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“A volte mi sento sola, la maternità mi ha tolto le idee. Le chat delle mamme mi fanno stare male”: lo sfogo di Chiara Gamberale
“A volte mi sento sola e la maternità mi ha tolto idee”. Storie di tutti i giorni, ma se è a dirle è Chiara Gamberale apriti web. In una lunga intervista al Corriere della Sera, l’autrice di Dimmi di te (Einaudi) ha parlato dei cambiamenti nel suo privato degli ultimi anni. “Percepisco tanto gli esseri umani. Esco e mi arrivano addosso le facce, gli umori, la fatica delle persone. Se solo accompagno Vita a scuola, torno a casa inquinata”, spiega Gamberale. La scrittrice delinea una curiosa forma agorafobica che pur da democratica e progressista quale è la spinge addirittura a sostenere uno dei casi di cronaca più discussi e considerati, a torto, di destra: “Mi ritrovo che, per crescere una figlia, non volendo assecondare la tentazione di fare “la famiglia nel bosco”, faccio i conti con una realtà che mi fa stare male fisicamente”. E cosa fa star male Gamberale? “Nella chat delle mamme, arriva il testo della recita di Natale e vedo scritto “combattiamo i problemi del mondo come il surriscaldamento globale, la miseria, la guerra, l’immigrazione”. Scrivo: “Che ne pensate del fatto che l’immigrazione sia fra i problemi del mondo?”. Vita, la bimba novenne di Chiara, è figlia sua e del direttore editoriale Feltrinelli, Gianluca Foglia. All’epoca la scrittrice parlava già di blocco creativo: “Mi è tornata l’energia per un romanzone che mi mancava dai tempi di Le luci nelle case degli altri. La creatività si nutre anche di bellezza e di ispirazione. Io adoro Vita ma ero abituata ad avere spazio e tempo per scrivere senza distrazioni. E per un po’ tutte le mie energie creative erano finite nella costruzione di questa famiglia così originale: siamo io e lei sempre insieme, suo padre vive a Milano, viene a trovarci ogni due settimane; il mio ex marito Emanuele Trevi fa lo zio. Inventarsi una famiglia fuori dal modello della coppia tradizionale e costruita sulla verità psicologica di ciascuno mi ha tolto tantissime energie. Ora che finalmente tutto funziona, sono pronta per un progetto grande”. Insomma, sta per arrivare un romanzo “corale”. “Se una donna scrive di sentimenti si dice che “fa la calzetta”, se lo fa un uomo “è coraggioso”. Io penso invece che parlare di relazioni, di famiglie, di come ci si ama o ci si lascia sia già un gesto politico. Il mio modo di fare scrittura civile è continuare a rivendicare, attraverso le storie, la libertà di scelta, la complessità, il diritto a forme di vita diverse”. Curiosità: Gamberale scrive stesa a pancia in giù e per delineare la struttura del testo si trasferisce due mesi l’anno a Cetara. “È sempre stato così. Il problema non è il come, ma il quando. Prima, potevo sparire per mesi, partivo per ispirarmi. L’altro giorno, pensando a un personaggio del mio nuovo libro, ho chiesto all’intelligenza artificiale una cosa che in realtà vale anche per me. Questa: “Perché nella mia vita non c’è più spazio per l’abbandono, per la vertigine: mi sono fatta vecchia?”. Mi ha risposto: “Quando una donna è madre e quasi padre, punto fermo per gli altri, certe parti di sé si mettono in pausa perché non c’è più spazio per nutrirle. Non hai smesso di sentire vertigini, hai smesso di poterti permettere vertigini. Questo non è vecchiaia è sacrificio”. L'articolo “A volte mi sento sola, la maternità mi ha tolto le idee. Le chat delle mamme mi fanno stare male”: lo sfogo di Chiara Gamberale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ho ricevuto minacce di morte anche per il caso Garlasco. Ho scelto di non avere figli. Non credo di essere adatta a fare la madre”: così Roberta Bruzzone
