La Nato a guida americana ci difende o ci mette in pericolo? Che cosa aspettano
gli europei a rivedere i rapporti con la Nato? A causa dell’articolo 5 della
Nato invocato dal presidente americano George W. Bush i nostri soldati sono
(malauguratamente) andati in guerra in Afghanistan per combattere contro il
terrorismo. Tuttavia oggi l’Afghanistan è in mano ai talebani e l’attuale
presidente americano Donald Trump ha addirittura deriso e insultato le truppe
europee che valorosamente si sono battute nella guerra voluta dagli Stati Uniti:
i morti italiani sono stati 52 e 700 i feriti. Tutto questo per soccorrere gli
americani in una guerra inutile – perché il terrorismo certamente non si
sconfigge con la guerra – che è stata persa.
Mark Rutte, il capo della Nato, chiama Trump “paparino” ma Trump vuole
conquistare la Groenlandia, territorio danese e quindi europeo: è chiaro che non
soccorrerà mai l’Europa in caso di attacco. L’alleanza tra Europa e Usa è già
finita. La Nato ormai serve agli americani soprattutto per vendere armi.
Per colpa dell’espansione a est della Nato e del tentativo della Nato di mettere
le sue basi militari anche in Ucraina, dove è nata la Russia e dove si parla
russo, l’Europa e l’Italia soffrono una gravissima crisi economica ed
energetica. La Russia prima del febbraio 2022 era un preziosissimo partner
commerciale dell’Unione Europea: oggi invece l’Ue, assecondando le pretese della
Nato di installare le sue basi militari alla frontiera della Federazione Russa,
ha trasformato la Russia, la prima potenza atomica mondiale, da amica a nemica.
La Ue si è sparata sui piedi.
Gli europei hanno servito l’America bombardando illegalmente la Serbia,
intervenendo militarmente in Afghanistan e in Iraq, e poi per difendere
l’Ucraina con armi e soldi. L’Europa ha finanziato Kiev per 200 miliardi e i
contribuenti europei ne sborseranno altri 90 nei prossimi due anni: ma il
presidente ucraino Zelensky – il tiranno che ha trascinato il popolo ucraino
alla rovina solo per aprire le porte del suo paese alla Nato, che ha nominato un
governo di ministri corrotti, che ha messo fuori legge tutti i partiti di
opposizione, e che già prima della guerra aveva portato i suoi capitali nel
paradiso (fiscale) di Panama – al Forum di Davos ha avuto la sfrontatezza di
dare la colpa agli europei perché sta perdendo la guerra. Gli stupidi politici
dell’Unione Europea non solo perdono le guerre seguendo la Nato ma vengono anche
sbeffeggiati.
Immaginiamoci che cosa accadrà a quello che resta della democrazia europea se e
quando l’Ucraina – che non ha mai conosciuto la democrazia – entrerà nella Ue,
come vuole il genio della politica europea Ursula von der Leyen. Ursula è sempre
andata dietro al tiranno Zelensky. La guerra è persa ma la Ue vuole continuare
ad armarsi contro la Russia, la quale però non ha alcuna intenzione di attaccare
l’Europa, mentre Trump al contrario vuole conquistare la Groenlandia. L’Ue ha
sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare in Ucraina, e sbaglia ancora, sia
verso la Russia che verso la Nato e l’America.
Gli europei dovrebbero cominciare a riconoscere che la Nato non ha difeso la
democrazia ma gli interessi imperiali americani, prima contro il comunismo e
dopo contro la Russia. L’America ha sempre avuto il timore di un’Europa forte
grazie al rapporto con la Russia: la sua prima preoccupazione era di rompere
questa relazione pericolosa grazie all’espansione della Nato a est. La Nato ha
sostenuto il Portogallo del dittatore Salazar, ha preparato il colpo di Stato
dei Colonnelli in Grecia, ha come socio forte la Turchia di Erdogan, ha
alimentato la strategia della tensione in Italia con la creazione della P2 di
Lucio Gelli. E’ ora che gli europei riflettano sulle cattive amicizie.
La National Security Strategy di Trump spiega che la Nato non deve più
espandersi e continuare a minacciare la Russia. Ma le teste d’uovo Giorgia
Meloni, Friedrich Merz, Emmanuel Macron, per non parlare dell’impresentabile
Kaja Kallas – la ministra degli esteri dell’Ue che voleva addirittura spazzare
via la Russia e tramutarla in tante piccole regioni – invece di prendere al volo
l’opportunità della svolta di Trump e correre a fare la pace con la Russia,
vogliono trasformare l’Ucraina in un “porcospino armato” e continuare la guerra
con Mosca come l’ultimo dei giapponesi.
La sinistra europea e italiana ha sempre abbracciato le cause perse della Nato e
della Ue ed è dunque complice delle loro politiche belliciste e fallimentari.
Speriamo che prima o poi, oltre ai 5 Stelle, qualcuno a sinistra si accorga che
occorre rivedere tutta la politica internazionale. Le basi militari nel
territorio italiano ci difendono o ci trasformano in un potenziale bersaglio? E’
ora di cominciare a emanciparsi dalla Nato americana.
