Rischia l’arresto anche per concussione Giovanni Zannini, il consigliere
regionale di Forza Italia che fino a pochi mesi fa militava in ‘De Luca
presidente’ ed era organico alla maggioranza dell’ex presidente della Regione
Campania. Secondo le accuse della procura di Santa Maria Capua Vetere, Zannini
avrebbe costretto il direttore sanitario dell’Asl di Caserta Antonio Iodice a
dimettersi e ad accettare un altro incarico a Benevento perché gli metteva i
bastoni tra le ruote, negava promozioni a persone di sua fiducia e diceva no
alle istanze dei dipendenti che erano soliti farsi accompagnare all’Asl dal
politico di Marcianise.
E’ coindagato – senza richiesta di misura cautelare – anche il Dg della sanità
regionale Antonio Postiglione, e ci sono alcune intercettazioni che tirano in
ballo De Luca (estraneo alle indagini). Sono avvenute tra il 19 e il 20.9.23,
conversazioni tra il manager dell’Asl di Caserta, Amedeo Blasotti, l’unica
figura istituzionale deputata a nominare Iodice, e il cugino Antonio Capasso,
che il pm definisce “amico personale di De Luca”.
Avvengono nei giorni in cui Iodice incontra Postiglione e forse capisce che il
suo destino è segnato. Del resto Blasotti al telefono la spiega così a Capasso:
“Gli hanno detto (a Iodice, ndr) ci sta questa cosa ed al Presidente (De Luca,
ndr) farebbe piacere che tu vai la, e quindi gli hanno fatto capire te ne devi
andare da Caserta, è semplice”. Ed il giorno dopo, sempre a Capasso, Blasotti
dice questo: “No, no Antò il presidente (De Luca Vincenzo, ndr) è stato preciso,
ha chiamato a Nino (Postiglione, ndr) e ha detto questo si deve spostare da la’
(da Direttore Sanitario dell’ASL di Caserta, ndr), punto…Antò”.
La procura guidata da Pierpaolo Bruni la riassume così: “Dalla telefonata
emergeva in modo chiaro che Blasotti fosse a conoscenza che l’“ordine” di
allontanamento fosse venuto dal Presidente della Regione, Vincenzo De Luca e
“Nino” ovvero Postiglione Antonio, dirigente della Giunta Regionale della
Campania, in quanto Direttore Generale della “Tutela della Salute e
Coordinamento del SSR”, il quale non avrebbe mai potuto prendere un’iniziativa
del genere senza il parere favorevole di De Luca”.
Blasotti, si legge nelle carte, non era a conoscenza dell’intenzione dei vertici
regionali di accontentare Zannini ed allontanare Iodice. Appare come
“contrariato” per questa iniziativa, della quale voleva capire le reali ragioni.
Telefonate importanti, secondo la prospettazione inquirente. “Le parole di
Blasotti – scrivono i pm Gerardina Cozzolino e Giacomo Urbano nella richiesta di
arresto – sono chiare anche ai fini della successiva ricostruzione in termini di
diritto, sulla esistenza o meno della minaccia di cui all’art. 317 c.p e di cui
alle propalazioni difensive di Zannini”, che ha depositato una memoria. “Iodice
è stato costretto a lasciare l’incarico perché Zannini lo ha imposto, ad di là
dei sofismi sulle modalità con le quali gli è stata posta l’alternativa”.
L'articolo “Campania, il consigliere Zannini fece allontanare un direttore
sanitario sgradito. Ordine avallato da De Luca” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Un governo che non investe sulla scuola non è lungimirante. Questo esecutivo
continua a tagliare. Anche la decisione di ridurre le scuole sulla base
dell’algoritmo che prevede una diminuzione degli alunni nei prossimi anni non
era una scelta obbligata. Si poteva agire diversamente, per esempio magari
investendo sul tempo pieno”. Andrea Morniroli, co-coordinatore del Forum
Diseguaglianze e diversità (che nel week-end a Genova discuterà dei temi della
democrazia) è il nuovo assessore alla Scuola e alle Politiche sociali in
Campania, dopo un’esperienza quarantennale di lavoro nel sociale (è stato tra i
soci fondatori della Cooperativa Dedalus).
Già di per sé un approccio rivoluzionario. Succede a Lucia Fortini, vicinissima
all’ex presidente della Regione, Vincenzo De Luca. D’altra parte la Giunta
campana, che mercoledì si è riunita per la prima volta, è un laboratorio
nazionale, tra la guida a Cinque Stelle di Roberto Fico, la convivenza di dem e
uomini dello Sceriffo, il peso di Gaetano Manfredi. “Sono entrato in Giunta su
proposta di Elly Schlein, di fronte a una sollecitazione di Fico, che chiedeva 3
nomi, di cui uno esterno che parlasse al mondo delle associazioni. Ringrazio la
segretaria, ma anche il Pd campano: questa è una sfida importante”.
