Nina Palmieri (all’anagrafe Giovanna Palmieri) è uno dei volti storici de “Le
Iene”, giornalista, autrice televisiva e conduttrice si occupa spesso di
inchieste legate a temi sociali e diritti civili. Ieri, 21 marzo, Palmieri si è
raccontata nel salotto di “Verissimo” soprattutto per attraversare tutte le
tappe che hanno portato alla nascita della figlia Amanda, nel 2017.
“Amanda è veramente la mia ricchezza, la mia luce”, afferma l’inviata che
ricorda di essere diventata mamma a 41 anni, un caso.
“Prima di avere Amanda, avevo scelto di congelare gli ovuli. – ha spiegato a
Silvia Toffanin – Avevo un compagno, che non è il papà di Amanda, ma non sentivo
il famoso orologio biologico. Ho pensato però che, se mi fosse venuto il
desiderio di diventare mamma e non ci sarei riuscita in futuro, l’avrei vissuto
con tristezza e ansia”.
Poi la grande sorpresa con il test di gravidanza positivo: “Amanda non è stata
una scelta. Io che avevo scelto di programmare, congelando gli ovuli, alla fine
sono stata sorpresa. Amanda è arrivata naturalmente, in modo inaspettato e
folle. Conoscevo il papà di Amanda da pochissimo tempo, quando ho scoperto di
essere incinta. Ho dovuto riorganizzare una vita complessa, ma ho imparato a
essere la sua mamma e lo sto imparando ancora ogni giorno”.
L'articolo “Avevo scelto di congelare gli ovuli perché non sentivo il famoso
orologio biologico. Poi a sorpresa è arrivata Amanda”: il racconto della Iena
Nina Palmieri proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un ginecologo olandese era il padre biologico di 16 figli, e madri,
inconsapevoli. Come riportato da dutchnews.nl attraverso un ex ginecologo
dell’ospedale Rijnstate di Arnhem ha utilizzato il proprio sperma per generare
almeno 16 figli tra gli anni ’70 e ’80. L’uomo, identificato dall’ospedale come
Alexander Schmoutziguer, ha ammesso di aver agito senza informare i futuri
genitori e di aver utilizzato il proprio sperma in assenza di sperma fresco di
donatore. Non è stato utilizzato quindi sperma congelato. L’indagine ha inoltre
rivelato che Schmoutziguer è portatore di una malattia ereditaria non
specificata. L’ospedale ha così invitato le donne che sono state curate presso
la struttura e i loro figli a sottoporsi al test del DNA.
“Le azioni del medico sono inaccettabili, anche alla luce delle circostanze del
momento. Non c’è dubbio che l’utilizzo del proprio sperma nei trattamenti per la
fertilità costituisca una violazione delle norme”, ha affermato Hans Schoo,
membro del consiglio di amministrazione dell’ospedale. Dal 2025 nei Pesi Bassi
sono entrate in vigore nuove norme sulla donazione di sperma per impedire agli
uomini di generare centinaia di figli registrandosi presso diverse cliniche. È
stato istituito un registro nazionale e un sistema di codici per far rispettare
il limite di 12 famiglie per donatore.
A ciascun donatore viene assegnato un codice personale e 12 codici materni, che
vengono utilizzati ogni volta che una donna rimane incinta grazie al suo sperma.
Una volta scaduti tutti e 12 i codici, l’uomo non può più donare sperma. Il
limite di 12 famiglie era già sancito dalla legge olandese, ma non esisteva
alcun meccanismo per farlo rispettare, né per far rispettare il precedente
limite di 25 figli, poiché la divulgazione dell’identità dei donatori era
considerata una violazione della loro privacy. Una recente inchiesta di
Nieuwsuur ha mostrato che la mancata applicazione dei limiti ha portato ad
almeno 85 casi di donazione di massa, esponendo i loro figli a un maggiore
rischio di incesto. È ormai noto che anche diversi medici di cliniche private
per la fertilità siano stati donatori di massa.
L'articolo Ginecologo inseminava le pazienti a loro insaputa: i figli potrebbero
avere una malattia genetica ereditaria. L’ospedale sta svolgendo test del DNA
per rintracciarli proviene da Il Fatto Quotidiano.
