L’Unione europea è chiamata a una scelta di fondo: deve decidere se essere
protagonista o spettatrice degli eventi globali, in un contesto internazionale
segnato da tensioni geopolitiche, incertezze economiche e nuove sfide alla
sicurezza del continente. È il messaggio emerso dal vertice intergovernativo tra
Italia e Germania, svoltosi a Villa Doria Pamphilj, a Roma, tra Giorgia Meloni e
Friedrich Merz. “Questo vertice cade in una congiuntura storica particolarmente
complessa, che impone all’Europa di scegliere se intenda essere protagonista del
suo destino o piuttosto subirlo”, ha detto Giorgia Meloni nel punto con la
stampa. Una fase, ha aggiunto la premier, che richiede “lucidità,
responsabilità, coraggio e soprattutto l’intelligenza necessaria a trasformare
le crisi in opportunità”.
Sul piano bilaterale, il cancelliere Merz ha rivendicato la solidità e la
profondità del rapporto tra Roma e Berlino. “Germania e Italia sono molto
vicine, come non lo sono mai state prima”, ha dichiarato, ricordando che nel
2026 ricorrerà il 75° anniversario delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi.
Un legame che affonda le sue radici nella storia dell’integrazione europea, dal
momento che Italia e Germania figurano tra i Paesi fondatori della Comunità
europea. “Ci sono i presupposti per una cooperazione ancora più stretta – ha
sottolineato –. Vogliamo che il 2026 sia l’anno dell’opportunità e delle
decisioni”.
Tra i dossier affrontati, un ruolo centrale lo ha avuto la sicurezza, a partire
dall’Artico. Con l’emergere degli appetiti americani sulla Groenlandia, Merz ha
ribadito che l’Europa deve rafforzare il proprio impegno nella regione “nel
comune interesse transatlantico”, spiegando che negli ultimi giorni i contatti
con i partner europei sulla questione dell’isola artica e della Danimarca sono
stati pressoché quotidiani. “Abbiamo affermato insieme che l’Europa deve fare di
più per la sicurezza dell’Artico”, ha detto il cancelliere, assicurando un
maggiore coinvolgimento tedesco e riaffermando la solidarietà europea “alla
Danimarca e alla popolazione della Groenlandia, nel rispetto della sovranità e
dell’integrità territoriale”.
In questo contesto, e soprattutto la minaccia – poi ritirata – da parte di
Donald Trump di imporre dazi ai paesi della Nato che nei giorni scorsi hanno
inviato le truppe in Groenlandia, Merz è stato netto. “Non vorremmo dei dazi, ma
se una politica tariffaria dovesse danneggiare l’Europa sappiano tutti che siamo
pronti a difenderci”, ha avvertito, sottolineando la necessità per l’Unione
europea di saper reagire “rapidamente, in tempo reale”. Secondo il cancelliere,
l’azione comune europea ha già prodotto risultati concreti, ricordando che
alcune minacce, anche provenienti dagli Stati Uniti, “non si sono poi tradotte
in fatti”. Da qui l’invito a rafforzare gli accordi commerciali con Paesi
affini, citando l’intesa tra Ue e Canada, e a far sentire con maggiore forza la
voce dell’Unione.
Sull’incontro ha aleggiato, inevitabile, l’ombra del presidente degli Stati
Uniti e delle sue iniziative, a partire dal “Board of Peace“. “Io già qualche
settimana fa -a spiegato Merz – dissi al presidente Trump che personalmente
sarei stato disposto ad entrare se si fosse trattato di un organismo che, come
era stato pianificato inizialmente, accompagnasse il processo di pace a Gaza,
anche in una seconda fase, che purtroppo ancora non è iniziata, per disarmare
Hamas. Come è fatto adesso il Board of Peace, a partire dalle sue strutture di
governance, per ragioni proprio di diritto costituzionale, noi non possiamo
accettarlo“.
Una posizione simile a quella espressa da Meloni: Ad oggi, lo statuto del board
“risulterebbe incostituzionale e quindi incompatibile con il nostro ordinamento.
Ritengo pertanto che si debba intervenire: è quanto ho comunicato al Presidente
degli Stati Uniti e agli interlocutori americani, chiedendo anche se vi fosse
disponibilità a riaprire questa configurazione, per andare incontro alle
esigenze non solo italiane, ma anche di altri Paesi europei”. La premier, da
parte sua, si è concentrata anche su un altro dei desideri del tycoon: “Spero
che potremo dare il Nobel per la pace a Trump e confido che possa fare la
differenza anche sulla pace giusta e duratura per l’Ucraina, e quindi finalmente
anche noi potremo candidare Trump al premio”.