Assessore, quale sarà il suo primo passo?
Bisogna fare il Piano sociale regionale 2024-26 che non c’è ancora. L’idea di
fondo è far tornare a essere una priorità le politiche sociali e le politiche
della scuola. Senza quel piano non ci sono finanziamenti. E poi, bisogna
riaprire la concertazione territoriale: il tavolo non è stato convocato negli
ultimi 2 anni.
Dopo l’accoltellamento a La Spezia, il governo sta varando le ennesime norme
sulla sicurezza. Si parla di metal detector nelle scuole, di zone rosse, di
inasprimento delle pene per i minorenni trovati in possesso di coltelli
(dall’arresto, alla sospensione di patente e passaporto). Una risposta adeguata?
Rispondere sempre con ottiche punitive repressive a problemi sociali complessi
non funziona. Il decreto sicurezza già in vigore produce culturalmente
l’allargamento del potere della polizia, creando uno squilibrio di pesi e
contrappesi, colpevolizza la diversità e la povertà, criminalizza il dissenso.
Intendiamoci, anche l’attività di repressione ed educazione al limite ha la sua
importanza. Ma non è così che si risponde al disagio profondo, all’aumento della
volenza dei minori e all’abbassarsi dell’età di chi la compie. E poi al crescere
di tutte le dipendenze, comprese quelle da schermo e alla solitudine. Il nostro
non è “un paese per giovani”; i ragazzi sono pochi, maltrattati e abbandonati
dalle istituzioni. Che c’entra la sicurezza con l’accoltellamento pur gravissimo
a La Spezia?
In che senso che c’entra?
Il problema di un ragazzino a scuola non ha a che fare con la criminalizzazione
del dissenso. Già oggi non è che puoi portare i coltelli a scuola. Si è rotto un
meccanismo. Per esempio, siamo sicuri che è giusto vietare i telefonini in
classe o sarebbe meglio insegnare a usarli in modo intelligente? Mio figlio alle
medie di fronte a una scuola che riduce 3 secoli di storia a 4 pagine
approfondiva con delle ricerche online. Non è meglio insegnare a navigare bene,
in maniera che si possano fare scoperte sulla rete? Il problema è che si riduce
tutto a buono e cattivo.
C’è una precisa visione dietro tutto questo.
La comunità educativa della scuola deve intersecarsi con la comunità educativa
della vita. I ragazzi hanno bisogno di adulti attenti, lungimiranti,
accoglienti. Non ci dimentichiamo che in molti territori le scuole sono l’unico
presidio, l’unica forma di istituzione presente. E poi, tornando a La Spezia,
non va trascurata la questione di genere che c’è dietro: il ragazzo ha ucciso
perché c’erano foto del passato di un altro ragazzo con la sua ragazza. C’è la
questione del possesso, della donna come proprietà maschile. Se è così, come si
fa a limitare l’educazione all’affettività e di genere?
La sicurezza è evocata anche dal centrosinistra, che accusa il governo di non
aver fatto abbastanza. Che ne pensa?
La sicurezza è un tema perché tutti noi abbiamo il problema di sentirci sicuri.
Ma la sinistra ha spostato la sicurezza dal sociale al civile, smantellando il
sistema dei diritti. La sinistra deve parlare di sicurezza da sinistra, dove c’è
il c’è tema della repressione, ma soprattutto dell’accessibilità ai diritti.
La Giunta Fico è anche un laboratorio nazionale?
Spero che lo possa essere, se no non sarei qui. Spero che l’amministrazione Fico
possa dare una discontinuità su come interpretare il governo pubblico, in modo
che sia partecipato e collettivo, facendo prevalere l’interesse generale e non
quello di parte. Immagino un governo che si apre, con la cogestione, la
coprogettazione, il civismo attivo e che non si limiti solo all’ascolto. E
riconosca gli altri come attori politici con cui condividere pezzi di potere
sull’utilizzo delle risorse.
L'articolo Morniroli: “Governo poco lungimirante, non investe sulla scuola. Per
avere più sicurezza non serve sempre punire” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le sue aderenze con la ex giunta campana di Vincenzo De Luca entrano
ufficialmente in uno dei capi di imputazione del consigliere regionale di Forza
Italia Giovanni Zannini, per il quale la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha
chiesto l’arresto per corruzione e concussione. “In due occasioni si faceva
annunciare dal vice presidente della Regione Campania, Fulvio Bonavitacola”,
scrive il Gip Daniela Vecchiarelli nell’avviso di interrogatorio preventivo. Il
passaggio riguarda le presunte “interferenze” di Zannini, all’epoca presidente
della commissione Ambiente in quota ‘De Luca presidente’, nel lavoro degli
uffici tecnici di Palazzo Santa Lucia. Pressioni per favorire gli imprenditori
amici Luigi e Paolo Griffo, i dominus dell’azienda di latticini Spinosa spa, ed
aiutarli a costruire un nuovo stabilimento caseario a Cancello Arnone. Ne
accennammo su ilfattoquotidiano.it l’anno scorso, pubblicando brani di alcune
conversazioni tra Zannini e Bonavitacola intercettati dal pm.
