L’aria rispetto a dieci anni fa è migliorata – ma non come nel nord Europa, siamo gli ultimi nel nostro continente – e i limiti della normativa di dieci anni fa sono rispettati. Il problema è che i nuovi limiti europei sono circa la metà rispetto agli attuali e su questi ultimi siamo indietro in maniera allarmante”. “La normativa europea inoltre”, continua, “introduce il massimo degli sforamenti giornalieri, che nei limiti attuali non c’è, perché si calcola solo la media annua. D’estate però la situazione migliora, quindi la media annuale si abbassa, ma bisogna tener conto dei picchi di inquinamento, che causano un maggiore accesso al pronto soccorso per anziani e bambini”. In generale, per quanto riguarda le polveri sottili, la situazione peggiore è quella del nord Italia e della pianura padana. Tuttavia, per il biossido di azoto le città più colpite sono quelle portuali, come Palermo, Napoli, Catania, a causa del trasporto navale. COME VANNO LE CITTÀ? MALE MILANO E TORINO, MEGLIO ROMA Ma quali sono le città più inquinate, in base ai nuovi parametri? Un primo criterio di analisi è quello dei valori medi annui. Una delle metropoli che non fa bene è senza dubbio il capoluogo lombardo, Milano: la media annua del Pm10 si attesta a 35 μg/m3. Non solo il dato non è inferiore agli anni passati (nel 2019 e 2018 era sempre 35 μg/m3), ed è addirittura superiore al 2024 e 2023 (33 μg/m3 e 32 μg/m3). Nonostante sia sotto le soglie della normativa attuale (40 μg/m3), supera quelle della direttiva Ue (20 μg/m3) e le linee Oms (15 μg/m3). Rispetto al Pm 2,5 la media del 2025 si attesta su 22 μg/m3, superiore di poco ai 21 μg/m3 dei due anni precedenti, ed è di poco inferiore ai limiti della normativa attuale (25μg/m3), ma superiore ai limiti della Direttiva Ue (10 μg/m3) e ai 5 μg/m3 suggeriti dall’Oms. Rispetto al biossido di azoto, invece, il valore 2025 è 37 μg/m3, in calo lineare rispetto agli anni passati, sotto i 40 μg/m3 della normativa attuale, ma sempre sopra i 20 μg/m3 della direttiva Ue e i 10 μg/m3 delle linee guida Oms. Anche Torino, però, è in una situazione più che critica: la media annua del Pm10 si attesta a 70 μg/m3, in aumento rispetto ai due anni precedenti, ed è di gran lunga sopra l’attuale normativa e quindi Direttiva Ue e linee guida Oms. Un po’ più bassa la media annua del Pm2,5, 20 μg/m3 negli ultimi tre anni, di poco sotto la normativa attuale ma sopra Direttiva Ue e Oms. Per il biossido di azoto, la media è di 39 μg/m3, praticamente sul limite della normativa attuale ma sopra direttiva Ue e Oms. Va un po’ meglio la Capitale. Rispetto al Pm10, Roma nel 2025 si attesta su una media annua di 20 μg/m3, sotto il limite stabilito dalla normativa annuale, inferiore alla direttiva Ue e alle linee guida Oms. Rispetto al Pm10 Roma migliora negli anni dal 2013 (30 μg/m3) con un scalaggio quasi lineare. Per quanto riguarda il Pm 2,5, nel 2025 il dato media annuale è di 14 μg/ m3, inferiore alla normativa attuale ma non alla normativa UE e alle linee guida Oms. Rispetto al 2013 (20 μg/m3) c’è una diminuzione anche se non del tutto lineare. Rispetto al biossido di azoto, nel 2025 Roma si attesta a 18 μg/m3, sotto la normativa attuale, sotto la Direttiva UE 20, ma non sotto le linee guida OMS 10. GLI SFORAMENTI GIORNALIERI Scendendo a Sud, non sempre la situazione migliora per le grandi città: la media annuale a Napoli delle PM10 è 40 μg/m3, peggio degli anni precedenti ad eccezione del 2024, pari alla normativa attuale, sopra la direttiva Ue e sopra le indicazioni Oms. Rispetto al Pm 2,5, la media è di 16 μg/m3, inferiore agli anni passati, sotto la normativa attuale, ma sopra la Direttiva Ue e indicazioni Oms. Infine per il biossido di azoto si attesa a 51 μg/m3 (sempre media annuale), sopra la normativa attuale, e quindi sopra i valori della direttiva Ue e Oms. Non benissimo anche Palermo: la media annuale del Pm10 è 41 μg/m3, quindi quasi sui limiti della normativa attuale, ma è il doppio dei limiti della direttiva Ue e ancora più rispetto alle linee guida Oms; la media del Pm2,5 è di 11 μg/m3: sotto i limiti previsti dalla normativa attuale, ma poco sopra le indicazioni Ue E Oms. Alto il biossido di azoto, 49 μg/m3, sopra normativa attuale, la Direttiva Ue e l’Oms. La medie, però, non bastano a dare conto del problema inquinamento. Bisogna anche monitorare i picchi, ovvero gli sforamenti giornalieri. Tra le città con maggiori sforamenti rispetto alla Direttiva Europea abbiamo Milano: 96 giorni per il Pm10, 133 per il Pm2,5, 60 per il NO2 e 58 per l’ozono, calcolato da giugno a settembre. Napoli sfora di 86 giorni per il Pm10, 32 per il Pm 2,5, ben 197 per il biossido di azoto e 23 per l’ozono. Torino 59 giorni per il Pm10, ben 106 per il Pm2,5, 78 per il NO2 e 51 per l’ozono. Palermo va molto male per il Pm10 (100 giorni di sforamento), molto meglio per il Pm2,5 (4 giorni), male per il NO2 (173 giorni) e 51 giorni per l’ozono. Le città del nord, insieme a Terni, hanno circa 50 giorni di sforamento all’anno per il Pm10. Più alto, circa 60 giorni all’anno, lo sforamento di queste città per il Pm 2,5. Invece Venezia, ma