“Fico vara il salario minimo” titola in prima pagina il 27 gennaio il Corriere
del Mezzogiorno. Stesso giorno, stesso concetto per Repubblica Napoli, sempre in
prima: “Fico, primo atto: la Regione vara il salario minimo di 9 euro lordi
l’ora”. Chiude Il Mattino, il principale quotidiano della città di Napoli:
“Fico: chi lavora con la Regione deve applicare il salario minimo”.
Mentre leggevo questi titoli la mia mente andava a Luca (nome di fantasia, ma
storia vera, verissima): lavoratore in appalto nei Centri per l’Impiego della
Regione Campania a 6,60€ lordi l’ora. Una paga da fame, che rende complicato
arrivare a fine mese, figurarsi costruire una prospettiva di vita. L’orizzonte
temporale di Luca è l’oggi, il domani è un lusso cui non può nemmeno pensare. Un
carpe diem come ricetta della sopravvivenza, non di una impossibile felicità.
Penso a Luca e immagino la sua reazione a questi titoli: finalmente, forse,
qualcosa cambia. 9€ significherebbero 2,40€ in più all’ora, centinaia di euro al
mese. Non una bandierina ideologica, ma una differenza concreta, materiale.
Peccato che quella speranza rischi di trasformarsi presto in disillusione.
Perché nella proposta di legge della giunta Fico di salario minimo vero e
proprio pare non ci sia traccia. In attesa di leggere il dettato della proposta
di legge, lo ammette lo stesso comunicato stampa n. 34 del 26 gennaio della
Regione Campania, che già dal titolo è chiaro, assai più dei giornali: “La
Campania introduce il criterio premiale della retribuzione minima negli appalti
regionali”.
Tradotto: nessun obbligo per le aziende di pagare almeno 9€ l’ora. Tradotto in
parole ancor più povere: nessuna garanzia per i lavoratori di vedere aumenti di
stipendio. La proposta della giunta Fico prevede solo punti in più nei bandi per
le imprese che decideranno, liberamente, di riconoscere la cifra di 9€ l’ora. E
quelle che invece non lo faranno? Potranno comunque partecipare alle gare. E,
quindi, vincerle pure. Continuando magari a pagare 6,60€ l’ora.
Morale della favola? A Luca – e alle migliaia di lavoratori e lavoratrici in
appalto come lui – questa proposta non garantisce un aumento reale dei salari.
Non garantisce il rispetto dell’articolo 36 della Costituzione, che parla di
diritto del lavoratore e della lavoratrice a una retribuzione “sufficiente ad
assicurare sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Cosa garantisce
quindi? Titoli di giornale.
Ed è qui che emerge una delle malattie croniche della nostra classe dirigente:
l’“annuncite”. L’annuncio roboante alla ricerca del titolone,
l’autocompiacimento in una narrazione autocelebrativa. Una politica che funziona
come rappresentazione mediatica, ma che fatica tremendamente a incidere sulle
condizioni materiali di vita delle persone.
La distanza tra annunci e realtà non è neutra. Produce disillusione,
rassegnazione, sfiducia. Il mix tossico che, a sua volta, è miccia di un
fenomeno che caratterizza la “questione meridionale” anche nel XXI secolo:
l’emigrazione. Il Rapporto Svimez 2025 evidenzia che tra 2022 e 2024 in media
175mila giovani meridionali tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato la propria
Regione o l’Italia. 48mila sono campani. Non si scappa solo quando il presente è
insopportabile, magari a causa di salari da fame, ma soprattutto quando si fa
fatica a vedere o anche solo immaginare qui un futuro.
Durante la campagna per le Regionali 2025, come Campania Popolare, avevamo
indicato con chiarezza una priorità: un salario minimo di almeno 10 euro l’ora.
Non per ideologia, ma perché, nel Paese dai bassi salari che è l’Italia, la
Campania fa anche peggio: come riconosce lo stesso Fico, le retribuzioni medie
sono inferiori del 26% rispetto alla media nazionale. L’introduzione di un
salario minimo avrebbe un duplice significato: una misura economica in grado di
migliorare concretamente la vita di tanti; ma anche una misura simbolo (perché
qui nessuno disconosce l’importanza dei simboli), un segnale politico capace di
indicare l’avvio di un deciso cambio di rotta. Una rottura con la stagione dei
salari da fame, degli appalti al massimo ribasso, della competizione sulla pelle
dei lavoratori.
