Futuro Prossimo, di Franz Baraggino – Col ritorno di Donald Trump alla Casa
Bianca, la Nato non è più una garanzia per i Paesi dell’Unione europea. Che si
reinventano “volenterosi” e progettano di riarmarsi per rispondere alla crisi
ucraina. Comunque le si giudichi, le soluzioni trovate finora hanno avuto ben
poca efficacia, scontrandosi innanzitutto con i limiti delle istituzioni
europee, ma anche con le “gelosie nazionali” che ostacolano l’idea di una difesa
comune, come spiega Federico Fabbrini, professore di Diritto dell’Unione europea
a Dublino, attualmente Fulbright Schuman Fellow in International Security ad
Harvard, e autore del libro ‘L’esercito europeo – Difesa e pace nell’era Trump‘
(il Mulino, 2026). Dove riprende e rilancia la Ced, la Comunità europea di
difesa con un unico esercito alla quale, nel 1952, aderiva anche la Germania.
Che oggi, invece, si prepara a costruire “l’esercito più potente del
Continente”, il suo.
L'articolo Trump, Nato, Germania: ma quale difesa europea? Franz Baraggino
intervista Federico Fabbrini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La nostra adesione alla Nato e all’Unione Europea è conforme ai nostri principi
costituzionali? Il presidente americano Donald Trump chiede aiuto ai paesi
europei della Nato nella guerra in Iran: minaccia che, se gli europei non
aiutano l’America a finire la guerra che lui ha iniziato da solo, toglierà a gli
europei la protezione americana nella Nato. In pratica noi dovremmo sacrificare
i nostri soldati e i nostri figli per togliere le castagne dal fuoco a Trump che
ha iniziato la guerra illegale in Iran senza un minimo di strategia, solo per
accontentare il suo complice israeliano Benjamin Netanyahu. Ma la Nato difende
davvero gli europei o ci mette solo nei guai? La Nato serve ancora agli europei?
O serve solo agli americani per venderci armi o per influire nella politica
interna dei paesi europei?
Sulla costituzionalità della Nato bisognerebbe fare delle profonde riflessioni
critiche. L’articolo 11 della Costituzione italiana approvata nel 1947 consente
che la Repubblica possa accettare limitazioni alla sua sovranità aderendo a
organismi internazionali. “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa
alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle
limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la
giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali
rivolte a tale scopo”. L’articolo 11 fu scritto in previsione della
partecipazione dell’Italia all’Organizzazione internazionale delle Nazioni
Unite, ma non alla Nato, nata nel 1949, e ovviamente non all’Unione Europea, di
molto successiva.
Occorre dunque capire innanzitutto se la Nato e la Ue siano realmente
organizzazioni per la pace o no – come invece è sicuramente l’Onu -. Molti
potrebbero avere dei seri e legittimi dubbi. In queste organizzazioni non c’è
neppure un’effettiva parità di potere tra i paesi membri, come richiesto
dall’articolo 11. Siamo soci alla pari con gli Usa? E soprattutto: davvero la
Nato è un organismo che assicura la pace e la giustizia tra le nazioni? La Nato
non ha mai fatto guerre quando c’era l’Unione Sovietica. Dopo la caduta
dell’Urss gli interventi disastrosi, perdenti e illegali della Nato in Serbia,
in Iraq e in Afghanistan e in Libia hanno garantito la pace e la giustizia tra
le nazioni? O invece hanno provocato inutilmente decine di migliaia di vittime
innocenti? L’espansione della Nato a guida americana nell’est Europa ha fatto
bene alla pace? La Nato ha spinto Kiev a credere di potere entrare nell’Alleanza
se avesse abbandonato la sua neutralità verso la Russia e avesse aperto le sue
porte alle basi militari dell’Alleanza. Questa è stata una politica di pace? E’
chiaro che, se Kiev non avesse chiesto di aderire alla Nato, i russi non
l’avrebbero invasa, così come nel dopoguerra, in ottant’anni, non hanno mai
invaso la Finlandia e la Svezia neutrali. Le promesse della Nato a Kiev hanno
portato alla rovina dell’Ucraina.
Il colpo di Stato nella Grecia dei Colonnelli è stato promosso dalla Nato per
promuovere la pace? La P2 di Licio Gelli in Italia era collegata agli americani
e con tutta probabilità, come le inchieste della Magistratura hanno dimostrato,
la Nato ha avuto legami profondi con l’eversione nera e con la tragica stagione
delle stragi. Le basi Nato in Italia e in Europa ci proteggono dal nemico o, in
un eventuale conflitto, ci rendono bersagli del nemico?
Occorre cominciare a porsi qualche domanda anche sull’Unione Europea guidata
dalla guerrafondaia Ursula von der Leyen che vuole a tutti i costi che l’Ucraina
diventi un “porcospino armato” contro la Russia. UdL non lavora certamente per
la pace! L’articolo 11 della nostra Costituzione ci permette davvero di
rinunciare alla nostra sovranità per cederla a Bruxelles? Innanzitutto
l’Articolo 11 riguarda le “organizzazioni internazionali” e non quelle
sovranazionali, come la Ue vorrebbe essere. Infine, e soprattutto, l’articolo 11
prevede la limitazione dei poteri sovrani nazionali ma non la loro completa
cessione. La differenza è enorme.
