Il messaggio lanciato da Fabio Panetta al congresso Assiom Forex merita di
essere letto per quello che è: non un invito a “prestare a chiunque”, ma un
avvertimento contro una deriva ben conosciuta del credito bancario italiano,
cioè la selezione del rischio che si trasforma in eccesso di cautela,
soprattutto verso le imprese minori. In sintesi, il passaggio chiave: banche
solide, ma senza penalizzare iniziative imprenditoriali con prospettive valide.
Nel testo ufficiale, Panetta è ancora più preciso. Dice tre cose insieme: 1) il
sostegno creditizio si è rafforzato, 2) i tassi sui prestiti alle imprese sono
scesi di circa due punti percentuali dal picco del 2023, 3) la ripresa dei
prestiti riguarda le aziende più solide, mentre quelle con merito creditizio più
basso continuano a registrare una riduzione dei finanziamenti. E qui arriva il
punto politico-economico: la capacità di selezionare i debitori è positiva, ma
non deve tradursi in “eccessiva cautela”.
Traduzione, in termini di economia reale: se il credito riparte solo per chi è
già forte, il sistema bancario non accompagna la trasformazione produttiva, la
fotografa. E un Paese come l’Italia, che ha una base imprenditoriale fatta di
Pmi e filiere, non può permettersi una finanza che finanzia soltanto chi ha già
bilanci perfetti, collaterale abbondante e rating comodo. Panetta collega
esplicitamente la funzione delle banche al sostegno a investimenti, innovazione
e diffusione delle tecnologie digitali, cioè ai driver della produttività che
lui stesso indica come necessari per evitare una crescita debole fondata su
occupazione e salari bassi.
Il problema, però, non è solo “se” il credito viene concesso. È anche “a che
prezzo”. Ed è qui che la storia recente delle Pmi italiane torna centrale. La
Relazione annuale della Banca d’Italia segnala che le piccole imprese non hanno
beneficiato allo stesso modo del calo dei tassi e che il differenziale nel costo
dei prestiti tra microimprese e grandi società si è ampliato. Nello stesso
documento, Bankitalia ricorda che la contrazione del credito è stata più intensa
per le imprese piccole (-6,8% nel 2024) rispetto alle medio-grandi (-1,8%) e che
questa dinamica si inserisce in una tendenza iniziata dopo la crisi dei debiti
sovrani, solo temporaneamente interrotta durante la pandemia.
I dati sui tassi confermano la segmentazione. Nelle statistiche “Banche e
moneta”, la Banca d’Italia continua a rilevare tassi distinti per prestiti fino
a 1 milione di euro e oltre 1 milione, una proxy imperfetta ma utile per leggere
la frattura tra credito “piccolo” e credito “grande”. Nel dato medio 2024, i
nuovi prestiti fino a 1 milione risultano al 5,70% contro il 5,03% dei prestiti
oltre 1 milione (spread di 0,67 punti). A marzo 2025 il divario resta elevato:
4,48% contro 3,63% (0,85 punti); ad aprile 2025 (dato provvisorio), 4,30% contro
3,47% (0,83 punti). In sintesi: i tassi scendono, ma non scendono allo stesso
modo per tutti.
È esattamente questo il rischio implicito nel richiamo di Panetta. Nei periodi
di tassi in discesa o stabili, la narrazione ufficiale tende a concentrarsi sul
“calo del costo del denaro”. Ma per molte Pmi il problema resta doppio: accesso
selettivo e prezzo penalizzante. Le banche, per contenere il rischio di credito,
possono mantenere spread elevati, irrigidire garanzie, aumentare il peso delle
condizioni accessorie o restringere di fatto la platea dei finanziabili. Tutto
razionale dal punto di vista microprudenziale. Meno razionale, però, se il
risultato macroeconomico è rallentare investimenti produttivi proprio quando il
Paese avrebbe bisogno di accelerarli.
