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Sotto il governo Meloni 255 aziende metalmeccaniche italiane vendute a società estere: il report della Fiom
I 730 dipendenti della modenese Cpc, da 60 anni specializzata in plastica rinforzata con fibra di carbonio per le auto, è finita nelle mani della giapponese Mitsubishi Chemical Group. Mentre Piaggio Aerospace è ora della turca Baykar Makina insieme ai suoi 630 lavoratori. La Omb Saleri è stata venduta a un fondo statunitense. E così via, fino a 255 aziende italiane ora controllate da investitori stranieri. Minimo comun denominatore? La cessione è avvenuta dopo il novembre 2022, quando si è insediato il governo Meloni, quello che ha voluto esplicitamente citare il “made in Italy” nel nome del ministero delle Imprese. Senza contare gli ingressi con quote di minoranza, che sono altre 60 e come nel caso della Cpc aprono spesso le porte a una vendita totale. Nel conto, tra l’altro, non rientra il ramo civile di Iveco Group, 13mila dipendenti in Italia, la cui proprietà passerà dalla holding Exor della famiglia Agnelli-Elkann agli indiani di Tata Motors. Lo spaccato desolante emerge dal report sullo stato e le tendenze dell’industria metalmeccanica italiana, presentato dall’Ufficio studio della Fiom-Cgil guidato da Matteo Gaddi. Una sorta di autopsia della crisi: “Di made in Italy ormai sono rimasti lavoratrici e lavoratori”, avvisa il segretario generale Michele De Palma avvertendo che è in atto “un processo di perdita di sovranità industriale, anche nelle piccole e medie imprese”, senza che dal fenomeno si salvino le eccellenze della struttura industriale italiana. “In questo momento piccolo non è bello, ma è un problema: significa – spiega – non avere forza per investimenti né fare economia di scala. La politica industriale del governo dovrebbe avere come priorità l’incentivazione di processi di strutturazione e crescita dimensionale”. Anche perché la tendenza appare chiara dal report: dal 2008, ultimo anno in cui si contavano oltre 2 milioni di occupati nei comparti della metalmeccanica, si sono persi 103.775 posti di lavoro. Avrebbero potuto essere molti di più se solo nel 2025 non fossero state autorizzate oltre 300 milioni di ore di cassa integrazione. Uno strumento che, secondo i calcoli della Cgil, ha sostanzialmente salvato 148mila lavoratori negli ultimi 12 mesi. “E la situazione geopolitica di questi giorni rischia di assestare un altro colpo: i costi dell’energia potrebbero avere un effetto domino, da un lato mettendo in difficoltà le imprese e dall’altro innescando una spirale inflattiva che colpirebbe doppiamente i lavoratori. Lo scenario da evitare è quello di una deindustrializzazione rapida”, ragiona De Palma. Anche perché, come dimostra il rapporto tra investimenti su macchinari e Pil, calato di 6 punti negli ultimi due decenni, le risorse pubbliche messe a disposizione dal Pnrr non hanno arrestato la discesa: “E ora non ci saranno più acceleratori”, sottolinea De Palma. Le imprese metalmeccaniche in Italia, fa notare la Fiom, hanno una dimensione minore rispetto a quasi tutti i competitor europei, a iniziare dalla Germania. “Questo aspetto dà maggiore solidità alle aziende tedesche – spiega Gaddi – Anche se, come si nota dai dati, in Italia le imprese sono più fragili ma riescono comunque a macinare utili. Tra il 2014 e il 2023, il valore aggiunto generato si è riversato per il +74% nei profitti e solo in minima parte sulle retribuzioni”. E gli investimenti sono rimasti stagnanti”. A influire sullo scenario fosco dipinto dalle tute blu della Cgil influisce anche la crisi dell’Ilva: dal 2011, anno in cui è deflagrato lo scandalo ambientale, l’Italia ha perso il 34% di tonnellate di acciaio prodotto passando da 27 a 18 milioni. Una decrescita che crea dipendenze in tutte le filiere: oggi il 50% dell’acciaio utilizzato dalle aziende italiane ha origine straniera. I prodotti piani vengono importati in larga parte da Paesi extra Ue, ma anche da Germania e Francia; mentre i prodotti lunghi arrivano quasi esclusivamente da altri Stati europei. Nel frattempo, rimarca lo studio, si producono sempre meno elettrodomestici e automobili, con Stellantis in fuga dall’Italia. Due settori cruciali, un tempo volano dell’industria: “Ma il governo continua a incentivare gli acquisti con i bonus che non spostano di un centimetro i problemi occupazionali, finendo in larga parte nelle tasche delle proprietà