Tassa sui rifiuti, quando si deve pagare? A livello nazionale la scadenza della
Tari non è uniforme: ogni Comune ha la possibilità di decidere in totale
autonomia il calendario dei pagamenti e in quante rate suddividere i versamenti.
Nella maggior parte dei casi il primo acconto deve essere versato entro la fine
del mese di aprile e il saldo tra novembre e dicembre.
TARI, LE SCADENZE VARIANO IN OGNI COMUNE
Anche quest’anno non c’è una data unificata a livello nazionale per versare la
Tari: spetta ad ogni Comune delineare un proprio calendario e decidere quando i
versamenti devono essere effettuati. È, quindi, opportuno prendere visione del
regolamento locale per capire quando sia il momento corretto per effettuare il
versamento.
Nella maggior parte dei casi la Tari è ripartita in tre differenti tranche: il
primo acconto viene richiesto entro la fine di aprile, anche se in molti casi
questo versamento viene fatto slittare tra la fine di maggio e la fine di
giugno. Il secondo acconto viene poi chiesto entro la fine di luglio, mentre il
saldo deve essere versato entro la fine dell’anno, generalmente tra novembre e
dicembre.
COME SI CALCOLA L’IMPORTO CHE DEVE ESSERE VERSATO
L’importo della Tari, che deve essere versato, è costituito dalla somma di una
quota fissa, della quota variabile e dell’addizionale TEFA. La quota fissa serve
a coprire alcuni costi sempre uguali del servizio – tra questi rientra anche lo
spazzamento delle strade – e si calcola moltiplicando i metri quadrati
dell’immobile nel quale il contribuente vive per una tariffa unitaria stabilita
dal Comune sulla base del numero dei componenti il nucleo familiare.
La quota variabile, invece, viene chiesta per coprire i costi di raccolta e
smaltimento dei rifiuti. È un onere che ogni anno le famiglie devono versare, il
cui ammontare cresce con l’aumentare del numero degli occupanti dell’immobile
(in questo caso i metri quadrati della casa non vengono considerati).
L’ultima voce della Tari è composta dal TEFA o Tributo Provinciale: è
sostanzialmente una percentuale – generalmente pari al 5% – che viene applicata
alla quota fissa e variabile, che viene destinata alla Provincia o alla Città
Metropolitana.
CHI DEVE PAGARE LA TASSA RIFIUTI NEL 2026
Nel 2026 la Tari deve essere pagata da qualsiasi persona che sia proprietaria o
detenga a qualsiasi titolo un immobile o delle aree scoperte che possano
produrre dei rifiuti urbani. I soggetti obbligati ad effettuare il pagamento
sono: i proprietari residenti, in caso di locazione l’inquilino (se quest’ultimo
non paga il Comune può rivalersi sul proprietario), il comodatario e gli
utilizzatori degli immobili non domestici (tra questi rientrano le aziende, gli
uffici e i negozi che occupano un qualsivoglia locale per la propria attività).
LE ESENZIONI PREVISTE PER IL 2026
In alcuni casi è possibile evitare di pagare la Tari. Ne sono esentati gli
immobili vuoti, ma solo e soltanto se lo stesso è completamente privo di arredi
e le utenze siano state disattivate: quando si vengono a verificare queste
situazioni si ritiene che l’immobile non sia in grado di produrre dei rifiuti e
la Tari non è dovuta. La tassa deve essere versata se l’immobile è arredato o le
utenze sono attive, anche se è disabitato.
Quando l’immobile viene dato in locazione a degli inquilini per meno di sei mesi
nel corso dello stesso anno solare, la tassa deve essere dal proprietario: in
questo caso il pagamento non deve essere effettuato dall’utilizzatore (è il caso
degli affitti brevi).
COME DEVE ESSERE PAGATA LA TARI
Così come avviene per il calendario dei pagamenti, anche gli strumenti per
effettuare il versamento possono variare da Comune a Comune. Nella maggior parte
dei casi viene permesso di utilizzare un modello F24 (deve essere utilizzato
codice tributo 3944, che ve essere inserito nel sezione IMU ed altri tributi
locali), il bollettino postale, il Mav o il bollettino PagoPa.
L'articolo Guida alla Tari. Quando bisogna pagare? Le scadenze fissate dai
Comuni e come si calcola l’importo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il primo premio da 5 milioni di euro e il secondo da 2,5 milioni della Lotteria
Italia sono stati vinti tra Roma e provincia. Ma di queste cifre quanto si
tengono realmente in tasca i vincitori? Quante imposte si trattiene lo Stato su
un premio? Niente: chi ha comprato il biglietto in questione è doppiamente
fortunato. Gli piove dal cielo una vera e propria fortuna, sulla quale non deve
pagare le tasse.
LOTTERIA ITALIA: COME VENGONO TASSATE LE VINCITE
Comprare un biglietto vincente della Lotteria Italia è bel colpo di fortuna: il
premio permette di cambiare completamente la vita e, soprattutto, non è
necessario pagarci le tasse sopra. Diciamo, però, che è una situazione un po’
particolare, che non accomuna questo premio ad altre tipologie di vincite che si
possono ottenere attraverso le trasmissioni della televisione. A fornire
chiaramente le indicazioni su come venga trattato dal punto di vista fiscale il
denaro erogato, ci ha pensato direttamente il portale della Lotteria Italia
2025, dove viene spiegato che in caso di vincita viene incassato il premio in
misura piena: “Alle vincite di qualsiasi importo, sia relative ai premi
giornalieri che all’estrazione finale, non si applica alcuna forma di ritenuta o
prelievo; quindi, ai vincitori vengono accreditate per intero le somme
corrispondenti ai premi stabiliti”.