All’inizio doveva essere sola una sorta di “salvagente” per lavorare in
sicurezza durante la pandemia. Poi, imprevedibilmente, lo smartworking si è
rivelato uno strumento efficace per risparmiare al Pianeta un po’ dei nostri
veleni. Successivamente, lo abbiamo temuto come fonte di alienazione sociale. Ma
oggi scopriamo che lo smartworking può avere effetti del tutto inaspettati e
essere alleato della cicogna. Secondo una ricerca condotta da un team
internazionale guidato dall’economista Cevat Giray Aksoy del King’s College di
Londra – e finanziata dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo –
la flessibilità lavorativa non riempie solo le cartelle digitali, ma anche le
culle.
I numeri parlano chiaro e non lasciano spazio a troppe interpretazioni: le
coppie in cui entrambi i partner lavorano da remoto almeno un giorno a settimana
mostrano un incremento della fecondità del 14% rispetto a quelle costrette al
cartellino in presenza cinque giorni su cinque. Lo studio, che ha analizzato i
dati del biennio 2023-2025, scatta una fotografia nitida della società
post-pandemica. Non si tratta di avere “più tempo libero” in senso assoluto, ma
di una gestione più fluida della quotidianità. La possibilità di eliminare il
pendolarismo, di gestire un’emergenza pediatrica senza dover chiedere un
permesso speciale o semplicemente di pranzare insieme, riduce drasticamente lo
stress e il carico mentale dei genitori.
Ma non è solo una questione di “benessere mentale”. C’è un fattore economico
brutale e concreto: fare figli costa. E lo smartworking è un ammortizzatore
sociale formidabile. Risparmiare su benzina, abbonamenti ai mezzi e,
soprattutto, sulla babysitter per quelle ore “grigie” tra l’uscita da scuola e
il rientro dei genitori dall’ufficio, sposta l’asticella della fattibilità. Per
molti, quel 14% in più rappresenta la differenza tra il “vorrei ma non possiamo”
e il “proviamoci”. La flessibilità d’impiego trasforma il figlio da “ostacolo
alla carriera” a “progetto compatibile”.
Mentre l’Italia e l’Europa intera combattono contro un inverno demografico che
sembra non finire mai, la soluzione potrebbe non risiedere solo nei bonus bebè o
negli incentivi una tantum. La vera rivoluzione potrebbe essere strutturale:
normalizzare il lavoro agile. Se un solo giorno a settimana da casa può fare la
differenza tra una famiglia che cresce e una che resta ferma, lo smartworking
smette di essere un “benefit aziendale” per diventare una vera e propria
politica demografica. Certo, lo smartworking non è la bacchetta magica. Servono
ancora asili nido, welfare solido e una cultura che non penalizzi chi decide di
staccare la webcam per cambiare un pannolino. Ma la ricerca di Aksoy ci dice una
cosa fondamentale: quando restituiamo alle persone il controllo sul proprio
tempo, le persone tornano a investire sul futuro.
L'articolo Chi lavora in smartworking fa più figli. Lo studio: incremento della
fecondità del 14% se entrambi i partner lavorano almeno 1 giorno a settimana da
remoto proviene da Il Fatto Quotidiano.
In seguito alla bocciatura da parte della Commissione Bilancio della Camera
della proposta di legge per introdurre in Italia il congedo parentale paritario
e obbligatorio, Federica Pellegrini si sfoga sui social.
LO SDEGNO DI FEDERICA PELLEGRINI
In una storia Instagram la campionessa di nuoto esprime tutta la propria rabbia
e delusione. D’altronde per lei, già mamma di Matilde e incinta di un secondo
figlio, questo è un tema molto caldo. “È sempre la scelta che manca… che ci
manca” osserva. “Lavorare e fare carriera o avere una famiglia… Se per emergere
come donne dobbiamo lavorare il doppio, diventando madri lo dobbiamo fare il
quadruplo!!” continua Pellegrini sui social, per poi arrivare ad un’amara
conclusione: “Mi sembra facile capire che se una donna vuole fare carriera in
questo Paese è meglio che non diventi madre!! È una scelta indotta dagli aiuti
che NON abbiamo e quindi… non è una scelta! E questo fa molto arrabbiare”.
FEDERICA PELLEGRINI ASPETTA LA SECONDA FIGLIA
A dicembre 2025, Federica Pellegrini aveva rivelato di essere incinta. La nuova
gravidanza era stata annunciata con una foto su Instagram: la pancia stretta tra
le mani del marito Matteo Giunta e quelle della piccola Matilde. La bimba, che
ha 2 anni, accoglierà una sorellina. “Piovono polpette. Inaspettata come le
sorprese più belle. Ti aspettiamo piccolina” aveva scritto la campionessa.
