La Rai prova ad imbrigliare le ospitate televisive di Sigfrido Ranucci,
soprattutto sulle reti di Urbano Cairo, nel nome del rispetto dei vincoli per
tutto il personale di viale Mazzini. Le regole aziendali imporrebbero a tutti i
dipendenti di limitare le presenze in video e voce nonché la promozione di
propri libri a ‘una singola partecipazione’ per ogni emittente o piattaforma:
secondo l’interpretazione di una circolare dell’azienda che viene data nella
comunicazione interna inviata allo stesso Ranucci dalla Direzione editoriale per
l’offerta informativa.
Nessun richiamo né provvedimento disciplinare – si fa notare da ambienti Rai –
ma un invito al rispetto della circolare varata a gennaio 2025, dopo che il
conduttore di Report nell’ultima settimana è stato ospite di tre programmi su
La7: a “Otto e Mezzo” di Lilli Gruber, “diMartedì” di Giovanni Floris e “In
Altre Parole” di Massimo Gramellini, per promuovere il suo ultimo libro. Senza
dimenticare – e a questo sembra fare riferimento la comunicazione interna a
Ranucci – che nelle scorse settimane la Rai aveva sollecitato a limitare le
presenze nelle altre emittenti fino al referendum sulla giustizia.
Resta tuttavia che il conduttore di Report era ospite in tutt’altra veste:
autore di un libro. Per Ranucci quindi il richiamo è una sorpresa: “Avevo
avvisato preventivamente la Rai delle trasmissioni dove sarei andato ospite per
presentare il mio libro. Sono rimasto stupito, ma mi adeguo alle nuove
direttive”, ha dichiarato il conduttore di Report, interpellato sulla
comunicazione inviatagli dall’azienda, con l’invito al rispetto della circolare
interna per limitare le ospitate. “Mi sarei aspettato piuttosto – aggiunge il
giornalista – una mail di congratulazioni per il premio Purgatori che ha
ricevuto ieri Report e per gli ascolti raggiunti, in un testa a testa con ‘Che
tempo che fa’ di Fabio Fazio che conferma il nostro programma come prima
trasmissione di informazione del prime time Rai”.
A difesa di Ranucci si è schierato il M5s: “Quello che sta accadendo ha poco a
che vedere con il rispetto delle regole e molto con un accanimento che sta
diventando mobbing e che puzza lontano un miglio di censura. Ancora una volta la
Rai sceglie di colpire sempre lo stesso bersaglio, richiamando formalismi solo
quando fa comodo mentre in altri casi si è di manica infinitamente più larga”,
dicono gli esponenti pentastellati in Commissione Vigilanza Rai.
“Ranucci finisce nel mirino per aver parlato altrove – affermano gli esponenti
M5s – mentre ad altri è consentito intervenire senza alcun limite né richiamo. È
un doppio standard evidente che mina la credibilità di questa Rai e manda un
messaggio inquietante: se dai fastidio al governo non ti cacciamo direttamente
ma facciamo il possibile permetterti i bastoni tra le ruote, emarginarti fino ad
accompagnarti gradualmente alla porta. Non è tutela dell’azienda, è un tentativo
di ridurre la libertà e l’autonomia di una delle poche voci davvero indipendenti
rimaste. Ne discuteremmo volentieri in commissione di Vigilanza se non fosse
ancora vergognosamente bloccata da questa maggioranza”.
L'articolo La Rai richiama Ranucci per le ‘ospitate’ su La7. Il conduttore di
Report: “Avevo avvisato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Purtroppo è uno schema che si ripete, ma in questo contesto è ancora più
dannoso e pericoloso perché finisce col giustificare quella democrazia del
controllo e della sorveglianza, che è tanto cara alla tecnodestra americana, che
ci ha invaso già da anni e che questo governo, mi sembra, stia portando avanti”.
Sigfrido Ranucci interviene a In altre parole (La7) sugli scontri di Torino
avvenuti durante la manifestazione nazionale contro lo sgombero del centro
sociale Askatasuna. Il momento più grave si è registrato quando un agente di
polizia, Alessandro Calista, è stato accerchiato e colpito con calci, pugni e
almeno tre martellate mentre era a terra.
Ranucci avverte che gli scontri finiscono ciclicamente per rafforzare una logica
securitaria anziché affrontare le cause delle tensioni sociali: “In questo modo
si giustificano dei meccanismi ancora di maggior controllo, cioè più repressivi,
mentre invece qui bisognerebbe avere la lucidità e la forza di dire a tutti:
diamoci una calmata”.