Identico trattamento viene ricevuto da tutte le vincite percepite in questi mesi
e comunicate nel corso della trasmissione “Affari Tuoi” a partire dal 28
settembre fino allo scorso 26 dicembre 2025. Quindi anche le vincite “più basse”
beneficiano dello stesso trattamento fiscale. Lo stesso discorso vale anche per
la lotteria degli scontrini, l’iniziativa introdotta qualche tempo fa dallo
Stato per incentivare l’uso dei pagamenti elettronici e per la quale sono
previste delle estrazioni settimanali.
COME VENGONO TASSATE LE ALTRE VINCITE
Se per la Lotteria Italia è prevista un’agevolazione fiscale vera e propria, lo
stesso non vale per i premi che si ottengono vincendo alle altre lotterie, le
tombole, alle pesche o ai banchi di beneficenza regolarmente autorizzati. In
questi casi viene applicata una ritenuta del 10%, che sale al 20% nel caso in
cui i giochi siano svolti in occasione di uno spettacolo radiotelevisivo, una
competizione sportiva o una manifestazione di qualsiasi altro genere. Sale
addirittura al 25% per le altre tipologie di premi.
COME SONO TASSATI I QUIZ TELEVISIVI
Ma come funziona una vincita televisiva? Quanto riceve effettivamente chi
partecipa a “Chi vuole essere Milionario” ed così bravo da vincere tutto? Il
denaro che viene vinto ai quiz televisivi o ai “Gratta e Vinci” è considerato
una ricompensa lorda, sulla quale devono essere applicate le relative tasse. In
questi casi viene applicata una ritenuta fiscale al 20%, la quale funziona come
una vera e propria imposta sostitutiva: l’Erario, in altre parole, preleva il
20% della cifra che è stata vinta. Per semplificare l’operazione, ai fini
pratici, è direttamente la rete televisiva a trattenere questa cifra e a versala
al Fisco.
A questo voce, però, si aggiunge un’altra tassa: l’Iva al 22%. Il Regio Decreto
Legge n. 1933 del 19 ottobre 1938, poi convertito nella Legge 977/1939, vieta ai
programmi Tv di erogare dei premi in denaro, perché sarebbero considerati alla
stessa stregua del gioco d’azzardo. La vincita, quindi, viene erogata in gettoni
d’oro, sui quali deve essere applicata l’Iva al 22% per l’acquisto dell’oro. Per
semplificare la vita dei concorrenti, le reti televisive consegnano al vincitore
la somma di denaro, sulla quale viene applicata questa ulteriore imposta. Non
bisogna poi dimenticare i costi di conversione dell’anno: non ci sono dei tassi
fissi, perché variano a seconda della quotazione dell’oro sui mercati
internazionali. L’oro è da sempre considerato un bene rifugio e il suo valore
oscilla condizionato dalle incertezze dell’economia mondiale.
L'articolo Lotteria Italia e tassazione dei premi: come funziona? Per i
vincitori c’è una doppia fortuna proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo Spid di Poste italiane è diventato a pagamento. Finora il servizio di
identità digitale era stato totalmente gratuito, ma con l’arrivo del nuovo anno
la regola è cambiata. Per i nuovi iscritti i primi 12 mesi saranno gratuiti.
Successivamente si pagheranno 6 euro all’anno.
Per chi ha già lo Spid come funziona? I possessori del servizio di identità
digitale dovranno versare la quota entro trenta giorni dalla scadenza mensile,
oppure fare il recesso senza oneri aggiuntivi. Attenzione: se non si rispetta la
scadenza, lo Spid sarà sospeso fino a quando non sarà saldato il conto. Ci sono
alcune eccezioni. Il servizio digitale è gratuito per i cittadini minorenni, i
cittadini con almeno 75 anni di età, i cittadini italiani residenti all’estero e
i titolari di Spid per uso professionale.
RECESSIONE, SOSPENSIONE E DOVE PAGARE
L’annuncio della novità riguardante lo Spid di Poste italiane è arrivato via
mail agli utenti, ed è stato pubblicato sulla pagina ufficiale dedicata al
servizio. Nelle Condizione economiche aggiornate all’1 gennaio 2026 si legge che
lo Spid “è gratuito per il primo anno” e che “ad ogni rinnovo annuale è previsto
il pagamento”. La data del rinnovo è riportata nella propria area personale o
sull’app dedicata.
È bene sottolineare che, qualora la quota di 6 euro non fosse saldata entro i 30
giorni stabiliti dalla legge, lo Spid sarà sospeso temporaneamente. Il servizio
di identità digitale sarà attivo, ma non si potrà accedere ai servizi che
richiedono lo Spid. La sospensione può durare un massimo di due anni esatti.
Dunque, chi si dimentica di pagare avrà 24 mesi per versare 6 euro e recuperare
il servizio. Qualora lo Spid scadesse sarà necessario crearne un altro.
Poste Italiane ha chiarito che è possibile recedere entro 30 giorni dalla
scadenza del contratto senza costi aggiuntivi e scegliere un altro fornitore di
Spid. Per effettuare il pagamento si passa attraverso la pagina internet
dedicata creata dalle Poste. Sarà necessario inserire il codice fiscale e
l’indirizzo mail utilizzato per la creazione del servizio.
Una volta inseriti i dati richiesti dal sistema, si potranno versare i 6 euro
attraverso un pagamento elettronico. Per chi non ha possibilità o la
dimestichezza nel pagare online è possibile recarsi in ufficio postale e saldare
la somma allo sportello.
L'articolo Lo Spid di Poste italiane diventa a pagamento. Quanto costa, come
pagare e chi è escluso: le informazioni utili proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il mini sconto Irpef che era il cuore della manovra prima che il governo
inserisse in corsa un generoso pacchetto di sgravi e agevolazioni per le
imprese. I balzelli spuntati alle ultime battute, come la tassa da 2 euro sui
piccoli pacchi, quelli sempreverdi come l’aumento delle accise sui tabacchi e le
sorprese che hanno fatto sobbalzare gli elettori di centrodestra, vedi il
raddoppio della Tobin tax. La legge di Bilancio che sta per ottenere il via
libera finale della Camera con la fiducia prevede molte novità in campo fiscale.
