Gran Bretagna, Germania e Italia unite per garantire la navigazione attraverso
lo Stretto di Hormuz: questa la nuova alleanza confermata da Downing Street che
spiega come i premier Starmer, Merz e Meloni abbiano avuto alcune conversazioni
telefoniche sull’escalation in Medio Oriente. I tre “hanno concordato sulla
vitale importanza della libertà di navigazione per le navi che attraversano
queste acque” e “hanno inoltre concordato di collaborare strettamente nei
prossimi giorni di fronte alle minacce iraniane“, ha riferito un portavoce di
Downing Street. I tre capi di governo si sono confrontati nel corso di alcune
chiamate telefoniche separate e hanno chiuso la comunicazione promettendosi di
“lavorare strettamente insieme“.
Secondo quanto riferito da Downing Street, Il premier Starmer “ha aggiornato i
colleghi sulle misure difensive in corso adottate dal Regno Unito nella regione
negli ultimi giorni, a sostegno dei nostri partner nel Golfo” e ha aggiunto che
il Paese “sta lavorando con i nostri alleati su una serie di opzioni per
sostenere il trasporto marittimo commerciale attraverso lo Stretto man mano che
il quadro delle minacce si evolve”.
Da segnalare è l’assenza in questa triplice alleanza del presidente della
Repubblica francese, Emmanuel Macron, che solo ieri era intervenuto dichiarando
di star preparando una futura missione “puramente difensiva” per riaprire lo
stretto di Hormuz e scortare le navi “dopo la fine della fase più calda del
conflitto” in Medio Oriente. Da comprendere ora come questa triplice alleanza si
manifesterà concretamente a difesa dello Stretto di Hormuz e di come possa poi
andare di pari passo con le iniziative francesi nell’area.
L'articolo Anche l’Italia a difesa dello Stretto di Hormuz: triplice alleanza
tra Meloni, Starmer e Merz per garantire la libera navigazione proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Friedrich Merz
L’Europa non può non fare i conti con la Cina. E nonostante le minacce
commerciali di Donald Trump, i leader europei hanno capito che con Pechino si
deve dialogare e, soprattutto, fare affari. Così, dopo il primo ministro
britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron, anche il
cancelliere tedesco, Friedrich Merz, è volato nella Repubblica Popolare per
incontrare Xi Jinping. Il clima era apparso ottimo fin dalla vigilia, con il
leader della Cdu che si era detto impaziente di arrivare nel Paese asiatico,
preannunciando che “sarebbe un errore perseguire un decoupling dalla Cina”,
tagliare le relazioni equivale a “darci la zappa sui piedi”.
E di risultati il cancelliere sembra averne portati a casa. Accolto con gli
onori militari dal premier Li Qiang nella Grande Sala del Popolo, Merz ha poi
visto Xi alla Diaoyutai State Guesthouse, prima di dirigersi a Hangzhou, polo
logistico e tecnologico della Cina orientale. Un viaggio che aveva l’obiettivo
di chiudere cinque accordi intergovernativi per rafforzare la cooperazione
climatica e riaprire la strada alle esportazioni tedesche di carne di maiale,
ferme dal 2020 per la peste suina. Sul tavolo anche intese tra il China Media
Group e le associazioni tedesche di calcio e ping-pong oltre a, ha annunciato
Merz, l’acquisto di ulteriori 120 aeromobili Airbus da parte di Pechino.
La Germania intende ampliare le relazioni economiche e diplomatiche con la Cina,
ci sono grandi potenziali di crescita per entrambi i Paesi, ha dichiarato Merz
durante l’incontro: “Attribuisco grande importanza al mantenimento e
all’approfondimento di queste relazioni, ove possibile. Condividiamo la
responsabilità nel mondo e dovremmo essere all’altezza di questa responsabilità
insieme. C’è un grande potenziale di ulteriore crescita” che richiede “canali di
comunicazione aperti”. Il cancelliere ha poi voluto sottolineare che anche da
parte di Pechino deve arrivare uno sforzo per rendere la cooperazione più equa:
“Abbiamo preoccupazioni molto specifiche riguardo alla nostra cooperazione, che
vogliamo migliorare e rendere equa“.
Da parte sua, il leader cinese ha confermato di voler alzare il livello della
cooperazione tra i due Paesi: “Desidero collaborare con il cancelliere con
sforzi congiunti per far progredire costantemente il partenariato strategico
globale tra Cina e Germania verso nuovi livelli”, ha detto nel corso
dell’incontro. E ha poi voluto sottolineare la necessità di rimettere al centro
il ruolo delle Nazioni Unite, diventate obiettivo degli attacchi, tra gli altri,
di Israele e Stati Uniti: “Germania e Cina devono affrontare insieme le sfide e
sostenere la posizione di centralità dell’Onu, riaffermandone il ruolo guida,
oltre ad assumere un ruolo di primo piano nella salvaguardia del
multilateralismo, nell’applicazione dello Stato di diritto internazionale, nella
difesa del libero scambio e nella promozione della solidarietà e del
coordinamento”, ha detto il presidente cinese. Parole alle quali Merz ha
replicato ricordando che anche Pechino deve usare tutta la sua influenza per
convincere la Russia a mettere fine al conflitto in Ucraina.
