di Rosamaria Fumarola
La storia arricchisce le prospettive con cui una medesima cosa può essere
osservata e talvolta riesce a mutare radicalmente il nostro sguardo nei
confronti di quella stessa cosa. Altrettanto di frequente accade che il senso di
fatti ed eventi appaia mutato rispetto a ciò che in origine era. È questa la
ragione per la quale è necessario interrogarsi sempre sullo status dell’uso
anche di fatti molto lontani nel tempo.
Da poco è trascorso il Giorno della Memoria, durante il quale si sono
commemorate le vittime della Shoah. Tra i tanti interventi molto mi ha colpito
quello che Sami Modiano ha tenuto ad un gruppo di giovani e che ancora una volta
ha confermato il mio personale convincimento della incolmata distanza esistente
da sempre, tra le vite e le sofferenze dei singoli e la speculazione che il
potere ne fa per trarne vantaggio.
Maledetto sia, ricordava Primo Levi, chi da quelle sofferenze ha distolto lo
sguardo permettendo che la tragedia della Shoah trovasse compimento. Levi ci ha
insegnato che la responsabilità non poteva essere individuata in un gruppo di
cattivoni che agiva senza il sostegno delle comunità di appartenenza; e che anzi
proprio nella normalità di quanti appartenevano a quella che lui definiva “zona
grigia” andava individuata una gran parte della colpa di ciò che accadde in quei
terribili anni.
Dopo i fatti di Gaza sembra che l’antisemitismo stia aumentando un po’ dovunque,
sebbene una colpevole confusione regni incontrastata. Difendere la causa dei
palestinesi infatti, viene strumentalmente associato all’odio verso il popolo
ebraico tout court e non come invece si dovrebbe alla politica genocidaria di
Benjamin Netanyahu e dei suoi accoliti, dentro e fuori Israele. È questa una
delle tante menzogne usate per far acquisire alla causa israeliana il consenso
dell’opinione pubblica, di proposito inducendo a confondere un popolo con un suo
rappresentante politico.
Chi dunque tradisce oggi le vittime della Shoah se non Netanyahu, con una
propaganda improponibile persino ad un bambino di quattro anni, che ne riderebbe
per le macroscopiche manchevolezze e a cui, in nome di una pace promessa e
inesistente, abbiamo tutti finto di credere? Chi oggi tradisce il dolore che
Sami Modiano a 95 anni non si stanca di gridare al mondo?
E per quanto quei giovani ricorderanno le sue parole e non le dimenticheranno
invece, come si fa con quelle preghiere recitate a memoria, delle quali si è
smarrito il senso? Il mondo sta cambiando velocemente e la politica crea nuove
alleanze per perseguire interessi predatori che il vecchio diritto
internazionale non riesce più ad arginare. La Shoah continua la sua storia nelle
parole della memoria, ma corre il rischio di perdersi e di non essere più
onorata, se non riacquista concretezza negli atti che ne testimonino
l’insegnamento, non facendone perdere il senso.
Sono persuasa che la classe politica israeliana sia in questo momento storico
più interessata ad acquisire un potere e un’influenza sempre maggiori e a
qualunque costo, che a promuovere una riflessione profonda su cosa oggi debba
significare essere ebrei. Il dolore di Sami Modiano non è tradito dallo stremato
popolo palestinese o da quanti lo sostengono. No, il dolore di quanti hanno
subìto la Shoah è violato dai propositi di chi, con scelte politiche scellerate,
finisce col far apparire colpevoli quelli che indiscutibilmente un giorno furono
vittime.
Ed è ancora in questa frattura tra ciò che l’uomo vive in quanto individuo e che
non può che essere autentico e la mistificazione della politica, eticamente
morta e incapace di sofferenze se non quelle della hybris, che ogni abominio può
ancora trovare posto.
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L'articolo Chi tradisce oggi le vittime della Shoah se non Netanyahu? proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Shoah
“Da italiani, rievochiamo con angoscia la discriminazione, la persecuzione, la
deportazione, la morte dei nostri concittadini ebrei, traditi dalle leggi
razziali volute dal fascismo; e da tanti dei suoi adepti venduti ai carnefici
nazisti, con la complicità della monarchia, di tanti che si ritenevano
intellettuali, di parte della popolazione. Non possiamo limitarci a questo
sentimento, per quanto sincero e doveroso: sarebbe un’occasione mancata. Sarebbe
un errore“. A dirlo, in occasione della Giornata della Memoria, è stato il
presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il capo dello Stato, durante la
cerimonia al Quirinale, ha citato la scrittrice Elena Loewenthal, che ha parlato
della “tragica concatenazione degli eventi” come un “buio”. Un buio “della
ragione, della morale, dei sentimenti di umanità e di pietà – dice Mattarella -.