L'articolo “Se una donna vuole fare carriera in Italia è meglio che non diventi
madre”: Federica Pellegrini furibonda dopo la bocciatura del congedo parentale
paritario proviene da Il Fatto Quotidiano.
“A volte mi sento sola e la maternità mi ha tolto idee”. Storie di tutti i
giorni, ma se è a dirle è Chiara Gamberale apriti web. In una lunga intervista
al Corriere della Sera, l’autrice di Dimmi di te (Einaudi) ha parlato dei
cambiamenti nel suo privato degli ultimi anni. “Percepisco tanto gli esseri
umani. Esco e mi arrivano addosso le facce, gli umori, la fatica delle persone.
Se solo accompagno Vita a scuola, torno a casa inquinata”, spiega Gamberale. La
scrittrice delinea una curiosa forma agorafobica che pur da democratica e
progressista quale è la spinge addirittura a sostenere uno dei casi di cronaca
più discussi e considerati, a torto, di destra: “Mi ritrovo che, per crescere
una figlia, non volendo assecondare la tentazione di fare “la famiglia nel
bosco”, faccio i conti con una realtà che mi fa stare male fisicamente”.
E cosa fa star male Gamberale? “Nella chat delle mamme, arriva il testo della
recita di Natale e vedo scritto “combattiamo i problemi del mondo come il
surriscaldamento globale, la miseria, la guerra, l’immigrazione”. Scrivo: “Che
ne pensate del fatto che l’immigrazione sia fra i problemi del mondo?”. Vita, la
bimba novenne di Chiara, è figlia sua e del direttore editoriale Feltrinelli,
Gianluca Foglia. All’epoca la scrittrice parlava già di blocco creativo: “Mi è
tornata l’energia per un romanzone che mi mancava dai tempi di Le luci nelle
case degli altri. La creatività si nutre anche di bellezza e di ispirazione. Io
adoro Vita ma ero abituata ad avere spazio e tempo per scrivere senza
distrazioni. E per un po’ tutte le mie energie creative erano finite nella
costruzione di questa famiglia così originale: siamo io e lei sempre insieme,
suo padre vive a Milano, viene a trovarci ogni due settimane; il mio ex marito
Emanuele Trevi fa lo zio. Inventarsi una famiglia fuori dal modello della coppia
tradizionale e costruita sulla verità psicologica di ciascuno mi ha tolto
tantissime energie. Ora che finalmente tutto funziona, sono pronta per un
progetto grande”.
Insomma, sta per arrivare un romanzo “corale”. “Se una donna scrive di
sentimenti si dice che “fa la calzetta”, se lo fa un uomo “è coraggioso”. Io
penso invece che parlare di relazioni, di famiglie, di come ci si ama o ci si
lascia sia già un gesto politico. Il mio modo di fare scrittura civile è
continuare a rivendicare, attraverso le storie, la libertà di scelta, la
complessità, il diritto a forme di vita diverse”. Curiosità: Gamberale scrive
stesa a pancia in giù e per delineare la struttura del testo si trasferisce due
mesi l’anno a Cetara. “È sempre stato così. Il problema non è il come, ma il
quando. Prima, potevo sparire per mesi, partivo per ispirarmi. L’altro giorno,
pensando a un personaggio del mio nuovo libro, ho chiesto all’intelligenza
artificiale una cosa che in realtà vale anche per me. Questa: “Perché nella mia
vita non c’è più spazio per l’abbandono, per la vertigine: mi sono fatta
vecchia?”. Mi ha risposto: “Quando una donna è madre e quasi padre, punto fermo
per gli altri, certe parti di sé si mettono in pausa perché non c’è più spazio
per nutrirle. Non hai smesso di sentire vertigini, hai smesso di poterti
permettere vertigini. Questo non è vecchiaia è sacrificio”.
L'articolo “A volte mi sento sola, la maternità mi ha tolto le idee. Le chat
delle mamme mi fanno stare male”: lo sfogo di Chiara Gamberale proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La famosa criminologa Roberta Bruzzone, vista recentemente ospite a “Striscia la
Notizia” per la rubrica “Striscia Criminale”, si è raccontata a “Verissimo”
nella puntata odierna di domenica 25 gennaio. Durante la chiacchierata con
Silvia Toffanin, Bruzzone ha parlato anche delle minacce di more che ha ricevuto
per aver analizzato in tv e nella sua carriera alcuni dei casi crime più famosi.
