La partita per l’ex Ilva si riapre con la proposta “vincolante” presentata da
Jindal. Ma tra documenti incompleti, nodi finanziari irrisolti e forti dubbi
sull’impatto occupazionale, il confronto tra i pretendenti appare ancora lontano
da un esito definito. Il gruppo indiano ha inviato ai commissari l’offerta in
anticipo rispetto alla scadenza fissata per lunedì. Tuttavia, secondo diverse
fonti, la proposta è solo un avanzamento della manifestazione di interesse già
presentata dieci giorni fa, con cui gli indiani erano tornati sui propri passi
dopo aver abbandonato la gara circa sei mesi fa, e non contiene ancora tutti gli
elementi necessari per una valutazione compiuta. Sia sul piano finanziario sia
sul fronte occupazionale.
Jindal, per cui l’impianto italiano sarebbe un presidio europeo dopo che sembra
essersi impantanato il progetto di rilevare gli impianti ThyssenKrupp in
Germania, indica un obiettivo di 6 milioni di tonnellate annue di acciaio
“verde” entro il 2030, con una fase transitoria sostenuta da due altoforni e una
produzione intermedia intorno ai 4 milioni di tonnellate. A regime, il modello
prevederebbe un forno elettrico a Taranto e due forni elettrici affiancati da
impianti Dri in Oman. Un assetto che solleva interrogativi non solo sulla
tempistica della decarbonizzazione, ma anche sulla reale centralità degli
impianti italiani rispetto alla filiera internazionale del gruppo. La proposta
recepisce inoltre la richiesta del ministero delle Imprese di liberare le aree
non più funzionali alla siderurgia, aprendo a nuovi insediamenti produttivi. Ma
anche su questo fronte restano da chiarire tempi, modalità e ricadute
occupazionali.
Intanto il fondo americano Flacks Group dopo tre mesi di trattativa in esclusiva
conferma il proprio impegno per l’acquisizione del siderurgico e chiede un
confronto diretto con i commissari sottolineando che “la qualità complessiva e
la solidità finanziaria delle proposte rappresentano elementi chiave nella
valutazione del dossier” e “particolare attenzione viene riservata alla reale
capacità di sostenere nel tempo gli ingenti investimenti richiesti, sia sul
piano industriale sia su quello ambientale”.
L’Unione sindacale di base parla apertamente di “trattative ghigliottina”,
denunciando il rischio che la competizione tra gli investitori si traduca in una
corsa a ridurre il perimetro occupazionale. “Sembra una gara a chi lascia a
terra più lavoratori”, accusano Francesco Rizzo e Sasha Colautti, chiedendo
garanzie per tutti i lavoratori, inclusi quelli dell’indotto. La richiesta è di
misure straordinarie per gestire gli esuberi e di un cambio di paradigma, fino
alla nazionalizzazione dell’azienda come unica soluzione per tenere insieme
occupazione e risanamento ambientale.
Ora la decisione passa ai commissari, chiamati entro la prossima settimana a
tirare le fila di un processo che, più che avvicinarsi alla conclusione, sembra
ancora in una fase interlocutoria.
L'articolo Ex Ilva, proposta vincolante di Jindal ma senza dettagli
sull’occupazione. Usb: “Con Flacks una gara a chi lascia a casa più lavoratori”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La partita si riapre o è solo un diversivo? Domanda legittima, visti i corsi e
ricorsi di interessamenti, fughe e grandi ritorni legati all’Ilva di Taranto.
L’ultimo coup de théâtre è andato in scena al Senato, durante un’informativa del
ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Di fronte a un’aula
semi-deserta, con appena una trentina di parlamentari presenti, il titolare del
Mimit ha annunciato che nella notte i commissari di Acciaierie d’Italia, il
gestore del siderurgico in amministrazione straordinaria, hanno ricevuto una
manifestazione di interesse da Jindal, il colosso indiano dell’acciaio che sfidò
ArcelorMittal per prendersi gli impianti nel 2017.
