L’obiettivo di Jill Cooper, divulgatrice di benessere e personal trainer, è
quello “di invecchiare serenamente nel pieno delle mie facoltà fisiche e
mentali”. L’americana che da 37 anni vive nel nostro Paese ha raccontato la sua
filosofia a Cook, del Corriere della Sera. Nata nel 1968, lavora – spiega –
“sull’anti-invecchiamento da quando avevo 27 anni: sono trent’anni che pratico
quello che dico. E alla soglia dei 60 la gente fa sempre più caso al mio
aspetto. Non è che non invecchio: è che cerco di arrugginire più lentamente. Ci
si riesce a patti di fare qualcosa per se stessi tutti i giorni. Una dieta
rigida e un’ora di attività senza regola o quando capita portano poco lontano.
Prima o poi si molla perché a prevalere è la testa che preferisce restare nella
propria comfort zone. Se d’altra parte mangio equilibrato tutti i giorni e tutti
i giorni pratico pochi minuti di attività, il corpo si abitua e alla fine quella
routine diventa irrinunciabile. Una finestra di benessere sul quotidiano. Per
semplificare: meglio 15 minuti di esercizio al giorno da lunedì a domenica che
un’ora due volte alla settimana. E a beneficiarne è anche l’alimentazione”.
“NON AMO LE DIETE. PER LORO NATURA INIZIANO E FINISCONO, COME PARENTESI FORZATE”
Cooper spiega che l’importanza è la costanza nel tempo e non solo, anche le
scelte “secondo natura”: “A chilometro zero e di stagione. La natura ha una
logica impensabile. La primavera, ad esempio, offre i carciofi, il tarassaco, il
cardo mariano, le erbe amare. Alimenti che, non a caso, sostengono il fegato. Il
fegato, per chi non lo sapesse, raggiunge il culmine della sua attività
energetica proprio in questo periodo, agendo come organo principale per la
disintossicazione e il rinnovamento dell’organismo dopo l’inverno. Mangiare
questi vegetali aiuta la fase di transizione. Poi c’è l’estate”. In ogni
stagione, precisa la personal trainer, la natura offre “ciò che ci serve” . E
tornando alle diete, ha un’opinione molto netta: “Non le amo. Per loro natura
iniziano e finiscono, come parentesi forzate nella vita quotidiana. Si stringe,
si controlla, si perde peso. Il corpo si adatta, abbassa il metabolismo basale
per difendersi, e quando si torna a mangiare ‘normalmente’ il peso ritorna,
spesso con gli interessi. È un meccanismo fisiologico, non una mancanza di
volontà. Le diete di moda, poi, sono quasi sempre insostenibili nel lungo
periodo e, nei casi più fragili, possono diventare l’innesco di un rapporto
disfunzionale con il cibo. Altra cosa è il digiuno intermittente”. Secondo
Cooper questa via non ha come “obiettivo ‘saltare i pasti’ per dimagrire, ma
ridurre l’infiammazione cronica di basso grado — quella che oggi chiamiamo
inflammaging — e migliorare la sensibilità insulinica”. E lei cosa fa? “Nella
pratica, inizio a mangiare tra le 11 e le 14 e concludo verso le 21. Non sono
rigida: per me la parola chiave è sostenibilità. Sarebbe ideale cenare molto
presto, ma questo significherebbe rinunciare alla vita sociale. E uno stile di
vita funziona solo se è mantenibile nel tempo. Meglio un equilibrio imperfetto
ma duraturo di una perfezione impossibile da sostenere”.
“IL SONNO È IL PILASTRO CHE REGGE TUTTO IL RESTO”
Non va dimenticato il “pilastro su cui si regge tutto il resto“, ovvero il
sonno”. Perché? “Durante il sonno profondo si attiva il sistema glinfatico, una
sorta di ‘servizio di pulizia’ del cervello che elimina scorie e proteine
associate al rischio neurodegenerativo. Dormire poco non significa solo essere
stanchi: altera gli ormoni della fame, aumenta la ricerca di zuccheri e grassi e
può portare a mangiare fino al 30% in più, soprattutto cibo ultraprocessato,
anche dopo un pasto adeguato. Poi viene il resto: idratazione costante,
allenamento breve ma quotidiano, alimentazione semplice, digiuno intermittente
se compatibile con la propria vita”.
L'articolo “Alla soglia dei 60 la gente fa sempre più caso al mio aspetto. Non è
che non invecchio: cerco di arrugginirmi più lentamente. Le diete? Non le amo.
Ecco qual è il pilastro che regge tutto”: così Jill Cooper proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Cucina
Prima del “food” e dei gastrolatri, degli influencer e dei gastrofighetti
(quelli che passano il tempo a commentare e fotografare l'”impiattamento” e non
ciò che mettono in bocca), molto prima del gas e della corrente elettrica, delle
piastre a induzione e dei forni a temperatura controllata, e dei rider e del
“tutto pronto subito” e del “junk food”, esisteva un cibarsi raro e nascosto, un
nutrirsi (anche di concentrazione) che si celebrava intorno al “putagè”, la
stufa a legna contadina, solitamente di ghisa, simbolo e aleph della casa. Da un
lato riscaldava, sulla sua piastra cuoceva lentamente cibi e zuppe. Il nome, non
per nulla, deriva dal francese potager, ovvero sia “fornello da cucina” che
“orto”, a testimonianza del legame strettissimo che il putagé aveva con verdure
e zuppe, colonna portante della dieta mediterranea.