Non poche delle quali comporteranno aggravi di tassazione per alcune categorie
di contribuenti. Ma nel testo c’è anche un capitolo meno noto, e politicamente
ancora più sensibile per Giorgia Meloni e la sua maggioranza, che comprende
misure mirate a potenziare la capacità dell’amministrazione finanziaria di
recuperare le somme sottratte allo Stato da chi evade. Ecco tutte le norme che
entreranno in vigore l’1 gennaio e quanto valgono in termini di gettito.
I MINI TAGLI IRPEF E LE TANTE NUOVE TASSE
Dall’anno prossimo la seconda aliquota Irpef scende dal 35 al 33%, un taglio che
vale poco meno di 3 miliardi di minori entrate ogni anno e porterà ai
contribuenti vantaggi limitati: da circa 40 euro l’anno per chi ne guadagna
30mila a 440 per chi ne porta casa 50mila o più. In valori assoluti, i risparmi
più corposi andranno a chi ha redditi medio-alti. La manovra dispone poi regimi
fiscali agevolati per gli aumenti previsti da rinnovi contrattuali siglati nel
biennio 2025-2026 a patto che il reddito non arrivi a 33mila euro (costeranno
poco più di 640 milioni), riduce all’1% l’imposta sostitutiva sui premi di
risultato e la distribuzione di utili ai lavoratori (170 milioni) e introduce
una ennesima flat tax del 15% su maggiorazioni e indennità per lavoro notturno e
festivo per chi guadagna meno di 40mila euro (620 milioni).
Sul fronte opposto c’è una lunga lista di tasse destinate a salire. I fumatori
vedranno aumentare le accise sui tabacchi (da qui sono attesi 213 milioni)
mentre l’allineamento delle accise del gasolio a quelle della benzina porterà
552 milioni in più. Chi compra e vende azioni italiane vedrà raddoppiare
l’aliquota della Tobin tax (il che dovrebbe permettere al governo di incassare
337 milioni in più all’anno) e chi realizza plusvalenze sulle criptovalute,
escluse solo le stablecoin in euro, verserà un’aliquota del 33% contro il 26%
attuale (per un extragettito di soli 7 milioni). Il nuovo contributo di 2 euro
sui piccoli pacchi in arrivo da paesi extra Ue costerà ai cittadini 122 milioni.
La manovra introduce poi un acconto dell’85% sul contributo sui premi delle
assicurazioni di auto e barche, che finirà per ricadere sugli assicurati.
GLI AGGRAVI PER LE IMPRESE
Le imprese hanno incassato al fotofinish alcune norme chieste da tempo da
Confindustria, a partire dalle risorse per rendere triennale l’iperammortamento
e per garantire gli sgravi a chi investe nella Zes Unica. E hanno ottenuto che
pastic tax e sugar tax siano ancora una volta rinviate di un anno. Con l’altra
mano però era già stato previsto che garantissero nuove entrate. Innanzitutto
viene ridotta la possibilità di rateizzazione pluriennale delle plusvalenze da
cessioni di beni, anticipando il momento in cui il guadagno concorre
all’imponibile: una scelta che nel 2026 fa salire il gettito di 490 milioni.
Altri 240 arriveranno dall’innalzamento al 21% dell’imposta sulla rivalutazione
di terreni e partecipazioni. Viene poi rinnovata la possibilità di affrancare le
riserve in sospensione d’imposta pagando una sostitutiva del 10%, per un
maggiore incasso stimato in 420 milioni. Più noto il pacchetto che riguarda
banche e assicurazioni: per loro arriva l’aumento di 2 punti dell’aliquota Irap
(962 milioni) accompagnato dalla possibilità per gli istituti di affrancare le
riserve accantonate per non pagare il precedente contributo sugli extraprofitti
versando un’aliquota del 27,5% (il che dovrebbe portare 1,65 miliardi di
gettito) e dalla riduzione della percentuale di deducibilità delle perdite
pregresse (1,49 miliardi).
LE MISURE ANTI EVASIONE “DETTATE” DAL PNRR
Anche in questa manovra, come lo scorso anno, il governo ha inserito giocoforza
un pacchetto di norme che puntano a limitare alcune tipologie di evasione e
fornire all’amministrazione finanziaria più elementi da utilizzare per l’analisi
del rischio fiscale, cioè la probabilità che un dato contribuente sia infedele:
una mossa obbligata perché l’Italia, nel Piano nazionale di ripresa e
resilienza, si è impegnata a ridurre il tax gap nel suo complesso e in
particolare a far calare il nero legato a omessa e infedele fatturazione. Nel
solo 2026 questo insieme di misure dovrebbe consentire di recuperare circa 850
milioni, destinati ad aumentare a regime.
Ecco allora che nel decreto del 1972 che disciplina l’Iva è stato introdotto un
nuovo articolo che consente all’Agenzia delle Entrate, anche in caso di omessa
dichiarazione annuale, di procedere a una liquidazione d’ufficio. Cioè calcolare
la cifra dovuta “anche avvalendosi di procedure automatizzate”, usando fatture
elettroniche emesse e ricevute, corrispettivi telematici e dati delle
liquidazioni periodiche. Il contribuente riceve l’esito e ha 60 giorni per
reagire o pagare. Se non fa nulla, il debito viene iscritto a ruolo. Da qui
dovrebbero arrivare 646 milioni di gettito. Per contrastare le indebite
compensazioni di crediti inesistenti, si abbassa poi da 100mila a 50mila euro la
soglia dei debiti iscritti a ruolo oltre la quale il contribuente non può più
usare crediti fiscali (con esclusione di quelli relativi a contributi Inps e
Inail) per compensare altri debiti, per esempio versando meno Iva o Irpef
tramite F24. Attesi oltre 200 milioni l’anno.
