Nel giorno di riapertura dei mercati dopo gli attacchi di Usa e Israele all’Iran
la notizia è passata quasi inosservata. Ma lunedì l’Istat, oltre a
ufficializzare che nel 2025 il deficit/pil è rimasto sopra il 3% smentendo le
previsioni del governo, ha diffuso anche un altro dato estremamente indigesto
per Giorgia Meloni, arrivata a Palazzo Chigi promettendo di ridurre le tasse. Lo
scorso anno, mentre il pil saliva di uno striminzito +0,5%, la pressione fiscale
complessiva si è arrampicata al 43,1% del prodotto, in ulteriore aumento dal
42,4% dell’anno precedente: +0,7%. Non accadeva dal 2014 – poco dopo la fine del
governo Monti, che aveva gestito la crisi dello spread a colpi di austerità –
che la somma di imposte dirette come l’Irpef, indirette come l’Iva, in conto
capitale come l’imposta di bollo e contributi superasse il 43% dell’economia.
L’istituto di statistica spiega che le entrate fiscali e contributive hanno
fatto segnare un +4,2% mentre il Pil a prezzi correnti si è fermato a +2,5%. E
se il numeratore cresce più del denominatore, il rapporto sale. Un copione già
visto nel 2024, quando le entrate erano aumentate del 5,8% a fronte di un Pil a
prezzi correnti in crescita del 2,7%.
L’anno scorso la premier aveva provato a spiegare la precedente l’impennata
(+1,2 punti, tenendo conto dei dati rivisti) con il boom dell’occupazione: “Se
un percettore di reddito di cittadinanza trova lavoro e paga le tasse, la
pressione fiscale sale”, aveva sostenuto. Ma il ragionamento non regge: con più
lavoratori aumentano sì le imposte versate, ma anche il reddito prodotto. La
spiegazione è un’altra. E non confligge con il taglio del cuneo fiscale
realizzato nel frattempo dall’esecutivo.
Diversi economisti hanno rilevato un ritorno del “drenaggio fiscale”. Con
un’inflazione elevata, gli aumenti nominali delle retribuzioni spingono i
lavoratori verso scaglioni Irpef più alti, facendo salire l’aliquota media
effettiva senza che ci sia un reale aumento del reddito disponibile. Anche chi
non ha ottenuto veri aumenti reali può ritrovarsi a pagare la stessa imposta su
un reddito che vale meno in termini di potere d’acquisto. Secondo Marco
Leonardi, ordinario di Economia all’università Statale di Milano, e Leonzio
Rizzo, ordinario all’ateneo di Ferrara, tra il 2022 e il 2024 il fiscal drag è
ammontato a circa 25 miliardi a carico di lavoratori dipendenti e pensionati. Un
flusso di gettito che ha contribuito al miglioramento dei conti pubblici e al
percorso di rientro del deficit, ma scaricando il peso soprattutto sulla classe
media.
Massimo Bordignon, ordinario di Scienza delle Finanze alla Cattolica,
vicepresidente esecutivo dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università
Cattolica, in un’analisi per lavoce.info firmata con Rizzo ha poi spiegato che
la maggior pressione fiscale del 2024 rispetto all’anno prima è stata dovuta per
la maggior parte a due fattori: per prima cosa il fatto che i redditi da lavoro
dipendente sono tassati molto più degli altri (per cui quando crescono i salari
il gettito sale più del pil). Pur valendo solo il 38% del pil, contro il 50 dei
profitti, i salari contribuiscono da soli a quasi la metà delle entrate fiscali.
Per questo, quando crescono occupazione e retribuzioni, il gettito aumenta più
rapidamente del pil, facendo salire meccanicamente la pressione fiscale. Senza
bisogno che il governo aumenti le tasse. Poi c’è il fatto che i maggiori redditi
ottenuti dai lavoratori dipendenti nel 2024 sono stati tassati ad aliquote medie
più elevate rispetto al 2023 per effetto in parte dei nuovi occupati e in parte
dell’aumento dei redditi di quelli che già avevano un lavoro e si sono visti
rinnovare il ccnl.
Sul piano politico, le reazioni sono state immediate. La pressione fiscale “è la
più alta degli ultimi 10 anni almeno”, ha attaccato la segretaria del Pd Elly
Schlein. “La presidente del Consiglio Meloni davanti a questo dato che cosa
dice? Che la pressione fiscale aumenta perché sono aumentati i lavoratori.
Attenzione: la pressione fiscale è un rapporto tra, semplifico, le tasse e il
Pil. Se aumenta il lavoro, aumentano le tasse versate, ma aumenta anche il Pil,
quindi non è quello che va a cambiare quel rapporto”. “A Chigi”, ha rincarato il
presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, “hanno da fare con la legge
elettorale per prendere i pieni poteri e la riforma per evitare inchieste
sgradite sui politici. Nel frattempo la pressione fiscale esplode oltre il 43% e
stamattina ci svegliamo con rialzi dei prezzi su petrolio e gas che daranno
un’altra mazzata a cittadini e imprese, grazie alle azioni unilaterali di Stati
Uniti e Israele per cui a Meloni non hanno fatto nemmeno uno squillo”. Per
Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra) quel dato, insieme al carrello della
spesa cresce del 2,2% e al deficit sopra il 3%, è “una smentita netta e
inequivocabile della narrazione costruita in questi mesi da Giorgia Meloni”.
Dal fronte sindacale, il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari si
tratta di “un fallimento su tutta la linea, che pesa soprattutto su salari e
pensioni che, dopo aver subito un’altissima inflazione da profitti che li ha
brutalmente impoveriti, pagano decine di miliardi di imposte non dovute a causa
del drenaggio fiscale che l’esecutivo ha scelto deliberatamente di non
neutralizzare e di non restituire, garantendosi così entrate fiscali da record”.
L'articolo Altro che meno tasse. Nel 2025 la pressione fiscale su al 43,1% del
pil: mai così alta dal post governo Monti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La soglia di reddito sotto la quale non si pagano delle imposte è definita No
tax area. A prevederla non è una legge ad hoc, ma un semplice effetto
matematico: se i guadagni, nel corso del 2026, sono inferiori o pari a 8.500
euro, le detrazioni e gli sconti che spettano per il lavoro dipendente azzerano
l’Irpef dovuta.