estere”. Per De Palma, invece, rendere autonoma la struttura industriale oggi vuol dire tutt’altro: “Significa intervenire sull’energia, a maggior ragione con la guerra in Iran, disaccoppiando il costo delle rinnovabili e delle non rinnovabili. Così si proteggono famiglie e imprese in una fase di instabilità – dice – Il governo metta in campo aiuti pubblici legati agli investimenti e al mantenimento dei posti di lavoro”. L'articolo Sotto il governo Meloni 255 aziende metalmeccaniche italiane vendute a società estere: il report della Fiom proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ex Ilva, De Palma: “Serve serietà, basta con le dichiarazioni di Urso. Meloni si occupi del dossier”
“Jindal? Fino all’altro giorno discutevano degli azeri, poi del fondo Flacks. Bisogna avere la serietà dei tavoli istituzionali, non continuare con le dichiarazioni alla stampa. La premier Meloni prenda in mano il dossier”. Ad attaccare è il segretario generale della Fiom Michele De Palma, a margine di una conferenza stampa, sull’incontro tra il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e i vertici di Jindal Steel sull’ex Ilva. “Due infortuni mortali per uno che fa il sindacalista sono una sconfitta. L’intero Paese e il governo dovrebbero sentire quello che è successo come una sconfitta”, ha continuato il segretario generale della Fiom Cgil, dopo l’incidente mortale nella quale ha perso la vita Loris Costantino, operatore di una ditta esterna, precipitato dopo aver fatto “un passo nel vuoto” e aver calpestato una griglia letteralmente marcia, coperta dagli avanzi delle polveri nel reparto Agglomerato dell’acciaieria di Taranto. Circostanze simili a quelle nelle quali, a gennaio, aveva perso la vita Claudio Salamida, 46enne impiegato da oltre 20 anni nello stabilimento, che era deceduto a causa del cedimento di un grigliato sotto ai suoi piedi, in Acciaieria 2. “Gli infortuni non sono frutto del caso – ha sottolineato De Palma – e quindi è del tutto evidente che chi ha delle responsabilità deve togliersi di mezzo. Abbiamo sempre detto che prendere tempo vorrebbe dire perdere tempo e perdere soldi pubblici. Per questo abbiamo detto che si investa e si gestisca il processo di transizione con le lavoratrici e lavoratori”. Riguardo la convocazione dei sindacati a Palazzo Chigi prevista per domani, arrivata dopo settimane di silenzi e la scelta di Fiom, Uilm e Fim di autoconvocarsi, De Palma ha aggiunto: “Siamo stati lasciati soli nel corso di questi mesi, non ci hanno mai ascoltato. Ora andremo a Palazzo Chigi e ci andremo a confrontare con la base di quello che saranno le novità che saranno oggetto di un tavolo istituzionale”. L'articolo Ex Ilva, De Palma: “Serve serietà, basta con le dichiarazioni di Urso. Meloni si occupi del dossier” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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De Palma: “Guerra in Iran? I costi li pagheranno i lavoratori. Il governo intervenga su inflazione ed energia”
”La guerra è nemica dell’umanità e dei lavoratori, un danno per le vittime sul campo e per i lavoratori del nostro Paese. Dall’inflazione ai costi dell’energia, a pagare i costi della guerra sono loro”. A rivendicarlo il segretario generale della Fiom Cgil Michele De Palma, nel corso di una conferenza stampa sullo stato dell’industria metalmeccanica italiana. “Il governo – ha aggiunto De Palma – deve intervenire prioritariamente mettendo in salvaguardia l’approvvigionamento energetico. Va poi abbattuto il costo dell’energia immediatamente, altrimenti ci sarà un effetto domino su famiglie e lavoratori, ma anche sul nostro sistema industriale”. E ancora: “Abbiamo rinnovato un contratto, ma le persone perdono salario e rischiano di perdere il lavoro tra dazi, crisi geopolitica e costo dell’energia”, ha aggiunto. L'articolo De Palma: “Guerra in Iran? I costi li pagheranno i lavoratori. Il governo intervenga su inflazione ed energia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Stellantis, l’affondo di De Palma (Fiom) contro Urso: “Il ministro racconta una realtà che non esiste”. E attacca Elkann