Molto contestata dai professionisti la norma che subordina il versamento dei
compensi a loro dovuti dalle pubbliche amministrazioni alla verifica che non
abbiano debiti fiscali o contributivi anche di importo inferiore a 5mila euro
(sopra quella soglia il controllo era già previsto). In caso positivo, la stessa
pa deve versare una quota corrispondente al debito all’agente della riscossione,
mentre il professionista incasserà solo quel che resta. L’ipotesi di blocco
totale dei compensi, inserita nel primo maxi emendamento del governo, è stata
ammorbidita.
Via libera anche a una delle misure auspicate dalla commissione incaricata di
analizzare il magazzino fiscale pregresso e suggerire come gestirlo: la
facilitazione dei pignoramenti presso terzi, espressione che avrebbe fatto
inorridire il centrodestra quando era all’opposizione. In pratica l’agente della
riscossione avrà a disposizione i dati sulle fatture emesse da debitori iscritti
a ruolo (e coobbligati) nei sei mesi precedenti, in modo da poter intercettare i
crediti verso clienti o committenti e recuperare una parte del dovuto. Una
stretta da 140 milioni l’anno, ma dal 2027 perché serviranno provvedimenti
attuativi.
Un’altra novità prevista dalla legge di Bilancio diventerà operativa solo dal
2028: si tratta della ritenuta d’acconto (dello 0,5% il primo anno e 1% a
regime) sui pagamenti per prestazioni di servizi e cessioni di beni
nell’esercizio d’impresa, con l’obiettivo di “potenziare la base informativa
disponibile per lo svolgimento delle attività di analisi del rischio”. Escluso
solo chi ha aderito al concordato preventivo con le Entrate o all’adempimento
collaborativo. Il risultato sarà un maggior gettito di 734 milioni nel 2028 e
1,4 miliardi a regime. Per i contribuenti in regola si tratterà solo di una
anticipazione di cassa, non senza conseguenze però per le attività che hanno
liquidità limitata.
OBBLIGATORIO COLLEGARE POS E CASSA TELEMATICA. CHE PER MELONI ERA UNA “FOLLIA”
Dal 1° gennaio 2026 entra poi in vigore una norma inserita nella legge di
Bilancio dello scorso anno: diventa obbligatorio il collegamento digitale tra
Pos e registratore di cassa telematico. Obiettivo, consentire all’Agenzia di
individuare in tempo reale eventuali incongruenze. In caso di scostamenti
significativi, potranno scattare controlli mirati e automatizzati. Per chi non
si adegua sono previste sanzioni da 100 a 1000 euro, nonché sospensione della
licenza o dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività. La norme dovrebbe
fruttare, grazie agli incassi aggiuntivi di Iva e imposte dirette, 50 milioni
destinati a salire a 65 a regime. E dire che giusto cinque anni fa Meloni,
allora all’opposizione del governo Conte II, si scagliava contro l’obbligo del
registratore di cassa evoluto definendolo sui social “nuova follia” e chiosando:
“Una spesa a carico di chi lavora, che non combatte la vera evasione e
l’ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione“.
L'articolo Il mini taglio Irpef, le tasse che aumentano e le misure
anti-evasione (anche quella che per Meloni era “follia”): cosa cambia con la
manovra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tra i vinti, per quanto abbia ostentato la soddisfazione di chi “arriva in
vetta” dopo un “sentiero tortuoso”, c’è secondo molti il ministro dell’Economia
Giancarlo Giorgetti, costretto alla ritirata sul maxiemendamento che di fatto
aumentava l’età pensionabile oltre a penalizzare chi ha riscattato la laurea.
Mentre Matteo Salvini ne esce vincitore solo a metà, visto che le pensioni
restano comunque nel mirino, il testo finale conferma pesanti tagli alle
dotazioni del ministero delle Infrastrutture e per il suo Piano casa arriveranno
nel prossimo biennio solo 100 milioni contro i 300 previsti dall’emendamento
ritirato. Ma quello che conta per gli elettori è se la legge di Bilancio 2026,
su cui martedì 23 dicembre il Senato ha votato la fiducia, l’anno prossimo
alleggerirà o appesantirà il loro portafogli, li avvantaggerà o penalizzerà come
consumatori, lavoratori e utenti, avvicinerà o allontanerà la data della
pensione. Ecco, capitolo per capitolo, chi riceverà qualche vantaggio e chi sarà
chiamato a fare sacrifici.
L'articolo Chi vince e chi perde con la manovra. Tasse, pensioni, casa, scuole,
sanità, banche e imprese: ecco la mappa dei vantaggi e dei sacrifici proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il bonus Tari 2026 dovrebbe interessare qualcosa come 4 milioni di famiglie e
verrà riconosciuto, in modo automatico, ai nuclei familiari che nel corso del
2025 abbiano avuto una soglia Isee al di sotto dei 9.530 euro. La misura, che è
stata approvata quest’anno, arriverà effettivamente nel corso dei primi mesi del
2026. L’ammontare del contributo è pari al 25% della Tari che deve essere
versata.
BONUS TARI 2026, COME FUNZIONA
Il bonus Tari 2026 è uno sconto automatico del 25% sulla tassa rifiuti. Viene
erogato automaticamente, senza la necessità di presentare domanda.
L’agevolazione si va ad integrare nel sistema dei bonus sociali esistenti. La
misura è stata attivata nel momento in cui i potenziali beneficiari hanno
presentato la dichiarazione sostitutiva unica per ottenere l’Isee, che è
necessaria per le varie prestazioni sociali.
Il contributo inizierà ad essere attivo a partire dal 1° gennaio 2026 e si
baserà sull’Isee 2025. Per potervi accedere la famiglie devono avere un Isee
inferiore a 9.530 euro, che sale a 20mila per i nuclei nei quali siano presenti
almeno quattro figli a carico. Lo sconto viene applicato direttamente sulle
bolletta o attraverso un bonifico domiciliato, a seconda che il gestore locale
risulti essere accreditato o meno al sistema nazionale.