soprattutto Genova (100 giorni), Messina (82) e Catania (65), hanno valori elevati per il biossido di azoto. Infine l’ozono è alto a Bergamo (67 giorni di sforamento), Parma, Bologna, Firenze. NON SOLO RISCHI POLMONARI: IL LEGAME TRA INQUINAMENTO E DEMENZA Il rapporto ribadisce il legame tra inquinamento atmosferico e patologie anche inaspettate. Infatti, se il Pm10, passando per il naso, è in grado di raggiungere la gola e la trachea (localizzate nel primo tratto dell’apparato respiratorio), il Pm2,5 è composto da particelle più piccole che possono invece arrivare in profondità nei polmoni e passare nel circolo sanguigno, ma anche penetrare la barriera emato-encefalica. L’esposizione a sostanze inquinanti, come il Pm2,5, può alterare le connessioni tra i neuroni, influenzando l’attenzione e altre funzioni cognitive. “È ormai dimostrato che l’aria ha un effetto importante sulla salute e la mortalità della gente”, spiega sempre Bortolotti. “Si pensa inoltre che il problema dell’aria sia un problema polmonare. In realtà, soprattutto le polveri sottili non si fermano ai polmoni. Ci sono ormai studi che le legano al Parkinson, alla demenza, al calo del quoziente intellettivo. E non possiamo colpevolizzare i singoli che non possono non respirare, è un fattore comune per tutti”. Rispetto a questo quadro, cosa occorre fare? Isde Italia e Kyoto Club hanno richieste specifiche per governo, regioni e amministrazioni locali. Al governo italiano chiedono di recepire la Direttiva Ue 2881/2024 al più presto e impegnarsi ad attuarla in ogni sua parte senza chiedere deroghe o rinvii. “Chiedere una deroga di dieci anni vuol dire di aumentare di ‘n’ numero le persone che moriranno e che stanno male”, nota Bortolotti. Serve invece, si legge sempre nel documento, aggiornare il Piano Nazionale Aria tenendo conto dei nuovi limiti previsti e stabilendo un percorso che permetta di rispettarli nel 2030, stanziando risorse economiche adeguate per finanziare le azioni necessarie. LE RICHIESTE A GOVERNO, REGIONI, COMUNI Per il trasporto pubblico locale, le richieste sono quelle di incrementare di 3 miliardi il Fondo Nazionale Trasporti; incrementare le risorse per lo sviluppo delle infrastrutture del trasporto rapido di massa, aumentando la dotazione del Fondo unico istituito dal decreto-legge 30 giugno 2025, n. 95; investire significativamente nella elettrificazione degli autobus; per la mobilità attiva, rifinanziare il fondo per la ciclabilità urbana con almeno 500 milioni all’anno per i prossimi sette anni in modo da permettere nei prossimi anni la realizzazione 15.000 chilometri di piste ciclabile nelle aree urbane; favorire l’aggiornamento del parco veicolare privato verso mezzi ad emissioni zero; definire e finanziare una strategia per la riqualificazione del patrimonio edilizio residenziale e pubblico; riconvertire gli allevamenti intensivi. Alle Regioni si chiede invece di aggiornare i Piani Regionali Aria tenendo conto dei nuovi limiti previsti e stabilendo un percorso che permetta di rispettarli nel 2030. Alle Arpa/Appa si chiede di accelerare la realizzazione del portale unico per la pubblicazione dei dati del monitoraggio della qualità dell’aria in modo facilmente comprensibile; la pubblicazione delle medie giornaliere del biossido di azoto e l’indicazione, oltre ai limiti normativi attuali, anche di quelli previsti dalla direttiva UE 2881/2024 e dalle Linee Guida Oms 2021. Alle amministrazioni comunali si domanda invece di promuovere tutte le iniziative volte a una riduzione decisa del traffico motorizzato privato, con l’introduzione di zone a basse emissioni, zone 30 km/h, il potenziamento del trasporto pubblico locale, lo sviluppo della mobilità condivisa con mezzi non inquinanti, l’utilizzo di veicoli privati a zero emissioni, l’elettrificazione delle banchine dei porti, interventi strutturali sul riscaldamento degli edifici, il potenziamento del verde urbano. Infine, agli Ordini dei Medici e alle Società scientifiche mediche viene chiesto di promuovere iniziative volte a sensibilizzare e responsabilizzare gli operatori sanitari su queste tematiche. “Quello fatto da Isde e Kyoto Club è un lavoro fantastico, perché per la prima volta si paragonano i dati con la nuova Direttiva e non con i livelli normativi attuali”, commenta e conclude Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’Aria. “È triste però che mentre ci troviamo dentro questa sfida, rientrare nei limiti della nuova direttiva, il nostro governo sceglie di togliere i fondi per la qualità dell’aria nella Pianura Padana, oppure azzera scelte per la mobilità sostenibile come le zone 30. Eppure rispettare i nuovi limiti significa tutelare la salute umana, quella dei polmoni, del cuore, ma anche di tutti gli altri organi, in particolare il cervello”. 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Gli 11 anni che hanno sconvolto il clima (e la vita) sul pianeta. I dati del 2025 e l’allarme lanciato da Copernicus | Le infografiche