Una notizia “particolarmente rilevante”, l’ha definita Urso visto che si tratta
di un “primario operatore su scala globale” e che l’interessamento arriva mentre
il governo è costretto a vendere per garantire il funzionamento della fabbrica,
attraverso un prestito ponte autorizzato dall’Ue ma vincolato alla cessione.
Attualmente l’unica offerta sul piatto è quella di Flacks Group, family office
di Michael Flacks con zero esperienze nel settore siderurgico. Una proposta,
quella del fondo americano, che presenta diversi punti oscuri e lascia con molti
dubbi anche gli stessi commissari.
Ora però spunta Jindal, il cui nome era emerso già la scorsa settimana dopo un
viaggio in India dello stesso Urso. Il colosso ha offerto un “piano industriale
ambizioso, garantendo il processo di piena decarbonizzazione”, ha affermato il
ministro precisando che la procedura di gara, a differenza di quanto si fece con
Mittal, consente il miglioramento comparativo dell’offerta al fine di meglio
garantire l’interesse nazionale e ricorda che i commissari “attendono proprio
per la giornata di oggi, tutti i chiarimenti” da Flacks.
Con il gruppo statunitense, dal mese di gennaio, il ministro ricorda che è in
corso un negoziato diretto e nel decreto che dà ai commissari il mandato di
trattare è precisata “l’imprescindibilità di 3 requisiti”. Questi sono “la
disponibilità a cedere alcune aree a Taranto e a Genova, non più utilizzate per
la produzione siderurgica, al fine di collocarvi progetti di
reindustrializzazione che sono già in campo; la presenza nella compagine
azionaria dell’offerente di uno o più soggetti industriali del settore
siderurgico, al fine di rafforzare il know how dell’acquirente; da ultimo, ma
direi in primis, la imprescindibilità dei requisiti di sostenibilità finanziaria
dell’operazione nel tempo”.
L'articolo Ilva, ora torna in campo Jindal. Urso: “Ha presentato offerta con
piano industriale ambizioso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
È una delle vertenze italiane più importanti, non fosse altro perché coinvolge
circa 20mila lavoratori tra diretti e indiretti oltre a rappresentare
l’industria chiave per intere filiere che vivono di acciaio. Eppure, nonostante
il momento critico, in Parlamento sembra non interessare a molti. Anzi, a
nessuno o giù di lì. Quando giovedì mattina il ministro delle Imprese e del Made
in Italy Adolfo Urso è arrivato al Senato per la sua informativa su Ilva, l’aula
di Palazzo Madama era pressoché deserta. Gli scranni sono rimasti quasi vuoti in
ogni area dell’emiciclo.
Erano presenti una trentina di parlamentari, appena 9 della maggioranza. Solo
due di Fratelli d’Italia, il partito del ministro. A documentare lo scenario è
stato il senatore del Pd Filippo Sensi con uno scatto postato sui suoi social:
“Giovedì mattina. Non sabato. Informativa del ministro Urso. Su Ilva. Non un
nonnulla – ha scritto – Due senatori due di Fratelli d’Italia ad ascoltare il
ministro, peraltro del loro partito. Gli altri avranno judo. O c’è il
referendum. Non so. Nove senatori della maggioranza in tutto in aula. Sarebbero
centoventi”.
Come detto, la partecipazione è scarsa anche tra gli scranni dell’opposizione.
Dove, oltre a Sensi, sedevano una ventina di senatori, tra i quali Marco
Lombardo e Annarita Furlan, rispettivamente di Azione e Italia Viva. Una scena
desolante, nonostante a fine agosto dello scorso anno il fronte parlamentare sia
stato investito del problema anche dai sindacati con un incontro apposito. E
proprio i metalmeccanici si sono fatti sentire: “Il vuoto di questa foto è un
danno per i lavoratori ma anche per la democrazia. Noi non ci arrendiamo”, ha
scritto sui suoi social il segretario generale della Fiom Michele De Palma
rilanciando la foto di Sensi.