L'articolo La Nato non difende più l’Europa, finita l’alleanza con gli Usa: è
ora di cominciare a emanciparsi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Nato
“Signor Presidente, caro Donald – ciò che hai realizzato oggi in Siria è
incredibile. Userò i miei contatti con i media a Davos per mettere in luce il
tuo lavoro lì, a Gaza, e in Ucraina. Mi impegno a trovare una soluzione per la
Groenlandia. Non vedo l’ora di vederti. Tuo, Mark“. Il Donald in questione e
Donald Trump e il “Mark” che firma con una compiacenza che tracima
nell’adulazione è Mark Rutte, segretario generale della Nato. Il testo è un
messaggio privato inviato da Rutte a Trump, che quest’ultimo ha divulgato nelle
scorse ore sul suo social Truth.
L’sms va contestualizzato. Mentre gli appetiti del presidente degli Stati Uniti
sul territorio autonomo della Danimarca crea un profonda fattura tra Washington
e la Nato, dal Dopoguerra a oggi (ma chissà ancora per quanto) il pilastro
fondamentale della difesa europea e del mondo occidentale, il segretario
generale dell’Alleanza lo elogia derubricando la questione a un generico impegno
personale a “trovare una soluzione”. Quasi la questione della Groenlandia fosse
un incidente di percorso e su di essa non si giocassero i futuri equilibri
dell’Occidente e la sopravvivenza stessa del Patto atlantico.
Un livello di piaggeria che supera il record fatto registrare a giugno, quando
Trump aveva divulgato un altro messaggio privato di Rutte, il quale dopo aver
ringraziato “per la tua azione decisiva in Iran, che è stata davvero
straordinaria” (il bombardamento del 22 giugno contro i siti nucleari di
Teheran), magnifica il potente interlocutore per essere riuscito a convincere
gli Stati Ue “a firmare per il 5 percento!” del Pil in spese militari. “Otterrai
qualcosa che NESSUN presidente americano ha potuto realizzare in decenni.
L’Europa pagherà in GRANDE, come dovrebbe, e sarà la tua vittoria“.
“È una questione di gusti“, aveva risposto Rutte il giorno dopo a un giornalista
che gli chiedeva se adulare il capo della Casa Bianca fosse la strategia giusta.
I gusti evidentemente cambiano, e anche in fretta. Quando Rutte era ancora primo
ministro in Olanda e Trump aveva appena perso le elezioni per il secondo
mandato, i toni del leader della Nato erano diversi. “Immagini orribili da
Washington Dc. Caro Donald Trump riconosci Joe Biden come prossimo presidente
oggi”, twittava perentorio Rutte il 6 gennaio 2021, mentre il popolo MAGA
assaltava Capitol Hill. Tre anni dopo, arrivato al vertice dell’Alleanza, Rutte
rassicurava: “Davvero, smettete di preoccuparvi di una presidenza Trump”, diceva
durante una visita a Londra il 10 ottobre 2024, poche settimane prima delle
presidenziali Usa, perché “lo conosco bene e lavorerò con lui”.
Ora abbiamo capito come, ma bisogna capire quali saranno i risultati. “Ho avuto
un’ottima telefonata con Mark Rutte riguardo alla Groenlandia. Ho concordato un
incontro tra le varie parti a Davos, in Svizzera”, ha scritto Trump su Truth
nella notte italiana. L’isola, ha ribadito, “è fondamentale per la sicurezza
nazionale e mondiale. Non si può tornare indietro. Su questo, tutti sono
d’accordo!”. Ed è proprio su quel “Non si può tornare indietro” enunciato dal
tycoon che si misurerà la bontà del “metodo Rutte”. Intanto tra le mire degli
Usa e alcuni Paesi membri della Nato che inviano sull’isola qualche decina di
soldati per segnalare – per quanto simbolicamente – la propria contrarietà ai
progetti di Washington, la solidità dell’Alleanza atlantica rischia di riportare
delle serie incrinature.
L'articolo Groenlandia, nuovo record di piaggeria di Rutte: “Caro Donald, non
vedo l’ora di vederti. Tuo, Mark”. E Trump pubblica il messaggio proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Donald Trump “sta facendo ciò che è giusto per la Nato“. L’ultimo squillo di
tromba innalzato al cielo in onore del presidente degli Stati Uniti porta la
firma del segretario generale della Nato, Mark Rutte, tra i più entusiasti
ammiratori del tycoon. Trump sta “incoraggiando tutti noi a spendere di più,
pareggiando quanto speso dagli Stati Uniti, risultato che sarebbe stato
impossibile senza di lui”, ha detto l’ex premier olandese parlando in conferenza
stampa da Zagabria, in Croazia, nell’ambito della sua tournée nei Paesi membri
dell’Alleanza focalizzata in particolare sull’industria della difesa. Washington
ha messo in chiaro di voler ottenere il controllo della Groenlandia a costo di
entrare in contrasto con la Danimarca, paese membro del Patto al quale l’isola
artica appartiene, ma per Rutte “non c’è assolutamente” una crisi all’interno
dell’organizzazione. “Stiamo davvero lavorando insieme – argomenta il segretario
generale -. E la mia unica preoccupazione è come possiamo rimanere al sicuro,
dai russi, da qualsiasi altro avversario”.
