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La Fiorentina soffre, ma a fatica avanza contro il Rakow: è ai quarti di Conference League. Vanoli: “Ora questa squadra sa reagire”
La Fiorentina vince anche al ritorno in Polonia contro il Rakow per 1-2 e vista anche la vittoria in rimonta nel finale dell’andata avanza ai quarti di finale di Conference League. Il Rakow – come nella gara di 7 giorni fa – era andato in vantaggio con Struski, ma la Fiorentina ha reagito di nuovo e ha trovato il pareggio con Piccoli pochi minuti dopo. Nei minuti finali un brivido per la formazione viola: l’arbitro assegna un rigore per fallo di Christensen su Brunes. Poi la revisione al var: simulazione e giallo. Al 97esimo, con il portiere del Rakow in area di rigore alla ricerca disperata del 2-1, la Fiorentina ha anche segnato l’1-2 con un gol di Pongracic da centrocampo. Adesso affronterà il Crystal Palace ai quarti di finale. “Nel primo tempo abbiamo fatto fatica a capire che calcio dovessimo fare. Volevamo provare a giocare, ma il campo non lo permetteva. Eravamo in ritardo sulle seconde palle. Nella ripresa siamo andati in svantaggio ma è andata molto meglio. Ora questa squadra sa reagire. Chi è entrato ci ha dato una spinta, siamo diventati un gruppo. A volte, la qualificazione si deve prendere anche in modo sporco”, ha dichiarato l’allenatore della Fiorentina, Paolo Vanoli, ai microfoni di Sky Sport nel post gara. “Ora abbiamo più serenità. Dobbiamo rimanere con i piedi per terra. Piccoli mi ha detto che il gol dell’1-1 era il suo. Pongracic è cresciuto molto da quando sono qua. Il suo gol mi ha sorpreso – aggiunge il tecnico ex Torino -. Kean è un giocatore importante e quando c’è l’arrabbiatura per la sostituzione vuol dire che c’è voglia di giocare. Abbiamo ancora nove finali, è un giocatore importante per noi. Dodò e Parisi si trovano bene sulla stessa fascia. Parisi da esterno alto ci ha fatto cambiare marcia. Sono veramente contento di tutti i ragazzi”. L'articolo La Fiorentina soffre, ma a fatica avanza contro il Rakow: è ai quarti di Conference League. Vanoli: “Ora questa squadra sa reagire” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bove torna al gol dopo 506 giorni: “Quanto mi mancava questa sensazione”. E i tifosi gli dedicano uno striscione
Il ritorno in campo e adesso anche il primo gol. Edoardo Bove mette un altro tassello nella sua “nuova” carriera dopo quell’1 dicembre 2024 in cui durante un Fiorentina–Inter si è accasciato all’improvviso, facendo temere il peggio. L’ex centrocampista della Roma ha infatti segnato a 506 giorni dall’ultima volta. Lo ha fatto nel corso di Watford–Wrexham, finita 3-1, con Bove che ha proprio segnato la rete del 3-1 per chiudere il match. Il centrocampista ha condiviso poi la sua gioia anche sui social, dove ha pubblicato la foto della sua esultanza accompagnata dalla frase: “Quanto mi mancava questa sensazione“. Bove non segnava dal 27 ottobre 2024, quando nel match tra Fiorentina e Roma segnò il gol del momentaneo 4-1, circa due mesi prima di accasciarsi in campo in Fiorentina-Inter. Al termine della partita, i tifosi gli hanno anche dedicato uno striscione con scritto: “Anche se lasci Roma, non sarai solo”. Bove era tornato in campo dopo il malore con la maglia del Watford nella 32esima giornata della Championship, in trasferta contro il Preston entrando all’86esimo. Classe 2002, Bove si è trasferito in Inghilterra dove, a differenza di quanto succede in Italia, gli è permesso continuare a giocare ad alti livelli anche a chi ha un defibrillatore sottocutaneo. Al Watford ha firmato un contratto fino al 2031. Dal 24 febbraio non ha ancora giocato titolare, ma è sempre subentrato fino a segnare il primo gol ieri, 17 marzo. La legge italiana non gli permette di svolgere attività agonistica con l’apparecchio in questione. In Inghilterra invece si può. Ma perché? In Italia la responsabilità diretta è a carico del medico sportivo che concede l’idoneità. In Inghilterra invece Bove ha firmato una dichiarazione in cui si assume tutti i rischi. La responsabilità è soltanto sua. L'articolo Bove torna al gol dopo 506 giorni: “Quanto mi mancava questa sensazione”. E i tifosi gli dedicano uno striscione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fiorentina senza Kean: l’attaccante è ancora ko e finisce nel mirino di Allegri. Così il Milan può portarlo in rossonero