“La Repubblica fondata sul lavoro? In Senato il ministro Urso parla della più
grande vertenza europea: l’ex Ilva. Ne parla dopo due morti in fabbrica. Ne
parla mentre tutto sta collassando. Non sono un populista, so che ci sono
momenti in cui i parlamentari sono a fare altre cose importanti ma oggi si
discuteva di Ilva. La democrazia è svuotata. Tocca ai lavoratori riempirla. Noi
non ci fermiamo per la salute, l’occupazione, la decarbonizzazione”, ha
continuato De Palma definendo “inaccettabile che tutte le forze politiche
lascino i banchi vuoti”.
Tra l’altro, l’informativa di Urso arriva in un momento delicatissimo per
l’acciaieria, ferma a 2 milioni di tonnellate di acciaio prodotte. Il governo ha
urgenza di uscire dalla gestione commissariale decisa da Urso, altrimenti la
Commissione Europea non darà l’ok al prestito ponte da 369 milioni di euro.
L’iniezione di soldi pubblici è vincolata alla vendita ed è vitale per il
funzionamento della fabbrica, che perde oltre 50 milioni di euro al mese e
attualmente ha 4.500 persone in cassa integrazione per tentare di limitare i
costi di gestione. Proprio nelle scorse ore, come annunciato dal ministro in
Aula, ha mostrato interesse verso il dossier il gigante indiano dell’acciaio
Jindal. Ora spetterà ai commissari valutare la portata dell’offerta e compararla
con quella di Flacks Group, con il quale il governo sta negoziando in esclusiva
tra mille dubbi legati alla solidità finanziaria del gruppo e sulla capacità
industriale di un gruppo che non ha mai operato nel campo della siderurgia.
L'articolo Ilva, Urso parla al Senato ma l’aula è deserta: solo 30 parlamentari
presenti, appena 9 della maggioranza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un tavolo senza reali novità sulla cessione, l’ennesimo, mentre il potenziale
acquirente smentisce sé stesso e le dichiarazioni di un ministro. L’Ilva sta
diventando una farsa, ma la situazione è seria perché in ballo ci sono oltre
10mila posti di lavoro e l’indipendenza dalle importazioni delle filiere
dell’industria che campano di acciaio. L’incontro tra i ministeri competenti e i
sindacati metalmeccanici si è chiuso con un sostanziale “ci aggiorniamo”. I
commissari di Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, e i
rappresentanti dei lavoratori si vedranno il 13 marzo a Taranto per parlare di
sicurezza insieme agli ispettori dell’Inail, dopo due incidenti mortali in meno
di due mesi, mentre il governo riconvocherà le parti entro la fine del mese.
Nel mezzo, in teoria, dovrebbe avvicinarsi il closing con Michael Flacks, il
finanziere inglese che sta negoziando in esclusiva con il governo. Prima nota:
ora è chiaro a tutti che l’esecutivo è ancora a caccia di garanzie riguardanti
la solidità finanziaria e la capacità di gestire un’acciaieria, settore
sconosciuto al suo family office, tanto da aver richiesto esplicitamente un
partner industriale. Secondo punto: la trattativa, a differenza di quanto
lasciato intendere dal ministro delle Imprese Adolfo Urso, non ha subito alcun
rallentamento dopo la sentenza del tribunale di Milano che ha imposto lo
spegnimento degli impianti il 24 agosto se non verranno puntualizzate le
tempistiche di alcuni interventi dell’Aia. Flacks ha detto in giornata: “Pur
rappresentando un’evoluzione imprevista, la decisione non è considerata dal
Gruppo un ostacolo al processo in corso, che viene attentamente valutato per
adeguare il piano industriale di conseguenza”. Insomma, nessuna richiesta di
scudo penale né volontà di rallentare il closing. Un’opzione che –
paradossalmente – era stata adombrata dallo stesso Flacks e anche Urso.
Restano, invece, chiare e plastiche le ombre sulla capacità di Flacks di gestire
e rilanciare lo stabilimento. Il segretario generale della Uilm Rocco Palombella
è tornato a chiedere l’intervento diretto dello Stato, come anche l’Usb.