Ma per assolvere queste funzioni, il salario minimo deve essere inderogabile.
Non un criterio premiale, non un invito gentile alle imprese, ma un obbligo.
Oggi sarebbe assurdo pensare che a una gara pubblica possa partecipare
un’azienda colpita da interdittiva antimafia. Allo stesso modo dobbiamo
cominciare a ritenere assurdo che a quelle stesse gare pubbliche possano
partecipare imprese che offrono salari da fame.
Purtroppo con la proposta di legge regionale della Giunta Fico siamo ancora una
volta sul terreno della politica come rappresentazione. Una politica che produce
titoli, ma non diritti. Che accende speranze, che rischiano poi di sciogliersi
come neve al sole. Contribuendo così ad allargare il fossato tra rappresentanti
e rappresentati. Ai troppi Luca non servono titoli roboanti. Servono i soldi in
busta paga. Servono leggi che stiano dalla sua parte. Serve una politica che
smetta di essere mera narrazione e inizi a trasformare davvero la vita della
maggioranza.
L'articolo Fico propone il salario minimo in Campania: perché temo che la
speranza si trasformi in disillusione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Salario Minimo
Stagnazione dei salari reali e aumento delle retribuzioni nominali lorde
incapace a compensare l’aumento dell’inflazione, in parte anche per la lentezza
dei rinnovi contrattuali (il tempo medio è di oltre due anni) e per gli anomali
livelli di crescita dei prezzi registrati nel biennio 2022-2023. È quanto emerge
dall’Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti in Italia,
appena presentata a Roma e realizzata dal Coordinamento generale Statistico
attuariale e dalla direzione centrale Studi e ricerche dell’Inps. Per i
dipendenti privati, dice il rapporto, la retribuzione annuale media è passata da
21.345 euro nel 2014 a 24.486 euro nel 2024, pari a un tasso di crescita del
14,7% sull’intero periodo, mentre la retribuzione annuale media dei dipendenti
pubblici è passata da 31.646 euro nel 2014 a 35.350 euro nel 2024, pari a un
tasso di crescita dell’11,7% sull’intero periodo, con un tasso inferiore a
quello dell’inflazione. Tenendo conto dell’inflazione all’8,1% nel 2022 e al
5,4% nel 2023, infatti, si riscontra un quadro di stagnazione generale. Se
invece si guarda solo alle retribuzioni contrattuali e non a quelle effettive
che tengono conto degli straordinari e non solo, tra il 2019 e il 2024 si è
registrato un gap tra aumento nominale dei salari e quello dei prezzi di oltre
nove punti.
Nel settore privato le donne continuano ad avere retribuzioni medie effettive
molto più basse di quelle degli uomini. “Si conferma – si legge – la forbice tra
le retribuzioni in base al genere. La retribuzione media annua delle donne,
infatti, è circa il 70% di quella degli uomini. Ad esempio, nel 2024 la
retribuzione media delle donne è di poco sotto i 20 mila euro (19.833 euro),
quella degli uomini quasi 28 mila euro, anche se rispetto al 2014 la
retribuzione media delle donne è cresciuta di più (+17,5%) di quella degli
uomini (+13,5%). Il gender pay gap è solo in parte spiegato dal minor numero di
giornate retribuite per le donne (240) rispetto agli uomini (251)”. Negli ultimi
due anni comunque, sottolinea l’Inps, si è assistito a una crescita delle
retribuzioni reali anche grazie alla bassa inflazione e al richiamato gap
temporale dei rinnovi contrattuali. Occorre infine tener presente che gli
incrementi salariali sono correlati alle dinamiche della produttività del lavoro
che nel nostro paese è condizionata da fattori strutturali quali la composizione
settoriale, la bassa innovazione tecnologica. Diverse le conclusioni se si
analizzano le retribuzioni nette, dopo l’intervento delle agevolazioni
contributive e fiscali, che per i redditi più bassi hanno consentito un recupero
maggiore rispetto all’inflazione fino a raggiungere, al livello mediano delle
retribuzioni, un recupero quasi completo. “Alcune misure di carattere fiscale o
contributivo hanno attutito questo effetto”, ma ”in questi anni non vi è stato
un recupero pieno e tantomeno un incremento del potere d’acquisto”, avverte
Roberto Ghiselli, presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps
(Civ).
