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Dazi, al Parlamento Ue riparte l’iter di ratifica dell’accordo con gli Usa. “Ma sarà congelato in caso di minacce alla nostra sicurezza”
La Commissione per il Commercio Internazionale del Parlamento europeo è tornata a sedersi al tavolo per ratificare l’accordo sui dazi tra gli Stati Uniti e l’Unione. A fine gennaio, la ratifica era stata congelata in seguito alle pressioni del presidente Donald Trump sulla questione Groenlandia. Una votazione potrebbe tenersi già nella prossima riunione della commissione, fissata per martedì 24 febbraio. Dopo il passaggio in commissione, il testo dovrebbe poi approdare alla plenaria di marzo per le successive decisioni. La maggioranza dei relatori ombra – responsabili nominati da gruppi politici con il compito di seguire delle proposte legislative – ha deciso di riprendere i lavori sulle due proposte legislative legate agli accordi di Turnberry, l’intesa siglata il 27 luglio 2025 per scongiurare una guerra commerciale. A riferirlo è stato Bernd Lange (S&D), presidente della commissione e relatore permanente del dossier, confermando la ripartenza dell’iter parlamentare. “I membri della Commissione per il Commercio rimangono impegnati a portare avanti rapidamente i lavori sulle due proposte legislative” ha spiegato Lange, ma soltanto “a condizione che gli Stati Uniti rispettino l’integrità territoriale e la sovranità dell’Unione e dei suoi Stati membri e onorino i termini dell’accordo Turnberry”. Nello stesso quadro, la commissione ha concordato di inserire tra i motivi di sospensione anche eventuali minacce alla sicurezza dell’Unione o dei suoi Stati membri, comprese la loro integrità territoriale. “Sebbene oggi riprendiamo la procedura legislativa, il messaggio è chiaro: non si tratta di un assegno in bianco”, ha chiarito Lange. E ha rincarato la dose: “Per questo motivo dobbiamo stabilire limiti chiari ed essere pronti a congelare i negoziati o l’applicazione dell’accordo Ue-Usa in qualsiasi momento, se la situazione lo richiederà”. Sul capitolo acciaio e alluminio ha aggiunto: “Gli Stati Uniti hanno violato l’intesa Turnberry aumentando i dazi al 50% su oltre 400 prodotti in acciaio e alluminio dell’Ue”, una mossa inaccettabile”. E ha continuato: “Finché i dazi statunitensi non saranno abbassati al 15%, non potrà esserci accesso esente da dazi per l’acciaio e l’alluminio statunitensi al mercato europeo”. Hanno invece votato per la ripresa dell’iter di approvazione degli accordi sui dazi con gli Usa il Ppe assieme alle destre dei Patrioti ed Ecr. Il gruppo Socialisti e Democratici ha invece annunciato che “non sosterrà né voterà a favore di alcun accordo con gli Stati Uniti fintanto che il presidente Trump continuerà a minare la sovranità dell’Europa”. Secondo quanto riferito, il gruppo insiste su alcuni punti: una clausola di sospensione “solida, completa ed efficace” che copra tutte le minacce alla sovranità europea, l’equità su acciaio e alluminio, l’attivazione dello strumento anti-coercizione, garanzie sulla sicurezza dell’Artico e una clausola di caducità limitata nel tempo, preferibilmente a 18 mesi. Kathleen Van Brempt, vicepresidente S&D per il commercio internazionale, ha dichiarato: “Non si può continuare come se nulla fosse successo con gli Stati Uniti. Fin dal primo giorno del suo secondo mandato, il presidente Trump ha condotto una guerra tariffaria, minando il commercio basato sulle regole e minacciando l’autonomia strategica dell’Europa. La fiducia è stata tradita”. Per Brando Benifei, eurodeputato del Partito Democratico e coordinatore del gruppo nella commissione Commercio, “la lezione delle ultime settimane è chiara: quando l’Europa è unita e ferma, l’amministrazione statunitense ci prende sul serio”. Per questa ragione “l’UE deve attivare subito lo strumento anti-coercizione, non come ultima risorsa, ma per essere pronta a difendere le nostre industrie, i nostri posti di lavoro e i nostri cittadini con contromisure tempestive e mirate”. L'articolo Dazi, al Parlamento Ue riparte l’iter di ratifica dell’accordo con gli Usa. “Ma sarà congelato in caso di minacce alla nostra sicurezza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mercosur, l’Eurocamera approva per 10 voti il ricorso alla Corte Ue. Merz e il Ppe: “Avanti con applicazione provvisoria”. The Left: “Scandalo”