Alcuni paesi europei della Nato, guidati da Regno Unito e Germania, stanno
pensando a una presenza militare nell’ex colonia danese, oggi territorio
autonomo. “Già l’anno scorso abbiamo avuto alcuni dibattiti conclusi con grande
successo su come, come alleanza, insieme ai nostri sette alleati artici,
dobbiamo lavorare insieme per garantire la sicurezza dell’Artico, e attualmente
stiamo discutendo il passo successivo, come garantire un seguito pratico a tali
discussioni per garantire che, come alleanza, facciamo tutto collettivamente e
attraverso i nostri singoli alleati per garantire la sicurezza dell’Artico”.
“Come sapete – ha proseguito il segretario generale – , ci sono otto paesi
artici, sette dei quali sono all’interno della Nato, inclusi Stati Uniti e
Canada, e cinque paesi in Europa, tra cui Danimarca, Inghilterra, Islanda,
Norvegia, Finlandia e Svezia. E c’è un paese artico al di fuori della Nato, ed è
la Russia. Ma si potrebbe anche sostenere che ormai la Cina sia quasi diventata
una sorta di paese artico, e non geograficamente, ma almeno per la quantità
delle sue attività e dei suoi interessi nella regione”. “Si tratta di una parte
vitale del territorio della Nato, ed è esattamente il motivo per cui, mentre in
passato la Nato non era così coinvolta nella questione dell’Artico, dal 2025, su
richiesta dei sette alleati dell’estremo nord che confinano con l’Artico,
l’Alleanza è diventata più coinvolta”.
“A proposito – ha aggiunto Rutte -, vediamo che la Danimarca sta già accelerando
i suoi investimenti in difesa, non solo in generale, ma anche per quanto
riguarda capacità uniche per difendere territori come la Groenlandia. Quindi
stanno acquistando più di 35 velivoli e stanno lavorando su di essi per il
rifornimento in volo”.
L'articolo Groenlandia, Rutte (Nato) elogia Trump: “Sta facendo bene, la
Danimarca ha già aumentato le spese per la difesa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“La Nato deve rafforzare la propria presenza nella regione” dell’Artico “per
scoraggiare avversari come la Russia“. E’ la proposta avanzata del premier
britannico Keir Starmer nel corso del colloquio telefonico avuto con il
presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz,
durante il quale si è parlato di sicurezza nella regione senza che fosse citata
esplicitamente la Groenlandia, secondo quanto ha riferito Downing Street.
Per i tre leader i pericoli maggiori continuano a provenire da est: “Gli
attacchi in corso da parte della Russia in Ucraina, compreso l’uso di un missile
balistico a medio raggio Oreshnik nell’Ucraina occidentale questa mattina,
costituiscono un’escalation inaccettabile“, hanno concordato Starmer, Macron e
Merz nel corso della telefonata che ha avuto luogo a seguito della riunione
della coalizione dei volenterosi del 6 gennaio a Parigi. “I leader hanno
iniziato riflettendo sulla forte unità a sostegno dell’Ucraina emersa durante la
riunione di martedì e sui buoni progressi compiuti in merito alle prossime mosse
– si legge in una nota diffusa da Downing Street – E hanno accolto con favore la
stretta collaborazione in corso con gli Stati Uniti per garantire una pace
giusta e duratura all’Ucraina”. Dal canto suo, Starmer ha affermato che “è
chiaro che la Russia sta utilizzando accuse inventate per giustificare
l’attacco”.
Intanto, secondo il quotidiano danese Nos, l’Alleanza atlantica starebbe
valutando una missione speciale congiunta in Groenlandia allo scopo di placare
Donald Trump. Nella riunione settimanale dei 32 ambasciatori dell’Alleanza è
emerso che tutti i Paesi auspicano un ruolo più incisivo per l’Alleanza
nell’Artico. Diversi membri hanno proposto una nuova missione nella zona sotto
le insegne dell’Alleanza. Ciò rafforzerebbe significativamente la difesa
dell’Artico. E soprattutto, si tratterebbe di uno sforzo congiunto, che
includerebbe anche gli Stati Uniti, l’alleato più importante, e che secondo il
quotidiano, allevierebbe almeno temporaneamente la tensione più acuta.