Il clima appare decisamente cambiato da quando il Paese orientale era stato
definito dalla Commissione europea un “rivale sistemico“. Merz si è presentato
in Cina con una delegazione di circa 30 aziende. L’obiettivo, come detto, è
quello di allargare la cooperazione commerciale e diplomatica, ma allo stesso
tempo quello di ridurre la dipendenza da Pechino, oggi primo partner commerciale
della Germania con un interscambio da 251,8 miliardi di euro.
L'articolo Anche Merz vola da Xi Jinping per accordi su clima ed export:
“Tagliare le relazioni sarebbe come tirarsi la zappa sui piedi” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Alla conferenza di Monaco, la premier Giorgia Meloni è assente. Il motivo è
legato al suo impegno in Etiopia, ad Addis Abeba, per discutere il “piano
Mattei”. Tuttavia, la frattura rilevata dal cancelliere Merz rispetto
all’America “Maga” e alla concezione del mondo di Donald Trump, spinge Meloni ad
un intervento a distanza, sollecitata da alcuni giornalisti. “È evidente che
siamo in una fase molto complessa delle relazioni internazionali, siamo anche in
una fase particolare dei rapporti tra Europa e Stati Uniti. Credo che Merz
faccia una valutazione corretta quando dice che l’Europa deve occuparsi di se
stessa, che deve fare di più sulla sicurezza, sulla colonna europea della Nato.
Su questo io sono d’accordo, indipendentemente, come ho detto tante volte, dal
rapporto con gli Stati Uniti”.
Sul concetto di Make America Great Again, Meloni cerca la distanza con Berlino:
“No, direi di no”, dice la premier a chi le chiede se concorda con Merz su Maga,
e continua: “Sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene ma non è
un tema di competenza dell’Unione europea, sono valutazioni dei partiti
politici”. Il cancelliere ieri era stato esplicito: “Tra Usa e Ue si è aperto un
divario; la cultura Maga non è la nostra; l’ordine del dopoguerra non c’è più e
bisogna rifondare l’Alleanza atlantica”. Dunque, Meloni prosegue la sua linea
cercando di restare allineata e coperta con l’Unione senza urtare la sensibilità
di The Donald.
Non è la prima volta che la premier mostra vicinanza al mondo Maga. Lo scorso
aprile, dopo l’incontro alla Casa Bianca con il presidente americano, aveva
persino coniato uno slogan partendo da quello originale: “Rendiamo l’Occidente
di nuovo grande. Make the West Great Again. Quando parlo di Occidente, non parlo
di uno spazio geografico ma di una civiltà. E voglio rendere questa civiltà più
forte”. Durante la conferenza stampa di inizio 2026, Giorgia Meloni ha difeso le
scelte della Casa Bianca anche su temi come Venezuela e Groenlandia, di cui il
tycoon rivendica il possesso per far meglio dell’Europa che – a suo dire – l’ha
lasciata in balia di Cina e Russia. La premier in quella occasione ha però
ribadito che mantiene una libertà di pensiero rispetto alle strategie di The
Donald: “Quando non sono d’accordo, glielo dico”. Sicuramente lo ha fatto sapere
in tempo reale alla Germania: l’America Maga non si tocca. Parola di Meloni
L'articolo La Germania e la frattura dell’Ue con l’America Maga di Trump. Meloni
sta con il tycoon: “Non sono d’accordo con Merz” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Una protezione di marca francese. Jet Rafale dotati di testate atomiche da
schierare in Germania, Polonia, Danimarca, Paesi Baltici (Estonia, Lettonia,
Lituania) e Svezia. “Ho avviato colloqui riservati con il presidente francese
sulla deterrenza nucleare europea”, ha detto il cancelliere tedesco Friedrich
Merz alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco; l’obiettivo, per Berlino, è
evitare la nascita di “zone con livelli diversi di sicurezza all’interno
dell’Europa”. Merz comunque precisa: non si tratterebbe di una attività
alternativa, ma di una protezione “aggiuntiva” a quella di marca Nato.
Un contesto nuovo per l’Europa, sulla base dei cambiamenti imposti dall’America
di Trump. Anche se a Monaco il segretario di Stato americano Rubio assicura:
“Vogliamo che l’Europa sia forte. Crediamo che l’Europa debba sopravvivere. In
definitiva, il nostro destino è intrecciato al vostro”. Resta il dato di fatto:
con un capo della Casa Bianca che fornisce ogni giorno una chiave di lettura
diversa rispetto al conflitto in Ucraina avviato dalla Russia con una invasione
che dura da quattro anni, l’Europa ha capito che è il momento di fare da sola.
