“Da italiani, rievochiamo con angoscia la discriminazione, la persecuzione, la
deportazione, la morte dei nostri concittadini ebrei, traditi dalle leggi
razziali volute dal fascismo; e da tanti dei suoi adepti venduti ai carnefici
nazisti, con la complicità della monarchia, di tanti che si ritenevano
intellettuali, di parte della popolazione. Non possiamo limitarci a questo
sentimento, per quanto sincero e doveroso: sarebbe un’occasione mancata. Sarebbe
un errore“. A dirlo, in occasione della Giornata della Memoria, è stato il
presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il capo dello Stato, durante la
cerimonia al Quirinale, ha citato la scrittrice Elena Loewenthal, che ha parlato
della “tragica concatenazione degli eventi” come un “buio”. Un buio “della
ragione, della morale, dei sentimenti di umanità e di pietà – dice Mattarella -.
La notte, senza stelle e senza speranza, di Elie Wiesel, dove appaiono solo le
fiamme dei forni crematori e dove il cielo disperde nel fumo corpi, identità,
storie, affetti, sogni di migliaia e migliaia di vittime. Il buio in cui si
sviluppò la fitta nebbia di paura, di indifferenza, di opportunismo che pervase
tanta parte della popolazione: anche padri e madri esemplari, rispettosi della
propria religione, cittadini irreprensibili, educatori scrupolosi, militari e
funzionari che ritenevano di avere un alto senso dell’onore. Quella cupa
oscurità che si scatenò come un ciclone spaventoso nel cuore della civile
Europa, abbattendo secoli di conquiste, di istituzioni civili, di grandi scuole
di diritto, supera il suo tempo e i suoi confini, perché si insinua nel profondo
dell’animo umano”.
Il presidente ha parlato del sistema di sterminio – con il culmine della
“spaventosa macchina di morte di Auschwitz” – come il frutto avvelenato di una
grande, rovinosa menzogna. Una menzogna che si sviluppa lungo la storia e di cui
la Shoah è stata la conseguenza più grave e mostruosa. La menzogna che vi
possano essere disuguaglianze, graduatorie, classificazioni di superiorità e
inferiorità, tra gli esseri umani. Che la vita, la dignità, i diritti,
inviolabili e inalienabili, di ciascuno di essi possano essere posti in dubbio,
negati, calpestati, nel turpe nome di una supremazia razziale o biologica. Ma la
grande menzogna della Shoah, nata nel chiuso dei circoli fascisti e nazisti,
nelle menti perverse di ideologi e di gerarchi, si diffuse e si sparse
attraverso una infìda ma efficace campagna di propaganda e di manipolazione, che
sfruttava l’antico pregiudizio antiebraico presente in larghi strati della
popolazione europea”. Da questa infame bugia ripetuta nel tempo si arrivò
all’abisso. “La pretesa inferiorità razziale – continua il capo dello Stato -,
teorizzata, proclamata, insegnata e, infine, tradotta in legge, portò
ineluttabilmente all’individuazione degli ebrei – una minoranza assai ridotta
dal punto di vista numerico – come il pericolo per la sopravvivenza del popolo,
della nazione. Come notarono acutamente Adorno e Horkheimer, gli ebrei vennero
bollati come male assoluto dagli adepti del male assoluto, e cioè dai nazisti.
‘Per i fascisti – scrivono i due filosofi – gli ebrei non sono una minoranza, ma
l’altra razza, il principio negativo come tale; la felicità del mondo intero
dipende dalla loro distruzionè. In questo ‘mondo capovolto’, come l’ha definito
Primo Levi, la conseguenza poteva essere una sola e terribile: la persecuzione,
in tutti i suoi gradi, fino allo sterminio”.
Oggi Mattarella rivendica che “nella Repubblica non c’è posto per il veleno
dell’odio razziale, per i germi della discriminazione, per l’antisemitismo che
affiora ancora pericolosamente, per coloro che predicano la violenza, per chi
coltiva ideologie di oppressione, di sopraffazione per chi coltiva odio”. Il
presidente della Repubblica si è rivolto alla senatrice a vita Liliana Segre per
rinnovare “la riconoscenza della Repubblica per la sua preziosa testimonianza
degli orrori vissuti e per il suo messaggio, sempre contrassegnato dal rigetto
dell’odio, della vendetta, della violenza. Cara senatrice, in questa occasione
solenne desidero esprimerle, a nome della Repubblica, la solidarietà, la stima e
l’affetto a fronte di attacchi colmi, a un tempo, di volgarità e di imbecillità.
Volgarità e imbecillità: come lo sono da sempre le manifestazioni di razzismo e
di antisemitismo, del resto configurati dalla legge come reati”. Il “riproporsi
e diffondersi” di “manifestazioni di razzismo e antisemitismo”, d’altra parte, è
“indice di alta pericolosità e interpella una azione rigorosa da parte delle
autorità di tutta l’Unione Europea” aveva detto poco prima Mattarella.
“La Repubblica Italiana e la sua Costituzione sono nate contro le ideologie
disumane e sanguinarie che avevano avvelenato la prima metà del Novecento,
lasciando dietro di sé lutti, devastazioni, memorie incancellabili di orrore”
continua Mattarella. “Sono sorte dal sangue innocente dei deportati nei campi di
sterminio, dei combattenti per la libertà, delle donne e degli uomini annientati
solo per ciò che erano, per quel che pensavano, per quello in cui credevano”.
***
Il discorso integrale del presidente della Repubblica
Rivolgo un saluto cordiale ai Presidenti del Senato e della Camera, del
Consiglio dei Ministri, a tutti quanti sono in questo Salone e a quanti seguono
da remoto. Ringrazio molto per la loro presenza Liliana Segre, Edith Bruck, Sami
Modiano.
Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a questo importante e
irrinunziabile giorno di commemorazione e di riflessione, la cui intensità è
sempre massima senza che possa essere scalfita dal trascorrere del tempo.
Un ringraziamento a Stefano Santospago che ci ha così ben condotto in questo
percorso doloroso della memoria.
Ringrazio il Ministro Valditara per le sue importanti parole. Ringrazio la
Presidente Noemi Di Segni, anche per il suo lungo, appassionato, efficace
incarico alla guida delle Comunità ebraiche italiane.
Ringrazio gli autori dei filmati e dei testi; ringrazio i musicisti – Francesca
Leonardi e Andrea Oliva – che ci hanno fatto apprezzare la bellezza della musica
di compositori ebrei. Ascoltandola e venendone coinvolto, pensavo che, nella
cupa stagione del nazismo, sarebbe stata proibita come “arte degenerata”.
Complimenti e auguri a Ludovica, Eleonora, Federico, Edoardo, che hanno
intervistato, con efficacia e con puntualità di domande, la senatrice Segre alla
quale rinnovo la riconoscenza della Repubblica per la sua preziosa testimonianza
degli orrori vissuti e per il suo messaggio, sempre contrassegnato dal rigetto
dell’odio, della vendetta, della violenza.
Cara Senatrice, in questa occasione solenne desidero esprimerle, a nome della
Repubblica, la solidarietà, la stima e l’affetto a fronte di attacchi colmi, a
un tempo, di volgarità e di imbecillità. Volgarità e imbecillità: come lo sono
da sempre le manifestazioni di razzismo e di antisemitismo, del resto
configurati dalla legge come reati.
Volgarità e imbecillità che non ne riducono la gravità: il loro riproporsi e
diffondersi è indice di alta pericolosità e interpella un’azione rigorosa da
parte delle autorità di tutta l’Unione Europea.
