“Per conto di chi?”. E soprattutto “per fare cosa?”. Mentre il ministro della
Giustizia Carlo Nordio si sbracciava in Parlamento per rassicurare magistrati e
opinione pubblica sull’assoluta inviolabilità dei computer della Giustizia,
bollando come “spazzatura” l’inchiesta di Report, nei sistemi informatici del
ministero di via Arenula si registrava una frenetica attività tecnica. Una
sequenza di operazioni concentrate proprio nelle ore successive alla messa in
onda del servizio che aveva sollevato dubbi sulla sicurezza delle postazioni
utilizzate dai magistrati.
A rivelarlo è stato lo stesso Sigfrido Ranucci durante la presentazione del suo
libro “Il ritorno della casta: assalto alla giustizia”, accanto al magistrato
Nino Di Matteo e al giornalista Andrea Vianello. Il conduttore di Report ha
anticipato nuovi elementi che, a suo dire, contraddirebbero la narrazione
rassicurante del ministero. “Il sospetto – secondo Ranucci – è che qualcuno
abbia voluto cercare di riparare qualcosa che non funzionava bene, quindi
avevamo ragione noi a denunciare l’anomalia o peggio ancora, ma questo non lo
possiamo dire, abbia voluto cancellare qualcosa di importante, togliere delle
tracce di azioni fatte o delle cose non lo sappiamo”.
Report – ha spiegato – dispone di prove documentali secondo cui, pochi minuti
dopo l’anticipazione dei contenuti dell’inchiesta e in maniera ancora più
intensa dopo la puntata andata in onda domenica 25 gennaio, si sarebbe
verificata “un’intensa e anomala attività di e su ECM”, il software installato
su circa 40mila postazioni dell’amministrazione giudiziaria. Nei registri
informatici delle macchine in uso ai magistrati – i cosiddetti file di log –
compaiono decine di eventi tecnici: operazioni, modifiche e attività del
software concentrate soprattutto nella mattinata di lunedì 26 gennaio.
Esattamente il giorno successivo alla messa in onda del servizio televisivo.
Il dato apre nuovi interrogativi. Se, come sostiene il ministero della Giustizia
in una nota firmata dal direttore generale De Lisi e come ribadito dall’Agenzia
per la cybersicurezza nazionale, il modulo di controllo remoto non sarebbe “mai
stato attivato” e non potrebbe operare senza il “consenso esplicito
dell’utente”, perché si registra una così intensa attività tecnica proprio la
mattina dopo la trasmissione? Secondo gli esperti informatici, un’attività
concentrata e improvvisa potrebbe indicare verifiche, aggiornamenti o interventi
di messa in sicurezza del software. Una circostanza che contrasterebbe con la
linea ufficiale secondo cui il sistema non avrebbe mai presentato criticità.
Per Ranucci, tuttavia, il problema non è il software in sé. ECM è un prodotto
commerciale diffuso a livello globale. Il punto critico riguarda piuttosto la
sua “governabilità e configurazione in un ambiente istituzionalmente critico
come quello della Giustizia”. Se i permessi di amministrazione – i cosiddetti
diritti “admin” – non sono rigidamente controllati, chi li possiede può aggirare
le notifiche all’utente e operare sui computer senza che il magistrato se ne
accorga. In teoria, spiegano gli specialisti, questo consentirebbe anche di
visualizzare in tempo reale lo schermo della postazione.
Da qui tornano le domande del conduttore di Report: “Per conto di chi?” e
soprattutto “cosa hanno cercato di fare i tecnici del Ministero dopo il servizio
di Report, e su ordine di chi?”. Interrogativi che si collegano a quanto
accaduto nella primavera del 2024, quando alcuni tecnici della Procura di Torino
avevano sollevato perplessità sull’installazione di ECM nelle postazioni della
magistratura, segnalando possibili rischi per la sicurezza informatica. Dubbi
che sarebbero stati superati da una valutazione tecnica interna al ministero.
Nel frattempo il ministero della Giustizia ha reagito presentando un esposto
alla Procura di Roma. Il bersaglio è il tecnico informatico whistleblower che ha
contribuito a far emergere la vulnerabilità del sistema effettuando un accesso
dimostrativo sul computer del gip Aldo Tirone.
La linea difensiva del ministero sostiene che l’accesso sarebbe avvenuto
attraverso “forzature” tecniche e modalità operative non ordinarie. Una
ricostruzione che, secondo diversi addetti ai lavori, rischia di trasformarsi in
un autogol: se qualcuno ha davvero violato il sistema comportandosi come un
hacker, perché i sofisticati strumenti di sicurezza informatica non hanno
rilevato immediatamente l’intrusione?
Per mesi, infatti, gli accessi dimostrativi effettuati sul computer del giudice
non avrebbero generato alcun allarme nei sistemi centrali di monitoraggio. Gli
sviluppi non finiscono qui. Sigfrido Ranucci ha annunciato che l’inchiesta
tornerà in onda con una nuova puntata quando Report riprenderà la stagione
televisiva primaverile, dal 12 aprile.