Il punto non è negare il rischio. Panetta non lo fa, e sarebbe assurdo
pretendere il contrario. Il punto è evitare che “prudenza” diventi una formula
elegante per finanziare quasi solo i debitori già forti, scaricando sulle Pmi
innovative ma meno patrimonializzate il costo pieno delle asimmetrie
informative. La stessa Banca d’Italia osserva che strumenti migliori di
selezione e monitoraggio possono ampliare il credito alle piccole imprese
innovative e persino ridurne i tassi medi, quando il merito viene misurato
meglio e non solo garantito di più.
Se il richiamo del Governatore vuole avere effetti reali, la verifica non sarà
nei comunicati, ma nei numeri dei prossimi trimestri: volumi erogati per classe
dimensionale, differenziale di tasso tra piccoli e grandi prestiti, condizioni
di garanzia agevolate, e quota di credito destinata a investimenti in
innovazione.
Il resto è la solita liturgia bancaria: dichiarazioni prudenti, margini difesi,
e Pmi invitate a innovare con il freno tirato. Perché certo, la trasformazione
digitale piace a tutti. Purché la finanzi qualcun altro.
L'articolo Panetta avverte le banche ma non sarà ascoltato! La selezione del
rischio non diventi credito negato alle Pmi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Allarme della Banca d’Italia sulla diffusione in rete di immagini, video e
articoli falsi che utilizzano indebitamente il nome e l’immagine del Governatore
Fabio Panetta. Presentandolo, “in modo del tutto artefatto”, fa sapere via
Nazionale, come partecipante a note trasmissioni televisive o ad altri contesti
mediatici, talvolta associati alla promozione di piattaforme di investimento e
verosimilmente finalizzati a truffe. Contenuti realizzati anche usando
l’intelligenza artificiale (deepfake). Nessuno di questi contenuti, avvertono da
via Nazionale, corrisponde alla realtà.
La Banca d’Italia ha già presentato denuncia all’Autorità giudiziaria per
tutelare il pubblico da possibili inganni e salvaguardare le proprie ragioni e
l’immagine del Governatore. Nel caso in cui si dovessero visualizzare tali
materiali, si raccomanda di diffidare del messaggio divulgato, non dare seguito
ad alcuna richiesta eventualmente formulata ed evitare la condivisione dei
contenuti stessi.
L'articolo Bankitalia: “Attenzione alle truffe online con l’uso illecito di nome
e immagine del governatore Panetta” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Un modello di crescita” dell’economia ialiana “fondato sull’epansione
dell’occupazione e dei salari contenuti non è sostenibile”, “alla luce delle
tendenze demografiche”. Getta acqua sul fuoco dell’ottimismo il governatore
della Banca d’Italia, Fabio Panetta, nel suo intervento all’Assiom Forex: i
progressi del Pil degli ultimi anni “non vanno sottovalutati”, ma “non sono
sufficienti a colmare le carenze strutturali” né a garantire un “ritorno stabile
su un sentiero di crescita duratura”, dice. Panetta ha quindi sottolineato come
“senza un deciso aumento della produttività, lo sviluppo rischia di arrestarsi”.
L'articolo Il governatore della Banca d’Italia gela gli entusiasmi, senza un
cambio di passo siamo fermi: “Progressi del Pil insufficienti” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Nuovo record annuale per il debito pubblico italiano: a fine 2025, stando alle
stime della Banca d’Italia, ha toccato il nuovo quota 3.095,5 miliardi di euro,
quasi 129 in più rispetto ai 2.966,9 miliardi dell’anno precedente. Si tratta
del dato annuale più alto mai registrato, anche se a ottobre 2025 era stato
registrato un picco superiore, di 3.130,9 miliardi. L’aumento è stato
principalmente dovuto al fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, che ha
raggiunto i 109,2 miliardi di euro. Un altro fattore rilevante è stato
l’incremento delle disponibilità liquide del Tesoro, salite a 52,4 miliardi
(+14,7 miliardi rispetto al 2024), oltre all’effetto degli scarti e dei premi
all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati
all’inflazione e della variazione del cambio, che hanno contribuito per un
totale di 4,6 miliardi.