La famosa criminologa Roberta Bruzzone, vista recentemente ospite a “Striscia la Notizia” per la rubrica “Striscia Criminale”, si è raccontata a “Verissimo” nella puntata odierna di domenica 25 gennaio. Durante la chiacchierata con Silvia Toffanin, Bruzzone ha parlato anche delle minacce di more che ha ricevuto per aver analizzato in tv e nella sua carriera alcuni dei casi crime più famosi. “Per il mio lavoro è successo spesso di ricevere minacce di morte. Ho ricevuto minacce di morte anche per il caso Garlasco. – ha affermato – in quest’ultimo periodo. Peraltro una vicenda che non mi vede protagonista in prima persona, perché io non mi sono occupata del caso di Chiara Poggi e Alberto Stasi. Lo conosco perché c’ho scritto un libro, perché ho studiato tutti gli atti, quindi lo conosco con grande dettaglio. Quindi sono tra coloro che ritengono, che la condanna sia fondata”. “Faccio parte di coloro che vengono bersagliati per questa cosa. – ha aggiunto – Non è la prima volta che mi capita, in passato anche da soggetti paranoidi altre no. Vita tranquilla? Fino a un certo punto. Sicuramente questo elemento ha fatto ci fosse attorno a me maggiore controllo e sicurezza, ho terrore di attacco con acido e anche questo scenario è stato evocato. Questo raffredda per forza di cose il rapporto col pubblico. Sicuramente questo mi ha cambiato la vita”. Poi Bruzzone ha toccato un argomento privato ed intimo: “Non credo di essere adatta a fare la madre. L’ho sempre pensato, mi piace troppo la vita che conduco. Non sono disposta a sacrificare un aspetto così importante ed è un’esperienza così totalizzante fare la madre, credo, che non me la sono sentite di affrontarla. Non credevo di averne gli strumenti per gestire poi la parte mia prevalente, quindi ho fatto una scelta di consapevolezza”. Infine la confessione di aver vissuto un amore tossico: “Aveva capito cosa mi interessava, mi aveva fornito tutta una serie di elementi che ritenevo straordinari. In un momento di vulnerabilità. Non ho subito violenze psicologiche, ma tentativi di addomesticare un certo tipo di versione di me, certamente sì. Questa cosa l’aveva un po’ destabilizzato. Ma poi ha preso il sopravvento la parte sana. Potessi cancellare quel pezzo della mia vita lo farei”. L'articolo “Ho ricevuto minacce di morte anche per il caso Garlasco. Ho scelto di non avere figli. Non credo di essere adatta a fare la madre”: così Roberta Bruzzone proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giulia De Lellis racconta la maternità: “Il parto è un miracolo straordinario ma non è affatto piacevole. Sto in pigiama fino alle 12 senza neanche una doccia, non so come riesco a lavorare”
Giulia De Lellis continua a condividere con i suoi follower frammenti della sua nuova vita da mamma, ma fissando confini chiari. L’influencer ha dato alla luce la piccola Priscilla lo scorso ottobre, figlia avuta con il compagno Tony Effe, e da allora racconta sui social la quotidianità di una famiglia appena nata, senza però mostrare mai il volto della bambina. Nelle ultime ore De Lellis ha risposto ad alcune domande su Instagram, chiarendo le ragioni di questa scelta. Alla curiosità di chi le chiedeva perché non facesse mai vedere la figlia, ha spiegato: “Le cose belle le proteggo. Ho imparato a fare questa cosa e mi fa sentire meglio. La percepisco più al sicuro così”. Una decisione netta, che segna una linea precisa tra racconto personale e tutela della privacy. La neo mamma ha anche svelato qualche dettaglio sulla piccola, senza mai esporla direttamente. A chi le chiedeva a quale genitore somigli di più, ha risposto con sincerità: “Vorrei poter dire ‘è una mini me’, ma è più il papà. Abbiamo fatto una figlia bionda con gli occhi verdi”. Giulia De Lellis è tornata anche a parlare del parto e dei mesi della gravidanza, raccontandoli senza idealizzazioni. Ha definito la sua opinione “impopolare”, spiegando di non sentire nostalgia per quel periodo: “Il parto è andato tutto bene, però è una cosa troppo personale e soggettiva. È un miracolo straordinario ma non è affatto piacevole”. Subito dopo la nascita di Priscilla, l’influencer aveva raccontato di aver affrontato un momento delicato, con febbre a 39 e un’infezione, superata nei giorni successivi. Un racconto diretto che si inserisce nella sua scelta di mostrare anche le difficoltà, oltre agli aspetti più luminosi della maternità. Nelle scorse settimane De Lellis aveva descritto con ironia le prime fasi della maternità, parlando della fatica nel conciliare lavoro e vita familiare: “Sto in pigiama fino alle 12 senza neanche una doccia, non so come riesco a lavorare”. Un’immagine lontana dalla perfezione patinata dei social, che ha trovato molta empatia tra le sue follower. Al suo fianco, durante la gravidanza e dopo la nascita della bambina, c’è sempre stato Tony Effe. Un legame