La notte, senza stelle e senza speranza, di Elie Wiesel, dove appaiono solo le
fiamme dei forni crematori e dove il cielo disperde nel fumo corpi, identità,
storie, affetti, sogni di migliaia e migliaia di vittime. Il buio in cui si
sviluppò la fitta nebbia di paura, di indifferenza, di opportunismo che pervase
tanta parte della popolazione: anche padri e madri esemplari, rispettosi della
propria religione, cittadini irreprensibili, educatori scrupolosi, militari e
funzionari che ritenevano di avere un alto senso dell’onore. Quella cupa
oscurità che si scatenò come un ciclone spaventoso nel cuore della civile
Europa, abbattendo secoli di conquiste, di istituzioni civili, di grandi scuole
di diritto, supera il suo tempo e i suoi confini, perché si insinua nel profondo
dell’animo umano”.
Il presidente ha parlato del sistema di sterminio – con il culmine della
“spaventosa macchina di morte di Auschwitz” – come il frutto avvelenato di una
grande, rovinosa menzogna. Una menzogna che si sviluppa lungo la storia e di cui
la Shoah è stata la conseguenza più grave e mostruosa. La menzogna che vi
possano essere disuguaglianze, graduatorie, classificazioni di superiorità e
inferiorità, tra gli esseri umani. Che la vita, la dignità, i diritti,
inviolabili e inalienabili, di ciascuno di essi possano essere posti in dubbio,
negati, calpestati, nel turpe nome di una supremazia razziale o biologica. Ma la
grande menzogna della Shoah, nata nel chiuso dei circoli fascisti e nazisti,
nelle menti perverse di ideologi e di gerarchi, si diffuse e si sparse
attraverso una infìda ma efficace campagna di propaganda e di manipolazione, che
sfruttava l’antico pregiudizio antiebraico presente in larghi strati della
popolazione europea”. Da questa infame bugia ripetuta nel tempo si arrivò
all’abisso. “La pretesa inferiorità razziale – continua il capo dello Stato -,
teorizzata, proclamata, insegnata e, infine, tradotta in legge, portò
ineluttabilmente all’individuazione degli ebrei – una minoranza assai ridotta
dal punto di vista numerico – come il pericolo per la sopravvivenza del popolo,
della nazione. Come notarono acutamente Adorno e Horkheimer, gli ebrei vennero
bollati come male assoluto dagli adepti del male assoluto, e cioè dai nazisti.
‘Per i fascisti – scrivono i due filosofi – gli ebrei non sono una minoranza, ma
l’altra razza, il principio negativo come tale; la felicità del mondo intero
dipende dalla loro distruzionè. In questo ‘mondo capovolto’, come l’ha definito
Primo Levi, la conseguenza poteva essere una sola e terribile: la persecuzione,
in tutti i suoi gradi, fino allo sterminio”.
Oggi Mattarella rivendica che “nella Repubblica non c’è posto per il veleno
dell’odio razziale, per i germi della discriminazione, per l’antisemitismo che
affiora ancora pericolosamente, per coloro che predicano la violenza, per chi
coltiva ideologie di oppressione, di sopraffazione per chi coltiva odio”. Il
presidente della Repubblica si è rivolto alla senatrice a vita Liliana Segre per
rinnovare “la riconoscenza della Repubblica per la sua preziosa testimonianza
degli orrori vissuti e per il suo messaggio, sempre contrassegnato dal rigetto
dell’odio, della vendetta, della violenza. Cara senatrice, in questa occasione
solenne desidero esprimerle, a nome della Repubblica, la solidarietà, la stima e
l’affetto a fronte di attacchi colmi, a un tempo, di volgarità e di imbecillità.
