Non urlava mai. Entrava in campo come se stesse andando a una prima teatrale.
Mentre il calcio imparava a diventare rumoroso, sembrava restare volutamente
fuori dal tempo.
Era nato il 30 gennaio 1936, Can Bartu, detto il Synior, a Istanbul. Non una
città qualsiasi, ma una città che ti porta a convivere con più identità insieme.
Forse anche per questo Bartu non è mai stato una cosa sola. Non solo un
calciatore, non solo un attaccante, non solo un uomo di sport.
Prima del pallone, o almeno insieme al pallone, c’erano basket e pallanuoto.
Nazionale turca in tutte e tre le discipline. Oggi sembra fantascienza, allora
era semplicemente Can Bartu. Un atleta completo, nel senso letterale del
termine, quando lo sport permetteva ancora di essere curiosi prima che
specializzati.
Il Fenerbahçe non lo ha mai raccontato come una bandiera: lo ha sempre
considerato qualcosa di più simile a un tratto distintivo. Bartu giocava negli
anni Cinquanta, ma non aveva l’urgenza dell’eroe. Aveva il passo di chi sa
aspettare la giocata giusta. Attaccante sì, ma senza quella frenesia da gol che
spesso tradisce l’insicurezza. Guardava il campo come se lo stesse leggendo. Non
litigava con gli arbitri. Non cercava il contatto. Non provocava.
Da qui il soprannome, mai respinto: “il gentleman del calcio turco”. Che non era
una posa, ma un’abitudine. Poi c’è l’Italia. All’inizio degli anni Sessanta
Bartu arriva in Serie A, uno dei primi turchi a farlo davvero. Fiorentina, poi
Venezia e Lazio. A Firenze gioca con Hamrin e De Sisti, ma non sembra mai in
soggezione. La stampa lo osserva con curiosità: elegante, educato, più
interessato al gioco che al gesto spettacolare. Impara l’italiano senza farne
una questione identitaria. Resta turco senza mai doverlo rivendicare.
In quegli anni circola una voce insistente: il Real Madrid. Quello vero, quello
di Di Stéfano. L’interesse c’è, ma Bartu resta dov’è. Non per mancanza di
ambizione, ma per coerenza. In Turchia quella scelta diventa racconto popolare,
quasi una parabola: non tutto ciò che è più grande è anche più giusto. Si dice
che non sia mai stato espulso in carriera. Nessun archivio lo certifica davvero,
ma poco importa. È una di quelle verità che funzionano anche se non sono
dimostrabili, perché descrivono bene il personaggio. Bartu non ha mai avuto
bisogno dello scontro per esistere. Quando smette di giocare, non scompare.
Diventa commentatore televisivo, una presenza costante e rassicurante. In uno
studio sempre più incline al rumore, lui parla piano. Spiega. Contestualizza. A
volte sembra quasi fuori posto, ed è forse per questo che resta credibile. Non
cerca di vincere un dibattito, ma di capire il gioco. Quando muore, l’11 aprile
2019, il Fenerbahçe scrive: “Non abbiamo perso solo un ex calciatore, ma una
parte della nostra identità”. Non è una frase di circostanza. È il
riconoscimento di ciò che Bartu è stato davvero: non un’icona da museo, ma una
misura. Can Bartu è stato questo: uno che ti faceva pensare che si potesse stare
nel calcio senza alzare la voce. Uno che ti ricordava che il talento, se non è
accompagnato da stile, resta incompleto.
L'articolo Ti ricordi… Can Bartu, il “gentleman del calcio turco” che rifiutò il
Real Madrid per la Fiorentina proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Fiorentina
“Per ora non posso giocare in Italia, ma sicuramente non volevo stare con le
braccia conserte ad aspettare un cambio di regolamento“. Edoardo Bove riparte
dal Watford, in Championship, a distanza di più di un anno da quel
Fiorentina–Inter dell’1 dicembre 2024 in cui il 22enne si accasciò al suolo in
arresto cardiaco, facendo temere il peggio per qualche attimo. E lo farà in
Inghilterra perché il regolamento – visto il defibrillatore sottocutaneo – non
gli consente di giocare in Italia. “In futuro non so cosa accadrà, ma tengo a
specificare che il Watford non è una seconda scelta. Era già un mio obiettivo
giocare in Inghilterra: mi piace il calcio inglese, il ritmo”, ha dichiarato
Bove in un’intervista a Sky Sport.
