di Rosamaria Fumarola
La storia arricchisce le prospettive con cui una medesima cosa può essere
osservata e talvolta riesce a mutare radicalmente il nostro sguardo nei
confronti di quella stessa cosa. Altrettanto di frequente accade che il senso di
fatti ed eventi appaia mutato rispetto a ciò che in origine era. È questa la
ragione per la quale è necessario interrogarsi sempre sullo status dell’uso
anche di fatti molto lontani nel tempo.
Da poco è trascorso il Giorno della Memoria, durante il quale si sono
commemorate le vittime della Shoah. Tra i tanti interventi molto mi ha colpito
quello che Sami Modiano ha tenuto ad un gruppo di giovani e che ancora una volta
ha confermato il mio personale convincimento della incolmata distanza esistente
da sempre, tra le vite e le sofferenze dei singoli e la speculazione che il
potere ne fa per trarne vantaggio.
Maledetto sia, ricordava Primo Levi, chi da quelle sofferenze ha distolto lo
sguardo permettendo che la tragedia della Shoah trovasse compimento. Levi ci ha
insegnato che la responsabilità non poteva essere individuata in un gruppo di
cattivoni che agiva senza il sostegno delle comunità di appartenenza; e che anzi
proprio nella normalità di quanti appartenevano a quella che lui definiva “zona
grigia” andava individuata una gran parte della colpa di ciò che accadde in quei
terribili anni.
Dopo i fatti di Gaza sembra che l’antisemitismo stia aumentando un po’ dovunque,
sebbene una colpevole confusione regni incontrastata. Difendere la causa dei
palestinesi infatti, viene strumentalmente associato all’odio verso il popolo
ebraico tout court e non come invece si dovrebbe alla politica genocidaria di
Benjamin Netanyahu e dei suoi accoliti, dentro e fuori Israele. È questa una
delle tante menzogne usate per far acquisire alla causa israeliana il consenso
dell’opinione pubblica, di proposito inducendo a confondere un popolo con un suo
rappresentante politico.
Chi dunque tradisce oggi le vittime della Shoah se non Netanyahu, con una
propaganda improponibile persino ad un bambino di quattro anni, che ne riderebbe
per le macroscopiche manchevolezze e a cui, in nome di una pace promessa e
inesistente, abbiamo tutti finto di credere? Chi oggi tradisce il dolore che
Sami Modiano a 95 anni non si stanca di gridare al mondo?
E per quanto quei giovani ricorderanno le sue parole e non le dimenticheranno
invece, come si fa con quelle preghiere recitate a memoria, delle quali si è
smarrito il senso? Il mondo sta cambiando velocemente e la politica crea nuove
alleanze per perseguire interessi predatori che il vecchio diritto
internazionale non riesce più ad arginare. La Shoah continua la sua storia nelle
parole della memoria, ma corre il rischio di perdersi e di non essere più
onorata, se non riacquista concretezza negli atti che ne testimonino
l’insegnamento, non facendone perdere il senso.
Sono persuasa che la classe politica israeliana sia in questo momento storico
più interessata ad acquisire un potere e un’influenza sempre maggiori e a
qualunque costo, che a promuovere una riflessione profonda su cosa oggi debba
significare essere ebrei. Il dolore di Sami Modiano non è tradito dallo stremato
popolo palestinese o da quanti lo sostengono. No, il dolore di quanti hanno
subìto la Shoah è violato dai propositi di chi, con scelte politiche scellerate,
finisce col far apparire colpevoli quelli che indiscutibilmente un giorno furono
vittime.
Ed è ancora in questa frattura tra ciò che l’uomo vive in quanto individuo e che
non può che essere autentico e la mistificazione della politica, eticamente
morta e incapace di sofferenze se non quelle della hybris, che ogni abominio può
ancora trovare posto.
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L'articolo Chi tradisce oggi le vittime della Shoah se non Netanyahu? proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Giorno della Memoria
C’era un pizzico di commozione da parte di tutto il cast di “Morbo K – Chi salva
una vita, salva il mondo intero” per la prima puntata andata in onda ieri sera
su Rai Uno che ha totalizzato 2.539.000 spettatori pari al 15.6% di share.
Infatti questa produzione è stata l’ultima per l’attore morto a 72 anni
nell’aprile 2025. Fassari interpreta nonno Moisè, al centro della famiglia Calò
che viene poi travolta dal rastrellamento del Ghetto Ebraico di Roma il 16
ottobre 1943.