L’apparenza inganna. E anche se in queste ultime settimane, in molte aree del mondo si combatte contro il freddo e l’Italia non ha fatto eccezione, la verità è che gli ultimi 11 anni sono stati i più caldi mai registrati. La temperatura media globale del 2025, di 14,97°C, è stata la terza più alta mai registrata. Dunque lo scorso anno è stato solo lievemente (di 0,01 °C) più freddo del 2023 e di 0,13 °C più freddo del 2024, il più caldo di sempre. Ma soprattutto: le temperature globali degli ultimi tre anni (2023-2025) sono già state in media superiori di oltre 1,5 °C rispetto al livello preindustriale (1850-1900). È la prima volta che la media di un triennio supera quella soglia, anche se questo dato non rappresenta ancora il superamento del limite ‘a lungo termine’ imposto dall’Accordo di Parigi. Non ancora, appunto. Perché a pochi giorni dall’annuncio del ritiro degli Stati Uniti dalla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (Unfccc), firmata nel 1992 a Rio e che conta tra i suoi membri tutti i paesi del mondo e dall’Ipcc, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, Copernicus racconta a suon di dati che il limite di 1,5 °C fissato dall’accordo di Parigi per il riscaldamento globale a lungo termine potrebbe essere raggiunto entro la fine di questo decennio. Dunque gli Stati Uniti annunciano di ‘abbandonare’ una nave che, però, non possono abbandonare. A tutto questo va aggiunto l’incalcolabile. I ghiacciai dei due poli, infatti, sono ai minimi storici, con tutto quello che comporta in termini di rischio di ‘tipping point’, ossia i punti di non ritorno che, se raggiunti, farebbero innescare cambiamenti rapidi e irreversibili. Sono i dati principali appena pubblicati dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (Ecmwf) che gestisce i servizi di Copernicus relativi ai cambiamenti climatici (C3S) e di monitoraggio atmosferico (Cams) per conto della Commissione europea. Il gennaio 2025 è stato il gennaio più caldo mai registrato. Marzo, aprile e maggio sono stati ciascuno i secondi mesi più caldi per il periodo dell’anno. Ogni mese dell’anno, ad eccezione di febbraio e dicembre, è stato più caldo rispetto al mese corrispondente di qualsiasi anno precedente al 2023. “Questo rapporto conferma che l’Europa e il mondo stanno vivendo il decennio più caldo mai registrato” spiega Florian Pappenberger, direttore generale dell’Ecmwf. PER METÀ DEL GLOBO AUMENTANO I GIORNI DI FORTE STRESS DA CALORE Hanno lavorato al monitoraggio del clima globale anche Nasa, National Oceanic and Atmospheric Administration, UK Met Office, Berkeley Earth e l’Organizzazione meteorologica mondiale. Nel 2025, secondo i dati ERA5, la temperatura dell’aria superficiale a livello globale è stata la seconda più calda, di 0,20 °C più fredda rispetto al 2024 e di 0,01 °C superiore al 2023. Quindi la temperatura dell’aria superficiale è stata di 1,47 °C superiore a quella del livello preindustriale, dopo i 1,60 °C del 2024. Questi dati hanno fatto in modo che nel 2025, metà della superficie terrestre mondiale registrasse un numero di giorni superiore alla media con almeno un forte stress da calore, definito come una temperatura percepita pari o superiore a 32 °C. E lo stress da calore è riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità come la principale causa di morte a livello globale legata alle condizioni meteorologiche. E l’Italia è tra i Paesi europei più vulnerabili. RISCALDAMENTO GLOBALE: ENTRO IL 2030 POTREBBE ESSERE SUPERATA LA SOGLIA DI 1,5°C Sulla base dell’attuale tasso di riscaldamento, spiegano gli esperti, il limite di 1,5 °C fissato dall’accordo di Parigi per il riscaldamento globale a lungo termine potrebbe essere raggiunto entro la fine di questo decennio, oltre dieci anni prima in anticipo rispetto a quanto previsto in base al tasso di riscaldamento al momento della firma dell’accordo. “Il fatto che gli ultimi undici anni siano stati i più caldi mai registrati fornisce un’ulteriore prova dell’inconfondibile tendenza verso un clima più caldo” spiega Carlo Buontempo, direttore del Servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus. E aggiunge: “Il mondo si sta rapidamente avvicinando al limite di temperatura a lungo termine fissato dall’accordo di Parigi. La scelta che abbiamo ora è come gestire al meglio l’inevitabile superamento e le sue conseguenze sulle società e sui sistemi naturali”. Anche per quanto riguarda l’Europa, il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, con una temperatura media di 10,41 °C, di 1,17 °C superiore alla media del periodo di riferimento 1991-2020 e di 0,30 °C inferiore all’anno più caldo, il 2024. “Il superamento della media triennale di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali è un traguardo che nessuno di noi avrebbe voluto raggiungere, ma che rafforza l’importanza della leadership europea nel monitoraggio del clima per informare sia la mitigazione che l’adattamento” aggiunge Mauro Facchini, direttore dell’osservazione della Terra presso la Direzione generale per l’industria della difesa e lo spazio della Commissione europea. L’ACCUMULO DI GAS E LE TEMPERATURE SUPERFICIALI DEL MARE Gli ultimi tre anni sono stati eccezionalmente caldi per due motivi principali: l’accumulo