“L’unica soluzione possibile è la gestione pubblica degli impianti per arrivare
alla decarbonizzare, garantendo la continuità produttiva e la sicurezza. La
soluzione non è il fondo”, ha ribadito Michele De Palma, leader della Fiom. Di
“testardaggine del governo” parla Ferdinando Uliano della Fim-Cisl: “Abbiamo
ribadito che devono iniziare a pensare a un piano B, un piano B dove il governo
è la parte trainante dell’assetto proprietario, poi aggregando gli industriali
del paese”. E ha poi accusato i commissari di coltivare “un ottimismo, secondo
noi, sfrenato” riguardo le capacità del finanziere.
L’acciaieria – che ha chiuso il 2025 producendo appena 2 milioni di tonnellate –
va avanti a stento, i commissari hanno ribadito che è necessario procedere alla
vendita per garantirsi il prestito ponte, autorizzato dall’Unione Europea solo
perché finalizzato alla cessione. La triade nominata da Urso ha ribadito che dal
loro insediamento è stato speso quasi 1 miliardo di euro per le manutenzioni, ma
evidentemente non è bastato. Due operai sono morti in situazioni quasi analoghe
tra fine gennaio e gli scorsi giorni: griglie “marce” che hanno ceduto al loro
passaggio. E i sindacati territoriali sono tornati a tuonare due giorni fa in
una lettera resa nota nelle scorse ore denunciando “grave criticità in materia
di sicurezza nel reparto Tfc dell’area ghisa”, già segnalate ai capireparto.
“Tuttavia, ad oggi, non risulta effettuata neppure la pulizia delle aree
interessate, utile almeno a consentire un controllo visivo adeguato dello stato
delle strutture”, denunciano chiedendo “un intervento immediato per la verifica
tecnica” di tutte le strutture indicate e per la loro messa in sicurezza.
All’interno delle aree segnalate, chiedono inoltre i sindacati, va vietato il
transito del personale “fino a quando non sarà accertata con certezza l’assenza
di pericoli”.
L'articolo Ilva: zero risposte dal governo, avanti con Flacks ma crescono i
dubbi. I sindacati: “Ottimismo sfrenato dei commissari” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Jindal? Fino all’altro giorno discutevano degli azeri, poi del fondo Flacks.
Bisogna avere la serietà dei tavoli istituzionali, non continuare con le
dichiarazioni alla stampa. La premier Meloni prenda in mano il dossier”. Ad
attaccare è il segretario generale della Fiom Michele De Palma, a margine di una
conferenza stampa, sull’incontro tra il ministro delle Imprese e del Made in
Italy Adolfo Urso e i vertici di Jindal Steel sull’ex Ilva.
“Due infortuni mortali per uno che fa il sindacalista sono una sconfitta.
L’intero Paese e il governo dovrebbero sentire quello che è successo come una
sconfitta”, ha continuato il segretario generale della Fiom Cgil, dopo
l’incidente mortale nella quale ha perso la vita Loris Costantino, operatore di
una ditta esterna, precipitato dopo aver fatto “un passo nel vuoto” e aver
calpestato una griglia letteralmente marcia, coperta dagli avanzi delle polveri
nel reparto Agglomerato dell’acciaieria di Taranto. Circostanze simili a quelle
nelle quali, a gennaio, aveva perso la vita Claudio Salamida, 46enne impiegato
da oltre 20 anni nello stabilimento, che era deceduto a causa del cedimento di
un grigliato sotto ai suoi piedi, in Acciaieria 2.
“Gli infortuni non sono frutto del caso – ha sottolineato De Palma – e quindi è
del tutto evidente che chi ha delle responsabilità deve togliersi di mezzo.
Abbiamo sempre detto che prendere tempo vorrebbe dire perdere tempo e perdere
soldi pubblici. Per questo abbiamo detto che si investa e si gestisca il
processo di transizione con le lavoratrici e lavoratori”. Riguardo la
convocazione dei sindacati a Palazzo Chigi prevista per domani, arrivata dopo
settimane di silenzi e la scelta di Fiom, Uilm e Fim di autoconvocarsi, De Palma
ha aggiunto: “Siamo stati lasciati soli nel corso di questi mesi, non ci hanno
mai ascoltato. Ora andremo a Palazzo Chigi e ci andremo a confrontare con la
base di quello che saranno le novità che saranno oggetto di un tavolo
istituzionale”.