“Il ministro Adolfo Urso nel 2024 diceva che l’obiettivo di produrre un milione di autovetture fosse raggiungibile. Un anno dopo, sempre lo stesso ministro ha detto di essere convinto che la produzione in Italia potrà raggiungere un milione di auto se cambieranno le regole europee. Noi oggi produciamo delle auto e quelle che produciamo non se le comprano. E poi c’è il ministro che dice che stiamo andando verso la produzione di un milione di veicoli. C’è chi immagina una realtà che poi non esiste nei fatti. Siamo alla dispercezione della realtà”. Così il segretario generale della Fiom-Cgil Michele De Palma ha risposto a una domanda su Stellantis de Ilattoquotidiano.it, durante la presentazione del rapporto dell’Ufficio studi del sindacato riguardo lo stato dell’industria metalmeccanica. “Il problema è che pensare che il cambio delle normative Ue salvaguardi l’occupazione del Paese è un errore enorme”, ha continuato De Palma, secondo cui “la dimostrazione sono gli impianti che producono auto e quelli che producono componentistica per le auto endotermiche e ibride. Guardate i numeri. Io penso che un’industria debba fare una cosa molto semplice, deve produrre le auto che servono al mercato”. E ancora: “Sull’automotive, in particolare Stellantis, la situazione attuale non è reggibile oltre a quello che sta succedendo. Noi abbiamo a rischio interi stabilimenti coi volumi produttivi che ci sono. Interi stabilimenti del gruppo Stellantis senza gli investimenti e i modelli, stanno chiudendo le aziende dell’indotto e della componentistica”. Quindi ha ricordato i 12 milioni di euro incassati dall’ex Ceo Carlos Tavares mentre non è stato pagato il premio di risultato ai lavoratori. E sul presidente John Elkann: “Si è venduto quel che non ha costruito lui. Non mette al centro la responsabilità sociale dell’impresa. I profitti per chi ha in mano la proprietà aumenta, mentre i lavoratori pagano le scelte dei manager. Il governo deve assumersi le sue responsabilità. Siamo stati lasciati soli, ma combattiamo con le unghie e con i denti per l’autonomia industriale di questo Paese senza la quale la presidente del Consiglio non si siede al tavolo del G7″. In vista della presentazione del piano industriale a maggio ha aggiunto: “Vogliamo un incontro con l’amministratore delegato. Ci sono problemi? Il governo apra agli investitori stranieri, siamo rimasti l’unico Paese in Europa a non averne più d’uno”. E ha ricordato che la Spagna, che produce quasi 2 milioni di auto (900mila di Stellantis), non ha più un costruttore domestico. L'articolo Stellantis, l’affondo di De Palma (Fiom) contro Urso: “Il ministro racconta una realtà che non esiste”. E attacca Elkann proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ex Ilva, Fiom, Fim e Uilm: “Meloni scappa dal confronto, governo brancola nel buio. Andremo noi a Palazzo Chigi”
“Sull’ex Ilva penso che il governo brancoli nel buio. Chiediamo da tempo alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni di assumere in prima persona il dossier e la responsabilità di gestire la transizione del piano attraverso gli occupati che ci sono”. A rivendicarlo il segretario generale della Fiom-Cgil, Michele De Palma, a margine della conferenza stampa assieme ai leader di Fim-Cisl e Uilm. “Pensiamo che chiudere le porte di Palazzo Chigi alle lavoratrici e ai lavoratori dell’Ilva, essendo quella una questione di Stato, sia stato un grande errore di queste settimane e di questi mesi del governo. Per senso di responsabilità, quindi, noi, unitariamente, andremo a Palazzo Chigi nel caso in cui non dovessimo essere convocati”, hanno avvertito i sindacati. Critico anche Ferdinando Uliano (Fim-Cisl): “Meloni sta scappando dal confronto. Per noi è centrale il fatto che lo Stato assuma la conduzione dello stabilimento attraverso una proprietà che sia superiore al 50%, poi costruisca le alleanze industriali, non con fondi finanziari che rischiano di essere speculativi e non hanno prospettive rispetto al rilancio industriale”. Timori condivisi anche da Rocco Palombella della Uilm: “Se non ci convocano significa che non c’è nulla sul tavolo, non c’è nulla di serio”, ha attaccato durante la conferenza stampa alla luce delle ultime notizie riportate. E rispetto a Flacks, i sindacati rilanciano i timori: “Ci ha portato a spasso per tre mesi e il rischio è che continui a portarci a spasso per i prossimi”. “I fondi – aggiunge Michele de Palma – non sono né buoni né cattivi, hanno una funzione: investire per trarne un risultato finanziario. Noi invece abbiamo bisogno di un risultato sociale e industriale per il paese”. Tradotto, per i sindacati ”soluzioni di carattere finanziario non possono rappresentare un punto di partenza per il rilancio dell’impianto siderurgico