Nel corso del confronto in studio, Massimo Gramellini richiama le parole della
presidente del Consiglio, che ha definito i responsabili delle violenze “nemici
dello Stato”. La replica di Ranucci sposta il fuoco sulla responsabilità delle
istituzioni: “Veramente io credo che la maggior parte di questi lo Stato li
conosca. Bisogna chiedersi perché il governo non si è intervenuto prima, anche
solo per evitare un sospetto, e cioè che questi scontri servano a giustificare
quel meccanismo della sorveglianza, ma anche un altro sospetto, e cioè che si
rovini quella parte sana che ha partecipato a queste manifestazioni con motivi,
con ragioni serie“.
Il giornalista insiste sulla necessità di non cancellare il senso della protesta
dietro le violenze, rivendicando la legittimità di una domanda sociale che
rischia di essere travolta dalla deriva degli scontri: “Vorrei invece che si
portassero avanti quelle istanze delle persone più sane che hanno ragione di
protestare, di avere dei luoghi di incontro, di raccolta, di socialità, che
effettivamente manca”.
Quando Gramellini cita le parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi,
che parla di “squadristi rossi” e annuncia nuove norme, Ranucci torna sul punto
centrale della sua analisi: “È quello che ho anticipato io poco fa, quegli atti
di violenza nelle manifestazioni giustificano poi meccanismi di sorveglianza.
Secondo me, ci sarà una stretta ulteriore sul controllo. Io non so quali
elementi abbia Piantedosi per dire che sono squadristi rossi. Per me sono dei
criminali e delinquenti”.
Ranucci esprime, infine, vicinanza all’agente aggredito a Torino. “Voglio dare
solidarietà alla polizia, tra il resto io ho la scorta della polizia di Stato.
Ora, io credo che questo Stato abbia gli strumenti per sapere chi sono queste
persone violente”, osserva, richiamando episodi precedenti come l’assalto alla
sede della Cgil e sostenendo che la violenza politica non sia un fenomeno
imprevedibile.
Il nodo, per Ranucci, resta quello della prevenzione. “Queste cose bisognerebbe
prevenirle prima – ribadisce – Poi alla fine questi scontri, alimentati da
determinate anche politiche, dalla mancanza di osservazione delle esigenze
sociali, non fanno che giustificare i meccanismi di controllo”.
L'articolo Scontri a Torino, Ranucci a La7: “Governo sa chi sono i violenti ma
non interviene prima per giustificare misure repressive” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Io vivo, ormai da anni, con la sensazione che possa accadermi qualcosa da un
momento all’altro. Ma, siccome non voglio lasciarmi paralizzare, adotto la
tecnica del trapezista. Me l’ha spiegata il mio vecchio direttore, Roberto
Morrione (il fondatore di RaiNews24, ndr): quando diventi l’obiettivo di
qualcuno, salta sul prossimo trapezio. Così sarà più difficile prenderti”,
racconta Sigfrido Ranucci in un’intervista a “Vanity Fair“.
Il conduttore di “Report“, romano, 64 anni, circa ottanta conteziosi aperti,
duecentoquaranta da quando ha cominciato senza mai perdere una causa. È sotto
scorta dal 2021 ma la notte tra il 16 e il 17 ottobre scorso è scampato a una
bomba fatta esplodere sotto casa sua a Pomezia, distruggendo la sua auto e
quella della figlia. “Ogni tanto, però, mi chiedo: chi me lo fa fare?”, confida
al settimanale diretto da Simone Marchetti: “L’anno scorso, alla presentazione
di un mio libro, si è avvicinata una signora che aveva appena perso la figlia,
malata di tumore. Mi ha consegnato una lettera che mi aveva scritto la ragazza
prima di morire: aveva passato gli ultimi tempi a seguire tutte le puntate di
Report e mi ringraziava per il lavoro svolto per il bene comune. Una cosa così
non ha prezzo”.
Nel libro “La Scelta” nel 2024 racconta che suo figlio gli ha chiesto perché fa
il mestiere del giornalista: “‘Che cosa dovrei fare?’ e lui: ‘Dovresti fare da
padre a tre figli che stanno crescendo senza’. È il prezzo da pagare per
consegnare al mondo una società migliore”. Proprio i suoi figli gli hanno
chiesto più volte di mollare: “È successo molte volte, l’ultima settimana
scorsa. Ci ho pensato, ma non posso. Sarebbe un messaggio devastante: per me,
per loro, per tutti. Significherebbe che basta essere attaccati per fare un
passo indietro”.