La legge italiana infatti non permette di svolgere attività agonistica con
l’apparecchio in questione. In Inghilterra invece potrà giocare senza problemi.
Ma perché? In Italia la responsabilità diretta è a carico del medico sportivo
che concede l’idoneità. In Inghilterra invece Bove ha firmato una dichiarazione
in cui si assume tutti i rischi e la responsabilità è soltanto sua. “Mi sento
abbastanza in controllo delle mie scelte: ho avuto molto tempo per pensare e
stare con me stesso. Ho coltivato anche altre passioni oltre al calcio. Ora sono
felice di ripartire: mi mancava qualcosa, sono contento di riportare il calcio
al centro della mia vita e poter stare di nuovo in uno spogliatoio“, spiega l’ex
centrocampista di Roma e Fiorentina.
Una trattativa – quella con il Watford – nata in aeroporto a Trieste, come
svelato dallo stesso Bove. “Ultima giornata della scorsa stagione: con la
Fiorentina giochiamo a Udine, partita pesantissima per qualificarsi in
Conference League. Atterro a Trieste, ma non trovo il taxi per raggiungere la
squadra a Udine – ha spiegato Bove -. Poi mi sento toccare alle spalle e un uomo
in giacca e cravatta si presenta: ‘Sono Gian Luca Nani, il direttore
dell’Udinese e del Watford. Se vuoi ti diamo un passaggio noi fino a Udine‘”.
Un primo approccio simpatico da parte dell’attuale direttore sportivo del club
inglese, che dopo qualche mese ha provato (ed è riuscito) a portare Bove in
Inghilterra: “All’inizio ero incerto: non lo conoscevo, ma era vestito come un
direttore quindi ho pensato: ‘Va bene, fidiamoci, al massimo conosciamo una
nuova persona’. Durante il tragitto mi fa una battuta: ‘Dai, vieni a giocare con
noi’“. Era però ancora presto. A maggio 2025 Bove stava ancora svolgendo diversi
controlli per capire poi come e se tornare in campo. “Io in quel periodo nemmeno
pensavo a tornare a giocare perché non avevo ancora finito i controlli, ma per
me quello è stato un segno del destino: ho voluto pensare che dovesse andare
così”.
L'articolo “Il Watford? C’è stato un segno del destino, ho voluto pensare che
dovesse andare così”: Bove racconta la sua scelta di tornare a giocare proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Arrivati tra tanti proclami in estate, Lorenzo Lucca ed Edin Dzeko salutano
rispettivamente Napoli e Fiorentina dopo pochi mesi e si trasferiscono al
Nottingham Forest e allo Schalke 04. Sono queste le due notizie più importanti
degli ultimi giorni per quanto riguarda il calciomercato di Serie A, che entra
nella sua fase conclusiva e come spesso accade inizia a movimentarsi. Più che in
entrata, in uscita. O con qualche trattativa tra club italiani. Sono però
diversi i club attivi sul mercato: tra queste c’è l‘Inter, che punta al ritorno
di Ivan Perisic.
LUCCA AL GALATASARAY, DZEKO ALLO SCHALKE 04
Età diverse, dinamiche altrettanto, contesti totalmente differenti. Ma Lorenzo
Lucca ed Edin Dzeko hanno un fattore comune: entrambi erano arrivati tra tanti
proclami, entrambi sono stati scaricati da società e allenatore. Lucca andrà al
Galatasaray in prestito oneroso di due milioni di euro con diritto di riscatto
fissato a 35 milioni di euro. Non poteva fare altrimenti, considerando che Conte
prima e Stellini poi lo avevano bocciato in diretta pur senza farne il nome.
Discorso diverso per Edin Dzeko. Doveva essere l’attaccante d’esperienza e di
riserva di una Fiorentina che puntava alla Champions League (o comunque
all’Europa). Alla fine è diventato un peso in una squadra che adesso si ritrova
a lottare per non retrocedere. 11 presenze e 0 gol, di lui si ricorda soltanto
il discorso con megafono sotto la curva per chiedere di sostenere la squadra.
L’INTER PUNTA IVAN PERISIC
A volte ritornano. E se fosse per l’Inter e per il giocatore, Ivan Perisic
sarebbe già tornato in nerazzurro in questa sessione di calciomercato dopo
l’esperienza tra il 2015 e il 2022 (con parentesi al Bayern Monaco nel 2019/20).