Il vertice ha segnato anche un passo avanti nella cooperazione sulla sicurezza
interna. “Abbiamo concluso un accordo di cooperazione in materia di riservatezza
e sicurezza”, ha annunciato Merz, precisando che l’Italia sarà l’unico Paese a
beneficiare di un’intesa di questo tipo pur non confinando con la Germania. Un
segnale, ha spiegato, del livello “particolarmente stretto” di coordinamento tra
Roma e Berlino, che si estende dai temi migratori alla sicurezza europea.
Un’intesa rafforzata, dunque, che punta a consolidare l’asse italo-tedesco, in
una fase in cui le scelte europee appaiono sempre più decisive per il futuro del
continente.
L'articolo Vertice Meloni-Merz, la premier: “L’Ue scelga se essere protagonista
o subire il destino”. Il cancelliere: “Il Board della pace? Così è
inaccettabile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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E’ il 14 giugno del 1940 e le truppe del Terzo Reich sfilano in trionfo sugli
Champs-Élysées. Nei cinegiornali dell’epoca i francesi piangono lacrime di
disperazione. Per sottolineare l’umiliazione, i tedeschi obbligano la
delegazione francese a firmare l’armistizio che ufficializzerà l’occupazione
nazista della Francia in quello stesso vagone ferroviario del maresciallo Foch
in cui, nel 1918, era stato firmato l’armistizio di Compiègne a conclusione
della Prima Guerra Mondiale. Poi, giusto perché da buoni tedeschi sono metodici,
fanno saltare in aria sia il vagone, sia il monumento a Foch.
Il delirio di onnipotenza nazista avrebbe continuato a mietere vittime e
mangiarsi territori ancora per un paio d’anni, prima che le sorti della guerra
cominciassero ad invertirsi portando la Germania al collasso.
Ciononostante, già nel 1941 Spinelli, Rossi e Colorni redigono il Manifesto di
Ventotene che, qualsiasi cosa se ne pensi, è la visione di un’Europa federale
fondata sulla pace, di cui era previsto facessero parte anche i tedeschi:
proprio quei tedeschi ai cui ordini rispondeva il regime fascista che li aveva
mandati al confino a Ventotene.
Pochi anni dopo, nel 1950 – la guerra è appena finita, c’è stato il processo di
Norimberga e l’Europa sta vivendo il trauma di scoprire una dopo l’altra tutte
le atrocità perpetrate dai nazisti – Robert Schumann, ministro degli Esteri
francese, tiene il discorso che passerà alla storia come Dichiarazione Schumann
in cui auspica la creazione di comunità europee di scopo (la prima sarà quella
per il carbone e l’acciaio) che consentano ai paesi europei di collaborare e
scongiurino il rischio del riproporsi di conflitti armati: mettere insieme le
risorse per beneficiarne tutti ed in tal modo rendere impossibile ed impensabile
nuove guerre – soprattutto tra tedeschi e francesi.
Nel 1957 è la volta dei trattati di Roma con cui nasce la Comunità Economica
Europea, antenata diretta dell’Unione Europea. Sempre con i tedeschi, ça va sans
dire.
Com’è possibile che i grandi padri nobili dell’Europa come Spinelli e Schumann,
De Gasperi e Monnet, dopo aver visto ed in alcuni casi vissuto l’orrore della
guerra – e più in particolare quello perpetrato dai nazifascisti – in prima
persona, invece di correre al riarmo in difesa dalla minaccia germanica, invece
di proclamare invettive contro il popolo tedesco, invece di estrometterlo dal
salotto buono della politica internazionale e di sottoporlo ad embargo
commerciale lo abbiano accolto a braccia aperte, e coinvolto come membro
fondatore delle comunità europee? Dopo che nel giro di pochi decenni aveva
scatenato due guerre mondiali?! Dopo che aveva occupato quasi l’intera Europa
continentale?
E’ evidente che non avevano capito nulla! Invece di fare le anime belle,
innalzandosi oltre le logiche fratricide, avrebbero dovuto seguire l’esempio
preclaro di Von der Leyen & co.: col nemico non si tratta. La ricetta per la
pace passa per il riarmo, resistenza ad oltranza e retorica bellicosa – anche a
costo di mettere in ginocchio l’economia e lo stato sociale dei paesi europei.
