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Lavoratori sottopagati, salta dal decreto Pnrr lo scudo agli imprenditori: “Dubbi dagli uffici del Quirinale”
Il Consiglio dei ministri ha dato il via al nuovo decreto Pnrr. Salta però, secondo diverse fonti, lo scudo per gli imprenditori sui lavoratori sottopagati. La norma, come anticipato dal Fatto Quotidiano, compariva in diverse bozze e prevedeva che i lavoratori sottopagati perdessero il diritto di recuperare gli arretrati. La norma non sarebbe neanche arrivata in Cdm. Un dietrofront dovuto, secondo ambienti parlamentari della maggioranza, anche all’interlocuzione con gli uffici del Quirinale che avrebbero espresso dubbi tecnici sulla norma. “Giustizia è fatta”, hanno commentato i parlamentari del Movimento 5 stelle nelle commissioni Lavoro di Camera e Senato, esultando per lo stralcio della norma. “Sarebbe stato un colpo durissimo allo Stato di diritto e un premio all’illegalità – sottolineano – che il M5S ha contrastato fin dal primo momento, alzando le barricate. Per la terza volta, grazie alla nostra determinazione, il Governo è stato costretto a fare retromarcia”. Non era infatti la prima volta che il governo provava a inserire la norma: si trattava del terzo tentativo in sei mesi. L’articolo, che a luglio era stato presentato come l’emendamento Pogliese, dal nome del senatore di Fratelli d’Italia primo proponente, avrebbe penalizzato molto i lavoratori: se un’impresa, pur applicando il giusto contratto, veniva condanna perché paga stipendi inferiori alla soglia di povertà, il giudice poteva condannarla a pagare le differenze retributive solo per il periodo successivo alla lettera di diffida del lavoratore. L'articolo Lavoratori sottopagati, salta dal decreto Pnrr lo scudo agli imprenditori: “Dubbi dagli uffici del Quirinale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Salari stagnanti che non compensano l’inflazione: i dati Inps. E le donne guadagnano il 30% in meno
Stagnazione dei salari reali e aumento delle retribuzioni nominali lorde incapace a compensare l’aumento dell’inflazione, in parte anche per la lentezza dei rinnovi contrattuali (il tempo medio è di oltre due anni) e per gli anomali livelli di crescita dei prezzi registrati nel biennio 2022-2023. È quanto emerge dall’Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti in Italia, appena presentata a Roma e realizzata dal Coordinamento generale Statistico attuariale e dalla direzione centrale Studi e ricerche dell’Inps. Per i dipendenti privati, dice il rapporto, la retribuzione annuale media è passata da 21.345 euro nel 2014 a 24.486 euro nel 2024, pari a un tasso di crescita del 14,7% sull’intero periodo, mentre la retribuzione annuale media dei dipendenti pubblici è passata da 31.646 euro nel 2014 a 35.350 euro nel 2024, pari a un tasso di crescita dell’11,7% sull’intero periodo, con un tasso inferiore a quello dell’inflazione. Tenendo conto dell’inflazione all’8,1% nel 2022 e al 5,4% nel 2023, infatti, si riscontra un quadro di stagnazione generale. Se invece si guarda solo alle retribuzioni contrattuali e non a quelle effettive che tengono conto degli straordinari e non solo, tra il 2019 e il 2024 si è registrato un gap tra aumento nominale dei salari e quello dei prezzi di oltre nove punti. Nel settore privato le donne continuano ad avere retribuzioni medie effettive molto più basse di quelle degli uomini. “Si conferma – si legge – la forbice tra le retribuzioni in base al genere. La retribuzione media annua delle donne, infatti, è circa il 70% di quella degli uomini. Ad esempio, nel 2024 la retribuzione media delle donne è di poco sotto i 20 mila euro (19.833 euro), quella degli uomini quasi 28 mila euro, anche se rispetto al 2014 la retribuzione media delle donne è cresciuta di più (+17,5%) di quella degli uomini (+13,5%). Il gender pay gap è solo in parte spiegato dal minor numero di giornate retribuite per le donne (240) rispetto agli uomini (251)”. Negli ultimi due anni comunque, sottolinea l’Inps, si è assistito a una crescita delle retribuzioni reali anche grazie alla bassa inflazione e al richiamato gap temporale dei rinnovi contrattuali. Occorre infine tener presente che gli incrementi salariali sono correlati alle dinamiche della produttività