che, secondo quanto raccontato dalla stessa De Lellis, si è rafforzato con l’arrivo di Priscilla, smentendo le voci di crisi circolate nei mesi scorsi. La coppia ha festeggiato il primo mese della bambina con una torta in casa e ha già fatto la prima vacanza sulla neve in tre, insieme ad amici come Ignazio Moser e Cecilia Rodriguez, diventati genitori della piccola Clara Isabel solo pochi giorni prima di Priscilla. L'articolo Giulia De Lellis racconta la maternità: “Il parto è un miracolo straordinario ma non è affatto piacevole. Sto in pigiama fino alle 12 senza neanche una doccia, non so come riesco a lavorare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“I figli che non arrivano? Alcune mie care amiche hanno attraversato questi calvari. È ancora un tabù, perché per tante è una colpa”: così Miriam Leone
C’è anche Miriam Leone nel cast del nuovo film di Gabriele Muccino, ambientato tra Roma e Tangeri, “Le cose non dette”, in arrivo nelle sale dal 29 gennaio. Nella pellicola ci sono anche Stefano Accorsi, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini. La Leone è una giornalista che si ritrova con la propria vita a pezzi. L’attrice si è divisa tra la lavorazione della pellicola e la maternità. “Sono in questa fase. Orlando è ancora piccolo, è difficile staccare la testa da lui – ha affermato a Vanity Fair – e, quando mi presentano una sceneggiatura, confido che sia un’offerta da poter rifiutare. Invece ho accettato. Per tanti motivi, uno in particolare: interpretare un personaggio capace di offrire alle donne uno sguardo diverso, una via d’uscita quando il mondo si sgretola, e a non sentirsi così sole quando non vedono chiaramente che cosa sta accadendo intorno”. La maternità ricorre anche nel film “Le cose non dette” per le donne col desiderio di un figlio che non arriva: È un tema a me molto vicino: alcune delle mie più care amiche hanno attraversato questi calvari, ad alcune è andata come speravano ad altre purtroppo no. È ancora un grande tabù, perché per tante è una colpa. Ma è un tabù anche la maternità voluta o non voluta. Fatichiamo a parlarne perché veniamo giudicate”. “Nel mio ambiente sono stata sostenuta da persone illuminate, – ha continuato – però mi è pure stato detto: ‘Guarda che non sei l’unica che fa la mamma’. Penso che essere genitori oggi non sia più solo un fatto privato, ma anche sociale… In un Paese dove le dichiarazioni pro-famiglia abbondano, sarebbe necessaria una politica realmente impegnata al sostegno, che, per chi non può permetterselo privatamente, non c’è”. L'articolo “I figli che non arrivano? Alcune mie care amiche hanno attraversato questi calvari. È ancora un tabù, perché per tante è una colpa”: così Miriam Leone proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Miriam Leone
“Non è un lavoro per madri”, il libro che spiega perché le neo mamme lasciano il lavoro e come cambiare le cose
L’occupazione femminile? A fine 2025 la questione non è più, solo, quella di favorirla, ma anche e soprattutto di ripensare radicalmente l’approccio alla conciliazione tra lavoro e famiglia. E cioè di “garantire condizioni strutturali e culturali che rendano la genitorialità compatibile con la piena cittadinanza economica e sociale”. È la conclusione del volume Non è un lavoro per madri. Perché la maternità in Italia resta un ostacolo al lavoro, a cura di Roberto Rizza, Lorenzo Cattani, Giovanni Amerigo Giuliani e Rebecca Paraciani (Fondazione Feltrinelli). “Occorre ripensare i tempi e le modalità del lavoro pagato e non, sono senz’altro necessari investimenti nei servizi di cura e ciò che appare indispensabile è rivedere le rappresentazioni culturali della maternità e della paternità in Italia. Per farlo è necessario un dialogo tra più attori e ambiti: il mondo economico, il primo e secondo welfare, il mondo della ricerca, l’opinione pubblica”, sostengono gli autori che per il loro lavoro si sono basati su una variegata massa di dati empirici. Non è un lavoro per madri indaga le ragioni profonde del fenomeno delle dimissioni volontarie delle neomamme: negli ultimi decenni le donne hanno scalato i livelli di formazione e qualificazione professionale, ma la transizione si è scontrata con la “persistenza di barriere strutturali e simboliche, esasperate dalla maternità” che rappresenta