Quattro punti vendita ogni 100 non hanno ridotto i prezzi, anzi in alcuni casi
li hanno addirittura aumentati. A oltre 24 ore dall’introduzione del taglio
delle accise deciso dal Consiglio dei ministri per calmierare il costo del
carburante, l’Osservatorio del ministero delle Imprese e del Made in Italy
rivela che solo il 60% dei 12.107 impianti di distribuzione ha effettivamente
ridotto i prezzi.
Al netto della qualità dei dati a disposizione del ministero in termini di
quantità e di attualità dei prezzi comunicati, la rilevazione alle 8 di venerdì
20 marzo lascia intendere che non tutto sta funzionando per il meglio. “Tutte le
principali compagnie petrolifere operanti nel Paese hanno inoltre adeguato i
propri prezzi consigliati, con una riduzione di 24,4 centesimi di euro al litro,
in linea con il provvedimento adottato in Consiglio dei ministri”, spiega il
Mimit.
Eppure dalle rilevazione emerge che addirittura l’11,4% dei punti vendita ha
addirittura aumentato i prezzi esposti, altro che taglio. Per questo, avvisa il
ministero, il Garante per la sorveglianza dei prezzi ha già trasmesso alla
Guardia di Finanza l’elenco di questi distributori, affinché vengano effettuati
i necessari controlli ai sensi del nuovo regime speciale previsto dal
decreto-legge approvato dal Governo.
Gli esiti dei controlli saranno trasmessi anche all’Autorità Garante della
Concorrenza e del Mercato per l’eventuale avvio di procedimenti sanzionatori e,
nei casi in cui emergano profili di rilevanza penale, all’autorità giudiziaria.
Il prezzo medio dei carburanti rilevato venerdì mattina in modalità self-service
sulla rete stradale nazionale è pari a 1,734 euro al litro per la benzina e
1,978 per il gasolio. Sulla rete autostradale, il prezzo medio self-service si
attesta invece a 1,812 per la benzina e 2,048 per il gasolio. I dati “non solo
confermano la nostra dettagliata denuncia sul mancato adeguamento dei prezzi, ma
anche il fallimento del decreto sul piano sanzionatorio”, afferma Massimiliano
Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.
“È quello che abbiamo detto da sempre: inutile monitorare o che poi, come
prevede questo decreto, il Garante per la sorveglianza dei prezzi trasmetta
all’Autorità giudiziaria le risultanze istruttorie, se non si modificano anche
gli articoli 501 e 501 bis del Codice Penale che il comandante generale della
Guardia di finanza Giuseppe Zafarana nel 2022 ha già giustamente definito di
‘rara e difficile applicazione’“. Urge anche una modifica della legge – insiste
l’Unione nazionale consumatori – per consentire all’Antitrust di intervenire
anche nei casi in cui manca un’intesa restrittiva della concorrenza o un abuso
di posizione dominante. “Altrimenti si prendono in giro i consumatori
promettendo una lotta agli speculatori che non esiste”, conclude Dona.
L'articolo Taglio accise sui carburanti: “Solo il 60% dei punti vendita ha
ridotto i prezzi” | I dati del ministero proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Con il petrolio ormai stabilmente sopra i 100 dollari al barile e nessuna idea
di quando la guerra di Usa e Israele all’Iran potrà finire, la corsa al ritocco
dei prezzi dei carburanti è quotidiana. Nelle due mappe che seguono è possibile
scoprire – stazione per stazione – i prezzi praticati dai distributori di tutta
Italia, secondo quanto riportato dall’osservatorio quotidiano del Mimit.
Scegliendo tra le due mappe a disposizione (self e servito) è sufficiente
cliccare sul tipo di carburante prescelto per visualizzare tutti i distributori
che lo offrono. Cliccando su ogni pallino è poi possibile vedere nel dettaglio
il prezzo praticato e l’indirizzo.
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L'articolo La guerra in Iran e i conti in tasca: la mappa interattiva dei prezzi
dei carburanti in tutti i distributori italiani proviene da Il Fatto Quotidiano.
Italia terra di basi, installazioni e servitù militari. La guerra scatenata da
Israele e dagli Stati Uniti di Donald Trump contro l’Iran ha fatto tornare di
attualità il ruolo – marginale nella diplomazia, fondamentale nello scacchiere
militare – che il nostro Paese riveste nel dispiegamento delle forze Nato in
generale e di quelle americane più nello specifico. Al pari forse della sola
Germania, infatti, l’Italia è stata – a partire dal secondo dopoguerra e per
lungo tempo fino alla fine della guerra fredda – il luogo d’elezione per
piazzare piste, fortini, munizioni e radar che guardavano a Est. Ma se la caduta
del Muro di Berlino e l’evoluzione tecnologica hanno reso inutili se non
inservibili (quando non proprio abbandonate) molte di queste strutture, il
tessuto del Paese rimane costellato ancora oggi di strutture più o meno
operative che potrebbero ritrovarsi coinvolte, anche solo per esigenze
logistiche, di fronte a una ulteriore escalation del conflitto.
LA DISTRIBUZIONE DELLE BASI
Ricostruire la mappa della miriade di torri, uffici di comunicazione, basi,
depositi e caserme sparse per il Paese non è semplice. Alle fonti ufficiali
infatti, da sempre si accompagnano antologie di luoghi mai ufficialmente
riconosciuti ma nemmeno mai smentiti, spesso identificati da siti di
controinformazione e rilanciate dai media mainstream. Di ciascuno di questi siti
– in assenza di definizioni ufficiali – è altrettanto arduo ricostruire
l’effettivo utilizzo sotto l’ombrello Usa o Nato, spesso concorrenti o
paralleli. Per questo le mappe che pubblichiamo si basano sull’unica ipotesi
possibile: quella del confronto di fonti macro (fonti ufficiali, Ong, campagne
internazionali) con la verifica, laddove possibile, su notizie della stampa
locale.
Quel che è certo oltre ogni ragionevole dubbio è che il principale “esportatore”
di basi militari al mondo sono gli Stati Uniti. I responsabili della campagna
World Beyond War ne hanno contate più di 870 a stelle e strisce su suolo
straniero, i due terzi delle 1200 basi estere a livello globale. Altrettanto
certo è che il conto di ciò che avviene nel mondo occidentale è ben più
credibile di quanto ammesso o comunicato da potenze come Russia e Cina, il cui
dispiegamento di forze, quando svelato, ha una funzione spesso di leva politica
ancor prima che militare.
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LA BOMBA
La proliferazione militare del secondo dopo guerra ha portato con sé anche
l’incremento di ordigni nucleari nelle mani delle due superpotenze e dei loro
alleati. In questo caso l’Italia vanta un piccolo record, essendo l’unico Paese
europeo con due depositi destinati agli ordigni atomici. Un terzo delle atomiche
custodite in Europa si trova nel nord Italia, nelle due principali basi aeree di
Aviano e Ghedi.
Complessivamente, il numero delle testate nel mondo è superiore a 12mila, la
gran parte delle quali in mano a Stati Uniti e Russia. Le sorti incerte dei
trattati di non proliferazione (dopo il ritiro russo nel 2023) rendono questo
numero ulteriormente difficile da stimare in futuro.
L'articolo Dalla guerra fredda all’Iran: il ruolo dell’Italia nello scacchiere
militare. Usa, Nato e nucleare nel nostro Paese: le mappe interattive proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Nel giorno di riapertura dei mercati dopo gli attacchi di Usa e Israele all’Iran
la notizia è passata quasi inosservata. Ma lunedì l’Istat, oltre a
ufficializzare che nel 2025 il deficit/pil è rimasto sopra il 3% smentendo le
previsioni del governo, ha diffuso anche un altro dato estremamente indigesto
per Giorgia Meloni, arrivata a Palazzo Chigi promettendo di ridurre le tasse. Lo
scorso anno, mentre il pil saliva di uno striminzito +0,5%, la pressione fiscale
complessiva si è arrampicata al 43,1% del prodotto, in ulteriore aumento dal
42,4% dell’anno precedente: +0,7%. Non accadeva dal 2014 – poco dopo la fine del
governo Monti, che aveva gestito la crisi dello spread a colpi di austerità –
che la somma di imposte dirette come l’Irpef, indirette come l’Iva, in conto
capitale come l’imposta di bollo e contributi superasse il 43% dell’economia.