L'articolo Computer dei magistrati, Report: “Attività anomala sul software dopo
la puntata”. Ranucci: “Per conto di chi?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Sigfrido Ranucci
A cosa serve il servizio pubblico radiotelevisivo? A gettare un po’ di ombre
sulle notizie del servizio pubblico radiotelevisivo. E’ il copione di FarWest di
martedì sera, la trasmissione di Salvo Sottile ha cambiato un po’ la scaletta
all’ultimo per dare spazio al senatore Maurizio Gasparri, che a tutti i costi
voleva replicare a Report sulla stessa rete, Raitre. E così, passando di palo in
frasca, mentre parlavano di ordine pubblico e sabotaggi ai treni, Sottile gli
chiede: “Ora so che il senatore ci deve lasciare ma prima di salutarla voglio
chiederle conto di quello che si è detto nella scorsa puntata di Report, perché
insomma si è parlato di presunti traffici tra ex agenti del Mossad e gli spioni
di Equalize. Uno di questi avrebbe collaborato con una società che lei
presiedeva, è corretto?”.
Nemmeno uno bravo, senza sapere tutta la storia, avrebbe capito: due israeliani
hanno tentato di vendere alla centrale spionistica Equalize un database di
interesse dell’Eni, cliente di Equalize, su chi comprava e vendeva petrolio
iraniano sotto embargo; uno dei due, secondo Report di domenica scorsa, sarebbe
un ex del Mossad, Arik Ben Haim, già manager della Cyberealm presieduta da
Gasparri, che non aveva mai dichiarato l’incarico al Senato e nel 2023 ha
lasciato dopo che Report l’ha scoperto. Ma del merito non interessa, a Sottile.
A lui evidentemente hanno solo detto di aprire il microfono a Gasparri, il
senatore postfascista divenuto ultrà di Israele, che infatti dagli schermi Rai
fa una filippica contro Sigfrido Ranucci, dipendente Rai, dalle chat alla pista
nera per le stragi di mafia, fino al merito della vicenda liquidato con “tu
conosci quello che conosce quello che conosce quello che bombardava Gaza da
Israele”. Sono “diffusori abituali di notizie non vere”, dice Gasparri di
Report. Si imbarazza un po’ perfino Sottile: “Noi non abbiamo ovviamente la
replica di Ranucci…”. Perché ovviamente? Bastava chiamarlo. Prova a interloquire
Peter Gomez presente in studio: “L’ha querelato?”. “Tremila volte”. “E come sono
finite le querele?”, chiede ancora Gomez. Ma qui Gasparri si supera: “Lui
(Ranucci, ndr) va alle assemblee dell’Anm dove lo applaudono e quindi gli danno
una sorta di impunità extraparlamentare”. Insomma Report protetto dal sindacato
dei magistrati e quindi dall’ordine giudiziario tutto. Un altro buon motivo per
spaccarlo almeno in due.
Lo share di FarWest non è irresistibile (3,7%, 587mila spettatori martedì sera),
un po’ più della metà di Report (6,3%, 1,4 milioni domenica) ma tutto fa brodo.
La replica di Gasparri, raccontano in Rai, l’ha gestita Peppe Malara,
vicedirettore Approfondimenti, vecchio camerata che su Facebook si presenta con
“il domani appartiene a noi” come il Fronte della Gioventù di una volta (avevano
pure ragione!) e nel 2018 augurava “lunga vita” a Gasparri sotto un post pieno
di nostalgia per Giorgio Almirante. E meno male che Malara c’è. Perché un anno
fa, quando si parlò per la prima volta del ruolo di Gasparri nella Cyberealm
degli israeliani, il senatore ex missino di Forza Italia si presentò negli studi
di Mediaset al Palatino: pretendeva di replicare in diretta a Giuseppe Conte e a
Bianca Berlinguer.
L'articolo “A Report diffusori abituali di notizie non vere”: la filippica di
Gasparri contro Ranucci ospitata proprio su Rai3 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Maria Rosaria Boccia è al centro di una polemica a distanza tra Massimo Giletti
e Sigfrido Ranucci. L’imprenditrice campana, che dovrà affrontare un processo
per stalking e lesioni nei confronti dell’ex ministro Sangiuliano, aveva avuto
una conversazione privata con il conduttore di “Report“ il 17 settembre 2024. Le
chat su una presunta “lobby gay di destra” erano stato pubblicate da “Il
Giornale“, quotidiano diretto da Tommaso Cerno.
Ranucci aveva replicato spiegando le chat erano state riportate “in maniera
parziale, se non manipolate”. “E’ stato dalla chat il nome di un personaggio
legato ai servizi segreti, Marco Mancini, amico di Cerno e della Cavallaro (la
giornalista che firmava l’articolo, ndr), che ha rapporti parentali con uomini
dei servizi e che avrebbe spiegato il mio riferimento a Giletti, che nulla a che
fare con frasi omofobe che mi sono state attribuite”, aveva sottolineato sui
social.