Ma le questioni da risolvere non sono di poco conto: i paesi dell’Unione stanno
investendo somme considerevoli per ammodernare le rispettive capacità militari.
Nel 2025, l’Unione Europea e il Regno Unito hanno speso complessivamente oltre
530 miliardi di dollari per la difesa. Il tasto dolente resta sempre quello
economico: “Il deterrente nucleare francese non è l’ombrello nucleare che la
Nato ci offre – ha dichiarato a Bloomberg il primo ministro belga Bart De Wever
– e quando si parla di armi nucleari, significa spendere molti soldi”.
Per quel che riguarda la protezione nucleare, Francia e Regno Unito hanno circa
400 testate nucleari schierate, contro le 1.670 degli Stati Uniti. Parigi e
Londra spendono per il loro arsenale nucleare circa 12 miliardi l’anno e nel
2025 hanno firmato la Dichiarazione di Northwood, con questo impegno: “Le nostre
forze nucleari sono indipendenti, ma possono essere coordinate e dare un
contributo significativo alla sicurezza complessiva dell’Alleanza, nonché alla
pace e alla stabilità nella regione euro-atlantica”.
Il gruppo di studio dell’Ifri (Institut français des relations internationales)
ritiene che l’Eliseo potrebbe schierare aerei da combattimento con capacità
nucleare in altri paesi europei, o comunque richiedere una maggiore
partecipazione dei paesi Nato alle esercitazioni nucleari francesi e una più
stretta cooperazione tra la Francia e il Gruppo di Pianificazione Nucleare della
Nato. Nello stesso tempo, c’è da tenere in considerazione il fattore politico
francese, che ha in programma il prossimo anno le nuove elezioni presidenziali e
i principali avversari di Macron – Il Rassemblement Nazionale di Marine Le Pen e
Jordan Bardella – quest’ultimo favorito nei sondaggi – non fanno mistero di
essere contrari a una condivisione della deterrenza nucleare francese,
soprattutto in chiave di protezione dalla Russia.
L'articolo Una protezione nucleare in Europa a trazione francese. Berlino tratta
con Parigi ma Merz precisa: “Non sarà una alternativa alla Nato” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Due medaglie d’oro, la consacrazione olimpica e il dominio incontrastato della
Germania nello slittino maschile. E poi una chiamata persa. Non una qualunque,
ma quella del cancelliere tedesco. Se Max Langenhan voleva dimostrare di essere
umano oltre che campione, ci è riuscito perfettamente. Il 25enne della Turingia
ha confermato a Milano-Cortina 2026 di essere il punto di riferimento assoluto
della disciplina. Bicampione del mondo in carica, ha conquistato l’oro nella
gara individuale succedendo a Johannes Ludwig nell’albo d’oro olimpico. Non
solo, ha messo la firma anche sul successo della Germania nella prova a squadre,
davanti all’Austria e all’Italia. Una doppietta prodigiosa.
Fin qui, tutto secondo copione. Poi arriva la parte fuori programma. La sera
dopo il trionfo individuale, mentre probabilmente il telefono vibrava tra
messaggi di congratulazioni, Langenhan si è trovato davanti a un numero
sconosciuto. E ha fatto quello che milioni di persone fanno ogni giorno: non ha
risposto. Solo più tardi è arrivata la rivelazione: dall’altra parte della linea
c’era Friedrich Merz, il cancelliere tedesco in persona. “Devo essere sincero,
ho commesso un piccolo passo falso”, ha ammesso Langenhan tra le risate dei
presenti al Cortina Sliding Centre. “Forse riusciremo a sentirci di nuovo nei
prossimi giorni. In ogni caso, sono davvero orgoglioso”. Il campione non si è
limitato alla confessione pubblica. In un video pubblicato su Instagram ha
deciso di rivolgersi direttamente al politico: “Caro Friedrich, mi dispiace
tanto”.
L'articolo Max Langenhan “snobba” il cancelliere tedesco: dopo l’oro olimpico
Merz lo aveva chiamato con un numero sconosciuto proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Nuovo debito comune per finanziare difesa e tecnologia e “preferenza europea”
nei settori strategici per rilanciare l’industria del Vecchio continente.
Intervistato da un gruppo di quotidiani europei, Emmanuel Macron ribadisce le
sue priorità per il futuro di un’Europa che non lo vedrà più protagonista – il
suo mandato scade l’anno prossimo e non potrà candidarsi alle prossime
presidenziali – e che già oggi lo vede ai margini. Mentre a dare la linea in
vista del vertice europeo informale sulla competitività di giovedì in Belgio e
del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo è ormai il nuovo asse Giorgia
Meloni-Friedrich Merz. Che anche per non turbare il delicato equilibrio con gli
Usa di Donald Trump non intende procedere sulla strada dell’emissione di
eurobond e sul buy European.