L’istituto di statistica spiega che le entrate fiscali e contributive hanno
fatto segnare un +4,2% mentre il Pil a prezzi correnti si è fermato a +2,5%. E
se il numeratore cresce più del denominatore, il rapporto sale. Un copione già
visto nel 2024, quando le entrate erano aumentate del 5,8% a fronte di un Pil a
prezzi correnti in crescita del 2,7%.
L’anno scorso la premier aveva provato a spiegare la precedente l’impennata
(+1,2 punti, tenendo conto dei dati rivisti) con il boom dell’occupazione: “Se
un percettore di reddito di cittadinanza trova lavoro e paga le tasse, la
pressione fiscale sale”, aveva sostenuto. Ma il ragionamento non regge: con più
lavoratori aumentano sì le imposte versate, ma anche il reddito prodotto. La
spiegazione è un’altra. E non confligge con il taglio del cuneo fiscale
realizzato nel frattempo dall’esecutivo.
Diversi economisti hanno rilevato un ritorno del “drenaggio fiscale”. Con
un’inflazione elevata, gli aumenti nominali delle retribuzioni spingono i
lavoratori verso scaglioni Irpef più alti, facendo salire l’aliquota media
effettiva senza che ci sia un reale aumento del reddito disponibile. Anche chi
non ha ottenuto veri aumenti reali può ritrovarsi a pagare la stessa imposta su
un reddito che vale meno in termini di potere d’acquisto. Secondo Marco
Leonardi, ordinario di Economia all’università Statale di Milano, e Leonzio
Rizzo, ordinario all’ateneo di Ferrara, tra il 2022 e il 2024 il fiscal drag è
ammontato a circa 25 miliardi a carico di lavoratori dipendenti e pensionati. Un
flusso di gettito che ha contribuito al miglioramento dei conti pubblici e al
percorso di rientro del deficit, ma scaricando il peso soprattutto sulla classe
media.
Massimo Bordignon, ordinario di Scienza delle Finanze alla Cattolica,
vicepresidente esecutivo dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università
Cattolica, in un’analisi per lavoce.info firmata con Rizzo ha poi spiegato che
la maggior pressione fiscale del 2024 rispetto all’anno prima è stata dovuta per
la maggior parte a due fattori: per prima cosa il fatto che i redditi da lavoro
dipendente sono tassati molto più degli altri (per cui quando crescono i salari
il gettito sale più del pil). Pur valendo solo il 38% del pil, contro il 50 dei
profitti, i salari contribuiscono da soli a quasi la metà delle entrate fiscali.
Per questo, quando crescono occupazione e retribuzioni, il gettito aumenta più
rapidamente del pil, facendo salire meccanicamente la pressione fiscale. Senza
bisogno che il governo aumenti le tasse. Poi c’è il fatto che i maggiori redditi
ottenuti dai lavoratori dipendenti nel 2024 sono stati tassati ad aliquote medie
più elevate rispetto al 2023 per effetto in parte dei nuovi occupati e in parte
dell’aumento dei redditi di quelli che già avevano un lavoro e si sono visti
rinnovare il ccnl.
Sul piano politico, le reazioni sono state immediate. La pressione fiscale “è la
più alta degli ultimi 10 anni almeno”, ha attaccato la segretaria del Pd Elly
Schlein. “La presidente del Consiglio Meloni davanti a questo dato che cosa
dice? Che la pressione fiscale aumenta perché sono aumentati i lavoratori.
Attenzione: la pressione fiscale è un rapporto tra, semplifico, le tasse e il
Pil. Se aumenta il lavoro, aumentano le tasse versate, ma aumenta anche il Pil,
quindi non è quello che va a cambiare quel rapporto”. “A Chigi”, ha rincarato il
presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, “hanno da fare con la legge
elettorale per prendere i pieni poteri e la riforma per evitare inchieste
sgradite sui politici. Nel frattempo la pressione fiscale esplode oltre il 43% e
stamattina ci svegliamo con rialzi dei prezzi su petrolio e gas che daranno
un’altra mazzata a cittadini e imprese, grazie alle azioni unilaterali di Stati
Uniti e Israele per cui a Meloni non hanno fatto nemmeno uno squillo”. Per
Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra) quel dato, insieme al carrello della
spesa cresce del 2,2% e al deficit sopra il 3%, è “una smentita netta e
inequivocabile della narrazione costruita in questi mesi da Giorgia Meloni”.
Dal fronte sindacale, il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari si
tratta di “un fallimento su tutta la linea, che pesa soprattutto su salari e
pensioni che, dopo aver subito un’altissima inflazione da profitti che li ha
brutalmente impoveriti, pagano decine di miliardi di imposte non dovute a causa
del drenaggio fiscale che l’esecutivo ha scelto deliberatamente di non
neutralizzare e di non restituire, garantendosi così entrate fiscali da record”.
L'articolo Altro che meno tasse. Nel 2025 la pressione fiscale su al 43,1% del
pil: mai così alta dal post governo Monti proviene da Il Fatto Quotidiano.
GLI OBIETTIVI COLPITI DAGLI USA IN IRAN
LA RISPOSTA IRANIANA – I PAESI E I LUOGHI COLPITI
GLI EFFETTI ECONOMICI – IL PREZZO DEL PETROLIO
L'articolo L’attacco degli Stati Uniti all’Iran – le mappe proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In palio ci sono 116 medaglie d’oro, d’argento e di bronzo. Protagonisti 16
sport. Dopo la cerimonia inaugurale del 6 febbraio, sabato 7 febbraio cominciano
le gare delle Olimpiadi invernali di Milano–Cortina 2026, i primi Giochi
“italiani” dal 2006, da quelli a Torino, 20 anni fa. Tantissimi gli azzurri da
seguire, così come molte le stelle internazionali presenti agli eventi olimpici
in programma fino al 22 febbraio 2026. La prima medaglia si assegnerà con la
discesa libera uomini nello sci alpino, prevista per il 7 mattina, mentre negli
ultimi giorni sarà il turno di curling e hockey su ghiaccio. Ecco il calendario
completo delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, con tutte le competizioni
suddivise per disciplina e per sede di gara. A seguire, il programma con gli
eventi da medaglia giorno per giorno, completi di orari.
IL CALENDARIO COMPLETO DELLE OLIMPIADI DI MILANO-CORTINA 2026
SABATO 7 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 1
* Sci alpino: 11:30 – 13:50 – Discesa libera uomini.
* Sci di fondo: 13:00 – 14:50 – Skiathlon 10km+10km donne.
* Salto con gli sci: 18:45 – 21:00 – Trampolino normale individuale donne.
* Snowboard: 19:30 – 21:05 – Finale snowboard big air uomini.
* Pattinaggio di velocità: 16:00 – 17:50 – 3000m donne.
DOMENICA 8 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 2
* Sci alpino: 11:30 – 13:50 – Discesa libera donne.
* Biathlon: 14:05 – 15:40 – Staffetta mista 4x6km.
* Sci di fondo: 12:30 – 14:00 – Skiathlon 10km+10km uomini.
* Slittino: 17:00 – 19:40 – Individuale uomini run 3 e 4.
* Snowboard: 13:00 – 14:40 – Finale slalom gigante parallelo uomini.
* Snowboard: 13:00 – 14:40 – Finale slalom gigante parallelo donne.
* Pattinaggio di velocità: 16:00 – 18:20 – 5000m uomini.
* Pattinaggio di figura: 21.55 – Gara a squadre, singole maschile
LUNEDÌ 9 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 3
* Sci alpino: 10:30 – 12:15 – Combinata a squadre uomini (discesa libera);
14:00 – 15:20 – Combinata a squadre uomini (slalom).
* Sci freestyle: 12:30 – 14:20 – Finale freeski slopestyle donne.
* Salto con gli sci: 19:00 – 21:15 – Trampolino normale individuale uomini.
* Snowboard: 19:30 – 21:05 – Finale snowboard big air donne.
* Pattinaggio di velocità: 17:30 – 19:05 – 1000m donne.
MARTEDÌ 10 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 4
* Sci alpino: 10:30 – 12:15 – Combinata a squadre donne (discesa libera); 14:00
– 15:20 – Combinata a squadre donne (slalom).