I Padri Costituenti non avrebbero mai permesso che la sovranità monetaria
venisse completamente ceduta a istituzioni straniere non democratiche, come è la
Ue. Cedere la sovranità monetaria è cedere un potere fondamentale dello Stato,
quello di finanziarsi con la propria moneta. Tra cessione e limitazione di
sovranità c’è un abisso. Quando gli Stati europei hanno aderito alla Nato non
hanno ceduto il loro esercito nazionale; invece gli Stati europei aderendo alla
Ue e alla Banca Centrale Europea hanno ceduto completamente la potestà
monetaria. Inoltre l’hanno ceduto a un organismo, la Bce, che ha azionisti
privati e che, per statuto, deve essere completamente indipendente dalla
politica e dalle stesse istituzioni Ue, ovvero dal controllo democratico.
Abbiamo ceduto tutto il potere della moneta a un organismo autocratico. Tutto
ciò è costituzionale? Ne dubito fortemente.
L'articolo Trump chiama gli ‘alleati’. Ma mi domando: Nato e Ue non sono
anticostituzionali? proviene da Il Fatto Quotidiano.
La memoria è l’antidoto per eccellenza contro le armi di distrazione di massa.
Gli anniversari sono una sorta di scorciatoia della memoria, purtroppo spesso
restano vittime delle “catene di Markov”, quel processo scientifico che permette
di prevedere ogni cambiamento a partire dall’osservazione del presente. Spesso,
infatti, il presente è ostaggio delle manipolazioni del passato.
La premessa non è oziosa. Oggi, infatti, rievochiamo un drammatico anniversario:
quarant’anni fa, la sera del 28 febbraio 1986, venne assassinato il primo
ministro svedese Olof Palme mentre tornava a casa a piedi e senza scorta dopo
aver visto un film con la moglie Lisbeth in un cinema del centro di Stoccolma,
“I fratelli Mozart” della regista svedese Suzanne Osten. Palme e la moglie
stavano camminando lungo la Sveavägen, quando alle 23 e 21 uno sconosciuto,
sbucato dall’ombra di un portone, lo insultò, gridando parolacce contro di lui,
ed intanto impugnando una grossa Smith&Wesson 357 Magnum, gli sparò due colpi.
Il primo raggiunse il premier alla schiena, il secondo sfiorò, ferendola di
striscio, la moglie. Il tizio, secondo le dichiarazioni di alcuni testimoni, era
alto un metro e 85, sui 35-40 anni. L’assassino scappa, si dilegua. Due ragazze,
in un’auto parcheggiata lì vicino, scorgono qualcosa, ma la loro testimonianza
serve a ben poco. C’era anche un tassista, ed è lui che lancia l’allarme via
radio, la prima pattuglia della polizia arriva quattro minuti dopo la chiamata.
Gli agenti si rendono conto che l’uomo a terra è il primo ministro, e che anche
la moglie è ferita. Palme agonizza, ormai. L’ambulanza irrompe scortata da altre
auto della polizia, la zona è isolata. Il premier entra in ospedale alle 23 e
42. I medici registrano la sua morte alle 00.06 del 1 marzo.
Palme aveva 59 anni ed era stato uno dei grandi leader della socialdemocrazia
europea e mondiale, noto per le sue virulente critiche contro l’imperialismo
americano, contro il regime dell’apartheid in Sudafrica, contro l’oppressione
sovietica. Credeva nella funzione dell’Onu, era stato messo a capo di una
commissione d’inchiesta internazionale sul traffico d’armi, gli armamenti e la
sicurezza nell’ambito del confronto Est e Ovest, si batteva per il welfare, per
l’accoglienza, per i diritti umani e per la pace.
Era un personaggio politico dal carattere talvolta aspro e divisivo che si era
fatto, nel corso della carriera, tanto onore quanto tanti nemici. Quindi, tanti
potenziali mandanti, dalla Cia al KGB, ai sudafricani, ai mercanti della morte,
ai signori delle guerre in Africa, alle destre xenofobe e neofasciste, agli
industriali che mal digerivano il suo progetto di economia pianificata in un
contesto di socialismo democratico, con la cogestione delle grandi imprese e del
sindacalismo, il cosiddetto “modello svedese”. E ancora: servizi segreti
deviati, i cecoslovacchi istigati da Mosca perché Palme aveva appoggiato la
Primavera di Praga, il fosco Pinochet, poiché il premier svedese aveva
manifestato più volte una decisa opposizione diplomatica al governo dittatoriale
cileno, dopo il sanguinario golpe del 1973.