“L’Europa deve decidere se diventare una potenza. Se dovessimo rimanere un
mercato aperto ai quattro venti saremo spazzati via. La domanda è se siamo
capaci di diventare una potenza, sul piano economico, finanziario, militare e
anche a livello democratico. È giunto il momento del risveglio europeo, siamo
alle prese con uno stato di emergenza che impone una reazione massiccia”, è la
chiamata alle armi del presidente francese, che parla però da una posizione di
estrema debolezza visto che i conti pubblici del Paese sono in condizioni
pessime (il governo di Sébastien Lecornu è riuscito per un pelo, solo a inizio
febbraio, a farsi approvare la legge di bilancio), l’import è strutturalmente
superiore all’export e la manifattura sempre meno competitiva. Macron tenta di
rispondere attaccando e il primo obiettivo è Washington, come evidente quando
quando parla di “promuovere l’internazionalizzazione del ruolo dell’euro,
introducendo tra le altre cose l’euro digitale o sviluppare stablecoins in
euro”, e di interrompere la dipendenza nei servizi di pagamento da Visa e
Mastercard. Non a caso il leader di Renaissance è stato tra i pochi leader Ue a
invocare esplicitamente l’uso del cosiddetto “strumento anti coercizione”, da
ultimo per rispondere alla minaccia (poi rientrata) dei dazi nei confronti dei
Paesi che hanno inviato militari in Groenlandia. Ma Germania e Italia sono con
tutta evidenza assai meno propense, anche per motivi legati alla difesa
dell’Ucraina, ad adottare una postura muscolare nei confronti della Casa Bianca.
Per quanto riguarda il futuro del manifatturiero Berlino e Roma, che crescono
ben poco e devono affrontare enormi problemi strutturali ma restano esportatori
netti, temono che premere l’acceleratore sul made in Europe – attraverso il buy
European o la ‘preferenza europea’ per appalti pubblici e incentivi statali –
equivalga a “chiudersi” riducendo l’attrattività della Ue come destinazione di
investimenti stranieri. Per non parlare dell’effetto boomerang per industrie,
come quella dell’auto, che hanno già spostato parti importanti della produzione
fuori dai confini continentali. La preferenza va quindi al rafforzamento del
mercato unico con l’eliminazione delle barriere interne residue (differenze
normative, regole sugli appalti ecc) e all’allargamento degli accordi
commerciali.
Difficile che abbia vita facile la proposta di Industrial Accelerator Act che il
commissario all’Industria Stéphane Séjourné, sodale ed ex ministro di Macron,
presenterà ufficialmente il 25 febbraio: nella bozza si prevede tra il resto che
appalti, incentivi e schemi di sostegno pubblici debbano orientarsi verso
prodotti fabbricati nell’Unione, soprattutto nei settori più esposti alla
concorrenza. Per Berlino e Roma, come da documento politico congiunto approvato
a fine gennaio, le priorità sono altre: catene di approvvigionamento “più solide
e diversificate”, riduzione della burocrazia con ulteriori pacchetti omnibus
come quelli molto discussi già varati dalla Commissione come previsto dalla
Bussola per la competitività presentata un anno fa, rilancio del mercato
interno, politica commerciale ambiziosa.
Infine il capitolo eurobond. Parlando a diversi giornali europei, tra cui Le
Monde e Il Sole 24 Ore, l’inquilino dell’Eliseo spiega che “alla luce delle
costrizioni di cui sono oggetto i bilanci nazionali” – e il primo che viene alla
mente è quello francese, con un deficit ancora sopra il 5% del pil – “è il
momento giusto, come abbiamo fatto per gli aiuti all’Ucraina lo scorso dicembre,
per avviare una capacità comune di indebitamento per queste spese future (…)
Peraltro, i mercati mondiali richiedono attivi sicuri e liquidi e chiedono
debito europeo”. “Si tratta in ultima analisi”, conclude Macron citando come
esempi la necessità di investire di più nell’intelligenza artificiale e nella
ricerca quantica per non essere “spazzati via”, di “finanziare insieme grandi
programmi europei” come previsto anche dal rapporto Draghi sul futuro della
competitività presentato due anni fa dall’ex numero uno della Bce su richiesta
della presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Ma il governo Merz ha
ribadito anche martedì – un funzionario vicino al cancelliere ha parlato a
Politico – che la Germania è contraria perché “distrae dall’argomento
principale, ovvero il problema della produttività“. Meloni non è affatto
pregiudizialmente contraria ma al momento ne ha meno bisogno, avendo sistemato i
conti anche grazie al fiscal drag e ottenuto la clausola di salvaguardia che
dopo l’uscita dalla procedura di infrazione consentirà all’Italia di fare debito
per aumentare la spesa in difesa senza che questo pesi sui vincoli del Patto di
stabilità.
I pesi specifici dei due schieramenti si misureranno giovedì, giorno del vertice
informale nel castello di Alden Biesen, presenti anche Draghi ed Enrico Letta.
