Il Consiglio dei ministri ha dato il via al nuovo decreto Pnrr. Salta però,
secondo diverse fonti, lo scudo per gli imprenditori sui lavoratori sottopagati.
La norma, come anticipato dal Fatto Quotidiano, compariva in diverse bozze e
prevedeva che i lavoratori sottopagati perdessero il diritto di recuperare gli
arretrati.
La norma non sarebbe neanche arrivata in Cdm. Un dietrofront dovuto, secondo
ambienti parlamentari della maggioranza, anche all’interlocuzione con gli uffici
del Quirinale che avrebbero espresso dubbi tecnici sulla norma.
“Giustizia è fatta”, hanno commentato i parlamentari del Movimento 5 stelle
nelle commissioni Lavoro di Camera e Senato, esultando per lo stralcio della
norma. “Sarebbe stato un colpo durissimo allo Stato di diritto e un premio
all’illegalità – sottolineano – che il M5S ha contrastato fin dal primo momento,
alzando le barricate. Per la terza volta, grazie alla nostra determinazione, il
Governo è stato costretto a fare retromarcia”.
Non era infatti la prima volta che il governo provava a inserire la norma: si
trattava del terzo tentativo in sei mesi. L’articolo, che a luglio era stato
presentato come l’emendamento Pogliese, dal nome del senatore di Fratelli
d’Italia primo proponente, avrebbe penalizzato molto i lavoratori: se
un’impresa, pur applicando il giusto contratto, veniva condanna perché paga
stipendi inferiori alla soglia di povertà, il giudice poteva condannarla a
pagare le differenze retributive solo per il periodo successivo alla lettera di
diffida del lavoratore.
L'articolo Lavoratori sottopagati, salta dal decreto Pnrr lo scudo agli
imprenditori: “Dubbi dagli uffici del Quirinale” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Stagnazione dei salari reali e aumento delle retribuzioni nominali lorde
incapace a compensare l’aumento dell’inflazione, in parte anche per la lentezza
dei rinnovi contrattuali (il tempo medio è di oltre due anni) e per gli anomali
livelli di crescita dei prezzi registrati nel biennio 2022-2023. È quanto emerge
dall’Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti in Italia,
appena presentata a Roma e realizzata dal Coordinamento generale Statistico
attuariale e dalla direzione centrale Studi e ricerche dell’Inps. Per i
dipendenti privati, dice il rapporto, la retribuzione annuale media è passata da
21.345 euro nel 2014 a 24.486 euro nel 2024, pari a un tasso di crescita del
14,7% sull’intero periodo, mentre la retribuzione annuale media dei dipendenti
pubblici è passata da 31.646 euro nel 2014 a 35.350 euro nel 2024, pari a un
tasso di crescita dell’11,7% sull’intero periodo, con un tasso inferiore a
quello dell’inflazione. Tenendo conto dell’inflazione all’8,1% nel 2022 e al
5,4% nel 2023, infatti, si riscontra un quadro di stagnazione generale. Se
invece si guarda solo alle retribuzioni contrattuali e non a quelle effettive
che tengono conto degli straordinari e non solo, tra il 2019 e il 2024 si è
registrato un gap tra aumento nominale dei salari e quello dei prezzi di oltre
nove punti.
Nel settore privato le donne continuano ad avere retribuzioni medie effettive
molto più basse di quelle degli uomini. “Si conferma – si legge – la forbice tra
le retribuzioni in base al genere. La retribuzione media annua delle donne,
infatti, è circa il 70% di quella degli uomini. Ad esempio, nel 2024 la
retribuzione media delle donne è di poco sotto i 20 mila euro (19.833 euro),
quella degli uomini quasi 28 mila euro, anche se rispetto al 2014 la
retribuzione media delle donne è cresciuta di più (+17,5%) di quella degli
uomini (+13,5%). Il gender pay gap è solo in parte spiegato dal minor numero di
giornate retribuite per le donne (240) rispetto agli uomini (251)”. Negli ultimi
due anni comunque, sottolinea l’Inps, si è assistito a una crescita delle
retribuzioni reali anche grazie alla bassa inflazione e al richiamato gap
temporale dei rinnovi contrattuali. Occorre infine tener presente che gli
incrementi salariali sono correlati alle dinamiche della produttività del lavoro
che nel nostro paese è condizionata da fattori strutturali quali la composizione
settoriale, la bassa innovazione tecnologica. Diverse le conclusioni se si
analizzano le retribuzioni nette, dopo l’intervento delle agevolazioni
contributive e fiscali, che per i redditi più bassi hanno consentito un recupero
maggiore rispetto all’inflazione fino a raggiungere, al livello mediano delle
retribuzioni, un recupero quasi completo. “Alcune misure di carattere fiscale o
contributivo hanno attutito questo effetto”, ma ”in questi anni non vi è stato
un recupero pieno e tantomeno un incremento del potere d’acquisto”, avverte
Roberto Ghiselli, presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps
(Civ).