Sarà stata l’ennesima, fragorosa protesta degli agricoltori, sarà stato il timore di ripercussioni in termini di consenso e credibilità, sarà stato un mero calcolo politico, fatto sta che l’accordo commerciale Ue-Mercosur firmato la settimana scorsa dopo oltre 25 anni di negoziati incontra già una battuta d’arresto. Il Parlamento europeo ha infatti approvato con 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astenuti la richiesta presentata da un gruppo di eurodeputati di Sinistra, Verdi e parte dei Liberali di inviare il testo alla Corte di giustizia dell’Unione europea per un parere legale “circa la compatibilità con i trattati”. Non è passata invece una richiesta analoga presentata dal gruppo dei Patrioti per l’Europa. Ora l’Eurocamera, per la ratifica necessaria in vista dell’attuazione definitiva dell’intesa, dovrà attendere il pronunciamento, che potrebbe arrivare tra diversi mesi. La Commissione Ue potrebbe comunque, dopo la ratifica da parte dei paesi del Mercosur, proporre l’applicazione provvisoria, che sarebbe soggetta a un voto a maggioranza qualificata in Consiglio Ue. L’ipotesi, caldeggiata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha però suscitato immediate proteste da parte di The Left. MERZ E IL PPE PER L’APPLICAZIONE PROVVISORIA “La Commissione europea si rammarica per la decisione presa dal Parlamento”, ha commentato il portavoce Olof Gill. “Secondo la nostra analisi le questioni sollevate nella mozione del Parlamento non sono giustificate, perché la Commissione le ha già affrontate” e “in modo molto dettagliato”. La Commissione dal canto suo ha fatto sapere che avvierà “un confronto” con i governi nazionali e gli eurodeputati “prima di decidere i prossimi passi” sul Mercosur. Bruxelles difende l’impianto giuridico dell’intesa e i paletti sulla sicurezza sanitaria e ambientale, ribadisce che i testi sono stati negoziati e firmati nel pieno rispetto dei Trattati e ricorda di aver lavorato in stretta cooperazione con Parlamento e Paesi membri. Ben più netto Merz, che su X ha scritto: “La decisione del Parlamento europeo sull’accordo Mercosur è deplorevole. Essa non tiene conto della situazione geopolitica. Siamo convinti della legittimità dell’accordo. Basta con i ritardi, deve essere applicato in via provvisoria”. D’accordo il gruppo del Ppe: “La decisione di deferire l’accordo Ue-Mercosur alla Corte di giustizia dell’Unione europea rischia di creare inutili ritardi in un momento in cui l’Europa ha bisogno di chiarezza e orientamento. Nell’attuale situazione geopolitica turbolenta, l’Europa non può permettersi paralisi o incertezze prolungate. Chiediamo pertanto l’applicazione provvisoria, in quanto potrebbe migliorare la prevedibilità e creare opportunità commerciali nella regione sudamericana per le imprese e i cittadini europei”, aggiungono i Popolari. Ma per Manon Aubry, co-presidente di The Left, “qualsiasi mossa da parte del Consiglio e della Commissione europea volta a promuovere l’applicazione provvisoria dell’accordo equivarrebbe a un ulteriore scandalo democratico, mentre gli agricoltori protestano contro questo accordo da mesi. Rimaniamo fermamente mobilitati contro questo accordo e continueremo a lottare per garantire che sia respinto dal Parlamento europeo”. Anche il primo ministro francese Sébastien Lecornu ha accolto con favore quello che ha definito “un voto importante che