Di sicuro c’è che al pre-summit a trazione Meloni-Merz parteciperanno “oltre
venti partecipanti“, secondo fonti del governo tedesco, tra cui lo stesso
Macron. E che von der Leyen ieri – oltre ad esprimersi a favore della preferenza
europea – ha aperto a un maggiore ricorso, anche in vista dell’adozione di
misure per la competitività, alle “possibilità previste dai trattati in materia
di cooperazione rafforzata“: è il concetto di Europa a più velocità, in cui un
gruppo di Paesi può andare avanti anche se gli altri non sono d’accordo. Ogni
decisione è comunque rinviata al Consiglio di marzo, quando la presidente della
Commissione proporrà che, “insieme al Parlamento e al Consiglio, approviamo una
tabella di marcia comune sul mercato unico”.
L'articolo Macron rilancia su debito comune e “buy European” per resuscitare
l’industria Ue. Ma l’asse franco-italiano non ci sta proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“È più probabile che venga annunciato che il progetto è terminato piuttosto che
ci sia un suo rilancio”. “Il progetto Fcas è morto, lo sanno tutti, ma nessuno
vuole dirlo”. Quattro fonti divise tra Parigi e Berlino al media Politico fanno
sapere che il Future Combat Air System (Fcas), programma congiunto tra Francia,
Germania e Spagna per la realizzazione di un jet da combattimento di sesta
generazione, sarebbe ormai in via definitiva di archiviazione.
Fu il presidente Macron ad annunciare l’iniziativa assieme all’allora
cancelliera Angela Merkel. Era il 2017. Si è arrivati al 2026 e forse anche il
capo dell’Eliseo ha capito che non sarà più possibile vederlo in volo, il Fcas.
Non è un bel segnale se si pensa che l’Europa sta cercando di affrancarsi dalla
potenza militare degli Stati Uniti, cercando una sua autonomia in termini di
forza bellica.
Ad abbattere il jet sono state soprattutto le controversie industriali,
ricostruisce Politico, tra Dassault e Airbus su leadership, tecnologia e
condivisione del lavoro. Dassault vuole ottenere un maggiore controllo sullo
sviluppo del Next Generation Fighter (NGF), componente chiave del progetto FCAS.
Francia e Germania hanno cercato di appianare le loro divergenze fissando anche
una scadenza al 17 dicembre 2025. Ma i fatti gli hanno dato torto e una
soluzione non è stata trovata.
La Germania dunque si vuole sfilare, e guarda ad un altro progetto, quello
contrassegnato dalla sigla Global Combat Air Programme (GCAP), guidato da
Italia, Regno Unito e Giappone. Ma la Francia non demorde: “Stiamo facendo tutto
il possibile per salvare questo programma. Vedremo come riusciremo a portarlo a
termine”, ha dichiarato Patrick Pailloux, nuovo capo dell’agenzia francese per
gli approvvigionamenti militari. La palla è nel campo tedesco: il cancelliere
Friedrich Merz starebbe valutando diverse opzioni: o separare i componenti già
pensati per il Fcas per realizzare due caccia nazionali o abbandonare
completamente il programma.
Ad anticipare la crisi era stato il Corriere della sera, la scorsa settimana:
durante il vertice italo-tedesco del 23 gennaio Merz aveva parlato con la
premier Giorgia Meloni per sondare il terreno su una possibile partecipazione
della Germania al GCAP. Dopo queste indiscrezioni, racconta Le Parisien, Macron
avrebbe scritto a Merz per chiedere chiarimenti sul futuro del Fcas. I due
leader potrebbero discuterne a margine del Consiglio europeo informale, in
programma questa settimana.
L'articolo Il nuovo caccia franco-tedesco non decolla. Merz “tradisce” Macron e
guarda al progetto curato da Italia, Regno Unito e Giappone proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’Unione europea è chiamata a una scelta di fondo: deve decidere se essere
protagonista o spettatrice degli eventi globali, in un contesto internazionale
segnato da tensioni geopolitiche, incertezze economiche e nuove sfide alla
sicurezza del continente. È il messaggio emerso dal vertice intergovernativo tra
Italia e Germania, svoltosi a Villa Doria Pamphilj, a Roma, tra Giorgia Meloni e
Friedrich Merz. “Questo vertice cade in una congiuntura storica particolarmente
complessa, che impone all’Europa di scegliere se intenda essere protagonista del
suo destino o piuttosto subirlo”, ha detto Giorgia Meloni nel punto con la
stampa. Una fase, ha aggiunto la premier, che richiede “lucidità,
responsabilità, coraggio e soprattutto l’intelligenza necessaria a trasformare
le crisi in opportunità”.
Sul piano bilaterale, il cancelliere Merz ha rivendicato la solidità e la
profondità del rapporto tra Roma e Berlino. “Germania e Italia sono molto
vicine, come non lo sono mai state prima”, ha dichiarato, ricordando che nel
2026 ricorrerà il 75° anniversario delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi.