Ammette di avere qualche volta paura: “Ce l’ho, altrimenti sarei incosciente. E
l’incoscienza è pericolosa. Ma non è tanto importante avere paura: l’importante
è superarla. Sennò vincono loro”. Dopo l’attentato al giornalista Rai è stata
rafforzata la scorta: “I mandanti? Ci sono delle piste. Lasciamo che magistrati
e carabinieri facciano il loro lavoro. C’entra la politica? Non ho informazioni
in tal senso. La politica di solito lancia altri tipi di bombe: la
delegittimazione, per esempio. Adesso ho una protezione con due macchine
blindate e l’esercito davanti a casa”.
“La scorta è diventata un po’ come una famiglia allargata. Tanto che, quando
esce l’ennesima accusa di dossieraggio o di bullismo sessuale, i miei agenti mi
dicono: “Dotto’, noi siamo sempre con lei, quand’è che ha tempo di fare tutte
’ste cose?”, aggiunge Ranucci. Il riferimento al “bullismo sessuale” risale
2021: “Bisognerebbe chiederlo a chi ha mandato la lettera anonima a tutti cosa
mi imputavano: parlamentari, stampa… Come racconto nel libro La scelta
(Bompiani, 2024), è stato l’unico caso di MeToo senza il Me, perché non c’erano
denunce nei miei confronti”.
Ranucci è costretto con la sua squadra agli straordinari: “Una macchina
infernale. Siamo passati da 16 puntate da 80 minuti a 24 puntate da 160.
Significa trovare almeno tre argomenti originali ogni settimana: un impegno
enorme. Solo otto persone in redazione, 14 che a turno fanno le inchieste, più
filmmaker, montatori e tecnici che si alternano”. Il suo futuro lo immagina in
Rai, almeno fino alla pensione, anche se corteggiato da tempo da La7 e
dall’editore Urbano Cairo: “Io sono nato in Rai e qui vorrei rimanere fino a
quando scatterà l’ora della pensione, nell’agosto 2028. A quel punto, se la Rai
mi vorrà ancora, resterò; altrimenti, l’editore che mi garantirà di poter
continuare a essere “Sigfrido Ranucci” avrà le mie attenzioni”. Per il
successore il giornalista ha una certezza: “Sicuramente sarà qualcuno di interno
a Report. Nessuno della mia squadra accetterebbe una figura esterna, magari
imposta per motivi politici”.
Il suo percorso a Viale Mazzini non ha certo previsto grandi scatti di carriera:
“Senza presunzione, sono il giornalista più premiato della Storia della Rai.
Però, a pochi anni dalla pensione, resto un semplice caporedattore: la carica di
vice direttore Approfondimenti è solo sulla carta. Questo perché, nonostante
quello che dicono, non ho mai avuto spinte politiche”, ha raccontato a “Vanity
Fair”. Smentendo anche di essere vicino al Movimento 5 Stelle: “È diverso: la
maggior parte di chi guarda Report vota Movimento a 5 Stelle, che è stato
fondato su principi etici affini a quelli del mio programma, come la legalità,
la trasparenza della pubblica amministrazione… Detto questo, Report non ha mai
avuto amici”.
Così come definisce “infondata” l’accusa di un’ossesione nei confronti di
Fratelli d’Italia: “Se ripercorriamo tutte le puntate, la persona oggetto di più
inchieste è stato l’ex ministro Roberto Speranza, del Pd, seguito da Matteo
Renzi, che non si capisce bene se sia di destra o di sinistra. Forse ce lo dirà
lui quando avrà fatto chiarezza con sé stesso. Poi, ovvio che Report tiene
d’occhio chi, di volta in volta, governa. E infatti io sono stato preso di mira
da tutti”.
L'articolo “Vivo, ormai da anni, con la sensazione che possa accadermi qualcosa.
Ma siccome non voglio paralizzarmi uso la tecnica del trapezista. I miei figli?
Mi chiedono di mollare, ma non posso”: parla Sigfrido Ranucci proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Piantedosi dice che è una tempesta in un bicchiere d’acqua? Intanto ho
l’impressione che gli abbiamo dato una notizia”. Così Marco Travaglio a Otto e
mezzo (La7) commenta il pasticcio relativo alla presenza di agenti statunitensi
dell’ICE in Italia, in vista delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.
Il direttore del Il Fatto Quotidiano spiega l’inchiesta con cui il quotidiano,
per primo, ha dato conto della presenza dell’Immigration and Customs Enforcement
sul territorio italiano. L’articolo, firmato da Stefania Maurizi, citava un
portavoce ICE che confermava il supporto al servizio di sicurezza diplomatica
del Dipartimento di Stato Usa per la tutela di delegazioni, atleti e personale
statunitense durante i Giochi, ricordando che l’ICE è già presente stabilmente a
Roma presso l’ambasciata americana e che il ruolo sarebbe stato esteso per
l’evento in coordinamento con le forze italiane.