deve essere rispettato“. LEGA PER IL RINVIO, FDI E FI CONTRARIE Il via libera di Giorgia Meloni, arrivato dopo molti tentennamenti, è stato cruciale per il via libera all’accordo. Ma i partiti italiani della maggioranza di governo si sono spaccati sul voto sul ricorso: le delegazioni di Fratelli d’Italia e di Forza Italia hanno votato contro il rinvio alla Corte, la Lega a favore. Nell’opposizione, il Pd ha votato compatto contro lo stop all’accordo, mentre gli europarlamentari del M5s e Avs si sono espressi a favore. Da notare anche il voto a favore del ricorso alla Corte dell’eurodeputato centrista Sandro Gozi (Renew), eletto in Francia e sensibile alla linea francese trasversale contraria all’intesa commerciale. Più in generale nel Ppe le defezioni sono state 43, principalmente polacchi, francesi e ungheresi, che hanno votato a favore del rinvio contro la linea del loro gruppo. In casa socialista le defezioni sono state 35, spinte da francesi e rumeni anch’essi favorevoli al rinvio a differenza della loro leadership. I liberali risultano spaccati, con 24 voti a favore del rinvio e 46 contrari. Divisioni nette anche nell’Ecr, con 35 eurodeputati a favore, tra cui la numerosa delegazione polacca, e 39 contrari, tra cui la pattuglia meloniana. Compatti a favore del rinvio risultano invece i gruppi dei patrioti, della Sinistra Ue e la maggioranza dei Verdi, con l’eccezione di alcuni deputati tedeschi e danesi. COSA SUCCEDE ORA Come conseguenza del voto positivo, sia la base giuridica dell’accordo di partenariato Ue-Mercosur (Empa) che quella dell’accordo commerciale provvisorio (Ita) sarà ora esaminata dalla Corte di giustizia, spiega l’Eurocamera in un comunicato. In attesa del parere della Corte, il Parlamento europeo “potrà continuare l’esame dei testi ma dovrà attendere la sua pubblicazione prima di poter approvare o respingere l’Ita”. Quest’ultimo accordo, che riguarda una competenza esclusiva dell’Ue, “è infatti soggetto solo alla ratifica a livello dell’Unione” e richiederà sia il consenso del Parlamento europeo sia l’approvazione formale finale del Consiglio. Cesserà di applicarsi una volta entrato in vigore l’Empa. LA GIOIA DEGLI AGRICOLTORI Davanti alla sede del Parlamento europeo di Strasburgo gli agricoltori hanno accolto con gioia la decisione. “Vittoria“, hanno esultato i manifestanti dopo il voto dell’Eurocamera, arrivati nella capitale alsaziana con i loro trattori per ribadire l’opposizione del comparto all’accordo con il blocco sudamericano. La mobilitazione, concentrata nella giornata di martedì alla vigilia del voto, ha coinvolto almeno 5mila agricoltori provenienti da 15 Stati membri, tra cui l’Italia – con Confagricoltura, Coldiretti e Cia – oltre a Spagna, Romania, Polonia, Belgio e Francia. La manifestazione, annunciata dalla Federazione nazionale francese dei sindacati degli agricoltori (Fnsea), è stata formalmente sostenuta anche dal Copa-Cogeca, l’organismo che riunisce le principali organizzazioni agricole europee a tutela degli interessi degli agricoltori dell’Ue. I PAESI DEL MERCOSUR CORRONO Intanto i Paesi del Mercosur, seppure con tempi diversi, sono impegnati a ratificare in fretta l’accordo con l’Unione. L’Argentina si candida a essere la prima delle quattro nazioni del blocco a farlo approvare dal Congresso: il presidente ultraliberista Javier Milei ha incluso il tema all’ordine del giorno delle sessioni parlamentari straordinarie, che inizieranno il 2 febbraio. L’esecutivo mira a un’approvazione rapida, prima dell’avvio delle sessioni ordinarie di marzo, secondo La Nacion. In Brasile, il governo di Luiz Inácio Lula da Silva sta lavorando perché venga preso in considerazione all’inizio dell’anno legislativo, da febbraio, secondo O Globo. In Paraguay, invece, si prevede che il disegno di legge non sarà discusso prima di marzo. Mentre in Uruguay, pur in assenza di una data ufficiale, maggioranza e opposizione hanno manifestato disponibilità a un esame accelerato. 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Commercio illegale di fauna, dalle pelli esotiche per la moda ai rischi del pet trade: “In Italia quadro preoccupante” | L’intervista all’esperta della Wcs