di gas serra nell’atmosfera (dovuto alle continue emissioni e alla riduzione dell’assorbimento di anidride carbonica da parte dei pozzi naturali) e il raggiungimento di livelli eccezionalmente elevati della temperatura superficiale del mare in tutti gli oceani, associato al fenomeno El Niño e ad altri fattori di variabilità oceanica, amplificati dai cambiamenti climatici. Di fatto, la temperatura superficiale del mare a livello globale (extra-polare) è stata di 20,73 °C, la terza più calda proprio dopo il 2024 e il 2023. El Niño tende ad avere un effetto di riscaldamento sulle temperature globali, che si sovrappone al riscaldamento globale a lungo termine causato dall’uomo, mentre La Niña tende ad avere l’effetto opposto. Di conseguenza, come nel 2023 e nel 2024, anche nel 2025 una parte significativa del globo è stata molto più calda della media. Le temperature superficiali dell’aria e del mare ai tropici sono state sì inferiori rispetto a quelle (influenzate da un intenso fenomeno di El Niño) del 2023 e del 2024, ma comunque molto al di sopra della media in diverse aree al di fuori dei tropici. COSA È AVVENUTO NEL MONDO E IL RUOLO DELLE ATTIVITÀ UMANE Ma cosa ha comportato tutto ciò nelle varie aree della terra? Nelle zone con condizioni climatiche secche e spesso ventose, le alte temperature hanno anche contribuito alla diffusione e all’intensificazione di incendi boschivi eccezionali, che producono carbonio, inquinanti atmosferici tossici come il particolato, e l’ozono, con ripercussioni sulla salute umana. È accaduto in alcune zone dell’Europa, come l’Italia e che hanno registrato il più alto livello annuale di emissioni totali dovute agli incendi boschivi e del Nord America. Queste emissioni hanno deteriorato in modo significativo la qualità dell’aria e hanno avuto impatti potenzialmente dannosi sulla salute umana sia a livello locale che su scala più ampia. Le condizioni eccezionali del 2025 si sono verificate, tra l’altro, in un anno caratterizzato da eventi estremi notevoli in molte regioni, tra cui ondate di calore record, forti tempeste in Europa, Asia e Nord America e incendi boschivi in Spagna, Canada e California meridionale. “I dati atmosferici del 2025 dipingono un quadro chiaro: l’attività umana rimane il fattore dominante delle temperature eccezionali che stiamo osservando. I gas serra atmosferici sono aumentati costantemente negli ultimi 10 anni. L’atmosfera ci sta inviando un messaggio e noi dobbiamo ascoltarlo” commenta Laurence Rouil, direttrice del Servizio di monitoraggio atmosferico di Copernicus presso l’Ecmwf. I RECORD IN ANTARTIDE E IN ARTIDE E L’ALLARME SUI GHIACCIAI Nel corso del 2025, le temperature più elevate nelle regioni polari hanno in parte compensato le temperature più basse osservate nelle regioni tropicali. Le medie annuali hanno raggiunto il loro valore più alto mai registrato nell’Antartide e il secondo valore più alto nell’Artide. Ma temperature annuali record sono state osservate anche in diverse altre regioni, in particolare nel Pacifico nord-occidentale e sud-occidentale, nell’Atlantico nord-orientale, nell’Europa nord-occidentale e nell’Europa orientale e nell’Asia centrale. A febbraio 2025, la copertura combinata di ghiaccio marino di entrambi i poli è scesa al valore più basso almeno dall’inizio delle osservazioni satellitari, alla fine degli anni ’70. Nell’Artide, l’estensione mensile del ghiaccio marino è stata la più bassa mai registrata per il periodo dell’anno a gennaio, febbraio, marzo e dicembre, e la seconda più bassa a giugno e ottobre. Marzo ha segnato il minimo annuale più basso mai registrato, mentre il minimo di settembre si è classificato solo al 13° posto tra i più bassi. Nell’Antartide, l’estensione mensile ha raggiunto il quarto valore minimo annuale a febbraio e il terzo valore massimo annuale più basso a settembre. Proprio in Antartide, tra l’altro, di recente un gruppo di scienziati ha lanciato l’allarme per il Ghiacciaio Thwaites, noto come “Ghiacciaio dell’Apocalisse”, che mostra un nuovo e preoccupante cedimento. L'articolo Gli 11 anni che hanno sconvolto il clima (e la vita) sul pianeta. I dati del 2025 e l’allarme lanciato da Copernicus | Le infografiche proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’AI ci sta già rubando il lavoro? Negli Usa 1,1 milioni di licenziamenti da inizio anno, ma dietro c’è soprattutto l’ossessione per i margini di profitto