L'articolo La Groenlandia? Per Starmer-Macron-Merz il pericolo viene dall’est:
“La Nato si rafforzi in Artico per scoraggiare la Russia” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il governo Meloni esclude tagli alla spesa sociale e attende i dati Istat di
marzo per confermare l’aumento dello 0,5% del Pil destinato al capitolo
sicurezza. “L’incremento delle risorse destinate alla Difesa e alla sicurezza
nazionale non graverà sui settori del welfare e delle politiche sociali, grazie
all’attivazione di specifiche deroghe europee e clausole di flessibilità”. Lo ha
detto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, durante il Question Time
al Senato rispondendo a un’interrogazione di Stefano Patuanelli, capogruppo dei
senatori del Movimento 5 Stelle, sulle coperture finanziarie necessarie per
sostenere gli impegni assunti dall’Italia. Per gestire l’aumento degli
investimenti in armamenti e sicurezza senza intaccare i servizi essenziali, il
governo punta sulla clausola di salvaguardia nazionale. Accanto alla clausola
nazionale si colloca il programma Safe (Security Action For Europe). L’Italia ha
già presentato un piano per una quota massima di 14,9 miliardi di euro,
attualmente sotto esame a Bruxelles insieme alle proposte degli altri partner
UE. Il governo Meloni prevede un incremento graduale della spesa per la Difesa
che potrebbe toccare un’incidenza sul Pil superiore di circa 0,5 punti
percentuali entro la chiusura del triennio coperto dalla legge di bilancio.
“Oggi in Aula ho fatto una domanda semplice al ministro Giorgetti: dove
prenderete i soldi per aumentare di oltre 23 miliardi le spese militari nei
prossimi tre anni?” ha scritto Patuanelli. “La risposta è stata un esercizio di
fumo istituzionale. Si rinvia tutto a marzo, alle stime Istat, all’uscita
(forse) dalla procedura di infrazione, alle clausole europee, al Safe, alle
flessibilità. Ma intanto una cosa è chiarissima: l’impegno a spendere quei soldi
c’è ed è nero su bianco nei documenti ufficiali del Governo”.
L'articolo Giorgetti: “Fondi per armi non da spesa sociale”. Patuanelli: “Dove
li prenderete? Ipotecate risorse del Paese” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Francesco Valendino
E’ sempre antipatico dire “ve l’avevamo detto”. Specie se nessuno ha ascoltato.
Eppure…
Era il 6 aprile 2008, Sochi. Vladimir Putin riceve George W. Bush e gli dice,
testualmente: “L’adesione della Nato di un paese come l’Ucraina creerà per voi e
per noi un campo di conflitto a lungo termine”. Chiaro? Limpido? Troppo. Motivo
per cui i “nostri” strateghi, quelli che ci hanno regalato Iraq, Afghanistan e
Libia, hanno pensato bene di fregarsene.
Due giorni prima, al vertice Nato di Bucarest, era stato partorito un
capolavoro: Ucraina e Georgia “diventeranno membri”. Quando? Mah. Come? Boh. Il
genio stava tutto lì: promettere abbastanza da far incazzare Mosca, ma non
abbastanza da proteggere davvero Kiev. Cosa poteva andare storto?
Putin, con la pazienza di chi spiega l’alfabeto a un bambino tardo, illustra
punto per punto: “L’Ucraina è artificiale, si dividerà, ci sono 17 milioni di
russi, mobiliterò forze anti-Nato, sarà un disastro“. Bush ascolta, annuisce, e
tira dritto. Perché per i “nostri” il mondo funziona così: noi decidiamo, voi
eseguite.
Quattro mesi dopo la Russia invade la Georgia. Ops. Ma i “nostri” minimizzano:
episodio isolato, passerà. L’importante è continuare l’espansione, perché la
Nato è “difensiva” e deve allargarsi verso est per “difendersi”. Da cosa non è
mai chiarissimo.
Le trascrizioni declassificate rivelano che Putin aveva descritto con sedici
anni di anticipo esattamente quello che viviamo oggi: conflitti congelati e
scongelati a piacimento, mobilitazione anti-Nato, divisione del paese. Ma per i
neocon tutto questo era irrilevante.
Victoria Nuland e compagnia hanno continuato: Euromaidan 2014, cambio di regime,
addestramento militare ucraino. E quando Putin nel 2022 ha fatto quello che
aveva promesso nel 2008, tutti a strabuzzare gli occhi: “L’aggressione!
Hitler!”.
Il problema dei “nostri” è sempre lo stesso: credono che le loro intenzioni
nobili cancellino le conseguenze delle loro azioni. Espandiamo la Nato per la
“democrazia”? Allora va bene, e se i russi si sentono accerchiati sono loro i
paranoici. Il fatto che Putin avesse avvertito è considerato prova della sua
malvagità, non delle scelte scellerate occidentali.
E adesso i “nostri” vorrebbero “congelare” il conflitto. Peccato che Putin aveva
già spiegato nel 2008 come funziona: si congela quando serve a Mosca, si
scongela quando serve a Mosca. Ma i neocon continuano: non si tratta con gli
aggressori, resistere resistere. Facile, quando a resistere sono gli ucraini e a
pagare siamo noi.
Sapete la cosa più comica? Che tutto era evitabile. Bastava ascoltare. Bastava
chiedersi se espandere la Nato ai confini russi fosse così vitale da
giustificare il rischio di una guerra. Bastava un minimo di realismo
geopolitico. Invece no. Meglio l’arroganza di chi crede che il mondo si piegherà
sempre ai nostri voleri.
Risultato: 500mila morti, un paese distrutto, l’Europa impoverita, il rischio
nucleare mai così alto, e la Russia rafforzata. Chapeau, strateghi.