L'articolo Ex Ilva, De Palma: “Serve serietà, basta con le dichiarazioni di
Urso. Meloni si occupi del dossier” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono dieci le persone indagate per la morte di Loris Costantino, il 36enne
operaio della ditta d’appalto Gea Power, precipitato lunedì mattina da oltre
dieci metri mentre puliva un nastro trasportatore nella linea E dello
stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto. L’operaio è morto dopo avere
calpestato una griglia letteralmente marcia e il piano di calpestio, vetusto, ha
ceduto (qui i dettagli).
Gli avvisi di garanzia sono stati firmati dal pm Marco Colascilla Narducci, che
coordina le indagini dello Spesal e dei carabinieri del Nil per chiarire
dinamica e responsabilità dell’incidente. Tra gli indagati per omicidio colposo
figurano sei dirigenti e responsabili di Acciaierie d’Italia, tra cui il
direttore generale Maurizio Saitta, il direttore dello stabilimento Benedetto
Valli, il capo area agglomerato Giovanni Cellamare, il capo reparto Salvatore
Sperto e i tecnici Cosimo Pace e Fabio Franciosa. Per la ditta di pulizie Gea
Power sono indagati Gabriele Dell’Anna, Fabio Pagliari, Gino Pierri ed Enrico
Pozzessere. Saitta e Valli risultavano già indagati – insieme ad altre 15
persone – per omicidio colposo in concorso per il decesso di un altro operario:
Claudio Salamida, operaio di 46 anni originario di Alberobello e residente a
Putignano, morto il 12 gennaio scorso dopo essere precipitato durante un
controllo delle valvole.
Il pm ha disposto che l’autopsia sarà eseguita dal medico legale Davide
Ferorelli il prossimo 6 marzo, giorno in cui sarà conferito l’incarico. L’esame
si svolgerà nell’obitorio dell’ospedale SS. Annunziata di Taranto, dove la salma
è custodita, considerato necessario per la partecipazione agli accertamenti
irripetibili e per fare piena luce sulle cause della tragedia. Le indagini,
coordinate tra Procura, Spesal e carabinieri del Nil, mirano a ricostruire con
precisione le responsabilità, verificando eventuali violazioni delle norme sulla
sicurezza sul lavoro e della vigilanza sugli impianti.
L'articolo Ex Ilva, 10 indagati per la morte dell’operaio di 36 anni precipitato
nello stabilimento di Taranto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Loris Costantino è precipitato e ha perso la vita dopo aver fatto “un passo nel
vuoto”. Ha calpestato una griglia letteralmente marcia, coperta dagli avanzi
delle polveri nel reparto Agglomerato dell’ex Ilva di Taranto, e il piano di
calpestio, vetusto, ha ceduto inghiottendo la sua vita, terminata dieci metri
più in basso per le ferite riportate. C’è una foto, pubblicata da Veraleaks di
Luciano Manna, che da anni si batte denunciando l’inquinamento e la scarsa
sicurezza dentro l’acciaieria, a dimostrare in quali condizioni vengo mandati a
lavorare gli operai in un impianto che in questo momento è nelle mani dello
Stato.
Costantino, operatore di una ditta esterna, è morto in circostanze simili a
quelle nelle quali, a gennaio, ha perso la vita Claudio Salamida, 46enne
impiegato da oltre 20 anni nello stabilimento, che è deceduto causa del
cedimento di un grigliato sotto ai suoi piedi, in Acciaieria 2. Lunedì mattina è
successo di nuovo. La procura di Taranto, quaranta giorni fa, aveva sequestrato
solo la zona dell’incidente e lo stesso è stato fatto dopo il decesso di
Costantino. Mentre il governo tenta di cedere il siderurgico, la situazione
degli impianti sembra peggiorare ulteriormente rasentando un rischio intrinseco
di sicurezza a causa della loro età.