Tra i protagonisti della pellicola, che si concluderà questa sera 28 gennaio con
il secondo ed ultimo appuntamento, c’è Giacomo Giorgio che ha voluto ricordare
Fassari con parole commoventi condivise sul suo profilo Instagram: “Vorrei
dedicare un ricordo per questo splendido attore e uomo straordinario, che con
Morbo K ci ha lasciato la sua ultima interpretazione. La serata di oggi e di
domani hanno un’importanza ancora più speciale. Ciao Antonello Fassari, e
grazie”.
LA SINOSSI DI “MORBO K”
Roma, settembre 1943. Kappler capo delle SS di stanza a Roma, minaccia la
comunità ebraica chiedendo un tributo in oro: cinquanta chili per non essere
deportati. Un ricatto mostruoso che alcuni già sospettano essere un imbroglio.
È questo l’incipit di “Morbo K” la serie tv in due serate, con la regia di
Francesco Patierno, coproduzione di Rai Fiction, Fabula Fiction e Rai Com.
Mentre gli ebrei romani si interrogano su cosa fare e come mettere insieme in 24
ore l’oro richiesto da Kappler, il professor Prati, (interpretato da Vincenzo
Ferrera), direttore del Fatebenefratelli, l’ospedale che è a due passi del
ghetto, intuisce le vere intenzioni del colonnello tedesco e riesce a trasferire
alcune famiglie ebree in un reparto speciale, salvandole di fatto, da un atroce
destino. Per evitare che i nazisti raggiungano l’Isola Tiberina, il medico ha la
brillante idea di inventare un virus altamente contagioso che si sta diffondendo
rapidamente: è il letale “Morbo K” e chiunque mostri i sintomi deve essere
isolato per evitare l’epidemia.
Lo stratagemma per un po’ sembra sufficiente a tenere gli ebrei al sicuro
all’interno dell’isola e i nazisti a distanza. Tra le famiglie ebree care al
direttore, c’è anche quella di Silvia Calò, una giovane dal grande talento
artistico. Silvia, interpretata da Dharma Mangia Woods, si innamora quasi subito
di Pietro Prestifilippo (Giacomo Giorgio), giovane assistente del professor
Prati, che ricambia il suo sentimento, malgrado sia già promesso sposo a
un’altra ragazza per volere familiare.
La morsa sugli ebrei romani del ghetto, intanto, si stringe sempre di più, la
vita di Pietro e Silvia è legata a un filo, quello della Resistenza, mentre il
professor Prati e gli ebrei ricoverati nel reparto K devono trovare una via di
fuga. Il 16 ottobre del 1943, i cinquanta chili d’oro sono già nelle casse dei
nazisti, ma Kappler ordina lo stesso il rastrellamento degli ebrei del ghetto
contravvenendo così alla parola data
L'articolo Antonello Fassari riappare nella fiction “Morbo K”: l’ultimo lavoro
prima di morire. L’omaggio commosso di Giacomo Giorgio: “Splendido attore e uomo
straordinario” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Sono antipatici“, “esagerano a ricordare le stragi naziste”, “dovrebbero essere
espulsi dall’Italia”. Queste frasi riferite agli ebrei, a 81 anni dall’apertura
dei cancelli del campo di sterminio di Auschwitz, resistono nella testa e nelle
dichiarazioni di minoranze non esigue di italiani. A indagare la questione sono
due istituti di sondaggio, Youtrend e Eumetra. Nel primo caso il quesito è uno
solo: “L’Olocausto degli ebrei nella Germania nazista è stato ampiamente
esagerato”? Il 14 per cento è d’accordo con questa affermazione, sia pure divisi
tra chi la definisce una frase “sicuramente vera” e chi pensa sia “probabilmente
vera”.
> #GiornodellaMemoria: secondo un sondaggio nazionale di Youtrend, il 14% degli
> italiani ritiene sicuramente o probabilmente vera l’affermazione “L’Olocausto
> degli ebrei nella Germania nazista è stato ampiamente esagerato”.
> pic.twitter.com/Dyd6Loig7x
>
> — Youtrend (@you_trend) January 27, 2026
L’istituto Eumetra, invece, sonda l’atteggiamento di simpatia, antipatia o
indifferenza verso gli ebrei. A considerare “molto” o “abbastanza” antipatici
gli ebrei è il 17% dell’elettorato, quindi quasi un italiano su cinque.