Le trascrizioni sono lì, nero su bianco. Putin aveva avvertito. È successo
quello che doveva succedere. Ma tranquilli: la colpa è tutta sua. I “nostri”
sono immacolati. Del resto, ammettere gli errori richiede intelligenza.
Perseverare richiede solo ideologia. E di quella ne abbiamo da vendere.
IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI
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L'articolo Sull’Ucraina Putin aveva avvertito Bush e l’Occidente, che ha tirato
dritto: nessuno stupore per quel che avviene ora proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Attacco sul fronte orientale, il lato Est della Nato. Nessuna guerra ibrida: un
conflitto vero con carri armati, colpi di mortaio, tiratori scelti. E’
l’esercitazione – di cui racconta l’agenzia Ansa – alla quale stanno
partecipando gli eserciti di sette Paesi della Nato, Italia compresa, anzi
Italia “socio di maggioranza” con le truppe più numerose (740 soldati). Il
teatro è la base dell’Alleanza Atlantica a Novo Selo, in Bulgaria. “Siamo pronti
a ogni evenienza”, dice il colonnello Mattia Scirocco, comandante del
‘multinational battlegroup’ della base bulgara, un gruppo tattico formato dai
militari di Macedonia, Romania, Bulgaria, Grecia, Albania e Turchia oltre al
nostro Paese. “L’addestramento è la più solida garanzia per affrontare
l’imprevedibilità del combattimento” è il ragionamento. E’ qui che il ministro
della Difesa Guido Crosetto porterà i suoi auguri di Natale al contingente
italiano.
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Roberto Monaldo / LaPresse) Italian military contingent during the training
activities at the NATO base Novo Selo Training Area, Novo Selo, Bulgaria,
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Il contingente militare italiano durante le attività addestrative nella base
NATO Novo Selo Training Area, Novo Selo, Bulgaria, Lunedì 22 Dicembre 2025 (Foto
Roberto Monaldo / LaPresse) Italian military contingent during the training
activities at the NATO base Novo Selo Training Area, Novo Selo, Bulgaria,
Monday, December 22, 2025 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)
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ATTIVITÀ ADDESTRATIVE DEL CONTINGENTE ITALIANO NELLA BASE NATO DI NOVO SELO IN
BULGARIA
Il contingente militare italiano durante le attività addestrative nella base
NATO Novo Selo Training Area, Novo Selo, Bulgaria, Lunedì 22 Dicembre 2025 (Foto
Roberto Monaldo / LaPresse) Italian military contingent during the training
activities at the NATO base Novo Selo Training Area, Novo Selo, Bulgaria,
Monday, December 22, 2025 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)
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ATTIVITÀ ADDESTRATIVE DEL CONTINGENTE ITALIANO NELLA BASE NATO DI NOVO SELO IN
BULGARIA
Il contingente militare italiano durante le attività addestrative nella base
NATO Novo Selo Training Area, Novo Selo, Bulgaria, Lunedì 22 Dicembre 2025 (Foto
Roberto Monaldo / LaPresse) Italian military contingent during the training
activities at the NATO base Novo Selo Training Area, Novo Selo, Bulgaria,
Monday, December 22, 2025 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)
Come racconta l’Ansa quotidianamente i soldati, con duecento mezzi in tutto, si
muovono nel poligono tra le colline e negli sterrati aperti, corrono nei boschi,
sparano e si riparano tra i ruderi, avanzando con i cingolati. Sui computer gli
operatori seguono l’andamento della battaglia, controllano le linee di fuoco,
testano le tattiche di spostamento, i soccorsi dei possibili feriti fino agli
eventuali prigionieri di guerra e le attività nei centri urbani simulati. Alle
manovre partecipano il carro armato Ariete, la blindo armata Centauro 2, il
veicolo dal combattimento Dardo, blindati, obici semoventi e il resto della
fanteria che difenderebbe quella linea rossa da scongiurare: i proiettili
esplodono davvero e finiscono nel vuoto, immaginando un nemico di fronte,
racconta ancora l’agenzia Ansa.
“Facciamo attività convenzionale”, spiega il comandante Scirocco. Ci si addestra
così dal 2022, da quando la situazione in Ucraina ha condizionato l’impegno
dell’Italia e del resto del mondo contro la minaccia di un’espansione del
conflitto: in questo momento sono oltre 2.323 i militari del nostro Paese
impiegati per attività di deterrenza e addestramento nel cosiddetto fianco Est.
Quello in Bulgaria è solo uno degli otto battlegroup europei i cui donne e
uomini si alternano a cadenza semestrale e sono impiegati nell’ambito della
missione Nato della Forward Land Forces, l’ex Enhanced Vigilance Activities, la
presenza avanzata dell’Alleanza nata inizialmente nel 2014, a seguito della
invasione russa della Crimea. Adesso le simulazioni di battaglie da trincea sono
invece all’ordine del giorno, intervallate da grandi attività internazionali che
hanno sempre lo stesso scopo. L’ultima grande esercitazione si era svolta il 7
novembre, con tutti gli assetti a disposizione e i soldati di varie nazioni che
avevano ancora una volta combattuto in team nel poligono di Novo Selo.