“Quando abbiamo dato la notizia, hanno smentito tutti – esordisce Travaglio –
Poi hanno cominciato ad avvicinarsi passettino per passettino alla verità,
dicendo: sì ma è un’altra ICE, non si capisce bene quante ce ne siano, ma non
sono le SS, ma che sarà mai, ma anche se fosse dove sarebbe il problema”.
Nel racconto del direttore del Fatto entra anche il presidente della Regione
Lombardia, citato con una stoccata ironica: “Poi è arrivato Fontana,
l’intellettuale del gruppo, che ha detto che sono lì per scortare il
vicepresidente Vance e il segretario di Stato Rubio. A me veramente risulta che
la scorta ai presidenti e vicepresidenti la faccia il Secret Service, non certo
la polizia speciale anti-immigrazione”.
E aggiunge: “Poi ieri è intervenuta l’ambasciata che naturalmente ha smentito
tutti dicendo: no no, ci siamo e siamo lì per combattere eventuali attacchi
stranieri”. Una presa di posizione che inchioda le contraddizioni accumulate
nelle ore precedenti.
Solo in un secondo momento, il Viminale conferma parzialmente quanto scritto dal
Fatto Quotidiano, chiarendo che in Italia saranno presenti referenti
dell’Homeland Security Investigations, il braccio investigativo dell’ICE, con
funzioni di supporto informativo e consultazione delle banche dati, senza
compiti operativi né attribuzioni sul territorio nazionale. Secondo il Ministero
dell’Interno, gli agenti opereranno da sedi diplomatiche e non come scorta
armata.
“Intanto oggi ci ripetono che ci saranno ma saranno chiusi in ambasciata –
osserva Travaglio – Se c’è stata una tempesta in un bicchiere d’acqua è perché
l’hanno scatenata loro. Noi abbiamo dato la notizia, loro hanno fatto di tutto
per smentirla, sono stati smentiti dall’ambasciata americana, che, fino a prova
contraria, lo saprà se c’è l’ICE o meno”.
E chiosa: “Adesso stanno inseguendo le notizie. Sono imbarazzati e imbarazzanti
sempre, perché tentano di mentire e vengono regolarmente smentiti”.
Nel dibattito interviene anche Sigfrido Ranucci, che ironizza sul cambio di
missione dell’agenzia americana: “Questi sono nati per contrastare gli
immigrati, adesso vengono qua a proteggere nei viaggi istituzionali”. Poi
solleva il nodo operativo: “Io credo poco alla versione omeopatica dell’ICE,
perché il problema è cosa faranno nel momento in cui avviene qualcosa: bisogna
vedere come agiscono, in base alle leggi americane o a quelle italiane. È lì che
la grana scoppierà”.
L'articolo Ice in Italia, Travaglio a La7: “Governo imbarazzato e imbarazzante”.
Ranucci ironizza sulla “versione omeopatica” degli agenti Usa proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio, la multa da 150mila euro è
annullata. Il 22 gennaio scorso il Tribunale Ordinario di Roma (Sezione Diritti
della Persona) ha emesso una sentenza che segna la svolta sull’intera vicenda e
una sconfitta giudiziaria pesantissima per l’Autorità Garante della Privacy.
L’oggetto del contendere è il ricorso presentato dalla Rai contro il
provvedimento n. 621 del 23 ottobre 2025 con cui il Garante aveva sanzionato la
trasmissione per la messa in onda (l’8 dicembre 2024) dell’audio tra l’ex
Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, nei
quali si discuteva della revoca della nomina di Maria Rosaria Boccia.
Il Tribunale accoglie il ricorso e annulla la sanzione. Le motivazioni del
giudice Corrado Bile si basano su due pilastri fondamentali, uno di merito
(libertà di stampa) e uno procedurale (tempi scaduti). Il giudice smonta la tesi
del Garante secondo cui la diffusione di quei colloqui privati violava la
privacy senza aggiungere nulla alla notizia. La sentenza stabilisce che la
conversazione, pur essendo privata, aveva una “sostanziale rilevanza pubblica”
perché svelava come le decisioni istituzionali (la nomina o meno di una
consulente ministeriale) fossero influenzate da “questioni di natura
squisitamente personale” e dalle richieste della moglie del Ministro. La
diffusione dell’audio originale era necessaria per “veicolare il dato storico
nella sua immediatezza” ed evitare il sospetto di ricostruzioni faziose da parte
del giornalista. Viene ribadito che il giornalismo d’inchiesta gode di ampia
tutela e che la privacy cede il passo quando la notizia è essenziale per la
formazione dell’opinione pubblica.