Un bellissimo libro di Luciano Bertello ce lo racconta (“La cucina del putagé”,
fotografie di Sergio Ardissone e commenti di Bruno Quaranta, Sorì
Edizioni-L’artistica Editrice), disegnando la mappa delle trattorie e dei locali
piemontesi, stellati o nascosti, che ancora cucinano così. È un viaggio
entusiasmante tra Langhe e Roero, Monferrato e Tortonese, sfiorando una
costellazione di torri e castelli, muovendo sulle strade di Coppi e nei luoghi
della letteratura (Pavese, Fenoglio, Arpino, Eco), dell’arte (dal Macrino al
Moncalvo, da Pinot Gallizio a Pellizza da Volpedo) e della musica (dai violini
del Pressenda al pianoforte di Paolo Conte).
Luciano Bertello, è storico e ricercatore, ha dedicato la sua vita allo studio e
alla valorizzazione del vino piemontese del Roero, ha guidato l’Enoteca
regionale e da anni promuove cultura e territorio, contribuendo anche al
riconoscimento Unesco ai paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato.
Ha selezionato dieci di queste cucine eroiche (erano undici, ma la recente morte
del titolare ha portato alla chiusura della Trattoria dell’Allegria di Ferrere,
Asti). A ognuna ha dedicato parole e immagini, da ognuna ha tratto evocazioni e
ricette preziose, quelle di Pollo alla cacciatora, Cinghiale al civet, Bàgna
càda (sic), Coniglio al civet cotto sul putagé, Raviole del plin, Minestrone,
Bunèt, Vespen di Santa Caterina, Panissa, Zabaione: “Come l’inaspettata patata
cotta sotto la cenere – scrive Bertello – servita con una salsa a base di
raffinati profumi mediterranei dal sommo Cesare di Albaretto della Torre in una
cena di metà anni Settanta con Giorgio, Egidio e Angelìn di Maràngh,
accompagnati lassù da chi scrive per corrispondere al suo desiderio di conoscere
i pionieri dell’Arneis. Elegia del gusto contadino d’antan in omaggio all’animo
genuino di quegli intraprendenti vigneron.
Uno spariglio seguito dal meditato capretto allo spiedo, da Cesare elevato a
mito della cucina di Langa. Maestria da domatore del fuoco affinata nella stessa
casa-tempio in cui la mamma Maria ’d Lipinàt officiava i riti langhetti di
osteria sulla piastra del putagé”.
Arcaico, onesto e officiato dalle donne, il putagé era una “cucina economica” e
multitasking, un rito ultra-ecologico che riconduce al “feu” della civiltà
contadina, ai “fuochi” del medioevo, ovvero, nei censimenti, i gruppi familiari.
Le donne erano umili e generose artefici di una cucina che esalta il valore
umano: semplice ma non facile, laboriosa, “del giorno prima” assennatamente
attenta a non sprecare alcunché. “Una cucina onesta, lenta e silenziosa –
leggiamo -: anziché dare certezze assolute di dosi e di tempi, incorona il
“dipende” e ogni giorno interroga il fuoco, la legna, il tempo, la materia
prima”.
La saggia cucina del putagé ricompone il culto del Tempo e dell’attesa,
dell’incontro. Datemi pane salame, una bottiglia di dolcetto con amici: ecco, un
desco stellare.
Grazie Luciano, infaticabile amico, per questo viaggio e per le tue ricerche e
scoperte, e grazie per alcune tra le migliori mangiate della mia vita: il tuo
libro non è reducismo ma filosofia di vita, weltanshauung, opera d’avanguardia.
L'articolo Datemi pane salame, una bottiglia di dolcetto con amici: ecco, un
desco stellare proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Era già tutto previsto”, cantava Riccardo Cocciante. Eppure nelle ultime
puntate di Masterchef, il cooking show Sky Original prodotto da Endemol Shine
Italy i tanti fan del programma avevano visto vacillare le loro certezze. Dopo
l’eliminazione prima di Matteo Lee e poi di Alessandro Segantini, due
concorrenti dati per certi nella finale a tre, nulla era già scritto. Così con
una finale inaspettata, con soli due aspiranti chef a sfidarsi con i loro menu
al posto dei soliti tre, Masterchef ha saputo sorprendere ancora. Dopo una
mistery box a base di pesce gatto e un Invention incentrato su ingredienti da
piatti stellati, allo scontro finale sono arrivati Matteo Canzi, con il suo menu
Tutto di me, e Carlotta Bertin con il suo “L’equilibrio nel gusto“: più
innovativo e ricco di tecnica il primo, più giocato sui sapori il secondo, alla
fine a trionfare è stato il 24enne brianzolo, comunque tra i favoriti fin dai
cooking show.