L'articolo Attacco sul fronte orientale: carri armati, colpi di mortaio,
cecchini. L’esercitazione Nato in Bulgaria (con 740 soldati italiani) proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Negli ultimi giorni è tornato di prepotenza sotto ai riflettori il tema di una
possibile adesione dell’Ucraina alla Nato. Nelle stesse ore, anche in una
regione ben diversa dall’Europa dell’Est ma che comunque “gode” della grande
attenzione che le riserva Mosca, l’Alleanza Atlantica è stata causa di tensioni.
Il Kazakistan, gigante centro asiatico che condivide con la Russia il secondo
confine terrestre più lungo al mondo dopo quello tra Stati Uniti e Canada,
avrebbe infatti lanciato un progetto che prevede investimenti per un miliardo di
dollari per mettere a regime quattro fabbriche di munizioni e di artiglieria
varia conformi sia agli standard “tradizionali” sia a quelli Nato. L’orizzonte
temporale è a breve termine, considerando che il primo impianto entrerà in
funzione nel 2027.
L’obiettivo della repubblica asiatica è chiaro, ossia affrancarsi dalla
dipendenza dall’eredità sovietica e dalle forniture estere, quelle della Russia
su tutte, in campo militare. D’altronde sono state direttamente delle fonti
dell’esercito kazaco a definire a chiare lettere il quadro. Secondo quanto
riportato da alcuni media internazionali in lingua russa, alcuni ufficiali delle
forze armate di Astana avrebbero sottolineato la necessità di sviluppare un
piano di ammodernamento per garantire la sicurezza nazionale in un contesto
internazionale così mutevole. In quell’area di mondo si tratta di un riferimento
che non può che tirare in ballo il sempre più ingombrante vicino settentrionale.
Il ministero della Difesa kazaco ha negato blandamente le indiscrezioni,
sostenendo che il progetto non è pensato in contrapposizione a nessun paese.
In ogni caso la risposta di una delle voci più dure della nomenklatura moscovita
non si è fatta attendere. Alexey Zhuravlev, vicepresidente della commissione
difesa della Duma di Stato, ha tuonato contro la mossa del Kazakistan,
definendola “ostile”. Nelle sue dichiarazioni, riportate dal media russo
Gazeta.ru, il funzionario non ha mancato di ricordare i tentativi del governo
kazaco di ridurre il peso della lingua russa nella repubblica centro asiatica e
gli aiuti che Astana ha mandato dal febbraio del 2022 all’Ucraina. A suo dire,
tutte mosse che sono chiaramente contrarie al posizionamento ufficiale del
Kazakistan, di grande vicinanza al Cremlino. Zhuravlev ha menzionato anche la
situazione in cui la collaborazione con l’occidente ha, secondo lui, messo Kiev.
Se non è una chiara minaccia, poco ci manca.
Va detto che il Kazakistan collabora con la Nato fin dalla sua indipendenza
all’inizio degli anni ‘90, una cooperazione che però si è sempre limitata al
campo politico, a quello dello scambio di informazioni o a quello
dell’organizzazione di esercitazioni congiunte ma sempre su base multilaterale
con il coinvolgimento di vari paesi. Ciò non ha impedito ad Astana di
intrattenere rapporti molto approfonditi con Mosca dal punto di vista militare,
vicinanza che si concretizza sia nella relazione bilaterale sia nell’adesione
kazaca alla CSTO – Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva – il
principale organismo di sicurezza regionale guidato dalla Russia.
A stretto giro dalla diffusione della notizia relativa al Kazakistan, la Polonia
ha annunciato la possibilità di supportare l’Uzbekistan sul fronte militare.
Varsavia si sarebbe proposta di mettere a disposizione di Tashkent esperti in
grado di lavorare alla creazione di un centro di assistenza per la riparazione
delle attrezzature e la produzione di hardware militare. Considerando il
posizionamento molto duro del governo polacco rispetto al rapporto con la
Russia, sicuramente al Cremlino nemmeno questo annuncio è passato inosservato.
Le repubbliche dell’Asia Centrale si stanno sempre più rendendo protagoniste di
un gioco di equilibrio che le vede ampliare le proprie relazioni internazionali
– in queste ore i presidenti regionali sono in Giappone per un summit congiunto
con il paese nipponico – prestando allo stesso tempo molta attenzione a non
rompere con la Russia. Il fronte militare potrebbe però riservare sorprese, in
negativo, in tal senso.
L'articolo Il Kazakistan produrrà munizioni secondo gli standard Nato per
limitare la dipendenza dalla Russia. Mosca: “Mossa ostile” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Mentre Washington, Mosca e Kiev manifestano soddisfazione per gli ultimi
colloqui di pace sull’Ucraina, in Europa si continua a parlare di guerra. Non di
quella che da quasi quattro anni sta martoriando la popolazione civile ucraina,
ma quella che verrà. Almeno secondo loro. L’11 dicembre è stato il segretario
generale della Nato, Mark Rutte, a dichiarare che “noi siamo il prossimo
obiettivo della Russia e siamo già in pericolo“. L’ex primo ministro olandese si
è contraddistinto, da quando è salito alla guida dell’Alleanza, per le
dichiarazioni roboanti e, in alcuni casi, allarmiste. “La pace è finita“, ha poi
ribadito Ursula von der Leyen. Lo pensa anche il capo di Stato maggiore della
Difesa britannico, Richard Knighton, che rivolgendosi direttamente alla
popolazione ha detto: “Le famiglie devono essere pronte a mandare i loro figli e
le loro figlie in guerra contro la Russia”. Una guerra che, aggiunge sempre
Rutte, potrebbe scoppiare entro i prossimi cinque anni, nonostante Mosca
ribadisca ad ogni occasione di non avere mire espansionistiche in territorio
Nato.