Non tutti sanno che il commercio illegale di fauna selvatica è tra le attività criminali più redditizie al mondo, insieme a droga, armi e al traffico di esseri umani. Tanto per fare un esempio, una zanna d’elefante può valere decine di migliaia di dollari; ma anche il povero geco di bronzo, una specie strettamente protetta delle Seychelles, viene venduto in Europa al prezzo di 5mila dollari. Accanto al commercio illegale, che va contrastato, c’è anche quello legale, che va regolamentato, senza tacere che la linea di confine tra le due pratiche, spesso, è sfumata. Anche perché il valore globale di compravendita di fauna e flora vale tra i 145 e i 220 miliardi di dollari all’anno. A occuparsi del commercio di specie minacciate di estinzione, per fortuna, ci pensa la Convenzione di Washington (Cites), sottoscritta da oltre 180 Paesi in tutto il mondo. Ogni tre anni Paesi membri, ong, lobbisti e associazioni varie si ritrovano per fare il punto della situazione, per – in teoria – migliorare la gestione della compravendita ed eventualmente per sanzionare governi indisciplinati. Quest’anno la Cop 20 si è tenuta a Samarcanda. Per conoscere i passi avanti fatti (e quelli indietro) a livello globale, e per farsi raccontare i retroscena di ciò che è accaduto in Uzbekistna, ilFattoQuotidiano.it ha intervistato chi era presente al summit, e cioè Alice Pasqualato, Global policy specialist specializzata in reati ambientali per la Wildlife Conservation Society, un’organizzazione non governativa che si occupa di tutelare la biodiversità. Dottoressa Pasqualato, dobbiamo immaginarci un’Italia che importa illegalmente avorio, pelle di giaguaro, ossa di leone? Senz’altro casi di questo tipo esistono, l’Europa non è immune al traffico dei mammiferi più conosciuti. Recentemente, per esempio, i carabinieri Cites hanno scoperto e sequestrato uno scimpanzé detenuto illegalmente – e alla catena – in Sicilia. Ma sono casi piuttosto rari, per fortuna, e quando accadono fanno giustamente molto rumore. A differenza di altre forme di commercio, che in Italia continuano a passare in sordina. A cosa si riferisce? L’Italia ha un commercio fiorente di fauna e flora, e dietro al commercio legale purtroppo si nasconde spesso anche quello illegale. Quando parlo di wildlife trade le persone si immaginano sempre tigri e rinoceronti, ma in Italia (e in Europa) abbiamo una gran passione per i rettili, sia vivi sia morti. Pensiamo alle pelli esotiche, quelle di serpente o di alligatore: non credo che l’opinione pubblica sia veramente consapevole del fenomeno e del ruolo assolutamente centrale ricoperto dall’industria della moda italiana. Si sta cominciando a parlare di più della crudeltà del mercato delle pelli “esotiche”, ma c’è anche una dimensione di impatto ambientale che andrebbe approfondita. Che cosa intende? Se è vero che tanti pellami derivano da animali allevati intensivamente in cattività, come per esempio i coccodrilli, è altrettanto vero che tante specie vengono ancora prelevate in natura. Un dato relativo al 2018: l’Italia ha importato 370mila pelli grezze di rettili per un valore di 61 milioni di euro; di queste pelli, più di 296mila erano provenienti da catture in natura. Siamo uno dei principali importatori al mondo (la ragione, tra le altre, è che ci sono fabbriche che producono per conto terzi i prodotti di lusso che poi vengono esportati in tutto il mondo col marchio Made in Italy, ndr). Ma c’è dell’altro. Prego. Se parliamo di flora, il problema principale è probabilmente il legname di lusso che arriva dal Sud-est asiatico per