COME FARE A SAPERE SE VIENE RICONOSCIUTO
Il bonus Tari 2026 viene riconosciuto direttamente nella bolletta dei rifiuti
che viene consegnata al domicilio della famiglia e generalmente viene applicato
nella prima rata utile o al massimo entro il 30 giugno. Nel caso in cui il
contributo non dovesse arrivare entro questa – la situazione si può verificare
nel caso in cui venga cambiato il gestore o si stia passando dalla Tari alla
Tariffa Corrispettiva – il riconoscimento dovrebbe arrivare entro il 31 dicembre
dell’anno successivo.
Ad ogni modo all’interno della fattura deve essere messo in evidenza l’importo
del bonus che è stato riconosciuto.
COSA FARE SE L’AGEVOLAZIONE NON VIENE RICONOSCIUTA AUTOMATICAMENTE
Nel caso in cui il bonus Tari 2026 non dovesse essere riconosciuto in modo
automatico a seguito della presentazione della DSU, la famiglia deve seguire un
iter molto particolare con delle tempistiche precise. È direttamente l’Arera,
appoggiandosi sull’Acquirente Unico, ad inviare una comunicazione al diretto
interessato fornendogli le informazioni necessarie per completare la richiesta.
A questo punto la famiglia deve presentare l’istanza per ottenere l’agevolazione
seguendo passo a passo le indicazioni che ha ricevuto: generalmente vengono
utilizzati i canali messi a disposizione dal Comune di residenza o dal gestore
del servizio rifiuti.
Non appena ricevuta la domanda, il soggetto competente ha due mesi di tempo per
quantificare l’importo dell’agevolazione che spetta: il bonus Tari verrà
effettivamente erogato entro un termine massimo di sei mesi dalla presentazione
della richiesta.
Da sottolineare che, nel caso in cui l’utenza domestica dei rifiuti dovesse
essere cessata, il bonus Tari 2026 viene, comunque vada, quantificato dal
gestore dell’utenza chiusa. L’agevolazione verrà erogata come un contributo una
tantum attraverso un bonifico bancario domiciliato, che verrà intestato al
beneficiario.
A QUANTO AMMONTA LO SCONTO
Il bonus Tari 2026 equivale ad uno sconto del 25% della tassa annuale che le
famiglie devono pagare. Giusto per aver un’idea, a Torino il costo medio annuo
della Tari è di 377 euro, quindi grazie all’agevolazione si ottiene una
riduzione di 94 euro; a Milano e a Roma, a fronte di una cifra media di 340
euro, lo sconto ammonterebbe a 85 euro; mentre a Palermo con una tassa sui
rifiuti pari a 602 euro si risparmierebbero 150 euro (i calcoli medi sono stati
parametrati su un immobile con una superficie di 100 metri quadrati, abitato da
tre persone).
L'articolo Bonus Tari 2026: chi può ottenerlo, a quanto ammonta lo sconto, cosa
fare per richiederlo proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Una manovra seria che si concentra sulle stesse grandi priorità delle
precedenti: famiglia e natalità, riduzione delle tasse, sostegno alle imprese e
sanità”. Così Giorgia Meloni, il 16 ottobre, aveva presentato il disegno di
legge di Bilancio appena approvato in consiglio dei ministri. A due mesi di
distanza, e quando mancano meno di due settimane all’esercizio provvisorio, il
governo ha sfiorato la crisi su un maxiemendamento che modificava in maniera
sostanziale la mini-manovra da 18,5 miliardi aggiungendo un pacchetto da 3,5
miliardi di sgravi e incentivi per le imprese finanziati tra il resto con una
stretta draconiana sulle pensioni. Fino alla marcia indietro arrivata nella
notte tra giovedì e venerdì. Il punto di caduta, al netto del taglio Irpef che
porterà benefici soprattutto alla parte di popolazione che ha redditi più alti,
è un testo che non mantiene la promessa di ridurre le tasse.
Nel pacchetto di riformulazioni del governo approvato venerdì in commissione
Bilancio c’è per prima cosa un aumento che riguarda milioni di automobilisti:
per i contratti assicurativi stipulati dal 1° gennaio 2026 sale al 12,5%
l’aliquota dell’imposta applicata alle polizze Rc auto limitatamente alle
coperture per infortuni del conducente e assistenza stradale. Una voce che pesa
sempre di più nei premi complessivi e che, inevitabilmente, finirà per essere
scaricata sui clienti. Un adeguamento tecnico che per chi rinnova
l’assicurazione si tradurrà in maggiori costi.
Via libera anche alla nuova tassa sui piccoli pacchi: un contributo fisso di 2
euro sulle spedizioni provenienti da Paesi extra Ue di valore fino a 150 euro. È
il caso tipico degli acquisti online di basso importo, soprattutto sulle
piattaforme asiatiche. Il governo l’ha presentato come un modo per contrastare
la concorrenza sleale che danneggia le imprese italiane, ma per i consumatori
che faticano ad arrivare a fine mese e cercano il risparmio significa un rincaro
sugli acquisti più economici.
Misure che si sommano agli aumenti di tasse inseriti nel ddl fin da ottobre,
anche se in alcuni casi sono stati modificati in corsa. Un capitolo che tocca
direttamente le famiglie è quello dei carburanti. La manovra avvia il
riallineamento delle accise sul gasolio a quelle sulla benzina, con aumenti
progressivi nei prossimi anni. Lo sconto per il diesel è del resto ufficialmente
classificato come sussidio dannoso per l’ambiente e le norme europee richiedono
di penalizzare fiscalmente i carburanti più inquinanti. Ma imporre ai
consumatori di pagare di più alla pompa è difficile da giustificare per una
maggioranza e una presidente del Consiglio che tre anni fa le accise prometteva
di eliminarle.