Abbiamo appena ascoltato le storie tragiche -particolarmente atroci – di due
piccoli italiani, Sergio ed Elena. Tutte le violenze sono inaccettabili,
spregevoli, ma quelle contro i bambini, in ogni parte del mondo, addolorano,
scuotono le coscienze e le interpellano ancora più in profondità.
Ogni volta che ci accostiamo al tema della Giornata della Memoria, ogni volta
che assistiamo alla rievocazione di quell’inferno sulla terra, ogni volta che
sentiamo narrare le storie delle vittime e dei loro aguzzini, veniamo colti,
nonostante i tanti decenni che ormai ci separano da quella tragica catena di
mostruosità, da angoscioso sbigottimento.
Come se quella discesa dolorosa – ricordata, studiata, analizzata – al punto più
oscuro della storia dell’umanità, riservasse sempre la scoperta di nuovi
episodi, di nuove pagine, di un orrore che sembra non avere mai fine. Perché, in
realtà, non ha mai fine.
La caccia agli ebrei, le deportazioni su carri bestiame, le selezioni, il
freddo, le torture, la fame, gli esperimenti medici, le esecuzioni di massa, le
camere a gas, le ciminiere dei crematori, le marce della morte. Famiglie
smembrate e distrutte, omicidi brutali, violenze inaudite, condotte con sadismo
o con burocratica impassibilità.
Non soltanto una barbara e improvvisa esplosione di odio e di violenza razziale,
quanto una presunta ideologia, una cosiddetta politica, un vero e proprio
sistema di morte costruito negli anni, con malvagia determinazione, fondato
sull’odio razziale.
Mai nella storia dell’uomo uno sterminio era stato così lungamente progettato e
così accuratamente programmato, nei minimi dettagli e con sconvolgente
efficienza. In tutti i rami e le categorie dello stato nazista – giuristi,
medici, economisti, scienziati, giornalisti, ingegneri, burocrati, militari,
semplici cittadini trasformati in delatori – vi furono chiamati a dare – e
fornirono – il loro attivo contributo per realizzare i deliri omicidi di un
dittatore e dei suoi perfidi complici. I volenterosi carnefici di Hitler,
secondo la efficace definizione di Daniel Goldhagen.
Il sistema di sterminio, di morte, di depravazione, che ha il suo culmine nella
spaventosa macchina di morte di Auschwitz, è stato il frutto avvelenato di una
grande, rovinosa menzogna. Una menzogna che si sviluppa lungo la storia e di cui
la Shoah è stata la conseguenza più grave e mostruosa. La menzogna che vi
possano essere disuguaglianze, graduatorie, classificazioni di superiorità e
inferiorità, tra gli esseri umani. Che la vita, la dignità, i diritti,
inviolabili e inalienabili, di ciascuno di essi possano essere posti in dubbio,
negati, calpestati, nel turpe nome di una supremazia razziale o biologica.
Ma la grande menzogna della Shoah, nata nel chiuso dei circoli fascisti e
nazisti, nelle menti perverse di ideologi e di gerarchi, si diffuse e si sparse
attraverso una infìda ma efficace campagna di propaganda e di manipolazione, che
sfruttava l’antico pregiudizio antiebraico presente in larghi strati della
popolazione europea.
Fu così che la pretesa inferiorità razziale, teorizzata, proclamata, insegnata
e, infine, tradotta in legge, portò ineluttabilmente all’individuazione degli
ebrei – una minoranza assai ridotta dal punto di vista numerico – come il
pericolo per la sopravvivenza del popolo, della nazione.
Come notarono acutamente Adorno e Horkheimer, gli ebrei vennero bollati come
male assoluto dagli adepti del male assoluto, e cioè dai nazisti. “Per i
fascisti – scrivono i due filosofi – gli ebrei non sono una minoranza, ma
l’altra razza, il principio negativo come tale; la felicità del mondo intero
dipende dalla loro distruzione”. In questo “mondo capovolto”, come l’ha definito
Primo Levi, la conseguenza poteva essere una sola e terribile: la persecuzione,
in tutti i suoi gradi, fino allo sterminio. Di queste menzogne si sono nutriti i
totalitarismi del Novecento. Se ne alimentano ancora oggi razzismo e
antisemitismo. A queste menzogne attingono ai nostri giorni i despoti, gli
aggressori.
In questo giorno siamo qui per ricordare la schiera di vittime incolpevoli – sei
milioni di persone – soffocate nelle camere a gas, trucidate dai plotoni di
esecuzione, perite per i maltrattamenti e per l’inedia dentro le cupe mura dei
ghetti: anziani, giovani, donne, uomini, bambini, neonati. Ebrei, in massima
parte, rom e sinti, omosessuali, dissidenti politici, appartenenti a minoranze
religiose, disabili, malati di mente. Tutti definiti appartenenti a categorie
non degne di vivere.
Da italiani, rievochiamo con angoscia la discriminazione, la persecuzione, la
deportazione, la morte dei nostri concittadini ebrei, traditi dalle leggi
razziali volute dal fascismo; e da tanti dei suoi adepti venduti ai carnefici
nazisti, con la complicità della monarchia, di tanti che si ritenevano
intellettuali, di parte della popolazione. Non possiamo limitarci a questo
sentimento, per quanto sincero e doveroso: sarebbe un’occasione mancata. Sarebbe
un errore.
Elena Loewenthal, parlando della tragica concatenazione degli eventi che si
ricorda nel Giorno della Memoria, ha scritto che gli ebrei, che l’hanno subita,
“ci sono precipitati dentro. Era buio”. Il buio di cui parla Elena Loewenthal è
quello della ragione, della morale, dei sentimenti di umanità e di pietà. La
notte, senza stelle e senza speranza, di Elie Wiesel, dove appaiono soltanto le
fiamme dei forni crematori e dove il cielo disperde nel fumo corpi, identità,
storie, affetti, sogni di migliaia e migliaia di vittime. Il buio in cui si
sviluppò la fitta nebbia di paura, di indifferenza, di opportunismo che pervase
tanta parte della popolazione: anche padri e madri esemplari, rispettosi della
propria religione, cittadini irreprensibili, educatori scrupolosi, militari e
funzionari che ritenevano di avere un alto senso delll’onore.
Quella cupa oscurità che si scatenò come un ciclone spaventoso nel cuore della
civile Europa, abbattendo secoli di conquiste, di istituzioni civili, di grandi
scuole di diritto, supera il suo tempo e i suoi confini, perché si insinua nel
profondo dell’animo umano.
Il tentativo, messo in atto dalla Germania nazista, di cancellare gli ebrei
dalla faccia dell’Europa, racchiude in sé, in modo emblematico, tutto il male
che l’uomo è in grado di commettere quando si lascia contagiare, per
superficialità, per indifferenza, per viltà, per interesse, dal virus dell’odio,
del razzismo, della sopraffazione.
Quando la ragione si offusca fino a spegnersi, quando gli innati sentimenti
contrapposti di umanità – la solidarietà, la pietà, il senso della propria
dignità e della responsabilità che ne consegue– si inaridiscono, la barbarie
rinasce e il valore di libertà, di pace, di fratellanza, proprio di ogni donna e
di ogni uomo, cede al suo contrario, generando guerra, schiavitù, violenza,
sterminio.
Quest’anno celebriamo gli ottanta anni della Repubblica. Un evento decisivo
della nostra storia.
Come ha scritto il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, la riflessione sugli
orrori vissuti e sulle leggi razziste “è stata uno dei motori che hanno portato
alla fondazione di una nuova società italiana, nella quale è cambiata anche la
forma di sovranità, da monarchia a Repubblica”.