più importante d’Europa”. Per poi rilanciare un appello perché si riapra il tavolo a Palazzo Chigi: “Non si può decidere il destino di migliaia di lavoratori e di un asset strategico per il Paese attraverso dichiarazioni a mezzo stampa. È una situazione senza precedenti che richiede serietà, trasparenza e responsabilità di tutti. Dov’è il piano industriale? Quali sono gli investimenti reali? Quali le garanzie occupazionali? Senza risposte chiare non si può parlare di acquisizione”. E ancora: “Dire che si potranno raggiungere quattro milioni di tonnellate entro l’anno, partendo con impianti non pienamente operativi non è realistico. Non accetteremo decisioni già prese che prefigurino esuberi o ridimensionamenti senza un confronto vero con le organizzazioni sindacali”. Quindi l’avviso: “Se non ci convocano entro fine febbraio, dovremo andare noi a Palazzo Chigi per senso di responsabilità”. L'articolo Ex Ilva, Fiom, Fim e Uilm: “Meloni scappa dal confronto, governo brancola nel buio. Andremo noi a Palazzo Chigi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fiom e Uilm a Bruxelles contro le politiche della Commissione: “Risorse per la transizione, non per il riarmo”
Un presidio, l’incontro con gli europarlamentari e il rinnovo di richieste per salvare l’industria continentale. C’erano anche Fiom e Uilm a Bruxelles per la giornata di mobilitazione europea, organizzata da IndustriAll Europe, per chiedere all’Unione Europea politiche mirate a favorire investimenti pubblici e privati nell’industria e nell’innovazione, per difendere posti di lavoro e lo sviluppo di nuova buona occupazione e per tutelare i diritti degli operai. I sindacati sono tornati davanti – e dentro – le istituzioni europee per chiedere una scossa di fronte ai rischi legati alla transizione e al momento geopolitico, tra dazi e avanzata della Cina. “Le politiche della Commissione Ue stanno distruggendo di fatto l’industria europea. C’è una complicità dei governi: non ci sono investimenti per la transizione e la garanzia occupazionale. Dall’automotive alla siderurgia – ha attaccato il segretario generale della Fiom, Michele De Palma – sono settori cruciali per la sovranità europea e in questo momento soffrono processi di ristrutturazione. Bisogna cambiare direzione: serve investire, ma non nel riarmo bensì nei settori civili”. Rocco Palombella, leader della Uilm, si è concentrato sulle vicende Ilva e Stellantis: “Sono in crisi insieme all’elettrodomestico e altri settori. Cosa aspettiamo? L’Europa continua a fare politiche che dividono gli Stati. Manca la sensibilità necessaria, mentre i lavoratori attendono una risposta. E la risposta non può essere trasformare le fabbriche di auto in fabbriche di armi. Il lavoro fa termine i conflitti, non il contrario. Chiediamo una politica industriale vera, una forte azioni europea che tenga conto di quali sono i veri problemi”. Al termine del flash mob in Place du Luxembourg, i sindacati hanno incontrato i parlamentari italiani eletti al Parlamento Ue dei gruppi di AVS (Benedetta Scuderi e Leoluca Orlando), del PD (Alessandra Moretti, Brando Benifei, Giorgio Gori, Annalisa Corrado e Giuseppe Lupo) e del M5S (Pasquale Tridico Mario Furore, Valentina Palmisano, Gaetano Pedullà e Danilo Della Valle). Presente anche Michele Picaro di Fratelli D’Italia. “Assenti, seppur invitati, gli altri”, fa notare la Fiom. La richiesta dei sindacati è quella di intervenire nei settori chiave per scongiurare un processo di deindustrializzazione, oltre che delocalizzazioni e acquisizioni da parte di società straniere e, soprattutto, fondi finanziari speculativi. Viene anche chiesto di regolare il local content, definendo che un prodotto deve essere realizzato in Europa per almeno l’80% delle ore di lavoro richieste. È stata inoltre ribadire la necessità di attribuire i fondi solo con condizionalità sociali vincolanti e aprire alla possibilità che lo Stato, oltre che finanziare progetti, possa partecipare direttamente al capitale sociale delle aziende. L'articolo Fiom e Uilm a Bruxelles contro le politiche della Commissione: “Risorse per la transizione, non per il riarmo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli operai di Stellantis: “Invita i fornitori ad andare in Algeria e il governo dei patrioti tace di fronte ai poteri forti come Elkann”