Un’ostilità che risulta maggiore tra i maschi (23%) rispetto alle femmine (11%)
e che si accentua tra i giovani sotto i 35 anni, raggiungendo il 20%.
L’antipatia per gli ebrei si rileva in misura maggiore tra gli elettori di
Fratelli d’Italia (21,4%) e tra quelli del Movimento 5 Stelle, dove supera un
quarto dei votanti. Alla domanda “gli ebrei in Italia esagerano a ricordare le
stragi naziste?” si dichiara d’accordo il 27% degli intervistati e, in
particolare, il 32% tra i più giovani. Quasi metà degli intervista, il 47,8%,
ritiene che “gli ebrei che abitano nel nostro Paese pensano prima a Israele che
all’Italia“, convinzione particolarmente diffusa tra gli elettori della Lega (il
67,4%). Infine c’è addirittura si dice d’accordo all’affermazione “bisognerebbe
espellere tutti gli ebrei dall’Italia”: lo pensa più del 14% degli intervistati,
una minoranza ma non certo esigua.
L'articolo I sondaggi choc: il 14% degli italiani vorrebbe “espellere gli ebrei”
e ritiene che l’Olocausto “è stato esagerato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Da italiani, rievochiamo con angoscia la discriminazione, la persecuzione, la
deportazione, la morte dei nostri concittadini ebrei, traditi dalle leggi
razziali volute dal fascismo; e da tanti dei suoi adepti venduti ai carnefici
nazisti, con la complicità della monarchia, di tanti che si ritenevano
intellettuali, di parte della popolazione. Non possiamo limitarci a questo
sentimento, per quanto sincero e doveroso: sarebbe un’occasione mancata. Sarebbe
un errore“. A dirlo, in occasione della Giornata della Memoria, è stato il
presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il capo dello Stato, durante la
cerimonia al Quirinale, ha citato la scrittrice Elena Loewenthal, che ha parlato
della “tragica concatenazione degli eventi” come un “buio”. Un buio “della
ragione, della morale, dei sentimenti di umanità e di pietà – dice Mattarella -.
La notte, senza stelle e senza speranza, di Elie Wiesel, dove appaiono solo le
fiamme dei forni crematori e dove il cielo disperde nel fumo corpi, identità,
storie, affetti, sogni di migliaia e migliaia di vittime. Il buio in cui si
sviluppò la fitta nebbia di paura, di indifferenza, di opportunismo che pervase
tanta parte della popolazione: anche padri e madri esemplari, rispettosi della
propria religione, cittadini irreprensibili, educatori scrupolosi, militari e
funzionari che ritenevano di avere un alto senso dell’onore. Quella cupa
oscurità che si scatenò come un ciclone spaventoso nel cuore della civile
Europa, abbattendo secoli di conquiste, di istituzioni civili, di grandi scuole
di diritto, supera il suo tempo e i suoi confini, perché si insinua nel profondo
dell’animo umano”.
Il presidente ha parlato del sistema di sterminio – con il culmine della
“spaventosa macchina di morte di Auschwitz” – come il frutto avvelenato di una
grande, rovinosa menzogna. Una menzogna che si sviluppa lungo la storia e di cui
la Shoah è stata la conseguenza più grave e mostruosa. La menzogna che vi
possano essere disuguaglianze, graduatorie, classificazioni di superiorità e
inferiorità, tra gli esseri umani. Che la vita, la dignità, i diritti,
inviolabili e inalienabili, di ciascuno di essi possano essere posti in dubbio,
negati, calpestati, nel turpe nome di una supremazia razziale o biologica. Ma la
grande menzogna della Shoah, nata nel chiuso dei circoli fascisti e nazisti,
nelle menti perverse di ideologi e di gerarchi, si diffuse e si sparse
attraverso una infìda ma efficace campagna di propaganda e di manipolazione, che
sfruttava l’antico pregiudizio antiebraico presente in larghi strati della
popolazione europea”. Da questa infame bugia ripetuta nel tempo si arrivò
all’abisso. “La pretesa inferiorità razziale – continua il capo dello Stato -,
teorizzata, proclamata, insegnata e, infine, tradotta in legge, portò
ineluttabilmente all’individuazione degli ebrei – una minoranza assai ridotta
dal punto di vista numerico – come il pericolo per la sopravvivenza del popolo,
della nazione. Come notarono acutamente Adorno e Horkheimer, gli ebrei vennero
bollati come male assoluto dagli adepti del male assoluto, e cioè dai nazisti.