costruire yacht e mobili di lusso. Legname preso da alberi centenari, millenari, e che talvolta purtroppo è il risultato di deforestazione illegale. Una volta fuori dal Paese di provenienza viene “ripulito” nei canali legali e usato anche da note aziende. Purtroppo i controlli sono difficili. In questo senso la EU Deforestation Regulation può essere uno strumento rivoluzionario per una tracciabilità più trasparente. Ma la normativa è stata depotenziata. Esattamente, anche su spinta dei partiti sovranisti italiani. Stiamo assistendo a un progressivo indebolimento della normativa ambientale europea molto preoccupante. Da quello che ci ha raccontato fin qui non ne usciamo benissimo. E per quanto riguarda l’importazione di animali? C’è un fenomeno in netta crescita, esploso anche grazie ai social media, vale a dire il pet trade e la detenzione di animali esotici. Parliamo di pappagalli, lucertole, tarantole, tartarughe, gechi, pesci ornamentali, uccelli, serpenti. In Italia c’è una grande richiesta, e al di fuori del lavoro eccezionale fatto dai carabinieri Cites, c’è poca attenzione e sensibilità su questo tema, che racchiude dimensioni di commercio legale e illegale. La detenzione di animali selvatici è normalizzata al punto che la maggior parte di noi non si pone troppe domande sulle origini del proprio animale. Per esempio, chi compra pesci ornamentali da tenere in acquario lo sa che è possibile siano stati prelevati dal loro habitat naturale, dall’altra parte del mondo? Non ne sarei tanto sicura. Eppure studi recenti condotti negli Stati Uniti hanno rilevato che il 90% delle specie commercializzate proviene dal prelievo in natura. Quali sono gli aspetti negativi nel possedere un animale esotico? Partirei proprio dal rischio di estinzione in natura. Prendiamo il pappagallo cenerino, la cui domanda è storicamente alta tanto in Italia quanto in tutta Europa. Una volta era presente in tutta l’Africa centrale mentre oggi è calato drasticamente. Per esempio in Ghana, per via dell’esportazione, la popolazione è diminuita circa del 99%. Siamo a livelli di estinzione locale, e lo stesso discorso si può fare per tante altre specie vendute come “pets”, animali da compagnia. Ma ci sono altri rischi. Cioè? Da una parte il rischio di zoonosi, sempre presente quando preleviamo animali in natura che possono avere malattie o patogeni che non conosciamo. E poi credo ci sia un innegabile problema di benessere animale. Ci siamo abituati a tenere in una teca o gabbia di pochi centimetri tartarughe, lucertole, uccellini, insetti. In Italia, peraltro, l’industria degli animali esotici è un giro d’affari non da poco. A livello giuridico, ci sono tante zone grigie che rendono difficile certificare la provenienza lecita degli esemplari. Ma anche volendo fingere che sia tutto perfettamente regolare: legale significa necessariamente sostenibile? Legale significa opportuno, o etico? La politica italiana fa abbastanza? Purtroppo i reati ambientali non sembrano essere una priorità per la politica italiana. Prima ho citato la EU Deforestation Regulation, ci sono membri del nostro governo che hanno esultato pubblicamente quando l’entrata in vigore di questa norma è stata posticipata, dopo esser stata significativamente indebolita. Ci sono forti pressioni interne: dal mondo venatorio, dall’industria della moda e del legname. Però non bisogna dimenticare che l’Italia è il quarto Paese dell’Ue per numero di sequestri legati al traffico illecito di fauna e flora. Il quadro è preoccupante. Che cosa è successo alla Cop 20 in Uzbekistan? Notizie positive e notizie negative. Partiamo da quelle negative. L’anguilla europea è in pericolo critico di estinzione, e anche le “cugine” americane e giapponesi sono in declino preoccupante. È stato proposto di inserirle nell’Appendice II, vale a dire quella che contiene specie il cui commercio dev’essere