“L’esperienza del 2021 ci insegna che non basta avere un avanzo primario per
essere salvi, se dipendi dai mercati per collocare milioni di debito in
scadenza”, commenta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale
Consumatori, parlando di “annata da dimenticare” perché, fatta eccezione per il
mese di gennaio, il debito ha costantemente superato la soglia dei 3.000
miliardi. Pari a oltre 52mila miliardi a testa.
Intanto dalla pubblicazione su fabbisogno e debito di via Nazionale emerge anche
che nel 2025 le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono
state pari a 614,226 miliardi di euro, in aumento del 3,51% rispetto a quelle
contabilizzate nel 2024 (593,380).
L'articolo Nel 2025 nuovo record per il debito pubblico: sale a 3.095 miliardi,
+129 sull’anno prima proviene da Il Fatto Quotidiano.
La stampa ha dato un certo risalto alla lezione magistrale del governatore di
Bankitalia, Fabio Panetta. Il tema svolto nel discorso inaugurale all’Università
di Messina era molto impegnativo, anche se piuttosto tradizionale, Investire nel
futuro: giovani, innovazione e capitale umano. Nel leggere le riflessioni del
Governatore ho provato però un senso di delusione.
In primo luogo, perché Panetta si è limitato a evidenziare problemi ben noti,
senza alcuna nuova proposta. Inoltre, ha dato una lettura abbastanza
tradizionale del tema che probabilmente andrebbe un po’ aggiornata.
Nella prima sezione il Governatore ha messo in evidenza che il problema numero
uno per l’Italia è la bassa produttività economica che ristagna, addirittura da
un quarto di secolo. Di conseguenza, dal 2000 i salari in Italia sono rimasti
fermi, mentre ad esempio in Germania sono cresciuti del 21%. Il Governatore non
è passato poi ad esaminare, come auspicabile, le cause di questo palese declino
economico, ma si è limitato a osservare che negli ultimi anni i salari sono
stati tenuti a galla dalla politica fiscale, cioè dal debito pubblico e dalla
politica.
Un tempo i Governatori temevano il debito pubblico come la peste, ora invece si
complimentano per i suoi effetti con un cambiamento netto di opinione, anche se,
ovviamente, questi effetti non possono che essere effimeri.
Se è vero che l’innovazione richiede un’ampia disponibilità di capitale umano,
sia pratico che teorico, le riflessioni del Governatore non hanno offerto molti
spunti nuovi di analisi, né dal lato dell’offerta e nemmeno dal lato della
domanda.
Dal lato dell’offerta, segnalare che lo Stato italiano spende poco per la
ricerca è un fatto noto e arcinoto. La circostanza nuova è che oggi il
baricentro della ricerca di punta si sta spostando dal pubblico al privato.
L’innovazione nei campi nevralgici dell’economia, come quello medico o
informatico, è finanziata da giganteschi quasi-monopoli privati.
La privatizzazione delle spese per la ricerca e sviluppo è la nuova dimensione
dell’innovazione. Una privatizzazione peraltro anomala, e potremmo parlare di
una privatizzazione parassitaria perché golosa di risorse pubbliche. Le grandi
aziende che innovano sono pesantemente sostenute dalla finanza pubblica, in
primo luogo attraverso i sussidi e i crediti d’imposta che vengono generosamente
concessi. Lo Stato poi rinuncia anche agli introiti fiscali, visto che le
multinazionali dell’innovazione hanno sede nei paradisi fiscali, o godono di
molte scappatoie.
Ma su questo processo di privatizzazione dell’innovazione sostenuta con i soldi
pubblici il governatore non ha speso una parola, come se fossimo ancora negli
anni Sessanta del citato premio Nobel, l’economista Theodore Shultz. Da allora
il mondo dell’innovazione che spinge la crescita economica è cambiato. Se oggi
l’avventura spaziale è guidata, a spese nostre, da un miliardario e non dalla
Nasa, una differenza, e non in positivo, ci deve pur essere.