“I salari non coprono l’aumento dell’inflazione. Le bugie del Governo Meloni
sono ancora una volta smascherate, questa volta dai dati INPS che ci riportano
un’immagine dell’Italia ben diversa da quella raccontata dalla Maggioranza”, ha
dichiarato Chiara Gribaudo, vicepresidente del Partito Democratico, dopo aver
partecipato al Convegno organizzato dal Civ a Roma. “Servono salario minimo,
politiche economiche serie, crescita e prospettive per i giovani, che
attualmente sono del tutto assenti”. Dura anche la senatrice Annamaria Furlan,
di Italia viva. “Il Governo parla di occupazione, ma non basta aumentare i
numeri: senza buona occupazione, senza qualità del lavoro e salari adeguati, il
lavoro non garantisce più una vita dignitosa”, aggiunge. “Così si impoverisce il
ceto medio e si indebolisce la coesione sociale. Servono politiche che rimettano
al centro il valore del lavoro, la contrattazione e la crescita dei salari
reali. Senza questo – conclude – non c’è sviluppo né futuro per il Paese”.
Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini: “Esiste una questione
salariale grande come una casa”, in più c’è “l’aumento della precarietà”, oltre
alla disparità tra uomini e donne e tra aree geografiche del paese. Tutte
distorsioni”. Per Pierpaolo Bombardieri, segretario generale Uil, “molto dipende
anche dalla lentezza con cui vengono rinnovati i contratti”. Landini lancia una
proposta: “C’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale dei salari
per il recupero certo dell’inflazione”. “Bisogna stimolare il rinnovo dei
contratti e trovare un sistema che si agganci in maniera automatica al rinnovo.
C’è una discussione che noi stiamo facendo con le nostre controparti, con
Confindustria e lo faremo nei prossimi giorni con con Confcommercio: se i
contratti non si rinnovano, i contributi dello Stato che vengono dati alle
aziende bisogna darli comunque? Bisogna iniziare a discutere di questo e di
quella che è ormai una epidemia di contratti pirata”, è la risposta di
Bombardieri. Disponibilità al confronto è arrivata da Confartigianato: “Siamo
disponibili ad aprire con il sindacato una fase nuova di rinnovi contrattuali”,
ha detto Riccardo Giovani, direttore Politiche sindacali e del lavoro.
L'articolo Salari stagnanti che non compensano l’inflazione: i dati Inps. E le
donne guadagnano il 30% in meno proviene da Il Fatto Quotidiano.
La vita da ufficio spesso è fonte di gioie e dolori. In quest’ultimo caso la
protagonista della storia, pubblicata su Reddit, è una impiegata che si rifiuta
di pulire la macchina del caffè, scatenando un dibattito sul posto di lavoro. Il
motivo? La donna non beve il caffè e si sente esonerata dagli obblighi della
turnazione.
Nel suo post, la lavoratrice ha spiegato di condividere una sala relax con circa
20 colleghi e che lo spazio include “una macchina del caffè, molte tazze e una
lavastoviglie per le suddette tazze”. Ha aggiunto che la macchina richiede una
pulizia giornaliera “in modo che il latte in polvere all’interno non si
indurisca durante la notte“.
La responsabilità della pulizia ruota settimanalmente tra tutto il personale,
compresa la protagonista di questa storia. In quelle settimane, la donna ha
dovuto anche gestire le tazze lasciate in giro, sottolineando che “tutti
lasciano le tazze sporche nel lavandino della cucina” e così che la
lavastoviglie deve essere utilizzata più volte al giorno, sia per caricarla che
scaricarla e ciò richiede del tempo da sottrarre al lavoro d’ufficio.