una cesura significativa nelle “carriere lavorative femminili: riduzione del tasso di occupazione, maggiore ricorso al part-time involontario, contratti precari e minore accesso a posizioni apicali, sono tutti elementi che testimoniano una penalizzazione sistematica“. Il testo si basa su dati nazionali contenuti nei rapporti annuali dell’Ispettorato del Lavoro dal 2012 in poi e sull’esperienza del Piano per l’Uguaglianza di Bologna, con oltre seicento casi di genitori, per lo più le madri, che hanno lasciato il lavoro in seguito all’arrivo di un figlio. “Tutto questo serve anche a fare una riflessione sul valore dell’indipendenza economica come fattore di emancipazione che può essere uno strumento per prevenire la violenza di genere. Ma le soluzioni esistono”. Tuttavia, “soltanto la combinazione tra politiche innovative e un’autentica cultura dell’uguaglianza può produrre un cambiamento reale, trasformando la maternità da ostacolo percepito a valore condiviso“. Il dato di partenza è che le dimissioni dei genitori in Italia sembrano “una questione tutt’altro che neutra in termini di genere e un fenomeno che tende a penalizzare prevalentemente le madri a causa delle forti disparità nella ripartizione del lavoro di cura“. Ed è proprio il lavoro di cura ad essere il fattore chiave per l’uscita dal mercato del lavoro, soprattutto quando non ci sono politiche di supporto alla genitorialità. Come succede in Italia, dove quando ci sono le leggi non sono i soldi. Ma vediamo i dati. Secondo gli ultimi numeri forniti dall’Ispettorato nazionale del lavoro, nel 2025 sono state convalidate 60.756 dimissioni di neogenitori. Di queste, il 69,5 per cento (42.237) ha riguardato donne. Per le quali il 63 per cento delle dimissioni è stato attribuito alla difficoltà di gestire simultaneamente le responsabilità lavorative e familiari, indicando una persistente difficoltà nel bilanciare carriera e cura dei figli. “Nonostante la marcata disuguaglianza di genere, va sottolineato che il fenomeno delle dimissioni da parte dei padri è in costante aumento negli anni”, è l’unica nota di ottimismo. Quanto ai servizi per l’infanzia, nel 2022 in Italia, solo il 30,9 per cento dei bambini al di sotto dei tre anni risultava iscritto al nido, ma di questi, solo il 20,1 per cento li frequentava per più di 30 ore settimanali (Eurostat, 2024). “L’obiettivo definito a livello europeo del 45 per cento appare lontano a causa soprattutto di due principali distorsioni: una di natura reddituale (il cosiddetto effetto Matteo), e una territoriale (il cosiddetto effetto Matteo territoriale). Nel primo caso, sono soprattutto i figli delle persone più istruite ed abbienti a frequentare gli asili nido; nel secondo caso le aree che necessiterebbero maggiormente tali servizi – prima di tutto il Mezzogiorno – sono proprio quelle in cui l’offerta risulta più carente con evidenti ripercussioni sulla parità di genere”, è l’analisi. Ma non finisce qui. L’Italia e i Paesi del Mediterraneo sono tra quelli con i tassi di fertilità e occupazione femminile più bassi, mentre i Paesi scandinavi e anglosassoni hanno dati di segno opposto in entrambi gli ambiti. “Questo cambiamento è stato attribuito all’introduzione di politiche per la conciliazione tra lavoro e famiglia, come il congedo parentale e i servizi di assistenza all’infanzia”, è la conclusione secondo la quale le politiche per la famiglia hanno ridotto l’incompatibilità tra lavoro e maternità, favorendo l’occupazione femminile senza danneggiare i tassi di fertilità: “Sebbene il dibattito sulla direzione della causalità tra i due fattori sia stato acceso, le evidenze suggeriscono che le politiche di conciliazione siano fondamentali per mantenere l’equilibrio tra carriera e genitorialità”. Non solo. In paesi come Svezia, Norvegia o Germania, l’adozione di modelli di welfare orientati alla defamiliarizzazione delle cure ha portato a risultati migliori sia in termini di occupazione femminile, sia di equità di genere. In Francia il sostegno pubblico alla genitorialità è stato realizzato attraverso un mix di trasferimenti monetari e servizi accessibili, che hanno ridotto la pressione sulle madri. Passo in avanti in Germania, dove “la riforma del parental benefit e la promozione dell’ElterngeldPlus (parental allowance