Non c’è soltanto il rischio delocalizzazione per l’indotto auto piemontese in Algeria, dopo la richiesta di Stellantis alle aziende della componentistica e dei fornitori di seguirla nel Paese nordafricano, dove prevede di espandere la produzione nello stabilimento di Tafraoui, al quale ha assegnato 6 nuovi modelli e punta all’assemblaggio di 90mila vetture all’anno. Sotto al ministero delle Imprese e del Made in Italy, in occasione della convocazione da parte del ministro Adolfo Urso del tavolo sull’Automotive, c’è anche chi ha scelto di venire a Roma e mobilitarsi. Perché, di fatto, il lavoro rischia di averlo già perso, al massimo con la sola prospettiva della cassa integrazione fino a fine anno. È il caso di un centinaio di lavoratori della Primotecs di Avigliana, fornitore storico di componenti per auto, Stellantis inclusa, della città metropolitana di Torino, che affronta una grave crisi e il rischio chiusura: “Algeria? Da noi la famiglia Agnelli-Elkann ha già raggiunto il suo obiettivo, di fatto quello di mandarci a casa. Fino a qualche anno fa eravamo più di 500 persone, negli anni siamo scesi sotto i 160 dipendenti. Ora finiremo in cassa perché non abbiamo più commesse, grazie anche alla politica di Stellantis e alla volontà di esternalizzare tutto verso Paesi ‘low cost’“, denuncia un lavoratore. Ma la vicenda Primotecs non è certo l’unica, forse soltanto simbolica. Circa 300 sono i lavoratori in presidio provenienti da aziende di tutta Italia: dagli stabilimenti Stellantis di Pomigliano, Torino Mirafiori, Melfi, Cassino e Termoli, passando per Bekaert Sardegna, Iveco, Dana e Marelli e non solo. Tutti con storie e destini simili, tra casse integrazioni infinite e crisi permanenti. “Nel nostro Paese ci troviamo di fronte a un processo di autodistruzione del sistema dell’automotive che va fermato. Ci sono 10mila lavoratori a rischio. Va fermata la fuga di Stellantis dall’Italia. Gli investimenti vengono fatti ovunque, ma non da noi”, attacca Michele De Palma, segretario generale della Fiom Cgil. E, in vista dell’incontro del prossimo 2 febbraio nella sede dell’Unione industriali di Torino, chiamato “Stellantis Algeria meets Turin companies”, con il quale l’azienda franco-italiana che ha come primo azionista Exor sta cercando di chiamare a raccolta i fornitori per convincerli a investire nel Paese nordafricano, De Palma rivendica: “Si riuniscono le aziende della componentistica per provare ad inseguire posti dove si pagano meno i lavoratori e dove non si rispettano i diritti sindacali. Come si difende e si protegge la produzione industriale dell’automotive del nostro Paese? Delocalizzando le produzioni in Algeria e poi magari comprando da quel Paese le auto, magari pure con un bonus pagato dagli italiani?”, continua il segretario Fiom Cgil. E ancora: “Come mai il ministro non ha detto una sola parola sulla delocalizzazione in Algeria? Cioè il governo che ogni mattina si sveglia e ci dice che dobbiamo mettere la mano sul cuore per cantare l’inno nazionale, poi dopo quando si tratta di garantire la sovranità industriale del Paese non dice una parola? E come è possibile che c’è un intervento di vendita di Iveco a Tata (gruppo franco-indiano, ndr) senza che ci sia la presenza e la garanzia del governo italiano? Abbiamo già avuto un’esperienza: si chiamava Marelli. Noi stiamo permettendo alla famiglia Elkann di fare soldi sulla pelle di un intero Paese”, attacca. Così, mentre la crisi dell’auto in Italia è dimostrata dai numeri, appena 213mila auto prodotte nel 2025 e il -60% in due anni, mai così poche dal 1954, Stellantis continua a guardare altrove, lasciando gli operai nell’ansia: “Dal 1999 lavoro in Stellantis, in carrozzeria. In quegli anni l’azienda era sempre piena di gente, sempre piena di lavoro. Ad oggi siamo molto preoccupati perché ci rendiamo conto che un modello solo non basterà. Siamo molto preoccupati per l’incontro che ci sarà per cercare di spostare l’indotto, i fornitori e tutto il sistema che ci dà lavoro e che ci fornisce materiale, in Algeria”, spiega una lavoratrice. Altri temono lo stesso destino: “Spostare la produzione vorrebbe dire una crisi che può toccare migliaia di dipendenti”. Attacca anche Rocco Palombella, segretario generale Uilm: “Anche Tavares aveva fatto la stessa cosa in Marocco. È cambiato l’amministratore delegato, ma la musica rimane la stessa? Noi ci aspettiamo che il nostro indotto possa poter lavorare, perché gli stabilimenti sono qui, i lavoratori sono qui. Sono quelli che stanno pagando di più il peso di queste scelte