* Biathlon: 13:30 – 15:30 – 20km individuale uomini.
* Sci di fondo: 11:45 – 13:50 – Finale sprint tecnica classica donne.
* Sci di fondo: 11:45 – 13:50 – Finale sprint tecnica classica uomini.
* Sci freestyle: 12:30 – Finale Freeski slopestyle uomini
* Curling: 14:05 – 16:05 – Finale per il bronzo doppio misto.
* Curling: 18:05 – 20:25 – Finale per l’oro doppio misto.
* Slittino: 17:00 – 19:50 – Individuale donne run 3 e 4.
* Salto con gli sci: 18:45 – 21:10 – Gara a squadre miste.
* Short track: 10:30 – 13:15 – Staffetta mista finali.
MERCOLEDÌ 11 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 5
* Sci alpino: 11:30 – 13:50 – Super G uomini.
* Biathlon: 14:15 – 16:10 – 15km individuale donne.
* Pattinaggio di figura: 19:30 – 23:15 – Danza sul ghiaccio programma. libero
* Sci freestyle: 14:15 – 15:35 – Finale moguls donne.
* Slittino: 17:30 – 20:40 – Doppio uomini run 1 e 2.
* Slittino: 17:30 – 20:40 – Doppio donne run 1 e 2.
* Combinata nordica: 10:00 – 10:45 – Individuale Gundersen uomini NH trampolino
normale; 13:45 – 14:35 – Individuale Gundersen NH trampolino normale/10 km.
* Pattinaggio di velocità: 18:30 – 20:00 – 1000m uomini.
GIOVEDÌ 12 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 6
* Sci alpino: 11:30 – 13:50 – Super G donne.
* Sci di fondo: 13:00 – 14:55 – 10 km tecnica libera partenza a intervalli
donne.
* Sci freestyle: 12:15 – 13:35 – Finale moguls uomini.
* Slittino: 18:30 – 19:55 – Staffetta a squadre.
* Short track: 20:15 – 22:20 – 500m donne finali.
* Short track: 20:15 – 22:20 – 1000m uomini finali.
* Snowboard: 13:45 – 15:25 – Finali snowboard cross uomini.
* Snowboard: 19:30 – 21:20 – Finale snowboard halfpipe donne.
* Pattinaggio di velocità: 16:30 – 18:15 – 5000m donne.
VENERDÌ 13 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 7
* Biathlon: 14:00 – 15:40 – 10km sprint uomini.
* Sci di fondo: 12:00 – 13:55 – 10 km tecnica libera partenza a intervalli
uomini.
* Pattinaggio di figura: 19:00 – 23:15 – Programma libero individuale uomini.
* Skeleton: 19:30 – 22:20 – Terza e quarta manche uomini.
* Snowboard: 13:30 – 15:10 – Finali snowboard cross donne.
* Snowboard: 19:30 – 21:20 – Finale snowboard halfpipe uomini.
* Pattinaggio di velocità: 16:00 – 18:15 – 10000m uomini.
SABATO 14 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 8
* Sci alpino: 10:00 – 12:00 – Prima manche slalom gigante uomini; 13:30 – 15:20
– Seconda manche slalom gigante uomini.
* Biathlon: 14:45 – 16:20 – Sprint 7.5km donne.
* Sci di fondo: 12:00 – 14:00 – Staffetta 4×7.5km donne.
* Sci freestyle: 10:30 – 12:05 – Finale dual moguls donne.
* Short track: 20:15 – 23:05 – 1500m uomini finali.
* Skeleton: 18:00 – 20:50 – Terza e quarta manche donne.
* Salto con gli sci: 18:45 – 21:05 – Individuale uomini trampolino lungo.
* Pattinaggio di velocità: 16:00 – 18:05 – 500m uomini.
DOMENICA 15 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 9
* Sci alpino: 10:00 – 12:00 – Prima manche slalom gigante donne; 13:30 – 15:20
– Seconda manche slalom gigante donne.
* Biathlon: 11:15 – 12:00 – Inseguimento 12.5km uomini.
* Biathlon: 14:45 – 16:00 – Inseguimento 10km donne.
* Sci di fondo: 12:00 – 14:00 – Staffetta 4×7.5km uomini.
* Sci freestyle: 10:30 – 12:05 – Finale dual moguls uomini.
* Skeleton: 18:00 – 20:00 – Squadre miste.
* Salto con gli sci: 18:45 – 21:05 – Individuale donne trampolino lungo.
* Snowboard: 13:45 – 15:05 – Finali snowboard squadre miste.
* Pattinaggio di velocità: 16:00 – 18:05 – 500m donne.
LUNEDÌ 16 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 10
* Sci alpino: 10:00 – 12:00 – Prima manche slalom uomini; 13:30 – 15:20 –
Seconda manche slalom uomini.
* Bob: 19:00 – 22:15 – Terza e quarta manche monobob donne.
* Pattinaggio di figura: 20:00 – 23:10 – Coppie programma libero.
* Sci freestyle: 19:30 – 21:05 – Finale freeski big air donne.
* Short track: 11:00 – 13:15 – 1000m donne finali.
* Salto con gli sci: 19:00 – 21:05 – Gara a squadre uomini.
MARTEDÌ 17 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 11
* Biathlon: 14:30 – 16:10 – Staffetta 4×7.5km uomini.
* Bob: 19:00 – 22:10 – Terza e quarta manche doppio uomini.
* Pattinaggio di figura: 18:45 – 23:00 – Individuale donne programma corto.
* Sci freestyle: 19:30 – 21:05 – Finale freeski big air uomini.
* Combinata nordica: 10:00 – 10:45 – Individuale Gundersen uomini LH trampolino
lungo; 13:45 – 14:35 – Individuale Gundersen uomini LH trampolino lungo/10
km.
* Snowboard: 13:00 – 14:50 – Finale snowboard slopestyle donne.
* Pattinaggio di velocità: 14:30 – 17:25 – Finali inseguimento a squadre
uomini.
* Pattinaggio di velocità: 14:30 – 17:25 – Finali inseguimento a squadre donne.
MERCOLEDÌ 18 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 12
* Sci alpino: 10:00 – 12:00 – Prima manche slalom donne; 13:30 – 15:20 –
Seconda manche slalom donne.
* Biathlon: 14:45 – 16:20 – Staffetta 4x6km donne.
* Sci di fondo: 11:45 – 13:15 – Finali sprint a squadre tecnica libera uomini.
* Sci di fondo: 11:45 – 13:15 – Finali sprint a squadre tecnica libera donne.
* Sci freestyle: 11:30 – 13:05 – Finale aerials donne.
* Short track: 20:15 – 22:05 – 500m uomini finali
* Short track: 20:15 – 22:05 – staffetta 3000m donne finali.
* Snowboard: 12:30 – 14:20 – Finale snowboard slopestyle uomini.
GIOVEDÌ 19 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 13
* Pattinaggio di figura: 19:00 – 23:15 – Individuale donne programma libero.
* Sci freestyle: 11:30 – 13:05 – Finale aerials uomini.
* Hockey su ghiaccio: 14:40 – 17:10 – Finale per il bronzo donne.
* Hockey su ghiaccio: 19:10 – 22:10 – Finale per l’oro donne.
* Combinata nordica: 10:00 – 10:50 – Team sprint uomini trampolino lungo; 14:00
– 15:00 – Team sprint uomini 2×7.5km.
* Sci alpinismo: 12:55 – 14:45 – Sprint uomini finale
* Sci alpinismo: 12:55 – 14:45 – Sprint donne finale.
* Pattinaggio di velocità: 16:30 – 18:10 – 1500m uomini.
VENERDÌ 20 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 14
* Biathlon: 14:15 – 15:20 – Mass start 15km uomini.
* Bob: Prima e seconda manche doppio donne.
* Curling: 19:05 – 22:05 – Finale per il bronzo uomini.
* Sci freestyle: 12:00 – 13:40 – Finali ski cross donne.
* Sci freestyle: 19:30 – 21:20 – Finale freeski halfpipe uomini.
* Short track: 20:15 – 22:40 – 1500m donne finali
* Short track: 20:15 – 22:40 – staffetta 5000m uomini finali.
* Pattinaggio di velocità: 16:30 – 18:10 – 1500m donne.