Il disimpegno americano, però, spaventa gli alleati ed è per questo che gli
Stati membri si sono impegnati non solo a raggiungere la quota del 2% del Pil in
spese nella Difesa nel 2025, ma ad alzare questa percentuale al 5% (il 3,5%
destinato alle spese militari tradizionali, mentre l’1,5% in sicurezza allargata
che include cybersicurezza, infrastrutture e mobilità militare) entro il 2035.
Per capire quanto, ad oggi, la Russia e i suoi alleati rappresentino una
minaccia per l’Europa non resta quindi che quantificare le spese militari dei
due blocchi.
IL FRONTE OCCIDENTALE
Il grosso della spesa del blocco Nato riguarda naturalmente gli Stati Uniti. Il
17 dicembre il Senato ha approvato in via definitiva, in attesa della firma
finale del presidente Donald Trump, il National Defense Authorization Act
(NDAA), la legge federale americana che stabilisce la spesa futura per la
Difesa. Per il 2026 quella degli States si conferma in linea col 2025, con 900
miliardi di dollari contro gli 895 dell’anno precedente, circa 765 miliardi di
euro. Anche l’Unione europea fa segnare un trend in salita: nel 2025 la spesa
per la Difesa è aumentata dell’11%, con 381 miliardi di euro che superano i 344
del 2024. Una tendenza che non conoscerà un’inversione nei prossimi anni, visto
che la Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha lanciato il suo piano di
riarmo, che adesso si chiama Preserving Peace, che nel 2035 potrebbe aver
raggiunto un costo totale effettivo di 6.800 miliardi di euro. E alcuni Paesi si
sono già adeguati: la Germania, ad esempio, ha stanziato 850 miliardi per il suo
piano di riarmo.
Già sommando le spese 2025 di Stati Uniti e Unione europea, la cifra totale
raggiunge quota 1.141 miliardi. Se si vuol allargare lo sguardo alla Nato, ecco
che devono essere tenuti in considerazione almeno gli altri tre attori
principali all’interno dell’Alleanza: Regno Unito, Turchia e Canada. Londra
vanta una spesa militare decisamente alta per gli standard europei, dato che nel
2025 ha deciso di investire 68 miliardi di euro nel comparto della Difesa.
Istanbul, che, va detto, non sembra prendere nemmeno in considerazione l’ipotesi
di uno scontro armato con la Russia, partner importante per il Paese del
presidente Recep Tayyip Erdoğan, nel 2025 ha speso 33,4 miliardi e prevede un
aumento del 33% per il 2026, per un totale di oltre 43 miliardi. Ottawa, infine,
ha contribuito con 21 miliardi. Solo con questi tre Paesi in più, il totale sale
a 1.263 miliardi di euro.
IL FRONTE ORIENTALE
La cifra investita dal blocco Nato è quasi 10 volte superiore a quella della
Russia. Mosca nel 2025 ha investito 142 miliardi di euro nell’industria della
Difesa e secondo il Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino questa cifra
sembra addirittura destinata a calare nel 2026, non si sa se per una previsione
di fine conflitto o altro. Con una sproporzione del genere, pensare a un attacco
russo su suolo Nato appare molto difficile. Anche ipotizzando un disimpegno
totale di Stati Uniti e Turchia dallo scontro con Mosca, i Paesi rimanenti
varrebbero comunque 465 miliardi di investimenti all’anno in Difesa, più del
triplo della Federazione. Certo, stiamo parlando di Stati che non conoscono una
guerra sul loro suolo da decenni, ma allo stesso tempo la Russia viene da quasi
quattro anni di conflitto nel quale ha sacrificato un enorme quantità di mezzi,
energie (anche economiche) e perso centinaia di migliaia di soldati.
È possibile ipotizzare che Vladimir Putin, o chi per lui, possa godere
addirittura dell’appoggio militare della Cina, il più grande esercito al mondo?
La storia della Repubblica Popolare, più aggressiva in campo economico che
militare, dice il contrario. Anche tenendo conto che l’unico dossier che
potrebbe portarla a impugnare le armi sembra quello di Taiwan. Ma se, per
assurdo, questa alleanza militare dovesse nascere, stiamo parlando di una
potenza che nel 2024 ha speso 230 miliardi di euro nella Difesa e ha annunciato,
per il 2025, un aumento del 7% che porterebbe il totale a 246 miliardi totali.