Vennero tirati in ballo pure Stay Behind (e un fantomatico rapporto “Così fan
tutte”, lambiccata coincidenza mozartiana col film che Palme andò a vedere…), il
PKK curdo, il Vaticano, il premier portoghese Francisco Sá Carneiro e persino la
P2 giacché qualche anno dopo saltò fuori un telegramma di Licio Gelli a Philip
Guarino, ex prete cattolico vicino all’estrema destra, nel giro di Bush, dal
testo inquietante: “Informa il nostro amico che la palma svedese sarà
abbattuta”. La data? 25 febbraio 1986. Un delirio di complotti. Di congiure. Di
oscuri pericoli. Di paranoie coperte dal segreto di Stato. O da “rivelazioni”
che aggiungono confusione, e non approdano a nulla.
Nel corso delle indagini vennero interrogati oltre 10mila sospetti, ben 134 si
dichiararono colpevoli, record mondiale di mitomani. Nel 2020 la Procura
identificò in Stig Engström (un grafico impiegato dell’azienda Scandia)
l’assassino “probabile”. Peccato fosse scomparso nel 2000, così l’inchiesta è
stata chiusa e a fine 2025 il procuratore capo si è rifiutato di riaprire le
indagini malgrado fosse stato richiesto l’utilizzo di nuove sofisticate
tecnologie per rilevare tracce di Dna sul cappotto di Palme, lasciando cadere
ogni ulteriore prova su Engström, in quanto insufficienti per garantirne la
condanna. Insabbiamenti. Anzi, in Svezia hanno ribattezzato questi
impantanamenti “Palmes Sjukdom”, la malattia di Palme. D’altra parte, il tema
del complotto diventa particolarmente contagioso quando si trasforma, appunto
per l’effetto Markov, in teoria suscettibile di spiegare tutto. Ossia niente.
Per la Svezia, fu un profondo trauma nazionale. L’inizio di una vicenda
scandalosamente mai conclusa, un enigma giudiziario irrisolto. Poche ore prima
di venire ammazzato, Palme aveva concesso un’intervista che uscì postuma con il
titolo “Siamo tutti in pericolo”. I collaboratori ricordano che era piuttosto
nervoso. E preoccupato. Tre giorni prima Gorbaciov aveva criticato l’era Breznev
– bestia nera di Palme – aprendo il XXVII Congresso del Pcus, una svolta epocale
e il primo ministro svedese ne temeva i contraccolpi sulle delicate relazioni
internazionali, dunque sul ruolo della Svezia sino a quel momento paladina della
neutralità ma anche della propria orgogliosa sovranità (qualche volta infranta
da sconfinamenti di sommergibili e unità navali della Flotta sovietica del
Baltico, con conseguenti crisi diplomatiche fra Mosca e Stoccolma).
Un paio di settimane prima la stampa svedese aveva dato ampio spazio
all’ennesimo delitto delle Brigate Rosse italiane che avevano ucciso il sindaco
di Firenze, Lando Conti, il 10 febbraio, e pure questo aveva preoccupato Palme,
temeva l’escalation della violenza politica ma di estrema destra. Più volte era
stato minacciato. Si rendeva conto che lo scenario politico e culturale stava
mutando radicalmente: l’Onu degli anni Ottanta era in crisi, e lui vi aveva
dedicato parecchie energie; la guerra fredda pareva ritornare, Usa e Urss
gonfiavano i muscoli, il multilateralismo era in pausa, il neoliberalismo invece
avanzava tracotante, e la scena finanziaria globale veniva spartita dall’FMI e
dalla Banca Mondiale, soprattutto si stava mettendo in moto una dinamica che
Palme temeva più di ogni altra cosa: gli Stati, oberati da conti insostenibili,
provvedevano ad aggiustamenti strutturali che li portavano a sacrificare le
politiche per lo sviluppo sociale, insomma il welfare doveva venire a patti con
la cruda realtà dei bilanci. Palme, in fondo, era come un alfiere che sullo
scacchiere della globalizzazione veniva sacrificato per le nuove strategie. Ne
era consapevole?
A rispondere ci hanno provato in tanti: romanzieri, registi, serie tv (la più
recente è apparsa su Netflix, The Unlikely Murderer). L’enigma sollecita ipotesi
alternative, scandaglia piste inesplorate, azzarda coinvolgimenti impensabili.
E’ il gioco delle parti: si insinuano “verità nascoste” dietro le apparenze, si
rintracciano dettagli (o si immaginano) magari sottaciuti o trascurati, giacché
la società e la vita di tutti noi è fatta di una moltitudine di minuscole
congiure… la ricetta del complotto. Così, quella sera fatale, Palme decise di
scacciare i brutti presentimenti portando al cinema Lisbeth, congedando la
scorta e provando a disintossicare la mente dai rebus che l’indomani avrebbe
dovuto affrontare: “Mi ci vuole una pausa”, disse alla moglie, “Olof amava la
sua libertà”, dirà Lisbeth, prigioniera del mistero.