CHI È IL VINCITORE
“Ho vinto davanti alla mia famiglia, ho vinto davanti a tutti. Ho vinto facendo
la cucina che voglio fare io“. Con queste parole Matteo Canzi, detto Teo, ha
celebrato la vittoria. Brianzolo di 24 anni e studente di International
Marketing, ha raccontato di aver sempre avuto le mani in cucina fin fa
piccolissimo quando si divertiva a “sporcare la cucina con mia nonna”.
L’illuminazione, poi, quattro anni fa quando a Natale ha preparato per la prima
volta un piatto pieno di tecnica per la sua famiglia: il filetto alla
Wellington. “Era riuscito molto bene, quindi questa è la mia strada”, ha
raccontato. Da allora ha studiato e sperimentato, portando anche nel suo menu
della finale piatti pieni di tecniche particolari, come l’affumicatura.
Appassionato di cucina spagnola e giapponese, ama gli sport e ne ha praticati
diversi prima di rallentare per un infortunio. Entrando in Masterclass ha
parlato anche dei suoi studi, raccontando di come inizialmente i suoi genitori
non fossero proprio convintissimi della sua passione per la cucina. Un
particolare emerso anche durante la finalissima quando, dopo la proclamazione
del vincitore, il giudice Antonino Cannavacciuolo si è avvicinato al 24enne
ricordandogli il suo obiettivo: “Non ti perdere in cazzate, devi dimostrare a
lui”, ha detto lo chef indicandogli il padre. Canzi ha vinto così 100mila euro
in gettoni d’oro, un corso di alta formazione presso ALMA – La scuola
internazionale di cucina italiana e la pubblicazione del suo primo libro di
ricette “Il gusto del perché – Nulla si crea. Nulla si distrugge. Tutto si
cucina”, in uscita il 12 marzo (Baldini+Castoldi)
LA SEMIFINALE CON LA MISTERY STELLATA
Prima di arrivare alla finalissima a due la strada per Carlotta e Teo. I due
hanno dovuto affrontare insieme a Dounia e Matteo Rinaldi una Mistery Box e un
Invention Test ideati dallo chef Norbert Niederkofler, 3 stelle Michelin e 1
stella Verde all’Atelier Moessmer Norbert Niederkofler a Brunico (Bolzano), che
ha portato in Masterclass la sua incredibile filosofia culinaria “Cook the
Mountain”. Lo chef ha proposto ai quattro semifinalisti prima un piatto da
replicare a base di pesce gatto poi, dopo la salita in balconata del primo
finalista, Teo, tre piatti da cui prendere spunto. Il piatto di Carlotta alla
fine, contro quelli di Dounia e Matteo Rinaldi, è risultato migliore
garantendole così la casacca per la finalissima.
TECNICA CONTRO SEMPLICITÀ: I DUE MENU DELLA FINALE
Anche la finalissima non è stata priva di imprevisti per Teo e Carlotta che
hanno portato ad Antonino Cannavacciuolo, Bruno Barbieri e Giorgio Locatelli due
menu rappresentativi della loro idea di cucina e, possiamo dire, anche del loro
percorso all’interno del programma.
La chef Chiara Pavan, una delle protagoniste di quest’edizione, ha fatto
inaspettatamente preparare ai due super finalisti un amuse-bouche a base di
fiori commestibili. L’imprevisto ha colto in castagna il vincitore, Teo, mentre
Carlotta ha giocato una carta sempre vincente, quella della frittura. Ad
assaggiare i due secondi piatti dei rispettivi menu è poi “apparso” chef
Giancarlo Perbellini, tre stelle Michelin.
Ma cosa hanno portato i due aspiranti chef ai tre giudici?
Teo, il vincitore, ha voluto trasportate i giudici nel suo mondo, un “percorso
personale in quattro tappe – ha spiegato – che parla di infanzia, scelte
difficili, coraggio e crescita”. Con “Tutto di me”, Canzi ha fatto assaggiare
agli chef un antipasto chiamato “Il primo chiodo”, un chawanmushi di brodo
dashi, verdure in giardiniera, nido di porro croccante e carota “a chiodo”,
rivisitazione della “zuppa del chiodo nata con mia nonna Egidia”. Poi il
vincitore ha stupito gli chef con il primo, chiamato “Confronto”, un risotto
affumicato alla zucca con pesce gatto e crema di porcini, una “strada sicura”,
ha detto Teo, che rappresenta la sua “voglia di rompere gli schemi”. Come
secondo l’aspirante chef ha proposto un piatto a base di piccione cotto a bassa
temperatura, purè affumicato di patata e topinambur, tarassaco saltato,
gastrique al porto rosso e cipolla fondente (poi non presentata per un
imprevisto), dal titolo “Il coraggio di cambiare”, presentato come “omaggio al
piatto che mi ha fatto entrare in Masterclass”. Infine con il dessert, “La
ciliegina sulla torta”, Teo ha voluto chiudere un cerchio con “tecnica e gioia”,
una firma sul suo percorso fatto anche di molta manualità che lo ha portato a
presentare ai tre giudici un semifreddo al mascarpone e yogurt greco, cuore di
ciliegie marinate all’aceto balsamico e la sua salsa.
