Circa 380 persone sono disperse nel Mar Mediterraneo da dieci giorni, inclusi
quelli che hanno visto il ciclone Harry sconvolgere l’area: un unico dispaccio
di allerta a “tutte le navi in area”, reso noto dal giornalista di Radio
Radicale Sergio Scandura, raggruppa ben otto casi Sar (Search and rescue) per
otto imbarcazioni che nei giorni scorsi hanno preso il largo da Sfax, in
Tunisia. “Il dispaccio Sar – spiega Scandura su X – trasmesso in data odierna
sulla rete InmarSAT dal Centro di Coordinamento e Soccorso Itmrcc della Guardia
Costiera italiana – riporta anche le date di partenza delle otto imbarcazioni
dalla costa orientale tunisina, per un totale di circa 380 naufraghi.
“Il dispaccio SAR viene ri-trasmesso più volte anche oggi sui terminali
InmarSat”, scrive il giornalista domenica 25 gennaio spiegando che le
drammatiche condizioni meteo dei giorni scorsi “non lasciano sperare molto”.
Evidenziando inoltre come significativo, “soprattuto per numero eventi, che
questi casi SAR siano da Sfax: problemi con gli accordi imbastiti dall’Italia
tra la Tunisia di Saied e la Commissione europea?”. Le date di partenza da Sfax
sono del 14, 18, 20 e 21 gennaio 2026: includono i giorni che hanno visto il
quadrante del Mediterraneo Centrale, inclusa la rotta ideale da Sfax a
Lampedusa, segnato dagli impietosi 7+ metri di onda e dalle severissime raffiche
fino a 54+ nodi provocate dal ciclone Harry”.
> ???? 380 Persone disperse in mare: mancano all’appello da dieci giorni.
>
> Un unico dispaccio di allerta a “tutte le navi in area” raggruppa ben otto
> casi SAR per otto imbarcazioni che nei giorni scorsi hanno preso il largo da
> Sfax ????????
>
> Il dispaccio SAR – trasmesso in data odierna… pic.twitter.com/iGKeoux3gS
>
> — Sergio Scandura (@scandura) January 24, 2026
Scandura elenca i casi Sar dei quali è venuto a conoscenza: 49 persone su barca
in ferro, partite da Sfax il 21 gennaio; 54 persone su una imbarcazione, partite
da Sfax il 20 gennaio; 45-50 persone partite da Sfax il 18 gennaio; 51 persone
su barca in ferro, partite da Sfax il 20 gennaio; 36 persone su barca in ferro,
partite da Sfax il 14 gennaio; 42 persone su gommone, partite da Sfax il 14
Gennaio; 53 persone su barca in ferro, partite da Sfax il 14 gennaio; 45 persone
su barca in ferro, partite da Sfax il 14 gennaio. Numeri che vanno letti insieme
a quelli del naufragio che sarebbe avvenuto venerdì, con 50 vittime e un unico
sopravvissuto, soccorso in acque internazionali dopo che il barcone partito
dalla Tunisia si era rovesciato. L’uomo è ricoverato a Malta in gravissime
condizioni. C’è poi la ong Alarm Phone che segnala da giorni di aver perso ogni
contatto con le persone partite sempre dalla Tunisia su tre imbarcazioni. E le
18 persone soccorse la scorsa notte dalla nave Sea-Watch 5 in zona Sar libica,
compresi due bambini piccoli.
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problemi con gli accordi imbastiti dall’Italia?” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Navi scomparse, storie annegate e il diritto alla vita che affoga in mare. Oltre
tremila persone, di cui 192 donne e 437 minorenni e adolescenti, hanno perso la
vita nel tentativo di migrare verso la Spagna. Il numero delle vittime
(accertate) emerge dal rapporto Monitoraggio del diritto alla vita 2025 redatto
da Caminando fronteras, che difende i diritti umani delle persone migranti e
offre una fotografia delle rotte migratorie lungo la frontiera occidentale
euro-africana. I dati seguenti sono il risultato di un incrocio tra le
statistiche ufficiali dei soccorsi e il monitoraggio diretto condotto dalla ong
spagnola attraverso il contatto costante con le famiglie dei migranti scomparsi.