Il carico di lavoro si intensifica quando i manager ospitano i visitatori,
quindi in quei giorni “si possono accumulare molte tazze per soddisfare le
esigenze di caffè dei visitatori”. Pur comprendendo il concetto di
responsabilità condivisa, la donna ha affermato che la sua situazione era
diversa per un motivo fondamentale: “Non bevo caffè. È un fatto ben noto tra i
miei colleghi che non mi piace”. Ha spiegato di non usare la macchina per caffè,
cioccolata calda, acqua calda o persino tazze, preferendo le bevande portate da
casa nel proprio contenitore.
Per questo motivo, la dipendente ha chiesto di essere rimossa completamente
dalla rotazione dei turni di pulizia: “Trovo un po’ ridicolo toccare la macchina
del caffè solo per pulirla”, ha scritto, aggiungendo che le sembra ingiusto
pulire dopo un qualcosa che “molto probabilmente” non avrebbe mai usato.
La richiesta ha diviso l’ufficio, con alcuni colleghi favorevoli e altri
contrari. Secondo il post, alcuni sostenevano che contribuire fosse
semplicemente parte del “vivere in società” e qualcosa che il dipendente avrebbe
dovuto fare “per mantenere la pace”. Ma la protagonista della storia continua a
non essere d’accordo.
L'articolo “Non bevo caffè e non capisco perché devo pulire la macchinetta per i
colleghi e le loro tazzine sporche”: una impiegata si sfoga su Reddit proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Joseph Johnson su LinkedIn si descrive come uno “specialista nello sviluppo dei
giovani” con “forti capacità organizzative e di problem solving”, ma la verità è
che si è guadagnato l’etichetta di “incubo” di qualsiasi datore di lavoro. Il
45enne è infatti uno specialista nel trovare colpe dove non ce ne sono, e negli
ultimi 10 anni ha presentato praticamente ogni possibile ricorso in tribunale
per discriminazione, che si tratti di razza, sesso, età o disabilità, fino alla
violazione di contratto e al licenziamento ingiusto. In totale, si legge sul
Daily Mail, ha intentato azioni legali almeno 54 volte contro 16 diverse
organizzazioni benefiche, scuole, autorità locali e palestre per cui ha
lavorato, senza mai ottenere un solo risarcimento per discriminazione.
Decisamente fantasiose le accuse che nel corso degli anni Johnson ha lanciato
contro le diverse aziende che lo hanno assunto. Una volta ha spiegato che la
decisione di fornirgli un iPad con connessione 3G anziché 4G costituisse un atto
di discriminazione razziale da parte dell’ente di beneficenza per cui lavorava.
Un’altra volta ha sostenuto di aver subito discriminazioni sessuali in una
scuola elementare nonostante fosse stato nominato prima di due candidate donne;
un’altra ancora ha fatto saper di aver fallito il periodo di prova presso un
gruppo giovanile che lo aveva assunto come responsabile di un villaggio vacanze,
solo a causa di una “palese discriminazione basata sull’età”, nonostante avesse
all’epoca la stessa età di alcuni dei suoi colleghi. Chi ha lavorato con lui,
invece, ha parlato di assenteismo da parte dell’uomo (“Non c’era mai”, ha detto
un ex capo), bassi livelli di prestazioni quando si presentava (una volta si è
addormentato durante una sessione di allenamento che avrebbe dovuto dirigere) e
aggressività quando veniva contestato per il modo in cui stava facendo – o
meglio, non facendo – il suo lavoro.
Il movente che spingeva Johnson a intentare le azioni legali era chiaramente
economico, ma anche la volontà di punire coloro che credeva lo avessero trattato
ingiustamente, costringendoli a rispondere di accuse dannose, per quanto
inverosimili. L’uomo non è riuscito a ottenere un solo risarcimento per
discriminazione, ma diversi accordi stragiudiziali sì. “Il signor Johnson
considera i procedimenti presso il tribunale del lavoro un mezzo per arricchirsi
rapidamente, piuttosto che un tentativo di risarcimento per un danno reale
causato da atti di discriminazione”, è stato il verdetto di un giudice del
tribunale.