NO TAX AREA 2026, LIMITI INVARIATI RISPETTO ALLO SCORSO ANNO
La soglia di reddito al di sotto della quale non si pagano le imposte è rimasta
invariata rispetto a quella del 2025. La legge di Bilancio 2026, infatti, ha
confermato le detrazione da lavoro e pensioni che erano in vigore lo scorso
anno.
A COSA HANNO DIRITTO I LAVORATORI DIPENDENTI
Per il 2026 è stata confermata l’equiparazione tra i lavoratori dipendenti e i
pensionati: per entrambe le categorie la soglia di esenzione è stata fissata a
8.500 euro. Il limite si desume dall’applicazione delle varie detrazioni allo
stipendio o all’assegno previdenziale, che permettono di azzerare completamente
l’imposta dovuta.
Oltre alla No Tax Area, i dipendenti possono accedere ad una serie di altre
agevolazioni direttamente in busta paga: chi ha un reddito fino a 15.000 euro,
per esempio, continua a percepire il Trattamento Integrativo (anche noto come
bonus Renzi), che permette di ricevere fino a 1.200 euro in busta paga, purché
l’imposta lorda dovuta sia superiore alle detrazioni che spettano.
Una novità proprio di quest’anno riguarda gli incrementi retributivi derivanti
dai rinnovi contrattuali siglati tra il 2024 ed il 2026, sui quali è stata
prevista un’imposta sostitutiva agevolata del 5%. L’agevolazione è riservata
esclusivamente ai dipendenti che, nel corso del 2025, hanno percepito un reddito
inferiore a 33.000 euro.
COSA SPETTA AI PENSIONATI
La No Tax Area si applica a tutti i pensionati, indipendentemente dalla loro
età. Anche in questo caso hanno diritto ad accedervi quanti hanno un reddito
annuo lordo inferiore a 8.500 euro: chi vi rientra è esentato dal pagamento
dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali.
COME FUNZIONA L’ESENZIONE
È importante sottolineare che la No Tax Area non è un’esenzione che scatta
automaticamente, ma è il semplice effetto matematico che le detrazioni producono
sul reddito. Per ottenere l’agevolazione, in altre parole, è necessario
calcolare l’imposta lorda – pari al 23% per i redditi fino a 28.000 euro – e si
sottraggono le detrazioni che spettano. Nel caso in cui il reddito dovesse
essere pari o inferiore a 8.500 euro, la detrazione supera o eguaglia l’imposta,
portando il debito fiscale a zero.
COSA È PREVISTO PER I LAVORATORI AUTONOMI
La No Tax Area per i lavoratori autonomi segue delle regole differenti a seconda
del regime fiscale che è stato scelto. Per chi ha optato per il regime
ordinario, la soglia di esenzione è fissata a 5.500 euro l’anno: per i
contribuenti che rimangono al di sotto di questo fatturato le detrazioni per
“altri redditi” – che sono pari ad un massimo di 1.265 euro – superano l’imposta
lorda del 23%, arrivando ad azzerare le imposte dovute. È importante
sottolineare, però, che chi ha la partita Iva, anche se non paga le tasse, è
tenuto a presentare la dichiarazione dei redditi lo stesso. Per chi ha optato
per il regime forfettario non esiste una No Tax Area basata sulle detrazioni,
perché l’imposta è sempre sostitutiva all’Irpef.
L'articolo Come funziona la no tax area Irpef: chi non paga le tasse nel 2026
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un insegnante con 20 anni di servizio, nonostante il rinnovo del contratto che
nel frattempo gli ha assicurato un aumento di stipendio, oggi si ritrova più
povero rispetto al 2019. Se è vero che con le riforme fiscali degli ultimi anni,
tra taglio delle aliquote Irpef e riduzione del cuneo, paga meno tasse per oltre
1.400 euro complessivi, lo Stato è ancora “in debito” nei suoi confronti di 945
euro. Imposte che ha pagato in più per effetto del drenaggio fiscale, il
fenomeno per cui in presenza di un maggior reddito nominale e con scaglioni e
detrazioni non indicizzati i lavoratori si ritrovano a versare di più all’erario
a scapito del proprio potere d’acquisto. Peggio è andata a chi fa il quadro nel
settore metalmeccanico: ha subito una perdita netta di oltre 1.000 euro. Mentre
per un responsabile vendite il saldo finale è di -922 euro. È solo qualche
esempio del “prezzo nascosto” pagato dai dipendenti a cavallo del picco di
inflazione registrato tra 2021 e 2023. Gli economisti Marco Leonardi e Leonzio
Rizzo, nel libro omonimo appena uscito per Egea (Il prezzo nascosto – Lavoro,
salari e fisco nell’Italia dell’inflazione), tirano le somme e propongono
qualche soluzione.
Gli osservatori stranieri, notano i due docenti, sono stati generosi
nell’apprezzare la ritrovata stabilità politica dell’Italia, che oggi appare
affidabile, credibile, più attrattiva per gli investimenti esteri. Ma la
riduzione dello spread è dovuta più al peggioramento delle condizioni di Francia
e Germania che che al miglioramento della Penisola. E i problemi strutturali del
Paese restano immutati: bassa crescita, produttività stagnante, debito pubblico
altissimo, rapido invecchiamento della popolazione, mercato del lavoro
caratterizzato da salari bassi e stagnanti diffusa precarietà.
Negli ultimi cinque anni, poi, è comparso un elemento nuovo: la nuova ondata
dell’inflazione, che tra la pandemia e il 2025 ha segnato un +20% cumulato con
effetti devastanti sul potere d’acquisto. Che, complici contratti collettivi
rinnovati con ampio ritardo e senza recuperare l’intera crescita dei prezzi, non
è mai tornato al livelli del 2019, a differenza che in tutti gli altri grandi
Paesi Ue. A questo si è aggiunta la tassa occulta del fiscal drag. Che ha
consentito al governo di esibire conti pubblici in ordine a scapito di
dipendenti e pensionati. Lo Stato, insomma, ha usato l’inflazione “come
strumento di risanamento implicito”. Il risultato è un Paese che “sembra in
equilibrio perché ha scelto di non vedere l’impoverimento di chi lavora”.