Il proiettile alla schiena lo tolse brutalmente di scena. Un messaggio che
intimidì il Paese, e che avrebbe lentamente portato la Svezia neutrale ad
entrare nella Nato, con un governo liberal-conservatore agli antipodi di quello
che guidava, appoggiato dall’estrema destra, con un tasso di disoccupazione del
9 per cento, con le Ong che denunciano l’aumento delle diseguaglianze: secondo
un rapporto dell’associazione Stockholms Standmission, pubblicato lo scorso 15
ottobre, 698mila persone (su 10,6 milioni di abitanti) si trovano in una
situazione di “povertà materiale e sociale”, per colpa della rallentamento
economico, dell’inflazione, delle regole più severe per ottenere gli aiuti
statali. Senza dimenticare politiche restrittive su immigrazione e permessi di
soggiorno, norme più severe del codice penale, l’affitto di una prigione in
Estonia dove la Svezia conta di trasferire tra i 400 e i 600 detenuti (l’esempio
Meloni…), l’abbassamento della responsabilità penale dei minori a tredici anni.
La criminalità organizzata è in aumento, e sfrutta gli adolescenti per omicidi
su commissione e questo tema sarà uno degli argomenti dominanti della prossima
campagna elettorale (si vota per le legislative il 13 settembre). La destra e
l’estrema destra nazionalista ed etnonazionalista hanno deciso di non rispettare
più gli impegni obiettivi climatici decisi a suo tempo, in linea con la dottrina
Trump, investendo semmai il 2,4 per cento del prodotto interno alla Difesa. Ma
tutto ciò comincia a suscitare grosso malessere.
Difesa, emigrazione, la sinistra svedese fa mea culpa, a cominciare proprio dai
migranti, negli anni Novanta 200mila svedesi erano nati fuori dell’Europa, oggi
sono sei volte tanto, perciò non si può più nascondere o reprimere l’impatto che
essi hanno sulla società, la scelta di stringere i cordoni migratori e di
filtrare quanto più possibile i riallaccianti familiari o di imporre la “rapida
integrazione” obbligando ad imparare lo svedese altrimenti si torna da dove si è
arrivati, secondo la sinistra “pentita” è quella che un tempo propugnava Palme,
salvate il soldato Ryan cioè l’emblematico “modello sociale svedese” che
mescolava prosperità e deboli ineguaglianze, ritroviamo la solidarietà tra le
persone, ricostruiamo la coesione sociale con una lingua e però anche con dei
valori comuni, l’integrazione è la soluzione corretta, ed è la conversione
ideologica di un presente che ritrova il passato e che si scioglie dalle catene
di Markov.
E’ pur vero che i socialdemocratici svedesi stanno attraversando ancora adesso
una crisi esistenziale, ed ecco che si invita ad uscire dalla “ideologia
mondializzatrice” che grava sull’economia, ma anche sull’immigrazione e la
sicurezza, specie dopo l’invasione delle mafie internazionali e del
narcotraffico. L’autocritica si condensa nei dibattiti: in questi ultimi
decenni, i socialdemocratici si sono trasformati in un partito per universitari
e quadri dirigenti piuttosto che per gli operai e gli emarginati. Si vedrà.
Intanto, oggi, come ogni 28 febbraio, verranno deposti fiori sulla placca di
bronzo nel posto in cui Palme fu ucciso, “På Denna Plats Mördades Sveriges
Statsminister Olof Palme” si legge, “Den 28 februari 1986”. E la Fondazione Olof
Palme capitanata da Per Janse e Lars Borgnäs riproporrà, in occasione della
mesta celebrazione, l’istituzione di una commissione parlamentare per appurare
la verità, il solo modo, dicono, di onorarne la memoria e il lascito politico.
L'articolo Dopo l’omicidio Palme, la Svezia ha perso lentamente la sua
neutralità fino a entrare nella Nato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, intervenendo alla radio
Deutschlandfunk, ha invitato i partner europei della Nato ad aumentare le spese
per la difesa e ha criticato in particolare la Francia, definendo i suoi sforzi
“insufficienti”.
“Dobbiamo attuare il 5%”, ha affermato Wadephul, riferendosi all’obbligo per i
paesi legati all’Alleanza di destinare il 5% del loro Pil al settore della
difesa. “In Germania lo facciamo; i nostri bilanci e la nostra pianificazione
finanziaria a medio termine lo consentono; ma se guardiamo ai nostri vicini, ai
nostri alleati, c’è ancora margine di miglioramento”. Wadephul ha fatto
riferimento al presidente francese Emmanuel Macron: “Lui fa regolarmente e
giustamente riferimento alla nostra aspirazione alla sovranità europea, ma
chiunque ne parli deve agire di conseguenza nel proprio Paese. Purtroppo, gli
sforzi compiuti finora dalla Repubblica francese sono stati insufficienti per
raggiungere questo obiettivo”.
Le parole del ministro tedesco si inquadrano nel nuovo contesto, determinato
anche dall’atteggiamento ondivago dell’amministrazione Trump sulla questione
ucraina. Gli Stati membri della Nato si sono impegnati lo scorso giugno a
portare la spesa per la difesa al 5% del Pil; un obiettivo che dovrebbe essere
centrato entro il 2035.