Nel reparto Agglomerato, spiega Manna ricordando di aver già denunciato anni fa
in procura la situazione in quella zona del siderurgico, “si cuoce
l’omogeneizzato che poi viene introdotto nell’altoforno e il materiale finissimo
perso su questi nastri e rulli viene, nel vero senso della parola, spalato e
recuperato dagli operai delle ditte dell’indotto con pale, scopettoni e carriole
per essere reintrodotto nel circolo produttivo, specie il materiale finissimo
che ha una pezzatura non adatta all’altoforno”. Il 4 marzo Manna tornerà in
procura per depositare una nuova denuncia, relativa all’incidente mortale, e
agli eventi emissivi di febbraio causati dagli altoforni 2 e 4.
L'articolo Ilva: ecco la grata “marcia” dalla quale è precipitato l’operaio,
morto per la caduta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Due vittime in un mese e mezzo all’ex Ilva di Taranto con una dinamica che, in
attesa dei riscontri delle autorità, appare con evidenti elementi comuni. Ieri
Loris Costantino, 36 anni, operaio della ditta di pulizie Gea Power, è
precipitato nel vuoto mentre effettuava operazioni di pulizia di un nastro
trasportatore nell’area agglomerato, dove si preparano i materiali per la carica
dell’altoforno, “a causa del cedimento di un grigliato”. Lo scorso 12 gennaio a
perdere la vita a causa del cedimento di un grigliato sotto ai suoi piedi, in
Acciaieria 2, è stato Claudio Salamida, 46enne impiegato da oltre 20 anni nello
stabilimento. Due tragedie che, unite a quelle avvenute dal 2003, portano negli
ultimi 23 anni a un totale di 24 morti dovuti a incidenti sul lavoro all’ex Ilva
di Taranto. “Questa tragedia rappresenta lo stato di degrado dello stabilimento.
Sono mesi che chiediamo un confronto per la salute la sicurezza, gli
investimenti, la messa in sicurezza degli impianti”, denuncia il segretario
generale della Fiom-Cgil, Michele De Palma, mentre è in corso lo sciopero di 24
ore (su tre turni) indetto dai sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb dopo
aver sottolineato di aver “denunciato più volte la condizione di pericolosità
degli impianti e dei luoghi di lavoro in seguito alle mancate manutenzioni”. Le
morti sul lavoro nel siderurgico tarantino sono state per le cause più
disparate: molti operai sono deceduti in seguito a cadute da ponteggi di
impianti, ad esplosioni di macchinari o al crollo di gru o perché colpiti, nel
corso delle fasi delle varie lavorazioni.
Il 12 giugno 2003, sotto la gestione Riva, due giovani operai dell’Ilva, Paolo
Franco e Pasquale D’Ettorre (24 e 27 anni), morirono a causa del crollo di una
gru nell’area Parchi Minerari. Il commissario Giancarlo Quaranta Quaranta,
all’epoca responsabile, è stato condannato in via definitiva insieme ad altri
quattro imputati. Il 10 aprile 2004 a perdere la vita dopo sette giorni di
agonia per un incidente avvenuto nel reparto Tubificio 1 è stato Saverio
Paracolli, di 45 anni: rimase incastrato fra un tubo e un macchinario.
Silvio Murri aveva 38 anni quando il 21 maggio 2004 morì, dopo 9 giorni di
agonia, per il crollo di un ponteggio. La famiglia seppe trasformare quel
sacrificio in un grande ed estremo gesto di solidarietà: donò gli organi e salvò
cinque vite. L’incidente che è costato la vita il 9 settembre 2005 a Gianluigi
Di Leo, un operaio di 25 anni, è avvenuto nel deposito Bramme 1 dello
stabilimento siderurgico Ilva dove è stato colpito da una trave che non gli ha
lasciato scampo. L’operaio, dipendente dell’Ilva, fu schiacciato e ucciso da una
trave in seguito allo scontro fra due carri-ponte. Nello stesso mese, il 27, a
perdere la vita è stato l’operaio di 47 anni, Giovanni Satta, dipendente di una
ditta appaltatrice: è morto durante i lavori di demolizione del reparto
agglomerato 1.