SABATO 21 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 15
* Biathlon: 14:15 – 15:15 – Mass start 12.5km donne.
* Bob: 19:00 – 22:10 – Terza e quarta manche doppio donne.
* Sci di fondo: 11:00 – 14:05 – Mass start 50km tecnica classica uomini.
* Curling: 14:05 – 17:05 – Finale per il bronzo donne.
* Curling: 19:05 – 22:25 – Finale per l’oro uomini.
* Pattinaggio di figura: 20:00 – 22:30 – Gala di esibizione.
* Sci freestyle: 12:00 – 13:40 – Finali ski cross uomini.
* Sci freestyle: 10:45 – 12:35 – Finale aerials a squadre miste.
* Sci freestyle: 19:30 – 21:20 – Finale freeski halfpipe donne.
* Hockey su ghiaccio: 20:40 – 23:40 – Finale per il bronzo uomini.
* Sci alpinismo: 13:30 – 14:50 – Finale staffetta mista.
* Pattinaggio di velocità: 15:00 – 18:00 – Mass start uomini
* Pattinaggio di velocità: 15:00 – 18:00 – Mass start donne.
DOMENICA 22 FEBBRAIO 2026 – GIORNO 16
* Bob: 10:00 – 13:20 – Terza e quarta manche bob a 4 uomini.
* Sci di fondo: 10:00 – 13:35 – Mass start 50km tecnica classica donne.
* Curling: 11:05 – 14:25 – Finale per l’oro donne.
* Hockey su ghiaccio: 13:40 – 16:40 – Finale per l’oro uomini.
Al termine delle competizioni, l’attenzione si sposterà sulla cerimonia di
chiusura, in programma all’Arena di Verona.
DOVE VEDERE LE OLIMPIADI DI MILANO-CORTINA 2026 IN TV E STREAMING
È possibile seguire i Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026 sia in tv
in chiaro sulla Rai sia in streaming, i cui diritti appartengono a Warner Bros
Discovery. La diretta in chiaro delle gare è visibile su Rai2 e Rai Sport HD
(canale 58) e in streaming su Rai Play. Per vedere integralmente ogni evento
delle Olimpiadi bisogna affidarsi invece allo streaming in abbonamento: tutte le
gare sono visibili su Eurosport, i cui canali sono disponibili sulle piattaforme
HBO Max, Discovery+, Dazn, TIMvision e Prime Video Channels.
LA MAPPA DELLE OLIMPIADI DI MILANO-CORTINA 2026
L'articolo Olimpiadi Milano-Cortina 2026, il programma completo e gli eventi da
medaglia giorno per giorno | Calendario proviene da Il Fatto Quotidiano.
I Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 passeranno alla storia come il primo
modello di Olimpiadi diffuse. Il nome Milano-Cortina infatti è già di per sé
fuorviante: le gare olimpiche si terranno tra Bormio, Livigno, Predazzo, Tesero
e Anterselva. Poi anche un po’ a Milano (pattinaggio di velocità, short track,
hockey e pattinaggio di figura) e un po’ a Cortina (sci femminile, curling,
slittino, skeleton e bob). Un enorme caos logistico, che ha sconvolto la stampa
estera, come stanno lì a testimoniare gli articoli di denuncia pubblicati dal
New York Times e dal tabloid tedesco Bild. Eppure, almeno originariamente,
l’idea delle Olimpiadi diffuse aveva una logica ben precisa: non concentrare
tutte le gare in un luogo ristretto evita di costruire impianti da zero, con il
rischio di cattedrali nel deserto, sfruttando invece le strutture già presenti
sul territorio. Infatti, anche i prossimi Giochi invernali saranno diffusi: si
terranno nel 2030 nelle Alpi francesi. E per il 2034 si sta facendo avanti la
candidatura della Svizzera, come intero Paese. Ma nell’esperimento di
Milano-Cortina qualcosa non ha funzionato, a partire dalla scelta di inserire
forzatamente il capoluogo lombardo, lontano centinaia di km da tutte le montagne
dove ci sono le altre sedi di gara.
LA MAPPA DELLE OLIMPIADI DI MILANO-CORTINA
Grafica di Fabio Amato
FINO A 20 ORE PER GLI SPOSTAMENTI: LA LOGISTICA FOLLE
Per aiutare gli spettatori a muoversi tra una sede di gara e l’altra
Milano-Cortina ha previsto perfino un’app dedicata ai trasporti. Il problema è
che le risposte fornite sono scoraggianti: se un appassionato, dopo aver visto
una gara di biathlon ad Anterselva, vuole spostarsi a Livigno per seguire lo sci
freestyle, il percorso suggerito dura in totale 19 ore e 37 minuti. Prevede
l’utilizzo di un bus, due treni e poi un altro bus. Ci vogliono almeno 5 ore
invece per arrivare da Milano a Tesero, dove si svolgono le gare di sci di
fondo: anche in questo caso, servono sia treno che bus. E se un appassionato di
hockey dopo aver visto un match a Santa Giulia abbia comprato anche un biglietto
per il bob, per vedere il nuovissimo Sliding Center di Cortina? Dovrà armarsi di
pazienza: i percorsi suggeriti vanno dalle 6 alle 9 ore, con l’utilizzo di
treno, bus e perfino un tratto a piedi. D’altronde, Milano è distante non meno
di 200 km da tutte le altre sedi olimpiche: la più lontana, 410 km, è proprio
Cortina. Nel Programma per la Realizzazione dei Giochi, però, gli organizzatori
prevedevano una durata media degli spostamenti non superiore alle 5 ore 45
minuti (per andare da Cortina a Bormio, o viceversa). La stessa app di
Milano-Cortina li sbugiarda: utilizzando il trasporto pubblico, i tempi sono
infinitamente più lunghi, in tutte le direzioni. Nello specifico di un viaggio
da Bormio a Cortina, una delle soluzioni più rapide prevede un itinerario con
bus, treno regionale, Frecciarossa, bus e ancora bus. Durata totale 10 ore e 36
minuti. Ma in momenti meno fortunati l’intero spostamento può durare quasi 19
ore.
QUAL ERA L’OBIETTIVO: COSTO ZERO E BASSO IMPATTO AMBIENTALE
Eppure, come detto, dietro il modello delle Olimpiadi diffuse si nasconde un
intento nobile. La prima linea di ragionamento è la seguente: sfruttando le
strutture già presenti sul territorio per le varie discipline invernali, si
possono rinnovare quegli impianti ed evitare di costruirne di nuovi. Con un
doppio vantaggio: costi ridotti e addio cattedrali nel deserto. Il secondo
ragionamento riguarda la sostenibilità ambientale ed è direttamente collegato al
primo: costruire meno significa avere un impatto ridotto sull’ecosistema della
montagna. Infatti, nei grandi proclami che seguirono l’assegnazione dei Giochi
invernali a Milano-Cortina, si parlò di “Olimpiadi a costo zero” e all’insegna
dell’ambiente. Nel dossier di candidatura la parola “sostenibilità” viene
ripetuta quasi cento volte, in ossequio all’Agenda del Cio. Cento opere sono in
cantiere: strade, ferrovie, ponti, varianti, funivie, seggiovie, parcheggi,
sbancamenti e nuovi impianti. È la confutazione dell’assioma iniziale.
COSA NON HA FUNZIONATO
Infatti, nella preparazione delle Olimpiadi “diffuse” sono emersi troppi
problemi. Innanzitutto i costi: sono lievitati sia quelli legati alle strutture
sportive, sia quelle destinate alle opere accessorie. Sul primo fronte, i pochi
impianti sportivi che dovevano essere costruiti hanno tutti avuto intoppi. Non
c’è solo l’arcinota pista da bob di Cortina, che doveva essere una
ristrutturazione da una quarantina di milioni ed è costata circa 130 milioni di
euro. A Milano era prevista la riqualificazione del PalaSharp, storico
palazzetto a Lampugnano: è rimasto un rudere. Le gare di hockey si faranno
invece alla nuova arena (privata) di Santa Giulia, che non è ancora
completamente finita e sarà poi destinata ai concerti. L’hockey si gioca anche a
Rho, in una struttura temporanea che poi verrà smantellata. Sempre nella Fiera,
ci sarà anche il pattinaggio di velocità: stesse modalità. Il dossier iniziale
prevedeva la copertura dello splendido ovale di Baselga di Pinè, dove fare
appunto lo speed skating: alla fine l’operazione è stata abbandonata per i costi
troppo elevati. Fortunatamente il resto era già tutto pronto. Non erano pronte
invece le strade e la rete dei trasporti: a dispetto degli annunci iniziali, per
rifare ferrovie, ponti, funivie e varianti sono stati stanziati quasi 5 miliardi
di euro. Il problema è che la maggior parte delle opere – più della metà – sarà
pronto solo dopo i Giochi. In alcuni casi, i cantieri apriranno – forse – a
Olimpiade già conclusa. Nel frattempo, gli spettatori che vengono in Italia per
godersi i Giochi affrontano gli stessi problemi che hanno tutti i giorni
pendolari, studenti e italiani in generale. Ed ecco che la mappa di
Milano-Cortina diventa l’istantanea di un’odissea logistica.