Lo scorso anno la Germania ha esentato la maggior parte della spesa per la
difesa dai limiti del debito sanciti dalla Costituzione e gli attuali bilanci
prevedono che Berlino spenderà più di 500 miliardi di euro (593 miliardi di
dollari) per la difesa tra il 2025 e il 2029. La Francia ha meno margine di
manovra. Il Paese ha il terzo debito pubblico più alto dell’Unione Europea in
rapporto al Pil, dopo Grecia e Italia, quasi il doppio del limite del 60%
stabilito dai trattati dell’Unione.
Nell’intervista Wadephul ha confermato la contrarietà del governo tedesco
all’ipotesi di Eurobond e ha poi concluso: “Chiunque oggi parli di indipendenza
dagli Stati Uniti dovrebbe prima fare i compiti a casa, e l’Europa ha ancora
molto lavoro da fare”. In Germania il dibattito sulle spese belliche si è
intensificato in occasione della Conferenza di Monaco, con posizioni interne
contrapposte. Armin Laschet (CDU) ha proposto che i paesi dell’Unione emettano
Eurobond per finanziare i loro sforzi di difesa, opponendosi alla posizione del
cancelliere Friedrich Merz che è contrario a questa soluzione. Laschet ha fatto
riferimento all’approvazione da parte del Parlamento europeo di un prestito di
90 miliardi di euro per l’Ucraina, come prova del successo dell’uso degli
Eurobond nella gestione del conflitto iniziato quattro anni fa con l’invasione
russa.
Per quanto riguarda le spese militari, Marie-Agnes Strack-Zimmermann, presidente
della Commissione Difesa del Parlamento europeo, ha difeso la necessità di
aumentare la produzione di carri armati tedeschi di alta qualità, accanto a
opzioni più accessibili come i droni, ed ha sottolineato che l’aumento della
spesa militare è essenziale per mantenere la competitività e la sicurezza
europea contro le minacce provenienti da Russia, Stati Uniti e Cina.
L'articolo Spese militari europee, il ministro tedesco Wadephul bacchetta la
Francia: “I suoi sforzi sono insufficienti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Botta e risposta alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco tra il presidente
ucraino Volodymyr Zelensky e il premier ungherese Viktor Orban. Accolto in
Baviera da una standing ovation, Zelensky ha rivendicato il sacrificio ucraino
nel conflitto con Mosca, inventando a guardare “al prezzo, al dolore e alla
sofferenza” affrontati dagli ucraini, sottolineando che sono loro a tenere la
linea europea, dietro cui ci sono “una Polonia indipendente e Stati baltici
liberi”. Richiamando le parole del presidente del Munich Security Conference,
Wolfgang Ischinger, Zelensky ha sostenuto che il pericolo resta contenuto finché
l’Ucraina difende l’Europa.
Detto ciò, ha poi puntato il dito contro il premier ungherese Orban: “Dietro
alla linea europea tenuta grazie agli ucraini, anche un Viktor può pensare a
come far crescere la sua pancia, e non a come far crescere il suo esercito per
impedire ai carri armati russi di tornare nelle strade di Budapest”. “Nessuno
dei nostri cittadini ha scelto di essere un eroe. L’Ucraina non ha scelto questa
guerra”, ha aggiunto, avvertendo che è sbagliato pensare che altri possano
restare al sicuro “per sempre” dietro le spalle dell’Ucraina. “Gli ucraini sono
persone, non terminator. Anche il nostro popolo muore”, ha concluso.
Pronta la risposta del magiaro. In un messaggio su X, Orban lo ha prima
ringraziato ironicamente “per l’ennesimo discorso da campagna elettorale a
sostegno dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Aiuterà molto gli
ungheresi a vedere la situazione più chiaramente”. “C’è però qualcosa che
fraintendi – ha scritto Orban direttamente a Zelensky – questo dibattito non
riguarda me e non riguarda te. Riguarda il futuro dell’Ungheria, dell’Ucraina e
dell’Europa. Ed è proprio per questo che non potete diventare membri dell’Unione
europea”.
L'articolo Scontro tra Zelensky e Orban. “Può riempirsi la pancia grazie
all’Ucraina”. “Per questo Kiev è fuori dall’Ue” proviene da Il Fatto Quotidiano.
L'articolo Rubio a Monaco: “Viviamo in una nuova era geopolitica, ognuno
riesamini il suo ruolo”. Rutte: “Europa pronta a garantire la sua difesa”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sin dal suo primo mandato alla Casa Bianca, Trump ha insistito sul punto: le
nazioni europee devono assumersi maggiore responsabilità per la propria
sicurezza. Una linea politica a cui seguono decisioni pratiche: gli Stati Uniti
cederanno a ufficiali europei due dei principali posti di comando della Nato,
l’Allied Joint Force Command a Napoli e il Joint Force Command di Norfolk, in
Virginia, entrambi attualmente guidati da ammiragli statunitensi. Lo riporta
Reuters sul suo sito citando fonti militari. L’amministrazione Usa ha chiesto
che l’alleanza militare, a lungo dominata dagli Stati Uniti, diventi una “Nato a
guida europea”. Tuttavia, continua l’agenzia di stampa, gli Stati Uniti
prenderebbero le redini di tre comandi leggermente più in basso nella gerarchia
ma che hanno una responsabilità significativa per le operazioni: l’Allied Air
Command, l’Allied Maritime Command e l’Allied Land Command, ha detto a Reuters
la fonte militare e un’altra persona a conoscenza della questione. Interrogato
sui cambiamenti previsti, un funzionario della Nato ha dichiarato che “gli
alleati hanno concordato una nuova distribuzione delle responsabilità degli
ufficiali superiori all’interno della struttura di comando della Nato, in cui
gli alleati europei, compresi i nuovi membri dell’Alleanza, svolgeranno un ruolo
più importante nella leadership militare dell’Alleanza”.