“I salari non coprono l’aumento dell’inflazione. Le bugie del Governo Meloni
sono ancora una volta smascherate, questa volta dai dati INPS che ci riportano
un’immagine dell’Italia ben diversa da quella raccontata dalla Maggioranza”, ha
dichiarato Chiara Gribaudo, vicepresidente del Partito Democratico, dopo aver
partecipato al Convegno organizzato dal Civ a Roma. “Servono salario minimo,
politiche economiche serie, crescita e prospettive per i giovani, che
attualmente sono del tutto assenti”. Dura anche la senatrice Annamaria Furlan,
di Italia viva. “Il Governo parla di occupazione, ma non basta aumentare i
numeri: senza buona occupazione, senza qualità del lavoro e salari adeguati, il
lavoro non garantisce più una vita dignitosa”, aggiunge. “Così si impoverisce il
ceto medio e si indebolisce la coesione sociale. Servono politiche che rimettano
al centro il valore del lavoro, la contrattazione e la crescita dei salari
reali. Senza questo – conclude – non c’è sviluppo né futuro per il Paese”.
Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini: “Esiste una questione
salariale grande come una casa”, in più c’è “l’aumento della precarietà”, oltre
alla disparità tra uomini e donne e tra aree geografiche del paese. Tutte
distorsioni”. Per Pierpaolo Bombardieri, segretario generale Uil, “molto dipende
anche dalla lentezza con cui vengono rinnovati i contratti”. Landini lancia una
proposta: “C’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale dei salari
per il recupero certo dell’inflazione”. “Bisogna stimolare il rinnovo dei
contratti e trovare un sistema che si agganci in maniera automatica al rinnovo.
C’è una discussione che noi stiamo facendo con le nostre controparti, con
Confindustria e lo faremo nei prossimi giorni con con Confcommercio: se i
contratti non si rinnovano, i contributi dello Stato che vengono dati alle
aziende bisogna darli comunque? Bisogna iniziare a discutere di questo e di
quella che è ormai una epidemia di contratti pirata”, è la risposta di
Bombardieri. Disponibilità al confronto è arrivata da Confartigianato: “Siamo
disponibili ad aprire con il sindacato una fase nuova di rinnovi contrattuali”,
ha detto Riccardo Giovani, direttore Politiche sindacali e del lavoro.
L'articolo Salari stagnanti che non compensano l’inflazione: i dati Inps. E le
donne guadagnano il 30% in meno proviene da Il Fatto Quotidiano.
6,75€ lordi. È la miseria – chiamatela, se volete, paga oraria – con cui vengono
retribuiti gli undici lavoratori del servizio portineria della Regione Puglia.
Come loro, in tutta Italia, decine di migliaia. Portieri, vigilanti, addetti
alle pulizie, educatori, operatori sociosanitari e chi più ne ha più ne metta.
Lavoratori per il pubblico senza essere lavoratori pubblici; un esercito la cui
caratteristica comune è l’essere pagati con salari da fame.
Ora, però, per gli undici addetti al servizio portineria della Regione Puglia si
potrebbe aprire un capitolo nuovo. Il Governo Meloni, infatti, ha ricevuto uno
schiaffo in piena faccia con la decisione della Corte Costituzionale, pubblicata
in Gazzetta Ufficiale il 17 dicembre: la sentenza 188/2025 considera
inammissibile il ricorso con cui l’esecutivo impugnava la legge 30/2024 della
Regione Puglia e provava così a bloccare l’istituzione di un “salario minimo”
regionale.
D’ora in poi, invece, la legge 30/2024 – definitivamente valida – imporrà alle
imprese che parteciperanno ai bandi per appalti della Regione Puglia non solo
l’applicazione del contratto collettivo nazionale (Ccnl) indicato nella gara –
come da Codice Appalti del 2023 – ma anche il pagamento della soglia minima
oraria di 9€ lordi.
Oggi tace l’ultradestra; è raggiante, al contrario, il centrosinistra. Ma, più
che lo scontro politico, ciò che deve interessarci è la possibilità di
miglioramento concreto delle vite di migliaia e migliaia di uomini e donne.