L'articolo Distanze di oltre 400 km, lavori incompiuti, tempi di percorrenza
fino a 20 ore con i mezzi pubblici: la logistica delle “Olimpiadi diffuse”
Milano-Cortina | Mappa proviene da Il Fatto Quotidiano.
I progressi ci sono, ma limitati e infatti le nostre città sono ancora
pesantemente inquinate. Nonostante questo, è concreto il rischio che il governo
decida di chiedere una proroga rispetto all’entrata in vigore della Direttiva
europea sulla qualità dell’aria (2881/2024). Con conseguente aumento della
mortalità per patologie respiratorie acute e patologie croniche, non solo
respiratorie. La conferma dei rischi che corriamo semplicemente respirando
arriva da un rapporto che, analizzando in modo sistematico i dati ufficiali
delle reti regionali di monitoraggio delle Arpa/Appa, ha classificato le città
italiane una per una in base al tipo di inquinante – Pm10, Pm 2,5, NO2 ovvero
biossido di azoto, ma anche ozono – mettendole al tempo stesso in relazione a
tre diversi tipi di normativa: quella attuale (D.Lgs.155/2010), la Direttiva
Europea 2881/2024, infine le più stringenti direttive dell’Oms (Linee Guida
2021). In particolare, il riferimento di “Cambiamo aria. Salute e inquinamento
atmosferico nelle città italiane”, promosso da Isde Italia in collaborazione
con l’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities
Campaign, è proprio la Direttiva Europea: i limiti entreranno in vigore dal
gennaio 2030, ma gli Stati membri hanno tempo fino a dicembre per recepirla.
A dare una prima sintesi del rapporto è il prof. Paolo Bortolotti, coordinatore
del gruppo di lavoro Isde su inquinamento atmosferico. “L’aria rispetto a dieci
anni fa è migliorata – ma non come nel nord Europa, siamo gli ultimi nel nostro
continente – e i limiti della normativa di dieci anni fa sono rispettati. Il
problema è che i nuovi limiti europei sono circa la metà rispetto agli attuali e
su questi ultimi siamo indietro in maniera allarmante”. “La normativa europea
inoltre”, continua, “introduce il massimo degli sforamenti giornalieri, che nei
limiti attuali non c’è, perché si calcola solo la media annua. D’estate però la
situazione migliora, quindi la media annuale si abbassa, ma bisogna tener conto
dei picchi di inquinamento, che causano un maggiore accesso al pronto soccorso
per anziani e bambini”. In generale, per quanto riguarda le polveri sottili, la
situazione peggiore è quella del nord Italia e della pianura padana. Tuttavia,
per il biossido di azoto le città più colpite sono quelle portuali, come
Palermo, Napoli, Catania, a causa del trasporto navale.
COME VANNO LE CITTÀ? MALE MILANO E TORINO, MEGLIO ROMA
Ma quali sono le città più inquinate, in base ai nuovi parametri? Un primo
criterio di analisi è quello dei valori medi annui. Una delle metropoli che non
fa bene è senza dubbio il capoluogo lombardo, Milano: la media annua del Pm10 si
attesta a 35 μg/m3. Non solo il dato non è inferiore agli anni passati (nel 2019
e 2018 era sempre 35 μg/m3), ed è addirittura superiore al 2024 e 2023 (33 μg/m3
e 32 μg/m3). Nonostante sia sotto le soglie della normativa attuale (40 μg/m3),
supera quelle della direttiva Ue (20 μg/m3) e le linee Oms (15 μg/m3). Rispetto
al Pm 2,5 la media del 2025 si attesta su 22 μg/m3, superiore di poco ai 21
μg/m3 dei due anni precedenti, ed è di poco inferiore ai limiti della normativa
attuale (25μg/m3), ma superiore ai limiti della Direttiva Ue (10 μg/m3) e ai 5
μg/m3 suggeriti dall’Oms. Rispetto al biossido di azoto, invece, il valore 2025
è 37 μg/m3, in calo lineare rispetto agli anni passati, sotto i 40 μg/m3 della
normativa attuale, ma sempre sopra i 20 μg/m3 della direttiva Ue e i 10 μg/m3
delle linee guida Oms.
Anche Torino, però, è in una situazione più che critica: la media annua del Pm10
si attesta a 70 μg/m3, in aumento rispetto ai due anni precedenti, ed è di gran
lunga sopra l’attuale normativa e quindi Direttiva Ue e linee guida Oms. Un po’
più bassa la media annua del Pm2,5, 20 μg/m3 negli ultimi tre anni, di poco
sotto la normativa attuale ma sopra Direttiva Ue e Oms. Per il biossido di
azoto, la media è di 39 μg/m3, praticamente sul limite della normativa attuale
ma sopra direttiva Ue e Oms.
Va un po’ meglio la Capitale. Rispetto al Pm10, Roma nel 2025 si attesta su una
media annua di 20 μg/m3, sotto il limite stabilito dalla normativa annuale,
inferiore alla direttiva Ue e alle linee guida Oms. Rispetto al Pm10 Roma
migliora negli anni dal 2013 (30 μg/m3) con un scalaggio quasi lineare. Per
quanto riguarda il Pm 2,5, nel 2025 il dato media annuale è di 14 μg/ m3,
inferiore alla normativa attuale ma non alla normativa UE e alle linee guida
Oms. Rispetto al 2013 (20 μg/m3) c’è una diminuzione anche se non del tutto
lineare. Rispetto al biossido di azoto, nel 2025 Roma si attesta a 18 μg/m3,
sotto la normativa attuale, sotto la Direttiva UE 20, ma non sotto le linee
guida OMS 10.
GLI SFORAMENTI GIORNALIERI
Scendendo a Sud, non sempre la situazione migliora per le grandi città: la media
annuale a Napoli delle PM10 è 40 μg/m3, peggio degli anni precedenti ad
eccezione del 2024, pari alla normativa attuale, sopra la direttiva Ue e sopra
le indicazioni Oms. Rispetto al Pm 2,5, la media è di 16 μg/m3, inferiore agli
anni passati, sotto la normativa attuale, ma sopra la Direttiva Ue e indicazioni
Oms. Infine per il biossido di azoto si attesa a 51 μg/m3 (sempre media
annuale), sopra la normativa attuale, e quindi sopra i valori della direttiva Ue
e Oms.
Non benissimo anche Palermo: la media annuale del Pm10 è 41 μg/m3, quindi quasi
sui limiti della normativa attuale, ma è il doppio dei limiti della direttiva Ue
e ancora più rispetto alle linee guida Oms; la media del Pm2,5 è di 11 μg/m3:
sotto i limiti previsti dalla normativa attuale, ma poco sopra le indicazioni Ue
E Oms. Alto il biossido di azoto, 49 μg/m3, sopra normativa attuale, la
Direttiva Ue e l’Oms.