Da Bruxelles, intanto, per il commissario Ue alla difesa Andrius Kubilius “le
priorità strategiche dei nostri alleati americani sono ora nell’Indo-Pacifico.
Lo hanno affermato molto chiaramente nella Strategia di Difesa Nazionale
pubblicata due settimane fa. E che si aspettano che ci assumiamo la
responsabilità della nostra difesa convenzionale”, ha detto in Aula a
Strasburgo. “Responsabilità europea non significa: senza la Nato – ha aggiunto
-. La Nato è il fondamento della nostra difesa collettiva in Europa. Ed è
essenziale per i nostri legami transatlantici e per la nostra voce nell’mondo.
Responsabilità europea significa: rendere la Nato più forte rafforzando la
nostra posizione europea al suo interno. Significa prendersi cura delle nostre
esigenze di difesa”, ha spiegato Kubilius.
Guardando all’impegno per la difesa di Kiev, diversi funzionari della Nato hanno
dichiarato che il Giappone dovrebbe annunciare formalmente a breve il suo piano
per contribuire all’iniziativa Purl (Prioritized Ukraine Requirements List),
secondo quanto riporta Ukrinform. Il governo giapponese ha deciso di aderire
all’iniziativa della Nato per fornire all’Ucraina munizioni e attrezzature di
fabbricazione statunitense, nell’ambito della quale acquisterà equipaggiamento
non letale per le Forze di Difesa ucraine. Tokyo ha già informato diversi membri
della Nato e l’Ucraina del piano. Il Giappone, che è un partner asiatico
dell’Alleanza, dovrebbe annunciare formalmente la sua partecipazione al Purl nel
prossimo futuro. I funzionari hanno affermato che il Giappone fornirà
finanziamenti solo per equipaggiamento di difesa non letale, tra cui sistemi
radar e giubbotti antiproiettile. Un funzionario della Nato ha affermato che
anche l’equipaggiamento non letale è essenziale per l’Ucraina, aggiungendo che
il coinvolgimento del Giappone nell’iniziativa rappresenta uno sviluppo
significativo.
L'articolo Media: “Usa cedono agli europei la guida di due basi Nato, anche a
Napoli”. Kubilius: “Le priorità degli Stati Uniti sono nell’Indo-Pacifico”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Nato a guida americana ci difende o ci mette in pericolo? Che cosa aspettano
gli europei a rivedere i rapporti con la Nato? A causa dell’articolo 5 della
Nato invocato dal presidente americano George W. Bush i nostri soldati sono
(malauguratamente) andati in guerra in Afghanistan per combattere contro il
terrorismo. Tuttavia oggi l’Afghanistan è in mano ai talebani e l’attuale
presidente americano Donald Trump ha addirittura deriso e insultato le truppe
europee che valorosamente si sono battute nella guerra voluta dagli Stati Uniti:
i morti italiani sono stati 52 e 700 i feriti. Tutto questo per soccorrere gli
americani in una guerra inutile – perché il terrorismo certamente non si
sconfigge con la guerra – che è stata persa.
Mark Rutte, il capo della Nato, chiama Trump “paparino” ma Trump vuole
conquistare la Groenlandia, territorio danese e quindi europeo: è chiaro che non
soccorrerà mai l’Europa in caso di attacco. L’alleanza tra Europa e Usa è già
finita. La Nato ormai serve agli americani soprattutto per vendere armi.
Per colpa dell’espansione a est della Nato e del tentativo della Nato di mettere
le sue basi militari anche in Ucraina, dove è nata la Russia e dove si parla
russo, l’Europa e l’Italia soffrono una gravissima crisi economica ed
energetica. La Russia prima del febbraio 2022 era un preziosissimo partner
commerciale dell’Unione Europea: oggi invece l’Ue, assecondando le pretese della
Nato di installare le sue basi militari alla frontiera della Federazione Russa,
ha trasformato la Russia, la prima potenza atomica mondiale, da amica a nemica.
La Ue si è sparata sui piedi.
Gli europei hanno servito l’America bombardando illegalmente la Serbia,
intervenendo militarmente in Afghanistan e in Iraq, e poi per difendere
l’Ucraina con armi e soldi. L’Europa ha finanziato Kiev per 200 miliardi e i
contribuenti europei ne sborseranno altri 90 nei prossimi due anni: ma il
presidente ucraino Zelensky – il tiranno che ha trascinato il popolo ucraino
alla rovina solo per aprire le porte del suo paese alla Nato, che ha nominato un
governo di ministri corrotti, che ha messo fuori legge tutti i partiti di
opposizione, e che già prima della guerra aveva portato i suoi capitali nel
paradiso (fiscale) di Panama – al Forum di Davos ha avuto la sfrontatezza di
dare la colpa agli europei perché sta perdendo la guerra. Gli stupidi politici
dell’Unione Europea non solo perdono le guerre seguendo la Nato ma vengono anche
sbeffeggiati.