C’è poi il fronte dei tabacchi e delle sigarette elettroniche. Dal 2026 sono
previsti nuovi aumenti dell’imposta di consumo, ovvero rincari sui pacchetti di
sigarette e sui liquidi da inalazione. I primi, per effetto dei ritocchi
all’accisa sui tabacchi lavorati, aumenteranno in media di 15 centesimi a
pacchetto l’anno prossimo, 25 centesimi nel 2027 e 40 centesimi dal 2028, per i
secondi si spenderà il 10% in più se contengono nicotina e 5% in più se non ne
contengono. L’Associazione italiana di oncologia medica aveva proposto un’accisa
fissa di 5 euro su tutti i prodotti per disincentivare il fumo e finanziare il
Servizio sanitario nazionale.
L’aumento della cedolare secca sugli affitti brevi intermediati dalle
piattaforme digitali è stato invece depotenziato rispetto alla versione
originaria: l’aliquota salirà dal 21 al 26% solo dalla seconda casa data in
locazione, mentre dalla terza resta scatta la presunzione che l’attività sia
svolta in forma imprenditoriale per cui bisognerà aprire partita Iva.
Limitatissimo (solo 13 milioni) il gettito aggiuntivo atteso.
Ci sono poi interventi che non colpiranno direttamente i cittadini, ma in alcuni
casi potrebbero danneggiarli in via indiretta. Prendiamo il pacchetto di misure
fiscali che riguardano le banche: la manovra prevede innanzitutto un aumento di
due punti dell’aliquota Irap per gli istituti, a cui si aggiunge la possibilità
di affrancare le riserve accantonate versando un’aliquota del 27,5% (per chi non
lo fa subito l’aliquota è poi destinata a salire), il rallentamento della
deducibilità delle svalutazioni sui crediti e la riduzione della percentuale di
deducibilità delle perdite pregresse utilizzabili in compensazione. Prelievi che
sono stati concordati con l’Abi, la lobby che riunisce gli istituti, ma a cui le
banche tenderanno a reagire riducendo i prestiti e aumentando gli oneri per i
clienti.
È infine passato attraverso una riformulazione del governo l’emendamento,
proposto in sede di esame parlamentare da Fratelli d’Italia, che raddoppia la
Tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie introdotta nel 2013 dal
governo Monti. Dal gennaio 2026 l’aliquota passa dallo 0,2% allo 0,4% sulle
operazioni di acquisto e vendita di azioni italiane. Il balzello, che al momento
frutta poco più di 500 milioni l’anno, è da anni contestato dagli operatori per
i suoi effetti sulla liquidità e sulla competitività di Borsa italiana. E
l’incremento ha lasciato spiazzati, per usare un eufemismo, gli elettori di
centrodestra. Che ricordavano come il programma elettorale della Lega per le
Politiche del 2022 prevedesse la soppressione della Tobin perché “penalizzante”
per il settore finanziario italiano a fronte di un gettito limitato.
Su questo il Carroccio, che ha puntato i piedi sull’ulteriore allungamento delle
finestre per andare in pensione, ha abbozzato accettando senza fare una piega
l’aumento dell’aliquota. Il gettito aggiuntivo contribuirà a evitare il forte
aumento della tassazione dei dividendi incassati da società partecipate previsto
dal testo originario del ddl di Bilancio. La norma, che avrebbe posto fine alla
Participation exemption voluta nel 2003 dal governo Berlusconi, aveva scatenato
l’indignazione di Forza Italia, che ha ottenuto di limitare l’applicazione in
maniera sostanziale. Con i risultato che i maggiori incassi per lo Stato si
fermeranno a poco più di 30 milioni l’anno.
L'articolo Manovra, ecco tutte le nuove tasse: dal balzello sui piccoli pacchi
alle sigarette, passando per Rc auto e carburanti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’Italia continua a distinguersi in Europea per il livello di evasione fiscale
concentrato sul lavoro autonomo e una riscossione che fatica a trasformare gli
accertamenti in incassi. Sono alcune delle evidenze che emergono dal nuovo
rapporto Mind the Gap della Commissione europea, primo tentativo di offrire una
fotografia comparabile dei “buchi” fiscali nei 27 Stati membri. Il documento,
che distingue tra mancati introiti dovuti all’infedeltà dei contribuenti e gap
determinati da scelte politiche come agevolazioni, esenzioni e sgravi di vario
tipo, non consente però di creare una classifica europea dell’evasione: solo per
l’Iva, che è un’imposta comunitaria, esistono infatti stime armonizzate per
tutti i 27 Paesi. I dati sulle imposte dirette restano invece scarsamente
comparabili, perché solo pochi Paesi pubblicano stime disaggregate per categoria
di reddito.
IL PRIMATO ITALIANO
L’Italia almeno da questo punto di vista è virtuosa perché è tra i pochi Stati
che stimano ogni anno sia il tax gap (differenza tra le imposte dovute e quelle
effettivamente versate) relativo alla tassazione del reddito di impresa sia
quello che riguarda l’Irpef, la tassazione personale. E rende pubbliche le
previsioni nella Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e
contributiva. Ma le buone notizie finiscono qui. La scheda Paese ricorda che nel
2022 l’evasione complessiva è tornata a superare i 100 miliardi di cui 37 (dai
35 dell’anno prima) non versati dai lavoratori autonomi e piccole imprese, la
cui propensione al nero è poco sotto il 60% (59,8%). Un confronto con gli altri
Paesi Ue come detto è impossibile per mancanza di dati comparabili. Ma per
esempio la Svezia, che pubblica (non tutti gli anni) stime dettagliate sul tax
gap dell’imposta personale, stando a controlli causali ha registrato tra 2014 e
2018 per i redditi da “business activities” un gap del 21%. Non minuscolo,
comunque lontano anni luce dai livelli italiani.
In aumento anche il gap sull’Ires, cioè l’imposta sugli utili delle imprese: è
salita al 19,5% per un valore assoluto di 10,3 miliardi, dai 7,6 del 2021.
Stando al rapporto, la media sulla base delle stime disponibili per 23 Paesi Ue
è del 10,9%. Al contrario, l’evasione è residuale tra i lavoratori dipendenti:
il gap si ferma al 2,1% per i lavoratori irregolari e al 5,7% se si considerano
le addizionali regionali.