La medie, però, non bastano a dare conto del problema inquinamento. Bisogna
anche monitorare i picchi, ovvero gli sforamenti giornalieri. Tra le città con
maggiori sforamenti rispetto alla Direttiva Europea abbiamo Milano: 96 giorni
per il Pm10, 133 per il Pm2,5, 60 per il NO2 e 58 per l’ozono, calcolato da
giugno a settembre. Napoli sfora di 86 giorni per il Pm10, 32 per il Pm 2,5, ben
197 per il biossido di azoto e 23 per l’ozono. Torino 59 giorni per il Pm10, ben
106 per il Pm2,5, 78 per il NO2 e 51 per l’ozono. Palermo va molto male per il
Pm10 (100 giorni di sforamento), molto meglio per il Pm2,5 (4 giorni), male per
il NO2 (173 giorni) e 51 giorni per l’ozono. Le città del nord, insieme a Terni,
hanno circa 50 giorni di sforamento all’anno per il Pm10. Più alto, circa 60
giorni all’anno, lo sforamento di queste città per il Pm 2,5. Invece Venezia, ma
soprattutto Genova (100 giorni), Messina (82) e Catania (65), hanno valori
elevati per il biossido di azoto. Infine l’ozono è alto a Bergamo (67 giorni di
sforamento), Parma, Bologna, Firenze.
NON SOLO RISCHI POLMONARI: IL LEGAME TRA INQUINAMENTO E DEMENZA
Il rapporto ribadisce il legame tra inquinamento atmosferico e patologie anche
inaspettate. Infatti, se il Pm10, passando per il naso, è in grado di
raggiungere la gola e la trachea (localizzate nel primo tratto dell’apparato
respiratorio), il Pm2,5 è composto da particelle più piccole che possono
invece arrivare in profondità nei polmoni e passare nel circolo sanguigno, ma
anche penetrare la barriera emato-encefalica. L’esposizione a sostanze
inquinanti, come il Pm2,5, può alterare le connessioni tra i neuroni,
influenzando l’attenzione e altre funzioni cognitive. “È ormai dimostrato che
l’aria ha un effetto importante sulla salute e la mortalità della gente”, spiega
sempre Bortolotti. “Si pensa inoltre che il problema dell’aria sia un problema
polmonare. In realtà, soprattutto le polveri sottili non si fermano ai polmoni.
Ci sono ormai studi che le legano al Parkinson, alla demenza, al calo del
quoziente intellettivo. E non possiamo colpevolizzare i singoli che non possono
non respirare, è un fattore comune per tutti”.
Rispetto a questo quadro, cosa occorre fare? Isde Italia e Kyoto Club hanno
richieste specifiche per governo, regioni e amministrazioni locali. Al governo
italiano chiedono di recepire la Direttiva Ue 2881/2024 al più presto e
impegnarsi ad attuarla in ogni sua parte senza chiedere deroghe o rinvii.
“Chiedere una deroga di dieci anni vuol dire di aumentare di ‘n’ numero le
persone che moriranno e che stanno male”, nota Bortolotti. Serve invece, si
legge sempre nel documento, aggiornare il Piano Nazionale Aria tenendo conto dei
nuovi limiti previsti e stabilendo un percorso che permetta di rispettarli nel
2030, stanziando risorse economiche adeguate per finanziare le azioni
necessarie.
LE RICHIESTE A GOVERNO, REGIONI, COMUNI
Per il trasporto pubblico locale, le richieste sono quelle di incrementare di 3
miliardi il Fondo Nazionale Trasporti; incrementare le risorse per lo sviluppo
delle infrastrutture del trasporto rapido di massa, aumentando la dotazione del
Fondo unico istituito dal decreto-legge 30 giugno 2025, n. 95; investire
significativamente nella elettrificazione degli autobus; per la mobilità
attiva, rifinanziare il fondo per la ciclabilità urbana con almeno 500 milioni
all’anno per i prossimi sette anni in modo da permettere nei prossimi anni la
realizzazione 15.000 chilometri di piste ciclabile nelle aree urbane; favorire
l’aggiornamento del parco veicolare privato verso mezzi ad emissioni zero;
definire e finanziare una strategia per la riqualificazione del patrimonio
edilizio residenziale e pubblico; riconvertire gli allevamenti intensivi.
Alle Regioni si chiede invece di aggiornare i Piani Regionali Aria tenendo conto
dei nuovi limiti previsti e stabilendo un percorso che permetta di rispettarli
nel 2030. Alle Arpa/Appa si chiede di accelerare la realizzazione del portale
unico per la pubblicazione dei dati del monitoraggio della qualità dell’aria in
modo facilmente comprensibile; la pubblicazione delle medie giornaliere del
biossido di azoto e l’indicazione, oltre ai limiti normativi attuali, anche di
quelli previsti dalla direttiva UE 2881/2024 e dalle Linee Guida Oms 2021. Alle
amministrazioni comunali si domanda invece di promuovere tutte le iniziative
volte a una riduzione decisa del traffico motorizzato privato, con
l’introduzione di zone a basse emissioni, zone 30 km/h, il potenziamento del
trasporto pubblico locale, lo sviluppo della mobilità condivisa con mezzi non
inquinanti, l’utilizzo di veicoli privati a zero emissioni, l’elettrificazione
delle banchine dei porti, interventi strutturali sul riscaldamento degli
edifici, il potenziamento del verde urbano. Infine, agli Ordini dei Medici e
alle Società scientifiche mediche viene chiesto di promuovere iniziative volte
a sensibilizzare e responsabilizzare gli operatori sanitari su queste tematiche.
“Quello fatto da Isde e Kyoto Club è un lavoro fantastico, perché per la prima
volta si paragonano i dati con la nuova Direttiva e non con i livelli normativi
attuali”, commenta e conclude Anna Gerometta, presidente di Cittadini per
l’Aria. “È triste però che mentre ci troviamo dentro questa sfida, rientrare nei
limiti della nuova direttiva, il nostro governo sceglie di togliere i fondi per
la qualità dell’aria nella Pianura Padana, oppure azzera scelte per la mobilità
sostenibile come le zone 30. Eppure rispettare i nuovi limiti significa tutelare
la salute umana, quella dei polmoni, del cuore, ma anche di tutti gli altri
organi, in particolare il cervello”.
L'articolo Qualità dell’aria, le città in base alla nuova Direttiva Ue (non
recepita dall’Italia): male Milano e Torino, meglio Roma proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’apparenza inganna. E anche se in queste ultime settimane, in molte aree del
mondo si combatte contro il freddo e l’Italia non ha fatto eccezione, la verità
è che gli ultimi 11 anni sono stati i più caldi mai registrati. La temperatura
media globale del 2025, di 14,97°C, è stata la terza più alta mai registrata.
Dunque lo scorso anno è stato solo lievemente (di 0,01 °C) più freddo del 2023 e
di 0,13 °C più freddo del 2024, il più caldo di sempre. Ma soprattutto: le
temperature globali degli ultimi tre anni (2023-2025) sono già state in media
superiori di oltre 1,5 °C rispetto al livello preindustriale (1850-1900). È la
prima volta che la media di un triennio supera quella soglia, anche se questo
dato non rappresenta ancora il superamento del limite ‘a lungo termine’ imposto
dall’Accordo di Parigi. Non ancora, appunto. Perché a pochi giorni dall’annuncio
del ritiro degli Stati Uniti dalla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici
(Unfccc), firmata nel 1992 a Rio e che conta tra i suoi membri tutti i paesi del
mondo e dall’Ipcc, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici,
Copernicus racconta a suon di dati che il limite di 1,5 °C fissato dall’accordo
di Parigi per il riscaldamento globale a lungo termine potrebbe essere raggiunto
entro la fine di questo decennio. Dunque gli Stati Uniti annunciano di
‘abbandonare’ una nave che, però, non possono abbandonare. A tutto questo va
aggiunto l’incalcolabile. I ghiacciai dei due poli, infatti, sono ai minimi
storici, con tutto quello che comporta in termini di rischio di ‘tipping point’,
ossia i punti di non ritorno che, se raggiunti, farebbero innescare cambiamenti
rapidi e irreversibili.
Sono i dati principali appena pubblicati dal Centro europeo per le previsioni
meteorologiche a medio termine (Ecmwf) che gestisce i servizi di Copernicus
relativi ai cambiamenti climatici (C3S) e di monitoraggio atmosferico (Cams) per
conto della Commissione europea. Il gennaio 2025 è stato il gennaio più caldo
mai registrato. Marzo, aprile e maggio sono stati ciascuno i secondi mesi più
caldi per il periodo dell’anno. Ogni mese dell’anno, ad eccezione di febbraio e
dicembre, è stato più caldo rispetto al mese corrispondente di qualsiasi anno
precedente al 2023. “Questo rapporto conferma che l’Europa e il mondo stanno
vivendo il decennio più caldo mai registrato” spiega Florian Pappenberger,
direttore generale dell’Ecmwf.