Un legame che affonda le sue radici nella storia dell’integrazione europea, dal
momento che Italia e Germania figurano tra i Paesi fondatori della Comunità
europea. “Ci sono i presupposti per una cooperazione ancora più stretta – ha
sottolineato –. Vogliamo che il 2026 sia l’anno dell’opportunità e delle
decisioni”.
Tra i dossier affrontati, un ruolo centrale lo ha avuto la sicurezza, a partire
dall’Artico. Con l’emergere degli appetiti americani sulla Groenlandia, Merz ha
ribadito che l’Europa deve rafforzare il proprio impegno nella regione “nel
comune interesse transatlantico”, spiegando che negli ultimi giorni i contatti
con i partner europei sulla questione dell’isola artica e della Danimarca sono
stati pressoché quotidiani. “Abbiamo affermato insieme che l’Europa deve fare di
più per la sicurezza dell’Artico”, ha detto il cancelliere, assicurando un
maggiore coinvolgimento tedesco e riaffermando la solidarietà europea “alla
Danimarca e alla popolazione della Groenlandia, nel rispetto della sovranità e
dell’integrità territoriale”.
In questo contesto, e soprattutto la minaccia – poi ritirata – da parte di
Donald Trump di imporre dazi ai paesi della Nato che nei giorni scorsi hanno
inviato le truppe in Groenlandia, Merz è stato netto. “Non vorremmo dei dazi, ma
se una politica tariffaria dovesse danneggiare l’Europa sappiano tutti che siamo
pronti a difenderci”, ha avvertito, sottolineando la necessità per l’Unione
europea di saper reagire “rapidamente, in tempo reale”. Secondo il cancelliere,
l’azione comune europea ha già prodotto risultati concreti, ricordando che
alcune minacce, anche provenienti dagli Stati Uniti, “non si sono poi tradotte
in fatti”. Da qui l’invito a rafforzare gli accordi commerciali con Paesi
affini, citando l’intesa tra Ue e Canada, e a far sentire con maggiore forza la
voce dell’Unione.
Sull’incontro ha aleggiato, inevitabile, l’ombra del presidente degli Stati
Uniti e delle sue iniziative, a partire dal “Board of Peace“. “Io già qualche
settimana fa -a spiegato Merz – dissi al presidente Trump che personalmente
sarei stato disposto ad entrare se si fosse trattato di un organismo che, come
era stato pianificato inizialmente, accompagnasse il processo di pace a Gaza,
anche in una seconda fase, che purtroppo ancora non è iniziata, per disarmare
Hamas. Come è fatto adesso il Board of Peace, a partire dalle sue strutture di
governance, per ragioni proprio di diritto costituzionale, noi non possiamo
accettarlo“.
Una posizione simile a quella espressa da Meloni: Ad oggi, lo statuto del board
“risulterebbe incostituzionale e quindi incompatibile con il nostro ordinamento.
Ritengo pertanto che si debba intervenire: è quanto ho comunicato al Presidente
degli Stati Uniti e agli interlocutori americani, chiedendo anche se vi fosse
disponibilità a riaprire questa configurazione, per andare incontro alle
esigenze non solo italiane, ma anche di altri Paesi europei”. La premier, da
parte sua, si è concentrata anche su un altro dei desideri del tycoon: “Spero
che potremo dare il Nobel per la pace a Trump e confido che possa fare la
differenza anche sulla pace giusta e duratura per l’Ucraina, e quindi finalmente
anche noi potremo candidare Trump al premio”.
Il vertice ha segnato anche un passo avanti nella cooperazione sulla sicurezza
interna. “Abbiamo concluso un accordo di cooperazione in materia di riservatezza
e sicurezza”, ha annunciato Merz, precisando che l’Italia sarà l’unico Paese a
beneficiare di un’intesa di questo tipo pur non confinando con la Germania. Un
segnale, ha spiegato, del livello “particolarmente stretto” di coordinamento tra
Roma e Berlino, che si estende dai temi migratori alla sicurezza europea.
Un’intesa rafforzata, dunque, che punta a consolidare l’asse italo-tedesco, in
una fase in cui le scelte europee appaiono sempre più decisive per il futuro del
continente.
L'articolo Vertice Meloni-Merz, la premier: “L’Ue scelga se essere protagonista
o subire il destino”. Il cancelliere: “Il Board della pace? Così è
inaccettabile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
E’ il 14 giugno del 1940 e le truppe del Terzo Reich sfilano in trionfo sugli
Champs-Élysées. Nei cinegiornali dell’epoca i francesi piangono lacrime di
disperazione. Per sottolineare l’umiliazione, i tedeschi obbligano la
delegazione francese a firmare l’armistizio che ufficializzerà l’occupazione
nazista della Francia in quello stesso vagone ferroviario del maresciallo Foch
in cui, nel 1918, era stato firmato l’armistizio di Compiègne a conclusione
della Prima Guerra Mondiale. Poi, giusto perché da buoni tedeschi sono metodici,
fanno saltare in aria sia il vagone, sia il monumento a Foch.