Giorgia Meloni, è la tesi di Leonardi e Rizzo, finora non ha perso consensi
perché “le famiglie in media hanno mantenuto il loro potere d’acquisto
complessivo” grazie al fatto che dopo la pandemia il recupero di occupazione non
si è mai fermato. Ma è una “media del pollo” alla Trilussa: se 1 milione di
nuclei ha visto migliorare la propria condizione perché oggi a casa lavorano in
due, “la maggior parte, 14 milioni, ha subito una perdita”. Le riforme fiscali
avviate dal governo Draghi e completate dalla leader di FdI hanno premiato
soprattutto i redditi da lavoro sotto i 35mila euro lordi, neutralizzando quasi
del tutto – per quella fascia – gli effetti del fiscal drag, che si sono sommati
al mancato o insufficiente rinnovo dei contratti collettivi. Al contrario, la
perdita di valore reale dei redditi sopra i 35mila euro non è stata compensata e
sono stati penalizzati anche i pensionati sopra i 2.100 euro al mese, attraverso
il taglio delle rivalutazioni. Per non dire dei servizi pubblici persi a causa
della mancata indicizzazione all’inflazione delle soglie Isee e dell’aumento
delle addizionali comunali e regionali deciso da molti enti locali. Morale: “Il
potere d’acquisto di grandissima parte degli italiani rimane sotto il livello
del 2019 anche al netto delle tasse”. I ritocchi all’Irpef sono stati insomma,
per i due economisti, una partita di giro che non ha comunque consentito a chi
ha redditi bassi di fruire di gran parte dello sgravio fiscale, perché quasi
tutto è andato a compensare il fiscal drag.
Come uscirne? Visto che “con il fisco puoi raddrizzare solo un po’ quello che il
mercato e la contrattazione non hanno fatto per tempo”, il primo intervento
proposto da Leonardi e Rizzo è sulla contrattazione collettiva, che dovrebbe
tornare al centro del sistema dopo essere stata profondamente rinnovata per
renderla di nuovo in grado di tutelare il potere d’acquisto in momenti di crisi.
Cosa che ha dimostrato di non saper più fare anche a causa delle divisioni tra
sindacati e della loro insufficiente attenzione, è la diagnosi, al problema
salariale. Serve dunque una legge sulla rappresentanza, cioè su chi è titolato a
firmare contratti collettivi nazionali, che riguardi sia i rappresentanti dei
lavoratori sia le parti datoriali e aiuti a contrastare i contratti pirata. Ma
il primo passo per arrivarci deve essere un “sussulto unitario”: un patto tra le
confederazioni per promuovere quella legge, riformare i CCNL, rilanciare la
contrattazione di secondo livello (aziendale e territoriale) e promuovere
l’introduzione di un salario minimo legale come rete di ultima istanza, bestia
nera per il governo Meloni
In parallelo auspicano un intervento sul sistema fiscale. Prima di tutto è
necessario tassare meno il reddito da lavoro e “un po’ di più” la ricchezza
accumulata. Poi occorre un sistema che indicizzi automaticamente scaglioni e
detrazioni per evitare nuovi episodi di fiscal drag, che riveda la tassazione
delle successioni “con soglie alte ma aliquote più eque” e introduca una
“patrimoniale moderata e locale“, scrivono Leonardi e Rizzo, fondata su valori
catastali aggiornati. “Il principio è semplice: chi guadagna o possiede di più
deve contribuire di più, chi vive di reddito da lavoro non può essere la fonte
principale di ogni manovra”. Vasto programma per un Paese che “ha accettato che
il lavoro perdesse valore” e in cui “la politica ha sostituito la politica dei
salari con quella dei bonus e la politica fiscale con quella della gestione del
consenso”.
L'articolo La trappola dei salari: così l’aumento dei prezzi si è mangiato il
potere d’acquisto degli italiani. Le riforme fiscali? “Una partita di giro”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tassa sui rifiuti, quando si deve pagare? A livello nazionale la scadenza della
Tari non è uniforme: ogni Comune ha la possibilità di decidere in totale
autonomia il calendario dei pagamenti e in quante rate suddividere i versamenti.
Nella maggior parte dei casi il primo acconto deve essere versato entro la fine
del mese di aprile e il saldo tra novembre e dicembre.
TARI, LE SCADENZE VARIANO IN OGNI COMUNE
Anche quest’anno non c’è una data unificata a livello nazionale per versare la
Tari: spetta ad ogni Comune delineare un proprio calendario e decidere quando i
versamenti devono essere effettuati. È, quindi, opportuno prendere visione del
regolamento locale per capire quando sia il momento corretto per effettuare il
versamento.
Nella maggior parte dei casi la Tari è ripartita in tre differenti tranche: il
primo acconto viene richiesto entro la fine di aprile, anche se in molti casi
questo versamento viene fatto slittare tra la fine di maggio e la fine di
giugno. Il secondo acconto viene poi chiesto entro la fine di luglio, mentre il
saldo deve essere versato entro la fine dell’anno, generalmente tra novembre e
dicembre.
COME SI CALCOLA L’IMPORTO CHE DEVE ESSERE VERSATO
L’importo della Tari, che deve essere versato, è costituito dalla somma di una
quota fissa, della quota variabile e dell’addizionale TEFA. La quota fissa serve
a coprire alcuni costi sempre uguali del servizio – tra questi rientra anche lo
spazzamento delle strade – e si calcola moltiplicando i metri quadrati
dell’immobile nel quale il contribuente vive per una tariffa unitaria stabilita
dal Comune sulla base del numero dei componenti il nucleo familiare.
La quota variabile, invece, viene chiesta per coprire i costi di raccolta e
smaltimento dei rifiuti. È un onere che ogni anno le famiglie devono versare, il
cui ammontare cresce con l’aumentare del numero degli occupanti dell’immobile
(in questo caso i metri quadrati della casa non vengono considerati).
L’ultima voce della Tari è composta dal TEFA o Tributo Provinciale: è
sostanzialmente una percentuale – generalmente pari al 5% – che viene applicata
alla quota fissa e variabile, che viene destinata alla Provincia o alla Città
Metropolitana.