Alcuni osservatori sostengono, però, che la spesa reale potrebbe far registrare
un balzo in avanti del 40%, fino a 322 miliardi. Ecco, solo unendo questa cifra
a quella della Russia si può raggiungere quella di una Nato privata di Stati
Uniti e Turchia, con la Russia che godrebbe di una netta superiorità nel campo
degli ordigni nucleari. Resta da capire se questa ipotesi rientri nel campo
della realtà o della fantasia.
X: @GianniRosini
L'articolo Nato e Gran Bretagna parlano di guerra imminente con la Russia.
L’Alleanza spende in armi 10 volte più di Mosca (e l’Ue più del doppio) proviene
da Il Fatto Quotidiano.
di Stefano Briganti
In queste settimane c’è un turbinio di incontri e di viaggi transoceanici.
Incontri a Miami, Mosca, Londra, Parigi, Roma, Berlino. I rappresentanti ucraini
che volano da una capitale europea all’altra passando per Miami e Washington.
Zelensky in tour nelle capitali europee. Da una costa all’altra dell’Atlantico
viaggiano documenti che contengono una volta 28 punti che poi diventano 19, poi
tornano ad essere 22 e ora sembra siano 20 che comunque sono il doppio dei
famosi “10 punti per una pace giusta non negoziabili” di Zelensky 2024.
Una prima interlocuzione con Mosca sulla versione a “19 punti” è stata negativa
perché non risolveva i problemi che, come afferma Mosca, essendo alla radice
delle cause della guerra debbono essere risolti una volta per tutte. In primis
la non adesione ucraina alla Nato e poi il livello di armamento ucraino e le
cessioni territoriali. E’ perciò ripartito un nuovo giro di valzer in formato E3
(Francia, Germania, Inghilterra) con Zelensky, Rutte e la delegazione Usa. In
tutto questo lavorio, Mosca attende e continua a martellare e a conquistare
terreno in Ucraina.
Dalle indiscrezioni lasciate trapelare, si prevede che Kiev rinuncerà
definitivamente all’adesione dell’Ucraina nella Nato, i territori del Donbass
controllati dai russi passeranno alla Federazione Russa mentre si tratta sulle
porzioni che sono ancora sotto il controllo di Kiev, le forze armate ucraine
saranno non superiori a quelle attuali (muore così il “porcospino d’acciaio”).
Soprattutto, e giustamente, si stanno stabilendo delle forti e solide garanzie
di sicurezza che gli “alleati”, Europa in testa, dovranno garantire all’Ucraina.
Con questa conclusione e il possibile accordo tra Kiev e Mosca come si può non
tornare indietro di quattro anni? Alla bozza di accordo, il “Treaty on Neutral
Permanent Status and Security Guarantees for Ukraine”, che stavano negoziando i
russi e gli ucraini nei primi tre mesi di conflitto; alla dichiarazione di
Zelensky del 28 febbraio 2022 che apriva alla neutralità ucraina; all’intervista
a Davide Arakhamia, allora capo delegazione ucraino, che spiega cosa preoccupava
gli ucraini e infine alla visita di Johnson a Kiev che lo stesso Arakhamia ben
descrive. Come si può non paragonare quella bozza stracciata da Zelensky, che
aveva gli stessi contenuti che ora Kiev sta accettando con in più l’aggravante
delle cessioni territoriali che non erano contemplate in quei negoziati? Oggi le
trattative per un accordo vedono un impegno forte degli “alleati” al fianco di
Kiev; nel 2022 purtroppo le cose non andarono così perche gli “alleati di Kiev”,
di cui Johnson si fece portavoce, avevano obiettivi diversi da quello di far
terminare la guerra.
Infine come si può ignorare che la strategia bellicista degli “alleati” di Kiev,
e in primis dell’Europa, non ha cambiato le sorti del conflitto sul campo, non
ha devastato l’economia russa e non ne ha bloccato la macchina bellica? La colpa
della Russia è quella di aver invaso un paese sovrano e la colpa
dell’Europa/Nato è quella di non aver impedito l’invasione e di non aver
impedito che la guerra continuasse lasciando che venissero devastate l’economia,
la società, le infrastrutture e la demografia di un intero paese. Ma soprattutto
non si dovrebbe mai dimenticare che non fermarla prima, potendolo fare, è
costato centinaia di migliaia di morti, una generazione spazzata via e centinaia
di miliardi bruciati in armi; sangue ucraino e soldi sacrificati per niente.
E’ verosimile che la guerra finirà con accordi che sostanzialmente soddisferanno
Mosca (che vince sul campo di battaglia) e che decreteranno il fallimento della
strategia di Kiev e dei suoi alleati. Questi ultimi cercheranno di costruire una
forma di “vittoria” nella sconfitta, ma più di tutto proveranno a nascondere il
fallimento dietro un paravento nuovo fiammante e ben illustrato dall’ultima
dichiarazione di Rutte: “Il prossimo obiettivo della Russia è la Nato. Dobbiamo
prepararci velocemente per questa guerra”.
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L'articolo Perché il possibile accordo tra Kiev e Mosca di cui si parla ora
avrebbe potuto evitare anni di guerra proviene da Il Fatto Quotidiano.