Fino al 15 dicembre, sono state contate 3.090 vittime nel territorio che copre
il confine marittimo e terrestre tra la Spagna e l’Africa, in particolare lungo
la fascia costiera dalla Guinea Conakry all’Algeria. Sebbene la cifra sia
drammatica, il dato segna un netto calo rispetto al 2024, quando le vittime
furono almeno 10.457. L’analisi riguarda le 303 tragedie registrate sulle rotte
migratorie, comprese le 70 imbarcazioni scomparse senza lasciare traccia.
La rotta algerina è quella più trafficata e allo stesso tempo quella più
invisibile. Su questa rotta, sono state documentate 1.037 vittime in 121
tragedie in mare. In particolare, il viaggio verso le Isole Baleari è lungo,
difficile, e soprattutto pericoloso: la ong denuncia i ritardi nell’attivazione
delle operazioni Sar e la scarsa cooperazione tra i Paesi. Proprio su questa
rotta (in particolare con destinazioni Ibiza e Formentera) si sta registrando
un’impennata di profughi provenienti da Somalia, Sudan e Sud Sudan. Inoltre, è
stata rilevata l’apertura di una nuova e ancora più pericolosa rotta verso le
Canarie con partenze dalla Guinea.
Secondo il Ministero degli interni spagnolo, nel 2025 sono arrivate in Spagna
35.935 persone, con un calo del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno
scorso: quasi la metà di loro è arrivata attraverso la rotta atlantica, dalla
costa dell’Africa occidentale alle Isole Canarie.
L'articolo Più di tremila morti sulle rotte migratorie per la Spagna. Il “buco
nero” algerino tra silenzi e mancato soccorso proviene da Il Fatto Quotidiano.
Chi sta vincendo la guerra che il governo Meloni, e in particolare il ministro
dell’Interno Matteo Piantedosi, ha dichiarato al soccorso civile in mare?
Risultati, conseguenze? Domandarselo è d’obbligo visti i 36 fermi amministrativi
imposti alle navi umanitarie da inizio 2023, quando il decreto Piantedosi aprì
la strada ai blocchi motivati da un salvataggio di troppo, dalla disobbedienza
alla guardia costiera libica o dallo sbarcato delle persone soccorse in un porto
diverso da quello assegnato. Come nel caso della ong Mediterranea Saving Humans,
la cui nave è rimasta bloccata dal 6 novembre a Porto Empedocle per non aver
diretto verso Livorno. Al contrario, Nave Mediterranea aveva sbarcato 92 persone
di cui 31 minori non accompagnati. Da qui i previsti 60 giorni di detenzione
amministrativa e la sanzione di 10 mila euro per comandante e armatore,
“nonostante il Medico di bordo e lo stesso CIRM Telemedicina, incaricato dalle
Autorità marittime, abbiano certificato che tutte le persone soccorse non erano
in grado di affrontare altri tre giorni di navigazione” e il Tribunale dei
Minorenni di Palermo avesse chiesto ai ministeri dell’Interno e dei Trasporti
“di far sbarcare i minori a Porto Empedocle”, aveva denunciato la ong. Come già
in altri casi, il fermo è stato sospeso, stavolta dal Tribunale di Agrigento.
“Decreto Piantedosi illegittimo”, commenta la ong. “C’è una strategia illegale
del governo che mira a confiscare la nostra nave di soccorso. Ma ancora una
volta viene sconfitta davanti a un giudice”. Sconfitta?
Fuori una, dentro l’altra – Meloni e Piantedosi non demordono. “La nave di
soccorso Humanity 1 è stata sequestrata dalle autorità italiane per essersi
rifiutata di comunicare con il centro di coordinamento dei soccorsi libici”, ha
appena comunicato Justice Fleet, la coalizione di 13 ong annunciata il 5
novembre 2025 per coordinare i soccorsi e opporsi alla collaborazione con il
centro di coordinamento dei soccorsi di Tripoli che il decreto Piantedosi
impone. A un mese dall’iniziativa, ecco la risposta del governo, un altro
sequestro. Nonostante “tre volte, nelle ultime settimane, le milizie della
cosiddetta guardia costiera libica hanno sparato contro le navi di soccorso”,
ricorda la coalizione. In base al decreto, le navi sono costrette a comunicare
le loro posizioni operative alle milizie. “Non ci faremo costringere a rivelare
le nostre posizioni operative a milizie armate finanziate dall’UE che sparano
contro persone in cerca di protezione e contro i nostri team di soccorso”, è
quanto ribatte Justice Fleet in un comunicato.