Il Tribunale accoglie anche l’eccezione procedurale: il Garante ha impiegato
troppo tempo per sanzionare. Viene sancito che il termine di 9 mesi per la
conclusione del procedimento (art. 143 Codice Privacy) è perentorio e non
ordinatorio. Il giudice afferma che il mancato rispetto dei tempi pone
l’Autorità in una “posizione ingiustificatamente privilegiata” e lesiva del
diritto di difesa. Poiché il provvedimento è arrivato oltre i termini di legge,
la sanzione decade anche per questo motivo formale. In conclusione, la sentenza
stabilisce che Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio e che l’azione
sanzionatoria del Garante è stata sia infondata nel merito che tardiva nella
procedura. Il Garante è condannato a pagare le spese legali.
L'articolo Audio Sangiuliano su Report, lo schiaffo del tribunale al Garante:
annullata la multa da 150mila euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Certe volte noi facciamo le cose come amministrazione che ci vengono imposte da
altre forze. Se ti dico che c’è la Presidenza del Consiglio dei ministri che ci
sta dicendo di fare ste cose non possiamo essere noi a metterci in difficoltà da
soli”.
È la frase chiave che emerge dai dialoghi anticipati in esclusiva da Report che
aggiunge un pezzo all’inchiesta sul software installato nei pc di 40mila tra
giudici e magistrati che consente il controllo da remoto senza che se accorgano.
A parlare è Giuseppe Talerico, dirigente del Coordinamento dei sistemi
informatici del Ministero della Giustizia, e un tecnico informatico, registrati
nel maggio 2024. Al centro della conversazione, la pressione per installare il
software ECM sui computer dei magistrati e l’indicazione di mantenere un profilo
comunicativo “ermetico” nei confronti degli uffici giudiziari.
Talerico, ingegnere informatico e dirigente di seconda fascia, è il responsabile
del CISIA di Milano, il Coordinamento interdistrettuale dei sistemi informatici,
braccio operativo del Ministero nel Nord-Ovest. Viene inviato a Torino per
fronteggiare la protesta dei tecnici locali, appoggiata dalla Procura, e per
imporre l’installazione di ECM. Lo fa nel corso di una riunione con tecnici
informatici locali e ministeriali, tenutasi negli uffici del Palazzo di
Giustizia nel maggio 2024.
“Se stiamo facendo questa riunione significa che siamo in difficoltà – prosegue
– perché siamo ancora fermi su un aggiornamento che però ci ha chiesto la
Presidenza del Consiglio dei Ministri”. Quando un tecnico locale osserva che i
computer risultano già aggiornati, la replica è secca: “Ma dobbiamo avere la
controllabilità di questi computer attraverso questo ECM”.
Nel corso dell’incontro, Talerico insiste: “Per le prossime si dice ( riferito
ai magistrati, ndr) sono direttive di DGSIA (la direzione informatica del
ministero, ndr) in maniera molto più ermetica. Non dare troppe informazioni”. E
poi aggiunge: “Certe volte noi facciamo le cose come amministrazione che ci
vengono imposte da altre forze. Se ti dico che c’è la Presidenza del Consiglio
dei ministri che ci sta dicendo di fare ste cose non possiamo essere noi a
metterci in difficoltà da soli”.
Ieri, in una nota, la Presidenza del Consiglio ha precisato che la
responsabilità delle infrastrutture digitali dei computer resta in capo al
Ministero della Giustizia.
L'articolo Report, la testimonianza esclusiva sul software per i magistrati:
«L’ordine della Presidenza del Consiglio di installare ECM sui computer»
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre la politica rimestava sulla “centrale di spionaggio” di Giangaetano
Bellavia, Report porta alla luce un fronte decisamente più esplosivo: dal 2019
oltre 40mila computer in dotazione a procure e tribunali italiani possono essere
spiati grazie a un software comunemente installato negli uffici.
Una importante Procura aveva sollevato formalmente il problema segnalandolo
subito al Ministero ma – sempre secondo la ricostruzione di Report – la
questione venne rapidamente archiviata ai vertici del Ministero, dopo un
intervento attribuito – nel racconto di un dirigente – alla Presidenza del
Consiglio.