Meno tecnico ma sulla carta ricco di gusto il menu proposto da Carlotta. Quattro
piatti che però non hanno convinto appieno Barbieri, Cannavacciuolo e Locatelli.
Con il suo “L’equilibrio nel gusto”, la 25enne di Candelo (Biella), ha proposto
un percorso fatto di “ingredienti semplici” spiegando che per lei “la forza del
gusto sta nell’equilibrio delle cose essenziali”. Così Carlotta ha portato
davanti ai tre giudici “Illusione”, un antipasto basato su un finto pomodoro
ripieno di panzanella servito con acqua di pomodoro. Come primo la 25enne ha
proposto invece “Vitimi”, dei cappelletti ripieni di blu di capra, serviti su
salsa di peperoni di Carmagnola, zest di cipollotto rosso all’aceto balsamico,
mentre come secondo, il piatto che più ha convinto i giudici, Carlotta ha
presentato “Umami selvatico”, un filetto di cinghiale con il suo fondo e bieta
in due consistenze. Elegante nell’aspetto ma non equilibratissimo nel gusto il
suo dolce “Sottovoce”, un lingotto di cioccolato fondente ripieno di crema al
mascarpone aromatizzata al sambuco, mele al profumo di cannella e sambuco (poi
non presentate) e spuma al caffè.
L'articolo Matteo Canzi vince Masterchef 2026, la finale a sorpresa e il menu
“Tutto di me”: chi è il 24enne che ha trionfato con innovazione e tecnica
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per gli appassionati di cibo e i foodies incalliti, la notizia è un mezzo shock:
il Lido 84 di Gardone Riviera, considerato uno dei migliori ristoranti italiani,
blasonatissimo e pluripremiato anche dai critici più feroci, chiuderà il 22
marzo. Una data da segnare in rosso sul calendario, perché l’ultimo giorno di
servizio per i fratelli Riccardo e Giancarlo Camanini, chef il primo in sala il
secondo, e la loro brigata segnerà la fine di un’avventura cominciata
esattamente il 21 marzo 20214. Dodici anni ricchissimi “di emozioni, di
soddisfazioni umane e personali, e di prestigiosi traguardi”, come ha scritto lo
stesso Camanini annunciando via social la decisione di chiudere il locale che
appena qualche mese fa si era piazzato al sedicesimo posto nella
prestigiosissima classifica dei 50 Best Restaurants, imponendosi come il
migliore tra i ristoranti italiani. “Chiudiamo questa avventura con serenità e
gioia verso il futuro, aprendoci a nuove idee che possano un giorno diventare
semi di un nuovo progetto. Lasceremo questo luogo incantevole, che rimarrà per
sempre nei nostri cuori, nella speranza che possa continuare ad essere un’icona
per il Lago di Garda e per il Made in Italy nel mondo”, ha spiegato lo chef
Camanini. La chiusura inaspettata resta un mistero, i nuovi progetti
all’orizzonte anche.
Del resto, Camanini è una solida certezza per estro, tecnica, creatività. Si è
formato alla corte del geniale tristellato Gualtiero Marchesi, crescendo
professionalmente per due anni e mezzo all’Albereta di Erbusco, per poi
continuare a formarsi in Francia con Raimond Blanc e Jean Louis, braccio destro
di Alain Ducasse. “Grandi maestri che hanno saputo indirizzare il mio percorso
di vita”, ha spiegato. Poi rientra in Italia e lascia subito il segno a Villa
Fiordaliso, sempre a Gardone Riviera, poi con Lido 84 dove conquista a soli sei
mesi dall’apertura la prima (e unica) Stella Michelin. Il piatto iconico di
Camanini? Il leggendario cacio e pepe in vescica, ispirata ad un piatto e una
tecnica francese: ci vogliono sei mesi di studio e di tentativi per arrivare
alla cottura perfetta, perché “la cacio e pepe non prevede l’utilizzo di alcun
utensile, solo vescica, pasta, pepe e cacio. Il cuoco deve veramente fare il
cuoco, scuotendola ogni due o tre minuti, ascoltare il rumore dello sbattimento
dei rigatoni, guardare attraverso la semitrasparenza se l’emulsione si sta
creando”. Per assaggiarla, arrivavano clienti da tutto il mondo, e fino al 22
marzo sarà così. Il futuro, invece, è tutto da scrivere.