‘Per i fascisti – scrivono i due filosofi – gli ebrei non sono una minoranza, ma
l’altra razza, il principio negativo come tale; la felicità del mondo intero
dipende dalla loro distruzionè. In questo ‘mondo capovolto’, come l’ha definito
Primo Levi, la conseguenza poteva essere una sola e terribile: la persecuzione,
in tutti i suoi gradi, fino allo sterminio”.
Oggi Mattarella rivendica che “nella Repubblica non c’è posto per il veleno
dell’odio razziale, per i germi della discriminazione, per l’antisemitismo che
affiora ancora pericolosamente, per coloro che predicano la violenza, per chi
coltiva ideologie di oppressione, di sopraffazione per chi coltiva odio”. Il
presidente della Repubblica si è rivolto alla senatrice a vita Liliana Segre per
rinnovare “la riconoscenza della Repubblica per la sua preziosa testimonianza
degli orrori vissuti e per il suo messaggio, sempre contrassegnato dal rigetto
dell’odio, della vendetta, della violenza. Cara senatrice, in questa occasione
solenne desidero esprimerle, a nome della Repubblica, la solidarietà, la stima e
l’affetto a fronte di attacchi colmi, a un tempo, di volgarità e di imbecillità.
Volgarità e imbecillità: come lo sono da sempre le manifestazioni di razzismo e
di antisemitismo, del resto configurati dalla legge come reati”. Il “riproporsi
e diffondersi” di “manifestazioni di razzismo e antisemitismo”, d’altra parte, è
“indice di alta pericolosità e interpella una azione rigorosa da parte delle
autorità di tutta l’Unione Europea” aveva detto poco prima Mattarella.
“La Repubblica Italiana e la sua Costituzione sono nate contro le ideologie
disumane e sanguinarie che avevano avvelenato la prima metà del Novecento,
lasciando dietro di sé lutti, devastazioni, memorie incancellabili di orrore”
continua Mattarella. “Sono sorte dal sangue innocente dei deportati nei campi di
sterminio, dei combattenti per la libertà, delle donne e degli uomini annientati
solo per ciò che erano, per quel che pensavano, per quello in cui credevano”.
***
Il discorso integrale del presidente della Repubblica
Rivolgo un saluto cordiale ai Presidenti del Senato e della Camera, del
Consiglio dei Ministri, a tutti quanti sono in questo Salone e a quanti seguono
da remoto. Ringrazio molto per la loro presenza Liliana Segre, Edith Bruck, Sami
Modiano.
Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a questo importante e
irrinunziabile giorno di commemorazione e di riflessione, la cui intensità è
sempre massima senza che possa essere scalfita dal trascorrere del tempo.
Un ringraziamento a Stefano Santospago che ci ha così ben condotto in questo
percorso doloroso della memoria.
Ringrazio il Ministro Valditara per le sue importanti parole. Ringrazio la
Presidente Noemi Di Segni, anche per il suo lungo, appassionato, efficace
incarico alla guida delle Comunità ebraiche italiane.
Ringrazio gli autori dei filmati e dei testi; ringrazio i musicisti – Francesca
Leonardi e Andrea Oliva – che ci hanno fatto apprezzare la bellezza della musica
di compositori ebrei. Ascoltandola e venendone coinvolto, pensavo che, nella
cupa stagione del nazismo, sarebbe stata proibita come “arte degenerata”.
Complimenti e auguri a Ludovica, Eleonora, Federico, Edoardo, che hanno
intervistato, con efficacia e con puntualità di domande, la senatrice Segre alla
quale rinnovo la riconoscenza della Repubblica per la sua preziosa testimonianza
degli orrori vissuti e per il suo messaggio, sempre contrassegnato dal rigetto
dell’odio, della vendetta, della violenza.
Cara Senatrice, in questa occasione solenne desidero esprimerle, a nome della
Repubblica, la solidarietà, la stima e l’affetto a fronte di attacchi colmi, a
un tempo, di volgarità e di imbecillità. Volgarità e imbecillità: come lo sono
da sempre le manifestazioni di razzismo e di antisemitismo, del resto
configurati dalla legge come reati.