“Per il mio lavoro è successo spesso di ricevere minacce di morte. Ho ricevuto
minacce di morte anche per il caso Garlasco. – ha affermato – in quest’ultimo
periodo. Peraltro una vicenda che non mi vede protagonista in prima persona,
perché io non mi sono occupata del caso di Chiara Poggi e Alberto Stasi. Lo
conosco perché c’ho scritto un libro, perché ho studiato tutti gli atti, quindi
lo conosco con grande dettaglio. Quindi sono tra coloro che ritengono, che la
condanna sia fondata”.
“Faccio parte di coloro che vengono bersagliati per questa cosa. – ha aggiunto –
Non è la prima volta che mi capita, in passato anche da soggetti paranoidi altre
no. Vita tranquilla? Fino a un certo punto. Sicuramente questo elemento ha fatto
ci fosse attorno a me maggiore controllo e sicurezza, ho terrore di attacco con
acido e anche questo scenario è stato evocato. Questo raffredda per forza di
cose il rapporto col pubblico. Sicuramente questo mi ha cambiato la vita”.
Poi Bruzzone ha toccato un argomento privato ed intimo: “Non credo di essere
adatta a fare la madre. L’ho sempre pensato, mi piace troppo la vita che
conduco. Non sono disposta a sacrificare un aspetto così importante ed è
un’esperienza così totalizzante fare la madre, credo, che non me la sono sentite
di affrontarla. Non credevo di averne gli strumenti per gestire poi la parte mia
prevalente, quindi ho fatto una scelta di consapevolezza”.
Infine la confessione di aver vissuto un amore tossico: “Aveva capito cosa mi
interessava, mi aveva fornito tutta una serie di elementi che ritenevo
straordinari. In un momento di vulnerabilità. Non ho subito violenze
psicologiche, ma tentativi di addomesticare un certo tipo di versione di me,
certamente sì. Questa cosa l’aveva un po’ destabilizzato. Ma poi ha preso il
sopravvento la parte sana. Potessi cancellare quel pezzo della mia vita lo
farei”.
L'articolo “Ho ricevuto minacce di morte anche per il caso Garlasco. Ho scelto
di non avere figli. Non credo di essere adatta a fare la madre”: così Roberta
Bruzzone proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giulia De Lellis continua a condividere con i suoi follower frammenti della sua
nuova vita da mamma, ma fissando confini chiari. L’influencer ha dato alla luce
la piccola Priscilla lo scorso ottobre, figlia avuta con il compagno Tony Effe,
e da allora racconta sui social la quotidianità di una famiglia appena nata,
senza però mostrare mai il volto della bambina. Nelle ultime ore De Lellis ha
risposto ad alcune domande su Instagram, chiarendo le ragioni di questa scelta.
Alla curiosità di chi le chiedeva perché non facesse mai vedere la figlia, ha
spiegato: “Le cose belle le proteggo. Ho imparato a fare questa cosa e mi fa
sentire meglio. La percepisco più al sicuro così”. Una decisione netta, che
segna una linea precisa tra racconto personale e tutela della privacy.
La neo mamma ha anche svelato qualche dettaglio sulla piccola, senza mai esporla
direttamente. A chi le chiedeva a quale genitore somigli di più, ha risposto con
sincerità: “Vorrei poter dire ‘è una mini me’, ma è più il papà. Abbiamo fatto
una figlia bionda con gli occhi verdi”. Giulia De Lellis è tornata anche a
parlare del parto e dei mesi della gravidanza, raccontandoli senza
idealizzazioni. Ha definito la sua opinione “impopolare”, spiegando di non
sentire nostalgia per quel periodo: “Il parto è andato tutto bene, però è una
cosa troppo personale e soggettiva. È un miracolo straordinario ma non è affatto
piacevole”.
Subito dopo la nascita di Priscilla, l’influencer aveva raccontato di aver
affrontato un momento delicato, con febbre a 39 e un’infezione, superata nei
giorni successivi. Un racconto diretto che si inserisce nella sua scelta di
mostrare anche le difficoltà, oltre agli aspetti più luminosi della maternità.
Nelle scorse settimane De Lellis aveva descritto con ironia le prime fasi della
maternità, parlando della fatica nel conciliare lavoro e vita familiare: “Sto in
pigiama fino alle 12 senza neanche una doccia, non so come riesco a lavorare”.
