La Fiorentina vince anche al ritorno in Polonia contro il Rakow per 1-2 e vista
anche la vittoria in rimonta nel finale dell’andata avanza ai quarti di finale
di Conference League. Il Rakow – come nella gara di 7 giorni fa – era andato in
vantaggio con Struski, ma la Fiorentina ha reagito di nuovo e ha trovato il
pareggio con Piccoli pochi minuti dopo. Nei minuti finali un brivido per la
formazione viola: l’arbitro assegna un rigore per fallo di Christensen su
Brunes. Poi la revisione al var: simulazione e giallo. Al 97esimo, con il
portiere del Rakow in area di rigore alla ricerca disperata del 2-1, la
Fiorentina ha anche segnato l’1-2 con un gol di Pongracic da centrocampo. Adesso
affronterà il Crystal Palace ai quarti di finale.
“Nel primo tempo abbiamo fatto fatica a capire che calcio dovessimo fare.
Volevamo provare a giocare, ma il campo non lo permetteva. Eravamo in ritardo
sulle seconde palle. Nella ripresa siamo andati in svantaggio ma è andata molto
meglio. Ora questa squadra sa reagire. Chi è entrato ci ha dato una spinta,
siamo diventati un gruppo. A volte, la qualificazione si deve prendere anche in
modo sporco”, ha dichiarato l’allenatore della Fiorentina, Paolo Vanoli, ai
microfoni di Sky Sport nel post gara. “Ora abbiamo più serenità. Dobbiamo
rimanere con i piedi per terra. Piccoli mi ha detto che il gol dell’1-1 era il
suo. Pongracic è cresciuto molto da quando sono qua. Il suo gol mi ha sorpreso –
aggiunge il tecnico ex Torino -. Kean è un giocatore importante e quando c’è
l’arrabbiatura per la sostituzione vuol dire che c’è voglia di giocare. Abbiamo
ancora nove finali, è un giocatore importante per noi. Dodò e Parisi si trovano
bene sulla stessa fascia. Parisi da esterno alto ci ha fatto cambiare marcia.
Sono veramente contento di tutti i ragazzi”.
L'articolo La Fiorentina soffre, ma a fatica avanza contro il Rakow: è ai quarti
di Conference League. Vanoli: “Ora questa squadra sa reagire” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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Il ritorno in campo e adesso anche il primo gol. Edoardo Bove mette un altro
tassello nella sua “nuova” carriera dopo quell’1 dicembre 2024 in cui durante un
Fiorentina–Inter si è accasciato all’improvviso, facendo temere il peggio. L’ex
centrocampista della Roma ha infatti segnato a 506 giorni dall’ultima volta. Lo
ha fatto nel corso di Watford–Wrexham, finita 3-1, con Bove che ha proprio
segnato la rete del 3-1 per chiudere il match.
Il centrocampista ha condiviso poi la sua gioia anche sui social, dove ha
pubblicato la foto della sua esultanza accompagnata dalla frase: “Quanto mi
mancava questa sensazione“. Bove non segnava dal 27 ottobre 2024, quando nel
match tra Fiorentina e Roma segnò il gol del momentaneo 4-1, circa due mesi
prima di accasciarsi in campo in Fiorentina-Inter. Al termine della partita, i
tifosi gli hanno anche dedicato uno striscione con scritto: “Anche se lasci
Roma, non sarai solo”.
Bove era tornato in campo dopo il malore con la maglia del Watford nella 32esima
giornata della Championship, in trasferta contro il Preston entrando
all’86esimo. Classe 2002, Bove si è trasferito in Inghilterra dove, a differenza
di quanto succede in Italia, gli è permesso continuare a giocare ad alti livelli
anche a chi ha un defibrillatore sottocutaneo. Al Watford ha firmato un
contratto fino al 2031. Dal 24 febbraio non ha ancora giocato titolare, ma è
sempre subentrato fino a segnare il primo gol ieri, 17 marzo.
La legge italiana non gli permette di svolgere attività agonistica con
l’apparecchio in questione. In Inghilterra invece si può. Ma perché? In Italia
la responsabilità diretta è a carico del medico sportivo che concede l’idoneità.