plus) hanno incentivato un maggiore coinvolgimento dei padri, modificando nel tempo le aspettative sociali attorno alla divisione dei ruoli“. Sorpresa, poi, in un paese dell’Europa meridionale come la Spagna, dove “i cambiamenti sono stati molto accentuati nelle ultime decadi, culminando nella definizione di una normativa che eguaglia la durata del congedo obbligatorio tra madri e padri”. Esempi che “mostrano che il cambiamento è possibile quando le politiche sono coerenti, integrate e orientate a obiettivi di lungo periodo”. Il caso italiano, invece, “è ancora caratterizzato da improvvisazione, frammentazione e discontinuità. Una tendenza che non è immune da derive ulteriori aggravate dalla crisi demografica e dal continuo calo della natalità”. Criticità anche in un contesto all’avanguardia come quello bolognese. “Le madri che si dimettono a Bologna segnalano ostacoli simili a quelli osservati a livello nazionale: difficoltà nella gestione dei tempi di lavoro, scarso supporto organizzativo da parte delle imprese, mancanza di corresponsabilità genitoriale da parte del partner. Questa disamina conferma l’idea che le dimissioni volontarie non possano essere interpretate come semplici scelte individuali, ma debbano essere comprese alla luce di un contesto multilivello, in cui interagiscono fattori macro (assetti di welfare e istituzionali, condizioni strutturali del mercato del lavoro), meso (culture organizzative e modalità gestionali delle imprese, condizioni familiari) e micro (preferenze, biografie, caratteristiche individuali)”, spiegano gli autori. Secondo i quali il caso bolognese “rafforza l’idea che le politiche locali, pur importanti, non possano da sole compensare le lacune del quadro nazionale. È necessario un cambiamento sistemico che coniughi interventi strutturali, promozione culturale e incentivi al cambiamento organizzativo”. L'articolo “Non è un lavoro per madri”, il libro che spiega perché le neo mamme lasciano il lavoro e come cambiare le cose proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Maternità
Disoccupazione Femminile
Occupazione Femminile
“Dopo il secondo figlio mi hanno negato il part-time: ho dovuto licenziarmi”. “Al rientro non avevo più scrivania”: storie di maternità e discriminazioni
“Il mio sogno non era stare a casa a badare ai figli, non era questo che immaginavo da ragazzina”. Federica (nome di fantasia, ndr) ha la voce ferma mentre racconta a ilfattoquotidiano.it di aver lasciato il lavoro. È sicura quando spiega le ragioni economiche che l’hanno spinta a farlo. La voce si incrina solo quando rivela che ricorderà per sempre i pensieri di quel giorno: “Ora sarò solo una madre?”. C’è un passaggio de La donna gelata, uno dei romanzi auto-finzionali della premio Nobel Annie Ernaux, in cui la protagonista realizza l’ingiustizia di un carico di mansioni domestiche che ricade esclusivamente su di lei. Proprio come nei dettati della sua infanzia, la separazione dei ruoli è diventata, suo malgrado, chiara: “Papà va al lavoro, mamma prepara un buon pranzetto”. Siamo negli anni Settanta francesi, qualcosa da allora è cambiato. Eppure, come testimoniano i dati e le storie, il lavoro di cura è ancora un affare per sole donne. Anche in Italia, complici i fattori culturali ed economici, ma anche l’insufficienza delle misure politiche di conciliazione. In Italia circa il 31,5% delle donne occupate lavora part-time, una quota significativamente più alta rispetto all’8,1% degli uomini. La riduzione delle ore in ufficio può penalizzare la carriera, ed è difficile comprendere quando sia “volontario” e quando diventi una forma di discriminazione. Tuttavia, insieme al lavoro da remoto, è uno degli strumenti che se esteso a entrambi i genitori può agevolare la redistribuzione del carico. E soprattutto scongiurare la possibilità che le neo-mamme abbandonino l’occupazione, un rischio che sale al 18% per le donne nell’anno della nascita del figlio (per i padri scende all’8). “Lavoravo in una grande azienda di Milano, nel settore della moda. Quando sono rimasta incinta del primo figlio, e poi del secondo poco dopo, ci siamo ritrovati con due bimbi piccolissimi e nessun aiuto concreto”, racconta Federica, che oggi ha 32 anni. “Mia madre ha problemi di salute, i suoceri vivono lontano. Ho chiesto un