regolamentato per evitare minacce. Ma a causa della forte pressione del mondo ittico asiatico, la proposta ha ricevuto voto contrario. In più è stata autorizzata la ripresa parziale del commercio del corno dell’Antilope di Saiga, una decisione potenzialmente pericolosa che potrebbe vanificare i recenti sforzi fatti per recuperare la specie, un tempo sull’orlo dell’estinzione. E quelle positive? Anzitutto, sono stati respinti i tentativi di ridurre le protezioni per alcune specie. Per esempio, la Namibia aveva proposto di modificare la classificazione dei propri elefanti e rinoceronti per poter riprendere il commercio di avorio e corno di rinoceronte. Una proposta che è stata bocciata con una solida maggioranza. Dall’altra parte, sono state adottate tutte le proposte per incrementare la tutela di 70 specie di squali e razze, un traguardo molto importante per un gruppo di specie sempre più a rischio. Un’altra vittoria importante per noi è stato l’inserimento delle iguane delle Galápagos nell’Appendice I, che ne vieta, di fatto, il commercio internazionale. Il suo prossimo obiettivo? Promuovere il primo trattato internazionale sui reati ambientali, che potrebbe prendere la forma di un protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Palermo sulla criminalità organizzata. Quando ne parlo, le persone si sorprendono sempre: “Ma come, non esiste un trattato sui reati ambientali?”. Purtroppo no. Ed è un problema serio quando si parla di reati transnazionali, che necessitano di un risposta altrettanto internazionale. Crediti foto di destra nell’immagine dell’articolo: Cites Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it Instagram L'articolo Commercio illegale di fauna, dalle pelli esotiche per la moda ai rischi del pet trade: “In Italia quadro preoccupante” | L’intervista all’esperta della Wcs proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mercosur, in bilico (all’ultimo miglio) l’accordo commerciale Ue-Sudamerica. Parigi chiede lo stop, Roma: “Più garanzie”
L’accordo di libero scambio tra Unione europea e Paesi del Mercosur – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – rischia di arenarsi proprio nella fase finale. Mentre in Francia tornano a moltiplicarsi le proteste degli agricoltori contro l’intesa (e contro la gestione della dermatite nodulare contagiosa che colpisce alcuni allevamenti del Paese), a Bruxelles si cerca di salvare un’intesa negoziata per oltre venticinque anni, che apre le porte del mercato europeo a carne bovina, pollo, zucchero e miele in arrivo senza oneri dall’America Latina. La richiesta di rinviare il voto avanzata da Parigi nel fine settimana è bastata a far vacillare l’appuntamento previsto sabato in Brasile per la firma dell’accordo alla presenza della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e del capo di Stato Luiz Inácio Lula da Silva. A rafforzare il fronte del no è arrivato martedì il via libera quasi unanime del Senato francese a una risoluzione che chiede al governo di rivolgersi alla Corte di giustizia dell’Unione europea per fare sbarramento, accusando Bruxelles di “aggirare i parlamenti nazionali”. Nell’emiciclo del Palais du Luxembourg, dominato da una maggioranza di destra, solo un parlamentare centrista si è opposto alla risoluzione. Il governo francese insiste su un rinvio almeno al 2026. “Non siamo contrari agli accordi di libero scambio in generale, ma dobbiamo essere in grado di proteggere i nostri mercati interni, le nostre imprese, i nostri agricoltori dalla concorrenza sleale”, ha spiegato il ministro delegato francese per l’Europa Benjamin Haddad. “Abbiamo stabilito tre condizioni: la prima è una clausola di salvaguardia, la seconda una clausola specchio e la terza i controlli. Dobbiamo essere aperti, ma dobbiamo anche proteggere noi stessi e i nostri interessi, e fondamentalmente garantire condizioni di parità”. Sempre