In Inghilterra invece Bove ha firmato una dichiarazione in cui si assume tutti i
rischi. La responsabilità è soltanto sua.
L'articolo Bove torna al gol dopo 506 giorni: “Quanto mi mancava questa
sensazione”. E i tifosi gli dedicano uno striscione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Contro il Rakow non ci sarà. Ma alla fine, che sia in campo o meno, di lui si
parla sempre. Moise Kean è un po’ lo specchio di questa Fiorentina zoppicante.
Lui, che, zoppicante pure ma in senso non metaforico del termine, spera di poter
rientrare per la partita di lunedì sera in casa della Cremonese. Contro cui la
sua squadra si gioca praticamente una stagione.
Il punto è però un altro. In un periodo evidentemente storto per tutto il
gruppo, l’anno che avrebbe dovuto essere della consacrazione definitiva per la
punta certamente non è stato positivo. 8 gol segnati in campionato, uno solo in
Conference: nonostante un ricco prolungamento firmato pochi mesi fa fino al
2029, il giocatore di fatto non è riuscito a risollevare la squadra dal vortice
in cui è entrata e che ha evidenziato più di un problema all’interno dello
spogliatoio. Colpa di Kean? Assolutamente no. Ma quando le cose non funzionano,
i leader devono provare a emergere. E dal bomber quasi principe dello scorso
campionato (19 gol, secondo solo a Retegui dell’Atalanta con 25), ci si sarebbe
sicuramente aspettati qualcosa di più.
Detto questo, a 26 anni, nel pieno della maturazione calcistica, qualche
scivolone ci può stare. Lo sanno tutti. E lo sa anche Max Allegri, che nel suo
Milan ha ampiamente dimostrato di saper dare fiducia a tutti. Anche quando la
fiducia di tutti viene meno: chiedere a Estupinan per conferma. Ecco. Al Milan
un attaccante serve. Serviva già a gennaio, tanto che si è corsi ai ripari con
Füllkrug (visto anche l’infortunio di Gimenez che, di fatto, dalla sua crisi
personale non è riuscito davvero a tirarsi fuori): una soluzione certamente
tampone, vista l’età. Magari futuribile ma per poche stagioni. Non come Kean,
insomma.
Perché la notizia che rimbalza e che trova conferme è questa: c’è anche il suo
nome sul taccuino dei rossoneri, che si preparano ad affrontare di nuovo tre
competizioni e vogliono farlo con una squadra ringiovanita nell’anagrafica ma
maturata nelle ambizioni. Cioè proprio quello che si è visto, settimana dopo
settimana, con Allegri in panchina. All’allenatore il giocatore piace. Piaceva
già quando era giovanissimo e se l’era trovato in rosa alla Juventus, dove ha
giocato 123 partite (entrambi hanno lasciato e sono anche tornati in bianconero)
con 22 reti e 4 assist. Un rendimento interessante, non stratosferico. Ma Kean
era davvero un altro tipo di giocatore: più acerbo, meno consapevole dei propri
mezzi. Non come l’attaccante che si è visto lo scorso anno a Firenze e sul cui
contratto la Fiorentina, con una certa lungimiranza, ha deciso di mettere una
clausola da 62 milioni di euro valida però fino al 15 di luglio.
Tanti soldi, che un Milan formato Champions può anche pensare di investire,
facendo i giusti calcoli. Ci vorrà un po’ di lavoro e soprattutto ci vorrà il
migliore Kean. Quello dell’anno scorso, per intendersi, che la Fiorentina
aspetta ancora per raggiungere una salvezza per la quale, verosimilmente, dovrà
lottare fino al termine del campionato. Con la Conference nel frattempo che
potrebbe trasformarsi in qualcosa di interessante.
L'articolo Fiorentina senza Kean: l’attaccante è ancora ko e finisce nel mirino
di Allegri. Così il Milan può portarlo in rossonero proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“È necessario che i calciatori si facciano un bell’esame di coscienza“. Si
racchiude in queste parole la rabbia di Paolo Vanoli per la prestazione della
sua Fiorentina contro l’Udinese. Nel posticipo della 27esima giornata di Serie
A, la viola è crollata al Bluenergy Stadium, battuta dall’Udinese con un netto
3-0 grazie ai gol di Kabasele al 10′, Davis su rigore al 64′ e Buksa al 94′. La
classifica parla chiaro: nonostante venisse da due successi consecutivi, la
Fiorentina è ancora in zona retrocessione, terz’ultima a pari merito con Lecce e
Cremonese a quota 24 punti. Per questo il tecnico lancia l’allarme: “Il
campionato si sta accorciando, stanno arrivando le partite che contano e la
testa farà la differenza”.