Guardando il lato della domanda, anche il Governatore non ha potuto fare a meno
di notare che il rendimento della laurea è notevolmente diminuito nei decenni.
Gli economisti chiamato il reddito aggiuntivo degli studi come il “premio”
dell’istruzione. Questo premio si è ridotto nel tempo per tante ragioni, ma
soprattutto perché è aumentato, in proporzione, il numero dei laureati.
L’aumento dell’offerta ne ha inevitabilmente fatto scendere il valore.
Oggi la laurea, in generale, è condizione necessaria, ma non sufficiente per
raggiungere una buona posizione economica. Sulle statistiche dei laureati, poi,
bisognerebbe trovare un accordo. I laureati in Italia sono in percentuale minore
semplicemente perché altri Paesi, come ad esempio Francia e Spagna, hanno
disegnato dei precorsi di formazione post-diploma biennali che statisticamente
rientrano nell’educazione terziaria, e quindi di tipo universitario, ma lauree
in senso tradizionale non sono. E’ quello che Valditara sta malamente copiando
anche da noi con scarsissimo successo.
Se poi, alla fine, alcuni laureati vanno all’estero, la risposta è già data
dalla stagnazione dei salari e dovrebbe essere, però, anche un motivo d’orgoglio
perché vuol dire che la formazione in Italia è di buon livello.
Anche le brevi conclusioni finali sono da anni Sessanta, con l’invito agli Stati
di spendere di più in istruzione, e agli individui di accumulare più capitale
umano. Servirà questo vago richiamo a fare di più in questo campo per rilanciare
la produttività italiana, trattenere i giovani laureati e avvicinarsi alla
frontiera dell’innovazione?
Dal responsabile della Banca d’Italia era lecito aspettarsi qualcosa di più
incalzante. Senza nuove idee e proposte audaci è difficile uscire dal circolo
vizioso di scarsa innovazione e conseguente modesta produttività nel quale siamo
intrappolati da decenni. Probabilmente il Governatore ha perso un’occasione per
strigliare una classe politica che considera, ancora nel 2026, la spesa per
l’istruzione più un costo che un’essenziale risorsa produttiva.
L'articolo Perché considero la lectio magistralis di Panetta (Bankitalia)
all’Università di Messina un’occasione persa proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Italia, le risorse pubbliche destinate all’istruzione sono meno del 4% del
PIL, quasi un punto in meno della media dell’Unione europea e il livello più
basso tra le principali economie dell’area dell’euro: la metà di questo divario
è a carico della formazione Universitaria, dove la spesa pubblica per studente è
significativamente inferiore a quella destinata alla scuola superiore. “Negli
altri paesi, al contrario, l’investimento per studente cresce con il livello di
istruzione”.
IL FOCUS DEL GOVERNATORE BANKITALIA
Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha avviato così la sua
analisi sulle condizioni dell’università italiana durante la cerimonia di
inaugurazione dell’anno accademico 2025-26 dell’università di Messina (a pochi
giorni dall’uccisione in Iran dello studente iraniano Yasin Miurzaei, 31 anni,
che frequentava proprio questo ateneo). Il focus: i giovani che lasciano
l’Italia, complice il disinvestimento- economico e umano – sull’istruzione
universitaria.
VALORIZZARE GLI ATENEI
“Metà del divario di spesa rispetto al resto della UE – spiega infatti Panetta,
che ne auspica un adeguamento – riflette il minore investimento nell’istruzione
universitaria”. L’adeguamento, dice, rafforzerebbe “la qualità del sistema,
valorizzando le elevate competenze già presenti negli atenei, potenziando il
trasferimento tecnologico e creando condizioni più favorevoli allo sviluppo di
imprese innovative e all’attrazione di ricercatori e docenti di profilo
internazionale”.