Lo sa bene anche quel volpone di Friedrich Merz, che dopo aver inanellato una
serie di gaffes assortite, ha pensato bene di reintrodurre la leva obbligatoria,
farneticare dell’ “esercito più grande d’Europa” (does that ring a bell??) ed
insistere strenuamente (per poi restare sonoramente trombato) per espropriare i
beni russi sequestrati dall’inizio della guerra destinandoli all’Ucraina,
seccando così, en passant, un’altra di quelle cosucce di cui ancora potevamo
andare fieri in Europa – lo stato di diritto.
Meno male che ci sono i diplomatici a raffreddare gli animi: ci pensa l’alta
(forse di statura?) rappresentante per la politica estera Kaja Kallas che, dopo
aver dimostrato di non sapere chi abbia vinto la Seconda guerra mondiale
(d’altra parte lei mica è del mestiere) e aver sostenuto che la Russia non sia
mai stata attaccata o invasa da alcun altro stato (mice è una storica, lei), ha
cercato di calmare le acque dichiarando che “la Russia ci odia e vuole
distruggerci”. Nientemeno.
Ecco, fino a qualche anno fa, quando si sentiva criticare l’Europa per scarso
dinamismo, burocrazia ipertrofica, frammentarietà delle politiche, si poteva
ancora ribattere: ok, ma abbiamo lo stato di diritto, abbiamo lo stato sociale e
siamo stati in grado di garantire la pace in un continente storicamente
dilaniato dalle guerre. Ora che i pagliacci si sono impossessati del circo, non
ci resta più neanche quello.
L'articolo L’Ue bellicista coi tedeschi in prima fila: così si è tradita la
missione dei padri fondatori proviene da Il Fatto Quotidiano.
La riforma delle pensioni mette in difficoltà la maggioranza che sostiene il
governo tedesco guidato da Friedrich Merz. Il voto che approverà la legge,
previsto per venerdì al Bundestag, è incerto per un gruppo dissidente
all’interno della Cdu, il partito che esprime il cancelliere. Si tratta dei
“giovani democristiani” che hanno dichiarato che la riforma “non può essere
approvata”, lasciando comunque alla libertà di voto individuale. Si tratta di 18
deputati che all’inizio della legislatura non avevano superato i 35 anni. La
grande coalizione tra Cdu-Csu e Spd raccoglie 328 deputati, le opposizioni 302,
per arrivare alla maggioranza semplice dei 630 deputati occorrono 316 voti,
quindi l’approvazione della riforma è in bilico.
Per evitare che le pensioni vengano disaccoppiate da salari e stipendi, dal 2019
è in vigore un cosiddetto “limite di sicurezza” che garantisce che il livello
pensionistico non scenda al di sotto del 48% di quello dei salari. Il vincolo
scadrebbe alla fine del 2025, la riforma mira a prorogarne la validità fino al
2031. Nei calcoli della pensione, per uno dei genitori che hanno avuto figli
prima del 1992, prevede poi anche il riconoscimento di periodi dedicati alla
loro cura, fino a un massimo di tre anni.
Nell’accordo di coalizione stipulato in primavera i partiti hanno lasciato
aperta la questione di cosa sarebbe successo dopo il 2031, ma con la riforma
verrebbe di fatto perpetuato al 48% dei salari medi. Una soglia molto importante
per la Spd alla luce del fatto che circa il 52% degli anziani fa affidamento in
età avanzata esclusivamente sull’assicurazione pensionistica pubblica; nella ex
Germania orientale la percentuale si attesta intorno al 74%.
Per i giovani di Cdu-Csu però per garantire lo stesso livello delle pensioni
oltre il 2031, lo Stato dovrebbe versare fino a 120 miliardi di euro in più
delle proprie entrate fiscali, soldi che non potrebbe impiegare per altri scopi
a scapito della loro generazione.
Lo stesso Merz ha insistito a non procrastinare il voto. Il pacchetto di riforma
è strettamente legato ad altre misure del governo: la pensione di vecchiaia
anticipata, la pensione attiva e il rafforzamento delle pensioni aziendali. Per
blandire i dissensi il cancelliere ha proposto quindi di includere in una
dichiarazione allegata alla legge l’impegno a realizzare un’ulteriore riforma
radicale delle pensioni a partire dal 2032 e di coinvolgere i giovani della
Junge Union nella commissione preparatoria. Ma questi ultimi sono rimasti quasi
unanimemente rigidi nelle loro posizioni.