La Fiorentina veniva già da una gara agghiacciante contro il Jagiellonia in
Conference League, risolta solo ai supplementari e costata un dispendio extra di
energie fisiche e mentali: “Le assenze hanno pesato, ricordiamoci che eravamo
reduci da 120 minuti molto dispendiosi e volevo maggiore solidità e capacità di
chiudere le linee di passaggio all’avversario”, ha sottolineato Vanoli,
spiegando le sue scelte difensive. L’Udinese in questo momento è al decimo posto
con 35 punti, è una squadra più strutturata e sicura rispetto alla Fiorentina.
Le differenze si sono viste in campo: “L’Udinese è una squadra molto fisica e
arrivare sempre in ritardo sulle seconde palle ha agevolato il loro gioco.
Sembrava la prosecuzione della partita di coppa”, ha detto il tecnico.
La sua preoccupazione nel post-partita è evidente: “Ci vuole tanto per costruire
qualcosa e basta un attimo per distruggere tutto“. L’analisi del match evidenzia
problemi e lacune ancora esistenti: “Le statistiche dicono che non abbiamo mai
calciato in porta, è mancata incisività e abbiamo sofferto sulle palle inattive
peccando di attenzione. Senza determinazione non si va da nessuna parte, sotto
questo punto di vista non siamo cresciuti perché deve aumentare la voglia di non
subire gol“.
La difesa resta un punto debole di questa Fiorentina e Vanoli non vuole
attribuire colpe alla prestazione da incubo di Daniele Rugani: “Rientrava dopo
una lunga inattività, ma se non gioca non trova la condizione. Sono convinto sia
stato un innesto importante, è un ragazzo che darà un grosso contributo nelle
prossime settimane”. Non che in attacco la situazione sia florida. Anche per via
degli infortuni: si è fatto male Manor Solomon, che aveva dato un grande aiuto.
E anche Moise Kean ha giocato contro l’Udinese ma non sta bene e si vede: “Ha un
fastidio alla tibia che si trascina ormai da diverso tempo, anche nella
rifinitura non stava benissimo e lo abbiamo gestito. È stato lui a chiedere il
cambio perché avvertiva fastidio e non volevamo correre rischi”, ha concluso
Vanoli. Che ha un altro grattacapo da risolvere.
L'articolo “Ci vuole tanto per costruire qualcosa e basta un attimo per
distruggere tutto”: l’allarme di Vanoli dopo il crollo della Fiorentina proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Con il brivido, ma la Fiorentina ha ottenuto la qualificazione agli ottavi di
finale di Conference League. È l’unica italiana in corsa nell'”ultima”
competizione europea. E dopo il sorteggio di Nyon, anche la Conference League ha
il suo tabellone definitivo, dagli ottavi alla finale. La Fiorentina affronterà
il Rakov: altra sfida in Polonia dunque per la formazione viola.
Gli ottavi di finale si giocano tra pochissimo: 12 e 19 marzo 2026. I quarti
invece sono previsti nella prima metà di aprile: 9 e 16. Le semifinali si
giocheranno il 30 aprile (andata) e il 7 maggio (ritorno). Poi la finale è
prevista il 27 maggio: si giocherà a Lipsia.
CONFERENCE LEAGUE 2026, GLI OTTAVI DI FINALE
Aek Larnaca-Crystal Palace-
Sigma Olomouc-Mainz
Lech Poznan-Shakhtar Donetsk
Az Alkmaar-Sparta Praga
Samsunspor-Rayo Vallecano
Celje-AEK Atene
Rakow-FIORENTINA
Rijeka-Strasburgo
CONFERENCE LEAGUE 2026, IL TABELLONE COMPLETO
L'articolo Conference League 2026, il tabellone completo dopo i sorteggi: dagli
ottavi fino alla finale proviene da Il Fatto Quotidiano.