PRECARIETÀ E TAGLI
In Italia, come già raccontato dal Fatto al il sistema universitario pullula di
precari, aumentati anche a causa dell’utilizzo di contratti legati ai progetti
del Pnrr. La stabilizzazione è una chimera: basti pensare che il finanziamento
previsto nella legge di bilancio, che scarica sulle università statali la
responsabilità di assunzione delle migliaia di ricercatori precari, potrebbe non
permettere agli atenei neanche di stabilizzare i soli 1.600 ricercatori
“coperti” sui 4.500 individuati dal Governo stesso o, addirittura, sugli oltre
20 mila stimati dai sindacati in un conteggio che considera tutte le forme di
contratti a tempo determinato su cui si appoggiano l’università italiana e i
centri di ricerca. Eppure, dice Panetta, “investire in istruzione, ricerca e
formazione significa investire a un tempo nelle potenzialità del Paese e nelle
aspirazioni dei singoli: nella capacità dei giovani di scegliere, di crescere,
di contribuire a un’economia più dinamica e a una società più giusta”.
LA FUGA DAI SALARI CHE NON FA CRESCERE IL PAESE
In questo contesto, non è una sorpresa che i giovani laureati italiani
preferiscano andare all’estero: in Germania, rileva il governatore, guadagnano
in media l’80 per cento in più dei coetanei italiani mentre il differenziale
rispetto alla Francia è del 30 per cento. La fuga è a discapito della crescita
del Paese e a cui contribuisce il livello dell’Istruzione. “Formare i giovani è
un investimento ad alto rendimento per la società. Un’ampia letteratura teorica
indica che livelli più elevati di capitale umano accrescono il potenziale di
sviluppo di un’economia. Le evidenze empiriche confermano che i paesi in cui
l’istruzione della popolazione progredisce più rapidamente registrano tassi di
crescita più elevati”
NIENTE PROFESSIONISTI PER LE IMPRESE: MENO CRESCITA
Ed è proprio il basso rendimento della formazione universitaria in Italia a
spingere un numero crescente di giovani laureati a emigrare all’estero: “Un
fenomeno – dice Panetta – che interessa anche il Nord del Paese”. Circa un
decimo dei laureati se ne va, con incidenze più elevate tra ingegneri e
informatici “figure professionali per le quali le imprese italiane segnalano una
crescente carenza”. Una crescita stabile, deve infatti poggiare su un
innalzamento della produttività. “Ciò richiede investimenti in innovazione e
capitale umano, due ambiti in cui l’università svolge un ruolo centrale”. E
quando un’economia non dispone di professionalità adeguate “il progresso
tecnologico tende ad ampliare le disuguaglianze: i lavoratori con competenze più
elevate ne traggono beneficio, mentre quelli con livelli di istruzione più bassi
rischiano di rimanere indietro”.
LA NARRAZIONE DEL “VA TUTTO BENE”
Proprio su questi temi, si sviluppa il documento diffuso in queste ore dalla Flc
Cgil dal titolo “Precarietà, risorse, autonomia – Le mani sull’università” che
introduce la manifestazione nazionale che si svolgerà martedì 20 s a Napoli,
durante la quale interverrà la segretaria Gianna Fracassi. “La narrazione
ufficiale descrive un sistema universitario italiano prospero, con atenei
riempiti di soldi come mai prima d’ora – si legge – un Fondo di Finanziamento
Ordinario che per la prima volta ha superato i 9,4 miliardi di euro,
Dipartimenti e strutture inondate dai fondi del PNRR, oltre 10 miliardi di euro
accantonati sui conti degli atenei, un nuovo Fondo di Programmazione della
Ricerca con relativo programma triennale, la capacità di competere sulla scena
globale”. Eppure, scavando emerge una realtà diametralmente opposta. “A quindici
anni dalla riforma Gelmini, l’università pubblica italiana non si trova
semplicemente in una fase di stagnazione, ma sta vivendo una mutazione genetica
indotta da scelte politiche precise: il definanziamento strutturale, la