Nella puntata de “Lo Stato delle Cose“, in onda lunedì 9 febbraio su Rai3,
Giletti ha mostrato le discusse chat: “Vi dirò la mia verità, anzi quella delle
carte e dei documenti, sulla questione delle chat tra Maria Rosaria Boccia e
Sigfrido Ranucci, in cui si parlava di me. In queste chat si diceva che io
appartenessi a una lobby e che fossi omosessuale”, ha spiegato il conduttore in
apertura, precisando anche di aver ricevuto un messaggio da Ranucci pronto a
smentire la ricostruzione de “Il Giornale”.
I messaggi del 17 settembre 2024 tra Sigfrido Ranucci e Maria Rosaria Boccia
mostrati da Giletti.
Ranucci scrive a Boccia:
“Ho visto Cerno all’Aria che tira”
“Quello è un altro del giro”
“Amico di Marco Mancini (un uomo importante dei servizi segreti, precisa
Giletti), giro gay”;
“Pericolosissimo”.
Maria Rosaria Boccia risponde a Ranucci:
“Come Signorini”.
Ranucci a Boccia:
“Sì”.
Boccia a Ranucci:
“E il signor B”.
Ranucci a Boccia conclude:
“E Giletti”.
“Quindi il giro gay è Mancini, Signorini, Giletti e il Signor B. Forse anche il
direttore Tommaso Cerno”, ha commentato Giletti per poi rivolgersi a Ranucci:
“Sono un po’ perplesso, siamo giornalisti della stessa azienda, finire a parlare
di questa roba è veramente triste. Proprio perché so chi sei e so la tua storia,
non riconosco questa libertà di informazione in quello che hai scritto. La
libertà di informazione, non è un venticello, non è una battuta, ma è qualcosa
di molto più serio. Non è gossip, ma è coraggio. Andare contro chi non vuole la
trasparenza. Andare contro i palazzi anche se te la fanno pagare”.
“La libertà di informazione – ha continuato Giletti – è batterti per chi non ce
l’ha e che la pensa lontano mille miglia da te. E lo sai, sei il primo, te l’ho
sempre riconosciuto. Faccio fatica a non essere deluso da quello che leggo.
Faccio fatica a pensare che mi hai inviato un messaggio dicendo che non era vero
nulla. In quei messaggi non vedo la sostanza di un combattente. Dividersi in un
momento così difficile del giornalismo per me è una delusione umana profonda.
Non me ne frega niente del gay, dell’omosessuale, se nel 2026 c’è chi ancora
pensa che qualcuno si offenda per la parola omosessuale… ma la lobby no, perché
lobby vuol dire potere e io quel potere l’ho sempre contrastato”.
E a stretto giro è arrivata, tramite Facebook, la replica di Ranucci: “Ieri sera
Giletti ha riproposto le chat tra me e Maria Rosaria Boccia. Dopo che gli avevo
spiegato il senso delle mie chat, ha comunque deciso che l’ho accusato di fare
parte di una lobby gay. Questo è falso, ma se ci tiene tanto a riconoscersi
nella lobby gay è un problema suo, non mio. Io ho detto una cosa più grave che i
due hanno fatto finta di non capire: Cerno e Giletti sono amici e al servizio di
Marco Mancini, lo 007 coinvolto nel rapimento di Abu Omar e nel dossieraggio
illecito della security Telecom-Pirelli”.
Ranucci spiega poi che sia Giletti che il direttore de Il Giornale Tommaso Cerno
“sorvolano sulla figura di Mancini che invece è chiave nella chat, come è chiave
la vicenda dell’incontro all’autogrill tra Renzi e Mancini. Cerno da direttore
dell’Identità ha fatto realizzare vari articoli a Rita Cavallaro, che ha
passato, stile Luca Fazzo, le veline di Mancini o degli avvocati senza
contraddittorio”.
“La stessa operazione l’ha fatta Giletti – prosegue -, che ha sponsorizzato la
teoria del complotto dei servizi e del Segreto di Stato smentite con sentenza
definitiva dalla Procura e dal Tribunale di Roma, che ha dato ragione a Report.
Giletti ha spacciato per un’inchiesta sua le carte degli avvocati di Mancini.
Prova è che, raccontando le vicende dell’autogrill, ha commesso gli stessi
errori dei legali”.
“Dispiace se ho deluso umanamente Giletti – sottolinea ancora il conduttore di
Report -, del resto chi più di me ha provato il suo stesso stato d’animo quando
ha cercato di rivelare la nostra fonte, cercando di delegittimarla. Si tratta
dell’insegnante di sostegno che aveva scattato le immagini di Renzi e Mancini.
Giletti si è recato con una telecamera nascosta davanti alla scuola dove la
nostra fonte accompagnava le figlie, e ha rivelato la città dove viveva”.
“Ultimo, ma non per importanza – conclude Ranucci -, Giletti non ha fornito il
contesto in cui ho parlato di Cerno come legato alla lobby gay. Il direttore
allora del Tempo, oggi de il Giornale, ed editorialista della Rai si era lascito
andare in un editoriale all’Aria che Tira, il cui tenore era stato poi
riproposto e sintetizzato in un tweet. Difficile trovare un tale condensato di
volgarità e misoginia”.