del lavoro che nel nostro paese è condizionata da fattori strutturali quali la composizione settoriale, la bassa innovazione tecnologica. Diverse le conclusioni se si analizzano le retribuzioni nette, dopo l’intervento delle agevolazioni contributive e fiscali, che per i redditi più bassi hanno consentito un recupero maggiore rispetto all’inflazione fino a raggiungere, al livello mediano delle retribuzioni, un recupero quasi completo. “Alcune misure di carattere fiscale o contributivo hanno attutito questo effetto”, ma ”in questi anni non vi è stato un recupero pieno e tantomeno un incremento del potere d’acquisto”, avverte Roberto Ghiselli, presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps (Civ). “I salari non coprono l’aumento dell’inflazione. Le bugie del Governo Meloni sono ancora una volta smascherate, questa volta dai dati INPS che ci riportano un’immagine dell’Italia ben diversa da quella raccontata dalla Maggioranza”, ha dichiarato Chiara Gribaudo, vicepresidente del Partito Democratico, dopo aver partecipato al Convegno organizzato dal Civ a Roma. “Servono salario minimo, politiche economiche serie, crescita e prospettive per i giovani, che attualmente sono del tutto assenti”. Dura anche la senatrice Annamaria Furlan, di Italia viva. “Il Governo parla di occupazione, ma non basta aumentare i numeri: senza buona occupazione, senza qualità del lavoro e salari adeguati, il lavoro non garantisce più una vita dignitosa”, aggiunge. “Così si impoverisce il ceto medio e si indebolisce la coesione sociale. Servono politiche che rimettano al centro il valore del lavoro, la contrattazione e la crescita dei salari reali. Senza questo – conclude – non c’è sviluppo né futuro per il Paese”. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini: “Esiste una questione salariale grande come una casa”, in più c’è “l’aumento della precarietà”, oltre alla disparità tra uomini e donne e tra aree geografiche del paese. Tutte distorsioni”. Per Pierpaolo Bombardieri, segretario generale Uil, “molto dipende anche dalla lentezza con cui vengono rinnovati i contratti”. Landini lancia una proposta: “C’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale dei salari per il recupero certo dell’inflazione”. “Bisogna stimolare il rinnovo dei contratti e trovare un sistema che si agganci in maniera automatica al rinnovo. C’è una discussione che noi stiamo facendo con le nostre controparti, con Confindustria e lo faremo nei prossimi giorni con con Confcommercio: se i contratti non si rinnovano, i contributi dello Stato che vengono dati alle aziende bisogna darli comunque? Bisogna iniziare a discutere di questo e di quella che è ormai una epidemia di contratti pirata”, è la risposta di Bombardieri. Disponibilità al confronto è arrivata da Confartigianato: “Siamo disponibili ad aprire con il sindacato una fase nuova di rinnovi contrattuali”, ha detto Riccardo Giovani, direttore Politiche sindacali e del lavoro. L'articolo Salari stagnanti che non compensano l’inflazione: i dati Inps. E le donne guadagnano il 30% in meno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Non bevo caffè e non capisco perché devo pulire la macchinetta per i colleghi e le loro tazzine sporche”: una impiegata si sfoga su Reddit
La vita da ufficio spesso è fonte di gioie e dolori. In quest’ultimo caso la protagonista della storia, pubblicata su Reddit, è una impiegata che si rifiuta di pulire la macchina del caffè, scatenando un dibattito sul posto di lavoro. Il motivo? La donna non beve il caffè e si sente esonerata dagli obblighi della turnazione. Nel suo post, la lavoratrice ha spiegato di condividere una sala relax con circa 20 colleghi e che lo spazio include “una macchina del caffè, molte tazze e una lavastoviglie per le suddette tazze”. Ha aggiunto che la macchina richiede una pulizia giornaliera “in modo che il latte in polvere all’interno non si indurisca durante la notte“. La responsabilità della pulizia ruota settimanalmente tra tutto il personale, compresa la protagonista di questa storia. In quelle settimane, la donna ha dovuto anche gestire le tazze lasciate in giro, sottolineando che “tutti lasciano le tazze sporche nel lavandino della cucina” e così che la lavastoviglie deve essere utilizzata più volte al giorno, sia