La Corte Costituzionale, infatti, ribadisce nei fatti l’importanza di un campo
di battaglia che avevo evidenziato fin da quando l’opposizione di Meloni & Co.
all’introduzione di un salario minimo a livello nazionale si era dimostrata
irreversibile: gli enti locali.
Oggi Regioni, aziende sanitarie locali, aziende ospedaliere, agenzie regionali,
enti strumentali regionali, nonché i Comuni e le municipalizzate, sono tra i
principali “erogatori” di lavoro precario ma soprattutto miserrimo.
Da lì si può partire per imporre condizioni minime di dignità e iniziare ad
affrontare sul livello territoriale la più grande questione aperta da
quarant’anni a questa parte nel Belpaese: la questione salariale.
Perché i salari sono fermi. O, meglio, precipitati ancor più verso il basso in
questi anni: nella stragrande maggioranza dei settori i rinnovi contrattuali –
lì dove ci sono stati – non hanno tenuto il passo con l’aumento dei prezzi. Il
risultato è sotto gli occhi di tutti: potere d’acquisto crollato dell’8,8% tra
il 2021 e il 2025, con un picco del -10,2% al Sud. Di fronte al crollo dei
salari, il continuo richiamo del Governo Meloni sui record dell’occupazione –
dati veri, non fake news – lascia il tempo che trova. Perché se il lavoro
dev’essere lo strumento per potersi garantire una vita dignitosa, come prescrive
la stessa Costituzione all’articolo 36, troppe occupazioni oggi non ti
permettono nemmeno di sopravvivere.
Se però una rondine non fa primavera, altrettanto una legge regionale – o una
norma comunale – non fa il salario minimo. Perché abbiamo già visto titoloni di
giornale esaltare l’approvazione di un salario minimo comunale in diverse città
italiane (Firenze, Napoli, Genova, ecc.), per poi scoprire che alle parole – e
agli atti – non seguivano i fatti.
Come è accaduto nella Genova del nuovo idolo del centrosinistra, la sindaca
Salis: a luglio 2025 viene approvata una delibera che introduce il salario
minimo comunale di 9€ l’ora, una “misura concreta per fermare il lavoro povero
pagato con i soldi pubblici” (parole della sindaca Salis); tutto giusto, se non
fosse che poi, alla lettura di uno dei bandi pubblicati dopo l’approvazione
della delibera, si scopriva che alle imprese era permessa l’applicazione del
Ccnl floricoltori, che prevede anche paghe da poco più di 7€ l’ora.
La buona notizia è che la Corte Costituzionale ci conferma che un salario minimo
locale si può fare. Ma per trasformare la possibilità in realtà servono la
partecipazione e il protagonismo di lavoratori e lavoratrici.
In primo luogo per spingere per approvare delibere e leggi che lo introducano,
questo salario minimo. E magari più alto dei 9€ su cui verte la proposta del
centrosinistra, considerato che con la mega-inflazione di questi anni è una
cifra assai bassa. Nemmeno più i 10€ proposti come Potere al Popolo rischiano di
essere sufficienti, figuriamoci meno!
In secondo luogo, laddove le norme siano già state approvate, attraverso un
controllo popolare che porti a verificare che i nuovi bandi prevedano
effettivamente la soglia minima del salario minimo e non consentano scappatoie
alle imprese concorrenti.
Infine, utilizzando la mobilitazione ente per ente, Comune per Comune, Regione
per Regione, come percorso per costruire un blocco sociale e politico che ponga
la questione salariale in cima all’agenda del Paese. Perché dalla risposta a
questa questione si definirà il futuro del nostro Paese e della sua classe
lavoratrice.