Documenti, testimonianze audio e video raccolti dalla trasmissione dimostrano
che su circa 40.000 postazioni dell’amministrazione giudiziaria – dai dipendenti
amministrativi fino a giudici e procuratori di ogni ordine e grado – è
installato un software in grado, almeno potenzialmente, di consentire forme di
controllo e videosorveglianza remota delle attività dei magistrati.
Il programma si chiama ECM/SCCM (Endpoint Configuration Manager, già System
Center Configuration Manager) ed è un prodotto di Microsoft, progettato per la
gestione centralizzata dei dispositivi informatici: installazione di software,
aggiornamenti, configurazioni da remoto. Uno strumento largamente utilizzato in
contesti aziendali, scuole, grandi reti commerciali, perfino per la gestione di
totem e chioschi automatici, ma del tutto inadeguato – secondo diversi esperti –
per postazioni che trattano atti giudiziari, segreti istruttori e fascicoli
sensibili dello Stato.
Dal 2019, secondo quanto emerge dall’inchiesta, il software è stato installato
in modo capillare dai tecnici del Dipartimento per i servizi tecnologici del
Ministero della Giustizia su tutti i dispositivi di procure, tribunali e uffici
giudiziari italiani. Nelle configurazioni ufficiali il controllo remoto risulta
disattivato, ma qualsiasi tecnico dotato di privilegi di amministratore può
riattivarlo senza che l’utente – il magistrato – ne venga informato e senza
lasciare tracce facilmente verificabili delle operazioni compiute.
“Il caso è stato sollevato da una importante Procura italiana nel 2024 e messo a
tacere dai dirigenti del Ministero su richiesta – secondo quanto raccontato da
un dirigente ministeriale -, della Presidenza del Consiglio, fornendo
rassicurazioni che però come dimostrerà Report con documenti e testimonianze
esclusive non corrispondono a verità”, spiega Sigfrido Ranucci sulla sua pagina
facebook.
“I procuratori, i magistrati, i giudici non sanno che mentre pensano di essere
da soli nelle loro stanze a lavorare su indagini e provvedimenti, c’è sempre un
occhio puntato sui loro computer. Qualcuno può osservare tutto, in ogni momento
della giornata, da quando accendono il pc a quando lo spengono”, racconta un
testimone chiave dell’inchiesta. Un’accusa pesantissima, che apre interrogativi
inquietanti sull’indipendenza della magistratura e sulla sicurezza delle
infrastrutture digitali dello Stato. L’inchiesta completa va in onda domenica su
Rai3 alle 20.30.
L'articolo Report: un software consente di spiare i pc dei magistrati. Ranucci:
“Il Ministero fu avvertito, Chigi silenziò il problema” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La Regione Campania ritirerà la querela presentata nei confronti della
trasmissione televisiva Report per il servizio dedicato alle liste d’attesa
della sanità regionale. L’annuncio è arrivato dal presidente della Regione
Roberto Fico, intervenuto durante la prima seduta del nuovo Consiglio regionale
per illustrare il suo programma di governo. All’indomani dell’attentato subito
dal conduttore della trasmissione, Sigfrido Ranucci, in molti avevano chiesto di
ritirare le querele. Il giornalista, in realtà, aveva chiesto piuttosto
l’approvazione di una legge contro le liti temerarie.
“Sosterremo un’informazione locale plurale e di qualità – ha dichiarato
l’esponente del M5s –. Gli organi di stampa del territorio sono presidi di
democrazia e scuola e informazione libera sono i pilastri su cui si regge una
comunità che pensa con la propria testa”. Pur ribadendo che “ognuno deve
naturalmente fare il proprio mestiere”, il presidente ha sottolineato la
necessità che ciò avvenga “liberamente e senza condizionamenti”. In
quest’ottica, ha annunciato il ritiro della querela come “segnale di
distensione”, aggiungendo: “La verità è rivoluzionaria e non abbiamo paura, ma
va rispettata da tutti convintamente. La trasparenza del confronto è la base”.
La querela contro Report rappresentava uno degli ultimi atti dell’ex governatore
Vincenzo De Luca prima di lasciare l’incarico. L’azione legale era stata avviata
nei confronti di Ranucci e della sua redazione in relazione a un servizio sulle
liste d’attesa della sanità campana. Il comunicato ufficiale dell’ufficio stampa
della Regione che annunciava la querela era stato diffuso a mezzogiorno, mentre
erano ancora in corso le votazioni per eleggere il nuovo presidente. Nella prima
versione del testo compariva anche un refuso sulla data di messa in onda del
servizio.