precarizzazione come metodo di gestione e la mercificazione dei titoli di
studio. Sulle risorse si è ricorso ad un gioco delle tre carte finanziario”
I FONDI TAGLIATI
Nel 2024, spiega il sindacato, il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) ha
subito un taglio effettivo di oltre 500 milioni di euro, sebbene nominalmente la
riduzione appaia minore, mettendo sostanzialmente a carico degli atenei la quota
più significativa del cosiddetto Piano straordinario Messa (340 milioni di euro,
per quell’anno). Nel 2025 si sono solo recuperate queste ultime risorse,
lasciando un taglio di oltre 200 milioni di euro rispetto quanto era
precedentemente previsto. “Per la prima volta da anni le risorse diminuiscono
proprio mentre i costi fissi esplodono, in particolare gli adeguamenti
stipendiali e le spese legate all’inflazione, mangiandosi ogni margine di
manovra. L’inflazione cumulata tra 2022 e 2024, infatti, è di oltre il 18%” si
legge. Nel 2024 sono poi scattati gli aumenti contrattuali e quelli legati
all’adeguamento ISTAT, che hanno comportato una spesa aggiuntiva di circa 300
milioni di euro per gli atenei. “Tuttavia, lo Stato non ha fornito risorse
aggiuntive per coprire questi costi, costringendo le università ad attingere a
un FFO già decurtato”. Lo stesso succederà nel 2026 e 2027 “tra l’altro
largamente al di sotto della perdita del potere d’acquisto, del personale TAB e
del personale docente e ricercatore”.
L'articolo L’analisi di Panetta (Banca d’Italia) sull’Università: “Sotto
finanziata, così i giovani vanno all’estero”. Martedì 20 manifestazione
nazionale della Flc Cgil proviene da Il Fatto Quotidiano.
È possibile risolvere il problema dell’oro della Patria con una sottospecie di
sillogismo? Pensiamo al celebre fondamento della logica aristotelica: tutti gli
uomini sono mortali, Socrate è un uomo, ergo Socrate è mortale. Nel caso
dell’oro potrebbe funzionare così: la Banca d’Italia possiede l’oro, l’Italia
possiede la Banca d’Italia, ergo l’Italia possiede l’oro. Potrebbe sembrare un
giochino, ma in realtà ha basi giuridiche molto più solide rispetto all’idea di
riportare a casa le riserve auree attraverso il sistema della cosiddetta
interpretazione autentica.
Infatti, l’interpretazione autentica consiste nel chiarimento del senso da
attribuire a una norma previgente (di dubbio contenuto) effettuato dallo stesso
legislatore che l’ha emanata. Sennonché, la proprietà di un bene non si acquista
con una legge siffatta, ma con una compravendita o con altro valido titolo
traslativo. La domanda giusta è: chi ha comprato l’oro italiano?
Le circa 2.450 tonnellate d’oro attualmente detenute dalla Banca d’Italia sono
state acquisite in un lunghissimo arco di tempo da un ente di diritto pubblico
(Bankitalia, appunto) le cui quote di partecipazione appartenevano, quantomeno
fino ai primi anni Novanta del secolo scorso, a enti pubblici.
Ora, secondo l’interpretazione classica, ma anche secondo la Direttiva CE 18/04,
l’ente di diritto pubblico è connotato dal fatto di soddisfare specificatamente
esigenze di interesse generale, aventi carattere non industriale o commerciale.
Non solo. Gran parte di quell’oro (il grosso dell’attuale “malloppo”: non meno
di 2.000 tonnellate) venne comprato, a partire dal 1951 e fino al 1960,
dall’Ufficio Italiano Cambi, un ente (poi soppresso) strumentale della Banca
d’Italia, ma che operava per conto e sotto la vigilanza del Ministero del
Tesoro.
Insomma, sia l’Ufficio Italiano Cambi che la Banca d’Italia hanno sempre agito
nell’interesse della collettività nazionale anche quando accumulavano oro nei
propri, o in altrui, caveau. Poi, però, come a tutti noto – pur restando
istituto di diritto pubblico per previsione normativa e statutaria – la Banca
d’Italia ha finito per essere “posseduta” pro quota da varie banche private
(oggi prevalentemente grandi gruppi bancari e assicurativi).