L'articolo Massimo Giletti mostra le chat tra Ranucci e Boccia sulla presunta
“lobby gay”. Il conduttore di Report: “Falso. Lui e Cerno sono amici e al
servizio dell’ex 007 Mancini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Rai prova ad imbrigliare le ospitate televisive di Sigfrido Ranucci,
soprattutto sulle reti di Urbano Cairo, nel nome del rispetto dei vincoli per
tutto il personale di viale Mazzini. Le regole aziendali imporrebbero a tutti i
dipendenti di limitare le presenze in video e voce nonché la promozione di
propri libri a ‘una singola partecipazione’ per ogni emittente o piattaforma:
secondo l’interpretazione di una circolare dell’azienda che viene data nella
comunicazione interna inviata allo stesso Ranucci dalla Direzione editoriale per
l’offerta informativa.
Nessun richiamo né provvedimento disciplinare – si fa notare da ambienti Rai –
ma un invito al rispetto della circolare varata a gennaio 2025, dopo che il
conduttore di Report nell’ultima settimana è stato ospite di tre programmi su
La7: a “Otto e Mezzo” di Lilli Gruber, “diMartedì” di Giovanni Floris e “In
Altre Parole” di Massimo Gramellini, per promuovere il suo ultimo libro. Senza
dimenticare – e a questo sembra fare riferimento la comunicazione interna a
Ranucci – che nelle scorse settimane la Rai aveva sollecitato a limitare le
presenze nelle altre emittenti fino al referendum sulla giustizia.
Resta tuttavia che il conduttore di Report era ospite in tutt’altra veste:
autore di un libro. Per Ranucci quindi il richiamo è una sorpresa: “Avevo
avvisato preventivamente la Rai delle trasmissioni dove sarei andato ospite per
presentare il mio libro. Sono rimasto stupito, ma mi adeguo alle nuove
direttive”, ha dichiarato il conduttore di Report, interpellato sulla
comunicazione inviatagli dall’azienda, con l’invito al rispetto della circolare
interna per limitare le ospitate. “Mi sarei aspettato piuttosto – aggiunge il
giornalista – una mail di congratulazioni per il premio Purgatori che ha
ricevuto ieri Report e per gli ascolti raggiunti, in un testa a testa con ‘Che
tempo che fa’ di Fabio Fazio che conferma il nostro programma come prima
trasmissione di informazione del prime time Rai”.
A difesa di Ranucci si è schierato il M5s: “Quello che sta accadendo ha poco a
che vedere con il rispetto delle regole e molto con un accanimento che sta
diventando mobbing e che puzza lontano un miglio di censura. Ancora una volta la
Rai sceglie di colpire sempre lo stesso bersaglio, richiamando formalismi solo
quando fa comodo mentre in altri casi si è di manica infinitamente più larga”,
dicono gli esponenti pentastellati in Commissione Vigilanza Rai.
“Ranucci finisce nel mirino per aver parlato altrove – affermano gli esponenti
M5s – mentre ad altri è consentito intervenire senza alcun limite né richiamo. È
un doppio standard evidente che mina la credibilità di questa Rai e manda un
messaggio inquietante: se dai fastidio al governo non ti cacciamo direttamente
ma facciamo il possibile permetterti i bastoni tra le ruote, emarginarti fino ad
accompagnarti gradualmente alla porta. Non è tutela dell’azienda, è un tentativo
di ridurre la libertà e l’autonomia di una delle poche voci davvero indipendenti
rimaste. Ne discuteremmo volentieri in commissione di Vigilanza se non fosse
ancora vergognosamente bloccata da questa maggioranza”.
L'articolo La Rai richiama Ranucci per le ‘ospitate’ su La7. Il conduttore di
Report: “Avevo avvisato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Purtroppo è uno schema che si ripete, ma in questo contesto è ancora più
dannoso e pericoloso perché finisce col giustificare quella democrazia del
controllo e della sorveglianza, che è tanto cara alla tecnodestra americana, che
ci ha invaso già da anni e che questo governo, mi sembra, stia portando avanti”.
Sigfrido Ranucci interviene a In altre parole (La7) sugli scontri di Torino
avvenuti durante la manifestazione nazionale contro lo sgombero del centro
sociale Askatasuna. Il momento più grave si è registrato quando un agente di
polizia, Alessandro Calista, è stato accerchiato e colpito con calci, pugni e
almeno tre martellate mentre era a terra.
Ranucci avverte che gli scontri finiscono ciclicamente per rafforzare una logica
securitaria anziché affrontare le cause delle tensioni sociali: “In questo modo
si giustificano dei meccanismi ancora di maggior controllo, cioè più repressivi,
mentre invece qui bisognerebbe avere la lucidità e la forza di dire a tutti:
diamoci una calmata”.
Nel corso del confronto in studio, Massimo Gramellini richiama le parole della
presidente del Consiglio, che ha definito i responsabili delle violenze “nemici
dello Stato”. La replica di Ranucci sposta il fuoco sulla responsabilità delle
istituzioni: “Veramente io credo che la maggior parte di questi lo Stato li
conosca. Bisogna chiedersi perché il governo non si è intervenuto prima, anche
solo per evitare un sospetto, e cioè che questi scontri servano a giustificare
quel meccanismo della sorveglianza, ma anche un altro sospetto, e cioè che si
rovini quella parte sana che ha partecipato a queste manifestazioni con motivi,
con ragioni serie“.