Contro il Rakow non ci sarà. Ma alla fine, che sia in campo o meno, di lui si parla sempre. Moise Kean è un po’ lo specchio di questa Fiorentina zoppicante. Lui, che, zoppicante pure ma in senso non metaforico del termine, spera di poter rientrare per la partita di lunedì sera in casa della Cremonese. Contro cui la sua squadra si gioca praticamente una stagione. Il punto è però un altro. In un periodo evidentemente storto per tutto il gruppo, l’anno che avrebbe dovuto essere della consacrazione definitiva per la punta certamente non è stato positivo. 8 gol segnati in campionato, uno solo in Conference: nonostante un ricco prolungamento firmato pochi mesi fa fino al 2029, il giocatore di fatto non è riuscito a risollevare la squadra dal vortice in cui è entrata e che ha evidenziato più di un problema all’interno dello spogliatoio. Colpa di Kean? Assolutamente no. Ma quando le cose non funzionano, i leader devono provare a emergere. E dal bomber quasi principe dello scorso campionato (19 gol, secondo solo a Retegui dell’Atalanta con 25), ci si sarebbe sicuramente aspettati qualcosa di più. Detto questo, a 26 anni, nel pieno della maturazione calcistica, qualche scivolone ci può stare. Lo sanno tutti. E lo sa anche Max Allegri, che nel suo Milan ha ampiamente dimostrato di saper dare fiducia a tutti. Anche quando la fiducia di tutti viene meno: chiedere a Estupinan per conferma. Ecco. Al Milan un attaccante serve. Serviva già a gennaio, tanto che si è corsi ai ripari con Füllkrug (visto anche l’infortunio di Gimenez che, di fatto, dalla sua crisi personale non è riuscito davvero a tirarsi fuori): una soluzione certamente tampone, vista l’età. Magari futuribile ma per poche stagioni. Non come Kean, insomma. Perché la notizia che rimbalza e che trova conferme è questa: c’è anche il suo nome sul taccuino dei rossoneri, che si preparano ad affrontare di nuovo tre competizioni e vogliono farlo con una squadra ringiovanita nell’anagrafica ma maturata nelle ambizioni. Cioè proprio quello che si è visto, settimana dopo settimana, con Allegri in panchina. All’allenatore il giocatore piace. Piaceva già quando era giovanissimo e se l’era trovato in rosa alla Juventus, dove ha giocato 123 partite (entrambi hanno lasciato e sono anche tornati in bianconero) con 22 reti e 4 assist. Un rendimento interessante, non stratosferico. Ma Kean era davvero un altro tipo di giocatore: più acerbo, meno consapevole dei propri mezzi. Non come l’attaccante che si è visto lo scorso anno a Firenze e sul cui contratto la Fiorentina, con una certa lungimiranza, ha deciso di mettere una clausola da 62 milioni di euro valida però fino al 15 di luglio. Tanti soldi, che un Milan formato Champions può anche pensare di investire, facendo i giusti calcoli. Ci vorrà un po’ di lavoro e soprattutto ci vorrà il migliore Kean. Quello dell’anno scorso, per intendersi, che la Fiorentina aspetta ancora per raggiungere una salvezza per la quale, verosimilmente, dovrà lottare fino al termine del campionato. Con la Conference nel frattempo che potrebbe trasformarsi in qualcosa di interessante. L'articolo Fiorentina senza Kean: l’attaccante è ancora ko e finisce nel mirino di Allegri. Così il Milan può portarlo in rossonero proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ci vuole tanto per costruire qualcosa e basta un attimo per distruggere tutto”: l’allarme di Vanoli dopo il crollo della Fiorentina