Ora, alla fatidica domanda (chi ha comprato quell’oro?), ragionando da
azzeccagarbugli, Via Nazionale potrebbe rispondere: l’ho comprato io, quindi è
mio. In effetti, il raro metallo è stato acquistato da enti di diritto pubblico,
cioè soggetti dotati di personalità giuridica, capaci di essere centri di
imputazione di diritti e doveri e quindi, tra l’altro, di acquistare la
proprietà di beni mobili e immobili. Da questo punto di vista, se l’oro è stato
acquistato dalla Banca d’Italia (o dall’Ufficio Italiano Cambi che poi lo ha
trasferito alla prima), non è azzardato sostenere che l’oro sia della Banca
d’Italia.
E allora come si fa? C’è una strada molto lineare, giuridicamente praticabile
anche alla luce del diritto europeo, e peraltro già sperimentata dal nostro
Paese: nazionalizzare la Banca d’Italia. Il percorso fu tentato con la legge n.
262 del 2005, che prevedeva, all’articolo 19, comma 10, nel giro di tre anni, il
ritorno in capo allo Stato o ad altri enti pubblici delle quote di
partecipazione della banca ancora possedute da privati. Nessuno si curò di dare
attuazione a quanto previsto da tale normativa. Anzi, il governo Letta, con
poche righe inserite nel decreto-legge n. 133 del 30 novembre 2013, abrogò la
riforma voluta da Tremonti.
Possiamo dunque affermare che un modo per risolvere una volta per tutte il rebus
sull’oro italiano esiste, ed è tornare alle origini: a quando cioè la Banca
d’Italia era “d’Italia” davvero, non solo di nome ma anche di fatto. Se la
nostra Banca centrale fosse ricondotta integralmente nell’alveo proprietà
pubblica, tutti i suoi beni e le sue proprietà, ivi compresi i lingotti di cui
oggi tanto si parla, resterebbero formalmente nella sua disponibilità ma
transiterebbero, quanto alla titolarità ultima, in capo allo Stato italiano.
Infine, la riforma con cui dirimere una volta per tutte la faccenda dell’oro non
sarebbe solo relativamente semplice (a condizione di salvaguardare
l’indipendenza funzionale della banca centrale, come richiesto dai trattati
europei), ma anche elegante e ineccepibile sotto il profilo del diritto italiano
ed europeo.
A meno che non si voglia obiettare che in questo modo si attribuirebbe l’oro a
un’autorità pubblica, con rischi per l’affidabilità, la credibilità e
l’indipendenza del famoso “sistema”. Obiezione risibile: perché mai gli attuali
soci privati della Banca d’Italia dovrebbero essere in grado di garantire
l’indipendenza e l’oculato impiego delle risorse auree italiane e lo Stato
italiano invece no? In realtà, come spesso accade, la morale della vicenda è
un’altra: si preferisce tenere i poteri pubblici – e cioè, in ultima analisi, i
cittadini da cui quei poteri traggono legittimazione – lontani dalle stanze dei
bottoni. Soprattutto quando quei bottoni sono d’oro.
www.francescocarraro.com
L'articolo Per risolvere il rebus sull’oro italiano torniamo alle origini: a
quando Bankitalia era davvero nostra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alla fine sarà soltanto una legge inutile che ha distratto parte dell’opinione
pubblica da una manovra che ancora si trascina in Parlamento. Parliamo
dell’emendamento alla legge di Bilancio sulla proprietà dell’oro di Bankitalia.