CHI DEVE PAGARE LA TASSA RIFIUTI NEL 2026
Nel 2026 la Tari deve essere pagata da qualsiasi persona che sia proprietaria o
detenga a qualsiasi titolo un immobile o delle aree scoperte che possano
produrre dei rifiuti urbani. I soggetti obbligati ad effettuare il pagamento
sono: i proprietari residenti, in caso di locazione l’inquilino (se quest’ultimo
non paga il Comune può rivalersi sul proprietario), il comodatario e gli
utilizzatori degli immobili non domestici (tra questi rientrano le aziende, gli
uffici e i negozi che occupano un qualsivoglia locale per la propria attività).
LE ESENZIONI PREVISTE PER IL 2026
In alcuni casi è possibile evitare di pagare la Tari. Ne sono esentati gli
immobili vuoti, ma solo e soltanto se lo stesso è completamente privo di arredi
e le utenze siano state disattivate: quando si vengono a verificare queste
situazioni si ritiene che l’immobile non sia in grado di produrre dei rifiuti e
la Tari non è dovuta. La tassa deve essere versata se l’immobile è arredato o le
utenze sono attive, anche se è disabitato.
Quando l’immobile viene dato in locazione a degli inquilini per meno di sei mesi
nel corso dello stesso anno solare, la tassa deve essere dal proprietario: in
questo caso il pagamento non deve essere effettuato dall’utilizzatore (è il caso
degli affitti brevi).
COME DEVE ESSERE PAGATA LA TARI
Così come avviene per il calendario dei pagamenti, anche gli strumenti per
effettuare il versamento possono variare da Comune a Comune. Nella maggior parte
dei casi viene permesso di utilizzare un modello F24 (deve essere utilizzato
codice tributo 3944, che ve essere inserito nel sezione IMU ed altri tributi
locali), il bollettino postale, il Mav o il bollettino PagoPa.
L'articolo Guida alla Tari. Quando bisogna pagare? Le scadenze fissate dai
Comuni e come si calcola l’importo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il primo premio da 5 milioni di euro e il secondo da 2,5 milioni della Lotteria
Italia sono stati vinti tra Roma e provincia. Ma di queste cifre quanto si
tengono realmente in tasca i vincitori? Quante imposte si trattiene lo Stato su
un premio? Niente: chi ha comprato il biglietto in questione è doppiamente
fortunato. Gli piove dal cielo una vera e propria fortuna, sulla quale non deve
pagare le tasse.
LOTTERIA ITALIA: COME VENGONO TASSATE LE VINCITE
Comprare un biglietto vincente della Lotteria Italia è bel colpo di fortuna: il
premio permette di cambiare completamente la vita e, soprattutto, non è
necessario pagarci le tasse sopra. Diciamo, però, che è una situazione un po’
particolare, che non accomuna questo premio ad altre tipologie di vincite che si
possono ottenere attraverso le trasmissioni della televisione. A fornire
chiaramente le indicazioni su come venga trattato dal punto di vista fiscale il
denaro erogato, ci ha pensato direttamente il portale della Lotteria Italia
2025, dove viene spiegato che in caso di vincita viene incassato il premio in
misura piena: “Alle vincite di qualsiasi importo, sia relative ai premi
giornalieri che all’estrazione finale, non si applica alcuna forma di ritenuta o
prelievo; quindi, ai vincitori vengono accreditate per intero le somme
corrispondenti ai premi stabiliti”.
Identico trattamento viene ricevuto da tutte le vincite percepite in questi mesi
e comunicate nel corso della trasmissione “Affari Tuoi” a partire dal 28
settembre fino allo scorso 26 dicembre 2025. Quindi anche le vincite “più basse”
beneficiano dello stesso trattamento fiscale. Lo stesso discorso vale anche per
la lotteria degli scontrini, l’iniziativa introdotta qualche tempo fa dallo
Stato per incentivare l’uso dei pagamenti elettronici e per la quale sono
previste delle estrazioni settimanali.
COME VENGONO TASSATE LE ALTRE VINCITE
Se per la Lotteria Italia è prevista un’agevolazione fiscale vera e propria, lo
stesso non vale per i premi che si ottengono vincendo alle altre lotterie, le
tombole, alle pesche o ai banchi di beneficenza regolarmente autorizzati. In
questi casi viene applicata una ritenuta del 10%, che sale al 20% nel caso in
cui i giochi siano svolti in occasione di uno spettacolo radiotelevisivo, una
competizione sportiva o una manifestazione di qualsiasi altro genere. Sale
addirittura al 25% per le altre tipologie di premi.
COME SONO TASSATI I QUIZ TELEVISIVI
Ma come funziona una vincita televisiva? Quanto riceve effettivamente chi
partecipa a “Chi vuole essere Milionario” ed così bravo da vincere tutto? Il
denaro che viene vinto ai quiz televisivi o ai “Gratta e Vinci” è considerato
una ricompensa lorda, sulla quale devono essere applicate le relative tasse. In
questi casi viene applicata una ritenuta fiscale al 20%, la quale funziona come
una vera e propria imposta sostitutiva: l’Erario, in altre parole, preleva il
20% della cifra che è stata vinta. Per semplificare l’operazione, ai fini
pratici, è direttamente la rete televisiva a trattenere questa cifra e a versala
al Fisco.
A questo voce, però, si aggiunge un’altra tassa: l’Iva al 22%. Il Regio Decreto
Legge n. 1933 del 19 ottobre 1938, poi convertito nella Legge 977/1939, vieta ai
programmi Tv di erogare dei premi in denaro, perché sarebbero considerati alla
stessa stregua del gioco d’azzardo. La vincita, quindi, viene erogata in gettoni
d’oro, sui quali deve essere applicata l’Iva al 22% per l’acquisto dell’oro. Per
semplificare la vita dei concorrenti, le reti televisive consegnano al vincitore
la somma di denaro, sulla quale viene applicata questa ulteriore imposta. Non
bisogna poi dimenticare i costi di conversione dell’anno: non ci sono dei tassi
fissi, perché variano a seconda della quotazione dell’oro sui mercati
internazionali. L’oro è da sempre considerato un bene rifugio e il suo valore
oscilla condizionato dalle incertezze dell’economia mondiale.