per caricarla che scaricarla e ciò richiede del tempo da sottrarre al lavoro d’ufficio. Il carico di lavoro si intensifica quando i manager ospitano i visitatori, quindi in quei giorni “si possono accumulare molte tazze per soddisfare le esigenze di caffè dei visitatori”. Pur comprendendo il concetto di responsabilità condivisa, la donna ha affermato che la sua situazione era diversa per un motivo fondamentale: “Non bevo caffè. È un fatto ben noto tra i miei colleghi che non mi piace”. Ha spiegato di non usare la macchina per caffè, cioccolata calda, acqua calda o persino tazze, preferendo le bevande portate da casa nel proprio contenitore. Per questo motivo, la dipendente ha chiesto di essere rimossa completamente dalla rotazione dei turni di pulizia: “Trovo un po’ ridicolo toccare la macchina del caffè solo per pulirla”, ha scritto, aggiungendo che le sembra ingiusto pulire dopo un qualcosa che “molto probabilmente” non avrebbe mai usato. La richiesta ha diviso l’ufficio, con alcuni colleghi favorevoli e altri contrari. Secondo il post, alcuni sostenevano che contribuire fosse semplicemente parte del “vivere in società” e qualcosa che il dipendente avrebbe dovuto fare “per mantenere la pace”. Ma la protagonista della storia continua a non essere d’accordo. L'articolo “Non bevo caffè e non capisco perché devo pulire la macchinetta per i colleghi e le loro tazzine sporche”: una impiegata si sfoga su Reddit proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“È l’incubo di ogni datore di lavoro: ha intentato 54 azioni legali senza vincerne nemmeno una, ma sostiene di essere la vittima”: la storia di Joseph Johnson
Joseph Johnson su LinkedIn si descrive come uno “specialista nello sviluppo dei giovani” con “forti capacità organizzative e di problem solving”, ma la verità è che si è guadagnato l’etichetta di “incubo” di qualsiasi datore di lavoro. Il 45enne è infatti uno specialista nel trovare colpe dove non ce ne sono, e negli ultimi 10 anni ha presentato praticamente ogni possibile ricorso in tribunale per discriminazione, che si tratti di razza, sesso, età o disabilità, fino alla violazione di contratto e al licenziamento ingiusto. In totale, si legge sul Daily Mail, ha intentato azioni legali almeno 54 volte contro 16 diverse organizzazioni benefiche, scuole, autorità locali e palestre per cui ha lavorato, senza mai ottenere un solo risarcimento per discriminazione. Decisamente fantasiose le accuse che nel corso degli anni Johnson ha lanciato contro le diverse aziende che lo hanno assunto. Una volta ha spiegato che la decisione di fornirgli un iPad con connessione 3G anziché 4G costituisse un atto di discriminazione razziale da parte dell’ente di beneficenza per cui lavorava. Un’altra volta ha sostenuto di aver subito discriminazioni sessuali in una scuola elementare nonostante fosse stato nominato prima di due candidate donne; un’altra ancora ha fatto saper di aver fallito il periodo di prova presso un gruppo giovanile che lo aveva assunto come responsabile di un villaggio vacanze, solo a causa di una “palese discriminazione basata sull’età”, nonostante avesse all’epoca la stessa età di alcuni dei suoi colleghi. Chi ha lavorato con lui, invece, ha parlato di assenteismo da parte dell’uomo (“Non c’era mai”, ha detto un ex capo), bassi livelli di prestazioni quando si presentava (una volta si è addormentato durante una sessione di allenamento che avrebbe dovuto dirigere) e aggressività quando veniva contestato per il modo in cui stava facendo – o meglio, non facendo – il suo lavoro. Il movente che spingeva Johnson a intentare le azioni legali era chiaramente economico, ma anche la volontà di punire coloro che credeva lo avessero trattato ingiustamente, costringendoli a rispondere di accuse dannose, per quanto inverosimili. L’uomo non è riuscito a ottenere un solo risarcimento per discriminazione, ma diversi accordi stragiudiziali sì. “Il signor Johnson considera i procedimenti presso il tribunale del lavoro un mezzo per arricchirsi rapidamente, piuttosto che un tentativo di risarcimento per un danno reale causato da atti di discriminazione”, è stato il verdetto di un giudice del tribunale. (Foto Facebook) L'articolo “È l’incubo di ogni datore di lavoro: ha intentato 54 azioni legali senza vincerne nemmeno una, ma sostiene di essere la vittima”: la storia di Joseph Johnson proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lavoro somministrato, l’indennità di disponibilità è un diritto: la sentenza del Consiglio di Stato parla a tutti