Ma di mezzo c’è il Psv, club che ne detiene il cartellino e non vorrebbe
privarsene. Anche perché Ivan Perisic ha segnato 21 gol in 59 presenze in tutte
le competizioni con la maglia del club biancorosso, nonostante stia quasi per
compiere 37 anni. L’Inter ha urgentemente bisogno di un esterno destro: Dumfries
è fuori da diversi mesi, Darmian è reduce da un lungo infortunio (e l’età
avanza), Luis Henrique non dà garanzie. Ausilio, Baccin e Marotta ci proveranno
fino alla fine.
ROMA, VIA BALDANZI: VA AL GENOA. E A SORPRESA ARRIVA VENTURINO
69 presenze e soltanto 3 gol in due anni e mezzo. Da Tommaso Baldanzi alla Roma
ci si aspettava di più. Il fantasioso trequartista 22enne non è mai riuscito a
inserirsi negli schemi giallorossi, nonostante da Trigoria siano passati diversi
allenatori. Adesso per lui un’occasione – in prestito con diritto – al Genoa. Lo
ha voluto Daniele De Rossi, che lo ha allenato alla Roma. A sorpresa però i
giallorossi hanno voluto inserire nell’affare anche Lorenzo Venturino, 20enne
giocatore del Genoa che per fisico e caratteristiche somiglia proprio a
Baldanzi. Lo scorso anno ha esordito in Serie A e nel finale di campionato ha
anche realizzato due gol. Si trasferirà a Roma con la stessa formula di
Baldanzi: curioso capire come e se Gasperini lo utilizzerà.
VALZER DI PUNTE
Non solo le big: il mercato si è movimentato anche per quanto riguarda gli
attaccanti delle piccole, quasi come un effetto domino. È partito tutto da Walid
Cheddira: al Sassuolo non ha trovato molto spazio e il Lecce ha deciso di dargli
fiducia, riportandolo in Puglia dopo l’esperienza al Bari tra il 2021 e il 2023.
Il Sassuolo deve però rimpiazzarlo numericamente e lo farà con uno tra Mbala
Nzola – fuori da diverse settimane dal progetto tecnico del Pisa – e Patrick
Cutrone, oggi al Parma dove però non è quasi mai riuscito a imporsi su
Pellegrino. E il Pisa – con l’uscita di Nzola – cerca un altro attaccante
nonostante l’arrivo di Rafiu Durosinmi, in gol all’esordio. L’ultimo nome –
valutato anche dal Genoa – è quello di Cedric Bakambu, attaccante del Betis e
con esperienza in club importanti come Marsiglia e Villarreal.
L'articolo Il calciomercato si muove: salutano Lucca e Dzeko, l’Inter vuole
Perisic e la Roma cede Baldanzi per Venturino | Gli ultimi affari proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Sospese le trasferte per i tifosi di Roma e Fiorentina fino al termine della
stagione calcistica. La decisione del ministero dell’Interno arriva a due giorni
dei gravi incidenti avvenuti domenica scorsa sulla A1. I gruppi organizzati
delle due tifoserie si sono confrontati sull’autostrada A1, a pochi chilometri
da Bologna. A Casalecchio di Reno 200 persone incappucciate con caschi e
spranghe hanno trasformato la strada in un campo di battaglia. Un episodio che
ha sollevato l’ennesimo allarme sulla crescente violenza del tifo organizzato,
non solo negli stadi, ma anche in strada.
COSA È SUCCESSO
Gli scontri sono avvenuti poco dopo le 12:30 di domenica, mentre i tifosi della
Fiorentina, diretti a Bologna per assistere alla partita contro il Bologna, e
quelli della Roma, in viaggio verso Torino per il match con il Torino, in
un’area di sosta sulla corsia d’emergenza dell’A1, all’altezza di Casalecchio di
Reno. Le auto in transito, nel tentativo di evitare il conflitto, hanno
rischiato di causare incidenti. Diverse vetture sono rimaste danneggiate. Le
forze dell’ordine sono riuscite ad arrivare sul posto solo dopo che i tifosi
avevano già smesso di affrontarsi e ripreso il viaggio verso le rispettive
destinazioni. La Polizia di Bologna è attualmente al lavoro per identificare i
responsabili degli scontri, esaminando le immagini delle videocamere di
sorveglianza presenti sull’autostrada e nelle aree di sosta.