Il problema di fondo è comune a tutti i Paesi industrializzati, una riforma è
indispensabile: sono sempre più gli anziani che percepiscono la pensione, ma
sempre meno i giovani che versano contributi al sistema pensionistico e lo Stato
deve versare ogni anno molti miliardi alle casse mutua; al contempo, con la
pensione di vecchiaia molte persone riescono a malapena a sbarcare il lunario.
I partiti di governo hanno raggiunto un accordo per una riforma su diversi
punti, se uno viene rimesso in discussione, l’intero pacchetto, che è già un
compromesso, è rovinato e può aprirsi una frattura insanabile. Il giovane
democristiano Daniel Kölbl ne è cosciente ed ha affermato di aver “deciso di
approvare il pacchetto pensionistico, nonostante i dubbi” perché c’è “bisogno di
un governo funzionante”. I leader della Junge Union Johannes Winkel e Pascal
Reddig invece apparirebbero sempre inamovibili sul no alla legge, anche se non
lo avrebbero esplicitato martedì, allorché l’intero gruppo democristiano è stato
chiamato ad una votazione di prova a porte chiuse ed un confronto sulle
posizioni. Ne sarebbero emersi sempre fino ad una ventina di dissenzienti e una
manciata di astenuti: troppi. “Qui, all’interno della nostra cerchia, accetto
ogni voto contrario e ogni dubbio. Ma laggiù (nella plenaria al Bundestag)
abbiamo bisogno di una maggioranza politica stabile” avrebbe affermato Merz,
secondo la ricostruzione della tv Ard: “Qualsiasi altra soluzione ci porterà
alla rovina”. La dirigenza ha invitato gli avversari alla riforma a presentarsi
entro giovedì all’amministratore delegato parlamentare Steffen Bilger, per
coinvolgerli in una discussione personale. Alexander Schweitzer, vicepresidente
Spd e governatore della Renania-Palatinato rispondendo in un talk show della ZdF
ha dichiarato che se qualcosa va storto venerdì il “governo si trova ad
affrontare un problema enorme”.
Un aiuto insperato potrebbe giungere dalla Linke che avrebbe deciso di astenersi
e non votare contro. Senza l’opposizione dei 64 voti del partito di sinistra, la
maggioranza godrebbe di un insperato confortevole cuscinetto di 44 voti, perché
le astensioni non vengono computate nel conteggio della maggioranza semplice.
Spiega la capogruppo della Linke, Heidi Reichinnek, che il fatto che il governo
intenda almeno stabilizzare il livello delle pensioni al 48 percento è “davvero
il minimo assoluto”.
L'articolo Le pensioni mettono in bilico il governo Merz: i ribelli sono i
giovani della Cdu. Fiato sospeso per il voto al Bundestag proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Vent’anni fa, il 22 novembre 2005, Angela Merkel – prima cancelliera donna nella
storia della Germania – inaugurava il suo primo governo. Sarebbe rimasta alla
guida del paese per 16 anni sino all’8 dicembre 2021. Per rendere bene l’idea,
basta considerare che nello stesso periodo in Italia si sarebbero succeduti i
governi Berlusconi III, Prodi II, Berlusconi IV, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni,
Conte I, Conte II, Draghi.
Il primo passo che l’avrebbe condotta alla cancelleria lo mosse nel 2000, quando
fu eletta segretaria dell’Unione cristiano democratica (Cdu). Un partito
tradizionalmente dominato da uomini, e in quel momento concretamente dominata da
un uomo: Helmut Kohl, anche lui reduce da 16 anni di cancellierato, recentemente
travolto dallo scandalo dei fondi illeciti al partito. Merkel ne aveva fatto
pubblica abiura l’anno prima in un pezzo pubblicato dalla Frankfurter Allgemeine
che le guadagnò le inimicizie di alcuni esponenti di spicco del partito, tra cui
un giovane Friedrich Merz.
L’inevitabile paragone tra le politiche della Cdu dell’era Merkel e i proclami
psicotici dell’attuale governo Cdu a guida Merz sono una catarsi gattopardiana
all’incontrario: sembra che non sia cambiato nulla, e infatti è cambiato tutto.
Su immigrazione, diritti civili, transizione verde etc. nel giro di pochi anni
la Cdu è sostanzialmente diventata un’AfD che ce l’ha fatta.