L'articolo La Consulta conferma che un salario minimo locale si può fare: ora
serve la partecipazione dei lavoratori proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’obbligo di salario minimo di nove euro l’ora in tutti gli appalti
commissionati dalla Regione non è incostituzionale. Lo ha stabilito la Consulta
dando così il via libera alla normativa della Regione Puglia che ha introdotto
come criterio di selezione delle ditte che partecipano a gare di appalto
pubbliche quello della retribuzione oraria minima per i dipendenti delle imprese
che aspirano a vincere i bandi. Con la sentenza numero 188, depositata oggi
(martedì 16 dicembre), la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso del
governo dichiarando inammissibili le questioni di legittimità promosse dalla
presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Il governo – mentre la maggioranza ha sterilizzato le proposte delle opposizioni
con una delega in bianco all’esecutivo – ha provato a bloccare la norma
pugliese. La Presidenza del Consiglio, infatti, ha lamentato la violazione degli
articoli 36 e 39 della Costituzione, in quanto le disposizioni regionali
lederebbero l’autonomia della contrattazione collettiva nella fissazione delle
retribuzioni, nonché dell’articolo 117 che attribuisce allo Stato la competenza
esclusiva in materi. La Corte costituzionale non è entrata nel merito delle
obiezioni in quanto le disposizioni regionali oggetto di contestazione non
introducono un obbligo generalizzato di retribuzione minima che si imponga
direttamente a tutti i contratti di lavoro privato subordinato stipulati nel
territorio regionale, ma hanno un ambito di applicazione circoscritto alla sola
sfera degli appalti pubblici e delle concessioni affidati dalla Regione e dagli
enti strumentali. Le questioni, pertanto, sono state dichiarate inammissibili
perché, rispetto a ciascuno dei parametri evocati, non sono stati prospettati
profili attinenti ai beni e agli interessi di rango costituzionale che vengono
in gioco nello specifico ambito delle procedure di evidenza pubblica.
“Una vittoria importantissima” la definisce l’ex presidente uscente della
Regione, Michele Emiliano, che ricorda come la Puglia sia stata “la prima
Regione che ha tutelato le retribuzioni, in mancanza di qualsivoglia analoga
tutela da parte dello Stato”. Pochi mesi dopo la stessa norma è stata introdotta
dalla Toscana che ha approvato all’unanimità una mozione del M5s. E anche qui è
arrivata l’impugnazione della legge da parte del governo. Intanto però anche
altri enti locali hanno deliberato per il salario minimo a 9 euro l’ora, come i
comuni di Napoli, Milano Firenze e Livorno. Esulta anche il neo governatore
pugliese parlando di “un punto di partenza importante per restituire dignità ed
equità al lavoro di tantissime persone”. Antonio Decaro promette anche che “nei
prossimi anni sperimenteremo questa norma a partire dagli appalti regionali e
dalle concessioni affidate dalla Regione e dai suoi enti strumentali,
condividendo con tutti i soggetti del partenariato socio-economico gli effetti
di queste disposizioni, anche in vista di possibili estensioni“. “Perché un
lavoro giusto, che valorizza e gratifica chi lo svolge, è anche uno strumento di
forza e di competitività per le imprese”, conclude.
“La sentenza della Corte costituzionale dimostra ancora una volta come la
direzione intrapresa dal governo nei confronti del salario minimo sia sbagliata
e dannosa“, commenta il deputato M5S Leonardo Donno. “Auspico che Fratelli
d’Italia, Forza Italia e Lega prendano atto di questa sonora batosta e
riprendano la discussione sulla nostra proposta; una misura che abbiamo
presentato anche in altri comuni guidati dal Movimento 5 Stelle. Di fronte a 6
milioni di persone che guadagnano meno di mille euro al mese, e al 9 per cento
di lavoratori italiani full time in povertà assoluta, la maggioranza lasci da
parte una furia ideologica senza senso e prenda atto che il salario minimo è un
provvedimento che non può più attendere”, conclude il deputato M5s. Per Angelo
Bonelli, deputato di Avs e co-portavoce di Europa verde, questa è “una sconfitta
netta del cinismo egoista del governo davanti alla Corte costituzionale. Invece
di difendere i lavoratori dallo sfruttamento, Palazzo Chigi ha scelto di
schierarsi dalla parte di chi si arricchisce sottopagando chi lavora”. “Con
questo governo – conclude Bonelli – la povertà assoluta è aumentata fino a
coinvolgere oltre 6 milioni di persone. La sentenza della Consulta dimostra che
si può e si deve stare dalla parte di chi lavora, non di chi sfrutta. Con noi al
governo il salario minimo sarà legge“.
L'articolo Via libera al salario minimo negli appalti in Puglia. La Consulta
respinge il ricorso del governo Meloni contro la Regione proviene da Il Fatto
Quotidiano.