part-time, ma l’azienda me l’ha negato: non lo concedono a nessuno”. Nel primo anno, tra solitudine e senso di inadeguatezza, Federica lascia il lavoro e teme di aver perso anche la propria identità. La depressione post partum fa il resto. Con due figli nati a un anno di distanza e una rete di sostegno insufficiente, la decisione di licenziarsi arriva dopo un calcolo preciso: “Tra nido e baby-sitter ci sarebbero voluti circa 650 euro al mese per bambino, più del mio stipendio: prendevo 1.200 euro. A conti fatti, conveniva che restassi a casa”. Federica faceva la sarta per un marchio del lusso, un lavoro intenso, spesso legato alle sfilate: “C’erano periodi in cui facevamo straordinari infiniti, anche di sera o nei weekend. Era impensabile gestire due bambini piccoli così”. A complicare tutto, anche la difficoltà di accedere ai nidi comunali. “Quando è nato il primo figlio avevo fatto richiesta al Comune di Milano, ma non mi hanno dato il posto: con un solo bambino non avevo abbastanza punti. Avrei dovuto pagare un nido privato ma i costi sono esorbitanti, soprattutto per i lattanti”. La scelta di lasciare il lavoro a quel punto è ricaduta su di lei per ragioni economiche pregresse: “Sicuramente se mio marito avesse guadagnato meno di me o io avessi avuto più prospettive di crescita sarebbe andata diversamente”. Mentre parla è molto lucida, ma anche arrabbiata. “Non è giusto che si debba scegliere. Conosco mamme e papà che quasi non vedono crescere i propri figli, perché quando torni dal lavoro a tempo pieno i bambini sono già a letto. È l’altro lato della medaglia, ed è altrettanto drammatico”. Per questo, secondo lei, una soluzione potrebbe essere il part-time garantito ad almeno uno dei genitori: “L’orario ridotto dovrebbe essere pensato come un diritto per il bambino, per la sua salute psicologica. Non importa che sia il padre o la madre, uno dei due deve esserci”. E per esserci, a volte, basterebbe poter lavorare da casa. “Nella multinazionale in cui lavoravo, i colleghi uomini facevano lo smart-working in modo ufficioso. A me è sempre stato negato, nonostante avessi due figli”, racconta Martina, 38 anni. “Finché non avevo figli, le cose andavano bene, ma già allora si percepiva una mentalità maschilista: le donne restavano perlopiù in ruoli di segreteria, gli uomini facevano carriera”. Dopo il primo figlio Martina torna in ufficio con l’orario ridotto per l’allattamento e non le viene più affidato nessun progetto. Da lì, un altro figlio, il crescente demansionamento e le discriminazioni: “Dopo la seconda maternità non ho più trovato nemmeno la mia scrivania. Sono stata isolata finché non sono riuscita a farmi licenziare, dopo un’azione legale non andata a buon fine”. Perché dimostrare il mobbing a livello legale, spiega, “è molto difficile, le registrazioni non hanno valore”. Martina però ricorda ogni dettaglio: “La responsabile delle risorse umane mi disse che la mia vita privata non interessava all’azienda e che non avrei dovuto chiedere nemmeno permessi per i figli”. Secondo lei, oltre al problema culturale, c’è di base un sistema che non funziona. “Gli incentivi non sono sufficienti, gli asili sono pochi o cari, le aziende non collaborano… si lamentano dell’inverno demografico, e poi nessuno ci aiuta nella crescita e nella gestione dei figli”. E così chi ha più difficoltà economiche rimane indietro: “Non tutti possono permettersi un aiuto in casa. Quando i bambini stavano male più di uno o due giorni ero costretta a chiedere le ferie per stare con loro. Mi sarebbe bastato poter avere lo smart working”. In entrambe le storie, i periodi ipotetici sono tanti: “Se ci fosse stato un asilo nido accessibile, o se mi avessero concesso il part-time, avrei continuato volentieri a lavorare”, ammette Federica. “È assurdo che lo stato ti spinga a fare figli e poi non ti metta nelle condizioni migliori per prendertene cura”. L'articolo “Dopo il secondo figlio mi hanno negato il part-time: ho dovuto licenziarmi”. “Al rientro non avevo più scrivania”: storie di maternità e discriminazioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ho scelto di non avere figli, se avessi potuto donare questa cosa a chi non può averne l’avrei fatto. So quanto sia difficile per alcune coppie”: così Paola Iezzi