sbagliate che si stanno realizzando, quindi consideriamo sia il Marocco che l’Algeria due scelte sbagliate”. Intanto, dal tavolo automotive, sottolinea la Fiom, “non sono arrivate risposte sufficienti”, precisano lo stesso De Palma e il segretario nazionale Samuele Lodi, segnalando la “riduzione del fondo automotive, da 8 a 1,6 miliardi in cinque anni, senza alcuna condizione nei finanziamenti pubblici per garantire l’occupazione in Italia”. E ancora: “Il tavolo automotive deve diventare un tavolo permanente a Palazzo Chigi. La presidenza del Consiglio deve assumersi la responsabilità di guidare un confronto per contrastare il reale pericolo di perdere un settore strategico per la nostra industria”. “Viviamo di cassa integrazione. In passato era concepita come un fatto momentaneo, per poi rilanciare le aziende. Oggi invece è utilizzata per spegnere le aziende, per far prendere tempo per delocalizzare. Cassino sta morendo, è una fabbrica che si sta svuotando e con essa tutto il territorio. Chiediamo la discesa in campo del governo: difende tanto l’italianità a chiacchiere, ma nei fatti vogliamo che prenda posizione”, denuncia un’altra lavoratrice in presidio. “Il governo dimostra di essere arrendevole di fronte ai poteri forti. Ed è Elkann lo è”. Altri lanciano un appello: “Se lui è diventato quello che è diventato, è grazie all’Italia, perché è stato aiutato parecchio, sia lui che la sua famiglia. Credo che questa non sia la ricompensa giusta per il popolo italiano e i suoi lavoratori. Ci ripensi. ll futuro è in Italia e in Europa”. L'articolo Gli operai di Stellantis: “Invita i fornitori ad andare in Algeria e il governo dei patrioti tace di fronte ai poteri forti come Elkann” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Stellantis chiama a raccolta le aziende dell’indotto auto di Torino: “Venite in Algeria con noi”
Stellantis chiama a raccolta le aziende dell’indotto auto piemontese a seguirla in Algeria. L’azienda franco-italiana che ha come primo azionista Exor della famiglia Agnelli-Elkann vorrebbe costruirsi una filiera nel Paese nordafricano dove prevede di espandere la produzione nello stabilimento di Tafraoui, al quale ha assegnato 6 nuovi modelli e punta all’assemblaggio di 90mila vetture all’anno. Così ha organizzato un incontro nella sede dell’Unione industriali di Torino chiamato “Stellantis Algeria meets Turin companies” per spingere i fornitori a investire in Algeria con l’obiettivo di creare un polo dell’indotto capace di fornire più del 35% dei componenti. L’iniziativa ha fatto saltare dalla sedia la Fiom-Cgil, che intravede nell’iniziativa un nuovo, potenziale inaridimento delle aziende con sede in Piemonte: “Questa iniziativa è un’ulteriore conferma che Stellantis ha scelto di fare i veri investimenti, quelli che garantiscono volumi e livelli occupazionali, fuori dal nostro Paese. Va ricordato che oltre agli investimenti in Nord Africa sono stati annunciati oltre 13 miliardi di investimenti negli Usa che determineranno migliaia di posti di lavoro anche nell’indotto”, scrivono Samuele Lodi, segretario nazionale e responsabile settore mobilità, e Ciro D’Alessio, coordinatore nazionale automotive del sindacato. “Al netto dei molti annunci e qualche importante novità come il lancio della 500 ibrida a Mirafiori e la nuova Compass a Melfi, comunque non sufficienti a saturare e a dare prospettiva ai due stabilimenti, per l’Italia – aggiungono – manca un vero e proprio piano industriale che possa garantire la piena attività e l’occupazione dei nostri stabilimenti. Cassino, Termoli e Pomigliano attendono urgentemente risposte”. Stellantis è attiva a Tafraoui da oltre due anni e produce in quello stabilimento i modelli Tipo, Scudo, Ducato, Doblò e la Grande Panda, dedicata al mercato domestico. A breve si aggiungerà anche la Opel Frontera. A fronte di un aumento delle auto assemblate, evidentemente, il gruppo ritiene necessario creare una filiera corta abbattendo i costi e velocizzando la disponibilità dei componenti. Anche perché, questo il suggerimento alle aziende dell’indotto, il mercato automobilistico algerino “sta attraversando una fase di forte crescita, trainata dall’aumento della domanda di veicoli nuovi e usati e dalle politiche di investimento nel settore”. Insomma, esiste una “opportunità” – si spiega nell’invito anticipato da TorinoCronaca – di “avviare linee di produzione o di approvvigionamento locali, riducendo i costi