Il 25 settembre 2006 Luciano Di Natale, 55 anni, titolare di una ditta
appaltatrice è morto schiacciato dopo essere rimasto impigliato in un nastro
trasportatore. Il 2 giugno 2007 il giovanissimo Andrea D’Alessano, operaio di 19
anni della ditta di appalto Modomec, nei pressi dell’altoforno 4, in attesa di
prendere l’ascensore, è stato colpito alla testa da un pesante martello caduto
dall’alto. Dopo una settimana di ricovero, in cui è sempre rimasto in coma,
l’operaio è morto. Aveva 26 anni anni, Domenico Occhinegro, l’operaio morto il
31 luglio 2007, nell’ennesimo infortunio mortale all’Ilva di Taranto.
Dell’azienda Domenico era dipendente da tre anni. È rimasto schiacciato tra due
tubi, poco prima di finire il suo turno di lavoro.
Il 22 aprile 2008 a perdere la vota all’interno dello stabilimento Ilva di
Taranto è stato Gjoni Arjan, operaio di 47 anni, di origini albanesi, che
lavorava per l’impresa d’appalto Pedretti. È precipitato da una passerella alta
oltre 15 metri mentre si occupava dell’assemblaggio di strutture metalliche. Il
primo luglio 2008 è toccato ad Antonio Alagni, 45 anni, originario di Casoria,
rimasto schiacciato da un pesante blocco metallico nell’acciaieria 1. Alagni fu
colpito alla testa da un gancio che si sganciò dopo la recisione delle funi che
lo legavano a una gru da 15 tonnellate di proprietà della stessa impresa.
L’operaio era impegnato con un collega nella movimentazione di due grosse lastre
d’acciaio, imbragate sul macchinario. L’11 dicembre 2008 Zygmunt Paurovvicz,
dipendente di una ditta specializzata in montaggi è morto in un infortunio
avvenuto nel reparto altoforno 4, dove l’operaio stava smontando alcune parti.
L’impianto era fermo dal mese di luglio per lavori di rifacimento, quando è
stato colpito dal braccio di una gru ed precipitato da un’altezza di 14 metri.
Passano 4 anni in cui gli incidenti (che pur si sono succeduti all’Ilva)
provocano feriti ma nessun morto, fino al 30 ottobre 2012 quando Claudio
Marsella, 29 anni, resta schiacciato da un locomotore durante le operazioni di
aggancio della motrice ai vagoni. Il 28 novembre del 2012 ha perso la vita
Francesco Zaccaria. La gru sulla quale operava fu sdradicata da un tornado che
colpì l’area della fabbrica ma anche il vicino comune di Statte. La gru finì in
parte in mare e il corpo senza vita dell’operaio fu recuperato qualche giorno
dopo dai sommozzatori. Incidente che è poi finito all’interno del processo
“Ambiente Svenduto”. Il 28 febbraio 2013 è morto Ciro Moccia, aveva 43 anni. È
precipitando al suolo da una pensilina a dieci metri d’altezza, mentre un altro
lavoratore, Antonio Liddi, rimase gravemente ferito.
Angelo Iodice, 54enne operaio dell’azienda “Global Service”, è morto il 4
settembre 2014 mentre impegnato in alcune attività di manutenzione nell’area
dell’Acciaieria 1, dove nei giorni precedenti si era verificato uno sversamento
di ghisa: fu travolto sui binari da un mezzo meccanico guidato da un altro
operaio. È morto dopo quattro giorni di agonia Alessandro Morricella, 35enne
operaio dell’Ilva d Taranto, che il 12 giugno del 2015 è stato investito da un
getto di ghisa incandescente mentre misurava la temperatura del foro di colata
dell’Altoforno 2 dello stabilimento siderurgico. Il 17 novembre 2015 un altro
operaio, Cosimo Martucci, dipendente dell’impresa appaltatrice Pitrelli ha perso
la vita mentre effettuava delle lavorazioni nell’area Agglomerato. Giacomo
Campo, operaio 25enne di un’azienda dell’indotto Ilva, è stato stritolato in un
nastro trasportatore dell’altoforno 4 il 17 settembre 2016. Il 17 maggio 2018 a
perdere la vita è stato il 28enne Angelo Fuggiano. Dipendente di una ditta
appaltatrice è stato colpito alla schiena da un cavo di acciaio durante alcune
operazioni nell’area portuale.