“È necessario che i calciatori si facciano un bell’esame di coscienza“. Si racchiude in queste parole la rabbia di Paolo Vanoli per la prestazione della sua Fiorentina contro l’Udinese. Nel posticipo della 27esima giornata di Serie A, la viola è crollata al Bluenergy Stadium, battuta dall’Udinese con un netto 3-0 grazie ai gol di Kabasele al 10′, Davis su rigore al 64′ e Buksa al 94′. La classifica parla chiaro: nonostante venisse da due successi consecutivi, la Fiorentina è ancora in zona retrocessione, terz’ultima a pari merito con Lecce e Cremonese a quota 24 punti. Per questo il tecnico lancia l’allarme: “Il campionato si sta accorciando, stanno arrivando le partite che contano e la testa farà la differenza”. La Fiorentina veniva già da una gara agghiacciante contro il Jagiellonia in Conference League, risolta solo ai supplementari e costata un dispendio extra di energie fisiche e mentali: “Le assenze hanno pesato, ricordiamoci che eravamo reduci da 120 minuti molto dispendiosi e volevo maggiore solidità e capacità di chiudere le linee di passaggio all’avversario”, ha sottolineato Vanoli, spiegando le sue scelte difensive. L’Udinese in questo momento è al decimo posto con 35 punti, è una squadra più strutturata e sicura rispetto alla Fiorentina. Le differenze si sono viste in campo: “L’Udinese è una squadra molto fisica e arrivare sempre in ritardo sulle seconde palle ha agevolato il loro gioco. Sembrava la prosecuzione della partita di coppa”, ha detto il tecnico. La sua preoccupazione nel post-partita è evidente: “Ci vuole tanto per costruire qualcosa e basta un attimo per distruggere tutto“. L’analisi del match evidenzia problemi e lacune ancora esistenti: “Le statistiche dicono che non abbiamo mai calciato in porta, è mancata incisività e abbiamo sofferto sulle palle inattive peccando di attenzione. Senza determinazione non si va da nessuna parte, sotto questo punto di vista non siamo cresciuti perché deve aumentare la voglia di non subire gol“. La difesa resta un punto debole di questa Fiorentina e Vanoli non vuole attribuire colpe alla prestazione da incubo di Daniele Rugani: “Rientrava dopo una lunga inattività, ma se non gioca non trova la condizione. Sono convinto sia stato un innesto importante, è un ragazzo che darà un grosso contributo nelle prossime settimane”. Non che in attacco la situazione sia florida. Anche per via degli infortuni: si è fatto male Manor Solomon, che aveva dato un grande aiuto. E anche Moise Kean ha giocato contro l’Udinese ma non sta bene e si vede: “Ha un fastidio alla tibia che si trascina ormai da diverso tempo, anche nella rifinitura non stava benissimo e lo abbiamo gestito. È stato lui a chiedere il cambio perché avvertiva fastidio e non volevamo correre rischi”, ha concluso Vanoli. Che ha un altro grattacapo da risolvere. L'articolo “Ci vuole tanto per costruire qualcosa e basta un attimo per distruggere tutto”: l’allarme di Vanoli dopo il crollo della Fiorentina proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Conference League 2026, il tabellone completo dopo i sorteggi: dagli ottavi fino alla finale
Con il brivido, ma la Fiorentina ha ottenuto la qualificazione agli ottavi di finale di Conference League. È l’unica italiana in corsa nell'”ultima” competizione europea. E dopo il sorteggio di Nyon, anche la Conference League ha il suo tabellone definitivo, dagli ottavi alla finale. La Fiorentina affronterà il Rakov: altra sfida in Polonia dunque per la formazione viola. Gli ottavi di finale si giocano tra pochissimo: 12 e 19 marzo 2026. I quarti invece sono previsti nella prima metà di aprile: 9 e 16. Le semifinali si giocheranno il 30 aprile (andata) e il 7 maggio (ritorno). Poi la finale è prevista il 27 maggio: si giocherà a Lipsia. CONFERENCE LEAGUE 2026, GLI OTTAVI DI FINALE Aek Larnaca-Crystal Palace- Sigma Olomouc-Mainz Lech Poznan-Shakhtar Donetsk Az Alkmaar-Sparta Praga Samsunspor-Rayo Vallecano Celje-AEK Atene Rakow-FIORENTINA Rijeka-Strasburgo CONFERENCE LEAGUE 2026, IL TABELLONE COMPLETO L'articolo Conference League 2026, il tabellone completo dopo i sorteggi: dagli ottavi fino alla finale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ti ricordi… Luis Jimenez, esteta del pallone con il cuore palestinese stritolato dal sistema di prestiti e comproprietà