Zannini e i Griffo per questa vicenda sono accusati di corruzione. Secondo la
prospettazione della procura guidata da Pierpaolo Bruni, politico e imprenditori
avevano bisogno di “superare le due note del 28.10.2022 e del 4.05.2023, con cui
il Dipartimento Tecnico Amministrativo -. Valutazione ambientale della Regione
Campania, a firma della dott.ssa Brancaccio, affermava la necessità della
Valutazione di incidenza ambientale per la realizzazione dell’impianto, nel caso
di specie non esistente e la cui mancanza avrebbe comportato la non erogazione
del finanziamento (10 milioni e mezzo circa di euro di Invitalia, ndr) e/o in
ogni caso un ritardo nella sua erogazione”. Dunque Zannini si sarebbe fatto
introdurre da Bonavitacola “assessore all’Ambiente e quindi di riferimento della
dott.ssa Brancaccio”, ottenendo così due appuntamenti con la dirigente tecnica.
Gli incontri avvennero il 12.06.2023 e il 27.07.2023 e, sempre secondo il pm,
Zannini avrebbe “preteso con modi arroganti ed aggressivi” che l’ufficio
dell’assessorato “attestasse la non necessità della procedura di valutazione di
incidenza ambientale nell’interesse privato della Società Spinosa spa e dopo il
duplice diniego opposto dall’Ufficio competente”. In cambio avrebbe ricevuto la
promessa di una minicrociera settembrina di due giorni su uno yacht tutto
spesato. Solo promessa. Perché Zannini “venuto a conoscenza dell’indagine”
avrebbe poi pagato di tasca propria i circa 7300 euro dell’importo.
La doverosa precisazione che Bonavitacola non è indagato, ed è estraneo ai
rapporti tra Zannini e i Griffo, non toglie interesse pubblico al racconto di
come e perché il politico oggi in Forza Italia si fece “annunciare” dall’ex
assessore e braccio destro di De Luca, riconfermato in giunta dal nuovo
governatore Roberto Fico (ma con altre deleghe, Sviluppo Economico e Attività
Produttive). E’ utile a chiarire a quale alto livello erano arrivate le manovre
del consigliere regionale per portare a termine l’operazione. Manovre lecite e
legittime, secondo le difese dei tre indagati rappresentate dagli avvocati
Angelo Raucci, Giuseppe Stellato e Mario Griffo, perché coerenti all’esercizio
di un mandato politico: la realizzazione dell’impianto produttivo dei Griffo
avrebbe arricchito l’economia di quel pezzo di territorio campano, ed è compito
dei politici campani saper raccogliere e incanalare le opportunità di
finanziamenti governativi e statali.
Zannini avrà l’occasione di difendersi e di rispondere punto su punto
nell’interrogatorio preventivo fissato il 4 febbraio, all’esito del quale il Gip
deciderà se accogliere o rigettare la richiesta di arresto in carcere.
L'articolo Corruzione per favorire imprenditori amici: Zannini (Fi) “si fece
annunciare” da Bonavitacola, già vice di De Luca, oggi assessore con Fico
proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Salerno la tavola è apparecchiata per il ritorno di Vincenzo De Luca ed il
sindaco Vincenzo Napoli ha già buttato gli spaghetti. Le sue dimissioni sono
arrivate poco fa. Con un paio di giorni di anticipo sulla data segnata in rosso
dai cronisti della politica locale, lunedì 19 gennaio. Poco cambia. In mattinata
Napoli ha informato gli assessori che la giunta è al capolinea. “Sono mutate le
condizioni politiche”, la laconica spiegazione. Va tradotta così: De Luca ha
smesso di essere il presidente della Campania e vuole tornare a fare il sindaco
il prima possibile. In assenza di dimissioni, le elezioni erano previste il
2027. Si farà in tempo a votare nella prossima primavera. Tra maggio e giugno.
C’è poco da elucubrare. Napoli, ex capo della segreteria di De Luca a Salerno –
di cui prese il posto quando lo sceriffo fu dichiarato decaduto per aver
cumulato l’incarico di primo cittadino con quello di vice ministro del governo
Letta – era ed è stato un sindaco per interposta persona. Ha svolto due mandati
messo lì da De Luca, e monitorato con attenzione da Palazzo Santa Lucia, dove
Salerno era tracciata sulla cartina della Campania come una colonia dell’impero.