Il giornalista insiste sulla necessità di non cancellare il senso della protesta
dietro le violenze, rivendicando la legittimità di una domanda sociale che
rischia di essere travolta dalla deriva degli scontri: “Vorrei invece che si
portassero avanti quelle istanze delle persone più sane che hanno ragione di
protestare, di avere dei luoghi di incontro, di raccolta, di socialità, che
effettivamente manca”.
Quando Gramellini cita le parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi,
che parla di “squadristi rossi” e annuncia nuove norme, Ranucci torna sul punto
centrale della sua analisi: “È quello che ho anticipato io poco fa, quegli atti
di violenza nelle manifestazioni giustificano poi meccanismi di sorveglianza.
Secondo me, ci sarà una stretta ulteriore sul controllo. Io non so quali
elementi abbia Piantedosi per dire che sono squadristi rossi. Per me sono dei
criminali e delinquenti”.
Ranucci esprime, infine, vicinanza all’agente aggredito a Torino. “Voglio dare
solidarietà alla polizia, tra il resto io ho la scorta della polizia di Stato.
Ora, io credo che questo Stato abbia gli strumenti per sapere chi sono queste
persone violente”, osserva, richiamando episodi precedenti come l’assalto alla
sede della Cgil e sostenendo che la violenza politica non sia un fenomeno
imprevedibile.
Il nodo, per Ranucci, resta quello della prevenzione. “Queste cose bisognerebbe
prevenirle prima – ribadisce – Poi alla fine questi scontri, alimentati da
determinate anche politiche, dalla mancanza di osservazione delle esigenze
sociali, non fanno che giustificare i meccanismi di controllo”.
L'articolo Scontri a Torino, Ranucci a La7: “Governo sa chi sono i violenti ma
non interviene prima per giustificare misure repressive” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Io vivo, ormai da anni, con la sensazione che possa accadermi qualcosa da un
momento all’altro. Ma, siccome non voglio lasciarmi paralizzare, adotto la
tecnica del trapezista. Me l’ha spiegata il mio vecchio direttore, Roberto
Morrione (il fondatore di RaiNews24, ndr): quando diventi l’obiettivo di
qualcuno, salta sul prossimo trapezio. Così sarà più difficile prenderti”,
racconta Sigfrido Ranucci in un’intervista a “Vanity Fair“.
Il conduttore di “Report“, romano, 64 anni, circa ottanta conteziosi aperti,
duecentoquaranta da quando ha cominciato senza mai perdere una causa. È sotto
scorta dal 2021 ma la notte tra il 16 e il 17 ottobre scorso è scampato a una
bomba fatta esplodere sotto casa sua a Pomezia, distruggendo la sua auto e
quella della figlia. “Ogni tanto, però, mi chiedo: chi me lo fa fare?”, confida
al settimanale diretto da Simone Marchetti: “L’anno scorso, alla presentazione
di un mio libro, si è avvicinata una signora che aveva appena perso la figlia,
malata di tumore. Mi ha consegnato una lettera che mi aveva scritto la ragazza
prima di morire: aveva passato gli ultimi tempi a seguire tutte le puntate di
Report e mi ringraziava per il lavoro svolto per il bene comune. Una cosa così
non ha prezzo”.
Nel libro “La Scelta” nel 2024 racconta che suo figlio gli ha chiesto perché fa
il mestiere del giornalista: “‘Che cosa dovrei fare?’ e lui: ‘Dovresti fare da
padre a tre figli che stanno crescendo senza’. È il prezzo da pagare per
consegnare al mondo una società migliore”. Proprio i suoi figli gli hanno
chiesto più volte di mollare: “È successo molte volte, l’ultima settimana
scorsa. Ci ho pensato, ma non posso. Sarebbe un messaggio devastante: per me,
per loro, per tutti. Significherebbe che basta essere attaccati per fare un
passo indietro”.
Ammette di avere qualche volta paura: “Ce l’ho, altrimenti sarei incosciente. E
l’incoscienza è pericolosa. Ma non è tanto importante avere paura: l’importante
è superarla. Sennò vincono loro”. Dopo l’attentato al giornalista Rai è stata
rafforzata la scorta: “I mandanti? Ci sono delle piste. Lasciamo che magistrati
e carabinieri facciano il loro lavoro. C’entra la politica? Non ho informazioni
in tal senso. La politica di solito lancia altri tipi di bombe: la
delegittimazione, per esempio. Adesso ho una protezione con due macchine
blindate e l’esercito davanti a casa”.
“La scorta è diventata un po’ come una famiglia allargata. Tanto che, quando
esce l’ennesima accusa di dossieraggio o di bullismo sessuale, i miei agenti mi
dicono: “Dotto’, noi siamo sempre con lei, quand’è che ha tempo di fare tutte
’ste cose?”, aggiunge Ranucci. Il riferimento al “bullismo sessuale” risale
2021: “Bisognerebbe chiederlo a chi ha mandato la lettera anonima a tutti cosa
mi imputavano: parlamentari, stampa… Come racconto nel libro La scelta
(Bompiani, 2024), è stato l’unico caso di MeToo senza il Me, perché non c’erano
denunce nei miei confronti”.