L'articolo Lotteria Italia e tassazione dei premi: come funziona? Per i
vincitori c’è una doppia fortuna proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo Spid di Poste italiane è diventato a pagamento. Finora il servizio di
identità digitale era stato totalmente gratuito, ma con l’arrivo del nuovo anno
la regola è cambiata. Per i nuovi iscritti i primi 12 mesi saranno gratuiti.
Successivamente si pagheranno 6 euro all’anno.
Per chi ha già lo Spid come funziona? I possessori del servizio di identità
digitale dovranno versare la quota entro trenta giorni dalla scadenza mensile,
oppure fare il recesso senza oneri aggiuntivi. Attenzione: se non si rispetta la
scadenza, lo Spid sarà sospeso fino a quando non sarà saldato il conto. Ci sono
alcune eccezioni. Il servizio digitale è gratuito per i cittadini minorenni, i
cittadini con almeno 75 anni di età, i cittadini italiani residenti all’estero e
i titolari di Spid per uso professionale.
RECESSIONE, SOSPENSIONE E DOVE PAGARE
L’annuncio della novità riguardante lo Spid di Poste italiane è arrivato via
mail agli utenti, ed è stato pubblicato sulla pagina ufficiale dedicata al
servizio. Nelle Condizione economiche aggiornate all’1 gennaio 2026 si legge che
lo Spid “è gratuito per il primo anno” e che “ad ogni rinnovo annuale è previsto
il pagamento”. La data del rinnovo è riportata nella propria area personale o
sull’app dedicata.
È bene sottolineare che, qualora la quota di 6 euro non fosse saldata entro i 30
giorni stabiliti dalla legge, lo Spid sarà sospeso temporaneamente. Il servizio
di identità digitale sarà attivo, ma non si potrà accedere ai servizi che
richiedono lo Spid. La sospensione può durare un massimo di due anni esatti.
Dunque, chi si dimentica di pagare avrà 24 mesi per versare 6 euro e recuperare
il servizio. Qualora lo Spid scadesse sarà necessario crearne un altro.
Poste Italiane ha chiarito che è possibile recedere entro 30 giorni dalla
scadenza del contratto senza costi aggiuntivi e scegliere un altro fornitore di
Spid. Per effettuare il pagamento si passa attraverso la pagina internet
dedicata creata dalle Poste. Sarà necessario inserire il codice fiscale e
l’indirizzo mail utilizzato per la creazione del servizio.
Una volta inseriti i dati richiesti dal sistema, si potranno versare i 6 euro
attraverso un pagamento elettronico. Per chi non ha possibilità o la
dimestichezza nel pagare online è possibile recarsi in ufficio postale e saldare
la somma allo sportello.
L'articolo Lo Spid di Poste italiane diventa a pagamento. Quanto costa, come
pagare e chi è escluso: le informazioni utili proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il mini sconto Irpef che era il cuore della manovra prima che il governo
inserisse in corsa un generoso pacchetto di sgravi e agevolazioni per le
imprese. I balzelli spuntati alle ultime battute, come la tassa da 2 euro sui
piccoli pacchi, quelli sempreverdi come l’aumento delle accise sui tabacchi e le
sorprese che hanno fatto sobbalzare gli elettori di centrodestra, vedi il
raddoppio della Tobin tax. La legge di Bilancio che sta per ottenere il via
libera finale della Camera con la fiducia prevede molte novità in campo fiscale.
Non poche delle quali comporteranno aggravi di tassazione per alcune categorie
di contribuenti. Ma nel testo c’è anche un capitolo meno noto, e politicamente
ancora più sensibile per Giorgia Meloni e la sua maggioranza, che comprende
misure mirate a potenziare la capacità dell’amministrazione finanziaria di
recuperare le somme sottratte allo Stato da chi evade. Ecco tutte le norme che
entreranno in vigore l’1 gennaio e quanto valgono in termini di gettito.
I MINI TAGLI IRPEF E LE TANTE NUOVE TASSE
Dall’anno prossimo la seconda aliquota Irpef scende dal 35 al 33%, un taglio che
vale poco meno di 3 miliardi di minori entrate ogni anno e porterà ai
contribuenti vantaggi limitati: da circa 40 euro l’anno per chi ne guadagna
30mila a 440 per chi ne porta casa 50mila o più. In valori assoluti, i risparmi
più corposi andranno a chi ha redditi medio-alti. La manovra dispone poi regimi
fiscali agevolati per gli aumenti previsti da rinnovi contrattuali siglati nel
biennio 2025-2026 a patto che il reddito non arrivi a 33mila euro (costeranno
poco più di 640 milioni), riduce all’1% l’imposta sostitutiva sui premi di
risultato e la distribuzione di utili ai lavoratori (170 milioni) e introduce
una ennesima flat tax del 15% su maggiorazioni e indennità per lavoro notturno e
festivo per chi guadagna meno di 40mila euro (620 milioni).
Sul fronte opposto c’è una lunga lista di tasse destinate a salire. I fumatori
vedranno aumentare le accise sui tabacchi (da qui sono attesi 213 milioni)
mentre l’allineamento delle accise del gasolio a quelle della benzina porterà
552 milioni in più. Chi compra e vende azioni italiane vedrà raddoppiare
l’aliquota della Tobin tax (il che dovrebbe permettere al governo di incassare
337 milioni in più all’anno) e chi realizza plusvalenze sulle criptovalute,
escluse solo le stablecoin in euro, verserà un’aliquota del 33% contro il 26%
attuale (per un extragettito di soli 7 milioni). Il nuovo contributo di 2 euro
sui piccoli pacchi in arrivo da paesi extra Ue costerà ai cittadini 122 milioni.
La manovra introduce poi un acconto dell’85% sul contributo sui premi delle
assicurazioni di auto e barche, che finirà per ricadere sugli assicurati.