LA RIVALITÀ
Gli scontri di domenica non sono un caso isolato. Le tifoserie di Roma e
Fiorentina hanno una lunga e nota storia di rivalità, che ha portato negli anni
a episodi di violenza anche fuori dai confini nazionali. Il provvedimento del
Viminale prende atto di questa lunga scia di incidenti, sottolineando la
necessità di intervenire in modo deciso per prevenire altri episodi simili.
L’inasprirsi delle sanzioni ha come obiettivo quello di limitare il rischio che
i tifosi, già protagonisti di numerosi episodi violenti, continuino a alimentare
il caos fuori e dentro gli stadi.
L'articolo Stop alle trasferte per i tifosi di Roma e Fiorentina fino alla fine
della stagione per gli scontri in A1 proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Dovevamo giocare alle 20.45 contro l’Inter e alle 16.00 mio papà mi ha chiamato
su FaceTime per il funerale di mia nonna“. Così Robin Gosens nel corso del suo
podcast Wie Geht’s, dove invita ex calciatori o altri personaggi influenti dello
sport tedesco per un’intervista. L’esterno della Fiorentina – nel corso della
lunga puntata con Per Mertesacker, ex difensore dell’Arsenal e della nazionale
tedesca – ha svelato un episodio che risale al 29 ottobre 2025, quando la
Fiorentina è scesa in campo a San Siro contro l’Inter, perdendo per 3-0.
Il club viola era ultimo in classifica, non aveva ancora vinto in campionato e
stava attraversando un momento complicatissimo, con una situazione decisamente
peggiore rispetto a quella attuale. “Io non ho mai chiesto il permesso di andare
al suo funerale, perché in un momento così delicato per la squadra non avrei mai
voluto lasciare il gruppo e andare via, mi sarei sentito in colpa a lasciare la
squadra da sola”, ha raccontato Gosens. Nessuno sapeva della morte della nonna,
nemmeno l’allora allenatore della Fiorentina Stefano Pioli: “È una persona molto
empatica e mi avrebbe detto di tornare in Germania“, ha spiegato Gosens
Poche ore dopo è sceso in campo con la Fiorentina nel difficile match di San
Siro contro l’Inter: “Sono entrato in campo alle 20:45 ed ero completamente
sopraffatto dalle emozioni, non riuscivo nemmeno a trovare la strada per il
tunnel. Non ero libero mentalmente“, ha raccontato l’esterno. Che poi ha
aggiunto: “Credo che se sei ultimo, anche tu sei responsabile del disastro della
tua squadra. Ma se non sei sereno mentalmente, non lo sei neanche fisicamente e
infatti dopo 70 minuti, bam! Uno strappo muscolare. Non è stato un caso”.
Un infortunio che l’ha tenuto fuori per due mesi: Gosens è infatti poi tornato
in campo il 27 dicembre. “Il lato umano deve sempre avere la priorità. In queste
situazioni bisogna avere la mente lucida e dire: ‘Vai dove ritieni sia più
importante’. Avrei dovuto parlarne anziché tenerlo per me. Anche perché per
quell’infortunio sono rimasto fuori a lungo”, ha concluso Gosens prima poi di
proseguire l’intervista con Mertesacker.
L'articolo “Ho seguito il funerale di mia nonna su Facetime, poi ho giocato
contro l’Inter e mi sono strappato”: la rivelazione di Gosens proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Sereno, sorridente, finalmente felice. Le immagini di Edoardo Bove arrivate da
Watford nella giornata di ieri, 19 gennaio, sono quelle che tutta Italia
attendeva da più di un anno. Da quel Fiorentina–Inter dell’1 dicembre 2024 in
cui il 22enne si accasciò al suolo in arresto cardiaco, facendo temere il peggio
per qualche attimo. Adesso torna a giocare a calcio. L’accordo con il Watford è
cosa nota da qualche settimana, ma lunedì era un momento cruciale: era il giorno
delle visite mediche. Le ennesime in questi mesi, tutte con un comune
denominatore: esito negativo, aggettivo che in questo caso ha un’accezione
positiva. Edoardo Bove torna in campo, riparte dalla Championship: la Serie B
inglese.
Non può farlo in Italia, lo farà in Inghilterra. Come Christian Eriksen nel
2022, dopo il malore agli Europei del 2021 con la Danimarca che sembrava aver
compromesso la sua carriera. E lo farà in Inghilterra per una questione legale.