PER METÀ DEL GLOBO AUMENTANO I GIORNI DI FORTE STRESS DA CALORE
Hanno lavorato al monitoraggio del clima globale anche Nasa, National Oceanic
and Atmospheric Administration, UK Met Office, Berkeley Earth e l’Organizzazione
meteorologica mondiale. Nel 2025, secondo i dati ERA5, la temperatura dell’aria
superficiale a livello globale è stata la seconda più calda, di 0,20 °C più
fredda rispetto al 2024 e di 0,01 °C superiore al 2023. Quindi la temperatura
dell’aria superficiale è stata di 1,47 °C superiore a quella del livello
preindustriale, dopo i 1,60 °C del 2024. Questi dati hanno fatto in modo che nel
2025, metà della superficie terrestre mondiale registrasse un numero di giorni
superiore alla media con almeno un forte stress da calore, definito come una
temperatura percepita pari o superiore a 32 °C. E lo stress da calore è
riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità come la principale causa
di morte a livello globale legata alle condizioni meteorologiche. E l’Italia è
tra i Paesi europei più vulnerabili.
RISCALDAMENTO GLOBALE: ENTRO IL 2030 POTREBBE ESSERE SUPERATA LA SOGLIA DI 1,5°C
Sulla base dell’attuale tasso di riscaldamento, spiegano gli esperti, il limite
di 1,5 °C fissato dall’accordo di Parigi per il riscaldamento globale a lungo
termine potrebbe essere raggiunto entro la fine di questo decennio, oltre dieci
anni prima in anticipo rispetto a quanto previsto in base al tasso di
riscaldamento al momento della firma dell’accordo. “Il fatto che gli ultimi
undici anni siano stati i più caldi mai registrati fornisce un’ulteriore prova
dell’inconfondibile tendenza verso un clima più caldo” spiega Carlo Buontempo,
direttore del Servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus. E
aggiunge: “Il mondo si sta rapidamente avvicinando al limite di temperatura a
lungo termine fissato dall’accordo di Parigi. La scelta che abbiamo ora è come
gestire al meglio l’inevitabile superamento e le sue conseguenze sulle società e
sui sistemi naturali”. Anche per quanto riguarda l’Europa, il 2025 è stato il
terzo anno più caldo mai registrato, con una temperatura media di 10,41 °C, di
1,17 °C superiore alla media del periodo di riferimento 1991-2020 e di 0,30 °C
inferiore all’anno più caldo, il 2024. “Il superamento della media triennale di
1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali è un traguardo che nessuno di noi
avrebbe voluto raggiungere, ma che rafforza l’importanza della leadership
europea nel monitoraggio del clima per informare sia la mitigazione che
l’adattamento” aggiunge Mauro Facchini, direttore dell’osservazione della Terra
presso la Direzione generale per l’industria della difesa e lo spazio della
Commissione europea.
L’ACCUMULO DI GAS E LE TEMPERATURE SUPERFICIALI DEL MARE
Gli ultimi tre anni sono stati eccezionalmente caldi per due motivi principali:
l’accumulo di gas serra nell’atmosfera (dovuto alle continue emissioni e alla
riduzione dell’assorbimento di anidride carbonica da parte dei pozzi naturali) e
il raggiungimento di livelli eccezionalmente elevati della temperatura
superficiale del mare in tutti gli oceani, associato al fenomeno El Niño e ad
altri fattori di variabilità oceanica, amplificati dai cambiamenti climatici. Di
fatto, la temperatura superficiale del mare a livello globale (extra-polare) è
stata di 20,73 °C, la terza più calda proprio dopo il 2024 e il 2023. El Niño
tende ad avere un effetto di riscaldamento sulle temperature globali, che si
sovrappone al riscaldamento globale a lungo termine causato dall’uomo, mentre La
Niña tende ad avere l’effetto opposto. Di conseguenza, come nel 2023 e nel 2024,
anche nel 2025 una parte significativa del globo è stata molto più calda della
media. Le temperature superficiali dell’aria e del mare ai tropici sono state sì
inferiori rispetto a quelle (influenzate da un intenso fenomeno di El Niño) del
2023 e del 2024, ma comunque molto al di sopra della media in diverse aree al di
fuori dei tropici.
COSA È AVVENUTO NEL MONDO E IL RUOLO DELLE ATTIVITÀ UMANE
Ma cosa ha comportato tutto ciò nelle varie aree della terra? Nelle zone con
condizioni climatiche secche e spesso ventose, le alte temperature hanno anche
contribuito alla diffusione e all’intensificazione di incendi boschivi
eccezionali, che producono carbonio, inquinanti atmosferici tossici come il
particolato, e l’ozono, con ripercussioni sulla salute umana. È accaduto in
alcune zone dell’Europa, come l’Italia e che hanno registrato il più alto
livello annuale di emissioni totali dovute agli incendi boschivi e del Nord
America. Queste emissioni hanno deteriorato in modo significativo la qualità
dell’aria e hanno avuto impatti potenzialmente dannosi sulla salute umana sia a
livello locale che su scala più ampia. Le condizioni eccezionali del 2025 si
sono verificate, tra l’altro, in un anno caratterizzato da eventi estremi
notevoli in molte regioni, tra cui ondate di calore record, forti tempeste in
Europa, Asia e Nord America e incendi boschivi in Spagna, Canada e California
meridionale. “I dati atmosferici del 2025 dipingono un quadro chiaro: l’attività
umana rimane il fattore dominante delle temperature eccezionali che stiamo
osservando. I gas serra atmosferici sono aumentati costantemente negli ultimi 10
anni. L’atmosfera ci sta inviando un messaggio e noi dobbiamo ascoltarlo”
commenta Laurence Rouil, direttrice del Servizio di monitoraggio atmosferico di
Copernicus presso l’Ecmwf.
I RECORD IN ANTARTIDE E IN ARTIDE E L’ALLARME SUI GHIACCIAI
Nel corso del 2025, le temperature più elevate nelle regioni polari hanno in
parte compensato le temperature più basse osservate nelle regioni tropicali. Le
medie annuali hanno raggiunto il loro valore più alto mai registrato
nell’Antartide e il secondo valore più alto nell’Artide. Ma temperature annuali
record sono state osservate anche in diverse altre regioni, in particolare nel
Pacifico nord-occidentale e sud-occidentale, nell’Atlantico nord-orientale,
nell’Europa nord-occidentale e nell’Europa orientale e nell’Asia centrale.
A febbraio 2025, la copertura combinata di ghiaccio marino di entrambi i poli è
scesa al valore più basso almeno dall’inizio delle osservazioni satellitari,
alla fine degli anni ’70. Nell’Artide, l’estensione mensile del ghiaccio marino
è stata la più bassa mai registrata per il periodo dell’anno a gennaio,
febbraio, marzo e dicembre, e la seconda più bassa a giugno e ottobre. Marzo ha
segnato il minimo annuale più basso mai registrato, mentre il minimo di
settembre si è classificato solo al 13° posto tra i più bassi. Nell’Antartide,
l’estensione mensile ha raggiunto il quarto valore minimo annuale a febbraio e
il terzo valore massimo annuale più basso a settembre. Proprio in Antartide, tra
l’altro, di recente un gruppo di scienziati ha lanciato l’allarme per il
Ghiacciaio Thwaites, noto come “Ghiacciaio dell’Apocalisse”, che mostra un nuovo
e preoccupante cedimento.
L'articolo Gli 11 anni che hanno sconvolto il clima (e la vita) sul pianeta. I
dati del 2025 e l’allarme lanciato da Copernicus | Le infografiche proviene da
Il Fatto Quotidiano.