GLI AGGRAVI PER LE IMPRESE
Le imprese hanno incassato al fotofinish alcune norme chieste da tempo da
Confindustria, a partire dalle risorse per rendere triennale l’iperammortamento
e per garantire gli sgravi a chi investe nella Zes Unica. E hanno ottenuto che
pastic tax e sugar tax siano ancora una volta rinviate di un anno. Con l’altra
mano però era già stato previsto che garantissero nuove entrate. Innanzitutto
viene ridotta la possibilità di rateizzazione pluriennale delle plusvalenze da
cessioni di beni, anticipando il momento in cui il guadagno concorre
all’imponibile: una scelta che nel 2026 fa salire il gettito di 490 milioni.
Altri 240 arriveranno dall’innalzamento al 21% dell’imposta sulla rivalutazione
di terreni e partecipazioni. Viene poi rinnovata la possibilità di affrancare le
riserve in sospensione d’imposta pagando una sostitutiva del 10%, per un
maggiore incasso stimato in 420 milioni. Più noto il pacchetto che riguarda
banche e assicurazioni: per loro arriva l’aumento di 2 punti dell’aliquota Irap
(962 milioni) accompagnato dalla possibilità per gli istituti di affrancare le
riserve accantonate per non pagare il precedente contributo sugli extraprofitti
versando un’aliquota del 27,5% (il che dovrebbe portare 1,65 miliardi di
gettito) e dalla riduzione della percentuale di deducibilità delle perdite
pregresse (1,49 miliardi).
LE MISURE ANTI EVASIONE “DETTATE” DAL PNRR
Anche in questa manovra, come lo scorso anno, il governo ha inserito giocoforza
un pacchetto di norme che puntano a limitare alcune tipologie di evasione e
fornire all’amministrazione finanziaria più elementi da utilizzare per l’analisi
del rischio fiscale, cioè la probabilità che un dato contribuente sia infedele:
una mossa obbligata perché l’Italia, nel Piano nazionale di ripresa e
resilienza, si è impegnata a ridurre il tax gap nel suo complesso e in
particolare a far calare il nero legato a omessa e infedele fatturazione. Nel
solo 2026 questo insieme di misure dovrebbe consentire di recuperare circa 850
milioni, destinati ad aumentare a regime.
Ecco allora che nel decreto del 1972 che disciplina l’Iva è stato introdotto un
nuovo articolo che consente all’Agenzia delle Entrate, anche in caso di omessa
dichiarazione annuale, di procedere a una liquidazione d’ufficio. Cioè calcolare
la cifra dovuta “anche avvalendosi di procedure automatizzate”, usando fatture
elettroniche emesse e ricevute, corrispettivi telematici e dati delle
liquidazioni periodiche. Il contribuente riceve l’esito e ha 60 giorni per
reagire o pagare. Se non fa nulla, il debito viene iscritto a ruolo. Da qui
dovrebbero arrivare 646 milioni di gettito. Per contrastare le indebite
compensazioni di crediti inesistenti, si abbassa poi da 100mila a 50mila euro la
soglia dei debiti iscritti a ruolo oltre la quale il contribuente non può più
usare crediti fiscali (con esclusione di quelli relativi a contributi Inps e
Inail) per compensare altri debiti, per esempio versando meno Iva o Irpef
tramite F24. Attesi oltre 200 milioni l’anno.
Molto contestata dai professionisti la norma che subordina il versamento dei
compensi a loro dovuti dalle pubbliche amministrazioni alla verifica che non
abbiano debiti fiscali o contributivi anche di importo inferiore a 5mila euro
(sopra quella soglia il controllo era già previsto). In caso positivo, la stessa
pa deve versare una quota corrispondente al debito all’agente della riscossione,
mentre il professionista incasserà solo quel che resta. L’ipotesi di blocco
totale dei compensi, inserita nel primo maxi emendamento del governo, è stata
ammorbidita.
Via libera anche a una delle misure auspicate dalla commissione incaricata di
analizzare il magazzino fiscale pregresso e suggerire come gestirlo: la
facilitazione dei pignoramenti presso terzi, espressione che avrebbe fatto
inorridire il centrodestra quando era all’opposizione. In pratica l’agente della
riscossione avrà a disposizione i dati sulle fatture emesse da debitori iscritti
a ruolo (e coobbligati) nei sei mesi precedenti, in modo da poter intercettare i
crediti verso clienti o committenti e recuperare una parte del dovuto. Una
stretta da 140 milioni l’anno, ma dal 2027 perché serviranno provvedimenti
attuativi.
Un’altra novità prevista dalla legge di Bilancio diventerà operativa solo dal
2028: si tratta della ritenuta d’acconto (dello 0,5% il primo anno e 1% a
regime) sui pagamenti per prestazioni di servizi e cessioni di beni
nell’esercizio d’impresa, con l’obiettivo di “potenziare la base informativa
disponibile per lo svolgimento delle attività di analisi del rischio”. Escluso
solo chi ha aderito al concordato preventivo con le Entrate o all’adempimento
collaborativo. Il risultato sarà un maggior gettito di 734 milioni nel 2028 e
1,4 miliardi a regime. Per i contribuenti in regola si tratterà solo di una
anticipazione di cassa, non senza conseguenze però per le attività che hanno
liquidità limitata.
OBBLIGATORIO COLLEGARE POS E CASSA TELEMATICA. CHE PER MELONI ERA UNA “FOLLIA”
Dal 1° gennaio 2026 entra poi in vigore una norma inserita nella legge di
Bilancio dello scorso anno: diventa obbligatorio il collegamento digitale tra
Pos e registratore di cassa telematico. Obiettivo, consentire all’Agenzia di
individuare in tempo reale eventuali incongruenze. In caso di scostamenti
significativi, potranno scattare controlli mirati e automatizzati. Per chi non
si adegua sono previste sanzioni da 100 a 1000 euro, nonché sospensione della
licenza o dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività. La norme dovrebbe
fruttare, grazie agli incassi aggiuntivi di Iva e imposte dirette, 50 milioni
destinati a salire a 65 a regime. E dire che giusto cinque anni fa Meloni,
allora all’opposizione del governo Conte II, si scagliava contro l’obbligo del
registratore di cassa evoluto definendolo sui social “nuova follia” e chiosando:
“Una spesa a carico di chi lavora, che non combatte la vera evasione e
l’ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione“.