La Repubblica Italiana e la sua Costituzione sono nate contro le ideologie
disumane e sanguinarie che avevano avvelenato la prima metà del Novecento,
lasciando dietro di sé lutti, devastazioni, memorie incancellabili di orrore.
Sono sorte dal sangue innocente dei deportati nei campi di sterminio, dei
combattenti per la libertà, delle donne e degli uomini annientati solo per ciò
che erano, per quel che pensavano, per ciò in cui credevano.
Nella Repubblica non c’è posto per il veleno dell’odio razziale, per i germi
della discriminazione, per l’antisemitismo che affiora ancora pericolosamente,
per coloro che predicano la violenza, per chi coltiva ideologie di oppressione,
di sopraffazione, per chi coltiva odio.
Far memoria della Shoah oggi, ricordare quegli orrori indicibili e le vittime
innocenti, non è soltanto un dovere: significa rinnovare con forza il nostro
patto civile che si fonda su fratellanza, rispetto, convivenza; significa
ribadire con fermezza che non permetteremo mai più che indifferenza, paura,
complicità possano aprire nuovamente le porte a quello o ad altro abisso.
Questa cerimonia è l’occasione per esprimere, con orgoglio e con responsabilità,
il patriottismo italiano e repubblicano che ci rende custodi, in ogni
circostanza e in ogni momento, della dignità, unica, incancellabile e
inalienabile, della persona umana. Custodi della democrazia.
L'articolo “Gli ebrei italiani furono traditi dalle leggi razziali del
fascismo”: il discorso di Mattarella al Quirinale proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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“Il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e
ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte”. Nel suo 11esimo
discorso di fine anno alla nazione – il quarto del suo secondo mandato al
Quirinale – il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lancia un messaggio
potente sui conflitti in Europa e in Medio Oriente, ricordando fin dalle prime
frasi “le abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine“, con “la
distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne,
uomini al freddo del gelido inverno di quei territori”, ma anche “la
devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati”. “Si chiude un
anno non facile. Tutti ne abbiamo ben presenti le ragioni e, come sempre,
speriamo di incontrare un tempo migliore. La nostra aspettativa è anzitutto
rivolta alla pace”, è l’esordio del capo dello Stato. Ma la pace, sottolinea, “è
un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza
pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio
dominio”. In questo senso Mattarella omaggia il pontefice Leone XIV e al suo
appello a “disarmare le parole“, lo stesso lanciato da Papa Francesco:
“Raccogliamo questo invito. Se ogni circostanza diviene pretesto per violenti
scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma
soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace, non se ne
costruiscono le basi”.
Il discorso dura circa 15 minuti, in linea con quelli degli scorsi anni. Il
presidente parla in piedi dallo Studio della Vetrata: dietro di lui, oltre alle
bandiere, la Costituzione e la storica foto simbolo del referendum del 2 giugno
1946, con la ragazza sorridente che sventola la prima pagina del Corriere della
sera dal titolo “È nata la Repubblica italiana”. Nel 2026, sottolinea
Mattarella, “ricorderemo gli ottant’anni della Repubblica. Ottant’anni sono
pochi se guardati con gli occhi della grande storia, ma sono stati decenni di
alto significato”. Poi usa la metafora di un “album immaginario” della storia
della Repubblica, da sfogliare “come si fa in famiglia”: e il primo fotogramma è
quello del voto alle donne concesso per la prima volta nel referendum del 1946,
“un segno diede alla Repubblica un carattere democratico indelebile, avviando un
percorso, ancora in atto, verso la piena parità”. Quel voto elesse l’Assemblea
costituente, che, ricorda, “fu capace di trovare una sintesi di alto valore
mentre la dialettica politica si sviluppava tra convergenze e contrasti, anche
molto forti. Di mattina i costituenti discutevano – e si contrapponevano – sulle
misure concrete di governo, nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli
della nostra Carta costituzionale, che ha ispirato e guidato il Paese per tutti
questi decenni”.
L'articolo Il discorso di fine anno di Mattarella: “Ripugnante chi nega la pace
perché si sente più forte” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il principio non può essere muovere guerra per fare la pace: è paradossale.
Appare insensata la pace evocata da parte di chi, muovendo guerra, pretende in
realtà di imporre le proprie condizioni”. Nel momento in cui sono in corso i
colloqui per la tregua in Ucraina, la frase pronunciata da Sergio Mattarella ha
più di un significato. Il riferimento del presidente della Repubblica,
intervenuto durante la cerimonia dello scambio degli auguri di fine anno con il
corpo diplomatico, non è diretto anche se in tanti avranno pensato alla Russia.
E in effetti il capo dello Stato ha poi citato direttamente Mosca. “Un
protagonista della comunità internazionale, la Federazione Russa, ha,
sciaguratamente, scelto di travolgere questo percorso ripristinando, con la
forza, l’antistorica ricerca di zone di influenza, di conquista territoriale, di
crudele prepotenza delle armi”, ha detto Mattarella. “Le generazioni globali che
lottarono contro il nazifascismo in Europa, contro il colonialismo, contro i
totalitarismi per rivendicare libertà e diritti, spesso anche a costo della
vita, ricercando un progetto di collaborazione sfociato nella creazione dell’Onu
– il più ambizioso tentativo nella storia dell’umanità di dare una cornice di
regole alle relazioni internazionali – rischiano di vedere infranti, oggi, i
loro sacrifici”, ha aggiunto il capo dello Stato, spiegando che “un sistema,
costruito per assicurare garanzie di pace e di convivenza – riflesso di
equilibri lungamente discussi e negoziati – entra in crisi quando qualche
protagonista della vita internazionale lo infrange, ritenendo che non sia più
funzionale alla prevalenza dei propri interessi, talvolta ondivaghi, e che
questi debbano prevalere sui valori condivisi e sulle esigenze degli altri
Paesi. Entra in crisi quando si accampano presunte – e spesso fallaci – esigenze
di sicurezza per alterare la bilancia strategica”.
Mattarella ha poi ribadito quanto detto davanti al Bundestag, il Parlamento
tedesco. “Il controllo della corsa agli armamenti, in particolare di armi di
distruzione definitiva, come quelle nucleari, aveva conosciuto risultati
significativi. Nel contesto attuale, si rende necessario ribadire con forza che
l’uso o anche la sola concreta minaccia di introdurre nei conflitti armamenti
nucleari appare un crimine contro l’umanità”. Quindi ha ricordato che questo “è.
il quarto Natale di guerra per il popolo ucraino. Si moltiplicano gli attacchi
russi alle città e alle infrastrutture energetiche e civili. Le vittime civili
sono sempre più numerose. L’Europa e l’Italia restano saldamente al fianco
dell’Ucraina e del suo popolo, con l’obiettivo di una pace equa, giusta e
duratura, rispettosa del diritto internazionale, dell’indipendenza, della
sovranità, dell’integrità territoriale, della sicurezza ucraine”.
Il presidente della Repubblica è tornato a difendere l’Unione Europea, definita
come “una delle più riuscite esperienze di pace tra i popoli e di democrazia, è
nata e si è ampliata nella costante ricerca della pace, ripeto, e della libertà,
garantite, nel proprio ambito, in base a Trattati liberamente stipulati dai
popoli europei; che ne hanno ricavato diritti e benessere. La storia insegna
che, nei rapporti internazionali, dinamiche puramente bilaterali pongono il più
debole alla mercé del più forte. Non è accettabile la pretesa che quelle
dinamiche tornino a essere la misura dei rapporti tra popoli liberi”. Parlande
dell’Ue, Mattarella ha sottolineato: “La libera condivisione di principi e di
norme non è una gabbia che costringe, ma un sostegno che tutela, soprattutto i
più deboli. Non sorprende che vengano contestate da corporazioni internazionali
che si espandono pretendendo di non dover osservare alcuna regola: questa non
sarebbe libertà ma arbitrio”.