Immaginiamoci che cosa accadrà a quello che resta della democrazia europea se e
quando l’Ucraina – che non ha mai conosciuto la democrazia – entrerà nella Ue,
come vuole il genio della politica europea Ursula von der Leyen. Ursula è sempre
andata dietro al tiranno Zelensky. La guerra è persa ma la Ue vuole continuare
ad armarsi contro la Russia, la quale però non ha alcuna intenzione di attaccare
l’Europa, mentre Trump al contrario vuole conquistare la Groenlandia. L’Ue ha
sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare in Ucraina, e sbaglia ancora, sia
verso la Russia che verso la Nato e l’America.
Gli europei dovrebbero cominciare a riconoscere che la Nato non ha difeso la
democrazia ma gli interessi imperiali americani, prima contro il comunismo e
dopo contro la Russia. L’America ha sempre avuto il timore di un’Europa forte
grazie al rapporto con la Russia: la sua prima preoccupazione era di rompere
questa relazione pericolosa grazie all’espansione della Nato a est. La Nato ha
sostenuto il Portogallo del dittatore Salazar, ha preparato il colpo di Stato
dei Colonnelli in Grecia, ha come socio forte la Turchia di Erdogan, ha
alimentato la strategia della tensione in Italia con la creazione della P2 di
Lucio Gelli. E’ ora che gli europei riflettano sulle cattive amicizie.
La National Security Strategy di Trump spiega che la Nato non deve più
espandersi e continuare a minacciare la Russia. Ma le teste d’uovo Giorgia
Meloni, Friedrich Merz, Emmanuel Macron, per non parlare dell’impresentabile
Kaja Kallas – la ministra degli esteri dell’Ue che voleva addirittura spazzare
via la Russia e tramutarla in tante piccole regioni – invece di prendere al volo
l’opportunità della svolta di Trump e correre a fare la pace con la Russia,
vogliono trasformare l’Ucraina in un “porcospino armato” e continuare la guerra
con Mosca come l’ultimo dei giapponesi.
La sinistra europea e italiana ha sempre abbracciato le cause perse della Nato e
della Ue ed è dunque complice delle loro politiche belliciste e fallimentari.
Speriamo che prima o poi, oltre ai 5 Stelle, qualcuno a sinistra si accorga che
occorre rivedere tutta la politica internazionale. Le basi militari nel
territorio italiano ci difendono o ci trasformano in un potenziale bersaglio? E’
ora di cominciare a emanciparsi dalla Nato americana.
L'articolo La Nato non difende più l’Europa, finita l’alleanza con gli Usa: è
ora di cominciare a emanciparsi proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Signor Presidente, caro Donald – ciò che hai realizzato oggi in Siria è
incredibile. Userò i miei contatti con i media a Davos per mettere in luce il
tuo lavoro lì, a Gaza, e in Ucraina. Mi impegno a trovare una soluzione per la
Groenlandia. Non vedo l’ora di vederti. Tuo, Mark“. Il Donald in questione e
Donald Trump e il “Mark” che firma con una compiacenza che tracima
nell’adulazione è Mark Rutte, segretario generale della Nato. Il testo è un
messaggio privato inviato da Rutte a Trump, che quest’ultimo ha divulgato nelle
scorse ore sul suo social Truth.
L’sms va contestualizzato. Mentre gli appetiti del presidente degli Stati Uniti
sul territorio autonomo della Danimarca crea un profonda fattura tra Washington
e la Nato, dal Dopoguerra a oggi (ma chissà ancora per quanto) il pilastro
fondamentale della difesa europea e del mondo occidentale, il segretario
generale dell’Alleanza lo elogia derubricando la questione a un generico impegno
personale a “trovare una soluzione”. Quasi la questione della Groenlandia fosse
un incidente di percorso e su di essa non si giocassero i futuri equilibri
dell’Occidente e la sopravvivenza stessa del Patto atlantico.
Un livello di piaggeria che supera il record fatto registrare a giugno, quando
Trump aveva divulgato un altro messaggio privato di Rutte, il quale dopo aver
ringraziato “per la tua azione decisiva in Iran, che è stata davvero
straordinaria” (il bombardamento del 22 giugno contro i siti nucleari di
Teheran), magnifica il potente interlocutore per essere riuscito a convincere
gli Stati Ue “a firmare per il 5 percento!” del Pil in spese militari. “Otterrai
qualcosa che NESSUN presidente americano ha potuto realizzare in decenni.
L’Europa pagherà in GRANDE, come dovrebbe, e sarà la tua vittoria“.