La lettera di dimissioni era pronta da giorni ed è stata comunicata per le vie
brevi agli assessori e ai collaboratori. Alle 12 Napoli ha presieduto il
Consiglio provinciale (oltre alla carica di sindaco è anche presidente della
Provincia) e ha conferito le deleghe ai consiglieri neo eletti. Soltanto dopo ha
ratificato le sue dimissioni che, per legge, diventeranno effettive tra 20
giorni e spalancheranno le porte dell’arrivo di un commissario prefettizio. La
Provincia, invece, sarà retta dal vice presidente Giovanni Guzzo che era già
stato reggente nei mesi scorsi per via dei problemi giudiziari che avevano
colpito l’allora presidente Franco Alfieri.
Ed ora manca solo l’annuncio di De Luca. Che già a settembre ha preso in affitto
un ufficio nel cuore di Salerno per farne il quartier generale della campagna
elettorale. Sta incontrando gente, visita cantieri, striglia i vigili urbani.
Sarà il suo quinto mandato. Il primo fu nel 1993, il primo anno dell’elezione
diretta dei sindaci. Certi politici fanno dei giri immensi e poi ritornano.
L'articolo Salerno, il sindaco Napoli si dimette e apparecchia la tavola per il
ritorno di Vincenzo De Luca proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Chi non è con me è contro di me”. È scritto nel Vangelo secondo Luca, ma da
oltre un decennio quella formula sembra vivere una seconda giovinezza nel
Vangelo secondo De Luca, fatto non di parabole ma di frasi iconiche,
magistralmente rimaneggiate e rilanciate da Maurizio Crozza. Il videoblob che ne
ripercorre il decennio alla guida della Campania è una sorta di antologia orale
del potere: non un semplice repertorio di invettive, ma il racconto di come un
linguaggio diventi identità politica. Vincenzo De Luca ha costruito il proprio
profilo pubblico attraverso una parola iperbolica, muscolare, spesso brutale,
capace di oscillare tra cultura alta, trivio, catilinarie e lessemi campani. Da
qui nasce il “deluchismo”: una miscela di causticità corrosiva, imperiosità pop
e teatralità permanente.
Le frasi iconiche funzionano perché condensano un personaggio. “Sono un uomo di
pace e perfino d’amore”, disse il 29 gennaio 2016 in Consiglio regionale all’ex
esponente del M5s, Valeria Ciarambino (poi apostrofata come “chiattona” in uno
sfogo con alcuni cronisti). Un motto che è suffragato dalla sua posizione
pacifista contro il riarmo, la guerra in Ucraina e il genocidio a Gaza. E che
convive senza imbarazzo con l’ammissione “sono la carogna di sempre”, frase
declamata il 20 settembre 2021 durante l’inaugurazione di piazza Libertà, nella
sua Salerno.
In realtà, più che incoerenza, è una strategia narrativa: la frase non serve a
spiegare, ma a colpire e a diventare meme statico o dinamico. Non è un caso che,
oltre alle dirette streaming dei suoi appuntamenti del venerdì su Facebook e su
Youtube, i suoi social pullulino di reel estrapolati della diretta. E non è
neppure una coincidenza che, dopo gli strali contro TikTok, De Luca abbia un
profilo anche sulla piattaforma cinese. Il “deluchismo” è proprio questo: l’uso
spregiudicato della parola come arma scenica, tra sarcasmo e giaculatoria,
comicità e anatema.
Altro stilema della comunicazione deluchiana è il suo amore per le citazioni
colte. Cervantes, Pavese, Montale li recita a memoria come un professore di
liceo classico che non ha mai smesso di interrogare i suoi alunni. La cultura,
per lui, non è ornamento ma legittimazione: le espressioni campane come
“portaseccia” e “pipi” convivono con Cicerone, l’insulto con l’endecasillabo. Ne
viene fuori una lingua spuria e potentissima, capace di passare dal cabaret alla
requisitoria morale nello spazio di una frase.
Nel suo lessico gli avversari sono indispensabili. Il M5s diventa una miniera
inesauribile di appellativi: Luigi Di Maio “chierichetto”, “sterminatore di
congiuntivi” e “sfaccendato”, Roberto Fico “il moscio” dall’aria del “monaco
trappista”, Alessandro Di Battista “il gallo cedrone”. Insieme formano un trio
di “mezze pippe”, “miracolati” che “non sanno fare la O col bicchiere”, “falsi
come Giuda” degni di roboante scomunica (eufemismo). Più che criticarli, De Luca
li mette in scena, li riduce a maschere comiche, utili a rafforzare la propria
centralità.