Ranucci è costretto con la sua squadra agli straordinari: “Una macchina
infernale. Siamo passati da 16 puntate da 80 minuti a 24 puntate da 160.
Significa trovare almeno tre argomenti originali ogni settimana: un impegno
enorme. Solo otto persone in redazione, 14 che a turno fanno le inchieste, più
filmmaker, montatori e tecnici che si alternano”. Il suo futuro lo immagina in
Rai, almeno fino alla pensione, anche se corteggiato da tempo da La7 e
dall’editore Urbano Cairo: “Io sono nato in Rai e qui vorrei rimanere fino a
quando scatterà l’ora della pensione, nell’agosto 2028. A quel punto, se la Rai
mi vorrà ancora, resterò; altrimenti, l’editore che mi garantirà di poter
continuare a essere “Sigfrido Ranucci” avrà le mie attenzioni”. Per il
successore il giornalista ha una certezza: “Sicuramente sarà qualcuno di interno
a Report. Nessuno della mia squadra accetterebbe una figura esterna, magari
imposta per motivi politici”.
Il suo percorso a Viale Mazzini non ha certo previsto grandi scatti di carriera:
“Senza presunzione, sono il giornalista più premiato della Storia della Rai.
Però, a pochi anni dalla pensione, resto un semplice caporedattore: la carica di
vice direttore Approfondimenti è solo sulla carta. Questo perché, nonostante
quello che dicono, non ho mai avuto spinte politiche”, ha raccontato a “Vanity
Fair”. Smentendo anche di essere vicino al Movimento 5 Stelle: “È diverso: la
maggior parte di chi guarda Report vota Movimento a 5 Stelle, che è stato
fondato su principi etici affini a quelli del mio programma, come la legalità,
la trasparenza della pubblica amministrazione… Detto questo, Report non ha mai
avuto amici”.
Così come definisce “infondata” l’accusa di un’ossesione nei confronti di
Fratelli d’Italia: “Se ripercorriamo tutte le puntate, la persona oggetto di più
inchieste è stato l’ex ministro Roberto Speranza, del Pd, seguito da Matteo
Renzi, che non si capisce bene se sia di destra o di sinistra. Forse ce lo dirà
lui quando avrà fatto chiarezza con sé stesso. Poi, ovvio che Report tiene
d’occhio chi, di volta in volta, governa. E infatti io sono stato preso di mira
da tutti”.
L'articolo “Vivo, ormai da anni, con la sensazione che possa accadermi qualcosa.
Ma siccome non voglio paralizzarmi uso la tecnica del trapezista. I miei figli?
Mi chiedono di mollare, ma non posso”: parla Sigfrido Ranucci proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Piantedosi dice che è una tempesta in un bicchiere d’acqua? Intanto ho
l’impressione che gli abbiamo dato una notizia”. Così Marco Travaglio a Otto e
mezzo (La7) commenta il pasticcio relativo alla presenza di agenti statunitensi
dell’ICE in Italia, in vista delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026.
Il direttore del Il Fatto Quotidiano spiega l’inchiesta con cui il quotidiano,
per primo, ha dato conto della presenza dell’Immigration and Customs Enforcement
sul territorio italiano. L’articolo, firmato da Stefania Maurizi, citava un
portavoce ICE che confermava il supporto al servizio di sicurezza diplomatica
del Dipartimento di Stato Usa per la tutela di delegazioni, atleti e personale
statunitense durante i Giochi, ricordando che l’ICE è già presente stabilmente a
Roma presso l’ambasciata americana e che il ruolo sarebbe stato esteso per
l’evento in coordinamento con le forze italiane.
“Quando abbiamo dato la notizia, hanno smentito tutti – esordisce Travaglio –
Poi hanno cominciato ad avvicinarsi passettino per passettino alla verità,
dicendo: sì ma è un’altra ICE, non si capisce bene quante ce ne siano, ma non
sono le SS, ma che sarà mai, ma anche se fosse dove sarebbe il problema”.
Nel racconto del direttore del Fatto entra anche il presidente della Regione
Lombardia, citato con una stoccata ironica: “Poi è arrivato Fontana,
l’intellettuale del gruppo, che ha detto che sono lì per scortare il
vicepresidente Vance e il segretario di Stato Rubio. A me veramente risulta che
la scorta ai presidenti e vicepresidenti la faccia il Secret Service, non certo
la polizia speciale anti-immigrazione”.
E aggiunge: “Poi ieri è intervenuta l’ambasciata che naturalmente ha smentito
tutti dicendo: no no, ci siamo e siamo lì per combattere eventuali attacchi
stranieri”. Una presa di posizione che inchioda le contraddizioni accumulate
nelle ore precedenti.