Chi sta vincendo la guerra alle ong? – Dichiarazioni a parte, dal varo del
decreto Piantedosi i fermi sono a quota 36 – il conto è del direttore del
DataLab dell’Ispi, Matteo Villa –, e corrispondono a oltre 800 giorni, per una
media di 24 giorni a nave. Giorni in cui il soccorso civile non è dove vorrebbe
essere. Questiona finite anche davanti alla Corte costituzionale, che pur
rinviando le decisioni ai giudici di merito, ha stabilito che “nessuna sanzione,
in definitiva, si può irrogare quando l’osservanza del precetto si ponga in
contrasto con i principi sovraordinati”, coerentemente con quanto già detto
quattro volte dalla Cassazione, e cioè che nessuno può essere sanzionato per non
aver collaborato al rientro dei migranti in Libia, Paese che tra l’altro non può
offrire alcun “luogo di sbarco sicuro”, elemento essenziale per completare
un’operazione di soccorso. La Consulta ha infatti ribadito che “non è vincolante
un ordine che conduca a violare il primario ordine di salvataggio della vita
umana e che sia idoneo a metterla a repentaglio e non ne può essere sanzionata
l’inosservanza”. Chissenefrega, dice l’ennesimo fermo. E poco importa se verrà
sospeso o annullato, come nei 12 casi in cui un giudice è intervenuto prima
della fine del provvedimento. E non perché siano stati raggiungi grandi
risultati: le ong hanno infatti soccorso solo l’11% dei migranti sbarcati nel
2025, un dato che arrivava appena al 15% nell’anno precedente al decreto
Piantedosi. Ciò che importa è la comunicazione politica, che il messaggio della
guerra alle ong sia passato. Ed è passato.
Chi sta perdendo la guerra alle ong? – C’è poi la pratica, altrettanto efficace,
di assegnare porti lontani. Nel caso di Mediterranea, quello di Livorno
significava quattro giorni di navigazione in più. Rafforzata dal decreto
Piantedosi, la pratica ha infatti limitato ulteriormente la capacità di
intervento delle ong. SOS Humanity ha calcolato 760 giorni di navigazione in più
per raggiungere i porti assegnati dal governo. A conti fatti, le vittorie in
tribunale non equivalgono certo ad aver vinto la guerra. Che invece fa
proseliti, almeno a sentire Piantedosi. Dopo il Consiglio Ue dell’8 dicembre, il
ministro ha fatto sapere che con la Germania “abbiamo condiviso un nuovo
approccio verso le ONG, che abbiamo convenuto costituire spesso un fattore di
pull factor per i flussi migratori irregolari”. Il “fattore di attrazione” è
stato sempre smentito dalle analisi dei flussi ma, ancora una volta, a chi
importa? Non alle 1.184 persone morte o disperse nel Mediterraneo centrale da
inizio 2025. Nel 2024 la nave Geo Barents di Medici senza Frontiere aveva già
dimezzato i salvataggi rispetto al 2023. Mentre ad aumentare sono state le
persone intercettate e riportate indietro, soprattutto dai libici. Il diverso
approccio nei soccorsi, quando non si tratta addirittura di disimpegno,
l’assegnazione di porti lontani, i fermi e le limitazioni alla possibilità di
salvataggi multipli ha oggettivamente limitato l’attività delle organizzazioni
umanitarie, che considerano i dispersi o la maggior parte di questi, casi di
mancati soccorsi. Basandosi su quelli effettuati in mare nel 2024, Sos
Mediterranée ha calcolato di aver salvato una media di 30 persone al giorno. Non
è statistica, solo un ordine di grandezza su cui ragionare a fronte dei 760
giorni di navigazione in più e degli oltre 800 di fermo imposti dal governo
Meloni. Difficile dire quante siano le vittime dirette di queste scelte. Ma
molto più difficile sarebbe negare che ce ne siano.
L'articolo Il giudice libera la nave di Mediterranea, il governo ne ferma
un’altra. Chi sta vincendo la guerra alle ong? proviene da Il Fatto Quotidiano.