L’inquilino del Quirinale ha poi rivolto il suo pensiero anche “al destino dei
popoli del Medio Oriente. A quello della Striscia di Gaza, martoriata per due
anni da inumana violenza, innescata dalla barbarie di Hamas e alimentata da una
lunga guerra. Si sono aperti spiragli importanti: molto resta ancora da fare per
consolidare il cessate il fuoco ed evitare che si dissolva, per ripristinare
pienamente gli aiuti umanitari a una popolazione stremata, per avviare la
ricostruzione”. L’auspicio del capo dello Stato “resta quello di vedere
affermarsi nella regione mediorientale pace e stabilità. Questi traguardi non
possono prescindere dalla pacifica coesistenza, nella sicurezza, dei popoli
israeliano e palestinese, nella cornice della soluzione a due Stati, che occorre
sostenere e difendere da qualsiasi tentativo di comprometterne la praticabilità.
Non ve ne sono altre”.
L'articolo Mattarella: “Non può evocare la pace chi muove la guerra. Medio
Oriente, soluzione dei 2 Stati unica possibile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ignazio La Russa vuole le dimissioni di Francesco Saverio Garofani, il
consigliere di Sergio Mattarella, al centro della polemica esplosa tra Palazzo
Chigi e il Quirinale. “È il segretario del Consiglio supremo di Difesa, quello
che si deve occupare della difesa nazionale. Credo che forse è meglio che quel
ruolo lo lasci a qualcun altro”, ha detto il presidente del Senato, intervenendo
all’evento Italia Direzione Nord in Triennale, a Milano.
E dire che meno di 24 ore era stata Giorgia Meloni a chiudere la polemica aperta
martedì scorso, con l’articolo pubblicato da quotidiano La Verità che ipotizzava
l’esistenza di un complotto al Colle contro il governo, riportando una
dichiarazione di Garofani: “Un anno e mezzo forse non basta per trovare qualcuno
che batta il centrodestra: ci vorrebbe un provvidenziale scossone“. Frase che il
consigliere di Mattarella ha confermato di aver pronunciato, durante una
“chiecchierata in libertà” con gli amici. La frattura, amplificata
dall’intervento del capogruppo di Fdi alla Camera Galeazzo Bignami, aveva
portato a un incontro tra Meloni e Mattarella al Colle, con la premier che ha
chiuso il caso domenica sera: “Ho parlato direttamente con il presidente della
Repubblica, ho chiarito tutta la questione. Approfitto per ribadire l’ottimo
rapporto che da sempre ho con il presidente Mattarella. Non penso sia il caso di
tornare su questa vicenda”.
E invece ora è La Russa che torna sulla questione Garofani. “Che Meloni non
c’entrasse niente era del tutto evidente. Si parla di un Consigliere che in
ambiente di tifosi, a ruota libera, si è lasciato andare improvvidamente a tutta
una serie di valutazioni su governo, su Meloni”, dice la seconda carica dello
Stato. “Se lo dice un consigliere del presidente della Repubblica non si può
addossare questo pensiero al presidente, ma una critica a questo consigliere è
assolutamente legittima, soprattutto se gli è stata chiesta una smentita e lui
ha detto ‘si trattava di chiacchiere di amici‘. Fosse stato uno di destra oggi
lo vedremo appeso ai lampioni di qualche città o cattolicamente crocifisso”, ha
aggiunto La Russa. E poi ancora il presidente del Senato ha ribadito: “Si tratta
dei suoi personali desideri, che non sono degni di uno che fa il Consigliere del
Presidente”.
Durante il suo intervento, La Russa si è esposto anche sul caso delle polemiche
relative al convegno su Pier Paolo Pasolini organizzato dalla fondazione
Alleanza nazionale al Senato. “È come dire che su Giulio Cesare possono parlare
solo gli antichi romani. La prosopopea di persone come l’esimio giornalista
Abbate (Fulvio Abbate ndr), che ha sollevato il problema, questa spocchia
secondo cui appartengono alla sinistra non solo i personaggi, ma anche il
diritto di parlare di una persona piuttosto che di un’altra la dice lunga su
come si è sviluppato per anni il tentativo di occupare non la cultura, ma il
dibattito sulla cultura”, ha detto. “Però non mi sono arrabbiato, anzi correrei
a ringraziarlo questo giornalista, perché mi dà l’occasione di dire che non
basta questa antica prerogativa della sinistra di pretendere di poter parlare
solo loro di certi temi, ma ce ne è una nuova, quasi che parlare di Pasolini
fosse figlio del fatto che siamo al governo, come se non l’avessimo mai fatto.
Questo dimostra ignoranza: se vuoi parlare, prima documentati”.
L’intervento a Milano è stato anche l’occasione per il presidente del Senato per
esporsi in vista delle prossime elezioni amministrative: il centrodestra non ha
ancora un candidato sindaco. “Prima lo scegliamo e meglio è, ha ragione Salvini,
ma bisogna sceglierlo bene. L’ultima volta è stata scelta una bravissima
persona, ma non era preparata in quel momento a svolgere quel ruolo. Ha ragione
Salvini, bisogna sceglierlo bene ma bisogna sceglierlo presto”, è l’opinione del
presidente di Palazzo Madama. “Scommetto che con una futura giunta di
centrodestra, resterà in piedi con l’accordo delle società anche il vecchio,
intramontabile, glorioso San Siro che tutti ci invidiano”, ha sostenuto. “Sono
felice che si parli di costruire il nuovo stadio e speriamo che avvenga nei
tempi previsti. Ma avremo il vecchio stadio fino a quando quello nuovo non sarà
pronto. Secondo il piano bisognerà abbattere quello vecchio per favorire una
legittima volontà di costruire delle cose che con lo stadio c’entrano fino a un
certo punto, ma che costituiscono la contropartita data alle società affinché il
costo dello stadio non si a a carico dei cittadini”, ha spiegato La Russa. “Ma a
quel punto – ha osservato – siamo sicuri che le squadre non cambino idea e non
tengano due stadi? Io sono convinto che nel frattempo, se ci sarà come auspico
una giunta di centrodestra, saprà parlare con le società, offrire alternative
alle cubature previste al posto dello stadio in altre parti del territorio
milanese e magari nuovo e vecchio stadio coesisteranno”.
L'articolo La Russa chiede le dimissioni di Garofani, consigliere del Colle:
“Lasci il posto al Consiglio supremo di Difesa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Leonardo Botta
A mio avviso il consigliere di Mattarella, Francesco Saverio Garofani, farebbe
bene a dimettersi, soprattutto per tutelare il Quirinale. Credo che un
collaboratore del presidente della Repubblica dovrebbe astenersi da qualsiasi
esternazione in pubblico che lasci anche minimamente trasparire il proprio
orientamento politico (che in realtà nel caso di Garofani è noto, essendo lui ex
parlamentare del Partito Democratico), anche se pronunciata in “chiacchiere da
bar” con amici.