L’intelligenza artificiale ci sta già rubando il lavoro? L’ondata di licenziamenti annunciati negli ultimi mesi negli Stati Uniti da grandi gruppi di settori che vanno dalla tecnologia al retail rende la domanda inevitabile. Ma dietro i massicci piani di ridimensionamento del personale ci sono quasi sempre ragioni più banali rispetto all’adozione di chatbot in grado di sostituire i colletti bianchi. Vedi preoccupazioni per l’andamento dell’economia complici i dazi voluti da Donald Trump, vendite in calo causa pressione sui prezzi (vero tallone d’Achille dell’amministrazione del tycoon) e consumi stagnanti, errori gestionali a cui occorre rimediare. E la vecchia tentazione di tagliare i costi per migliorare i margini e così compiacere gli investitori. Basti dire che nei primi undici mesi dell’anno, se si considerano anche la pubblica amministrazione e l’industria manifatturiera, oltreoceano sono stati ufficializzati oltre 1,1 milione di esuberi, di cui 153mila solo a ottobre: è il livello più alto dal 2020. Ma, secondo una ricognizione della società di outplacement Challenger, Gray & Christmas solo in 55mila casi l’AI è stata citata come esplicita “giustificazione” della riduzione della forza lavoro. Le motivazioni prevalenti sono invece legate a condizioni di mercato, chiusure e ristrutturazioni. Seguite dall’impatto dei licenziamenti collettivi targati Doge. OBIETTIVO “SNELLIMENTO” PER COMPIACERE GLI AZIONISTI Tra le Big tech, Amazon è il caso più eclatante. A cavallo della pandemia ha più che raddoppiato la forza lavoro in scia al boom dell’e-commerce. A fine ottobre è arrivato il primo brusco dietrofront, con l’annuncio di 14.000 tagli nella divisione corporate. Parte, secondo Reuters, di un più ampio piano che potrebbe prevedere in tutto fino a 30mila esuberi. Se è vero che una parte dei posti eliminati saranno sostituiti da nuove mansioni legate all’AI, i tagli puntano soprattutto a snellire l’organizzazione per convincere Wall Street che il gruppo, a fronte dei 125 miliardi investiti quest’anno in infrastrutture cloud e data center per la stessa intelligenza artificiale, resta attento all’efficienza e a salvaguardare i margini di profitto. Obiettivo “dimagrimento” anche per Microsoft, che nonostante ottimi risultati di bilancio sta portando avanti un piano da 15mila esuberi mirato a “ridurre i livelli gestionali”, le procedure e i ruoli interni. Sul modello di Google, che nell’ultimo anno – mentre destinava 85 miliardi di spese in conto capitale agli impianti necessari per alimentare nuovi servizi di intelligenza artificiale – ha silenziosamente eliminato un terzo dei manager che gestivano piccoli team e offerto buonuscite agli impiegati di una decina di divisioni. A sua volta Oracle, prima del maxi accordo da 300 miliardi di dollari con OpenAI per la vendita di potenza di calcolo e dell’annuncio di corposi investimenti per rispondere alla “crescente domanda di servizi AI”, ha deciso di compensare il boom dei costi con una ristrutturazione senza precedenti. Previsti almeno 3mila licenziamenti tra Usa, Canada, India e Filippine nelle business unit dedicate a cloud e servizi finanziari, ma gli analisti prevedono che il numero potrebbe salire a 10mila. TAGLI COME REAZIONE A UNA CRISI Poi c’è chi taglia per salvare i bilanci a fronte di un business in calo, o dopo errori di valutazione e crisi reputazionali. Intel ridurrà la forza lavoro di oltre il 20% (più di 20mila persone) rispetto a fine 2024 per salvare il salvabile dopo aver perso il treno del boom dei chip per AI, comparto dominato da Nvidia e AMD, e investito troppo in progetti che non hanno portato i ritorni sperati. Meta, le cui spese in infrastrutture per l’AI hanno superato i 70 miliardi, secondo il Wall Street Journal si prepara a ridurre dal 10 al 30% il personale della divisione dedicata al metaverso, che dal 2020 ha bruciato oltre 60 miliardi di dollari non ha mai generato i risultati attesi. Dal canto suo UPS, che quest’anno ha ridotto del 50% il volume delle consegne effettuate per Amazon perché poco redditizie, ha eliminato 48.000 posizioni tra impiegati e addetti operativi: licenziamenti che dipendono per la maggior parte dalla chiusura di un centinaio di magazzini e dalla riduzione dei volumi nel tentativo di difendere i profitti minacciati dalla politica tariffaria di Trump. Hanno tutta l’aria di tagli vecchio stile, per tagliare i costi a fronte di risultati finanziari non brillanti, anche quelli di big come Target e Starbucks. A fine ottobre Michael Fiddelke, nuovo ad della catena di grandi magazzini dell’abbigliamento, ha annunciato come primo atto il taglio di 1.800 ruoli corporate – circa l’8% del personale che lavora nella sede centrale – per “semplificare la struttura” e alleggerire i costi fissi proteggendo i margini. La multinazionale del caffè, alle prese con un business in rallentamento, ha reagito a sua volta con chiusure e due round di licenziamenti tra i colletti bianchi, per un totale di 2mila persone. Da questo lato dell’Atlantico pure il colosso del cibo confezionato Nestlé, reduce dallo scandalo del licenziamento dell’amministratore delegato causa relazioni improprie con un subordinato, progetta di uscire dall’angolo e spingere ulteriormente profitti già elevati con una cura da cavallo a base di maggiore “efficienza” somministrata dal nuovo numero uno Philipp Navratil, che lascerà a casa 16mila dipendenti. QUANDO L’AI SOSTITUISCE COMPITI RIPETITIVI Molto più circoscritti i casi in cui l’AI viene davvero già utilizzata per sostituire forza lavoro umana. ServiceNow, piattaforma di servizi cloud per le aziende che hanno necessità di gestire flussi di lavoro digitali, utilizza agenti AI per gestire 24 ore al giorno compiti ripetitivi nell’Information technology, nel customer service, nello sviluppo software e