Un’immagine lontana dalla perfezione patinata dei social, che ha trovato molta
empatia tra le sue follower. Al suo fianco, durante la gravidanza e dopo la
nascita della bambina, c’è sempre stato Tony Effe. Un legame che, secondo quanto
raccontato dalla stessa De Lellis, si è rafforzato con l’arrivo di Priscilla,
smentendo le voci di crisi circolate nei mesi scorsi.
La coppia ha festeggiato il primo mese della bambina con una torta in casa e ha
già fatto la prima vacanza sulla neve in tre, insieme ad amici come Ignazio
Moser e Cecilia Rodriguez, diventati genitori della piccola Clara Isabel solo
pochi giorni prima di Priscilla.
L'articolo Giulia De Lellis racconta la maternità: “Il parto è un miracolo
straordinario ma non è affatto piacevole. Sto in pigiama fino alle 12 senza
neanche una doccia, non so come riesco a lavorare” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
C’è anche Miriam Leone nel cast del nuovo film di Gabriele Muccino, ambientato
tra Roma e Tangeri, “Le cose non dette”, in arrivo nelle sale dal 29 gennaio.
Nella pellicola ci sono anche Stefano Accorsi, Claudio Santamaria e Carolina
Crescentini. La Leone è una giornalista che si ritrova con la propria vita a
pezzi. L’attrice si è divisa tra la lavorazione della pellicola e la maternità.
“Sono in questa fase. Orlando è ancora piccolo, è difficile staccare la testa da
lui – ha affermato a Vanity Fair – e, quando mi presentano una sceneggiatura,
confido che sia un’offerta da poter rifiutare. Invece ho accettato. Per tanti
motivi, uno in particolare: interpretare un personaggio capace di offrire alle
donne uno sguardo diverso, una via d’uscita quando il mondo si sgretola, e a non
sentirsi così sole quando non vedono chiaramente che cosa sta accadendo
intorno”.
La maternità ricorre anche nel film “Le cose non dette” per le donne col
desiderio di un figlio che non arriva: È un tema a me molto vicino: alcune delle
mie più care amiche hanno attraversato questi calvari, ad alcune è andata come
speravano ad altre purtroppo no. È ancora un grande tabù, perché per tante è una
colpa. Ma è un tabù anche la maternità voluta o non voluta. Fatichiamo a
parlarne perché veniamo giudicate”.
“Nel mio ambiente sono stata sostenuta da persone illuminate, – ha continuato –
però mi è pure stato detto: ‘Guarda che non sei l’unica che fa la mamma’. Penso
che essere genitori oggi non sia più solo un fatto privato, ma anche sociale… In
un Paese dove le dichiarazioni pro-famiglia abbondano, sarebbe necessaria una
politica realmente impegnata al sostegno, che, per chi non può permetterselo
privatamente, non c’è”.
L'articolo “I figli che non arrivano? Alcune mie care amiche hanno attraversato
questi calvari. È ancora un tabù, perché per tante è una colpa”: così Miriam
Leone proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’occupazione femminile? A fine 2025 la questione non è più, solo, quella di
favorirla, ma anche e soprattutto di ripensare radicalmente l’approccio alla
conciliazione tra lavoro e famiglia. E cioè di “garantire condizioni strutturali
e culturali che rendano la genitorialità compatibile con la piena cittadinanza
economica e sociale”. È la conclusione del volume Non è un lavoro per madri.
Perché la maternità in Italia resta un ostacolo al lavoro, a cura di Roberto
Rizza, Lorenzo Cattani, Giovanni Amerigo Giuliani e Rebecca Paraciani
(Fondazione Feltrinelli). “Occorre ripensare i tempi e le modalità del lavoro
pagato e non, sono senz’altro necessari investimenti nei servizi di cura e ciò
che appare indispensabile è rivedere le rappresentazioni culturali della
maternità e della paternità in Italia. Per farlo è necessario un dialogo tra più
attori e ambiti: il mondo economico, il primo e secondo welfare, il mondo della
ricerca, l’opinione pubblica”, sostengono gli autori che per il loro lavoro si
sono basati su una variegata massa di dati empirici.