A cura di Aldo Andrea Presutto* C’è un tempo nel lavoro somministrato che non si vede, ma pesa sulla vita di chi lavora. È il tempo dell’attesa: quando il lavoratore non è ancora in missione, non ha compiti concreti eppure deve restare pronto in vista di una eventuale chiamata. Un tempo sospeso e imprevedibile, fuori dal suo controllo. Può durare ore, giorni o settimane, ma in quel tempo il lavoratore non può organizzare liberamente la propria giornata né programmare altre attività. La legge tutela questo periodo con un diritto semplice ma fondamentale: l’indennità di disponibilità. Si tratta di un compenso riconosciuto per il solo fatto di essere pronto in caso di chiamata per lavorare. Riconosce il valore del tempo dell’attesa e sottolinea che la disponibilità del lavoratore è parte essenziale del funzionamento del sistema di somministrazione. La sentenza del Consiglio di Stato n. 7853 del 2025 ha riportato l’istituto al centro del dibattito, chiarendo con precisione significato e portata. Il caso riguardava l’Agenzia Ali, che durante la pandemia aveva sospeso i rapporti di lavoro e smesso di pagare l’indennità, puntando invece sulla cassa integrazione in deroga. L’Ispettorato Nazionale del Lavoro aveva contestato questa scelta, sostenendo che la mancata corresponsione dell’indennità violava le norme di tutela dei lavoratori. L’agenzia, dal canto suo, sosteneva che non esistesse un obbligo generalizzato e che, non applicando il contratto collettivo nazionale, fosse libera di ignorare il pagamento. Il Consiglio di Stato ha respinto queste argomentazioni con decisione, ribadendo che l’indennità è un diritto previsto dalla legge, indipendente da contratti collettivi o regolamenti interni dell’azienda. Nessuna regola interna può cancellarla. Il lavoratore ha diritto al compenso per tutto il periodo in cui resta in attesa di una missione, non solo per i quindici giorni eventualmente previsti da regole aziendali. La contrattazione collettiva può definire quanto spetta, mai se spetta. E non si tratta di un rimborso eventuale: l’indennità è parte integrante della retribuzione, incide sui contributi e rientra pienamente nel sistema degli istituti economici previsti per il lavoro somministrato. La sentenza ha chiarito anche il ruolo essenziale dell’Ispettorato. Il suo intervento non tutela solo i diritti dei singoli lavoratori, ma garantisce la correttezza e l’equilibrio dell’intero mercato. Se un’agenzia elude l’indennità, il danno non ricade solo su chi è in attesa, ma sulla credibilità e sul funzionamento del sistema della somministrazione. L’Ispettorato diventa così il presidio della legalità sostanziale: uno strumento che rende effettive le norme di protezione e impedisce che la flessibilità si trasformi in precarietà senza regole. Il messaggio della Corte è chiaro: la flessibilità non può implicare vuoto di tutele. Il lavoratore in disponibilità non è “in pausa”, è parte importante del sistema stesso della somministrazione. Eliminare l’indennità significherebbe trasformare l’attesa necessaria in subordinazione senza reddito, un risultato contrario alla legge e alla logica stessa della somministrazione. Questa pronuncia parla a tutti, non solo alle agenzie. Ricorda che un modello di lavoro flessibile funziona solo se accompagnato da garanzie solide e non negoziabili. L’indennità di disponibilità protegge chi è più vulnerabile, chi resta pronto a partire anche quando non ha compiti immediati. È una tutela invisibile ma indispensabile, che riconosce il valore del tempo dell’attesa e sostiene l’equilibrio del lavoro somministrato. *Abilitato all’esercizio della professione forense, con oltre dieci anni di esperienza nel settore legale delle agenzie per il lavoro. Svolge attività di consulenza e divulgazione scientifica L'articolo Lavoro somministrato, l’indennità di disponibilità è un diritto: la sentenza del Consiglio di Stato parla a tutti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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