Neppure il Pd, casa madre mai davvero abitata, è risparmiato. Tra i dem, dice,
“per fare carriera bisogna essere imbecilli”. La discussione sul terzo mandato
diventa “una delle cose più demenziali mai viste”. Il partito è descritto come
logoro, sordo, popolato da “anime morte”, da “cacicchi” come Antonio Misiani e
da “fiori di freschezza” come Susanna Camusso.
Durante la pandemia il repertorio si arricchisce di frasi destinate a entrare
nell’archivio nazionale: i “lanciafiamme” per le feste di laurea, i “vecchi
cinghialoni” che vanno a correre, “la cura Singapore” coi nerbi di bue con cui
frustare i trasgressori della quarantena e gli amanti della movida, i no vax
ribattezzati “no pippe”. L’emergenza sanitaria offre a De Luca una folla di
nemici pronti all’uso e la scena perfetta per il suo monologo settimanale: e
così il governatore diventa il giustiziere, il Clint Eastwood di Gran Torino, il
custode inflessibile della comunità.
Il catalogo delle contumelie include anche la destra: Matteo Salvini è “somaro
geneticamente puro”, “Neanderthal”, uomo da “wurstel nel latte a colazione”;
Giorgia Meloni oscilla tra “vispa Teresa”, “Marilyn Monroe” da manifesto e “sora
Cecioni” sul territorio.
Questa grammatica politica deborda dallo schermo il 16 febbraio 2024, quando De
Luca guida a Roma una manifestazione di sindaci del Sud contro l’autonomia
differenziata e il blocco dei Fondi di sviluppo e coesione. Nessuna mediazione,
toni durissimi, tensioni con le forze dell’ordine. Alla distanza, l’invito della
premier a “mettersi a lavorare”; a stretto giro, la replica insultante, che
riaccende la polemica nazionale.
Il videoblob, più che un pot-pourri di filippiche, è un ritratto linguistico: un
leader che ha fatto dell’eccesso una cifra, dell’invettiva una tecnica, della
parola un’arma di potere. Nel suo vangelo laico non c’è consenso senza scontro,
né autorità senza un nemico da nominare.
L'articolo “Miserabili mille volte”, portaseccia, lanciafiamme, mezze pippe,
wurstel a colazione: 10 anni di frasi iconiche di Vincenzo De Luca | Il
videoblob proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Regione Campania ritirerà la querela presentata nei confronti della
trasmissione televisiva Report per il servizio dedicato alle liste d’attesa
della sanità regionale. L’annuncio è arrivato dal presidente della Regione
Roberto Fico, intervenuto durante la prima seduta del nuovo Consiglio regionale
per illustrare il suo programma di governo. All’indomani dell’attentato subito
dal conduttore della trasmissione, Sigfrido Ranucci, in molti avevano chiesto di
ritirare le querele. Il giornalista, in realtà, aveva chiesto piuttosto
l’approvazione di una legge contro le liti temerarie.
“Sosterremo un’informazione locale plurale e di qualità – ha dichiarato
l’esponente del M5s –. Gli organi di stampa del territorio sono presidi di
democrazia e scuola e informazione libera sono i pilastri su cui si regge una
comunità che pensa con la propria testa”. Pur ribadendo che “ognuno deve
naturalmente fare il proprio mestiere”, il presidente ha sottolineato la
necessità che ciò avvenga “liberamente e senza condizionamenti”. In
quest’ottica, ha annunciato il ritiro della querela come “segnale di
distensione”, aggiungendo: “La verità è rivoluzionaria e non abbiamo paura, ma
va rispettata da tutti convintamente. La trasparenza del confronto è la base”.
La querela contro Report rappresentava uno degli ultimi atti dell’ex governatore
Vincenzo De Luca prima di lasciare l’incarico. L’azione legale era stata avviata
nei confronti di Ranucci e della sua redazione in relazione a un servizio sulle
liste d’attesa della sanità campana. Il comunicato ufficiale dell’ufficio stampa
della Regione che annunciava la querela era stato diffuso a mezzogiorno, mentre
erano ancora in corso le votazioni per eleggere il nuovo presidente. Nella prima
versione del testo compariva anche un refuso sulla data di messa in onda del
servizio.
Nel comunicato si parlava di “una serie di falsi e di una scorrettezza
reiterata”, ricordando che già durante l’emergenza Covid, a seguito di una
precedente querela, la stessa trasmissione era stata costretta a pubblicare una
smentita sul proprio sito. Tra le ragioni della forte reazione di De Luca vi era
anche la coincidenza tra la messa in onda del servizio e la giornata elettorale.