Non sorprende che il peso sul pil dell’economia sommersa – attività non
dichiarate, sottostimate o illegali, lavoro nero – sia soffocante: uno studio
del Parlamento europeo nel 2022 l’aveva quantificato nel 20,2% del Pil, quasi
tre punti percentuali sopra la media Ue (17,5%). Secondo le ultime stime Istat,
nel 2023 l’economia non osservata valeva circa 198 miliardi di euro, pari al
10,2% del Pil, in aumento di oltre 15 miliardi rispetto all’anno precedente. Lo
scarto tra le due quantificazioni dipende da differenze metodologiche.
LA RISCOSSIONE CHE ARRANCA
La Commissione riconosce che l’Italia ha fatto progressi importanti sul fronte
della digitalizzazione grazie a fatturazione elettronica, interoperabilità delle
banche dati e utilizzo di strumenti di analisi avanzata, che nel medio periodo
hanno ridotto il tax gap complessivo dal 19,6% del 2018 al 17% circa. Ma la
dimensione resta elevata e il recupero effettivo delle imposte accertate è
limitato. Nel 2024, a fronte di 72,3 miliardi di evasione fiscale accertata, il
recupero effettivo si è fermato a 12,8 miliardi, pari al 17,7%. La riscossione
coattiva arranca ancora di più, con incassi fermi al 3,1% a fronte di 40,7
miliardi di euro di somme accertate. Un dato che fotografa una debolezza
strutturale della fase finale del sistema di contrasto all’evasione: quella che
va dall’accertamento all’effettivo incasso. Nel 2023, le cartelle pendenti a
fine anno ammontavano al 180,8% delle entrate nette complessive, a fronte di una
media Ue del 30,7%. La gran parte di questi crediti è considerata di fatto non
riscuotibile. Da vedere se la riforma messa in campo nell’ambito della delega
fiscale sarà sufficiente per invertire la rotta.
Non aiuta che la legge di Bilancio 2026 prevede una nuova rottamazione delle
cartelle. Il rapporto richiama a questo proposito le valutazioni della Corte dei
conti, secondo cui l’aspettativa diffusa di future sanatorie e condoni fiscali
può indurre i contribuenti a rinviare il pagamento confidando di farla franca o
al massimo salire sul carro della prossima definizione agevolata.
L’EVASIONE IVA AUMENTATA NEL 2023
A livello europeo, l’evasione Iva nel 2023 è stimata in 128 miliardi di euro,
pari a circa il 9,5% della base imponibile teorica. L’Italia si colloca ancora
sopra la media Ue. Negli anni 2021-2022 la Penisola aveva registrato un forte
calo del gap dal 19 al 15%, in parte legato al boom dell’edilizia e al
Superbonus 110%, che ha incentivato l’emersione delle transazioni nel settore
delle costruzioni. Ma nel 2023 si è registrato – così come in diversi altri
Paesi membri – un nuovo aumento a circa 25 miliardi. Il peggioramento potrebbe
essere stato determinato in parte dalla progressiva abolizione della maxi
detrazione e in parte dalla normalizzazione della domanda dopo il rimbalzo
post-pandemico: in particolare il buon andamento di turismo, servizi ricreativi
e ristorazione, caratterizzati da livelli di compliance fiscale sotto la media,
potrebbe spiegare perché la riduzione dell’evasione ha conosciuto una battuta
d’arresto.
In aggiunta, anche il gap dovuto a misure introdotte dalla politica (riduzioni
ed esenzioni) è sopra la media Ue: nel 2023 era pari al 55% del gettito
potenziale, contro una media del 51%.
IL BUCO NERO DELLE TAX EXPENDITURE
E per restare ai “buchi” creati da chi è al governo, il rapporto ricorda che in
Italia le agevolazioni fiscali o tax expenditure introdotte anno dopo anno e mai
cancellate si tradurranno nel 2025 in mancate entrate per ben 119 miliardi di
euro. Vale a dire circa l’11,4% del gettito fiscale totale riscosso dallo Stato,
il 5,8% del pil. Vengono monitorate in un rapporto ad hoc e da anni si parla
della necessità di “disboscarle”, ma nessuno ha avuto il coraggio di metterci
mano pesantemente visto che dietro ogni agevolazione ci sono gli interessi di
piccole o grandi platee di contribuenti.
L'articolo Ecco il primo report sull’evasione nei 27 Paesi Ue: Italia nel mirino
per il nero degli autonomi e la riscossione che fa acqua proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un sistema “diseguale e confuso”. In vista della scadenza del saldo della
seconda rata della tassa, il 16 dicembre, la Uil ha fatto i conti sull’Imu. E ha
scoperto che, anche a parità di condizioni economiche, il prelievo varia da un
Comune all’altro e tra diverse categorie catastali. E non di poco: 3.500 euro a
Roma, 3.000 a Milano, meno di 400 a Palermo e Pesaro sono solo alcuni esempi. Lo
studio condotto dal servizio stato sociale del sindacato confederale ha fissato
la media nazionale a 977 euro, ma ha fatto notare quanto l’Imu sulle seconde
case pesi di più soprattutto nelle città del centro-nord. Un altro esempio? A
Enna si pagano 460 euro l’anno, a Venezia 2335.