Bove è infatti andato in arresto cardiaco a causa di una torsione di punta. In
parole più semplici, una tachicardia (battito cardiaco accelerato) ventricolare.
Le cause di questo malore sono rimaste un mistero, ma dopo vari controlli la
soluzione per tornare a vivere in tranquillità era una: il defibrillatore
sottocutaneo removibile, apparecchio applicato dopo un intervento chirurgico che
si attiverà per ristabilire un battito regolare qualora il cuore dovesse subire
un nuovo arresto cardiaco.
E proprio il defibrillatore sottocutaneo impiantato non gli consente al momento
di giocare in Italia. La legge italiana infatti non permette di svolgere
attività agonistica con l’apparecchio in questione. In Inghilterra invece si
può. Ma perché? In Italia la responsabilità diretta è a carico del medico
sportivo che concede l’idoneità. In Inghilterra invece Bove firmerà una
dichiarazione in cui si assume tutti i rischi. La responsabilità è soltanto sua.
Ecco perché in questi mesi Bove si è informato con Eriksen (il cui precedente è
simile), ha voluto saperne di più, ha respirato l’aria di Londra, città che ama,
distante circa 30 km da Watford. Con un unico obiettivo: tornare a giocare a
calcio. Il Watford gli ha voluto dare fiducia: contratto di sei mesi. Se andrà
tutto bene, in estate arriverà il rinnovo fino al 2031. Manca solo la firma, poi
Bove avrà dato una risposta alle tre domande che lo tormentavano un anno fa: se,
quando e dove sarebbe tornato a giocare a calcio.
L'articolo Bove torna in campo con il Watford: che tipo di contratto ha e perché
può giocare in Inghilterra, ma non in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se n’è andato da lontano, nella sua America, con l’omaggio dei tifosi che alla
fine gli hanno voluto davvero bene, e un regalo sul campo anche della squadra,
che l’aveva fatto soffrire di recente. Con l’addio di Rocco Commisso si
capiscono tante cose della Fiorentina, che prima non si potevano raccontare
apertamente, per rispetto della persona e di dati medici sensibili. Le sue
condizioni erano ormai note da tempo nell’ambiente, si sapeva che non sarebbe
più tornato in Italia. Questo distacco è stato un fattore probabilmente decisivo
nel tracollo della squadra: già dopo la morte di Joe Barone, il braccio
operativo di Commisso, il club era rimasto senza la figura di riferimento a
livello gestionale; la lontananza anche del proprietario, ormai impossibilitato
a seguire da vicino la sua creatura, ha fatto il resto. La Fiorentina negli
ultimi tempi aveva dato proprio l’impressione di essere una barca alla deriva,
senza più timoniere. Magari l’affetto per il presidente scomparso contribuirà a
destare la squadra, che già aveva dato segnali di risveglio nelle ultime
giornate, e dare la sterzata definitiva al campionato, come si è visto anche a
Bologna.
Metabolizzato il lutto, però, il difficile per la Fiorentina verrà adesso. A
prescindere dalla salvezza ancora da conquistare in questa disgraziata stagione
(anche se la classifica si è aggiustata non bisogna dare nulla per scontato), il
futuro viola oggi è un’incognita. La Fiorentina era la passione personale di
Rocco. Complicato immaginare che la famiglia possa raccoglierne l’eredità, che
gli amministratori riescano a trovarle una collocazione all’interno dell’impero
Mediacom. Più verosimile che il club finisca in vendita, come già avevano
raccontato a più riprese indiscrezioni fin qui sempre smentite dalla proprietà
(addirittura si dice fosse già stato conferito il mandato a un legale che segue
la società nelle sue vicende calcistiche).
In questo senso, cruciale sarà la figura di Fabio Paratici, l’uomo forte di cui
il club aveva bisogno da tempo. Paratici è sicuramente un manager apicale, ma è
reduce dalla squalifica per il noto scandalo plusvalenze della Juve (non proprio
la migliore delle referenze) e non ha fatto benissimo anche al Tottenham. A
Firenze devono sperare nel suo rilancio per attraversare questa fase di
transizione, in cui non è detto che la proprietà continui a garantire lo stesso
apporto economico di quando c’era Commisso. Bisognerà capire le intenzioni della
famiglia e, eventualmente, mettersi alla ricerca di un acquirente serio.