Ma se c’è un ambito in cui la distanza tra Merkel e Merz è davvero siderale è la
difesa. Nel 2010, con l’appoggio dell’allora ministro della difesa Karl-Theodor
zu Guttenberg (quello che fu poi costretto a ritirarsi per aver scopiazzato la
tesi di dottorato) il governo Merkel approvò la più grande riforma delle forze
armate del dopoguerra riducendo l’organico da circa 250mila a 185mila effettivi
e abolendo la leva obbligatoria. Il successore di Guttenberg, Thomas de Mazière,
abbassò ulteriormente la soglia a 170mila.
Uno dice: grazie, mica c’era la guerra in Ucraina! Ma neanche nel 2014, quando
Putin annesse la Crimea, il governo tedesco ritenne opportuno correre al riarmo:
approvò sanzioni economiche contro la Russia e condannò pubblicamente la mossa
come inaccettabile violazione dell’integrità di uno stato sovrano. Ma allo
stesso tempo, Merkel (che parla russo) sottolineò sempre l’importanza di
mantenere aperto il dialogo con Putin (che parla tedesco). In un’intervista
dell’agosto 2014, rispondendo a un giornalista che le chiedeva se non ci fosse
il rischio che l’annessione venisse sostanzialmente accettata dalla comunità
internazionale, dichiarò: “Dovremo avere pazienza, ma anche la divisone della
Germania durò 40 anni, non fu mai accettata dalla Germania Federale e fu alla
fine superata pacificamente.”
Anche nel giugno 2021, quando si era ormai alla vigilia dell’invasione russa
dell’Ucraina, l’ormai dimissionaria Merkel (con l’appoggio del presidente
francese Hollande) sostenne la necessità di un vertice tra Putin ed Unione
Europea per affrontare il problema del Donbass e del mancato rispetto degli
accordi di Minsk, nella speranza di evitare un’escalation militare. Alle
critiche del premier ultranazionalista polacco Morawiecki che considerava l’idea
“un premio a Putin” fece notare che il dialogo tra capi di stato e di governo
era sempre esistito, persino durante la guerra fredda.
Invece l’incontro non si fece, perché ebbero la meglio Morawiecki e i suoi
colleghi baltici, come ha raccontato solo pochi giorni fa Angela Merkel in
un’intervista a Partisan (un portale indipendente ungherese), scatenando le
reazioni incontrollate di alcuni ministri degli esteri degli stati baltici. I
quali si troveranno certo a loro agio con la novella frenesia militaresca di
Friedrich Merz e del suo governo (di coalizione con la Spd), che è già riuscito
a cambiare la costituzione per allentare i vincoli di bilancio sulle spese
militari, far dichiarare al suo ministro degli esteri che la Russia sarebbe
sempre stata una minaccia per la sicurezza europea, annunciare di voler riarmare
la Germania fino a farle avere l’esercito più grande d’Europa (certi vizietti
sono duri a morire), valutare la reintroduzione della leva obbligatoria, portare
l’educazione alla guerra nelle scuole e, per la prima volta dalla fine della
seconda guerra mondiale, stazionare fino a 4.800 soldati al di fuori del
territorio tedesco. Dove? Proprio in uno stato baltico, la Lituania.
Merz è anche lo stesso che a giugno espresse sincera gratitudine per l’esercito
israeliano che sotto la brillante e coraggiosa guida di Benjamin Netanyahu
avrebbe fatto lo “sporco lavoro” di eliminare Hamas a beneficio di tutti noi.
Assumendo che almeno in quanto a longevità il governo Merz porti avanti la
tradizione della Cdu, se in soli 7 mesi è già riuscito a inanellare una simile
serie di traguardi, viene da chiedersi: dove arriverà nei restanti 15 anni e
mezzo? All’atomica?