Soprattutto, le sue dimissioni sono necessarie per disinnescare le armi dei
cecchini governativi puntate contro il Presidente. Guardate per esempio questo
titolo sui canali social de La Verità, quotidiano che ha avuto il merito di
ricevere e pubblicare la notizia della cena in cui Garofani si sarebbe lasciato
andare a quelle dichiarazioni in libertà, titolo che recita: “Perché non può
stare un minuto di più lì”. Un lettore distratto potrebbe pensare che il
giornale di Belpietro si riferisca a Mattarella; in realtà no, nel titolo si
lancia il sasso ma poi nel corpo dell’articolo si nasconde la mano, chiarendo
che chi non può stare un minuto di più al suo posto è Garofani.
Beninteso, anche un’istituzione come il Colle, oggi retta da un giurista che ha
mostrato in questi dieci anni equilibrio e sobrietà, può essere oggetto di
critiche, anche feroci, per suoi comportamenti che eventualmente non rispettino
il mandato costituzionale. Del resto i partiti di sinistra non lesinarono, in
passato, strali contro Leone o Cossiga, quelli di destra contro Scalfaro e
Napolitano e, più recentemente, leghisti e grillini chiedevano addirittura
l’impeachment per lo stesso Mattarella.
Ma fa specie che a guardare la pagliuzza nell’occhio del Presidente siano coloro
a cui sono sfuggite le travi in quello di qualcun altro. Per esempio di La
Russa, la seconda carica dello Stato: quello che conserva il busto di Mussolini
in casa e che ama riscrivere la storia della lotta partigiana. O di Silvio
Berlusconi, sulle cui “marachelle” da imprenditore e premier si potrebbe
scrivere l’enciclopedia Treccani, già candidato del centro-destra alla
presidenza della Repubblica e a cui, quale premio di consolazione, sono stati
dedicati nientemeno che un aeroporto e un francobollo.
Del resto pare evidente, e non inaspettato, che sia partito l’attacco da destra
alla diligenza quirinalizia: per una serie di sfortunate circostanze il
centro-destra non è mai riuscito a esprimere l’inquilino del Colle; al massimo
ne ha condiviso la scelta, come nel caso dell’elezione di Carlo Azeglio Ciampi.
Per cui questa volta per lo schieramento conservatore pare davvero la volta
buona: la prossima a varcare la soglia del Quirinale potrebbe essere addirittura
Giorgia Meloni, a sistema costituzionale vigente, o qualcun altro espressione
dell’attuale maggioranza se dovesse essere riconfermata alle elezioni politiche
del 2027 e, nel frattempo, dovesse passare la riforma sul premierato.
Per cui, fossi nei panni dei collaboratori di Mattarella (finanche dei
corazzieri e del barbiere) starei attento a non emettere anche una sola sillaba
fuori posto: da qui al 2029 le truppe d’assalto melonian-salviniane non
perderanno occasione per cogliere in fallo il presidente o il suo entourage,
lavorando ai fianchi un’opinione pubblica che notoriamente è facilmente
impressionabile da titoli a effetto, post, tweet e reel.
Del resto, è in nome dell’arcaico motto “tanti nemici, tanto onore” che il
centro-destra, di nemici, se ne inventa uno al giorno: aveva cominciato
Berlusconi con giudici e magistrati (da lui definiti “metastasi” – tranne,
naturalmente, quelli che riusciva a corrompere per comprarsi le sentenze); poi
avevano seguitato i suoi alleati ed eredi piazzando nel mirino l’Unione Europea
(un po’ meno da quando Giorgia Meloni è diventata “tazza e cucchiaio” con la von
der Leyen) e le Corti internazionali, passando per i sindacati e qualunque
disgraziato che salga su un barchino per raggiungere le nostre coste.
Ora pare sia il turno di Mattarella.
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L'articolo Fossi un collaboratore di Mattarella starei attento a non dire una
sola sillaba fuori posto proviene da Il Fatto Quotidiano.
La voce che annuncia il 25 aprile, lo scopone con Zoff e Bearzot, l’inchino
angosciato alla bara di Enrico Berlinguer, le arene faccia a faccia con gli
studenti, l’indignazione per il Duce messo sottosopra a piazzale Loreto,
l’attesa vana accanto alla mamma di Alfredino, il bimbo nel pozzo. In qualsiasi
album dei ricordi si incrocia almeno un’immagine di Sandro Pertini: perfino chi
non conosce la sua storia, è in grado di riconoscerne la figura, la pipa, la
testa bianca, gli occhiali. È indicato come il “più popolare” presidente della
Repubblica, nel senso più letterale: è stato con lui che il capo pro tempore
dello Stato ha avuto la maggiore aderenza ai sentimenti comuni di una ampia e
trasversale maggioranza dei suoi concittadini, al punto che in certi frangenti
il termine popolare ha accarezzato – in anticipo sui tempi – la semantica del
populismo.
DI LIBERTÀ NON CE N’È UNA SOLA
Non per questo, non solo per questo, Pertini ha ormai assunto negli anni e poi
nei decenni i lineamenti del mito, meritevole di mille rappresentazioni,
racconti, celebrazioni, da Toto Cutugno ad Andrea Pazienza che ne fece un
supereroe, dall’eroe che in effetti è stato – sia detto col dizionario alla mano
– come suggerisce lo scorrere della sua vita, anche a ripercorrerla solo a
salti. Pacifista quando tutti volevano la guerra – la prima, la Grande, la
agognata da destra e sinistra -, iscritto con i socialisti dopo aver saputo che
i fascisti avevano ammazzato Giacomo Matteotti, la fuga con Turati nel mare di
dicembre verso la Corsica e poi, insofferente, come ingabbiato, nell’esilio in
Francia, e ancora combattente a Porta San Paolo dopo l’8 settembre per
cominciare a liberare Roma, arrestato torturato condannato a morte, evaso per
miracolo (di Giuliano Vassalli) dal carcere nazifascista, e di nuovo combattente
al Nord. Fino all’insurrezione finale di cui è protagonista e motore nelle
fabbriche di Torino e Milano. Eroe, suggerisce il dizionario: ogni volta che ha
avuto la vita salva, ogni volta che poteva ritenersi di nuovo al sicuro, ha
rimesso in gioco la sua stessa esistenza a beneficio di ciò per cui ha
combattuto per tutta la vita: la libertà per un mondo migliore. Il suo era un
concetto espanso di libertà – arcinoto – che gli autoproclamati liberali di cui
il tempo presente ci fa dono si rifiutano di vedere e che invece lui ha scolpito
in una celebre intervista tv: “La libertà è l’esaltazione della dignità del
singolo e quindi non può andare disgiunta dalla giustizia sociale”. Chiuse il
cerchio di queste 17 parole con l’elenco di un sistema obliquo, dalle pensioni
non dignitose ai salari insufficienti, la promessa mancata del secondo comma
dell’articolo 3 della Costituzione, sempre un po’ trascurato. “È compito della
Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando
di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo
della persona umana”.
Cosa c’è da dire di più, dunque, di Pertini, già eretto sul piedistallo che –
una volta tanto – è sostenuto allo stesso tempo dal giudizio della Storia, da
quello dei cittadini e perfino dalla cultura di massa? Perché raccontarlo di
nuovo a 40 anni dalla fine della sua presidenza e a 35 dalla morte? I registi
Mario Molinari e Daniele Ceccarini hanno risposto a queste domande con il
docufilm Il settimo presidente (produzione da Arci Savona con il contributo di
varie realtà istituzionali, prossima proiezione al Wanted Clan di Milano il 22
novembre).