negli acquisti. Salesforce (servizi di gestione delle relazioni con i clienti) a settembre ha deciso di ridurre di 4mila unità i lavoratori dedicati al supporto ai clienti perché secondo l’ad Marc Benioff “servono meno teste”: oltre il 50% del lavoro è già stato automatizzato. Mentre il colosso tecnologico Hp a fine novembre ha ufficializzato tra 4mila e 6mila tagli (circa il 10% della forza lavoro) nell’ambito di un piano per “snellire” la struttura e incorporare nei suoi processi l’intelligenza artificiale per accelerare lo sviluppo di nuovi prodotti e gestire il supporto ai clienti. E ancora: nel settore legale, come ha raccontato il Financial Times, grandi studi come Clifford Chance e Bryan Cave Leighton Paisner hanno ridotto rispettivamente del 10 e dell’8% le posizioni nei servizi di staff, citando come motivazione anche una maggiore adozione di strumenti di intelligenza artificiale. Non mancano però i casi in cui il tentativo di rimpiazzare lavoratori con chatbot finisce con un buco nell’acqua: la fintech Klarna, nota per i pagamenti rateizzati (“Buy now, pay later”), contava di sostituire 800 impiegati full-time del customer service, ma la scorsa primavera ha dovuto fare marcia indietro perché la qualità del servizio si è rivelata troppo bassa. Speculare la parabola di Ibm, che due anni fa aveva congelato 7.800 assunzioni per ruoli di back office da sostituire con assistenti virtuali: ha ottenuto risparmi per 4,5 miliardi e nel frattempo ha aumentato la forza lavoro in settori come l’ingegneria del software, il marketing e le vendite, in cui l’interazione tra esseri umani è premiante. Bicchiere mezzo pieno per il gruppo. Non per gli impiegati – “circa 200” nelle risorse umane, secondo il ceo Arvind Krishna – il cui lavoro viene ora svolto da agenti AI. Il fatto che AI e automazione non siano ancora la ragione principale dei licenziamenti non significa ovviamente che nel medio periodo l’impatto non si vedrà. Goldman Sachs prevede nei prossimi tre anni una potenziale riduzione della forza lavoro dell’11% da parte delle aziende Usa, soprattutto nei servizi ai clienti. L'articolo L’AI ci sta già rubando il lavoro? Negli Usa 1,1 milioni di licenziamenti da inizio anno, ma dietro c’è soprattutto l’ossessione per i margini di profitto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Suicidio assistito ed eutanasia, dalla Germania alla Spagna cosa accade in Europa mentre l’Italia è ferma
La scelta delle gemelle Kessler di ricorrere al suicidio assistito in Germania ha riportato in primo piano un tema che in Italia resta irrisolto: il fine vita. Dal 2019, con la sentenza sul caso di Dj Fabo, la Corte costituzionale ha depenalizzato il suicidio medicalmente assistito, riconoscendo il diritto delle persone di anticipare una morte comunque imminente, perché affette da patologie irreversibili che provocano intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche e dipendenti da trattamenti di sostegno vitale. Si tratta di una cornice molto più ristretta rispetto a quella tedesca, dove la malattia non è un requisito obbligatorio e l’unica condizione essenziale è che la scelta sia libera, consapevole e autonoma. Negli anni, il Parlamento italiano non ha mai trasformato i principi indicati dalla Consulta in una legge organica. Anzi: negli ultimi mesi il governo Meloni ha provato a bloccare anche il tentativo della Toscana – la prima Regione a legiferare sul tema – e della Sardegna di definire almeno una procedura chiara a livello locale. Il risultato è un sistema frammentato, in cui Regioni e singole aziende sanitarie applicano la sentenza in modo diverso, spesso imponendo ostacoli che rendono l’accesso impossibile anche a chi ne avrebbe diritto. Un quadro che, nel confronto con alcuni Paesi dell’Unione Europea, evidenzia quanto l’Italia sia ancora ferma, mentre intorno a lei il dibattito si è tradotto – con sfumature diverse – in regole, tutele e percorsi più definiti. GERMANIA Il suicidio assistito è stato depenalizzato nel 2020 da una sentenza della Corte costituzionale, che ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto di “aiuto al morire”, sterbehilfe. Come in Italia, non si tratta di eutanasia: il medico non può compiere l’atto finale, che deve essere completamente autonomo. La persona deve essere maggiorenne, capace di intendere e di volere, e deve autosomministrarsi il farmaco letale. Non è richiesta una malattia incurabile né una morte imminente: è questo il punto che ha permesso alle gemelle Kessler – senza un quadro clinico terminale – di accedere alla procedura. L’assistenza pratica è offerta da tre associazioni senza scopo di lucro, tra cui la Dghs di Berlino, che ha seguito le Kessler. Per accedervi bisogna essere soci da almeno sei mesi. La quota annuale è di 60 euro e il costo della prestazione varia tra i 3mila e i 4500 euro. Il protocollo prevede colloqui ripetuti e la presenza di un medico durante l’infusione. Nel 2024 si sono registrati circa 1200 suicidi assistiti ma, nonostante il numero sia in crescita, anche in Germania manca ancora una legge organica che disciplini la materia. PAESI BASSI