Il delirio di onnipotenza nazista avrebbe continuato a mietere vittime e
mangiarsi territori ancora per un paio d’anni, prima che le sorti della guerra
cominciassero ad invertirsi portando la Germania al collasso.
Ciononostante, già nel 1941 Spinelli, Rossi e Colorni redigono il Manifesto di
Ventotene che, qualsiasi cosa se ne pensi, è la visione di un’Europa federale
fondata sulla pace, di cui era previsto facessero parte anche i tedeschi:
proprio quei tedeschi ai cui ordini rispondeva il regime fascista che li aveva
mandati al confino a Ventotene.
Pochi anni dopo, nel 1950 – la guerra è appena finita, c’è stato il processo di
Norimberga e l’Europa sta vivendo il trauma di scoprire una dopo l’altra tutte
le atrocità perpetrate dai nazisti – Robert Schumann, ministro degli Esteri
francese, tiene il discorso che passerà alla storia come Dichiarazione Schumann
in cui auspica la creazione di comunità europee di scopo (la prima sarà quella
per il carbone e l’acciaio) che consentano ai paesi europei di collaborare e
scongiurino il rischio del riproporsi di conflitti armati: mettere insieme le
risorse per beneficiarne tutti ed in tal modo rendere impossibile ed impensabile
nuove guerre – soprattutto tra tedeschi e francesi.
Nel 1957 è la volta dei trattati di Roma con cui nasce la Comunità Economica
Europea, antenata diretta dell’Unione Europea. Sempre con i tedeschi, ça va sans
dire.
Com’è possibile che i grandi padri nobili dell’Europa come Spinelli e Schumann,
De Gasperi e Monnet, dopo aver visto ed in alcuni casi vissuto l’orrore della
guerra – e più in particolare quello perpetrato dai nazifascisti – in prima
persona, invece di correre al riarmo in difesa dalla minaccia germanica, invece
di proclamare invettive contro il popolo tedesco, invece di estrometterlo dal
salotto buono della politica internazionale e di sottoporlo ad embargo
commerciale lo abbiano accolto a braccia aperte, e coinvolto come membro
fondatore delle comunità europee? Dopo che nel giro di pochi decenni aveva
scatenato due guerre mondiali?! Dopo che aveva occupato quasi l’intera Europa
continentale?
E’ evidente che non avevano capito nulla! Invece di fare le anime belle,
innalzandosi oltre le logiche fratricide, avrebbero dovuto seguire l’esempio
preclaro di Von der Leyen & co.: col nemico non si tratta. La ricetta per la
pace passa per il riarmo, resistenza ad oltranza e retorica bellicosa – anche a
costo di mettere in ginocchio l’economia e lo stato sociale dei paesi europei.
Lo sa bene anche quel volpone di Friedrich Merz, che dopo aver inanellato una
serie di gaffes assortite, ha pensato bene di reintrodurre la leva obbligatoria,
farneticare dell’ “esercito più grande d’Europa” (does that ring a bell??) ed
insistere strenuamente (per poi restare sonoramente trombato) per espropriare i
beni russi sequestrati dall’inizio della guerra destinandoli all’Ucraina,
seccando così, en passant, un’altra di quelle cosucce di cui ancora potevamo
andare fieri in Europa – lo stato di diritto.
Meno male che ci sono i diplomatici a raffreddare gli animi: ci pensa l’alta
(forse di statura?) rappresentante per la politica estera Kaja Kallas che, dopo
aver dimostrato di non sapere chi abbia vinto la Seconda guerra mondiale
(d’altra parte lei mica è del mestiere) e aver sostenuto che la Russia non sia
mai stata attaccata o invasa da alcun altro stato (mice è una storica, lei), ha
cercato di calmare le acque dichiarando che “la Russia ci odia e vuole
distruggerci”. Nientemeno.
Ecco, fino a qualche anno fa, quando si sentiva criticare l’Europa per scarso
dinamismo, burocrazia ipertrofica, frammentarietà delle politiche, si poteva
ancora ribattere: ok, ma abbiamo lo stato di diritto, abbiamo lo stato sociale e
siamo stati in grado di garantire la pace in un continente storicamente
dilaniato dalle guerre. Ora che i pagliacci si sono impossessati del circo, non
ci resta più neanche quello.
L'articolo L’Ue bellicista coi tedeschi in prima fila: così si è tradita la
missione dei padri fondatori proviene da Il Fatto Quotidiano.
La riforma delle pensioni mette in difficoltà la maggioranza che sostiene il
governo tedesco guidato da Friedrich Merz. Il voto che approverà la legge,
previsto per venerdì al Bundestag, è incerto per un gruppo dissidente
all’interno della Cdu, il partito che esprime il cancelliere. Si tratta dei
“giovani democristiani” che hanno dichiarato che la riforma “non può essere
approvata”, lasciando comunque alla libertà di voto individuale. Si tratta di 18
deputati che all’inizio della legislatura non avevano superato i 35 anni. La
grande coalizione tra Cdu-Csu e Spd raccoglie 328 deputati, le opposizioni 302,
per arrivare alla maggioranza semplice dei 630 deputati occorrono 316 voti,
quindi l’approvazione della riforma è in bilico.
