Sulle Alpi è scoppiata la guerra. Non siamo tornati indietro di oltre un secolo,
ai tempi del primo conflitto mondiale, quando i nostri alpini erano abbarbicati
alle rocce per difendere la pianura dalle spedizioni austroungariche e i colpi
di artiglieria radevano al suolo i boschi. Siamo nell’epoca modernissima del
turismo di massa, della monocultura dello sci, della transizione climatica che
l’uomo si ostina a negare, illudendosi di vincere grazie alla tecnologia e con
la presunzione di poter comandare alla terra.
La neve non c’è? Fabbrichiamola. È questa la risposta che viene data durante la
stagione invernale, sempre più spesso, alla carenza di precipitazioni nevose.
Magari tra qualche giorno anche nelle località che ospiteranno le Olimpiadi
Milano Cortina 2026 il padreterno provvederà a risolvere il problema,
seppellendo i borghi di montagna, da Cortina a Predazzo, da Bormio a Livigno,
sotto metri di coltre bianca. Per il momento non è così ed è per questo che si
procede a colpi di bollettini di guerra.
Leggere, per credere, quello che ha dichiarato l’architetto Fabio Massimo
Saldini, amministratore delegato di società Infrastrutture Milano Cortina
(Simico), replicando alle allarmate dichiarazioni del presidente della
Federazione internazionale di sci (Fis). Alla vigilia di Natale lo svedese Johan
Eliasch, riferendosi alla situazione di Livigno, in Valtellina, aveva detto:
“C’è un problema di produzione di neve artificiale: li chiamiamo tre volte al
giorno, mattina, mezzogiorno e sera. È inspiegabile. Spero che tutto si risolva.
Abbiamo un piano B, un piano C, un piano D… Ma è un peccato trovarci in una
situazione in cui non avremmo mai dovuto trovarci”.
La reazione degli italiani è stata rassicurante, ma un po’ piccata, attraverso
una conferenza stampa a cui era presente anche il sottosegretario alla
presidenza del consiglio Alessandro Morelli (ex direttore di Radio Padania
Libera), oltre al sindaco di Livigno, Remo Galli.
Il commissario di Simico ha dapprima elogiato il bacino da 204.000 metri cubi
d’acqua (uno dei più grandi d’Europa), sul Monte Sponda. Ha poi spiegato che la
produzione di neve artificiale è stata solo rallentata dalla rottura di un tubo.
“Dopo cinque giorni è stato sistemato e ad oggi abbiamo rispettato la data di
inizio…”. Chi passa da quelle parti si metta il caschetto in testo, per
proteggersi dai proiettili. “Stiamo caricando il bacino con circa 14.000 metri
cubi di acqua al giorno, quindi riusciamo a garantire 28.000 metri cubi di neve
al giorno. I 53 cannoni sono tutti perfettamente funzionanti e quindi riusciamo
a produrre 3.500 metri cubi di neve ogni ora. Ad oggi, circa 160.000 metri cubi
di neve sono già stati prodotti sull’impianto e mantengo l’impegno di consegnare
alla comunità il Livigno Snow Park, entro il 20 gennaio…”.
Il risultato sarà il frutto di una super-produzione complessiva di quasi un
milione di metri cubi di neve. “Conosco il nostro territorio, avremo tutta la
neve necessaria a fare una grande Olimpiade” ha aggiunto il sindaco di Livigno.
Nell’enfasi dei tecnici e dei politici che plaudono alla potenza delle bocche da
fuoco bianche c’è la sintesi delle maxi-Olimpiadi annunciate – falsamente – come
le più sostenibili della storia.
Anche Cortina 1956 conobbe una storica carenza di neve. Le gare vennero salvate
dalle truppe alpine che spalarono la materia prima nelle zone più elevate e
ombreggiate, per trasportarle con i camion (e poi con le gerle caricate in
spalla) sulle piste. In settant’anni si è passati dall’artigianato all’industria
della neve. Un ciclo produttivo completo, ma non indolore per l’ambiente. Basti
pensare ai bacini artificiali in alta quota, che non sono laghetti naturali.
Oppure alla costruzione di impianti di innevamento sempre più efficienti e
complessi, con una vera artiglieria da battaglia. In questo modo si vogliono
allungare le stagioni e gli incassi, assicurando una eterna durata al Circo
Bianco.