Non è un lavoro per madri indaga le ragioni profonde del fenomeno delle
dimissioni volontarie delle neomamme: negli ultimi decenni le donne hanno
scalato i livelli di formazione e qualificazione professionale, ma la
transizione si è scontrata con la “persistenza di barriere strutturali e
simboliche, esasperate dalla maternità” che rappresenta una cesura significativa
nelle “carriere lavorative femminili: riduzione del tasso di occupazione,
maggiore ricorso al part-time involontario, contratti precari e minore accesso a
posizioni apicali, sono tutti elementi che testimoniano una penalizzazione
sistematica“. Il testo si basa su dati nazionali contenuti nei rapporti annuali
dell’Ispettorato del Lavoro dal 2012 in poi e sull’esperienza del Piano per
l’Uguaglianza di Bologna, con oltre seicento casi di genitori, per lo più le
madri, che hanno lasciato il lavoro in seguito all’arrivo di un figlio. “Tutto
questo serve anche a fare una riflessione sul valore dell’indipendenza economica
come fattore di emancipazione che può essere uno strumento per prevenire la
violenza di genere. Ma le soluzioni esistono”. Tuttavia, “soltanto la
combinazione tra politiche innovative e un’autentica cultura dell’uguaglianza
può produrre un cambiamento reale, trasformando la maternità da ostacolo
percepito a valore condiviso“.
Il dato di partenza è che le dimissioni dei genitori in Italia sembrano “una
questione tutt’altro che neutra in termini di genere e un fenomeno che tende a
penalizzare prevalentemente le madri a causa delle forti disparità nella
ripartizione del lavoro di cura“. Ed è proprio il lavoro di cura ad essere il
fattore chiave per l’uscita dal mercato del lavoro, soprattutto quando non ci
sono politiche di supporto alla genitorialità. Come succede in Italia, dove
quando ci sono le leggi non sono i soldi. Ma vediamo i dati. Secondo gli ultimi
numeri forniti dall’Ispettorato nazionale del lavoro, nel 2025 sono state
convalidate 60.756 dimissioni di neogenitori. Di queste, il 69,5 per cento
(42.237) ha riguardato donne. Per le quali il 63 per cento delle dimissioni è
stato attribuito alla difficoltà di gestire simultaneamente le responsabilità
lavorative e familiari, indicando una persistente difficoltà nel bilanciare
carriera e cura dei figli. “Nonostante la marcata disuguaglianza di genere, va
sottolineato che il fenomeno delle dimissioni da parte dei padri è in costante
aumento negli anni”, è l’unica nota di ottimismo.
Quanto ai servizi per l’infanzia, nel 2022 in Italia, solo il 30,9 per cento dei
bambini al di sotto dei tre anni risultava iscritto al nido, ma di questi, solo
il 20,1 per cento li frequentava per più di 30 ore settimanali (Eurostat, 2024).
“L’obiettivo definito a livello europeo del 45 per cento appare lontano a causa
soprattutto di due principali distorsioni: una di natura reddituale (il
cosiddetto effetto Matteo), e una territoriale (il cosiddetto effetto Matteo
territoriale). Nel primo caso, sono soprattutto i figli delle persone più
istruite ed abbienti a frequentare gli asili nido; nel secondo caso le aree che
necessiterebbero maggiormente tali servizi – prima di tutto il Mezzogiorno –
sono proprio quelle in cui l’offerta risulta più carente con evidenti
ripercussioni sulla parità di genere”, è l’analisi. Ma non finisce qui. L’Italia
e i Paesi del Mediterraneo sono tra quelli con i tassi di fertilità e
occupazione femminile più bassi, mentre i Paesi scandinavi e anglosassoni hanno
dati di segno opposto in entrambi gli ambiti. “Questo cambiamento è stato
attribuito all’introduzione di politiche per la conciliazione tra lavoro e
famiglia, come il congedo parentale e i servizi di assistenza all’infanzia”, è
la conclusione secondo la quale le politiche per la famiglia hanno ridotto
l’incompatibilità tra lavoro e maternità, favorendo l’occupazione femminile
senza danneggiare i tassi di fertilità: “Sebbene il dibattito sulla direzione
della causalità tra i due fattori sia stato acceso, le evidenze suggeriscono che
le politiche di conciliazione siano fondamentali per mantenere l’equilibrio tra
carriera e genitorialità”.