Nel comunicato si parlava di “una serie di falsi e di una scorrettezza
reiterata”, ricordando che già durante l’emergenza Covid, a seguito di una
precedente querela, la stessa trasmissione era stata costretta a pubblicare una
smentita sul proprio sito. Tra le ragioni della forte reazione di De Luca vi era
anche la coincidenza tra la messa in onda del servizio e la giornata elettorale.
L’inchiesta di Report, trasmessa su Rai 3, sosteneva che l’89,2% delle visite in
Campania fosse classificato come “programmabile”, quindi fissabile entro 120
giorni, a fronte di una media nazionale del 45,7%. Secondo il servizio, questa
classificazione consentirebbe di spostare prestazioni urgenti, brevi o
differibili – che dovrebbero essere erogate entro 30 giorni – nella categoria
programmabile, con l’effetto di guadagnare tempo e far apparire la Regione più
virtuosa.
L'articolo Fico ritira la querela contro Report sulle liste d’attesa, era stato
l’ultimo atto di De Luca proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un filo che lega gli attacchi alla magistratura, i più recenti di nuovo a
Federico Cafiero De Raho e a Roberto Scarpinato, quelli alla Università di
Bologna col pubblicizzato potenziamento della scorta a Sigfrido Ranucci: il
“nuovo” patto sociale promosso dalla destra di potere, ovvero il pieno controllo
nelle mani del Governo in cambio della sicurezza prodotta dalla sorveglianza.
Sono lontani i tempi del Papeete: Matteo Salvini nell’estate del 2019, in groppa
alla sua “bestia” da milioni di contatti, sbagliò tempi, modi, sponsor e finì
disarcionato. Ma fu precursore e gli andò senz’altro meglio che al Battista.
Oggi la situazione è più matura, resa convincente e vincente (per ora) da un
contesto internazionale che spinge per la liquidazione dello stato di diritto,
per il collasso della Unione Europea, malfermo presidio di democrazia ma pur
sempre presidio, per l’annichilimento delle Nazioni Unite basate sui diritti
umani fondamentali: tutti attrezzi mai digeriti da una parte importante di
umanità e corrosi dall’ipocrita sostegno di altra parte.
Oggi viviamo uno di quei tornanti in cui la storia accelera improvvisamente,
quando in un solo momento i freni saltano, le titubanze diventano appuntamenti
imperdibili col destino, le parole sussurrate in segreto vengono gridate sui
tetti e diventano osceni manifesti (“omicidi extragiudiziali” si può dire e
fare, “genocidio” invece si può fare ma non dire).
Così tutto si tiene nel cortile di casa nostra che non è mai stato soltanto
“nostro”: il “riequilibrio tra i poteri” invocato dalla presidente Meloni passa
per la subalternità della magistratura all’esecutivo, il premierato forte, una
legge elettorale funzionale alla “stabilità” mantra buono per ogni scorribanda
istituzionale e la mortificazione della scuola in ogni ordine e grado, dagli
accorpamenti degradanti alla umiliazione della autonomia didattica.
Il primo tassello deve essere fissato attraverso il referendum di primavera che
dovrà confermare, nelle intenzioni del Governo, la “riforma Nordio” ed ecco che
allora il circo grande delle reti unificate spara senza sosta contro i
magistrati trasformati in mostri dell’arbitrio giudiziario: c’è quello che
sabota le politiche del Governo in tema di immigrazione, quello che “ruba” i
figli dalle case nei boschi, quello che si vende la funzione anche davanti ad un
terribile femminicidio, fino ad arrivare ai “mostri” preferiti perché
ingabbiarli serve a più di un prestigio e cioè Federico Cafiero De Raho,
accusato di aver coperto l’immondo mercato delle informazioni riservate nella
Procura nazionale antimafia da lui diretta e Roberto Scarpinato, accusato di
aver perseguitato una giovane ed intrepida magistrata rea di aver indagato nella
direzione “sbagliata” (Scarpinato ha già annunciato querela).
Un altro tassello poi è stato piantato negli scorsi giorni con la iperbolica
polemica contro l’Università di Bologna che avrebbe addirittura “tradito”,
secondo le reazioni da manuale dei primi della classe Meloni-Crosetto-Bernini,
coloro che sacrificando le proprie vite difendono anche quegli imbelli di
docenti, che hanno negato un corso ad hoc in filosofia per una pattuglia di
ufficiali. Ingrati!