L'articolo Dal pacifismo di Merkel al militarismo di Merz: così la Germania è
passata dal dialogo al riarmo in soli vent’anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se non tempesta, quantomeno vento forte agita la AfD. Il principale partito di
opposizione tedesco si divide sulla contiguità con la Russia. Rainer Rothfuß,
deputato AfD della Baviera, circoscrizione elettorale dell’Oberallgäu (Alta
Algovia), ha suscitato l’ira della dirigenza del gruppo parlamentare. Ha
presentato una richiesta di viaggio al gruppo di lavoro per gli affari esteri
che è stata approvata. Tuttavia, non ha menzionato la sua intenzione di
incontrarvi l’ex presidente russo Dmitrij Medvedev; già l’anno scorso, peraltro,
era andato con una delegazione a Sochi e vi si era fatto fotografare insieme a
lui. Alice Weidel vuole adesso evitare che circolino di nuovo immagini che
danneggerebbero il partito. Tanto più dopo che l’esperta di politica estera
Susanne Fürst, del partito austriaco confratello FPÖ, invitata a una riunione
del gruppo parlamentare blu, ha chiarito che dall’inizio della guerra di
aggressione contro l’Ucraina neppure un parlamentare FPÖ è andato in Russia.
Weidel ha quindi criticato il gruppo di lavoro per gli affari esteri del suo
partito in modo insolitamente aspro: la richiesta avrebbe dovuto essere
esaminata più approfonditamente, in anticipo e “per dirla senza mezzi termini,
non riesco a capirne il senso. Io non l’avrei fatto in quel modo”. E infine ha
deciso: “Il signor Rothfuß rimarrà qui”. Raramente qualcuno è stato rimproverato
così pubblicamente dalla dirigenza del partito negli ultimi tempi. Tanto più che
il destinatario è Markus Frohnmaier, portavoce per la politica estera, uno dei
più stretti confidenti di Weidel, il cui crescente desiderio di riconoscimento
aveva peraltro già provocato la sua insofferenza. Successivamente, Weidel ha
cercato però di limitare i danni di immagine e ha dichiarato che “Markus
Frohnmaier guida il gruppo di lavoro affari esteri in modo assolutamente
impeccabile”. La AfD affronta una crescente opposizione da parte di CDU/CSU,
soprattutto per i contatti con la Russia. I partiti di Governo hanno persino
voluto un dibattito parlamentare dal titolo: “Impatto delle relazioni dell’AfD
con la Russia sugli interessi di sicurezza della Germania – Non patriottismo, ma
una potenziale minaccia alla nostra sicurezza”. L’accusa va oltre il viaggio: è
che l’AfD funge da cavallo di Troia per gli interessi del Cremlino e, attraverso
numerose interrogazioni su consegne di armi all’Ucraina, renderebbe facilmente
reperibili al FSB russo informazioni militari.
In seno alla AfD è in pieno svolgimento una discussione sull’orientamento della
politica estera. Weidel cerca un riavvicinamento con gli USA di Trump, per
recuperare il sostegno avuto con Elon Musk, poi finito in ombra. In questo senso
va letta la sua critica aperta alla Russia di fine settembre dopo gli incidenti
nello spazio aereo della NATO, in cui sostiene che la pazienza di Trump non va
messa alla prova. Il gruppo di lavoro per gli affari esteri sembra invece
vederla diversamente e ha approvato all’unanimità il viaggio programmato da
Rothfuß. In questa scia anche il co-presidente del partito Tino Chrupalla, che
difende i contatti con la Russia. Chrupalla d’altronde proviene dalla ex
Germania Est, dove sono ancora diffusi sentimenti filorussi. Ha ribadito che
Mosca non rappresenta una minaccia per la Germania, sottolineando che il viaggio
a Sochi sarebbe un incontro dei paesi BRICS, a cui parteciperanno anche
rappresentanti di India e Cina. Riferendosi specificamente a Vladimir Putin, ha
detto “non mi ha fatto nulla” e ha spiegato che “il mio obiettivo è chiaramente
quello di attuare una politica di distensione, di cui abbiamo finalmente
bisogno”. Alla domanda di un anchorman della ZDF, sull’ipotesi di una guerra
ibrida all’orizzonte e sulla situazione in Ucraina, con milioni di persone in
fuga, ha risposto che qualsiasi paese potrebbe diventare un pericolo per la
Germania: “Anche la Polonia potrebbe rappresentare una minaccia per noi”, ha
detto ricordando che la Germania non sta estradando un sospettato dell’attentato
al gasdotto Nord Stream.