Un altro documentario su Pertini, insomma? Gli interrogativi sono sciolti dentro
questo racconto, ricchissimo di testimonianze e affrescato dalla musica di
Nicola Piovani, che scorre dall’infanzia a Stella fino agli anni da capo dello
Stato, neri per l’Italia: il messaggio silenzioso eppure così insistente che fa
da tessitura non esplicita dell’opera di Molinari e Ceccarini è che osservare,
seguire, far parlare Pertini significa discutere del tempo che viviamo, anche a
contrasto, per quello che la politica del presente non è in grado di dire, di
fare, di essere. Il pacifismo, il senso morale, il modo di esporsi all’opinione
pubblica come messaggio politico, la radicalità delle idee e la nettezza delle
parole per esporle (quasi biblica, Sì sì no no, il di più viene dal maligno). Il
lavoro di Molinari e Ceccarini ha l’obiettivo dichiarato di affondare di più e
meglio nella storia meno conosciuta di Pertini, prima della comparsa sulla
ribalta della Storia, per scoprire che ha sempre parlato la stessa lingua, con
la stessa testa e lo stesso cuore, da quel paesino arroccato sui monti dietro al
mare della Liguria fino al Quirinale, una lingua che la politica oggi non
riconosce quasi più.
IL MITO DELLA PACE PER CHI AVEVA FATTO LA GUERRA
Quel formidabile messaggio del discorso di fine anno, per esempio, sull’Italia
che si doveva fare portatrice di pace nel mondo (“si svuotino gli arsenali di
guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di
creature umane che lottano contro la fame”) per Pertini è stata una convinzione
che si è portato in tasca fin da ragazzino. Lui la guerra l’aveva fatta, anzi
due: prima sull’Isonzo nel 1917, poi quella di Liberazione, da capo di quel
mirabolante impasto che è stato il movimento della Resistenza. Quando il
fratello Eugenio nell’aprile del 1944 viene arrestato (è sorpreso a mangiare in
un ristorante con la figlia), viene portato in caserma e interrogato: “Sei
parente di Pertini?”, “Sì era mio fratello”, “Era?”, “Sì, me l’hanno fucilato”,
“Macché fucilato, guida la Resistenza”. Eugenio scoppia a piangere: un anno dopo
morirà nel campo di concentramento di Flossenbürg. Cinque giorni dopo suo
fratello chiamerà l’insurrezione finale contro nazisti e fascisti.
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Credits indeciso42/Wikipedia
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SANDRO PERTINI, PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 1978 - 1985
Sandro Pertini, Presidente della Repubblica 1978 - 1985
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SANDRO PERTINI
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IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SANDRO PERTINI CON EDUARDO DE FILIPPO
Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini con Eduardo De Filippo
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SANDRO_PERTINI_FUNERALE_BERLINGUER
Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini al funerale del segretario del PCI
Enrico Berlinguer.
Eppure Sandro che “guidava la Resistenza” (i mitra, i travestimenti, i messaggi
cifrati, le spie, i rischi, il rotto della cuffia) non ha mai cambiato idea
sulla guerra. Non ha ancora 19 anni quando partecipa alla sua prima
manifestazione di piazza. E’ l’inizio di maggio del 1915, gli studenti rapiti
dalla sbornia interventista si ritrovano in via Balbi, a Genova, per urlare al
governo di portare l’Italia dentro la guerra che sta facendo scorrere già il
sangue in mezza Europa. Pertini in quella piazza grida: “Viva la pace!”. “Era
convinto – spiega lo storico Giuseppe Milazzo nel film di Molinari e Ceccarini –
che la guerra non solo porta lutti, ma porta anche il Paese alla rovina
economica”.
Il settimo presidente ricalca con la matita, ancora una volta, un uomo che ha
assunto per tutta la vita i connotati della Costituzione, la Carta che si è
fatta carne, garante di quella legge di tutti e per tutti che aveva cominciato a
scrivere prima del 1947 – oltre vent’anni prima. Uno Stato libero e democratico
come obbligo morale, come religione civile. Dice nel documentario Sandra Isetta,
figlia dell’avvocato personale di Pertini, amica di famiglia: “Aveva avuto una
formazione cattolica, la madre era bigotta. Lui ha sublimato questa educazione
in fede politica”.
LE MAGLIE A STRISCE DI GENOVA E QUEL DISCORSO DA “DENUNCIA”
La Costituzione prima di tutto. Nel 1960 con il veleno della provocazione –
consueto e mai debellato dall’attitudine genetica di fascismo e nipotini
seguenti – il Movimento Sociale prima fornisce un furbesco appoggio esterno al
governo tutto Dc di Fernando Tambroni e poi intende celebrare il suo congresso a
Genova, medaglia d’oro per la Resistenza finita quindici anni prima, l’unica
città in tutta Europa a liberarsi con le sole proprie forze.
I genovesi si ribellano, il 2 giugno – festa della Repubblica – ecco Umberto
Terracini, comunista, 17 anni tra galera e confino durante il regime, che ha
firmato la Costituzione insieme a Enrico De Nicola. Propone una controriunione
con tutti i partiti che hanno partecipato la guerra partigiana. Dopo venti
giorni davanti ad almeno 30mila persone a parlare è Pertini. “Le autorità romane
– dice – sono particolarmente interessate e impegnate a trovare coloro che esse
ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazioni di
antifascismo. Ma non fa bisogno che quelle autorità si affannino molto: ve lo
dirò io, signori, chi sono i nostri sobillatori. Eccoli qui, eccoli accanto alla
nostra bandiera: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta e
di Cravasco, sono i torturati della Casa dello Studente che risuona ancora delle
urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei
torturatori. Nella loro memoria, sospinta dallo spirito dei partigiani e dei
patrioti, la folla genovese è scesa nuovamente in piazza per ripetere no al
fascismo, per democraticamente respingere, come ne ha diritto, la provocazione e
l’offesa”. Due giorni dopo migliaia di persone sono in corteo, guidati da
politici e comandanti partigiani con tanto di gonfaloni. Lo chiamano movimento
delle “maglie a strisce”, come quelle che usavano i camalli, simbolo della
rivolta. Il corteo finirà con gli scontri con le forze dell’ordine, i feriti
sono oltre 200. Il governo Tambroni cade, il Msi annulla il suo congresso.
Quelle manifestazioni, commenta Fausto Bertinotti nel documentario, furono
l’inizio dell’interesse per la politica di quella sua generazione. Pertini, dice
ancora Bertinotti, oggi “sarebbe denunciato per quel discorso”.
UN SORVEGLIATO SPECIALE. AL QUIRINALE
Pertini il testardo, l’ostinato, l’irriducibile. E così gli archivi di Stato
svelano uno strabiliante paradosso che suggerisce molto dell’Italia del
Dopoguerra e ancora di più di quella degli Anni di piombo: il presidente
partigiano sarà schedato la prima volta dalla polizia fascista nel 1925 e
rimarrà sorvegliato, osservato, guardato a vista per 55 anni. La matematica non
tradisce: il conto dice che è rimasto tenuto d’occhio fino al 1980, cioè due
anni dopo che è stato eletto presidente della Repubblica. “Anche quando era
deputato – dice lo storico Milazzo nel docufilm – i suoi comizi erano
registrati, venivano trascritti, venivano presentati esposti per quello che
diceva che poi finirono nel nulla”. Fino all’ultimo sbalorditivo episodio sul
finire del 1980: la Farnesina comunica alla questura di Savona di aver
rilasciato un passaporto diplomatico a Pertini Sandro e chiede se ci siano
“motivi ostativi”. Un anonimo funzionario non crede ai suoi occhi e sul
documento scrive un appunto che immortala la sua meraviglia: “Per il capo dello
Stato?”.