Operazione non banale per una squadra italiana. A maggior ragione una squadra
che non ha e a questo punto non avrà mai – visto come sono andate le cose per il
Franchi – uno stadio di proprietà, la prospettiva di business che più interessa
gli investitori stranieri nel pallone (c’è il Viola Park, altro gioiellino
creato da Commisso, ma non è la stessa cosa). A Firenze – come tutti – sognano
gli arabi o lo sceicco di turno, ma è più facile che al club possano
interessarsi fondi speculativi nella migliore delle ipotesi, faccendieri o
opportunisti nella peggiore. Insomma non sarà così semplice trovare un nuovo
patron. Soprattutto trovarne uno all’altezza di Commisso.
Perché Commisso, a suo modo, è stato un grande presidente. I tifosi ogni tanto
gli hanno riservato anche delle critiche, per qualche cessione di troppo e
mercati non sempre all’altezza delle ambizioni forse un po’ esagerate della
piazza. Sicuramente ha raccolto meno di quanto seminato, ma non si può dire che
si sia risparmiato (recentemente La Gazzetta dello Sport aveva quantificato in
circa mezzo miliardo l’investimento complessivo nel club), e comunque ha
raggiunto due finali di Conference e una di Coppa Italia, è mancato giusto un
trofeo che avrebbe meritato. Anche per il calcio italiano è stato una ventata, o
meglio un ciclone d’aria fresca: un presidente vecchio stampo e profondamente
innovativo al contempo. Ha ricordato alla Serie A i patron sanguigni, quelli che
ci mettono la faccia e pure il proprio portafoglio, in un’epoca di proprietà
distanti e invisibili, con sempre più squadre gestite da manager asettici, più o
meno capaci. Seppur con modi non sempre ortodossi, le sue crociate contro la
burocrazia italica, i furbetti del quartierino e la politica del pallone,
persino certa stampa sportiva, sono state largamente condivisibili. Commisso
mancherà tanto alla Fiorentina. E un po’ anche alla Serie A.
X: @lVendemiale
L'articolo Rocco Commisso e i vuoti che lascia: adesso la Fiorentina è rimasta
orfana, ma anche un po’ la Serie A proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’autostrada diventa il nuovo terreno di battaglia degli ultras. Oggi poco dopo
le ore 12.30 gruppi organizzati delle tifoserie di Fiorentina e Roma si sono
scontrati sulla corsia d’emergenza dell’A1 a Casalecchio di Reno, alle porte di
Bologna, poche ore prima del fischio d’inizio del match tra i rossoblu e i
viola, valido per la Serie A.
Circa 200 persone, con cappucci e con i volti coperti, sono scese dalle macchine
in autostrada e si sono fronteggiate con caschi e spranghe, mentre gli altri
veicoli hanno rischiato incidenti per evitarli. Alcune auto sono rimaste
danneggiate nel corso dei tafferugli. I tifosi della Fiorentina erano appunto
diretti a Bologna, mentre quelli della Roma a Torino per l’altro match di Serie
A, in programma alle ore 18.
La polizia di Bologna è al lavoro per identificare i responsabili: sono al
vaglio le immagini delle videocamere anche per ricostruire quanto è accaduto.
L'articolo L’autostrada ostaggio degli ultras: guerriglia tra tifosi di
Fiorentina e Roma sull’A1 con caschi e spranghe proviene da Il Fatto Quotidiano.
Momenti di commozione al Dall’Ara prima del match della 21esima giornata di
Serie A tra Bologna e Fiorentina. Dopo l’inno usuale, le squadre in campo hanno
osservato il minuto di silenzio per la morte di Rocco Commisso: i Viola giocano
con il lutto al braccio e in fase di riscaldamento hanno indossato una maglia
celebrativa con “Grazie Rocco” sul petto e una foto del presidente scomparso a
76 anni che palleggia. Sulla schiena invece il numero 1 e la scritta Rocco al
posto del proprio cognome.
I funerali di Commisso saranno celebrati a New York mercoledì prossimo, nella
cattedrale di San Patrizio. “Vorrei mandare un grande abbraccio alla famiglia
Commisso da parte di tutta la squadra e la società e ringraziarli per quello che
hanno fatto per la Fiorentina e per il calcio. Oggi anche lui è qui con noi in
partita“, ha detto il capitano viola David De Gea ai microfoni di Dazn
ricordando Rocco Commisso, scomparso ieri all’età di 76 anni. “Abbiamo una
responsabilità ancora più grande nel fare qualcosa di importante quest’anno – ha
aggiunto – Sappiamo qual è l’obiettivo, si parte da oggi, vero che abbiamo fatto
buoni risultati nelle ultime partite, dobbiamo dare continuità“.