L'articolo Chiude il miglior ristorante italiano secondo la prestigiosa guida 50
Best Restaurants: la storia del Lido 84 e qual è il piatto cult proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Sono l’unico Tre Stelle Michelin del Sud e l’anno scorso hanno ospitato la più
importante puntata in esterna di Masterchef. Al ristorante Quattro Passi di
Nerano, frazione marina di Massa Lubrense, si viveva un’esperienza culinaria e
turistica da sogno: piatti prelibati, camere al piano superiore, area
parcheggio, piscina. Lusso e bellezza per palati fini e portafogli molto gonfi,
tipo quelli di Jeff Bezos e Magic Johnson, con il primo che ha scelto gli chef
per il suo matrimonio e l’altro che si attovagliò davanti al mare un paio di
estati fa. Ora era chiuso per la pausa invernale, e non è detto che riaprirà:
sul complesso turistico-recettivo, lustro della costiera sorrentina, si è
infatti abbattuta la scure della magistratura di Torre Annunziata. In queste ore
i carabinieri della compagnia di Sorrento, agli ordini del capitano Mario Gioia,
hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo del complesso edilizio,
finalizzato alla confisca, per il reato di lottizzazione abusiva.
INDAGATI LO CHEF ANTONIO MELLINO E LA MOGLIE
Due gli indagati, il proprietario Giovanni Antonio Mellino, chef insieme al
figlio Fabrizio, e la signora Rita Vinaccia, moglie di Mellino senior
rappresentante legale della società che amministra il ristorante. “Condotta
tuttora in corso”, si legge nel capo di imputazione. Secondo le tesi inquirenti
della procura – pm Matteo De Micheli, procuratore Nunzio Fragliasso – il Quattro
Passi è lievitato a vista d’occhio attraverso una sequela ininterrotta di
illeciti edilizi “accertati a decorrere dal 16 febbraio 1982” che si sono
“protratti in modo continuativo sino all’8 ottobre” dello scorso anno, si legge
nel decreto di 32 pagine firmato dalla giudice per le indagini preliminari
Emanuela Cozzitorto.
LE ACCUSE AL COMUNE DI MASSA LUBRENSE
Un documento che è un j’accuse anche nei confronti del Comune di Massa Lubrense
che ha avuto “una condotta quanto meno negligente”, ha spiegato il procuratore
Fragliasso. Dagli uffici municipali avrebbero infatti approvato condoni e
sanatorie ottenuti “attraverso un artificioso frazionamento delle domande”
censurato dal consulente della Procura, l’architetto Ciro Oliviero, in un
rapporto ultimato il 14 gennaio. Frazionamento “finalizzato ad ottenere
formalmente plurime volumetrie singolarmente, ma non cumulativamente
condonabili, (come) è confermato dal consolidato orientamento giurisprudenziale
sul punto”. Il passaggio va letto anche alla luce di una recente inchiesta su
condoni fasulli a Massa Lubrense, che ha costretto alle dimissioni l’assessore
al Condono.
IL TENTATIVO (FALLITO) DI METTERSI IN REGOLA
Agli ultimi controlli di tecnici comunali e della procura, avvisaglie del
temporale precipitato stamane, l’anno scorso gli amministratori del Quattro
Passi hanno provato ad aprire l’ombrello di alcune Scie di demolizione e
ripristino dello stato dei luoghi. Bocciate senza pietà dal giudice che le ha
definite “un’iniziativa strumentale e interferente rispetto al procedimento
repressivo già avviato dal Comune per lottizzazione abusiva”.
L’ACCUSA: “SI ERANO ESTESI A FONDI CONTIGUI”
Forse il passaggio più grave del decreto è quello che descrive come la
lottizzazione si fosse estesa anche “a fondi contigui” di proprietà di altre
persone che “risultano funzionalmente inglobati nell’assetto complessivo
mediante opere di accesso, percorrenza e collegamento, confermando l’estensione
della trasformazione urbanistica all’intero ambito territoriale”. È la storia di
una sorta di tunnel – che fu oggetto di un esposto del Wwf presieduto da Claudio
d’Esposito – per collegare alcune proprietà di Mellino a monte e a valle della
strada, ovvero “la realizzazione e/o occupazione di un manufatto interrato
abusivo al di sotto della sede della strada pubblica via Amerigo Vespucci,
utilizzato quale volume di servizio e collegamento (…) L’opera, incidendo
direttamente nel sottosuolo pubblico, costituisce una violazione particolarmente
grave, poiché attesta l’estensione della trasformazione abusiva anche ‘oltre i
limiti della proprietà privata e rafforza il carattere infrastrutturale e
unitario dell’insediamento”.
L'articolo Sequestrato il Quattro Passi di Nerano, l’unico 3 stelle Michelin del
Sud noto per Masterchef e il matrimonio di Bezos proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Lo scorso anno erano stracari e introvabili burro e latte, quest’anno tuorli e
canditi. Il panettone artigianale e, più in generale, i prodotti di alta qualità
nel mondo della pasticceria e del food funzionano molto bene e c’è chi se ne
approfitta”: queste le parole che Matteo Cutolo, pastry chef di Ercolano e
presidente della Federazione internazionale pasticceria, gelateria e
cioccolateria, ha detto a Repubblica.