ieri il Parlamento europeo ha approvato in prima lettura le clausole di salvaguardia proposte dalla Commissione per accompagnare l’accordo commerciale. Il testo rafforza le tutele per i settori agricoli più esposti e consente l’attivazione di misure difensive in caso di squilibri di mercato. Il voto non ratifica l’intesa, ma apre la fase negoziale con il Consiglio nel trilogo. A Strasburgo sono emerse fratture nette. Le clausole di salvaguardia hanno incassato il sì di Forza Italia, Pd e Verdi italiani, mentre Fratelli d’Italia si è astenuta. Lega e Movimento 5 Stelle hanno votato contro. Complessivamente i favorevoli sono stati 431. La partita decisiva si sposta ora sul Consiglio Ue, dove serve una maggioranza qualificata degli Stati membri. È qui che il fronte contrario, guidato da Francia, Polonia, Austria e sostenuto anche dall’Irlanda, punta a bloccare o rinviare il dossier. Dall’altra parte, Germania e Spagna spingono per chiudere rapidamente un accordo ritenuto strategico per l’export europeo, messo sotto pressione dai dazi statunitensi e dalla concorrenza cinese. “I vantaggi superano chiaramente gli svantaggi”, ha dichiarato il sottosegretario tedesco agli Affari europei Günther Krichbaum. Per Madrid l’intesa è “urgente” e “vitale”, ha ribadito il segretario di Stato Fernando Sampedro Marcos. In questo quadro, l’Italia può diventare l’ago della bilancia. Un appoggio di Roma al rinvio del voto potrebbe cambiare gli equilibri in Consiglio. Secondo indiscrezioni comparse sui media internazionali, la Francia avrebbe Roma al suo fianco. In chiaro, il governo Meloni evita un “no” secco ma continua a chiedere ulteriori garanzie. La settimana scorsa il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida aveva definito il Mercosur “nell’interesse di tutti”, avvertendo però che “non ci siamo del tutto” perché “deve valere il principio della reciprocità”. Ieri ha ribadito che l’Italia “non è contraria pregiudizialmente”, ma chiede di migliorare il testo: “È un buon accordo, vogliamo farlo diventare ottimo. In un momento di debolezza dell’Europa, perché affrettarsi in un braccio di ferro tra nazioni?”. Anche nel caso di un via libera politico, il percorso resterebbe accidentato. Oltre 140 eurodeputati di diversi schieramenti hanno già annunciato l’intenzione di chiedere un parere alla Corte di giustizia Ue sulla compatibilità dell’accordo con i Trattati una volta finalizzato. Un’iniziativa che potrebbe congelare l’entrata in vigore dell’intesa per uno o due anni. Il timore, condiviso anche da alcuni governi favorevoli, è che un nuovo rinvio finisca per affossare definitivamente un accordo già politicamente fragile. Non è escluso che il dossier approdi sul tavolo del vertice dei leader Ue in programma giovedì, mentre Bruxelles si prepara a nuove proteste degli agricoltori, non solo contro il Mercosur ma anche contro la Politica agricola comune. L'articolo Mercosur, in bilico (all’ultimo miglio) l’accordo commerciale Ue-Sudamerica. Parigi chiede lo stop, Roma: “Più garanzie” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La minaccia dei dazi Usa fa il solletico alla Cina: surplus commerciale per la prima volta oltre i 1000 miliardi di dollari
Le pressioni Usa per ridurre il proprio disavanzo commerciale non scalfiscono di una virgola lo strapotere di Pechino. Nei primi 11 mesi del 2025, l’export complessivo della Cina è cresciuto del 5,4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e l’import è diminuito dello 0,6%, portando il surplus commerciale alla cifra record di 1.076 miliardi di dollari. Pari a un aumento del 21,6%, a dispetto del brusco calo dell’interscambio con gli Stati Uniti. I produttori cinesi del resto hanno tirato un sospiro di sollievo dopo che il presidente cinese Xi Jinping e quello americano Donald Trump hanno siglato una tregua sul commercio nell’incontro avuto a fine