Per contro lui si ritrova a difendere fin da subito quella democrazia
conquistata faticosamente e quelle istituzioni così fragili. È lui, racconta
Luciana Castellina nel doc, che insieme al dirigente comunista Aldo Natoli
blocca la rivolta a piazza Colonna, davanti a Palazzo Chigi, dopo l’attentato a
Palmiro Togliatti del 14 luglio 1948 da parte di un simpatizzante dell’Uomo
Qualunque. I manifestanti imbestialiti sono pronti all’assalto. Natoli e Pertini
“trasformarono la tensione in un corteo” dice Castellina, da testimone oculare
(“Me lo ricordo perché fu la prima volta che venni arrestata” sogghigna).
COI PM A MONTECITORIO: “VENITE DI QUA, SENNÒ CI SENTONO I CORNUTI”
Pertini parla di oggi anche quando si ritrova davanti i magistrati che nel 1974
indagano sullo scandalo petroli: i petrolieri finanziano i partiti e i governi
fanno decreti che tagliano le tasse ai petrolieri. Alla porta del suo ufficio di
presidente della Camera si presentano i giudici Mario Almerighi e Adriano Sansa.
Nel film di Molinari e Ceccarini è Sansa a raccontare l’accoglienza di Pertini:
“Ci fa un cenno col dito vicino al naso per dire sscchh e ci porta in una
piccola stanza cui si arrivava con delle scalette. Dice: sennò ci sentono questi
cornuti. Noi non sapevamo a chi si riferiva”. Come ha raccontato Almerighi in un
libro di una decina d’anni fa Pertini spiega quel fare guardingo una volta
entrati in quella stanza di Montecitorio usata come lavanderia: “Finalmente qui
possiamo parlare anche a voce alta: questo palazzo è pieno di micro-spie. La
democrazia della nostra Italia sta attraversando un momento delicatissimo”.
Almerighi e Sansa gli spiegano di dovergli consegnare documenti che coinvolgono
deputati e ministri. “Vedo che tra i partiti che hanno ricevuto denaro c’è anche
il Partito socialista”. Racconta Almerighi che Pertini si interrompe, si toglie
gli occhiali, si asciuga un accenno di lacrima. “Questo mi addolora (…) Ma la
forza della democrazia siete anche voi. Dovete andare avanti. Continuate a fare
il vostro dovere. Coraggio. Io starò al vostro fianco, così come nel corso della
mia vita sono sempre stato a fianco dei valori della democrazia e della
legalità”. Ai magistrati arriverà anche una lettera con cui il presidente della
Camera ringrazia per il lavoro fatto dalla magistratura e esprime la sua
riconoscenza.
“ANTI-CASTA”: IL TERREMOTO IN IRPINIA
Un senso morale che lo spingerà a una requisitoria nei confronti dei governi e
del Parlamento dopo il terremoto in Irpinia del 1980, un episodio celebre perché
reso monumento dalla televisione. Lo trasportano lì con un elicottero, scende,
osserva le macerie, viene circondato dai parenti delle vittime, disperati. Da
sotto le macerie si sentono ancora gemiti. I soccorsi non sono mai arrivati. Lui
risale in elicottero, torna a Roma e in un lungo atto d’accusa su Rai2 non frena
la sua indignazione: “Nel 1970 in Parlamento furono votate leggi riguardanti le
calamità naturali. Vengo a sapere adesso che non sono stati attuati i
regolamenti di esecuzione di queste leggi. E mi chiedo: se questi centri di
soccorso immediati sono stati istituiti, perché non hanno funzionato? Perché a
distanza di 48 ore non si è fatta sentire la loro presenza in queste zone
devastate?”. Ma come? Uno j’accuse alla classe politica? Di quella classe
politica fa parte, il governo in carica lo ha nominato lui, ha scelto lui
Arnaldo Forlani come presidente del Consiglio, quindici giorni prima lo ha
difeso in un confronto faccia a faccia con gli studenti di Urbino (si trova su
youtube) nel corso del quale è anche contestato e lui risponde “libero fischio
in libera piazza” – altro che manganelli. La risposta prova a darla nel docufilm
Walter Veltroni: “Pertini – spiega – era per storia personale del tutto
invulnerabile. E quindi aveva possibilità di pronunciare frasi che non
necessariamente rientravano dentro il codice stabilito dal cerimoniale, andava
spesso oltre . E un po’ l’età e un po’ questa storia personale gli hanno
consentito delle libertà che magari altri non hanno avuto”. Quando è il momento
si mette controvento: nel 1974 alla Camera piomba la proposta di aumento delle
indennità dei deputati, lui è presidente e perde il controllo: “Ma come, dico
io, in un momento grave come questo, quando il padre di famiglia torna a casa
con la paga decurtata dall’inflazione… voi date quest’esempio d’insensibilità?
‘Io deploro l’iniziativa’, ho detto. ‘Entro un’ora potete eleggere un altro
presidente della Camera. Siete 630, ne trovate subito 640 che accettano di
venire al mio posto. Ma io, con queste mani, non firmo‘”.
Il talento, lo studio, la formazione socialista, forse il fatto di aver perso il
padre amatissimo da piccolo e poi ma anche l’impulsività, l’istrionismo e un
certo egocentrismo gli regalano questa capacità di linguaggio carismatico e
trascinante, sfrontato ma trasparente, energico tanto da apparire bizzoso.
Eppure è incredibile come appaia, ad ascoltarlo da qui, “democratico”: arriva a
tutti, non imbroglia, non lascia margini di interpretazione e proprio per questo
riesce ad essere a volte tagliente come una lama di rasoio: sì sì, no no. Si
conquista la popolarità mantenendo la stessa irrequietezza dell’esule in
Francia, che smaniava per tornare in Italia per liberarla. Pertini, conclude
Ferruccio De Bortoli parlando nel docufilm, “è un personaggio politico che ha
umanizzato le istituzioni e le ha avvicinate allo spirito popolare senza
debilitarle nel loro significato. Probabilmente ci siamo soffermati troppo sul
carattere e meno sul profilo istituzionale che il personaggio ha interpretato”.
La sua popolarità si accosta inevitabilmente a un’energia comunicativa
tracimante che vista da qui – dall’era politica in cui populismo e figli più
degeneri hanno trionfato – rischia di essere confusa per la stessa cosa. La
differenza va cercata, e si fa trovare.
L'articolo Pertini? “Sorvegliato” dalla questura anche al Colle. Pace, legalità,
radicalità e irrequietezza: perché il presidente partigiano parla alla politica
di oggi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giorgia Meloni è al Quirinale per un incontro con il presidente della Repubblica
Sergio Mattarella. La presidente del Consiglio, appena rientrata dal Veneto, si
è recata al Colle per un colloquio con il Capo dello Stato. Al centro,
probabilmente, un chiarimento dopo le dichiarazioni del consigliere del Capo
dello Stato, Francesco Saverio Garofani, pubblicate da La Verità su un presunto
piano anti-Meloni. L’incontro era stato proposto dal presidente del Consiglio
questa mattina, con una telefonata a Sergio Mattarella, finalizzata a
programmare la visita. Oggi, in un’intervista al Corriere della Sera, Garofani
ha confermato le sue parole anche se ha cercato di minimizzare: “Era una
chiacchierata in libertà tra amici”.