Perché quest’anno il prezzo del tuorlo d’uovo è salito da 6,50 a 8,50 euro al
chilo e quello dei canditi da 8 euro a un prezzo tra 12 e 14 euro. Materie prime
care, panettoni artigianali cari. Ma è proprio tutto qui? Cutolo mette in conto
anche “chi se ne approfitta” ma spiega che “i prezzi alti arrivano dalle spese
che sono lievitate. Dopo il Covid c’è stato un aumento di almeno +30% solo nel
packaging. A questo si aggiungono l’elettricità e le materie prime. Noi possiamo
aumentare il prezzo finale di non oltre il 5-6%, perché non può pesare tutto sul
cliente finale, il resto dobbiamo ammortizzarlo. Pensiamo che la pasticceria di
base al chilo sta sui 25-30 euro a Nord, e sui 18-24 euro a Sud, dove il gap è
dovuto al costo della vita superiore nella parte settentrionale del Paese”.
Insomma, aumenti reali e anche se c’è “chi ci specula”, il pastry chef conferma
che “il panettone resta il re del Natale” e che “l’artigianale ha superato
l’industriale. La gente ha capito che vale la pena scegliere un panettone
artigianale, soprattutto se deve fare un regalo. Vuole fare bella figura”. Nuove
tendenze di consumo? “Tanti chiedono dolci proteici: a volerli spesso sono
atleti, ma a volte vengono acquistati anche per moda o ignoranza” e poi “il
trend del gluten free è esplosivo. Io ho un laboratorio dedicato dal 2015 e ho
visto questa tendenza letteralmente lievitare. Oggi cresce tantissimo anche il
senza lattosio”.
L'articolo “Lo scorso anno erano stracari e introvabili burro e latte,
quest’anno tuorli e canditi”: il prezzo del panettone artigianale lievita ma è
solo un problema di materie prime? Lo spiega Matteo Cutolo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Avete intenzione di regalare un panettone e siete determinati a spendere un bel
po’? Niente paura, se si tratta di panettoni cari carissimi c’è l’imbarazzo
della scelta. Stiamo parlando di chef molto noti e quindi, possiamo dire, di
panettoni firmati. Niko Romito, per esempio, propone il panettone ‘classico’ da
55 euro ma anche la versione ‘special’ da 1,5 chili che costa 150 euro. La
descrizione? “Il cuore del nostro Panettone è il lievito madre naturale, che,
grazie alla sua lenta fermentazione, regala una texture delicata e un aroma
inconfondibile”. Il tocco finale è di mandorla siciliana. Vi sembra un po’
caruccio? Ebbene, si può spendere di più. Alla Gucci osteria di Firenze di
Massimo Bottura con la pasticceria di Filippo Timi, la versione classica costa
60 euro e quella da un chilo 85 euro. “Arricchita con uvetta, scorza d’arancia
candita e note di vaniglia naturale del Madagascar, la creazione di quest’anno è
una versione contemporanea dell’amato dolce della tradizione italiana”, si legge
sul sito. Sarà la vaniglia naturale del Madagascar a far lievitare il prezzo?
Comunque, un panettone classico firmato Carlo Cracco si trova in vendita da
Eataly a 46 euro mentre quello di Iginio Massari ‘viene via’ a 26 euro nella
versione da mezzo chilo (esaurita al momento sul sito) e 49 in quella da un
chilo. C’è poi chi offre versioni molto particolari come Luigi Biasetto che ha
trasformato la sua famosissima torta sette veli (di cioccolato) in un panettone
da 82 euro (nella foto in evidenza). La pasticceria Sal de Risio propone invece
un panettone farcito con gocce di cioccolato e pistacchio e con una sac à poche
di crema al pistacchio siciliano che si trova all’interno della scatola. Costo?
43 euro. Torniamo al cioccolato con il Knamettone: tre cioccolati, arancia
candita e glassa di fondente. Chi lo firma? Ernst Knam e costa 55 euro per un
chilo.
L'articolo Avete intenzione di comprare un panettone firmato? C’è l’imbarazzo
della scelta: ecco quanto costano quelli di Cracco, Bottura, Knam… proviene da
Il Fatto Quotidiano.
di Giorgio Boratto
L’Unesco ha riconosciuto la Cucina italiana Patrimonio dell’Umanità. Grande
risultato ma bisognerebbe sapere che la Cucina italiana formalmente non esiste;
noi abbiamo una cucina regionale o meglio dire locale. L’Italia è l’unico paese
al mondo che ogni circa 50 km cambia il dialetto e cambiano i sapori della
cucina. Per questo l’Italia ha il patrimonio culinario più vario e ricco della
cucina mondiale.
Tutto è dovuto a secoli di storia e influenze culturali tra le più diverse che
hanno dato origine ad una varietà culinaria eccezionalmente ricca e variegata.
Così ogni regione e città si caratterizza oltre che per i suoi costumi, opere
d’arte, con una propria identità gastronomica.