L’intelligenza artificiale ci sta già rubando il lavoro? L’ondata di
licenziamenti annunciati negli ultimi mesi negli Stati Uniti da grandi gruppi di
settori che vanno dalla tecnologia al retail rende la domanda inevitabile. Ma
dietro i massicci piani di ridimensionamento del personale ci sono quasi sempre
ragioni più banali rispetto all’adozione di chatbot in grado di sostituire i
colletti bianchi. Vedi preoccupazioni per l’andamento dell’economia complici i
dazi voluti da Donald Trump, vendite in calo causa pressione sui prezzi (vero
tallone d’Achille dell’amministrazione del tycoon) e consumi stagnanti, errori
gestionali a cui occorre rimediare. E la vecchia tentazione di tagliare i costi
per migliorare i margini e così compiacere gli investitori. Basti dire che nei
primi undici mesi dell’anno, se si considerano anche la pubblica amministrazione
e l’industria manifatturiera, oltreoceano sono stati ufficializzati oltre 1,1
milione di esuberi, di cui 153mila solo a ottobre: è il livello più alto dal
2020. Ma, secondo una ricognizione della società di outplacement Challenger,
Gray & Christmas solo in 55mila casi l’AI è stata citata come esplicita
“giustificazione” della riduzione della forza lavoro. Le motivazioni prevalenti
sono invece legate a condizioni di mercato, chiusure e ristrutturazioni. Seguite
dall’impatto dei licenziamenti collettivi targati Doge.
OBIETTIVO “SNELLIMENTO” PER COMPIACERE GLI AZIONISTI
Tra le Big tech, Amazon è il caso più eclatante. A cavallo della pandemia ha più
che raddoppiato la forza lavoro in scia al boom dell’e-commerce. A fine ottobre
è arrivato il primo brusco dietrofront, con l’annuncio di 14.000 tagli nella
divisione corporate. Parte, secondo Reuters, di un più ampio piano che potrebbe
prevedere in tutto fino a 30mila esuberi. Se è vero che una parte dei posti
eliminati saranno sostituiti da nuove mansioni legate all’AI, i tagli puntano
soprattutto a snellire l’organizzazione per convincere Wall Street che il
gruppo, a fronte dei 125 miliardi investiti quest’anno in infrastrutture cloud e
data center per la stessa intelligenza artificiale, resta attento all’efficienza
e a salvaguardare i margini di profitto.
Obiettivo “dimagrimento” anche per Microsoft, che nonostante ottimi risultati di
bilancio sta portando avanti un piano da 15mila esuberi mirato a “ridurre i
livelli gestionali”, le procedure e i ruoli interni. Sul modello di Google, che
nell’ultimo anno – mentre destinava 85 miliardi di spese in conto capitale agli
impianti necessari per alimentare nuovi servizi di intelligenza artificiale – ha
silenziosamente eliminato un terzo dei manager che gestivano piccoli team e
offerto buonuscite agli impiegati di una decina di divisioni.
A sua volta Oracle, prima del maxi accordo da 300 miliardi di dollari con OpenAI
per la vendita di potenza di calcolo e dell’annuncio di corposi investimenti per
rispondere alla “crescente domanda di servizi AI”, ha deciso di compensare il
boom dei costi con una ristrutturazione senza precedenti. Previsti almeno 3mila
licenziamenti tra Usa, Canada, India e Filippine nelle business unit dedicate a
cloud e servizi finanziari, ma gli analisti prevedono che il numero potrebbe
salire a 10mila.
TAGLI COME REAZIONE A UNA CRISI
Poi c’è chi taglia per salvare i bilanci a fronte di un business in calo, o dopo
errori di valutazione e crisi reputazionali. Intel ridurrà la forza lavoro di
oltre il 20% (più di 20mila persone) rispetto a fine 2024 per salvare il
salvabile dopo aver perso il treno del boom dei chip per AI, comparto dominato
da Nvidia e AMD, e investito troppo in progetti che non hanno portato i ritorni
sperati. Meta, le cui spese in infrastrutture per l’AI hanno superato i 70
miliardi, secondo il Wall Street Journal si prepara a ridurre dal 10 al 30% il
personale della divisione dedicata al metaverso, che dal 2020 ha bruciato oltre
60 miliardi di dollari non ha mai generato i risultati attesi.
Dal canto suo UPS, che quest’anno ha ridotto del 50% il volume delle consegne
effettuate per Amazon perché poco redditizie, ha eliminato 48.000 posizioni tra
impiegati e addetti operativi: licenziamenti che dipendono per la maggior parte
dalla chiusura di un centinaio di magazzini e dalla riduzione dei volumi nel
tentativo di difendere i profitti minacciati dalla politica tariffaria di Trump.
Hanno tutta l’aria di tagli vecchio stile, per tagliare i costi a fronte di
risultati finanziari non brillanti, anche quelli di big come Target e Starbucks.
A fine ottobre Michael Fiddelke, nuovo ad della catena di grandi magazzini
dell’abbigliamento, ha annunciato come primo atto il taglio di 1.800 ruoli
corporate – circa l’8% del personale che lavora nella sede centrale – per
“semplificare la struttura” e alleggerire i costi fissi proteggendo i margini.
La multinazionale del caffè, alle prese con un business in rallentamento, ha
reagito a sua volta con chiusure e due round di licenziamenti tra i colletti
bianchi, per un totale di 2mila persone. Da questo lato dell’Atlantico pure il
colosso del cibo confezionato Nestlé, reduce dallo scandalo del licenziamento
dell’amministratore delegato causa relazioni improprie con un subordinato,
progetta di uscire dall’angolo e spingere ulteriormente profitti già elevati con
una cura da cavallo a base di maggiore “efficienza” somministrata dal nuovo
numero uno Philipp Navratil, che lascerà a casa 16mila dipendenti.
QUANDO L’AI SOSTITUISCE COMPITI RIPETITIVI
Molto più circoscritti i casi in cui l’AI viene davvero già utilizzata per
sostituire forza lavoro umana. ServiceNow, piattaforma di servizi cloud per le
aziende che hanno necessità di gestire flussi di lavoro digitali, utilizza
agenti AI per gestire 24 ore al giorno compiti ripetitivi nell’Information
technology, nel customer service, nello sviluppo software e negli acquisti.
Salesforce (servizi di gestione delle relazioni con i clienti) a settembre ha
deciso di ridurre di 4mila unità i lavoratori dedicati al supporto ai clienti
perché secondo l’ad Marc Benioff “servono meno teste”: oltre il 50% del lavoro è
già stato automatizzato. Mentre il colosso tecnologico Hp a fine novembre ha
ufficializzato tra 4mila e 6mila tagli (circa il 10% della forza lavoro)
nell’ambito di un piano per “snellire” la struttura e incorporare nei suoi
processi l’intelligenza artificiale per accelerare lo sviluppo di nuovi prodotti
e gestire il supporto ai clienti. E ancora: nel settore legale, come ha
raccontato il Financial Times, grandi studi come Clifford Chance e Bryan Cave
Leighton Paisner hanno ridotto rispettivamente del 10 e dell’8% le posizioni nei
servizi di staff, citando come motivazione anche una maggiore adozione di
strumenti di intelligenza artificiale.
Non mancano però i casi in cui il tentativo di rimpiazzare lavoratori con
chatbot finisce con un buco nell’acqua: la fintech Klarna, nota per i pagamenti
rateizzati (“Buy now, pay later”), contava di sostituire 800 impiegati full-time
del customer service, ma la scorsa primavera ha dovuto fare marcia indietro
perché la qualità del servizio si è rivelata troppo bassa. Speculare la parabola
di Ibm, che due anni fa aveva congelato 7.800 assunzioni per ruoli di back
office da sostituire con assistenti virtuali: ha ottenuto risparmi per 4,5
miliardi e nel frattempo ha aumentato la forza lavoro in settori come
l’ingegneria del software, il marketing e le vendite, in cui l’interazione tra
esseri umani è premiante. Bicchiere mezzo pieno per il gruppo. Non per gli
impiegati – “circa 200” nelle risorse umane, secondo il ceo Arvind Krishna – il
cui lavoro viene ora svolto da agenti AI.
Il fatto che AI e automazione non siano ancora la ragione principale dei
licenziamenti non significa ovviamente che nel medio periodo l’impatto non si
vedrà. Goldman Sachs prevede nei prossimi tre anni una potenziale riduzione
della forza lavoro dell’11% da parte delle aziende Usa, soprattutto nei servizi
ai clienti.
L'articolo L’AI ci sta già rubando il lavoro? Negli Usa 1,1 milioni di
licenziamenti da inizio anno, ma dietro c’è soprattutto l’ossessione per i
margini di profitto proviene da Il Fatto Quotidiano.