L'articolo Il sorteggio in diretta | Oggi Atalanta, Bologna, Roma e Fiorentina
conoscono le loro avversarie in Europa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non un gol da mago, ma dopo aver propiziato il 3 a 2 con un colpo di tacco, in
una gara che vedeva la Viola sotto di 2 a 0, importa poco. Il maghetto in
questione è Luis Jimenez, che coi suoi tocchi regala la vittoria alla Fiorentina
in rimonta a Parma, esattamente vent’anni fa. Mago suo malgrado, però: un
soprannome che a dir la verità non ha mai gradito granché. Nasce a Santiago, in
Cile, giocando tra i barrios ed entrando a soli dieci anni (anche in virtù delle
sue radici palestinesi) nelle giovanili del Club Deportivo Palestino, che gli
entra nel cuore. Ma dopo la trafila nelle giovanili non ha neppure il tempo di
indossarne la maglia da titolare che arriva la chiamata dell’Italia.
A neanche diciotto anni infatti passa alla Ternana: “Presi l’aereo con una
valigia e pochissimi soldi. Non sapevo dove sarei andato. Quando arrivai a
Terni, pensavo fosse una città enorme come Santiago, invece scoprii una realtà
operosa, verde e molto più piccola. È lì che sono diventato uomo”, racconterà
Luis. È il 2002, è un ragazzino alla corte della squadra di Beretta in Serie B,
dove esordisce e segna il primo gol italiano: all’ultima di campionato contro il
Vicenza. È “El Mago”, sì, ma Terni è posto di concretezza e praticità, e l’altro
soprannome che si guadagna Luis tra campo d’allenamento e Libero Liberati è
“Gino”, più facile.
L’anno dopo segna 10 gol, poi 12, attirando ovviamente l’attenzione dei grandi
club sui suoi numeri e sulle sue magie: passa alla Fiorentina nel gennaio 2006
in comproprietà, segna subito contro l’Inter, poi ancora contro il Parma e
dimostrando di poterci stare, e bene, in quella Serie A all’epoca ancora al top
d’Europa Ma il presidente degli umbri Longarini è un osso duro: alle buste
supera l’offerta della Fiorentina e lo riporta a Terni, con Jimenez che denuncia
il club per mobbing finendo fuori rosa per sei mesi.
A gennaio passa in prestito alla Lazio, poi all’Inter dove contribuisce alla
vittoria dello Scudetto e segna anche in Champions League contro il Fenerbache.
Resta a Milano un altro anno, ma a fine stagione viene girato in prestito al
West Ham, a gennaio al Parma e a fine stagione c’è da decidere ancora del suo
futuro: a metà tra l’Inter…e ancora una volta la Ternana. Ancora una volta il
club vince alle buste, mettendo sul piatto una cifra record per un club di C.
Tre milioni e 200mila euro contro il milione e 800mila dell’Inter, con l’ex
presidente Longarini a muovere i fili della situazione. Chiaramente “El Mago”
non è calciatore di Serie C, ma il presidente rifiuta ogni offerta per lui, e il
31 agosto sul gong del calciomercato Jimenez passa, ancora in prestito, al
Cesena.
A Cesena, Luis non è più il ragazzino che atterrò a Roma senza sapere dove fosse
Terni. È un uomo che ha vinto scudetti, che ha segnato in Champions, ma che si
ritrova a dover dimostrare tutto in una piazza neopromossa. In Romagna la magia
torna a fluire: trascina la squadra alla salvezza con nove reti, alcune di rara
bellezza, agendo da leader tecnico assoluto. Sembra il preludio a un ritorno in
una big, a quella consacrazione che il “caso Longarini” e le intricate vicende
burocratiche gli avevano scippato sul più bello.