A codificare i menù fu per primo Pellegrino Artusi che raccolse le ricette
casalinghe in ordine di portata. Era il 1891 e nasceva così il primo ricettario
o manuale di cucina che raccoglieva i piatti che Pellegrino Artusi trovava e
provava in viaggio per l’Italia. Erano per lo più ricette casalinghe che gustava
e provava per poi descriverle nel suo Manuale pratico per le famiglie: L’Arte di
mangiar bene.
Fatto salvo che la cucina italiana allora è un’insieme di specificità unite da
comunità dei luoghi, allora il riconoscimento dell’Unesco è dato non alle
ricette ma al sentimento identitario che accomuna la cucina quotidiana: il
preparare pronto in tavola da condividere…
A sostenere questo riconoscimento sono stati Pier Luigi Petrillo (Direttore
cattedra Unesco UnitelmaSapienza e professore di Cultural Heritage alla Luiss
Guido Carli, nonché autore di tutte le candidature all’Unesco legate
all’agro-alimentare) e Massimo Montanari (Professore all’Università di Bologna e
tra i massimi esperti al mondo in storia dell’alimentazione). Proprio
quest’ultimo ha scritto un libro Il mito delle origini. Breve storia degli
spaghetti al pomodoro; questo è forse il piatto che unisce l’Italia: il piatto
italiano per eccellenza. E così la nostra cucina spazia per diventare cultura e
storia.
Forza di una cucina immateriale; forza di una italianità che fa diventare
italiani chi l’assaggia.
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L'articolo Non esiste una cucina italiana (ma bene che sia stata premiata)
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Come ogni anno, TasteAtlas ha stilato i 10 piatti più buoni al mondo. La
classifica è redatta dagli utenti – a migliaia – che sono stati chiamati a
esprimersi sui 100 migliori piatti del 2025.
La top 10 vanta ben 3 specialità italiane, con la cucina nostrana che si
conferma tra le migliori al mondo. In cima alla classifica, però, non c’è
l’Italia. Gli utenti di Taste Atlas hanno premiato il vori vori, piatto tipico
del Paraguay. Si tratta di un brodo di carne con palline di mais e formaggio.
Al secondo posto si trova la pizza napoletana, ogni anno sul podio. Sul gradino
più basso del podio si è classificato un altro piatto tipico del Nord Italia,
precisamente del Piemonte: i tajarin al tartufo d’Alba.
DALL’INDONESIA AL MESSICO
La top 10 è composta da piatti provenienti da tanti luoghi diversi del mondo
(solo l’Italia si ripete in classifica). Appena giù dal podio troviamo il sate
kambing, uno spiedino con carne di capra. Al quinto posto il cağ kebabı turco,
mentre al sesto il kontosouvli. Piatto tipico greco, il kontosouvli è uno spiedo
composto da sovraccosce di pollo, peperoni e cipolla.
Nella settima casella della speciale classifica di Taste Atlas compare l’arroz
tapado, un piatto unico formato da riso e carne trita. All’ottavo posto si
posiziona il komplet lepinja, un panino tipico della Serbia con uova e bacon.
Il penultimo posto è occupato dal quesabirria, una tortilla con carne e riso
come ingredienti principali. Le pappardelle al cinghiale chiudono la top 10.
La guida online di viaggio TasteAtlas rappresenta un portale esperienziale
dedicato alla gastronomia tradizionale, offrendo un’ampia raccolta di ricette
autentiche provenienti da ogni angolo del pianeta. Attraverso questa
piattaforma, gli appassionati di cucina possono esplorare il patrimonio
culinario mondiale e scoprire le preparazioni più genuine di diverse culture.
L'articolo I 10 piatti più buoni al mondo? Vince il vori vori (Paraguay) mentre
la pizza napoletana (Italia) è al secondo posto. Ecco la classifica di
TasteAtlas proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non ho mai voluto mancare di rispetto alla dottoressa Albani. Apprezzo la sua
perizia, ma quella comparazione, dal mio punto di vista, vale zero”. Sono queste
le parole di Liborio Cataliotti, uno degli avvocati che difende Andrea Sempio
dalle accuse per l’omicidio di Chiara Poggi, nel corso di una lunga intervista a
“Lo Stato delle Cose”. Intervenuto durante la trasmissione condotta da Massimo
Giletti, nella puntata in onda lunedì 8 dicembre, il legale risponde a una serie
di interrogativi circa la strategia difensiva adottata dal team del 37enne.