Volgarità e imbecillità: come lo sono da sempre le manifestazioni di razzismo e
di antisemitismo, del resto configurati dalla legge come reati”. Il “riproporsi
e diffondersi” di “manifestazioni di razzismo e antisemitismo”, d’altra parte, è
“indice di alta pericolosità e interpella una azione rigorosa da parte delle
autorità di tutta l’Unione Europea” aveva detto poco prima Mattarella.
“La Repubblica Italiana e la sua Costituzione sono nate contro le ideologie
disumane e sanguinarie che avevano avvelenato la prima metà del Novecento,
lasciando dietro di sé lutti, devastazioni, memorie incancellabili di orrore”
continua Mattarella. “Sono sorte dal sangue innocente dei deportati nei campi di
sterminio, dei combattenti per la libertà, delle donne e degli uomini annientati
solo per ciò che erano, per quel che pensavano, per quello in cui credevano”.
***
Il discorso integrale del presidente della Repubblica
Rivolgo un saluto cordiale ai Presidenti del Senato e della Camera, del
Consiglio dei Ministri, a tutti quanti sono in questo Salone e a quanti seguono
da remoto. Ringrazio molto per la loro presenza Liliana Segre, Edith Bruck, Sami
Modiano.
Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a questo importante e
irrinunziabile giorno di commemorazione e di riflessione, la cui intensità è
sempre massima senza che possa essere scalfita dal trascorrere del tempo.
Un ringraziamento a Stefano Santospago che ci ha così ben condotto in questo
percorso doloroso della memoria.
Ringrazio il Ministro Valditara per le sue importanti parole. Ringrazio la
Presidente Noemi Di Segni, anche per il suo lungo, appassionato, efficace
incarico alla guida delle Comunità ebraiche italiane.
Ringrazio gli autori dei filmati e dei testi; ringrazio i musicisti – Francesca
Leonardi e Andrea Oliva – che ci hanno fatto apprezzare la bellezza della musica
di compositori ebrei. Ascoltandola e venendone coinvolto, pensavo che, nella
cupa stagione del nazismo, sarebbe stata proibita come “arte degenerata”.
Complimenti e auguri a Ludovica, Eleonora, Federico, Edoardo, che hanno
intervistato, con efficacia e con puntualità di domande, la senatrice Segre alla
quale rinnovo la riconoscenza della Repubblica per la sua preziosa testimonianza
degli orrori vissuti e per il suo messaggio, sempre contrassegnato dal rigetto
dell’odio, della vendetta, della violenza.
Cara Senatrice, in questa occasione solenne desidero esprimerle, a nome della
Repubblica, la solidarietà, la stima e l’affetto a fronte di attacchi colmi, a
un tempo, di volgarità e di imbecillità. Volgarità e imbecillità: come lo sono
da sempre le manifestazioni di razzismo e di antisemitismo, del resto
configurati dalla legge come reati.
Volgarità e imbecillità che non ne riducono la gravità: il loro riproporsi e
diffondersi è indice di alta pericolosità e interpella un’azione rigorosa da
parte delle autorità di tutta l’Unione Europea.
Abbiamo appena ascoltato le storie tragiche -particolarmente atroci – di due
piccoli italiani, Sergio ed Elena. Tutte le violenze sono inaccettabili,
spregevoli, ma quelle contro i bambini, in ogni parte del mondo, addolorano,
scuotono le coscienze e le interpellano ancora più in profondità.
Ogni volta che ci accostiamo al tema della Giornata della Memoria, ogni volta
che assistiamo alla rievocazione di quell’inferno sulla terra, ogni volta che
sentiamo narrare le storie delle vittime e dei loro aguzzini, veniamo colti,
nonostante i tanti decenni che ormai ci separano da quella tragica catena di
mostruosità, da angoscioso sbigottimento.
Come se quella discesa dolorosa – ricordata, studiata, analizzata – al punto più
oscuro della storia dell’umanità, riservasse sempre la scoperta di nuovi
episodi, di nuove pagine, di un orrore che sembra non avere mai fine. Perché, in
realtà, non ha mai fine.
La caccia agli ebrei, le deportazioni su carri bestiame, le selezioni, il
freddo, le torture, la fame, gli esperimenti medici, le esecuzioni di massa, le
camere a gas, le ciminiere dei crematori, le marce della morte. Famiglie
smembrate e distrutte, omicidi brutali, violenze inaudite, condotte con sadismo
o con burocratica impassibilità.