Paola Iezzi, che stasera a Napoli chiuderà il suo percorso per il secondo anno consecutivo come giudice di X Factor 2025, si è confessata al podcast di Gianluca Gazzoli, BSMT. La cantautrice ha toccato un tema molto delicato come quello della maternità e ha confessato di aver scelto di non diventare madre. “Se avessi potuto donare questa cosa a qualcun altro che non lo può fare l’avrei fatto – ha raccontato – perché io ho scelto di non averne. So quanto è difficile per alcune coppie che non riescono ad averne e quanto sia complicato il percorso che porta alcune donne a dover accettare di non poterne avere”. Poi ha continuato: “Però per me è stata una scelta perché sapevo che non avrei tutto avrei dovuto smettere di fare questo mestiere per me sarebbe stata una sofferenza troppo grande. Una volta uno dei miei famosi fidanzati mi disse ‘basta con questa storia della musica, adesso bisogna mettere sua famiglia, fare dei figli…”. La reazione non è stata delle migliori: “Mi sono sentita tipo una specie di prigione che si costruiva intorno a me. Secondo me una persona che ti ama e che sa da dove vieni, che conosce la tua storia, non può chiederti una cosa del genere. Quindi quando è successo quella cosa lì ho pensato ‘questa non è la mia storia’”. A poche settimane dalla pubblicazione del suo ultimo singolo e video “Superstar”, la cantautrice ha annunciato “Iezz We Can!!!”, l’inedito live show sabato 31 gennaio al RedRoom Members Club di Milano. “Uno spettacolo che non si accontenta di intrattenere: vuole sorprendere, abbracciare, divertire e far ballare. – si legge nelle note stampa – Un viaggio a tutta energia, libertà e sperimentazione dentro l’immaginario in continua evoluzione di Paola Iezzi: musica, storytelling e una buona dose di humor cuciti insieme“. L'articolo “Ho scelto di non avere figli, se avessi potuto donare questa cosa a chi non può averne l’avrei fatto. So quanto sia difficile per alcune coppie”: così Paola Iezzi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un fondo del governo da 30 milioni per la natalità. Lo promuove la senatrice Mennuni, per cui la maternità è “cool”
La dicitura ufficiale è emblematica: “Campagne informative a sostegno della natalità”. In sintesi, promuovere l’idea di fare figli per combattere il calo demografico italiano con spot e campagne ad hoc della presidenza del Consiglio. È questo il contenuto di un emendamento alla legge di Bilancio che Fratelli d’Italia ha inserito lunedì, all’ultimo momento, tra i segnalati, cioè quelli considerati prioritari al posto di quelle proposte che sono state considerate inammissibili. L’emendamento, a prima firma della senatrice di FdI Lavinia Mennuni, propone di istituire presso la presidenza del Consiglio un fondo ad hoc da 30 milioni nei prossimi due anni per le campagne di comunicazione mirate “alla promozione della natalità”. Con quale obiettivo? “Accrescere la promozione della natalità, per sostenere le misure finanziarie previste in materia di famiglia e contrastare il fenomeno del calo demografico”, si legge nell’emendamento ripescato e che ha buone possibilità di essere approvato. Il fondo sarà di 30 milioni, di cui 20 per il 2026 e altri 10 del 2027. A proporre l’emendamento però non è un parlamentare qualsiasi ma la senatrice meloniana Mennuni che da mesi si sta spendendo molto per i temi della famiglia in raccordo con la ministra della Famiglia Eugenia Roccella. Due anni fa proprio Mennuni finì tra le polemiche per una frase pronunciata in televisione in cui diceva che la “maternità deve tornare cool”: “La mia mamma mi diceva sempre: ricordati che qualsiasi aspirazione tu abbia – e io volevo fare politica a 12 anni -, tu devi ricordare che hai l’opportunità di fare quel che vuoi ma non devi mai dimenticare che la tua prima aspirazione deve essere quella di essere mamma a tua volta”, disse Mennuni. L'articolo Un fondo del governo da 30 milioni per la natalità. Lo promuove la senatrice Mennuni, per cui la maternità è “cool” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Maternità
“Dicevano ‘devi diventare mamma, quando fai un figlio?’. È stata una violenza, ci stavamo provando. Come coppia io e Matteo siamo compiuti”: così Federica Pellegrini