Le Olimpiadi sono diventate l’occasione per rinnovare ed espandere ulteriormente
la filiera. Sono una decina le nuove derivazioni o i bacini costruiti a Livigno,
Bormio, Anterselva e Cortina. L’acqua, bene ambientale prezioso, è stata perfino
prelevata dai pozzi potabili per veicolarla a un uso sportivo. I bacini
significano anche nuovi sistemi di innevamento artificiale e nuovi impianti di
risalita per sciare sempre più in fretta e non lasciare indenni aree montane di
straordinaria bellezza.
Non sparano proiettili, non prevedono spargimenti di sangue, ma ciò non vuol
dire che la dichiarazione di guerra dell’uomo all’ambiente sia meno cruenta di
ciò che avviene su un campo di battaglia.
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neve): un ciclo non indolore per l’ambiente proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È difficile trovare qualcuno che parli di montagna che non provenga dalla
pianura. È difficile trovare qualcuno che parli di montagna senza
necessariamente parlarne in termini competitivi. È difficile trovare qualcuno
che parli di turismo dolce. È difficile trovare quel qualcuno soprattutto se si
è in Valle d’Aosta, una regione ampiamente infrastrutturata, in cui la montagna
è quasi sempre sfondo per puro divertimento e in quasi ogni valle le montagne
sono spalmate di impianti di risalita e di neve artificiale.
Ebbene, quel qualcuno abita in Valpelline, con moglie e quattro figli ed è
“cantore” di un approccio dolce alla montagna, alle sue rocce, alla sua
vegetazione, ai suoi animali e, perché no, ai suoi abitanti umani. Quel qualcuno
è Daniele Pieiller, già direttore di piste da sci in Valtournenche, poi, dal
2001 al 2019, gestore del Rifugio Crête Sèche a Bionaz, in Valpelline, e dal
2014 a oggi titolare dell’Espace Alpe Rebelle (un aggettivo che ben definisce il
titolare), luogo di accoglienza e ristoro, sempre in comune di Bionaz.
Ma Daniele ha anche un notevole titolo di merito: l’Associazione Culturale
NaturaValp (nome che è la contrazione di Natura e Valpelline) da lui creata ha
ottenuto nel 2021 il riconoscimento dell’Onu come esempio sulle Alpi di
“promotion of responsable tourism” (promozione del turismo responsabile). Un
premio per Daniele e per tutte quelle realtà economiche della valle che
aderiscono all’associazione e ne condividono i principi ispiratori.
Un riconoscimento tanto più meritevole perché ottenuto remando “in direzione
ostinata e contraria” rispetto alla politica valdostana, e non è un caso che
egli abbia anche tentato di operare all’interno della politica istituzionale e
poi si sia reso conto che non era cosa per lui: “Sono stato in politica e ho
provato a cambiare le cose passando dalle leggi, ma mi sono reso conto che era
solo una perdita di tempo, perché era il sistema a non funzionare. E io non
avrei potuto farci nulla.”
Ora tutto questo e molto altro è confluito in un agile libretto: Camminando le
Terre Alte, un’opera autoprodotta con splendide illustrazioni di Luca Garonzi,
in cui, col fare semplice e diretto che gli è proprio, Daniele non solo ha
trasfuso le sue esperienze di vita (e sono davvero tante), ma anche il suo amore
per la montagna così com’è, per quello che essa può regalare a chi voglia
guardare e ascoltare, non sentire e vedere come spesso fa chi va in montagna.
Che se poi questo approccio consentirà di passare da turista ad abitante delle
terre alte, ben venga.
L'articolo ‘Camminando le terre alte’: per un diverso approccio alla montagna
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In molte zone d’Italia sarà un bianchissimo Natale. Anche a bassa quota,
infatti, si prevede neve mentre in altre località si attendono piogge e venti
forti. Sulle Alpi Occidentali attese copiose nevicate con accumuli anche di
100-120 centimetri in sole 24 ore nella zona di Artesina e Prato Nevoso (Alpi
Marittime). “Un fenomeno davvero importante come non si vedeva da anni in questa
zona” dicono i meteorologi. Fino a Santo Stefano sul Mediterraneo
centro-occidentale resterà intrappolata un’area di bassa pressione con maltempo
diffuso sull’Italia.