Per evitare che le pensioni vengano disaccoppiate da salari e stipendi, dal 2019
è in vigore un cosiddetto “limite di sicurezza” che garantisce che il livello
pensionistico non scenda al di sotto del 48% di quello dei salari. Il vincolo
scadrebbe alla fine del 2025, la riforma mira a prorogarne la validità fino al
2031. Nei calcoli della pensione, per uno dei genitori che hanno avuto figli
prima del 1992, prevede poi anche il riconoscimento di periodi dedicati alla
loro cura, fino a un massimo di tre anni.
Nell’accordo di coalizione stipulato in primavera i partiti hanno lasciato
aperta la questione di cosa sarebbe successo dopo il 2031, ma con la riforma
verrebbe di fatto perpetuato al 48% dei salari medi. Una soglia molto importante
per la Spd alla luce del fatto che circa il 52% degli anziani fa affidamento in
età avanzata esclusivamente sull’assicurazione pensionistica pubblica; nella ex
Germania orientale la percentuale si attesta intorno al 74%.
Per i giovani di Cdu-Csu però per garantire lo stesso livello delle pensioni
oltre il 2031, lo Stato dovrebbe versare fino a 120 miliardi di euro in più
delle proprie entrate fiscali, soldi che non potrebbe impiegare per altri scopi
a scapito della loro generazione.
Lo stesso Merz ha insistito a non procrastinare il voto. Il pacchetto di riforma
è strettamente legato ad altre misure del governo: la pensione di vecchiaia
anticipata, la pensione attiva e il rafforzamento delle pensioni aziendali. Per
blandire i dissensi il cancelliere ha proposto quindi di includere in una
dichiarazione allegata alla legge l’impegno a realizzare un’ulteriore riforma
radicale delle pensioni a partire dal 2032 e di coinvolgere i giovani della
Junge Union nella commissione preparatoria. Ma questi ultimi sono rimasti quasi
unanimemente rigidi nelle loro posizioni.
Il problema di fondo è comune a tutti i Paesi industrializzati, una riforma è
indispensabile: sono sempre più gli anziani che percepiscono la pensione, ma
sempre meno i giovani che versano contributi al sistema pensionistico e lo Stato
deve versare ogni anno molti miliardi alle casse mutua; al contempo, con la
pensione di vecchiaia molte persone riescono a malapena a sbarcare il lunario.
I partiti di governo hanno raggiunto un accordo per una riforma su diversi
punti, se uno viene rimesso in discussione, l’intero pacchetto, che è già un
compromesso, è rovinato e può aprirsi una frattura insanabile. Il giovane
democristiano Daniel Kölbl ne è cosciente ed ha affermato di aver “deciso di
approvare il pacchetto pensionistico, nonostante i dubbi” perché c’è “bisogno di
un governo funzionante”. I leader della Junge Union Johannes Winkel e Pascal
Reddig invece apparirebbero sempre inamovibili sul no alla legge, anche se non
lo avrebbero esplicitato martedì, allorché l’intero gruppo democristiano è stato
chiamato ad una votazione di prova a porte chiuse ed un confronto sulle
posizioni. Ne sarebbero emersi sempre fino ad una ventina di dissenzienti e una
manciata di astenuti: troppi. “Qui, all’interno della nostra cerchia, accetto
ogni voto contrario e ogni dubbio. Ma laggiù (nella plenaria al Bundestag)
abbiamo bisogno di una maggioranza politica stabile” avrebbe affermato Merz,
secondo la ricostruzione della tv Ard: “Qualsiasi altra soluzione ci porterà
alla rovina”. La dirigenza ha invitato gli avversari alla riforma a presentarsi
entro giovedì all’amministratore delegato parlamentare Steffen Bilger, per
coinvolgerli in una discussione personale. Alexander Schweitzer, vicepresidente
Spd e governatore della Renania-Palatinato rispondendo in un talk show della ZdF
ha dichiarato che se qualcosa va storto venerdì il “governo si trova ad
affrontare un problema enorme”.
Un aiuto insperato potrebbe giungere dalla Linke che avrebbe deciso di astenersi
e non votare contro. Senza l’opposizione dei 64 voti del partito di sinistra, la
maggioranza godrebbe di un insperato confortevole cuscinetto di 44 voti, perché
le astensioni non vengono computate nel conteggio della maggioranza semplice.
Spiega la capogruppo della Linke, Heidi Reichinnek, che il fatto che il governo
intenda almeno stabilizzare il livello delle pensioni al 48 percento è “davvero
il minimo assoluto”.
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giovani della Cdu. Fiato sospeso per il voto al Bundestag proviene da Il Fatto
Quotidiano.