ottobre in Corea del Sud, a margine del forum dell’Apec. Dopo aver minacciato tariffe doganali superiori al 100% contro i prodotti cinesi, il tycoon di fatto si è tirato indietro. Le due parti hanno concordato di ridurre i dazi sui rispettivi prodotti e i controlli sulle esportazioni di minerali essenziali e tecnologie avanzate, con Pechino impegnata sulla carta ad acquistare più soia americana e a collaborare con Washington per reprimere i flussi di fentanyl. Dopo la tregua, le imposte statunitensi sui prodotti cinesi rimangono intorno al 47,5%, secondo il Peterson Institute for International Economics. I dazi di Pechino sulle importazioni dagli Stati Uniti si attestano intorno al 32%. Gli ultimi dati sul settore manifatturiero cinese hanno mostrato un’attività che si è ridotta per l’ottavo mese a novembre, con i nuovi ordini in continua contrazione. Il rafforzamento dello yuan delle ultime settimane, invece, non sembra aver frenato il flusso delle esportazioni: lo yuan offshore si è rafforzato di quasi il 5% da aprile. L'articolo La minaccia dei dazi Usa fa il solletico alla Cina: surplus commerciale per la prima volta oltre i 1000 miliardi di dollari proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sciopero all’Ikea, lavoratori in corteo tra gli scaffali: “Un’ora di lavoro non raggiunge il costo di un tavolino che dentro è di cartone”
“Una nostra ora di lavoro fatica a raggiungere il costo di un tavolino che dentro è fatto di cartone. Vorremmo avere una dignità salariale che ci permetta di vivere”. A parlare è uno dei lavoratori dell’Ikea di Carugate che oggi ha aderito allo sciopero nazionale indetto da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs. Il motivo? “Il contratto integrativo non viene rinnovato dal 2019 nel quale le nostre professionalità vengono schiacciate – racconta un’altra lavoratrice arrivata da Ancona – ci sono grosse disparità tra vecchi e nuovi assunti che devono aspettare 24 mesi per avere le maggiorazioni, e in questo momento molti negozi non hanno potuto avere il premio che era una boccata di ossigeno per molti di noi”. E così le lavoratrici e i lavoratori si sono dati appuntamento di fronte allo stabilimento di Carugate improvvisando un corteo tra gli scaffali. “Ikea occupa oltre 7500 dipendenti in tutta Italia con un uso molto forte di figure part time molto spinto spesso e volentieri indipendente” racconta Roberto Brambilla, Filcams Cgil nazionale. Quanto prendono? “Con un part time da 30 ore prendo 1100 euro al mese” racconta una lavoratrice. Per questo il contratto integrativo così come il sistema premiale rappresenta “una boccata di ossigeno” per i dipendenti. “Nel corso dell’ultimo incontro, l’Azienda ha respinto ogni proposta delle organizzazioni sindacali, rifiutando perfino di definire gli elementi economici già condivisi – come maggiorazioni domenicali e trattamento della malattia – rimandando tutto a un confronto senza contenuti reali” scrivono in una nota le organizzazioni sindacali confederali. E la multinazionale del mobile risponde così: “Ikea ha costantemente ricercato un confronto con le sigle sindacali e conferma la propria disponibilità a sottoscrivere il contratto in qualsiasi momento, anche con una durata ridotta rispetto alla normale vigenza, sulla base della proposta aziendale, la quale si presenta evidentemente migliorativa. Ikea Italia intende inoltre ribadire che la propria strategia di business rimane saldamente allineata all’obiettivo di rendere il brand accessibile alla maggioranza delle persone, anche in un contesto storico in cui tutti i consumi sono significativamente influenzati”. L'articolo Sciopero all’Ikea, lavoratori in corteo tra gli scaffali: “Un’ora di lavoro non raggiunge il costo di un tavolino che dentro è di cartone” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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