L’inchiesta di Report, trasmessa su Rai 3, sosteneva che l’89,2% delle visite in
Campania fosse classificato come “programmabile”, quindi fissabile entro 120
giorni, a fronte di una media nazionale del 45,7%. Secondo il servizio, questa
classificazione consentirebbe di spostare prestazioni urgenti, brevi o
differibili – che dovrebbero essere erogate entro 30 giorni – nella categoria
programmabile, con l’effetto di guadagnare tempo e far apparire la Regione più
virtuosa.
L'articolo Fico ritira la querela contro Report sulle liste d’attesa, era stato
l’ultimo atto di De Luca proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel corso della sua consueta diretta streaming su Facebook, il presidente
uscente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, affonda il colpo su
geopolitica, media occidentali e crisi mediorientale, costruendo un intervento
che scorre come un atto d’accusa contro la “mistificazione” che domina il
racconto pubblico della guerra tra Russia e Ucraina.
Il governatore parte dall’ultima dichiarazione del comandante militare della
Nato, l’ammiraglio Cavo Dragone, che evoca la disponibilità della Nato a
condurre attacchi preventivi nel campo della cybersicurezza e della protezione
delle infrastrutture strategiche. Un’affermazione che per De Luca diventa il
simbolo di una narrazione rovesciata che ha causato una distorsione mediatica:
“Sulle prima pagine dei giornali abbiamo letto: ‘La Russia minaccia l’Europa’.
Continuiamo in questa linea di mistificazione intollerabile. La Russia non si
regge neanche in piedi, ma che deve minacciare? Sta da quattro anni e non riesce
ad avanzare neanche nel Donbass. Ha un Pil che è inferiore a quello
dell’Italia“.
A far da contrappunto, De Luca richiama la lezione storica della crisi di Cuba
per spiegare le ragioni strategiche di Mosca: l’allargamento della Nato nell’Est
Europa configurerebbe, a suo giudizio, una minaccia tale da giustificare
l’atteggiamento russo: “Kennedy aveva ragione. Non puoi mettermi i missili a
dieci minuti di distanza da Washington o da New York, quindi li devi togliere,
perché quando si parla della sicurezza fondamentale di una grande potenza, la
legge che prevale è questa: la tutela delle ragioni fondamentali di sicurezza.
Dovrebbe valere questa legge anche per la Russia, perché finché non avrà una
condizione accettabile di sicurezza, ma si trova lungo tutto il confine i
missili della Nato a dieci minuti da Mosca e da San Pietroburgo, sarà sempre un
po’ preoccupata e un po’ nervosa. Ma, secondo molti media italiani, la Russia
aggredisce”.
La diretta vira poi sulla crisi mediorientale, con toni che si fanno ancora più
duri. De Luca denuncia la recrudescenza dell’antisemitismo in Europa,
collocandolo nel quadro emotivo prodotto dal genocidio a Gaza e dalle immagini
delle vittime civili palestinesi: “Oggi riprende vigore l’antisemitismo, perché
a Gaza il genocidio in atto del popolo palestinese ha cambiato completamente lo
stato d’animo di milioni di cittadini d’Europa e soprattutto di giovani per i
quali i campi di concentramento sono vicende storiche e lontane, mentre invece i
morti e ammazzati di Gaza sono cose quotidiane. E così – prosegue – apprendiamo
che 5mila bambini hanno bisogno di medicinali ma non li fanno arrivare, che
nelle carceri israeliane si torturano i prigionieri e si violentano le donne,
che in Cisgiordania si fanno i rastrellamenti come facevano i nazisti e si dà
un’ora di tempo alle famiglie palestinesi per abbandonare le case e le buttano a
terra oppure le ammazzano nell’indifferenza generale”.
E sottolinea: “Quando parliamo di antisemitismo dobbiamo capire che o
prosciughiamo le sorgenti dell’antisemitismo, oppure parliamo al vento. O
affermiamo che il diritto vale per tutti sul piano internazionale, anche per
Israele, oppure non si frenerà l’ondata di antisemitismo. Perché sarà difficile
per un ragazzo di 18 anni distinguere tra governo e cittadini israeliani. Tutti
questi distinguo di fronte alle migliaia di morti e al genocidio non valgono
niente. Questa è la realtà”.
La critica si estende al sistema internazionale, giudicato incapace di far
rispettare il diritto e di contenere la logica della guerra preventiva. Israele,
osserva, è “l’unico Paese del Medio Oriente dotato di armi atomiche e 100
ordigni nucleari”, un’anomalia che mina la credibilità dell’intero impianto
multilaterale.