Sono stati i primi al mondo a legalizzare sia l’eutanasia sia il suicidio assistito, con una legge entrata in vigore nel 2002. Il modello olandese è tra i più strutturati d’Europa. Stabilisce criteri e percorsi uniformi, con un sistema di controllo multilivello. Per accedere alla procedura, la persona deve essere affetta da una malattia incurabile o da sofferenze considerate “insopportabili e senza prospettive di miglioramento” – compresi disturbi mentali – ma non deve essere per forza dipendente da trattamenti salvavita né trovarsi in una fase terminale. La valutazione del caso spetta a due figure: il medico curante e un medico indipendente esterno, che devono confermare insieme che i criteri siano soddisfatti. Dopo il decesso, ogni caso viene esaminato da una commissione di controllo, che verifica il rispetto della legge e segnala eventuali irregolarità alla magistratura. L’atto finale deve essere eseguito da un medico. Questo rende la procedura accessibile anche a persone che non sono più fisicamente in grado di autosomministrarsi il farmaco. Inoltre, la legge permette che le persone rilascino delle wilsverklaring, “dichiarazioni anticipate di volontà”. Ciò significa che chi rischia di perdere la capacità di intendere e di volere per motivi medici può comunicare in anticipo le sue volontà, essendo sicuro che verranno rispettate al momento opportuno. Il dibattito interno sul fine vita è molto acceso, soprattutto alla luce dell’aumento costante del numero di richieste. Nel 2024 la crescita è stata del 10% e, sebbene i numeri assoluti siano ancora bassi, allarma l’aumento delle eutanasie eseguite su pazienti con disturbi psicologici, soprattutto quelle richieste dagli under 30. Una deriva che crea molte preoccupazioni e dubbi, sia sulle condizioni dei giovani nel Paese sia sull’impianto etico della misura. BELGIO Anche il Belgio ha legalizzato sia l’eutanasia sia il suicidio assistito nel 2002, appena due mesi dopo i Paesi Bassi. È uno dei sistemi più avanzati al mondo: dal 2014 la possibilità di accedere alla procedura è stata estesa anche ai minori, senza limiti di età. Una scelta unica nel panorama internazionale. Per proseguire è comunque necessario che il bambino sia in grado di comprendere la decisione, che esprima la propria volontà e che ci sia il consenso dei genitori. Oltreché di un’équipe di specialisti che certifichi una condizione medica grave, incurabile e irreversibile. Da quando è entrata in vigore la norma, i casi di eutanasia su minori sono stati sei. In totale, hanno fatto ricorso all’eutanasia oltre 30mila persone. Negli ultimi anni il trend è in forte crescita: secondo la Commissione federale di controllo e valutazione dell’eutanasia, nel 2023 le procedure sono aumentate del 15%, e nel 2024 del 16,6% rispetto all’anno precedente. Nel 2024 la Commissione ha ricevuto 3991 dichiarazioni di eutanasia, pari al 3,6% di tutti i decessi registrati nel Paese. Il profilo dei pazienti resta relativamente stabile. La maggior parte ha più di 70 anni (72,6%) e quasi la metà supera gli 80 anni. I casi sotto i 40 anni sono molto rari (1,3%). Il cancro è la causa principale delle richieste, coinvolgendo il 54% dei pazienti. Nel 76,6% dei casi la morte era prevista a breve termine, ma cresce il numero delle persone che chiedono l’eutanasia pur non trovandosi in prossimità della fine della loro vita: 932 casi nel 2024, contro i 713 del 2023. Le condizioni psichiatriche rappresentano ancora una minoranza, pari all’1,4% dei casi: 48 persone nel 2024. SPAGNA La Ley Orgánica de Regulación de la Eutanasia è in vigore da giugno 2021. Prima della sua approvazione, aiutare qualcuno a morire era un reato punibile fino a 10 anni di carcere. La norma ha legalizzato sia l’eutanasia attiva sia il suicidio medicalmente assistito. Possono farvi ricorso le persone maggiorenni affette da una “malattia grave e incurabile” oppure da una patologia “cronica, grave e invalidante” che comporti una sofferenza fisica o psichica costante e intollerabile. Il processo è rigoroso: il paziente deve presentare due richieste scritte, a distanza di almeno 15 giorni l’una dall’altra, confermando di essere consapevole dell’esistenza di cure palliative. La valutazione spetta a due medici e, dopo il loro parere, a una commissione autonoma che deve autorizzare in via definitiva la prestazione. Una volta approvate, l’eutanasia o la morte assistita sono a carico del sistema sanitario nazionale. Secondo i dati del Ministero della Salute, fino al 2024 erano state eseguite 1034 procedure, il 42% delle 2.475 domande presentate. Circa un quarto delle persone che ne aveva fatto richiesta è morto nell’attesa. Motivo per cui l’Associazione spagnola per il Diritto a Morire con Dignità sta chiedendo alla politica di intervenire per accorciare i tempi dell’iter. L'articolo Suicidio assistito ed eutanasia, dalla Germania alla Spagna cosa accade in Europa mentre l’Italia è ferma proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Come sono cambiati gli stipendi italiani negli ultimi dieci anni? Famiglie sempre più povere rispetto al resto dell’Ue – I grafici