logistici e migliorando i tempi di consegna”. La traduzione è ovvia: venite, vi aiuteremo noi ed esistono anche incentivi statali. Un invito che richiama quello del gennaio 2024 con il quale spingeva la componentistica italiana a investire in Marocco, altro Paese a basso costo nel quale Stellantis sta spingendo molto. Per la Fiom si tratta di un disegno inaccettabile: “Ora che l’Ue sta modificando il percorso di transizione verso l’elettrico, commettendo probabilmente un grave errore di strategia e politica industriale, Stellantis non ha più alibi. È necessario che il nuovo piano industriale anticipi i lanci già annunciati a dicembre 2024 e li integri con ulteriori investimenti a partire dalla ricerca e sviluppo e dalla gigafactory a Termoli”, dicono Lodi e D’Alessio chiedendo “trasparenza” al governo. “Non si può affermare che con Stellantis tutto stia andando bene – aggiungono stigmatizzando le parole del ministro delle Imprese Adolfo Urso – La produzione precipita e la componentistica è in una condizione ancora più critica. Il Governo deve prendere posizione rispetto alla volontà della multinazionale di investire esclusivamente fuori dall’Europa”. L'articolo Stellantis chiama a raccolta le aziende dell’indotto auto di Torino: “Venite in Algeria con noi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Beko, gli operai di Cassinetta in presidio a Palazzo Lombardia: “Promesse di investimenti non mantenute”
Sono partiti alle 6 di mattina con un pullman dalla sede di Cassinetta di Biandronno, vicino a Varese, gli operai dello stabilimento Beko Europe. Un’altra giornata di sciopero perché, nonostante le rassicurazioni, la luce non si vede ancora e il pericolo – sostengono – è tutt’altro che scampato. A Milano, davanti a Palazzo Lombardia, si è tenuto martedì mattina un incontro con la Regione e un presidio per chiedere all’azienda il rispetto degli accordi raggiunti con i sindacati il 14 aprile. Quel giorno il gruppo turco a cui fa capo la fabbrica aveva promesso la salvezza di tutti i siti produttivi, 300 milioni di investimenti di cui secondo i lavoratori non c’è traccia e una riduzione degli esuberi, da gestire con uscite volontarie incentivate. La fabbrica fa parte dei cinque stabilimenti ex-Whirpool passati, nel 2024, al gruppo turco Arçelik, colosso del settore degli elettrodomestici. Tra i motivi della protesta vi sono il calo dei volumi di produzione dei forni da incasso, nonostante la promessa di renderli primari per la produzione nella fabbrica di elettrodomestici e la situazione di incertezza dei lavoratori del plesso, dovuto anche al costante e continuo ricorso alla cassa integrazione e agli incentivi all’esodo. “Chiediamo il rispetto del piano industriale che è stato presentato al ministero, un piano di investimenti che ancora non sono stati fatti”, spiega al fattoquotidiano.it Emiliano Barile, Rsu della Fiom. Tra gli operai, aggiunge, “c’è un senso di rassegnazione, ma non ci rassegneremo fino a quando non otterremo quello che ci hanno presentato”. L’azienda aveva infatti “indicato come core business dello stabilimento” e “futura missione internazionale” – come si legge da una nota sul sito della Regione – la produzione dei forni. Che invece è calata nel 2025, spiegano i sindacati, del 30%. Intanto “nel nostro stabilimento circa 150 persone sono in cassa integrazione. Il governo ha messo in campo il golden power e anche gli ammortizzatori sociali, ora è Beko che deve fare la sua parte. Deve fare gli investimenti perché uno stabilimento regge solamente investendo”, dice ancora Barile. Il ricorso da parte della Beko alla cassa integrazione non è mai cessato, nonostante gli investimenti annunciati, ed è previsto anche per i prossimi mesi. “Sappiamo bene che il lavoro è uno dei pilastri fondamentali per tutta la comunità anche nella vita quotidiana – spiega il sindacalista – quindi ci sono persone che hanno delle scadenze, devono pagare degli affitti. Bisogna anche cercare di avere delle prospettive future. Sicuramente non possiamo vivere con lo spauracchio di non sapere cosa succederà dopo il piano industriale”. Nell’ultimo anno, dicono Patrizio e Mauro, due operai in cassa integrazione, ci sono stati “400 licenziamenti volontari dovuti alla situazione che non è né rosea né limpida”. Si va avanti con dosi massicce di incentivi all’esodo e pre-pensionamenti. Mauro – che lavora nella fabbrica da più di 30 anni, quando ancora apparteneva a