Una norma per dire che le riserve auree iscritte nel bilancio della Banca
d’Italia appartengono al popolo italiano. Ideona dei parlamentari di Fratelli
d’Italia, loro sì pagati a peso d’oro, sulla quale il ministero dell’Economia ha
dovuto rassicurare la presidente della Banca centrale europea, Christine
Lagarde, che davanti alla stampa non ha potuto non prendere la cosa sul serio e
dirsi preoccupata per le finalità poco chiare dell’emendamento e i rischi per
l’indipendenza della banca centrale sancita dai trattati dell’Ue. Le sarebbe
bastata una risata e invece, per settimane, è toccato inscenare un confronto
istituzionale. Il ministro Giancarlo Giorgetti ha dovuto addirittura inviarle
chiarimenti ufficiali per rassicurarla: che si tratta di una norma “simbolica”,
che nessuno si sogna di trasferire la gestione delle riserve auree o permetterne
la vendita per finanziare lo Stato.
Nonostante la manovra abbia dato ben altri pensieri alla maggioranza, il partito
della premier ha pensato bene di perdere altro tempo. Invece di ritirare
l’inutile emendamento ne ha modificato il testo per ribadire il rispetto delle
norme europee, con l’unico risultato di rendere chiaro a chiunque che non c’è
alcuna precettività: non introduce obblighi, divieti o poteri. Insomma, aria
fritta. Incredibile ma vero, il capogruppo di FdI al Senato, Lucio Malan, è
riuscito a dirsi soddisfatto per l’esito della “storica battaglia”: “Abbiamo
posto il tema in Parlamento fin dal 2014 con un’iniziativa di Giorgia Meloni. Se
ora questa battaglia, come sembra, si trasformerà in una legge dello Stato, non
potremo che essere molto soddisfatti”. L’idea dei fratelli d’Italia, infatti,
non è recente. Meloni ci aveva provato anche durante il primo governo Conte, con
una mozione che pretendeva anche il rimpatrio delle scorte depositate all’estero
per comodità contabile. Mozione respinta dalla maggioranza di Lega e Movimento 5
stelle perché ne avevano presentata una loro che chiedeva di “definire l’assetto
della proprietà delle riserve auree detenute dalla Banca d’Italia nel rispetto
della normativa europea” e di “acquisire le notizie” su quelle detenute
all’estero, oltre che sulle “modalità per l’eventuale loro rimpatrio”. Oggi il
M5s parla di “inutile dibattito sull’“oro degli italiani””. Meglio tardi che
mai.
Inutile perché il Trattato sul funzionamento dell’Ue vieta il finanziamento
diretto allo Stato da parte di Bce e banche centrali nazionali, e sancisce
l’indipendenza di queste dagli Stati membri dell’Unione. Indipendenza che
riguarda anche la gestione delle riserve auree, anche se sono iscritte
contabilmente come bene dello Stato. Per essere ancora più chiari, non è
consentito “prelevare” oro per coprire spese, debito o politiche pubbliche.
Cos’è che Meloni e Salvini non capiscono? Il problema è che i testi normativi
europei, il Trattato sul funzionamento dell’Ue ma anche lo statuto del Sistema
Europeo di Banche Centrali, parlano solo della gestione operativa di queste
riserve. Al contrario, le norme Ue non parlano esplicitamente di “proprietari”.
Così la questione della proprietà formale rimane dibattuta e, in tempi di
sovranismo, inutilmente riscoperta. Tanto rumore per nulla e il nulla, alla
fine, è scritto così: “Fermo restando quanto previsto dagli articoli 123, 127 e
130 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, il secondo comma
dell’articolo 4 del testo unico delle norme di legge in materia valutaria, di
cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 marzo 1988, n. 148, si
interpreta nel senso che le riserve auree gestite e detenute dalla Banca
d’Italia, come iscritte nel proprio bilancio, appartengono al Popolo Italiano”.
Maiuscole comprese, è questa la riformulazione dell’emendamento presentata da
Giorgetti in commissione Bilancio al Senato. ”Siamo a posto: riteniamo che la
questione si possa ritenere chiusa”, ha detto il ministro. Era ora.
L'articolo Oro di Bankitalia, Giorgetti chiude la sceneggiata di FdI. Ecco come
ha riscritto la norma, che resta inutile proviene da Il Fatto Quotidiano.