È il 10 luglio 2019 quando Cosimo Massaro, 40 anni, precipita in mare per il
crollo della gru su cui stava lavorando nell’area portuale, travolto da una
tromba d’aria periodo nel quale l’azienda era già passata ad ArcelorMittal. Il
26 febbraio 2021 Francesco Tomai ha timbrato l’ingresso col badge alle 6.30 ed è
entrato nello spogliatoio per cambiarsi e prendere servizio nel reparto Trh-Afo
(Trattamento acqua altoforni). Ma dopo circa 15 minuti, mentre tre colleghi lo
attendevano fuori per andare assieme sugli impianti, il 38enne è stato colto da
malore ed è morto.
L'articolo Ex Ilva, la Spoon River dei “morti di lavoro”: dal 2003 25 vittime in
incidenti nello stabilimento di Taranto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un operaio della ditta di pulizie Gea Power dell’indotto ex Ilva è precipitato
da un piano di calpestio nel reparto Agglomerato del siderurgico di Taranto.
L’operaio si chiamava Loris Costantino, aveva 26 anni e la caduta da un altezza
di circa dieci metri gli è stata fatale a causa delle gravi ferite riportate:
lesioni al torace e ad un braccio.
Secondo quanto riferito da fonti sindacali, la vittima è stata subito soccorsa.
Il giovane è stato trasportato in ambulanza all’ospedale Santissima Annunziata.
Sul posto sono intervenuti anche i vigili del fuoco e il personale dello Spesal.
Ancora da accertare dinamica e responsabilità. Il 12 gennaio, in un incidente
simile, morì l’operaio 46enne Claudio Salamida.
L'articolo Ex Ilva, morto operaio di 26 anni: è precipitato nel vuoto da
un’altezza di circa 10 metri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Tribunale civile di Milano, su richiesta dei residenti del Comune di Taranto,
ha ordinato la “sospensione” dal 24 agosto della “attività produttiva dell’area
a caldo dello Stabilimento” dell’ex Ilva. La decisione è stata presa “a tutela
dei ricorrenti e delle altre persone residenti in Taranto, Statte e nei
quartieri limitrofi allo stabilimento Ilva da rischi attuali di pregiudizi alla
salute“, “con riferimento ad alcune prescrizioni in relazione alle quali non
sono stati previsti termini di esame e di realizzazione dei relativi interventi
di ambientalizzazione e dunque in funzione acceleratoria della loro esecuzione”.
Il provvedimento della sezione del Tribunale specializzata in materia di impresa
è stato preso in applicazione della sentenza della Corte di Giustizia
dell’Unione Europea del 25 giugno 2024 e non è immediatamente esecutivo. Entro
il 24 agosto di quest’anno Acciaierie d’Italia spa, Acciaierie d’Italia Holding
e Ilva spa, tutte in amministrazione straordinaria, potranno adoperarsi per
ottenere un’integrazione dell’Autorizzazione integrata ambientale 2025 che
indichi “tempi certi” e “ragionevolmente brevi”, si legge in una nota, entro i
quali gli “studi di fattibilità, i piani ed i cronoprogrammi” relativamente alle
prescrizioni ambientali ritenute “illegittime” perché non realizzate o per le
quali non sono stati previsti “termini” trovino “effettiva” e “tempestiva
attuazione”. Oltre quella data, in caso di mancati “adempimenti” da parte delle
società, “dovranno iniziare le attività tecniche ed amministrative necessarie
alla sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello Stabilimento
Ilva di Taranto”.
L'articolo Il Tribunale di Milano: “Stop dal 24 agosto all’area a caldo dell’ex
Ilva. Rischi per la salute” proviene da Il Fatto Quotidiano.