Non un gol da mago, ma dopo aver propiziato il 3 a 2 con un colpo di tacco, in una gara che vedeva la Viola sotto di 2 a 0, importa poco. Il maghetto in questione è Luis Jimenez, che coi suoi tocchi regala la vittoria alla Fiorentina in rimonta a Parma, esattamente vent’anni fa. Mago suo malgrado, però: un soprannome che a dir la verità non ha mai gradito granché. Nasce a Santiago, in Cile, giocando tra i barrios ed entrando a soli dieci anni (anche in virtù delle sue radici palestinesi) nelle giovanili del Club Deportivo Palestino, che gli entra nel cuore. Ma dopo la trafila nelle giovanili non ha neppure il tempo di indossarne la maglia da titolare che arriva la chiamata dell’Italia. A neanche diciotto anni infatti passa alla Ternana: “Presi l’aereo con una valigia e pochissimi soldi. Non sapevo dove sarei andato. Quando arrivai a Terni, pensavo fosse una città enorme come Santiago, invece scoprii una realtà operosa, verde e molto più piccola. È lì che sono diventato uomo”, racconterà Luis. È il 2002, è un ragazzino alla corte della squadra di Beretta in Serie B, dove esordisce e segna il primo gol italiano: all’ultima di campionato contro il Vicenza. È “El Mago”, sì, ma Terni è posto di concretezza e praticità, e l’altro soprannome che si guadagna Luis tra campo d’allenamento e Libero Liberati è “Gino”, più facile. L’anno dopo segna 10 gol, poi 12, attirando ovviamente l’attenzione dei grandi club sui suoi numeri e sulle sue magie: passa alla Fiorentina nel gennaio 2006 in comproprietà, segna subito contro l’Inter, poi ancora contro il Parma e dimostrando di poterci stare, e bene, in quella Serie A all’epoca ancora al top d’Europa Ma il presidente degli umbri Longarini è un osso duro: alle buste supera l’offerta della Fiorentina e lo riporta a Terni, con Jimenez che denuncia il club per mobbing finendo fuori rosa per sei mesi. A gennaio passa in prestito alla Lazio, poi all’Inter dove contribuisce alla vittoria dello Scudetto e segna anche in Champions League contro il Fenerbache. Resta a Milano un altro anno, ma a fine stagione viene girato in prestito al West Ham, a gennaio al Parma e a fine stagione c’è da decidere ancora del suo futuro: a metà tra l’Inter…e ancora una volta la Ternana. Ancora una volta il club vince alle buste, mettendo sul piatto una cifra record per un club di C. Tre milioni e 200mila euro contro il milione e 800mila dell’Inter, con l’ex presidente Longarini a muovere i fili della situazione. Chiaramente “El Mago” non è calciatore di Serie C, ma il presidente rifiuta ogni offerta per lui, e il 31 agosto sul gong del calciomercato Jimenez passa, ancora in prestito, al Cesena. A Cesena, Luis non è più il ragazzino che atterrò a Roma senza sapere dove fosse Terni. È un uomo che ha vinto scudetti, che ha segnato in Champions, ma che si ritrova a dover dimostrare tutto in una piazza neopromossa. In Romagna la magia torna a fluire: trascina la squadra alla salvezza con nove reti, alcune di rara bellezza, agendo da leader tecnico assoluto. Sembra il preludio a un ritorno in una big, a quella consacrazione che il “caso Longarini” e le intricate vicende burocratiche gli avevano scippato sul più bello. Invece, il calciomercato riserva l’ennesimo colpo di scena, stavolta dal sapore amaro. Nel 2011, a soli 27 anni, Jimenez compie una scelta che spacca l’opinione pubblica: lascia l’Italia con l’articolo 17 per trasferirsi negli Emirati Arabi, all’Al-Ahli. Il denaro centra, ovvio, ma è pure la ricerca di una serenità che il tritacarne dei prestiti e delle