L'articolo Il mini taglio Irpef, le tasse che aumentano e le misure
anti-evasione (anche quella che per Meloni era “follia”): cosa cambia con la
manovra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tra i vinti, per quanto abbia ostentato la soddisfazione di chi “arriva in
vetta” dopo un “sentiero tortuoso”, c’è secondo molti il ministro dell’Economia
Giancarlo Giorgetti, costretto alla ritirata sul maxiemendamento che di fatto
aumentava l’età pensionabile oltre a penalizzare chi ha riscattato la laurea.
Mentre Matteo Salvini ne esce vincitore solo a metà, visto che le pensioni
restano comunque nel mirino, il testo finale conferma pesanti tagli alle
dotazioni del ministero delle Infrastrutture e per il suo Piano casa arriveranno
nel prossimo biennio solo 100 milioni contro i 300 previsti dall’emendamento
ritirato. Ma quello che conta per gli elettori è se la legge di Bilancio 2026,
su cui martedì 23 dicembre il Senato ha votato la fiducia, l’anno prossimo
alleggerirà o appesantirà il loro portafogli, li avvantaggerà o penalizzerà come
consumatori, lavoratori e utenti, avvicinerà o allontanerà la data della
pensione. Ecco, capitolo per capitolo, chi riceverà qualche vantaggio e chi sarà
chiamato a fare sacrifici.
L'articolo Chi vince e chi perde con la manovra. Tasse, pensioni, casa, scuole,
sanità, banche e imprese: ecco la mappa dei vantaggi e dei sacrifici proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il bonus Tari 2026 dovrebbe interessare qualcosa come 4 milioni di famiglie e
verrà riconosciuto, in modo automatico, ai nuclei familiari che nel corso del
2025 abbiano avuto una soglia Isee al di sotto dei 9.530 euro. La misura, che è
stata approvata quest’anno, arriverà effettivamente nel corso dei primi mesi del
2026. L’ammontare del contributo è pari al 25% della Tari che deve essere
versata.
BONUS TARI 2026, COME FUNZIONA
Il bonus Tari 2026 è uno sconto automatico del 25% sulla tassa rifiuti. Viene
erogato automaticamente, senza la necessità di presentare domanda.
L’agevolazione si va ad integrare nel sistema dei bonus sociali esistenti. La
misura è stata attivata nel momento in cui i potenziali beneficiari hanno
presentato la dichiarazione sostitutiva unica per ottenere l’Isee, che è
necessaria per le varie prestazioni sociali.
Il contributo inizierà ad essere attivo a partire dal 1° gennaio 2026 e si
baserà sull’Isee 2025. Per potervi accedere la famiglie devono avere un Isee
inferiore a 9.530 euro, che sale a 20mila per i nuclei nei quali siano presenti
almeno quattro figli a carico. Lo sconto viene applicato direttamente sulle
bolletta o attraverso un bonifico domiciliato, a seconda che il gestore locale
risulti essere accreditato o meno al sistema nazionale.
COME FARE A SAPERE SE VIENE RICONOSCIUTO
Il bonus Tari 2026 viene riconosciuto direttamente nella bolletta dei rifiuti
che viene consegnata al domicilio della famiglia e generalmente viene applicato
nella prima rata utile o al massimo entro il 30 giugno. Nel caso in cui il
contributo non dovesse arrivare entro questa – la situazione si può verificare
nel caso in cui venga cambiato il gestore o si stia passando dalla Tari alla
Tariffa Corrispettiva – il riconoscimento dovrebbe arrivare entro il 31 dicembre
dell’anno successivo.
Ad ogni modo all’interno della fattura deve essere messo in evidenza l’importo
del bonus che è stato riconosciuto.
COSA FARE SE L’AGEVOLAZIONE NON VIENE RICONOSCIUTA AUTOMATICAMENTE
Nel caso in cui il bonus Tari 2026 non dovesse essere riconosciuto in modo
automatico a seguito della presentazione della DSU, la famiglia deve seguire un
iter molto particolare con delle tempistiche precise. È direttamente l’Arera,
appoggiandosi sull’Acquirente Unico, ad inviare una comunicazione al diretto
interessato fornendogli le informazioni necessarie per completare la richiesta.
A questo punto la famiglia deve presentare l’istanza per ottenere l’agevolazione
seguendo passo a passo le indicazioni che ha ricevuto: generalmente vengono
utilizzati i canali messi a disposizione dal Comune di residenza o dal gestore
del servizio rifiuti.
Non appena ricevuta la domanda, il soggetto competente ha due mesi di tempo per
quantificare l’importo dell’agevolazione che spetta: il bonus Tari verrà
effettivamente erogato entro un termine massimo di sei mesi dalla presentazione
della richiesta.
Da sottolineare che, nel caso in cui l’utenza domestica dei rifiuti dovesse
essere cessata, il bonus Tari 2026 viene, comunque vada, quantificato dal
gestore dell’utenza chiusa. L’agevolazione verrà erogata come un contributo una
tantum attraverso un bonifico bancario domiciliato, che verrà intestato al
beneficiario.
A QUANTO AMMONTA LO SCONTO
Il bonus Tari 2026 equivale ad uno sconto del 25% della tassa annuale che le
famiglie devono pagare. Giusto per aver un’idea, a Torino il costo medio annuo
della Tari è di 377 euro, quindi grazie all’agevolazione si ottiene una
riduzione di 94 euro; a Milano e a Roma, a fronte di una cifra media di 340
euro, lo sconto ammonterebbe a 85 euro; mentre a Palermo con una tassa sui
rifiuti pari a 602 euro si risparmierebbero 150 euro (i calcoli medi sono stati
parametrati su un immobile con una superficie di 100 metri quadrati, abitato da
tre persone).
L'articolo Bonus Tari 2026: chi può ottenerlo, a quanto ammonta lo sconto, cosa
fare per richiederlo proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Una manovra seria che si concentra sulle stesse grandi priorità delle
precedenti: famiglia e natalità, riduzione delle tasse, sostegno alle imprese e
sanità”. Così Giorgia Meloni, il 16 ottobre, aveva presentato il disegno di
legge di Bilancio appena approvato in consiglio dei ministri. A due mesi di
distanza, e quando mancano meno di due settimane all’esercizio provvisorio, il
governo ha sfiorato la crisi su un maxiemendamento che modificava in maniera
sostanziale la mini-manovra da 18,5 miliardi aggiungendo un pacchetto da 3,5
miliardi di sgravi e incentivi per le imprese finanziati tra il resto con una
stretta draconiana sulle pensioni. Fino alla marcia indietro arrivata nella
notte tra giovedì e venerdì. Il punto di caduta, al netto del taglio Irpef che
porterà benefici soprattutto alla parte di popolazione che ha redditi più alti,
è un testo che non mantiene la promessa di ridurre le tasse.