Sono attacchi mirati che offendono la democrazia tanto quanto quelli ai
giornalisti, colpiti nell’esercizio della professione in maniera più pericolosa
di quanto abbiano fatto gli sciagurati assaltatori della sede de La Stampa a
Torino: chi ha illegalmente spiato Francesco Cancellato e Ciro Pellegrino con
strumenti di natura militare in dotazione al Governo italiano? Chi e perché ha
pedinato Sigfrido Ranucci e altri suoi collaboratori di Report?
E mentre chili di “carte riservate” passano nelle cucine della Commissione
parlamentare antimafia e del Comitato parlamentare per i servizi di informazione
e sicurezza, pronti a diventare relazioni e veline, il Viminale annuncia
l’innalzamento del livello di sicurezza per Sigfrido Ranucci, che passa da una a
due macchine blindate. Con un messaggio chiaro: state alla larga da Ranucci!
(Fonti comprese, vien da pensare).
Qualche giorno fa a Bologna si sono dati appuntamento per un convegno molti
famigliari di vittime delle stragi di mafia e di terrorismo, pare che non
abbiano nemmeno più distinto tra coloro che sono caduti per colpa della
“strategia della tensione” e coloro che invece sono caduti per colpa delle bombe
“mafiose” degli anni ‘90 (che della “strategia della tensione” hanno
rappresentato una sorta di tragico Tfr: trattamento di fine rapporto). Lo hanno
fatto per ribadire l’universale diritto alla verità.
Mi associo, convinto che la sicurezza alla quale ognuno di noi giustamente
ambisce dipenda assai di più dalla “verità” cioè dalla lotta alla impunità,
piuttosto che dalla sorveglianza occhiuta di chi, proteggendo, controlla e
inibisce.
L'articolo Il filo che collega attacchi alla magistratura e più scorta a
Ranucci: controllo in cambio di sicurezza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo l’attentato di ottobre e le sue dichiarazioni in commissione Antimafia, il
ministero dell’Interno ha deciso di aumentare la scorta nei confronti del
giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione di inchiesta Report
su Rai 3. Secondo quanto risulta al Fatto, la comunicazione dell’Ufficio
centrale interforze per la Sicurezza personale (Ucis) del Viminale è avvenuta
domenica 30 novembre. Il livello di sicurezza passerà da quarto a secondo: non
più una auto blindata e due uomini di scorta, ma due blindate e quattro uomini,
oltre all’esercito che presidierà la sua casa a Campo Ascolano, frazione di
Pomezia alle porte di Roma.
La decisione sarebbe stata presa anche in base all’inchiesta della magistratura
sull’attentato del 17 ottobre scorso quando una bomba distrusse l’auto del
giornalista proprio sotto la sua abitazione, ma anche in seguito alle sue
dichiarazioni dello scorso 4 novembre in commissione Antimafia. Una parte della
relazione di Ranucci era stata secretata e in base a quella la presidente della
Commissione Antimafia Chiara Colosimo (Fratelli d’Italia) ha mandato una lettera
al Viminale per chiede un aumento della sicurezza del giornalista.
Durante la parte secretata, Ranucci aveva risposto ad alcune domande relative al
lavoro di Report sul caso Moro, sul caso Mattarella e le piste sull’eventuale
partecipazione di soggetti esterni alle stragi del biennio 1992-93. Ma aveva
provocato polemiche politiche la domanda del senatore M5S Roberto Scarpinato che
chiedeva delucidazioni a Ranucci sulla sua denuncia sul presunto “pedinamento”
dei servizi segreti che, secondo recenti dichiarazioni del conduttore di Report,
sarebbero stati “attivati dal sottosegretario Fazzolari“. Scarpinato aveva anche
chiesto a Ranucci: “Ci vuole raccontare meglio questo episodio e farci capire se
ci può essere se una connessione con quello che gli è accaduto?”. Una
connessione che aveva provocato la reazione stizzita della maggioranza e dello
stesso Fazzolari che in un’intervista al Corriere aveva smentito le accuse e
aveva parlato di “totale impunità di Report”.
Il giorno successivo, il 5 novembre, Ranucci era stato audito dalla commissione
di Vigilanza Rai e in parte aveva ripetuto fatti già comunicati all’Antimafia.
Proprio nei giorni scorsi il Copasir (Comitato parlamentare per la Sicurezza
della Repubblica) ha chiesto alla commissione di Vigilanza gli atti sulla parte
secretata e la presidente del M5S Barbara Floridia ha convocato per mercoledì
mattina l’Ufficio di presidenza per votare. Il comitato che controlla i Servizi
segreti si è attivato anche con la Commissione Antimafia.
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uomini e l’esercito sotto casa a proteggerlo proviene da Il Fatto Quotidiano.