comproprietà italiane gli aveva tolto. In Medio Oriente, Luis non smette di essere un esteta. Vince trofei, segna gol a grappoli e diventa un’icona del calcio arabo, ma lontano dagli occhi della Serie A il suo nome scivola lentamente nel cassetto della nostalgia. Eppure, quel legame con le radici palestinesi, che lo aveva portato al Club Deportivo da bambino, non si è mai spezzato. Nel 2013 ottiene la cittadinanza della Palestina, un gesto che va oltre lo sport, un tributo silenzioso a una terra che portava nel cognome materno e nel cuore. La parabola del Mago non poteva che chiudersi dove tutto era iniziato. Dopo anni di esilio dorato, nel 2018 Luis torna a casa, al Palestino. Non è un ritorno per svernare: vince la Copa Chile, riportando il club al successo dopo quarant’anni, e partecipa alla Copa Libertadores. È un Jimenez diverso, con i capelli più corti e lo sguardo di chi ha visto il mondo, ma con lo stesso tocco vellutato che faceva innamorare il “Libero Liberati”. Si ritira ufficialmente nel 2022, dopo un’ultima parentesi al Magallanes. A distanza di vent’anni da quel tacco a Parma, il ricordo del “Mago” (anche se a lui il nome non piaceva) rimane intatto: un calciatore che ha saputo essere “Gino” per i pragmatici e “artista” per i sognatori. L'articolo Ti ricordi… Luis Jimenez, esteta del pallone con il cuore palestinese stritolato dal sistema di prestiti e comproprietà proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Da Firenze a Torino, 7 esoneri in Serie A. Cambiare allenatore conviene davvero? Come stanno andando i subentrati
I cambi in panchina, in Serie A, sono stati sette. E già non è un dato da poco. A Torino è appena arrivato D’Aversa e avrà 12 partite a disposizione per potersi meritare la conferma. Prima di lui, hanno cambiato (in ordine rigorosamente sparso) Pisa, Verona, Genoa, Fiorentina, Atalanta. E Juventus. L’esonero più rumoroso, quello, ma forse lo specchio di come non sempre cambiare convenga. Anzi. La tesi non è assoluta, ma rispecchia un’analisi che si basa sul mero calcolo della media punti. Chi ne ha giovato? E chi no? Bisogna partire dai casi più eclatanti. Il bianco e il nero. Al netto del gioco di parole di dubbio gusto, le situazioni che più meritano di essere prese in considerazione sono due: Atalanta e Juventus. Prima, i nerazzurri, caso certamente virtuoso di quelli da analizzare in Serie A: in 15 partite complessive, la media punti di Juric è stata di 1,33; quella di Palladino, in 22 gare, di 2 spaccati. Risultato? Per un allievo di Gasperini che non ha fatto bene, ce n’è un altro (che pure era stato valutato in estate dai bergamaschi) che invece ha risistemato le cose, con l’Atalanta in piena lotta per la Champions League e con ‘un’escursione termica’ rispetto al calcio gasperiniano non così marcata. Per quanto presente. Non era facile, prendere il posto di Gasperini. Come non è stato facile per Spalletti non tanto prendere il posto di Tudor, quanto fare ordine dentro a una Juventus che da qualche anno versa in una situazione di precarietà che non le appartiene. Qualcosa era sembrato andare bene, ma alla fine non così tanto. Se si prendono in considerazione tutte le 24 partite di Tudor (quindi comprese quelle della scorsa stagione), la media punti è stata di 1.58. Quella di Spalletti? 1.8 in 25. Cambiamento, sì. Ma solo leggermente positivo. Sta andando meglio a De Rossi, che con il Genoa ha incrementato (cioè 1.24 contro 0.82) la media punti rispetto alla gestione Vieira. Così come a Firenze, e lo dimostra la classifica, Vanoli rispetto a Pioli (1.24 in 21 partite, contro l’1.14 in 15). Ma sono differenze minime, che forse denotano non tanto una questione di punteggio in classifica, quanto di atteggiamento di due squadre che erano andate in crisi profonda a livello di spogliatoio. Crisi dalla quale non sono usciti Hiljemark a Pisa, subentrato a Gilardino, o Sammarco (peraltro passato