I nuovi dati Eurostat sul calo dei redditi reali delle famiglie italiane nell’ultimo ventennio hanno riacceso l’attenzione su un’emergenza che il governo Meloni non pare interessato ad affrontare, se non con misure fiscali dal fiato corto e senza alcun impatto sul nodo delle basse retribuzioni. Del resto le tabelle dell’Ufficio statistico dell’Unione europea mal si conciliano con i contenuti delle slide prodotte da Fratelli d’Italia per i tre anni dall’insediamento della premier a Palazzo Chigi. La narrazione di un Paese “più solido e prospero”, con più occupati stabili e più soldi nelle tasche dei cittadini si infrange davanti ai numeri che mostrano la distanza tra gli stipendi italiani e quelli del resto d’Europa. E il suo allargamento nell’ultimo decennio. Per comprendere come sono andate le cose Ilfattoquotidiano.it ha consultato i dataset Eurostat sui redditi netti. Prendendo in considerazione una coppia senza figli in cui entrambi lavorano e guadagnano un salario nella media, si scopre che in Italia nel 2024 il totale a loro disposizione si è fermato a 49.600 euro, che salgono a 50.700 se si esprime il valore a parità di potere d’acquisto con gli altri Paesi. In base a quest’ultimo indicatore, in Francia una famiglia con le stesse caratteristiche può contare su quasi 58mila euro equivalenti e in Germania su quasi 73mila, poco meno del reddito di una famiglia Usa. Anche la Spagna, in termini di potere d’acquisto comparabile, distanzia l’Italia con quasi 54mila euro equivalenti. Nei Paesi Bassi si arriva a 81.900. Sotto quelli della Penisola si piazzano solo i nuclei dell’est europeo (37.400 euro equivalenti in Bulgaria, 39mila nella Repubblica ceca, 37mila in Croazia) e del Portogallo (39mila euro equivalenti). Il reddito medio annuo per persona, per questa tipologia di famiglia, in Italia è di soli 25mila euro equivalenti, inferiore del 12% rispetto ai 28,9mila euro che sono la media europea. Va peraltro considerato che si parla di un caso-tipo privilegiato: due percettori di reddito, entrambi lavoratori full time. Una realtà non standard in Italia, dove le donne sono costrette più degli uomini ad accettare part time involontari e – come i giovani – sono più esposte al precariato. Non solo: il dato è espresso in termini di potere d’acquisto comparabile (PPS, in gergo tecnico) e quindi non coglie direttamente l’erosione prodotta dall’ondata inflazionistica seguita all’invasione russa dell’Ucraina, che nell’Eurozona ha superato il 25% cumulato nell’ultimo decennio. Tenendo presenti questi caveat, è interessante osservare l’evoluzione dei redditi famigliari nell’ultimo decennio (vedi il grafico sopra per tutti i dati). L’Italia, con una crescita del 29% per la coppia senza figli di cui sopra, si colloca in una posizione intermedia: fa meglio di Francia (+20%) e Grecia (+21%), ma è molto distante dalla media europea (+38%) e dalle economie più dinamiche del Centro-Nord. In Germania il progresso è stato del 39%, nei Paesi Bassi del 38%, in Irlanda del 36%, in Austria del 46%. Ancora più ampio il divario rispetto alle nazioni dell’Est Europa, che continuano a convergere rapidamente verso gli standard occidentali: in Polonia la stessa coppia tipo ha visto crescere i propri redditi annuali del 74%, in Ungheria dell‘81%, in Lituania del 99%. Anche in Lettonia si è registrato un raddoppio (+108%). Tra il 2014 e il 2024 la distanza tra il reddito netto della coppia-tipo italiana e la media Ue è più che raddoppiata, passando da meno di 3mila a oltre 7mila euro equivalenti, segno che l’Italia ha corso sensibilmente meno del resto dell’Unione. Se si analizza la situazione di un single con reddito netto pari al 67% di quello medio, ovvero il prototipo del lavoratore giovane, con meno tutele e ancora lontano da una retribuzione piena, il confronto europeo è ancora più significativo. In Italia una persona con quelle caratteristiche nel 2014 portava a casa 14.618 euro equivalenti: dieci anni dopo arriva a 19.870. Una crescita vivace, del 36%, che però – al netto delle precedenti considerazioni sull’inflazione – basta appena a tenere la Penisola a metà classifica. Meglio della Francia, ferma a un +17% che fa arrivare il totale finale a 20.400 euro equivalenti, e della Svezia (+21%), ma ancora una volta lontanissima dai Paesi che dopo la crisi finanziaria hanno conosciuto un potente aumento dei salari. In Germania lo stesso lavoratore è passato da 19.014 a 26.319 euro (+38%), nei Paesi Bassi da 21.466 a 30.944 euro (+44%), in Austria da 18.683 a 27.150 (+45%). Sul podio dei maggiori incrementi ancora l’Est Europa: +58% in Estonia, +76% in Polonia, +129% in Bulgaria, fino al +144% della Romania. E, fuori dalla Ue, allo stellare +232% della Turchia. In termini assoluti, il single tedesco guadagna 6.400 euro in più dell’italiano, quello olandese oltre 11mila, l’austriaco 7.300. E il divario continua ad allargarsi. L'articolo Come sono cambiati gli stipendi italiani negli ultimi dieci anni? Famiglie sempre più povere rispetto al resto dell’Ue – I grafici proviene da Il Fatto Quotidiano.
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