Volgarità e imbecillità che non ne riducono la gravità: il loro riproporsi e
diffondersi è indice di alta pericolosità e interpella un’azione rigorosa da
parte delle autorità di tutta l’Unione Europea.
Abbiamo appena ascoltato le storie tragiche -particolarmente atroci – di due
piccoli italiani, Sergio ed Elena. Tutte le violenze sono inaccettabili,
spregevoli, ma quelle contro i bambini, in ogni parte del mondo, addolorano,
scuotono le coscienze e le interpellano ancora più in profondità.
Ogni volta che ci accostiamo al tema della Giornata della Memoria, ogni volta
che assistiamo alla rievocazione di quell’inferno sulla terra, ogni volta che
sentiamo narrare le storie delle vittime e dei loro aguzzini, veniamo colti,
nonostante i tanti decenni che ormai ci separano da quella tragica catena di
mostruosità, da angoscioso sbigottimento.
Come se quella discesa dolorosa – ricordata, studiata, analizzata – al punto più
oscuro della storia dell’umanità, riservasse sempre la scoperta di nuovi
episodi, di nuove pagine, di un orrore che sembra non avere mai fine. Perché, in
realtà, non ha mai fine.
La caccia agli ebrei, le deportazioni su carri bestiame, le selezioni, il
freddo, le torture, la fame, gli esperimenti medici, le esecuzioni di massa, le
camere a gas, le ciminiere dei crematori, le marce della morte. Famiglie
smembrate e distrutte, omicidi brutali, violenze inaudite, condotte con sadismo
o con burocratica impassibilità.
Non soltanto una barbara e improvvisa esplosione di odio e di violenza razziale,
quanto una presunta ideologia, una cosiddetta politica, un vero e proprio
sistema di morte costruito negli anni, con malvagia determinazione, fondato
sull’odio razziale.
Mai nella storia dell’uomo uno sterminio era stato così lungamente progettato e
così accuratamente programmato, nei minimi dettagli e con sconvolgente
efficienza. In tutti i rami e le categorie dello stato nazista – giuristi,
medici, economisti, scienziati, giornalisti, ingegneri, burocrati, militari,
semplici cittadini trasformati in delatori – vi furono chiamati a dare – e
fornirono – il loro attivo contributo per realizzare i deliri omicidi di un
dittatore e dei suoi perfidi complici. I volenterosi carnefici di Hitler,
secondo la efficace definizione di Daniel Goldhagen.
Il sistema di sterminio, di morte, di depravazione, che ha il suo culmine nella
spaventosa macchina di morte di Auschwitz, è stato il frutto avvelenato di una
grande, rovinosa menzogna. Una menzogna che si sviluppa lungo la storia e di cui
la Shoah è stata la conseguenza più grave e mostruosa. La menzogna che vi
possano essere disuguaglianze, graduatorie, classificazioni di superiorità e
inferiorità, tra gli esseri umani. Che la vita, la dignità, i diritti,
inviolabili e inalienabili, di ciascuno di essi possano essere posti in dubbio,
negati, calpestati, nel turpe nome di una supremazia razziale o biologica.
Ma la grande menzogna della Shoah, nata nel chiuso dei circoli fascisti e
nazisti, nelle menti perverse di ideologi e di gerarchi, si diffuse e si sparse
attraverso una infìda ma efficace campagna di propaganda e di manipolazione, che
sfruttava l’antico pregiudizio antiebraico presente in larghi strati della
popolazione europea.
Fu così che la pretesa inferiorità razziale, teorizzata, proclamata, insegnata
e, infine, tradotta in legge, portò ineluttabilmente all’individuazione degli
ebrei – una minoranza assai ridotta dal punto di vista numerico – come il
pericolo per la sopravvivenza del popolo, della nazione.
Come notarono acutamente Adorno e Horkheimer, gli ebrei vennero bollati come
male assoluto dagli adepti del male assoluto, e cioè dai nazisti. “Per i
fascisti – scrivono i due filosofi – gli ebrei non sono una minoranza, ma
l’altra razza, il principio negativo come tale; la felicità del mondo intero
dipende dalla loro distruzione”. In questo “mondo capovolto”, come l’ha definito
Primo Levi, la conseguenza poteva essere una sola e terribile: la persecuzione,
in tutti i suoi gradi, fino allo sterminio. Di queste menzogne si sono nutriti i
totalitarismi del Novecento. Se ne alimentano ancora oggi razzismo e
antisemitismo. A queste menzogne attingono ai nostri giorni i despoti, gli
aggressori.