dall’essere ad interim a diretto allenatore della prima squadra, al posto di Zanetti) a Verona. E quindi il tema si ripercorre? Conviene cambiare? Se si guardano solo i punti, no. Non sempre, almeno. E forse il discorso va esteso proprio alla qualità delle rose. Se si guarda l’atteggiamento, qualcosa può succedere, ma va capito fino a quanto. La dimostrazione è all’estero, e verso quella Premier League che progressivamente è diventata mangiallenatori. Lo sa bene il Nottingham Forest, con il terzo cambio in stagione; lo sa anche il Tottenham, che ha chiamato proprio Tudor. L’ex Juve ha perso alla prima contro l’Arsenal, la squadra è sembrata pochissimo solida e la squadra si avvicina sempre di più alla zona retrocessione sempre di più. Quella da cui è uscito il Manchester United, unico caso davvero virtuoso. Carrick, subentrato ad Amorim, è riuscito a trovare la chiave giusta: la squadra è al quarto posto e intravede il terzo. Un miracolo, per come si era messa la stagione (ed è così da qualche anno). Ma l’ex centrocampista conosce bene l’ambiente e forse ha saputo toccare le corde giuste. Quello che non tutti i subentrati sanno fare. L'articolo Da Firenze a Torino, 7 esoneri in Serie A. Cambiare allenatore conviene davvero? Come stanno andando i subentrati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ti ricordi… Can Bartu, il “gentleman del calcio turco” che rifiutò il Real Madrid per la Fiorentina
Non urlava mai. Entrava in campo come se stesse andando a una prima teatrale. Mentre il calcio imparava a diventare rumoroso, sembrava restare volutamente fuori dal tempo. Era nato il 30 gennaio 1936, Can Bartu, detto il Synior, a Istanbul. Non una città qualsiasi, ma una città che ti porta a convivere con più identità insieme. Forse anche per questo Bartu non è mai stato una cosa sola. Non solo un calciatore, non solo un attaccante, non solo un uomo di sport. Prima del pallone, o almeno insieme al pallone, c’erano basket e pallanuoto. Nazionale turca in tutte e tre le discipline. Oggi sembra fantascienza, allora era semplicemente Can Bartu. Un atleta completo, nel senso letterale del termine, quando lo sport permetteva ancora di essere curiosi prima che specializzati. Il Fenerbahçe non lo ha mai raccontato come una bandiera: lo ha sempre considerato qualcosa di più simile a un tratto distintivo. Bartu giocava negli anni Cinquanta, ma non aveva l’urgenza dell’eroe. Aveva il passo di chi sa aspettare la giocata giusta. Attaccante sì, ma senza quella frenesia da gol che spesso tradisce l’insicurezza. Guardava il campo come se lo stesse leggendo. Non litigava con gli arbitri. Non cercava il contatto. Non provocava. Da qui il soprannome, mai respinto: “il gentleman del calcio turco”. Che non era una posa, ma un’abitudine. Poi c’è l’Italia. All’inizio degli anni Sessanta Bartu arriva in Serie A, uno dei primi turchi a farlo davvero. Fiorentina, poi Venezia e Lazio. A Firenze gioca con Hamrin e De Sisti, ma non sembra mai in soggezione. La stampa lo osserva con curiosità: elegante, educato, più interessato al gioco che al gesto spettacolare. Impara l’italiano senza farne una questione identitaria. Resta turco senza mai doverlo rivendicare. In quegli anni circola una voce insistente: il Real Madrid. Quello vero, quello di Di Stéfano. L’interesse c’è, ma Bartu resta dov’è. Non per mancanza di ambizione, ma per coerenza. In Turchia quella scelta diventa racconto popolare, quasi una parabola: non tutto ciò che è più grande è anche più giusto. Si dice che non sia mai stato espulso in carriera. Nessun archivio lo certifica davvero, ma poco importa. È una di quelle verità che funzionano anche se non sono dimostrabili, perché descrivono bene il personaggio. Bartu non ha mai avuto bisogno dello scontro per esistere. Quando smette di giocare, non scompare. Diventa commentatore televisivo, una presenza costante e rassicurante. In uno studio sempre più incline