Oltre a piogge sparse un pò ovunque e a venti sostenuti dai quadranti orientali
tornerà la neve a quote relativamente basse sull’Appennino settentrionale.
Questo vortice nel Mediterraneo verrà alimentato costantemente da fredde
correnti da Est con un inevitabile calo termico e abbassamento della quota neve
su alcune zone. Sui rilievi al confine tra Liguria, Emilia e Toscana, si
osserveranno nevicate oltre i 700-800 metri con accumuli oltre i 1000 metri di
quota. Sarà invece un bianchissimo Natale in tutte le aree sopra i 1000-1200
metri sul Piemonte occidentale e meridionale e in Valle d’Aosta.
La Protezione civile ha diramato un’allerta meteo. Dal primo mattino di domani,
prevede l’avviso, ci saranno precipitazioni sparse, anche a carattere di
rovescio o temporale, sull’Arcipelago Toscano, sulle aree tirreniche di Lazio e
Campania e sulla Puglia meridionale. I fenomeni saranno accompagnati da rovesci
di forte intensità, frequente attività elettrica e forti raffiche di vento.
Valutata per la giornata di domani allerta gialla sui settori occidentali di
Umbria e Abruzzo, su quelli tirrenici della Campania e sull’intero territorio di
Lazio, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.
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vento fino al Centro-Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il ghiaccio si scioglie, la vetta si abbassa. Il Monte non è più quello di una
volta e mai più lo sarà. Non più 4.810, come abbiamo imparato dai libri di
geografia. La montagna più alta d’Italia è ora a 4.807,3 metri, ma è destinata
ad abbassarsi a causa dello scioglimento della grande calotta di ghiaccio
appoggiata sulla roccia. Gli effetti del riscaldamento globale stanno infatti
raggiungendo quote che si pensavano esenti.
L’allarme è stato lanciato dai ricercatori della Fondazione Montagna di
Courmayeur (Aosta) in base all’elaborazione dei dati della missione scientifica
italo-francese, condotta con il ‘Laboratoire Edytem dell’Université de Savoie
Mont-Blanc’, in occasione dell’Anno Internazionale della Conservazione dei
Ghiacciai. Grazie all’uso combinato di droni, telerilevamento e georadar, è
stato possibile definire lo “stato zero” del punto più alto d’Europa, misurando
appunto con precisione la quota massima di 4807,3 metri e lo spessore del
ghiaccio sotto la superficie di circa 20-25 metri.
La sommità in roccia al di sotto della cima del Monte Bianco è stata invece
rilevata ad una quota pari a 4786 metri circa. Dati preziosi da cui partire per
studiare e comprendere l’evoluzione del clima in alta quota. “Il rilievo
topografico non era mirato solamente a ottenere la quota della sommità, – spiega
all’Ansa Fabrizio Troilo, coordinatore dell’area ricerca della Fondazione
Montagna Sicura – ma proprio a ricostruire tutto l’intorno della cima con
l’obiettivo futuro di poterne vedere e misurare l’evoluzione e i cambiamenti”.
Esiste una serie storica di misure della cima del Monte Bianco da quelle più
antiche fino alle misure più recenti che invece sono fatte ogni due anni da
geometri del Dipartimento francese dell’Alta Savoia. “Questa serie mostra delle
quote che nel tempo hanno delle variazioni piuttosto irregolari, aggiunge Troilo
– negli ultimi anni sembrerebbe che possa essere iniziato un trend di graduale
discesa e diminuzione della quota della cima, cosa che andrà verificata,
misurata proprio in futuro, partendo dai primi rilievi fatti adesso”. Secondo il
responsabile della ricerca di Fondazione Montagna sicura “il fatto che a queste
quote estremamente elevate, dove non si pensava che ancora il cambiamento
climatico potesse avere un impatto, ci fa veramente pensare all’entità del
cambiamento che stiamo vivendo e questo dovrebbe fare riflettere ognuno sul
trend climatico che stiamo vivendo e alle soluzioni che si potranno trovare in
futuro”.
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Bianco: “Impatto inaspettato” proviene da Il Fatto Quotidiano.