Invece, il calciomercato riserva l’ennesimo colpo di scena, stavolta dal sapore
amaro. Nel 2011, a soli 27 anni, Jimenez compie una scelta che spacca l’opinione
pubblica: lascia l’Italia con l’articolo 17 per trasferirsi negli Emirati Arabi,
all’Al-Ahli. Il denaro centra, ovvio, ma è pure la ricerca di una serenità che
il tritacarne dei prestiti e delle comproprietà italiane gli aveva tolto. In
Medio Oriente, Luis non smette di essere un esteta. Vince trofei, segna gol a
grappoli e diventa un’icona del calcio arabo, ma lontano dagli occhi della Serie
A il suo nome scivola lentamente nel cassetto della nostalgia. Eppure, quel
legame con le radici palestinesi, che lo aveva portato al Club Deportivo da
bambino, non si è mai spezzato. Nel 2013 ottiene la cittadinanza della
Palestina, un gesto che va oltre lo sport, un tributo silenzioso a una terra che
portava nel cognome materno e nel cuore.
La parabola del Mago non poteva che chiudersi dove tutto era iniziato. Dopo anni
di esilio dorato, nel 2018 Luis torna a casa, al Palestino. Non è un ritorno per
svernare: vince la Copa Chile, riportando il club al successo dopo quarant’anni,
e partecipa alla Copa Libertadores. È un Jimenez diverso, con i capelli più
corti e lo sguardo di chi ha visto il mondo, ma con lo stesso tocco vellutato
che faceva innamorare il “Libero Liberati”.
Si ritira ufficialmente nel 2022, dopo un’ultima parentesi al Magallanes. A
distanza di vent’anni da quel tacco a Parma, il ricordo del “Mago” (anche se a
lui il nome non piaceva) rimane intatto: un calciatore che ha saputo essere
“Gino” per i pragmatici e “artista” per i sognatori.
L'articolo Ti ricordi… Luis Jimenez, esteta del pallone con il cuore palestinese
stritolato dal sistema di prestiti e comproprietà proviene da Il Fatto
Quotidiano.
I cambi in panchina, in Serie A, sono stati sette. E già non è un dato da poco.
A Torino è appena arrivato D’Aversa e avrà 12 partite a disposizione per potersi
meritare la conferma. Prima di lui, hanno cambiato (in ordine rigorosamente
sparso) Pisa, Verona, Genoa, Fiorentina, Atalanta. E Juventus. L’esonero più
rumoroso, quello, ma forse lo specchio di come non sempre cambiare convenga.
Anzi.
La tesi non è assoluta, ma rispecchia un’analisi che si basa sul mero calcolo
della media punti. Chi ne ha giovato? E chi no? Bisogna partire dai casi più
eclatanti. Il bianco e il nero. Al netto del gioco di parole di dubbio gusto, le
situazioni che più meritano di essere prese in considerazione sono due: Atalanta
e Juventus. Prima, i nerazzurri, caso certamente virtuoso di quelli da
analizzare in Serie A: in 15 partite complessive, la media punti di Juric è
stata di 1,33; quella di Palladino, in 22 gare, di 2 spaccati. Risultato? Per un
allievo di Gasperini che non ha fatto bene, ce n’è un altro (che pure era stato
valutato in estate dai bergamaschi) che invece ha risistemato le cose, con
l’Atalanta in piena lotta per la Champions League e con ‘un’escursione termica’
rispetto al calcio gasperiniano non così marcata. Per quanto presente.
Non era facile, prendere il posto di Gasperini. Come non è stato facile per
Spalletti non tanto prendere il posto di Tudor, quanto fare ordine dentro a una
Juventus che da qualche anno versa in una situazione di precarietà che non le
appartiene. Qualcosa era sembrato andare bene, ma alla fine non così tanto. Se
si prendono in considerazione tutte le 24 partite di Tudor (quindi comprese
quelle della scorsa stagione), la media punti è stata di 1.58. Quella di
Spalletti? 1.8 in 25. Cambiamento, sì. Ma solo leggermente positivo.
Sta andando meglio a De Rossi, che con il Genoa ha incrementato (cioè 1.24
contro 0.82) la media punti rispetto alla gestione Vieira. Così come a Firenze,
e lo dimostra la classifica, Vanoli rispetto a Pioli (1.24 in 21 partite, contro
l’1.14 in 15). Ma sono differenze minime, che forse denotano non tanto una
questione di punteggio in classifica, quanto di atteggiamento di due squadre che
erano andate in crisi profonda a livello di spogliatoio. Crisi dalla quale non
sono usciti Hiljemark a Pisa, subentrato a Gilardino, o Sammarco (peraltro
passato dall’essere ad interim a diretto allenatore della prima squadra, al
posto di Zanetti) a Verona.