al rumore, lui parla piano. Spiega. Contestualizza. A volte sembra quasi fuori posto, ed è forse per questo che resta credibile. Non cerca di vincere un dibattito, ma di capire il gioco. Quando muore, l’11 aprile 2019, il Fenerbahçe scrive: “Non abbiamo perso solo un ex calciatore, ma una parte della nostra identità”. Non è una frase di circostanza. È il riconoscimento di ciò che Bartu è stato davvero: non un’icona da museo, ma una misura. Can Bartu è stato questo: uno che ti faceva pensare che si potesse stare nel calcio senza alzare la voce. Uno che ti ricordava che il talento, se non è accompagnato da stile, resta incompleto. L'articolo Ti ricordi… Can Bartu, il “gentleman del calcio turco” che rifiutò il Real Madrid per la Fiorentina proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il Watford? C’è stato un segno del destino, ho voluto pensare che dovesse andare così”: Bove racconta la sua scelta di tornare a giocare
“Per ora non posso giocare in Italia, ma sicuramente non volevo stare con le braccia conserte ad aspettare un cambio di regolamento“. Edoardo Bove riparte dal Watford, in Championship, a distanza di più di un anno da quel Fiorentina–Inter dell’1 dicembre 2024 in cui il 22enne si accasciò al suolo in arresto cardiaco, facendo temere il peggio per qualche attimo. E lo farà in Inghilterra perché il regolamento – visto il defibrillatore sottocutaneo – non gli consente di giocare in Italia. “In futuro non so cosa accadrà, ma tengo a specificare che il Watford non è una seconda scelta. Era già un mio obiettivo giocare in Inghilterra: mi piace il calcio inglese, il ritmo”, ha dichiarato Bove in un’intervista a Sky Sport. La legge italiana infatti non permette di svolgere attività agonistica con l’apparecchio in questione. In Inghilterra invece potrà giocare senza problemi. Ma perché? In Italia la responsabilità diretta è a carico del medico sportivo che concede l’idoneità. In Inghilterra invece Bove ha firmato una dichiarazione in cui si assume tutti i rischi e la responsabilità è soltanto sua. “Mi sento abbastanza in controllo delle mie scelte: ho avuto molto tempo per pensare e stare con me stesso. Ho coltivato anche altre passioni oltre al calcio. Ora sono felice di ripartire: mi mancava qualcosa, sono contento di riportare il calcio al centro della mia vita e poter stare di nuovo in uno spogliatoio“, spiega l’ex centrocampista di Roma e Fiorentina. Una trattativa – quella con il Watford – nata in aeroporto a Trieste, come svelato dallo stesso Bove. “Ultima giornata della scorsa stagione: con la Fiorentina giochiamo a Udine, partita pesantissima per qualificarsi in Conference League. Atterro a Trieste, ma non trovo il taxi per raggiungere la squadra a Udine – ha spiegato Bove -. Poi mi sento toccare alle spalle e un uomo in giacca e cravatta si presenta: ‘Sono Gian Luca Nani, il direttore dell’Udinese e del Watford. Se vuoi ti diamo un passaggio noi fino a Udine‘”. Un primo approccio simpatico da parte dell’attuale direttore sportivo del club inglese, che dopo qualche mese ha provato (ed è riuscito) a portare Bove in Inghilterra: “All’inizio ero incerto: non lo conoscevo, ma era vestito come un direttore quindi ho pensato: ‘Va bene, fidiamoci, al massimo conosciamo una nuova persona’. Durante il tragitto mi fa una battuta: ‘Dai, vieni a giocare con noi’“. Era però ancora presto. A maggio 2025 Bove stava ancora svolgendo diversi controlli per capire poi come e se tornare in campo. “Io in quel periodo nemmeno pensavo a tornare a giocare perché non avevo ancora finito i controlli, ma per me quello è stato un segno del destino: ho voluto pensare che dovesse andare così”. L'articolo “Il Watford? C’è stato un segno del destino, ho voluto pensare che dovesse andare così”: Bove racconta la sua scelta di tornare a giocare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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