Solo in un secondo momento, il Viminale conferma parzialmente quanto scritto dal
Fatto Quotidiano, chiarendo che in Italia saranno presenti referenti
dell’Homeland Security Investigations, il braccio investigativo dell’ICE, con
funzioni di supporto informativo e consultazione delle banche dati, senza
compiti operativi né attribuzioni sul territorio nazionale. Secondo il Ministero
dell’Interno, gli agenti opereranno da sedi diplomatiche e non come scorta
armata.
“Intanto oggi ci ripetono che ci saranno ma saranno chiusi in ambasciata –
osserva Travaglio – Se c’è stata una tempesta in un bicchiere d’acqua è perché
l’hanno scatenata loro. Noi abbiamo dato la notizia, loro hanno fatto di tutto
per smentirla, sono stati smentiti dall’ambasciata americana, che, fino a prova
contraria, lo saprà se c’è l’ICE o meno”.
E chiosa: “Adesso stanno inseguendo le notizie. Sono imbarazzati e imbarazzanti
sempre, perché tentano di mentire e vengono regolarmente smentiti”.
Nel dibattito interviene anche Sigfrido Ranucci, che ironizza sul cambio di
missione dell’agenzia americana: “Questi sono nati per contrastare gli
immigrati, adesso vengono qua a proteggere nei viaggi istituzionali”. Poi
solleva il nodo operativo: “Io credo poco alla versione omeopatica dell’ICE,
perché il problema è cosa faranno nel momento in cui avviene qualcosa: bisogna
vedere come agiscono, in base alle leggi americane o a quelle italiane. È lì che
la grana scoppierà”.
L'articolo Ice in Italia, Travaglio a La7: “Governo imbarazzato e imbarazzante”.
Ranucci ironizza sulla “versione omeopatica” degli agenti Usa proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio, la multa da 150mila euro è
annullata. Il 22 gennaio scorso il Tribunale Ordinario di Roma (Sezione Diritti
della Persona) ha emesso una sentenza che segna la svolta sull’intera vicenda e
una sconfitta giudiziaria pesantissima per l’Autorità Garante della Privacy.
L’oggetto del contendere è il ricorso presentato dalla Rai contro il
provvedimento n. 621 del 23 ottobre 2025 con cui il Garante aveva sanzionato la
trasmissione per la messa in onda (l’8 dicembre 2024) dell’audio tra l’ex
Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, nei
quali si discuteva della revoca della nomina di Maria Rosaria Boccia.
Il Tribunale accoglie il ricorso e annulla la sanzione. Le motivazioni del
giudice Corrado Bile si basano su due pilastri fondamentali, uno di merito
(libertà di stampa) e uno procedurale (tempi scaduti). Il giudice smonta la tesi
del Garante secondo cui la diffusione di quei colloqui privati violava la
privacy senza aggiungere nulla alla notizia. La sentenza stabilisce che la
conversazione, pur essendo privata, aveva una “sostanziale rilevanza pubblica”
perché svelava come le decisioni istituzionali (la nomina o meno di una
consulente ministeriale) fossero influenzate da “questioni di natura
squisitamente personale” e dalle richieste della moglie del Ministro. La
diffusione dell’audio originale era necessaria per “veicolare il dato storico
nella sua immediatezza” ed evitare il sospetto di ricostruzioni faziose da parte
del giornalista. Viene ribadito che il giornalismo d’inchiesta gode di ampia
tutela e che la privacy cede il passo quando la notizia è essenziale per la
formazione dell’opinione pubblica.
Il Tribunale accoglie anche l’eccezione procedurale: il Garante ha impiegato
troppo tempo per sanzionare. Viene sancito che il termine di 9 mesi per la
conclusione del procedimento (art. 143 Codice Privacy) è perentorio e non
ordinatorio. Il giudice afferma che il mancato rispetto dei tempi pone
l’Autorità in una “posizione ingiustificatamente privilegiata” e lesiva del
diritto di difesa. Poiché il provvedimento è arrivato oltre i termini di legge,
la sanzione decade anche per questo motivo formale. In conclusione, la sentenza
stabilisce che Report aveva il diritto di pubblicare quegli audio e che l’azione
sanzionatoria del Garante è stata sia infondata nel merito che tardiva nella
procedura. Il Garante è condannato a pagare le spese legali.
L'articolo Audio Sangiuliano su Report, lo schiaffo del tribunale al Garante:
annullata la multa da 150mila euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Certe volte noi facciamo le cose come amministrazione che ci vengono imposte da
altre forze. Se ti dico che c’è la Presidenza del Consiglio dei ministri che ci
sta dicendo di fare ste cose non possiamo essere noi a metterci in difficoltà da
soli”.
È la frase chiave che emerge dai dialoghi anticipati in esclusiva da Report che
aggiunge un pezzo all’inchiesta sul software installato nei pc di 40mila tra
giudici e magistrati che consente il controllo da remoto senza che se accorgano.
A parlare è Giuseppe Talerico, dirigente del Coordinamento dei sistemi
informatici del Ministero della Giustizia, e un tecnico informatico, registrati
nel maggio 2024. Al centro della conversazione, la pressione per installare il
software ECM sui computer dei magistrati e l’indicazione di mantenere un profilo
comunicativo “ermetico” nei confronti degli uffici giudiziari.