E quindi il tema si ripercorre? Conviene cambiare? Se si guardano solo i punti,
no. Non sempre, almeno. E forse il discorso va esteso proprio alla qualità delle
rose. Se si guarda l’atteggiamento, qualcosa può succedere, ma va capito fino a
quanto. La dimostrazione è all’estero, e verso quella Premier League che
progressivamente è diventata mangiallenatori. Lo sa bene il Nottingham Forest,
con il terzo cambio in stagione; lo sa anche il Tottenham, che ha chiamato
proprio Tudor. L’ex Juve ha perso alla prima contro l’Arsenal, la squadra è
sembrata pochissimo solida e la squadra si avvicina sempre di più alla zona
retrocessione sempre di più. Quella da cui è uscito il Manchester United, unico
caso davvero virtuoso. Carrick, subentrato ad Amorim, è riuscito a trovare la
chiave giusta: la squadra è al quarto posto e intravede il terzo. Un miracolo,
per come si era messa la stagione (ed è così da qualche anno). Ma l’ex
centrocampista conosce bene l’ambiente e forse ha saputo toccare le corde
giuste. Quello che non tutti i subentrati sanno fare.
L'articolo Da Firenze a Torino, 7 esoneri in Serie A. Cambiare allenatore
conviene davvero? Come stanno andando i subentrati proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non urlava mai. Entrava in campo come se stesse andando a una prima teatrale.
Mentre il calcio imparava a diventare rumoroso, sembrava restare volutamente
fuori dal tempo.
Era nato il 30 gennaio 1936, Can Bartu, detto il Synior, a Istanbul. Non una
città qualsiasi, ma una città che ti porta a convivere con più identità insieme.
Forse anche per questo Bartu non è mai stato una cosa sola. Non solo un
calciatore, non solo un attaccante, non solo un uomo di sport.
Prima del pallone, o almeno insieme al pallone, c’erano basket e pallanuoto.
Nazionale turca in tutte e tre le discipline. Oggi sembra fantascienza, allora
era semplicemente Can Bartu. Un atleta completo, nel senso letterale del
termine, quando lo sport permetteva ancora di essere curiosi prima che
specializzati.
Il Fenerbahçe non lo ha mai raccontato come una bandiera: lo ha sempre
considerato qualcosa di più simile a un tratto distintivo. Bartu giocava negli
anni Cinquanta, ma non aveva l’urgenza dell’eroe. Aveva il passo di chi sa
aspettare la giocata giusta. Attaccante sì, ma senza quella frenesia da gol che
spesso tradisce l’insicurezza. Guardava il campo come se lo stesse leggendo. Non
litigava con gli arbitri. Non cercava il contatto. Non provocava.
Da qui il soprannome, mai respinto: “il gentleman del calcio turco”. Che non era
una posa, ma un’abitudine. Poi c’è l’Italia. All’inizio degli anni Sessanta
Bartu arriva in Serie A, uno dei primi turchi a farlo davvero. Fiorentina, poi
Venezia e Lazio. A Firenze gioca con Hamrin e De Sisti, ma non sembra mai in
soggezione. La stampa lo osserva con curiosità: elegante, educato, più
interessato al gioco che al gesto spettacolare. Impara l’italiano senza farne
una questione identitaria. Resta turco senza mai doverlo rivendicare.
In quegli anni circola una voce insistente: il Real Madrid. Quello vero, quello
di Di Stéfano. L’interesse c’è, ma Bartu resta dov’è. Non per mancanza di
ambizione, ma per coerenza. In Turchia quella scelta diventa racconto popolare,
quasi una parabola: non tutto ciò che è più grande è anche più giusto. Si dice
che non sia mai stato espulso in carriera. Nessun archivio lo certifica davvero,
ma poco importa. È una di quelle verità che funzionano anche se non sono
dimostrabili, perché descrivono bene il personaggio. Bartu non ha mai avuto
bisogno dello scontro per esistere. Quando smette di giocare, non scompare.