Il presidente campano approda così a una riflessione più ampia sul rischio di un
progressivo scivolamento verso la normalizzazione della guerra, soprattutto in
società in cui si attenua la memoria dei conflitti del Novecento. L’ossessione
per il riarmo, l’espansione delle alleanze militari e la spettacolarizzazione
delle tecnologie belliche costituirebbero, nella sua lettura, un pericolo
imminente: “Più vengono fuori nuove generazioni lontane dalla memoria delle
guerre mondiali, più la guerra diventa una tragedia possibile”.
La conclusione è una sorta di ammonimento rivolto tanto alla politica quanto
agli apparati militari: le tecnologie di difesa, afferma, si potenziano “in
silenzio”, senza proclami, e la strada da seguire non è l’esibizione muscolare
bensì il ritorno al multilateralismo, unico orizzonte che può tutelare la pace:
“Facciamo qualche ragionamento su una linea che guarda al multilateralismo, non
al potenziamento delle alleanze militari, perché su questa strada la pace non la
difendiamo, è una illusione”.
L'articolo De Luca: “Sulla Russia mistificazione intollerabile”. E su Gaza: “I
giovani europei rifiutano narrazioni ipocrite sul genocidio” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Io sono un non eletto perché ho fatto un’altra scelta rispetto ad altri
colleghi”. Così il presidente uscente della Regione Campania, Vincenzo De Luca,
dopo la vittoria di Roberto Fico alle Regionali. “L’ho fatta – ha spiegato a
margine di un appuntamento a Napoli – per due motivi. Primo, per non danneggiare
altri colleghi consiglieri. È evidente che se si candida in una lista il
presidente uscente obiettivamente toglie spazio ad altri consiglieri.
Sinceramente non mi sono sentito di fare questa scelta per rispetto dei
colleghi. Poi perché come diceva Virgilio ‘ognuno ha il suo giorno’. Ognuno ha
una sua stagione. E bisogna ragionare in questi termini”.
L'articolo De Luca al giornalista: “Ma quali luci e ombre, qui ho fatto la
rivoluzione”. E sul suo futuro: “Come diceva Virgilio…” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La remuntada di Edmondo Cirielli era un’invenzione. Ma il difficile per Roberto
Fico inizia ora. Portata a casa senza apprensione la vittoria, con un distacco
di quasi 20 punti percentuali, il neo presidente della Campania dovrà capire
fino a dove poter allargare gli spazi di manovra e alzare il livello di
agibilità del suo mandato. Fico lo ha ottenuto alla guida di un campo largo
ricco di partiti e di leader coi quali in passato lui e il M5s hanno
collezionato scontri e prese di distanze su temi politici e di programma:
Vincenzo De Luca, Armando Cesaro, Clemente Mastella, Matteo Renzi. Il matrimonio
di interesse celebrato prima della vittoria va ora messo alla prova della
convivenza, sui temi sensibili dell’eredità del deluchismo e della
continuità-discontinuità col deluchismo.
In soldoni: cosa farà Fico riguardo al ‘Il Faro’, il faraonico disegno di
rigenerazione urbana dell’area Garibaldi di Napoli, con la nuova sede della
Regione, l’auditorium, i servizi connessi, costo da 700 milioni di euro,
annunciato da De Luca, sul quale c’è il gelo del sindaco Gaetano Manfredi?
Chiuderà o no il termovalorizzatore di Acerra, come aveva accennato a febbraio
durante un’assemblea degli attivisti pentastellati? Lascerà al loro posto, o
proverà ad avvicendare, i quindici manager della sanità con mandato triennale
nominati dal suo predecessore a giugno, in extremis? Come affronterà la
questione della privatizzazione del servizio idrico nel Sannio? Sugli altri maxi
progetti lasciati da De Luca qui e lì con il loro carico di tensioni e
conflittualità sui territori – valga come esempio l’ospedale unico della
costiera sorrentina – che posizione assumerà?
La storia di Fico incarna temi e valori in antitesi con quelli di De Luca e i
metodi autoritari del presidente uscente, e quindi le risposte alle domande di
prima non sono scontate. Ma per chiudere l’accordo col Pd ed evitare di trovarsi
i deluchiani contro, l’ex presidente della Camera ha dovuto ingoiare un patto di
non belligeranza, ripetendo il mantra della ‘ripartenza da quanto di buono
fatto’. E non potrà certo rimangiarselo.
Secondo le ultime proiezioni si delinea per Fico un consiglio regionale non
semplicissimo da governare. Il centrosinistra è intorno al 58 per cento, “A
testa alta”, la civica del governatore uscente, è data al 7,5%, due punti in più
della lista “Fico presidente”, la civica del governatore subentrante. Il Pd è
primo partito verso il 18%, un punto in più del 2020 (quando le due civiche di
De Luca, sommate, sfiorarono il 19%). M5s è al 9,5% (mezzo punto in meno del
2020, quando non era in coalizione). Sarà tutto più chiaro quando saranno
assegnati i seggi lista per lista.