Federica Pellegrini e Matteo Giunta hanno dedicato alla figlia Matilde, nata il 3 gennaio 2024, il loro libro “In un tempo solo”: “Scegliere di essere padre e madre è una lunga nuotata di coppia, dove un po’ spingi, un po’ rallenti; a volte ti fai prendere dallo sconforto, altre fai sprint incredibili e, alla fine, non ci sarà la medaglia, se non la felicità che vedrai negli occhi di tuo figlio e nei tuoi”, dicono all’unisono. La Pellegrini a Vanity Fair ha anche confidato di aver sentito molto la pressione della maternità: “Nessuno sapeva che noi stavamo provando e c’erano tutte queste incursioni: ‘Quando fate un figlio? Dai che devi diventare mamma’. L’ho percepita come una violenza non necessaria. Visto tutto quello che avevo fatto in passato sia come donna sia come atleta, sembrava veramente che la società mi stesse richiedendo per forza di diventare madre, altrimenti non avrei compiuto il mio destino. E adesso è uguale per un secondo figlio. Sono dei retaggi culturali”. E ancora: “Ci siamo detti: se la natura vuole che a questo nostro amore si aggiunga un terzo cuore bene, altrimenti accettiamo il nostro destino. Siamo entrambi fatalisti. Non serviva un figlio per completarci. Come coppia siamo già compiuti. Saremmo stati con i nostri quattro cani e, forse un giorno, avremmo pensato all’adozione“. Dopo il parto, e viene descritto nel libro, la Pellegrini ha sofferto di baby blues, una forma di malinconia e instabilità emotiva temporanea che colpisce molte neo-mamme nei primi giorni dopo il parto, tipicamente tra il terzo e il quinto giorno. “Sono molto in contatto con le mie emozioni e quando, per la seconda sera di fila, all’improvviso, mi è partito un pianto, – ha affermato – ho capito che c’era qualcosa che stonava. Sentire la mia psicologa Bruna è stato naturale. Avendo una forma mentis da atleta, ed essendo abituata a essere seguita 24 ore su 24 da uno staff di persone che ti supportano, anche dal punto di vista mentale, è stato più facile. Dalle criticità che ho attraversato nei miei anni da nuotatrice, ho imparato molto bene a fermarmi per chiedere aiuto quando sono in difficoltà. E anche in quel momento ho riconosciuto il disagio e capito che avevo bisogno di sostegno”. LE NOTE DEL LIBRO “IN UN TEMPO SOLO” Lei è una delle nuotatrici più vincenti di sempre, lui l’allenatore che l’ha riportata sul podio quando tutti pensavano che avesse fatto il suo tempo, e ora è suo marito. Insieme hanno polverizzato record e raggiunto traguardi che sembravano impossibili. Finché, a due anni dal ritiro dalle competizioni e a un anno dal matrimonio, arriva il momento di lanciarsi in una sfida tutta nuova. Quando il 3 gennaio 2024 nasce la loro piccola Matilde, Matteo e Federica capiscono subito di doversi confrontare con un livello di difficoltà superiore. Perché questa volta non è come le altre, è una sfida insieme fisica e mentale per la quale non esiste preparazione. Matilde piange, dorme poco, è attiva tutto il giorno. Federica è divisa tra l’amore più grande che abbia mai provato e la stanchezza più profonda. Matteo è innamorato e presente, ma allo stesso tempo sente che non può entrare del tutto tra le pieghe di quell’intesa preziosa che si è instaurata fra Matilde e Federica. Entrambi però sono atleti, e per loro le sfide non sono ostacoli, sono una spinta a migliorarsi sempre. In questo libro a due voci Matteo e Federica ci raccontano, ciascuno dal proprio punto di vista, il loro primo anno da genitori: l’attesa, la nascita, le aspettative e la realtà, le piccole grandi tappe della crescita di Matilde, la ricerca continua di un equilibrio che sembra sfuggire ogni volta che pensi di averlo afferrato. Lo fanno con franchezza, senza nascondere nulla, nemmeno i momenti di sconforto, nemmeno le discussioni di coppia. Perché essere genitori è un’esperienza che ti fa battere forte il cuore, ma ti rompe anche le ossa. Per questo Federica e Matteo hanno scelto di scrivere la storia di quest’avventura così come l’hanno vissuta loro: per ricordarla, ma anche perché altri genitori possano indentificarsi fra queste pagine e, magari, ritrovarsi. (da De Agostini) L'articolo “Dicevano ‘devi diventare mamma, quando fai un figlio?’. È stata una violenza, ci stavamo provando. Come coppia io e Matteo siamo compiuti”: così Federica Pellegrini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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