Di altro avviso il portavoce per la politica di difesa del gruppo parlamentare
AfD, Rüdiger Lucassen, un ex colonnello. “Vediamo sistemi d’arma russi ogni
settimana in aree in cui non dovrebbero essere presenti. Vediamo uno Stato che
non mostra alcuna volontà di procedere verso la pace”, ha dichiarato alla Bild
dicendo che parlare della Polonia come di una minaccia non ha nulla a che fare
con la politica. Sullo sfondo della lotta intestina al partito ci sono le
elezioni regionali del prossimo anno: l’8 marzo in Baden-Württemberg e il 22
marzo in Renania-Palatinato, all’ovest; il 6 settembre in Sassonia-Anhalt e il
20 settembre in Meclemburgo-Pomerania e per l’Abgeordnetenhaus di Berlino,
all’est (oltre a comunali in Baviera, Assia e Bassa Sassonia). L’ultimo
sondaggio ARD registra che AfD raccoglie la delusione per le politiche degli
altri partiti, ma il potenziale di acquisire nuovi elettori parrebbe in gran
parte esaurito. AfD è già classificata come “decisamente estremista di destra”
in quattro Stati federali e sono in corso ulteriori procedimenti. Dopo lo
scandalo per i sospetti di corruzione legati all’eurodeputato Maximilan Krah, un
suo consigliere comunale di Ilmenau, in Turingia, è adesso al centro di indagini
per i piani di rapimento dell’ex ministro Lauterbach (caso che ha già visto
cinque condanne a marzo).
Peraltro, l’atteggiamento verso AfD non è affatto monolitico come viene
dichiarato. Il deputato della SPD Sebastian Fiedler, in vista delle future
elezioni in Sassonia-Anhalt, ha chiesto la cancellazione mirata di dati
governativi in caso di vittoria della AfD; ancorché la legge faccia esplicito
riferimento al “trattamento caso per caso” e quindi una campagna di
cancellazione su larga scala — volta ad esempio a rimuovere dai file
informazioni particolarmente sensibili sull’AfD o sul suo ambiente — sarebbe
illegale. Per contro, per votare l’ammorbidimento della legge europea sulle
catene di fornitura, i conservatori della EVP non hanno esitato ad accettare
anche il voto dell’estrema destra riunita nel gruppo EKR, tra cui — insieme agli
italiani FdI, ai francesi RN e agli ungheresi PfE — c’è anche AfD. Per
Socialdemocratici, Verdi e Liberali nell’Europarlamento si è trattato della
rottura di un tabù e l’euro-rappresentante di AfD Mary Khan ha esultato parlando
della “caduta del muro antincendio”.
Al capogruppo EVP Manfred Weber non è rimasto che ribadire che AfD è isolata ed
i suoi voti non erano necessari; incassandone conferma dalla socialdemocratica
René Repasi, che però ha stigmatizzato il ricorso a quelli degli schieramenti di
Le Pen e Orban. In Germania il cancelliere Friedrich Merz, a gennaio, aveva
accettato i voti di AfD per l’approvazione della continuazione dei respingimenti
alle frontiere; subissato di critiche, ha corretto il tiro e ora ammette che i
blu, che finora tallonano nei sondaggi la CDU, sono i suoi principali avversari.
Tra i simpatizzanti dell’Unione CDU/CSU, peraltro, se il più recente sondaggio
ARD dice che il 41% esclude sempre qualsiasi collaborazione con AfD, ben il 46%
auspica che si scelga caso per caso e il 10% che si dovrebbe ricercare un
sostegno. L’istituto Infratest-dimap (dati 6 novembre) dà CDU/CSU al 27% e AfD
al 26%; i sondaggi del concorrente Forsa, invece (dati dell’11 novembre) danno
CDU/CSU al 24% e AfD al 26%.
La direzione del gruppo parlamentare prevede ora di organizzare diversamente il
processo di approvazione: i viaggi dei membri del gruppo parlamentare o del
personale in “Stati politicamente esposti” o per riunioni con “persone
particolarmente esposte” dovranno essere approvati preventivamente dal comitato
esecutivo del gruppo parlamentare. Le richieste di viaggio dovranno essere
presentate almeno dieci giorni lavorativi prima della partenza, specificando
motivo e scopo del viaggio, i contatti previsti e le modalità di finanziamento.
Il viaggio a Sochi si terrà però comunque senza Rainer Rothfuß. Nei prossimi
giorni — riporta ARD — si recherà in Russia il deputato Steffen Kotré. La
direzione del gruppo parlamentare gli ha dato alcune linee guida: niente
attività sui social media, niente foto con politici russi e niente interviste
con emittenti televisive russe.
L'articolo Germania, scontro interno all’AfD tra viaggi in Russia e veleni
incrociati. In crisi la strategia estera del partito proviene da Il Fatto
Quotidiano.