LA PERIZIA ALBANI: “APPREZZO LA PERIZIA ALBANI, MA LA COMPARAZIONE VALE ZERO”
Il focus, in particolare, è sulla perizia pubblicata negli scorsi giorni dalla
dottoressa Denise Albani, che ha riscontrato la compatibilità delle tracce di
DNA trovate sulle unghie della vittima con la linea paterna della famiglia
Sempio. “Non ho voluto mancare di rispetto al perito Albani, apprezzo la sua
perizia al punto che difficilmente muoverò serie critiche, domande, polemiche in
sede d’incidente probatorio. Il mio approccio non è quello del genetista, ma è
quello del giurista”, esordisce Cataliotti. L’avvocato, a sostegno della sua
tesi, legge dunque la perizia, sottolineando un passaggio in cui la dottoressa
Albani spiega che “Non è possibile considerare le tre sessioni di tipizzazione
relative a ciascun margine ungueale come repliche, ma è opportuno prenderle in
considerazione come risultanze indipendenti”. In sostanza, sostiene Cataliotti,
“il professor De Stefano (perito della Corte d’Assise d’appello del processo
Stasi, ndr) fece più repliche non con lo stesso quantitativo, non dettero lo
stesso risultato, è improprio dal punto di vista scientifico ed è improprio
definirle tecnicamente repliche”, riporta il legale. L’avvocato, quindi,
afferma: “La Cassazione dice che quando non ci sono repliche in senso proprio
quella comparazione vale zero, dal mio punto di vista vale zero”.
A quel punto, il conduttore interroga l’ospite su un aspetto da lui ritenuto
particolarmente interessante: “Sull’unica unghia che non è stata toccata e
analizzata dai Ris all’epoca, è stato trovato molto DNA riconducibile alla linea
familiare di Andrea Sempio”, rivela infatti Giletti sostenendo che si tratti di
una sua indiscrezione. Ma l’avvocato schiva la domanda, precisando che “quando
l’indiscrezione diventa la prova, io ragionerò su questa prova”.
IL DNA RICONDUCIBILE ALLA FAMIGLIA SEMPIO: “VERIFICHEREMO POSSIBILI PUNTI DI
CONTATTO INDIRETTO”
Sul perché ci sia un DNA riconducibile alla linea maschile dei Sempio sulle mani
della vittima, l’avvocato ribadisce di voler tenere in considerazione qualsiasi
ipotesi: “Noi del pool difensivo non ci siamo fermati al dato giuridico, abbiamo
voluto prendere in considerazione l’ipotesi che quella valutazione, sia pure non
replicata, un valore ce l’abbia, sia pur come prova o indizio che ci sia stato
un contatto – non sappiamo di quale natura – fra una superficie toccata da
Chiara Poggi e una superficie toccata da Andrea Sempio”. Proprio per fare luce
su questo aspetto, Cataliotti rivela che il team difensivo di Sempio sta
“predisponendo una nostra perizia sui possibili punti di contatto indiretto”.
L’avvocato ammette che Sempio “non è mai entrato in quella casa senza Marco
Poggi”, ma sostiene anche il DNA “su una superficie può rimanere 27 anni”:
“Ammesso che Chiara possa essersi lavata le mani, che è altamente verosimile,
può essere venuta a contatto con superfici che fossero usualmente toccate, sia
pur non in tempi immediatamente precedenti, dal nostro cliente – aggiunge ancora
-. Questo è l’esercizio che abbiamo fatto dotandoci della planimetria
dell’immobile e comparando quello che Sempio ci ha detto stragiudizialmente con
quelle che sono le risultanze processuali. Il mio perito sta ipotizzando 15
forse 20 punti di contatto”, le parole del legale.
Interrogato sul punto da Giletti, che si chiede perché non si trovi il DNA di
Stasi ma solo quello riconducibile alla famiglia Sempio, l’avvocato precisa che
“il reperto di DNA trovato sulle mani di Chiara Poggi è un aplotipo Y misto,
cioè lasciato da più persone. Vi era un reperto più facilmente isolabile, che
poi è stato comparato con Stasi, Sempio e altri frequentatori della casa e
quello parrebbe forse riconducibile alla famiglia Sempio. E ciò non esclude che
quello più degradato fosse riconducibile ad altri. Questa è la vera risposta”,
replica Cataliotti.
LO SCONTRINO DEL PARCHEGGIO DI VIGEVANO: “SE FOSSE UN PROCESSO NON SAREBBE UN
ALIBI”
L’avvocato, infine, dice la sua sull’ormai noto scontrino del parcheggio di
Vigevano – datato 13 agosto 2007 con orario di inizio fissato alle 10:18 – di
cui Sempio aveva parlato agli inquirenti per supportare la versione secondo la
quale si trovasse in una città diversa da Garlasco il giorno del delitto: “Io so
che l’originale di quello scontrino non è mai stato sequestrato. So che ne parlò
il 4 ottobre 2008 sentito come testimone, non so se gli sia stata chiesta
espressamente la consegna perché la domanda venne rappresentata con l’acronimo
adr (a domanda risponde, ndr). Se fosse un processo non sarebbe un alibi perché
non indica la targa né il nome di chi quell’auto la utilizzò quella mattina. È
evidente che se quell’affermazione venisse provato che fosse falsa, un rilievo
sia pur indiziario lo verrebbe ad avere”, ammette Cataliotti.
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predisponendo una nostra perizia sui possibili punti di contatto indiretto”:
parla l’avvocato Liborio Cataliotti proviene da Il Fatto Quotidiano.