Indesit – dice di non aver “mai visto così tanta cassa integrazione come in questo ultimo anno e mezzo”. Patrizio fa notare che in ogni mese per gli operai si verifichino “dai 7 ai 9 giorni” di cassa: “Anche in questo mese, subito alla partenza del nuovo anno”. “Noi vogliamo essere positivi – dice Mauro – e anche per questo siamo qui, ma la preoccupazione è altissima anche perché una diminuzione dell’organico può voler dire un domani la dismissione dell’impegno dell’azienda in Italia. Noi vogliamo che il nostro posto resti e che venga tolta la cassa integrazione”. Dalle parole di Barile si ritorna poi sulla necessità “che le istituzioni siano al nostro fianco, perché è una salvaguardia di tutto il tessuto industriale della nostra regione. La prospettiva è quella di riuscire a spingere l’azienda ad anticipare gli incentivi promessi”. E dalle istituzioni le risposte arrivate, intanto, “sono assolutamente positive. Molti comuni hanno aderito alla nostra campagna di sensibilizzazione, esponendo fuori dei vari comuni del territorio famoso striscione con ‘Tutti uniti per Cassinetta’. Dal mio punto di vista stiamo vivendo una desertificazione industriale su tutto il nostro Paese. Chiediamo che il governo cerchi di riportare in Italia le produzioni per salvaguardare il nostro futuro e quello dei nostri figli”. E all’operaio morto nella tragedia avvenuta lunedì, nell’Ilva di Taranto, cadendo durante un controllo delle valvole, è dedicato il presidio e il ricordo dei presenti. “Noi chiediamo da sempre che si investa sulla sicurezza – conclude Barile – perché la sicurezza è il fondamento della società”. L'articolo Beko, gli operai di Cassinetta in presidio a Palazzo Lombardia: “Promesse di investimenti non mantenute” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ilva, De Palma (Fiom): “Situazione drammatica negli appalti. Operai senza tredicesima e rischio licenziamenti”
“Abbiamo i lavoratori degli appalti in una situazione drammatica, con il rischio concreto di licenziamenti, e persone che non hanno ancora ricevuto nemmeno la tredicesima”. Parte da qui l’intervento del segretario generale della Fiom Cgil, Michele De Palma, oggi a Taranto per incontrare i delegati sindacali all’interno dello stabilimento ex Ilva. La visita si inserisce nel percorso di confronto avviato dalla Fiom nei siti del gruppo, in una fase definita “particolarmente delicata per il futuro industriale e occupazionale”. Durante l’incontro De Palma ha raccolto segnalazioni e valutazioni dai delegati, denunciando uno scollamento tra la realtà vissuta dai lavoratori e le rassicurazioni istituzionali. “C’è chi al governo dice che va tutto benissimo – afferma – ma noi continuiamo a pensare che non sia così”. Al centro delle richieste del sindacato la necessità di una scelta politica chiara. “L’unica soluzione è che la presidente del Consiglio si assuma la responsabilità di convocare il tavolo a Palazzo Chigi”, sostiene De Palma, indicando come strada “la creazione di una società partecipata pubblica che realizzi il piano di decarbonizzazione”. Un piano che, ricorda, “è stato condiviso con il governo e con i commissari” e che “prevede otto anni di transizione con Dri e forni elettrici a Taranto e Genova”. Critiche anche sulla gestione produttiva: “È incredibile che l’unica certezza oggi sia la cassa integrazione – aggiunge – nonostante la produzione di acciaio sia sostanzialmente la stessa dell’anno scorso, ma con più persone fuori”. Una situazione che, conclude, “colpisce soprattutto le manutenzioni”. Da qui l’appello finale: “Serve un’azienda pubblica e un piano industriale che garantisca tutte le occupate e tutti gli occupati. Su questa strada vogliamo riaprire il confronto con il governo”. “Sappiamo che il percorso di decarbonizzazione avrà impatti sull’occupazione, ma le persone non possono essere lasciate nella precarietà”, ha aggiunto e per questo “pensiamo che vada varato uno strumento straordinario, una Cassa per la transizione, in cui i lavoratori non vengano messi in cassa integrazione ma facciano vera formazione”, ha affermato, indicando la necessità di “ricollocazioni anche in nuove aziende che possono sorgere nell’area e utilizzare l’acciaio prodotto a Taranto”. L'articolo Ilva, De Palma (Fiom): “Situazione drammatica negli appalti. Operai senza tredicesima e rischio licenziamenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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