Non solo. In paesi come Svezia, Norvegia o Germania, l’adozione di modelli di
welfare orientati alla defamiliarizzazione delle cure ha portato a risultati
migliori sia in termini di occupazione femminile, sia di equità di genere. In
Francia il sostegno pubblico alla genitorialità è stato realizzato attraverso un
mix di trasferimenti monetari e servizi accessibili, che hanno ridotto la
pressione sulle madri. Passo in avanti in Germania, dove “la riforma del
parental benefit e la promozione dell’ElterngeldPlus (parental allowance plus)
hanno incentivato un maggiore coinvolgimento dei padri, modificando nel tempo le
aspettative sociali attorno alla divisione dei ruoli“. Sorpresa, poi, in un
paese dell’Europa meridionale come la Spagna, dove “i cambiamenti sono stati
molto accentuati nelle ultime decadi, culminando nella definizione di una
normativa che eguaglia la durata del congedo obbligatorio tra madri e padri”.
Esempi che “mostrano che il cambiamento è possibile quando le politiche sono
coerenti, integrate e orientate a obiettivi di lungo periodo”. Il caso italiano,
invece, “è ancora caratterizzato da improvvisazione, frammentazione e
discontinuità. Una tendenza che non è immune da derive ulteriori aggravate dalla
crisi demografica e dal continuo calo della natalità”.
Criticità anche in un contesto all’avanguardia come quello bolognese. “Le madri
che si dimettono a Bologna segnalano ostacoli simili a quelli osservati a
livello nazionale: difficoltà nella gestione dei tempi di lavoro, scarso
supporto organizzativo da parte delle imprese, mancanza di corresponsabilità
genitoriale da parte del partner. Questa disamina conferma l’idea che le
dimissioni volontarie non possano essere interpretate come semplici scelte
individuali, ma debbano essere comprese alla luce di un contesto multilivello,
in cui interagiscono fattori macro (assetti di welfare e istituzionali,
condizioni strutturali del mercato del lavoro), meso (culture organizzative e
modalità gestionali delle imprese, condizioni familiari) e micro (preferenze,
biografie, caratteristiche individuali)”, spiegano gli autori. Secondo i quali
il caso bolognese “rafforza l’idea che le politiche locali, pur importanti, non
possano da sole compensare le lacune del quadro nazionale. È necessario un
cambiamento sistemico che coniughi interventi strutturali, promozione culturale
e incentivi al cambiamento organizzativo”.
L'articolo “Non è un lavoro per madri”, il libro che spiega perché le neo mamme
lasciano il lavoro e come cambiare le cose proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il mio sogno non era stare a casa a badare ai figli, non era questo che
immaginavo da ragazzina”. Federica (nome di fantasia, ndr) ha la voce ferma
mentre racconta a ilfattoquotidiano.it di aver lasciato il lavoro. È sicura
quando spiega le ragioni economiche che l’hanno spinta a farlo. La voce si
incrina solo quando rivela che ricorderà per sempre i pensieri di quel giorno:
“Ora sarò solo una madre?”. C’è un passaggio de La donna gelata, uno dei romanzi
auto-finzionali della premio Nobel Annie Ernaux, in cui la protagonista realizza
l’ingiustizia di un carico di mansioni domestiche che ricade esclusivamente su
di lei. Proprio come nei dettati della sua infanzia, la separazione dei ruoli è
diventata, suo malgrado, chiara: “Papà va al lavoro, mamma prepara un buon
pranzetto”. Siamo negli anni Settanta francesi, qualcosa da allora è cambiato.
Eppure, come testimoniano i dati e le storie, il lavoro di cura è ancora un
affare per sole donne. Anche in Italia, complici i fattori culturali ed
economici, ma anche l’insufficienza delle misure politiche di conciliazione.
In Italia circa il 31,5% delle donne occupate lavora part-time, una quota
significativamente più alta rispetto all’8,1% degli uomini. La riduzione delle
ore in ufficio può penalizzare la carriera, ed è difficile comprendere quando
sia “volontario” e quando diventi una forma di discriminazione. Tuttavia,
insieme al lavoro da remoto, è uno degli strumenti che se esteso a entrambi i
genitori può agevolare la redistribuzione del carico. E soprattutto scongiurare
la possibilità che le neo-mamme abbandonino l’occupazione, un rischio che sale
al 18% per le donne nell’anno della nascita del figlio (per i padri scende
all’8).
“Lavoravo in una grande azienda di Milano, nel settore della moda. Quando sono
rimasta incinta del primo figlio, e poi del secondo poco dopo, ci siamo
ritrovati con due bimbi piccolissimi e nessun aiuto concreto”, racconta
Federica, che oggi ha 32 anni. “Mia madre ha problemi di salute, i suoceri
vivono lontano. Ho chiesto un part-time, ma l’azienda me l’ha negato: non lo
concedono a nessuno”. Nel primo anno, tra solitudine e senso di inadeguatezza,
Federica lascia il lavoro e teme di aver perso anche la propria identità. La
depressione post partum fa il resto.