In Italia, l’Imu si versa sulle seconde case, immobili commerciali, terreni e
fabbricati e genera un gettito complessivo annuale pari a 19,4 miliardi. Sono
escluse le abitazioni principali, escluse però quelle di lusso (categorie A/1,
A78 e A/9). Secondo i dati del 2020 dell’Agenzia delle Entrate, nel nostro Paese
versano l’imposta 26,1 milioni di proprietari. Per il 41% lavoratori dipendenti
o pensionati. Lo studio del servizio stato sociale, politiche fiscali e
previdenziali, immigrazione della Uil – guidato dal segretario confederale Santo
Biondo – ha indicato Roma (3.499 annuali), Milano (2.957) e Venezia (2.335) come
città più care, seguite da Torino e Firenze, che rispettivamente pesano ogni
anno 1.984 e 1.973 euro ai proprietari. In cima alla classifica anche Siena,
Bologna, Padova, Verona e Salerno. Le città dove “conviene” di più avere
un’abitazione di lusso o un secondo immobile sono invece Palermo (391 euro
l’anno), Pesaro (394) e Cosenza (395). Seguono Enna, Gorizia, Caltanissetta,
Trapani, Agrigento, Crotone e Belluno. La media nazionale è di 977 euro.
Biondo ha commentato dicendo che “i dati restituiscono un quadro iniquo. Servono
valori che rispecchino il mercato, con verifiche periodiche e criteri omogenei
su tutto il territorio nazionale”. Il sindacalista chiede “maggiore
progressività: chi possiede patrimoni immobiliari di alto valore, case di lusso
o immobili lasciati vuoti deve contribuire di più, mentre chi ha redditi
medio-bassi, famiglie numerose o affitta a canone concordato deve beneficiare di
sconti automatici e tutele certe”. Il sindacato confederale ritiene “necessario
uniformare le detrazioni comunali” e che serva “una regola nazionale chiara che
definisca un range di aliquote entro cui i Comuni possano muoversi, con
l’obbligo di spiegare pubblicamente ogni aumento”. Infine, ha aggiunto Biondo:
“Proponiamo l’istituzione di una banca dati unificata (catasto, anagrafe, utenze
e locazioni) come strumento essenziale per stanare le false pertinenze e gli
immobili fittiziamente inutilizzati”.
Confedilizia che rappresenta i proprietari invita a fare attenzione al calcolo
del saldo. Sulla prima rata (quella del 16 giugno) si applicavano le aliquote e
detrazioni dell’anno precedente. Il saldo Imu del 16 dicembre 2025 dovrà invece
fare riferimento alle nuove aliquote determinate dai Comuni esclusivamente
tramite il prospetto standard imposto dal decreto del 7 luglio 2023, e non più
attraverso delibere libere. Il prospetto – e non più la delibera – sarà
pubblicato sul portale del Dipartimento politiche fiscali del Mef. Confedilizia
avvisa che il prospetto “va letto con attenzione in quanto le esenzioni, le
riduzioni e le agevolazioni già previste dalla legge non sono inserite nello
stesso, ma sono solo richiamate nella sezione “precisazioni” poiché vanno
applicate senza che il Comune possa esercitare alcun margine di discrezionalità
in merito”. Se un Comune non approva correttamente il prospetto, o non lo fa
entro i termini, per il saldo si applicheranno automaticamente le aliquote di
base stabilite dalla normativa statale.
L'articolo Imu, la mappa delle città più e meno care in vista del saldo del 16
dicembre. In cima Roma (3.500 euro annui), chiude Palermo (391) proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Falliscono i referendum del 30 novembre in Svizzera per l’estensione del
servizio militare obbligatorio alle donne e l’introduzione di una tassa sulle
grandi eredità. Le consultazioni rientravano nel contesto del sistema di
democrazia diretta svizzera, che chiama diverse volte l’anno gli elettori a
esprimersi su vari temi politici e sociali. I referendum facoltativi in
Svizzera, dalla loro introduzione nel 1874, sono stati circa duecento: più del
40% delle votazioni è fallita.
La proposta di legge riguardante una tassa sulle grandi eredità era stata
proposta dai Giovani Socialisti (Juso), accompagnata dallo slogan “Gli
ultra-ricchi ereditano miliardi, noi ereditiamo crisi”. L’idea è declinata in
una chiave soprattuto ecologica, in quanto i soldi ricavati dovrebbero essere
utilizzati per piani di investimento a protezione del clima. Per i promotori la
colpa di gran parte delle emissioni dannose ricadrebbe sui super-ricchi, e la
presidente di Juso Mirjam Hostetmann ha sintetizzato questo concetto dicendo con
lo slogan “chi inquina paga”. L’iniziativa era intitolata “Per una politica
climatica sociale – equamente finanziata attraverso la tassazione (Iniziativa
per il futuro)”. Nonostante interessasse solo i trasferimenti di ricchezza
superiori ai cinquanta milioni di franchi e avrebbe quindi coinvolto 2.500
persone su 9 milioni di svizzeri, la proposta era stata accompagnata da
prevedibili polemiche e accesi dibattiti: anche il governo federale ha invitato
alla “prudenza“, agitando come spauracchio una possibile minore attrattiva del
Paese per i grandi patrimoni internazionali. Dato che la Svizzera ha fatto del
regime fiscale favorevole la sua bandiera, era difficile pensare a un risultato
positivo: nel Paese oggi il rapporto tra tassazione ed eredità e di 1,6 franchi
versati ogni 100 ereditati, pochissimo se si pensa che i volumi di successioni
nel 2025 dovrebbero arrivare a 100 miliardi.
L’altra proposta referendaria, bocciata con meno del 20% dei consensi, toccava
l’organizzazione della leva militare. in Svizzera i giovani di sesso maschile
sono obbligati alla coscrizione o al programma di protezione civile: in caso di
rifiuto, è possibile svolgere un servizio civile alternativo pagando una tassa.
Escluse dall’obbligo però sono le donne, per cui il servizio militare e civile è
volontario: il referendum voleva estenderlo anche a loro. Secondo Noémie Roten,
personaggio pubblico che ha prestato il servizio militare e promotrice
dell’iniziativa, la proposta avrebbe prodotto un’ulteriore crescita
dell’uguaglianza di genere. L’idea però ha riscosso poco successo a livello
politico, venendo rifiutata da tutti i partiti. A livello popolare, invece,
l’opinione pubblica si è divisa.
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grandi eredità e la leva obbligatoria per le donne proviene da Il Fatto
Quotidiano.