In questo giorno siamo qui per ricordare la schiera di vittime incolpevoli – sei
milioni di persone – soffocate nelle camere a gas, trucidate dai plotoni di
esecuzione, perite per i maltrattamenti e per l’inedia dentro le cupe mura dei
ghetti: anziani, giovani, donne, uomini, bambini, neonati. Ebrei, in massima
parte, rom e sinti, omosessuali, dissidenti politici, appartenenti a minoranze
religiose, disabili, malati di mente. Tutti definiti appartenenti a categorie
non degne di vivere.
Da italiani, rievochiamo con angoscia la discriminazione, la persecuzione, la
deportazione, la morte dei nostri concittadini ebrei, traditi dalle leggi
razziali volute dal fascismo; e da tanti dei suoi adepti venduti ai carnefici
nazisti, con la complicità della monarchia, di tanti che si ritenevano
intellettuali, di parte della popolazione. Non possiamo limitarci a questo
sentimento, per quanto sincero e doveroso: sarebbe un’occasione mancata. Sarebbe
un errore.
Elena Loewenthal, parlando della tragica concatenazione degli eventi che si
ricorda nel Giorno della Memoria, ha scritto che gli ebrei, che l’hanno subita,
“ci sono precipitati dentro. Era buio”. Il buio di cui parla Elena Loewenthal è
quello della ragione, della morale, dei sentimenti di umanità e di pietà. La
notte, senza stelle e senza speranza, di Elie Wiesel, dove appaiono soltanto le
fiamme dei forni crematori e dove il cielo disperde nel fumo corpi, identità,
storie, affetti, sogni di migliaia e migliaia di vittime. Il buio in cui si
sviluppò la fitta nebbia di paura, di indifferenza, di opportunismo che pervase
tanta parte della popolazione: anche padri e madri esemplari, rispettosi della
propria religione, cittadini irreprensibili, educatori scrupolosi, militari e
funzionari che ritenevano di avere un alto senso delll’onore.
Quella cupa oscurità che si scatenò come un ciclone spaventoso nel cuore della
civile Europa, abbattendo secoli di conquiste, di istituzioni civili, di grandi
scuole di diritto, supera il suo tempo e i suoi confini, perché si insinua nel
profondo dell’animo umano.
Il tentativo, messo in atto dalla Germania nazista, di cancellare gli ebrei
dalla faccia dell’Europa, racchiude in sé, in modo emblematico, tutto il male
che l’uomo è in grado di commettere quando si lascia contagiare, per
superficialità, per indifferenza, per viltà, per interesse, dal virus dell’odio,
del razzismo, della sopraffazione.
Quando la ragione si offusca fino a spegnersi, quando gli innati sentimenti
contrapposti di umanità – la solidarietà, la pietà, il senso della propria
dignità e della responsabilità che ne consegue– si inaridiscono, la barbarie
rinasce e il valore di libertà, di pace, di fratellanza, proprio di ogni donna e
di ogni uomo, cede al suo contrario, generando guerra, schiavitù, violenza,
sterminio.
Quest’anno celebriamo gli ottanta anni della Repubblica. Un evento decisivo
della nostra storia.
Come ha scritto il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, la riflessione sugli
orrori vissuti e sulle leggi razziste “è stata uno dei motori che hanno portato
alla fondazione di una nuova società italiana, nella quale è cambiata anche la
forma di sovranità, da monarchia a Repubblica”.
La Repubblica Italiana e la sua Costituzione sono nate contro le ideologie
disumane e sanguinarie che avevano avvelenato la prima metà del Novecento,
lasciando dietro di sé lutti, devastazioni, memorie incancellabili di orrore.
Sono sorte dal sangue innocente dei deportati nei campi di sterminio, dei
combattenti per la libertà, delle donne e degli uomini annientati solo per ciò
che erano, per quel che pensavano, per ciò in cui credevano.
Nella Repubblica non c’è posto per il veleno dell’odio razziale, per i germi
della discriminazione, per l’antisemitismo che affiora ancora pericolosamente,
per coloro che predicano la violenza, per chi coltiva ideologie di oppressione,
di sopraffazione, per chi coltiva odio.