Con due figli nati a un anno di distanza e una rete di sostegno insufficiente,
la decisione di licenziarsi arriva dopo un calcolo preciso: “Tra nido e
baby-sitter ci sarebbero voluti circa 650 euro al mese per bambino, più del mio
stipendio: prendevo 1.200 euro. A conti fatti, conveniva che restassi a casa”.
Federica faceva la sarta per un marchio del lusso, un lavoro intenso, spesso
legato alle sfilate: “C’erano periodi in cui facevamo straordinari infiniti,
anche di sera o nei weekend. Era impensabile gestire due bambini piccoli così”.
A complicare tutto, anche la difficoltà di accedere ai nidi comunali. “Quando è
nato il primo figlio avevo fatto richiesta al Comune di Milano, ma non mi hanno
dato il posto: con un solo bambino non avevo abbastanza punti. Avrei dovuto
pagare un nido privato ma i costi sono esorbitanti, soprattutto per i lattanti”.
La scelta di lasciare il lavoro a quel punto è ricaduta su di lei per ragioni
economiche pregresse: “Sicuramente se mio marito avesse guadagnato meno di me o
io avessi avuto più prospettive di crescita sarebbe andata diversamente”.
Mentre parla è molto lucida, ma anche arrabbiata. “Non è giusto che si debba
scegliere. Conosco mamme e papà che quasi non vedono crescere i propri figli,
perché quando torni dal lavoro a tempo pieno i bambini sono già a letto. È
l’altro lato della medaglia, ed è altrettanto drammatico”. Per questo, secondo
lei, una soluzione potrebbe essere il part-time garantito ad almeno uno dei
genitori: “L’orario ridotto dovrebbe essere pensato come un diritto per il
bambino, per la sua salute psicologica. Non importa che sia il padre o la madre,
uno dei due deve esserci”.
E per esserci, a volte, basterebbe poter lavorare da casa. “Nella multinazionale
in cui lavoravo, i colleghi uomini facevano lo smart-working in modo ufficioso.
A me è sempre stato negato, nonostante avessi due figli”, racconta Martina, 38
anni. “Finché non avevo figli, le cose andavano bene, ma già allora si percepiva
una mentalità maschilista: le donne restavano perlopiù in ruoli di segreteria,
gli uomini facevano carriera”.
Dopo il primo figlio Martina torna in ufficio con l’orario ridotto per
l’allattamento e non le viene più affidato nessun progetto. Da lì, un altro
figlio, il crescente demansionamento e le discriminazioni: “Dopo la seconda
maternità non ho più trovato nemmeno la mia scrivania. Sono stata isolata finché
non sono riuscita a farmi licenziare, dopo un’azione legale non andata a buon
fine”. Perché dimostrare il mobbing a livello legale, spiega, “è molto
difficile, le registrazioni non hanno valore”. Martina però ricorda ogni
dettaglio: “La responsabile delle risorse umane mi disse che la mia vita privata
non interessava all’azienda e che non avrei dovuto chiedere nemmeno permessi per
i figli”.
Secondo lei, oltre al problema culturale, c’è di base un sistema che non
funziona. “Gli incentivi non sono sufficienti, gli asili sono pochi o cari, le
aziende non collaborano… si lamentano dell’inverno demografico, e poi nessuno ci
aiuta nella crescita e nella gestione dei figli”. E così chi ha più difficoltà
economiche rimane indietro: “Non tutti possono permettersi un aiuto in casa.
Quando i bambini stavano male più di uno o due giorni ero costretta a chiedere
le ferie per stare con loro. Mi sarebbe bastato poter avere lo smart working”.
In entrambe le storie, i periodi ipotetici sono tanti: “Se ci fosse stato un
asilo nido accessibile, o se mi avessero concesso il part-time, avrei continuato
volentieri a lavorare”, ammette Federica. “È assurdo che lo stato ti spinga a
fare figli e poi non ti metta nelle condizioni migliori per prendertene cura”.
L'articolo “Dopo il secondo figlio mi hanno negato il part-time: ho dovuto
licenziarmi”. “Al rientro non avevo più scrivania”: storie di maternità e
discriminazioni proviene da Il Fatto Quotidiano.