Diventa commentatore televisivo, una presenza costante e rassicurante. In uno
studio sempre più incline al rumore, lui parla piano. Spiega. Contestualizza. A
volte sembra quasi fuori posto, ed è forse per questo che resta credibile. Non
cerca di vincere un dibattito, ma di capire il gioco. Quando muore, l’11 aprile
2019, il Fenerbahçe scrive: “Non abbiamo perso solo un ex calciatore, ma una
parte della nostra identità”. Non è una frase di circostanza. È il
riconoscimento di ciò che Bartu è stato davvero: non un’icona da museo, ma una
misura. Can Bartu è stato questo: uno che ti faceva pensare che si potesse stare
nel calcio senza alzare la voce. Uno che ti ricordava che il talento, se non è
accompagnato da stile, resta incompleto.
L'articolo Ti ricordi… Can Bartu, il “gentleman del calcio turco” che rifiutò il
Real Madrid per la Fiorentina proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Per ora non posso giocare in Italia, ma sicuramente non volevo stare con le
braccia conserte ad aspettare un cambio di regolamento“. Edoardo Bove riparte
dal Watford, in Championship, a distanza di più di un anno da quel
Fiorentina–Inter dell’1 dicembre 2024 in cui il 22enne si accasciò al suolo in
arresto cardiaco, facendo temere il peggio per qualche attimo. E lo farà in
Inghilterra perché il regolamento – visto il defibrillatore sottocutaneo – non
gli consente di giocare in Italia. “In futuro non so cosa accadrà, ma tengo a
specificare che il Watford non è una seconda scelta. Era già un mio obiettivo
giocare in Inghilterra: mi piace il calcio inglese, il ritmo”, ha dichiarato
Bove in un’intervista a Sky Sport.
La legge italiana infatti non permette di svolgere attività agonistica con
l’apparecchio in questione. In Inghilterra invece potrà giocare senza problemi.
Ma perché? In Italia la responsabilità diretta è a carico del medico sportivo
che concede l’idoneità. In Inghilterra invece Bove ha firmato una dichiarazione
in cui si assume tutti i rischi e la responsabilità è soltanto sua. “Mi sento
abbastanza in controllo delle mie scelte: ho avuto molto tempo per pensare e
stare con me stesso. Ho coltivato anche altre passioni oltre al calcio. Ora sono
felice di ripartire: mi mancava qualcosa, sono contento di riportare il calcio
al centro della mia vita e poter stare di nuovo in uno spogliatoio“, spiega l’ex
centrocampista di Roma e Fiorentina.
Una trattativa – quella con il Watford – nata in aeroporto a Trieste, come
svelato dallo stesso Bove. “Ultima giornata della scorsa stagione: con la
Fiorentina giochiamo a Udine, partita pesantissima per qualificarsi in
Conference League. Atterro a Trieste, ma non trovo il taxi per raggiungere la
squadra a Udine – ha spiegato Bove -. Poi mi sento toccare alle spalle e un uomo
in giacca e cravatta si presenta: ‘Sono Gian Luca Nani, il direttore
dell’Udinese e del Watford. Se vuoi ti diamo un passaggio noi fino a Udine‘”.
Un primo approccio simpatico da parte dell’attuale direttore sportivo del club
inglese, che dopo qualche mese ha provato (ed è riuscito) a portare Bove in
Inghilterra: “All’inizio ero incerto: non lo conoscevo, ma era vestito come un
direttore quindi ho pensato: ‘Va bene, fidiamoci, al massimo conosciamo una
nuova persona’. Durante il tragitto mi fa una battuta: ‘Dai, vieni a giocare con
noi’“. Era però ancora presto. A maggio 2025 Bove stava ancora svolgendo diversi
controlli per capire poi come e se tornare in campo. “Io in quel periodo nemmeno
pensavo a tornare a giocare perché non avevo ancora finito i controlli, ma per
me quello è stato un segno del destino: ho voluto pensare che dovesse andare
così”.
L'articolo “Il Watford? C’è stato un segno del destino, ho voluto pensare che
dovesse andare così”: Bove racconta la sua scelta di tornare a giocare proviene
da Il Fatto Quotidiano.