Al momento il centrodestra è inchiodato al 37%. FI è al 12%, FdI al 10%, Lista
Cirielli Presidente al 6,9%, Lega al 5,4%, Noi Moderati all’1,8%,
Pensionati-Consumatori allo 0,5%, Udc allo 0,4%, Democrazia Cristiana allo 0,4%.
Da questi numeri emerge il ruolo chiave del Pd e di De Luca – che ha candidato
uomini suoi anche nei dem – nella vittoria e nel futuro governo di Fico, che
avrà quotidianamente a che fare con Piero De Luca. L’elezione del figlio del
governatore uscente a segretario campano dei dem da candidato unico del
congresso è stata uno dei tasselli del puzzle della pacificazione. “Una ferita”,
fu il commento di Sandro Ruotolo, della segreteria Schlein, il più
antideluchiano degli antideluchiani. Si presume rimarginata.
Per il centrodestra è una disfatta. Per il governo Meloni, che aveva schierato
un viceministro degli Esteri. Per FdI, superata da Forza Italia. Mesi trascorsi
ad inseguire una candidatura di sintesi, capace di guardare al centro e ai
moderati, si sono conclusi con la scelta di Cirielli, il nome più ideologizzato
tra quelli della (non vasta) rosa. Il generale dei carabinieri ha accettato
nella consapevolezza della sconfitta: infatti non si è dimesso dalla Farnesina.
Per tentare una rimonta lui e i suoi l’hanno buttata in caciara, con una
campagna aggressiva: l’indignazione per la barchetta di Fico, l’ennesima
promessa di condono edilizio. E la forbice, invece di stringersi, si è
allargata.
L'articolo I dossier sul tavolo di Fico dopo la vittoria in Campania: il caso
Acerra, la sede della Regione e i manager della sanità proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’ultimo atto del governatore della Campania Vincenzo De Luca prima di lasciare
lo scranno è una querela a Sigfrido Ranucci e alla sua squadra di Report per il
servizio sulle liste d’attesa della sanità campana. Non è un omonimo del
Vincenzo De Luca che poche ore dopo la bomba davanti alla villetta di Ranucci
gli espresse solidarietà, dichiarando che quell’attentato era “il segnale di un
clima pesante del nostro paese”. È proprio lui.
Il comunicato dell’ufficio stampa della Regione Campania che informa l’avvio
dell’azione legale arriva a mezzogiorno, ad urne ancora aperte per scegliere il
successore. Pur di metterlo in rete subito, la prima versione conteneva un
refuso sulla data della messa in onda del servizio, 23 gennaio 2025 e non ieri,
23 novembre 2025. “Siamo di fronte a una serie di falsi e a una scorrettezza
reiterata. Già durante il Covid la stessa trasmissione, dopo una querela della
Regione, fu costretta a pubblicare sul proprio sito una smentita rispetto ai
dati falsi pubblicati”, si legge nel testo.
Anche il servizio di Report, ovviamente, è coinciso con la giornata di
votazioni, ed è uno dei motivi dell’ira di De Luca. Secondo l’inchiesta andata
in onda su Rai 3, il 89,2% delle visite in Campania è catalogato come
“Programmabile”, cioè fissabile a 120 giorni, quasi il doppio della media
nazionale del 45,7%, ed in questo modo si potrebbero spostare prestazioni
urgenti, brevi o differibili, quelle che per intenderci dovrebbero essere
smaltite entro 30 giorni, nella categoria “Programmabile”, con il risultato di
guadagnare tempo e far apparire la Campania più virtuosa.
De Luca aveva preannunciato querela già venerdì scorso durante l’ultima diretta
social, dopo le prime anticipazioni del servizio. Il governatore parlò di “dati
falsi” sulla sanità “diffusi dalla Meloni come dal Governo“, e se la prese con
Report e con chiunque ipotizzasse che le liste di attesa in Campania siano
manipolate, affermando che nessuno era andato a parlare con qualcuno della
Regione Campania (“un atto di cialtroneria“), e che in Campania “non è
manipolabile nulla perché i dati vanno direttamente sul Cup. Da altre parti si
fanno le truffe”.
Da qui l’annuncio: “Se noi troveremo un servizio” messo in onda “durante le
elezioni e con condizioni di falsificazione e scorrettezza, procederemo
serenamente e rispettosamente a querelare per diffamazione“. Promessa mantenuta.
E tanti saluti alla solidarietà a Ranucci.
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Ranucci per il servizio sulle liste d’attesa proviene da Il Fatto Quotidiano.