Far memoria della Shoah oggi, ricordare quegli orrori indicibili e le vittime
innocenti, non è soltanto un dovere: significa rinnovare con forza il nostro
patto civile che si fonda su fratellanza, rispetto, convivenza; significa
ribadire con fermezza che non permetteremo mai più che indifferenza, paura,
complicità possano aprire nuovamente le porte a quello o ad altro abisso.
Questa cerimonia è l’occasione per esprimere, con orgoglio e con responsabilità,
il patriottismo italiano e repubblicano che ci rende custodi, in ogni
circostanza e in ogni momento, della dignità, unica, incancellabile e
inalienabile, della persona umana. Custodi della democrazia.
L'articolo “Gli ebrei italiani furono traditi dalle leggi razziali del
fascismo”: il discorso di Mattarella al Quirinale proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un rifermento, doveroso, all’orrore della Shoah lo fanno tutti. Una condanna
netta della “complicità del regime fascista” riesce a pronunciarla solo Giorgia
Meloni. Così gli esponenti di rilievo della maggioranza di governo hanno tarato
i loro messaggi pubblici per le celebrazioni del Giorno della Memoria. “Il 27
gennaio di ottantuno anni fa, con l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, il
mondo ha visto con i suoi occhi l’abisso della Shoah. Da quel momento, tutto è
cambiato”, ha scritto la presidente del Consiglio. “Nel Giorno della Memoria
ricordiamo i nomi e i cognomi delle vittime e rinnoviamo la memoria di ciò che è
successo, anche attraverso la preziosa testimonianza dei sopravvissuti e dei
loro discendenti. Oggi celebriamo i Giusti di ogni Nazione, che non esitarono a
mettere a rischio la loro vita per opporsi al disegno nazista e salvare vite
innocenti. In questa giornata torniamo a condannare la complicità del regime
fascista nelle persecuzioni, nei rastrellamenti, nelle deportazioni – ha
specificato la premier -. Una pagina buia della storia italiana, sigillata
dall’ignominia delle leggi razziali del 1938“.
Non riesce nell’impresa, invece, Ignazio La Russa: “In occasione del Giorno
della Memoria rendiamo omaggio alle vittime della Shoah, la più grande tragedia
del Novecento, causata da un odio cieco e barbaro contro il popolo ebraico – si
legge del messaggio del presidente del Senato -. Una data importante che non può
e non deve ridursi alla sola commemorazione, ma diventare occasione di
riflessione e responsabilità, capace di tenere viva, ogni giorno, la memoria e
tramandare alle nuove generazioni i valori di tolleranza e rispetto”.
“Rinnoviamo la nostra vicinanza e solidarietà al popolo ebraico – conclude la
seconda carica dello Stato – e continuiamo a tenere alta la guardia davanti al
riaffacciarsi di vergognosi e inaccettabili rigurgiti razzisti, antisemiti e
antisionisti”.
Neanche Matteo Salvini riesce a infrangere il tabù: “Per non dimenticare mai.
Siamo nel cuore del ghetto ebraico più antico d’Europa. Venezia 1516, per
ricordare – dice il vicepremier e leader della Lega in un video su Facebook -. E
ancora oggi i bimbi, le famiglie, i veneziani e i turisti che passano ricordano
quello che mai più nella storia dovrà accadere: la persecuzione e il tentativo
di sterminio e di cancellazione di un intero popolo. E’ uno dei ghetti delle
comunità ebraiche meglio conservati del mondo. Però nel Giorno della memoria, al
di là di tante parole, tanti impegni, tanti convegni, perché mai più accada
quello che è accaduto, occorre costruire rispetto. Quindi, sempre con le
comunità ebraiche, col diritto alla libertà di religione, di parola, di pensiero
in tutto il mondo e contro chi vuole ancora oggi cancellare dalla faccia della
terra un intero popolo”.
“E penso ai fanatici, agli estremisti islamici che anche in queste ore hanno
parole di odio e di violenza – prosegue Salvini -. E, quindi, che nel cuore del
ghetto ci sia un simbolo di pace e di futuro è qualcosa di fondamentale”,
aggiunge indicando un albero di ulivo. “E occorre ricordare quello che è
accaduto perché non riaccada e combattere ogni tipo di violenza e di parole che
riportano allo sterminio che mai più accada. Sempre dalla parte del popolo
ebraico, sempre dalla parte di Israele contro ogni forma di violenza e di
antisemitismo in Italia e in tutto il mondo”, conclude.