Articolo in aggiornamento
L'articolo Meloni al Quirinale da Mattarella: al centro del colloquio le
polemiche sul presunto “piano del Colle” contro di lei proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non smentisce, anzi conferma le sue parole anche se cerca di minimizzare: “Era
una chiacchierata in libertà tra amici”. Francesco Saverio Garofani, consigliere
del presidente della Repubblica per gli Affari del Consiglio Supremo di Difesa,
cerca di normalizzare il caso che lo ha visto protagonista. Secondo il
quotidiano La Verità, infatti, Garofani avrebbe pronuncaito queste parole: “Un
anno e mezzo forse non basta per trovare qualcuno che batta il centrodestra: ci
vorrebbe un provvidenziale scossone“. Una frase che per Maurizio Belpietro
dimostrerebbe l’esistenza di un “piano del Quirinale per fermare Giorgia
Meloni“. Articolo rilanciato dal capogruppo di Fdi alla Camera, Galeazzo
Bignami, che per il Colle “sconfina nel ridicolo“, come da comunicato diffuso
nella giornata di ieri.
Oggi è lo stesso Garofani a confermare quei virgolettati, in un colloquio col
Corriere della Sera. “Era una chiacchierata in libertà tra amici”, dice il
consigliere del Quirinale, convinto di “non aver mai fatto dichiarazioni fuori
posto, mai esibizioni di protagonismo”. L’ex parlamentare del Pd si dice “molto
amareggiato, per me e per i miei familiari. Mi spaventa la violenza dell’attacco
e quel che fa male è l’impressione di essere stato utilizzato per colpire il
presidente“. Come ha reagito Sergio Mattarella? “È stato affettuosissimo –
assicura Garofani – mi ha detto ‘stai sereno, non te la prenderè”. Il
consigliere del Colle si dice convinto di “aver dimostrato con i fatti
l’assoluto rispetto per le istituzioni, in tutti i ruoli che ho ricoperto”.
Garofani ha “letto e riletto Belpietro, senza capire in cosa consisterebbe il
complotto”. Poi assicura che la sua “bussola” è la lealtà: “Da quando il
presidente mi ha fatto l’onore di chiamarmi a collaborare con lui, sono stato
sempre convintamente al suo servizio, al servizio dell’istituzione”. Alla
domanda su una eventuale tessera di partito risponde: “Non faccio politica dal
2018, non sono più iscritto da quando sono uscito dal Parlamento”
La dichiarazione di Garofani, invece, è bastata a Belpietro per ipotizzare che
al Colle si starebbe lavorando per “sabotare la volontà popolare“, con i
“consiglieri di Mattarella” a tramare “nella speranza di fare lo sgambetto a
Giorgia Meloni e impedirle di arrivare a conclusione del mandato”. In
particolare, il piano segreto sarebbe di creare “una grande lista civica
nazionale, una specie di riedizione dell’Ulivo, un’ammucchiata centrista per
togliere voti” alla premier.
L'articolo Il Consigliere del Quirinale: “Attacco alla Meloni? La mia era una
chiacchierata in libertà tra amici” proviene da Il Fatto Quotidiano.
È considerato uno degli uomini più vicini a Sergio Mattarella e adesso è finito
(o, meglio, rifinito) nel mirino del partito di Giorgia Meloni dopo l’articolo
de La Verità su un presunto “piano del Quirinale per fermare” la premier.
Francesco Saverio Garofani non è infatti nuovo ad attacchi provenienti da
Fratelli d’Italia. Nel 2022 – quando Mattarella lo ha nominato consigliere per
gli Affari del Consiglio Supremo di Difesa (dal 2018 era consigliere del Capo
dello Stato ma per le questioni istituzionali) – la reazione del meloniani era
stata secca: “Rispettiamo ma non condividiamo la nomina”, scrivevano i deputati
di Fdi componenti del dipartimento Difesa Salvatore Deidda, Giovanni Russo e
Davide Galantino. “Il nostro stupore – aggiungevano nella nota del 25 febbraio
2022 – deriva dalla decisione di nominare una figura così politicizzata e di
parte come un ex parlamentare del Pd, per un ruolo che per la prima volta non
viene affidato ad un militare“, aggiungevano sottolineando la loro “forte
preoccupazione per la lottizzazione del Pd che ora arriva fino al Quirinale”.
Gli stessi deputati (insieme alle parlamentari Isabella Rauti e Giovanna
Petrenga) rilanciavano l’accusa di “lottizzazione” del Quirinale per la nomina
di Garofani in un’altra nota dei primi di marzo dello stesso anno.
Sessantaduenne romano, Francesco Saverio Garofani è stato impegnato nei gruppi
giovanili della Democrazia Cristiana. Laureato in Lettere e Filosofia, è
giornalista professionista ed ha camminato accanto a Mattarella in esperienze
giornalistiche e politiche, dalla Dc (sempre nella corrente di sinistra del
partito) al Ppi fino alla Margherita e infine al Pd. Per due anni, dal 1990 al
1992, è stato capo redattore de La Discussione, dal 1995 al 2003, direttore del
quotidiano Il Popolo, nel 2003 tra i fondatori di Europa, di cui è diventato
vicedirettore: sempre vicino all’attuale Capo dello Stato nel portare avanti la
tradizione politica del cattolicesimo democratico nei quotidiani prima della Dc
e poi centristi. Dal Ppi passa alla Margherita e viene eletto per la prima volta
alla Camera nel 2006 con l’Ulivo, per poi venire confermato a Montecitorio nelle
due successive legislature. Dal 2015 al 2018 è presidente della commissione
Difesa della Camera. È stato anche membro della direzione nazionale del Pd.
Garofani ha anche pubblicato due libri su Aldo Moro (“Dialoghi su Moro: un
contributo alla storia“, scritto insieme a Giorgio Straniero e “Il potere
fragile – I consigli dei ministri durante il sequestro Moro” con David Sassoli).
Terminata la legislatura nel 2018, non si ricandida. E il 27 marzo dello stesso
anno viene nominato da Mattarella Consigliere per le questioni istituzionali del
presidente della Repubblica. Incarico che ricopre fino al 24 febbraio 2022
quando il Capo dello Stato lo nomina consigliere per gli affari del Consiglio
supremo di difesa e segretario dell’organismo. È il primo non militare a
rivestire l’incarico. Decisione, questa, che aveva già provocato lo “supero” e
le critiche del partito di Meloni.
E oggi il nome di Garofani torna sotto i riflettori, a poche ore dalla riunione
del Consiglio Supremo di Difesa dove lo stesso consigliere era seduto al tavolo
insieme a Mattarella, a Meloni, i suoi ministri e il capo di Stato maggiore,
generale Luciano Portolano. Al base c’è l’articolo del giornale diretto da
Maurizio Belpietro che lo pone tra coloro che al Quirinale “si agitano nella
speranza di fare uno sgambetto alla premier”, con tanto di virgolettati
attribuiti proprio al consigliere di Mattarella: “Un anno e mezzo di tempo forse
non basta per trovare qualcuno che batta il centrodestra: ci vorrebbe un
provvidenziale scossone”, si legge nell’articolo. Una sorta di piano segreto
consistente nel creare “una grande lista civica nazionale” centrista “per
togliere voti” alla destra. E subito dopo in campo è sceso il capogruppo
meloniano alla Camera Galeazzo Bignami, che ha chiesto una smentita rivolgendosi
– apparentemente – direttamente alla Presidenza della Repubblica. Un intervento
che ha provocato, a strettissimo giro, una nota eloquente del Colle: “Al
Quirinale si registra stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera
del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito a un ennesimo attacco
alla Presidenza della Repubblica, costruito sconfinando nel ridicolo“. Dal
Quirinale, pertanto, l’irritazione è abbastanza evidente.
L'articolo Francesco Saverio Garofani, chi è il consigliere di Mattarella tirato
in ballo da La Verità e attaccato da Fdi (e non è la prima volta) proviene da Il
Fatto Quotidiano.