“È una questione di gusti“, aveva risposto Rutte il giorno dopo a un giornalista
che gli chiedeva se adulare il capo della Casa Bianca fosse la strategia giusta.
I gusti evidentemente cambiano, e anche in fretta. Quando Rutte era ancora primo
ministro in Olanda e Trump aveva appena perso le elezioni per il secondo
mandato, i toni del leader della Nato erano diversi. “Immagini orribili da
Washington Dc. Caro Donald Trump riconosci Joe Biden come prossimo presidente
oggi”, twittava perentorio Rutte il 6 gennaio 2021, mentre il popolo MAGA
assaltava Capitol Hill. Tre anni dopo, arrivato al vertice dell’Alleanza, Rutte
rassicurava: “Davvero, smettete di preoccuparvi di una presidenza Trump”, diceva
durante una visita a Londra il 10 ottobre 2024, poche settimane prima delle
presidenziali Usa, perché “lo conosco bene e lavorerò con lui”.
Ora abbiamo capito come, ma bisogna capire quali saranno i risultati. “Ho avuto
un’ottima telefonata con Mark Rutte riguardo alla Groenlandia. Ho concordato un
incontro tra le varie parti a Davos, in Svizzera”, ha scritto Trump su Truth
nella notte italiana. L’isola, ha ribadito, “è fondamentale per la sicurezza
nazionale e mondiale. Non si può tornare indietro. Su questo, tutti sono
d’accordo!”. Ed è proprio su quel “Non si può tornare indietro” enunciato dal
tycoon che si misurerà la bontà del “metodo Rutte”. Intanto tra le mire degli
Usa e alcuni Paesi membri della Nato che inviano sull’isola qualche decina di
soldati per segnalare – per quanto simbolicamente – la propria contrarietà ai
progetti di Washington, la solidità dell’Alleanza atlantica rischia di riportare
delle serie incrinature.
L'articolo Groenlandia, nuovo record di piaggeria di Rutte: “Caro Donald, non
vedo l’ora di vederti. Tuo, Mark”. E Trump pubblica il messaggio proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Donald Trump “sta facendo ciò che è giusto per la Nato“. L’ultimo squillo di
tromba innalzato al cielo in onore del presidente degli Stati Uniti porta la
firma del segretario generale della Nato, Mark Rutte, tra i più entusiasti
ammiratori del tycoon. Trump sta “incoraggiando tutti noi a spendere di più,
pareggiando quanto speso dagli Stati Uniti, risultato che sarebbe stato
impossibile senza di lui”, ha detto l’ex premier olandese parlando in conferenza
stampa da Zagabria, in Croazia, nell’ambito della sua tournée nei Paesi membri
dell’Alleanza focalizzata in particolare sull’industria della difesa. Washington
ha messo in chiaro di voler ottenere il controllo della Groenlandia a costo di
entrare in contrasto con la Danimarca, paese membro del Patto al quale l’isola
artica appartiene, ma per Rutte “non c’è assolutamente” una crisi all’interno
dell’organizzazione. “Stiamo davvero lavorando insieme – argomenta il segretario
generale -. E la mia unica preoccupazione è come possiamo rimanere al sicuro,
dai russi, da qualsiasi altro avversario”.
Alcuni paesi europei della Nato, guidati da Regno Unito e Germania, stanno
pensando a una presenza militare nell’ex colonia danese, oggi territorio
autonomo. “Già l’anno scorso abbiamo avuto alcuni dibattiti conclusi con grande
successo su come, come alleanza, insieme ai nostri sette alleati artici,
dobbiamo lavorare insieme per garantire la sicurezza dell’Artico, e attualmente
stiamo discutendo il passo successivo, come garantire un seguito pratico a tali
discussioni per garantire che, come alleanza, facciamo tutto collettivamente e
attraverso i nostri singoli alleati per garantire la sicurezza dell’Artico”.
“Come sapete – ha proseguito il segretario generale – , ci sono otto paesi
artici, sette dei quali sono all’interno della Nato, inclusi Stati Uniti e
Canada, e cinque paesi in Europa, tra cui Danimarca, Inghilterra, Islanda,
Norvegia, Finlandia e Svezia. E c’è un paese artico al di fuori della Nato, ed è
la Russia. Ma si potrebbe anche sostenere che ormai la Cina sia quasi diventata
una sorta di paese artico, e non geograficamente, ma almeno per la quantità
delle sue attività e dei suoi interessi nella regione”. “Si tratta di una parte
vitale del territorio della Nato, ed è esattamente il motivo per cui, mentre in
passato la Nato non era così coinvolta nella questione dell’Artico, dal 2025, su
richiesta dei sette alleati dell’estremo nord che confinano con l’Artico,
l’Alleanza è diventata più coinvolta”.
“A proposito – ha aggiunto Rutte -, vediamo che la Danimarca sta già accelerando
i suoi investimenti in difesa, non solo in generale, ma anche per quanto
riguarda capacità uniche per difendere territori come la Groenlandia. Quindi
stanno acquistando più di 35 velivoli e stanno lavorando su di essi per il
rifornimento in volo”.
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Danimarca ha già aumentato le spese per la difesa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.