L'articolo Giorno della Memoria, Meloni: “Condanniamo la complicità del fascismo
nelle persecuzioni contro gli ebrei”. La Russa e Salvini non citano il regime
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Sono attonita di fronte al ritorno dell’antisemitismo. Io stessa mi son trovata
con impegni presi da mesi che sono stati cancellati”. Sono le parole di Lia
Levi, scrittrice, giornalista e superstite dell’Olocausto. A 94 anni non ha
smesso di incontrare giovani per raccontare la sua storia, quella di una bambina
ebrea che dopo l’8 settembre 1943 riuscì a salvarsi dalle deportazioni
nascondendosi per dieci mesi con le sorelle Gabriella e Vera e la madre Leontina
nel collegio romano delle Suore di San Giuseppe di Chambéry. Levi in questi anni
ha scritto decine di libri per adulti e per ragazzi: l’ultimo Il sentiero di
pietre blu (Il Battello a Vapore) con il nipote Simone Calderoni. L’abbiamo
intervistata raggiungendola al telefono tra un incontro e l’altro alla vigilia
della Giornata della Memoria.
Lia Levi, come vive questo 27 gennaio 2026?
Siamo in un tempo di crescente sovvertimento dei nostri valori. Viviamo male
tutti. L’odio e la violenza hanno preso il posto del pensiero. Con questa
pesante sensazione che porto sulle spalle mi accingo a incontrare delle
scolaresche che mi hanno invitato. Mi consola, mi fa sperare il fatto che siano
stati loro a cercarmi. Vorrei sottolineare un aspetto: la mia storia personale
di bambina ebrea perseguitata dal fascismo e poi in fuga dai tedeschi è finita
in molti libri che con mio grande piacere sono stati letti ma questo non è più
il tempo delle emozioni, dobbiamo tornare a parlare della storia con la S
maiuscola. E’ un lavoro urgente e necessario.
La memoria della Shoah è in crisi?
E’ in crisi la memoria. E’ diventata una specie di scatola vuota in cui viene
infilata qualsiasi sofferenza, qualsiasi persecuzione. Nessuno vuole vantare un
primato ma non possiamo paragonare gli avvenimenti con superficialità. Così
facciamo un torto alla cultura.
Qual è il ricordo che le affiora in queste ore?
Il giorno in cui non sono più potuta andare a scuola. Ero in prima elementare.
Mia madre con molta circospezione mi disse che avrei dovuto rinunciare alle
lezioni, alle amiche perché Benito Mussolini non voleva i bambini ebrei a
scuola. Ero così piccola che inizialmente pensai a quella rinuncia come ad un
dono. Solo più tardi, quando vidi che mio padre perse il lavoro cominciai a
comprendere. Non dimentico nemmeno il convento in cui venni portata cambiando
nome e religione. La mamma mi disse che avrei dovuto imparare le preghiere e mi
rassicurò ma il giorno che mi portò a San Giuseppe di Chambéry e dopo la visita
all’edificio, la suora mi disse di salutare la mamma: non lo dimenticherò mai.
Mi è rimasta la sensazione di essere stata abbandonata in una città straniera.
Con il suo ultimo libro Il sentiero di pietre blu ha voluto di fatto passare il
testimone a suo nipote.
A voler dire la verità si è trattato di un passaggio relativo alla scrittura,
non tanto della memoria. Non esistono nipoti e parenti cui passare per obbligo
il testimone ma lo si fa con tutti quelli che sanno ascoltarti.
Il libro – che poi sono due in uno – è comunque un nuovo modo per parlare alle
nuove generazioni, anche attraverso la fantasia.
Sì, c’è molta avventura in questo testo. Sono pagine per nulla noiose. Forse a
qualcuno piacerà più la mia storia ad altri quella di Simone ma è stato bello
scriverlo assieme. Pensi che abbiamo anche litigato ma alla fine siamo riusciti
a trovare la quadra.
L'articolo “La memoria è in crisi, ma passiamo il testimone a tutti quelli che
sanno ascoltare”: intervista a Lia Levi, che si salvò in un convento proviene da
Il Fatto Quotidiano.