(Foto Facebook)
L'articolo “È l’incubo di ogni datore di lavoro: ha intentato 54 azioni legali
senza vincerne nemmeno una, ma sostiene di essere la vittima”: la storia di
Joseph Johnson proviene da Il Fatto Quotidiano.
A cura di Aldo Andrea Presutto*
C’è un tempo nel lavoro somministrato che non si vede, ma pesa sulla vita di chi
lavora. È il tempo dell’attesa: quando il lavoratore non è ancora in missione,
non ha compiti concreti eppure deve restare pronto in vista di una eventuale
chiamata. Un tempo sospeso e imprevedibile, fuori dal suo controllo. Può durare
ore, giorni o settimane, ma in quel tempo il lavoratore non può organizzare
liberamente la propria giornata né programmare altre attività.
La legge tutela questo periodo con un diritto semplice ma fondamentale:
l’indennità di disponibilità. Si tratta di un compenso riconosciuto per il solo
fatto di essere pronto in caso di chiamata per lavorare. Riconosce il valore del
tempo dell’attesa e sottolinea che la disponibilità del lavoratore è parte
essenziale del funzionamento del sistema di somministrazione.
La sentenza del Consiglio di Stato n. 7853 del 2025 ha riportato l’istituto al
centro del dibattito, chiarendo con precisione significato e portata. Il caso
riguardava l’Agenzia Ali, che durante la pandemia aveva sospeso i rapporti di
lavoro e smesso di pagare l’indennità, puntando invece sulla cassa integrazione
in deroga. L’Ispettorato Nazionale del Lavoro aveva contestato questa scelta,
sostenendo che la mancata corresponsione dell’indennità violava le norme di
tutela dei lavoratori. L’agenzia, dal canto suo, sosteneva che non esistesse un
obbligo generalizzato e che, non applicando il contratto collettivo nazionale,
fosse libera di ignorare il pagamento.
Il Consiglio di Stato ha respinto queste argomentazioni con decisione, ribadendo
che l’indennità è un diritto previsto dalla legge, indipendente da contratti
collettivi o regolamenti interni dell’azienda. Nessuna regola interna può
cancellarla. Il lavoratore ha diritto al compenso per tutto il periodo in cui
resta in attesa di una missione, non solo per i quindici giorni eventualmente
previsti da regole aziendali. La contrattazione collettiva può definire quanto
spetta, mai se spetta.
E non si tratta di un rimborso eventuale: l’indennità è parte integrante della
retribuzione, incide sui contributi e rientra pienamente nel sistema degli
istituti economici previsti per il lavoro somministrato.
La sentenza ha chiarito anche il ruolo essenziale dell’Ispettorato. Il suo
intervento non tutela solo i diritti dei singoli lavoratori, ma garantisce la
correttezza e l’equilibrio dell’intero mercato. Se un’agenzia elude l’indennità,
il danno non ricade solo su chi è in attesa, ma sulla credibilità e sul
funzionamento del sistema della somministrazione. L’Ispettorato diventa così il
presidio della legalità sostanziale: uno strumento che rende effettive le norme
di protezione e impedisce che la flessibilità si trasformi in precarietà senza
regole.
Il messaggio della Corte è chiaro: la flessibilità non può implicare vuoto di
tutele. Il lavoratore in disponibilità non è “in pausa”, è parte importante del
sistema stesso della somministrazione. Eliminare l’indennità significherebbe
trasformare l’attesa necessaria in subordinazione senza reddito, un risultato
contrario alla legge e alla logica stessa della somministrazione.
Questa pronuncia parla a tutti, non solo alle agenzie. Ricorda che un modello di
lavoro flessibile funziona solo se accompagnato da garanzie solide e non
negoziabili. L’indennità di disponibilità protegge chi è più vulnerabile, chi
resta pronto a partire anche quando non ha compiti immediati. È una tutela
invisibile ma indispensabile, che riconosce il valore del tempo dell’attesa e
sostiene l’equilibrio del lavoro somministrato.
*Abilitato all’esercizio della professione forense, con oltre dieci anni di
esperienza nel settore legale delle agenzie per il lavoro. Svolge attività di
consulenza e divulgazione scientifica
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sentenza del Consiglio di Stato parla a tutti proviene da Il Fatto Quotidiano.