Nel pacchetto di riformulazioni del governo approvato venerdì in commissione
Bilancio c’è per prima cosa un aumento che riguarda milioni di automobilisti:
per i contratti assicurativi stipulati dal 1° gennaio 2026 sale al 12,5%
l’aliquota dell’imposta applicata alle polizze Rc auto limitatamente alle
coperture per infortuni del conducente e assistenza stradale. Una voce che pesa
sempre di più nei premi complessivi e che, inevitabilmente, finirà per essere
scaricata sui clienti. Un adeguamento tecnico che per chi rinnova
l’assicurazione si tradurrà in maggiori costi.
Via libera anche alla nuova tassa sui piccoli pacchi: un contributo fisso di 2
euro sulle spedizioni provenienti da Paesi extra Ue di valore fino a 150 euro. È
il caso tipico degli acquisti online di basso importo, soprattutto sulle
piattaforme asiatiche. Il governo l’ha presentato come un modo per contrastare
la concorrenza sleale che danneggia le imprese italiane, ma per i consumatori
che faticano ad arrivare a fine mese e cercano il risparmio significa un rincaro
sugli acquisti più economici.
Misure che si sommano agli aumenti di tasse inseriti nel ddl fin da ottobre,
anche se in alcuni casi sono stati modificati in corsa. Un capitolo che tocca
direttamente le famiglie è quello dei carburanti. La manovra avvia il
riallineamento delle accise sul gasolio a quelle sulla benzina, con aumenti
progressivi nei prossimi anni. Lo sconto per il diesel è del resto ufficialmente
classificato come sussidio dannoso per l’ambiente e le norme europee richiedono
di penalizzare fiscalmente i carburanti più inquinanti. Ma imporre ai
consumatori di pagare di più alla pompa è difficile da giustificare per una
maggioranza e una presidente del Consiglio che tre anni fa le accise prometteva
di eliminarle.
C’è poi il fronte dei tabacchi e delle sigarette elettroniche. Dal 2026 sono
previsti nuovi aumenti dell’imposta di consumo, ovvero rincari sui pacchetti di
sigarette e sui liquidi da inalazione. I primi, per effetto dei ritocchi
all’accisa sui tabacchi lavorati, aumenteranno in media di 15 centesimi a
pacchetto l’anno prossimo, 25 centesimi nel 2027 e 40 centesimi dal 2028, per i
secondi si spenderà il 10% in più se contengono nicotina e 5% in più se non ne
contengono. L’Associazione italiana di oncologia medica aveva proposto un’accisa
fissa di 5 euro su tutti i prodotti per disincentivare il fumo e finanziare il
Servizio sanitario nazionale.
L’aumento della cedolare secca sugli affitti brevi intermediati dalle
piattaforme digitali è stato invece depotenziato rispetto alla versione
originaria: l’aliquota salirà dal 21 al 26% solo dalla seconda casa data in
locazione, mentre dalla terza resta scatta la presunzione che l’attività sia
svolta in forma imprenditoriale per cui bisognerà aprire partita Iva.
Limitatissimo (solo 13 milioni) il gettito aggiuntivo atteso.
Ci sono poi interventi che non colpiranno direttamente i cittadini, ma in alcuni
casi potrebbero danneggiarli in via indiretta. Prendiamo il pacchetto di misure
fiscali che riguardano le banche: la manovra prevede innanzitutto un aumento di
due punti dell’aliquota Irap per gli istituti, a cui si aggiunge la possibilità
di affrancare le riserve accantonate versando un’aliquota del 27,5% (per chi non
lo fa subito l’aliquota è poi destinata a salire), il rallentamento della
deducibilità delle svalutazioni sui crediti e la riduzione della percentuale di
deducibilità delle perdite pregresse utilizzabili in compensazione. Prelievi che
sono stati concordati con l’Abi, la lobby che riunisce gli istituti, ma a cui le
banche tenderanno a reagire riducendo i prestiti e aumentando gli oneri per i
clienti.
È infine passato attraverso una riformulazione del governo l’emendamento,
proposto in sede di esame parlamentare da Fratelli d’Italia, che raddoppia la
Tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie introdotta nel 2013 dal
governo Monti. Dal gennaio 2026 l’aliquota passa dallo 0,2% allo 0,4% sulle
operazioni di acquisto e vendita di azioni italiane. Il balzello, che al momento
frutta poco più di 500 milioni l’anno, è da anni contestato dagli operatori per
i suoi effetti sulla liquidità e sulla competitività di Borsa italiana. E
l’incremento ha lasciato spiazzati, per usare un eufemismo, gli elettori di
centrodestra. Che ricordavano come il programma elettorale della Lega per le
Politiche del 2022 prevedesse la soppressione della Tobin perché “penalizzante”
per il settore finanziario italiano a fronte di un gettito limitato.
Su questo il Carroccio, che ha puntato i piedi sull’ulteriore allungamento delle
finestre per andare in pensione, ha abbozzato accettando senza fare una piega
l’aumento dell’aliquota. Il gettito aggiuntivo contribuirà a evitare il forte
aumento della tassazione dei dividendi incassati da società partecipate previsto
dal testo originario del ddl di Bilancio. La norma, che avrebbe posto fine alla
Participation exemption voluta nel 2003 dal governo Berlusconi, aveva scatenato
l’indignazione di Forza Italia, che ha ottenuto di limitare l’applicazione in
maniera sostanziale. Con i risultato che i maggiori incassi per lo Stato si
fermeranno a poco più di 30 milioni l’anno.
L'articolo Manovra, ecco tutte le nuove tasse: dal balzello sui piccoli pacchi
alle sigarette, passando per Rc auto e carburanti proviene da Il Fatto
Quotidiano.