Talerico, ingegnere informatico e dirigente di seconda fascia, è il responsabile
del CISIA di Milano, il Coordinamento interdistrettuale dei sistemi informatici,
braccio operativo del Ministero nel Nord-Ovest. Viene inviato a Torino per
fronteggiare la protesta dei tecnici locali, appoggiata dalla Procura, e per
imporre l’installazione di ECM. Lo fa nel corso di una riunione con tecnici
informatici locali e ministeriali, tenutasi negli uffici del Palazzo di
Giustizia nel maggio 2024.
“Se stiamo facendo questa riunione significa che siamo in difficoltà – prosegue
– perché siamo ancora fermi su un aggiornamento che però ci ha chiesto la
Presidenza del Consiglio dei Ministri”. Quando un tecnico locale osserva che i
computer risultano già aggiornati, la replica è secca: “Ma dobbiamo avere la
controllabilità di questi computer attraverso questo ECM”.
Nel corso dell’incontro, Talerico insiste: “Per le prossime si dice ( riferito
ai magistrati, ndr) sono direttive di DGSIA (la direzione informatica del
ministero, ndr) in maniera molto più ermetica. Non dare troppe informazioni”. E
poi aggiunge: “Certe volte noi facciamo le cose come amministrazione che ci
vengono imposte da altre forze. Se ti dico che c’è la Presidenza del Consiglio
dei ministri che ci sta dicendo di fare ste cose non possiamo essere noi a
metterci in difficoltà da soli”.
Ieri, in una nota, la Presidenza del Consiglio ha precisato che la
responsabilità delle infrastrutture digitali dei computer resta in capo al
Ministero della Giustizia.
L'articolo Report, la testimonianza esclusiva sul software per i magistrati:
«L’ordine della Presidenza del Consiglio di installare ECM sui computer»
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre la politica rimestava sulla “centrale di spionaggio” di Giangaetano
Bellavia, Report porta alla luce un fronte decisamente più esplosivo: dal 2019
oltre 40mila computer in dotazione a procure e tribunali italiani possono essere
spiati grazie a un software comunemente installato negli uffici.
Una importante Procura aveva sollevato formalmente il problema segnalandolo
subito al Ministero ma – sempre secondo la ricostruzione di Report – la
questione venne rapidamente archiviata ai vertici del Ministero, dopo un
intervento attribuito – nel racconto di un dirigente – alla Presidenza del
Consiglio.
Documenti, testimonianze audio e video raccolti dalla trasmissione dimostrano
che su circa 40.000 postazioni dell’amministrazione giudiziaria – dai dipendenti
amministrativi fino a giudici e procuratori di ogni ordine e grado – è
installato un software in grado, almeno potenzialmente, di consentire forme di
controllo e videosorveglianza remota delle attività dei magistrati.
Il programma si chiama ECM/SCCM (Endpoint Configuration Manager, già System
Center Configuration Manager) ed è un prodotto di Microsoft, progettato per la
gestione centralizzata dei dispositivi informatici: installazione di software,
aggiornamenti, configurazioni da remoto. Uno strumento largamente utilizzato in
contesti aziendali, scuole, grandi reti commerciali, perfino per la gestione di
totem e chioschi automatici, ma del tutto inadeguato – secondo diversi esperti –
per postazioni che trattano atti giudiziari, segreti istruttori e fascicoli
sensibili dello Stato.
Dal 2019, secondo quanto emerge dall’inchiesta, il software è stato installato
in modo capillare dai tecnici del Dipartimento per i servizi tecnologici del
Ministero della Giustizia su tutti i dispositivi di procure, tribunali e uffici
giudiziari italiani. Nelle configurazioni ufficiali il controllo remoto risulta
disattivato, ma qualsiasi tecnico dotato di privilegi di amministratore può
riattivarlo senza che l’utente – il magistrato – ne venga informato e senza
lasciare tracce facilmente verificabili delle operazioni compiute.
“Il caso è stato sollevato da una importante Procura italiana nel 2024 e messo a
tacere dai dirigenti del Ministero su richiesta – secondo quanto raccontato da
un dirigente ministeriale -, della Presidenza del Consiglio, fornendo
rassicurazioni che però come dimostrerà Report con documenti e testimonianze
esclusive non corrispondono a verità”, spiega Sigfrido Ranucci sulla sua pagina
facebook.
“I procuratori, i magistrati, i giudici non sanno che mentre pensano di essere
da soli nelle loro stanze a lavorare su indagini e provvedimenti, c’è sempre un
occhio puntato sui loro computer. Qualcuno può osservare tutto, in ogni momento
della giornata, da quando accendono il pc a quando lo spengono”, racconta un
testimone chiave dell’inchiesta. Un’accusa pesantissima, che apre interrogativi
inquietanti sull’indipendenza della magistratura e sulla sicurezza delle
infrastrutture digitali dello Stato. L’inchiesta completa va in onda domenica su
Rai3 alle 20.30.
L'articolo Report: un software consente di spiare i pc dei magistrati. Ranucci:
“Il Ministero fu avvertito, Chigi silenziò il problema” proviene da Il Fatto
Quotidiano.