L'articolo Bologna-Fiorentina, l’omaggio a Rocco Commisso. De Gea: “Come se
fosse qui con noi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando non tornava a Firenze da mesi, la sua assenza si sentiva. Soprattutto nei
momenti difficili della squadra o se c’era un giocatore un po’ troppo
“chiacchierato” sul mercato. Poi arrivava l’annuncio: “Domani arriva Rocco”. E
tutto sembrava calmarsi, tornare alla normalità, se può davvero esistere una
“normalità” a Firenze quando si parla di calcio. Arrivava dagli Stati Uniti (la
sua vera casa), rassicurava e incoraggiava la squadra, allenatori e dirigenti.
Stimolava la Fiesole facendo sognare i tifosi: coppe da vincere, obiettivo
Champions, perfino scudetto. E tutto rientrava, tutto l’ambiente ne giovava.
Anche nei momenti più difficili, come la terribile scomparsa di suo “fratello”
Joe Barone, vera anima della nuova proprietà a stelle e strisce, e del capitano
Davide Astori.
In questi 7 anni, Rocco Commisso è stato una guida fondamentale per i tifosi
della Fiorentina. Così importante che, con la sua assenza per la malattia, in
pochi mesi la società è sprofondata nel baratro: cacciati allenatori e direttore
sportivo, squadra dritta verso la serie B. Eppure, non si è mai dato per vinto,
nonostante la distanza. Ha respinto le voci (sempre più insistenti) di voler
vendere, ha continuato a investire sul mercato e non ha mollato il suo progetto
– seppur totalmente rivisto – del nuovo stadio. Avrebbe voluto ancora di più.
Avrebbe voluto puntare ancora più in alto. Più del Viola Park, tanto bistrattato
da alcuni tifosi, ma diventato il gioiellino della sua proprietà: il centro
sportivo più innovativo d’Europa, dicono.
“Chiamatemi Rocco”, disse nell’estate 2019, appena sbarcato a Firenze con quel
sorriso sornione e il suo tipico “okay” da americano a Roma. E questo bastò a
far tornare a sognare i tifosi, ormai sfibrati da un rapporto logoro con la
famiglia Della Valle. Capì subito quali tasti toccare: il nuovo stadio, il
viscerale odio per la Juventus (“Sono già più bravi di noi, non hanno bisogno
degli aiuti arbitrali. Sono disgustato”, gridò a favore di telecamere nel 2020),
i grandi acquisti (Ribery, Nico Gonzalez, Kean, De Gea). Poi arrivarono i
risultati: dopo i primi due anni travagliati, il triennio di Italiano, le notti
europee, le tre finali (perse), una squadra sempre tra le prime sette del
campionato e che, soprattutto, faceva divertire anche con il suo successore
Raffaele Palladino. Fino alla malattia, all’assenza e allo sfacelo degli ultimi
mesi.
Sapeva anche farsi sentire (il sindaco Dario Nardella ne sa qualcosa, sullo
stadio) e non gli ho mai perdonato – in evidente conflitto d’interessi, lo so –
gli attacchi ai giornalisti che osavano (rarità) criticare la squadra e la
società quando i risultati non arrivavano. Chi lo faceva veniva considerato da
Rocco un “anti fiorentino”. Un errore di cui voglio credere si sia pentito
quando, negli ultimi mesi, gli mancava tanto fare una pesseggiata sul Lungarno o
mangiare una fiorentina ai 13 gobbi.
Commisso in 7 anni ha avuto un solo obiettivo, a suo modo trumpiano (senza
averne i difetti): “Make Fiorentina Great Again”. La città, che ormai è
rassegnata, in un brutto incubo, a subire un lutto all’anno, glielo riconoscerà
ad agosto, quando celebrerà il centenario della nascita della Fiorentina. Questa
grande storia viola, caro Rocco, è anche tua. E te ne saremo sempre grati.
L'articolo “Make Fiorentina Great Again”: il pensiero stupendo di Rocco Commisso
e quella poltrona d’onore nella storia viola proviene da Il Fatto Quotidiano.