Non soltanto una barbara e improvvisa esplosione di odio e di violenza razziale,
quanto una presunta ideologia, una cosiddetta politica, un vero e proprio
sistema di morte costruito negli anni, con malvagia determinazione, fondato
sull’odio razziale.
Mai nella storia dell’uomo uno sterminio era stato così lungamente progettato e
così accuratamente programmato, nei minimi dettagli e con sconvolgente
efficienza. In tutti i rami e le categorie dello stato nazista – giuristi,
medici, economisti, scienziati, giornalisti, ingegneri, burocrati, militari,
semplici cittadini trasformati in delatori – vi furono chiamati a dare – e
fornirono – il loro attivo contributo per realizzare i deliri omicidi di un
dittatore e dei suoi perfidi complici. I volenterosi carnefici di Hitler,
secondo la efficace definizione di Daniel Goldhagen.
Il sistema di sterminio, di morte, di depravazione, che ha il suo culmine nella
spaventosa macchina di morte di Auschwitz, è stato il frutto avvelenato di una
grande, rovinosa menzogna. Una menzogna che si sviluppa lungo la storia e di cui
la Shoah è stata la conseguenza più grave e mostruosa. La menzogna che vi
possano essere disuguaglianze, graduatorie, classificazioni di superiorità e
inferiorità, tra gli esseri umani. Che la vita, la dignità, i diritti,
inviolabili e inalienabili, di ciascuno di essi possano essere posti in dubbio,
negati, calpestati, nel turpe nome di una supremazia razziale o biologica.
Ma la grande menzogna della Shoah, nata nel chiuso dei circoli fascisti e
nazisti, nelle menti perverse di ideologi e di gerarchi, si diffuse e si sparse
attraverso una infìda ma efficace campagna di propaganda e di manipolazione, che
sfruttava l’antico pregiudizio antiebraico presente in larghi strati della
popolazione europea.
Fu così che la pretesa inferiorità razziale, teorizzata, proclamata, insegnata
e, infine, tradotta in legge, portò ineluttabilmente all’individuazione degli
ebrei – una minoranza assai ridotta dal punto di vista numerico – come il
pericolo per la sopravvivenza del popolo, della nazione.
Come notarono acutamente Adorno e Horkheimer, gli ebrei vennero bollati come
male assoluto dagli adepti del male assoluto, e cioè dai nazisti. “Per i
fascisti – scrivono i due filosofi – gli ebrei non sono una minoranza, ma
l’altra razza, il principio negativo come tale; la felicità del mondo intero
dipende dalla loro distruzione”. In questo “mondo capovolto”, come l’ha definito
Primo Levi, la conseguenza poteva essere una sola e terribile: la persecuzione,
in tutti i suoi gradi, fino allo sterminio. Di queste menzogne si sono nutriti i
totalitarismi del Novecento. Se ne alimentano ancora oggi razzismo e
antisemitismo. A queste menzogne attingono ai nostri giorni i despoti, gli
aggressori.
In questo giorno siamo qui per ricordare la schiera di vittime incolpevoli – sei
milioni di persone – soffocate nelle camere a gas, trucidate dai plotoni di
esecuzione, perite per i maltrattamenti e per l’inedia dentro le cupe mura dei
ghetti: anziani, giovani, donne, uomini, bambini, neonati. Ebrei, in massima
parte, rom e sinti, omosessuali, dissidenti politici, appartenenti a minoranze
religiose, disabili, malati di mente. Tutti definiti appartenenti a categorie
non degne di vivere.
Da italiani, rievochiamo con angoscia la discriminazione, la persecuzione, la
deportazione, la morte dei nostri concittadini ebrei, traditi dalle leggi
razziali volute dal fascismo; e da tanti dei suoi adepti venduti ai carnefici
nazisti, con la complicità della monarchia, di tanti che si ritenevano
intellettuali, di parte della popolazione. Non possiamo limitarci a questo
sentimento, per quanto sincero e doveroso: sarebbe un’occasione mancata. Sarebbe
un errore.
Elena Loewenthal, parlando della tragica concatenazione degli eventi che si
ricorda nel Giorno della Memoria, ha scritto che gli ebrei, che l’hanno subita,
“ci sono precipitati dentro. Era buio”. Il buio di cui parla Elena Loewenthal è
quello della ragione, della morale, dei sentimenti di umanità e di pietà. La
notte, senza stelle e senza speranza, di Elie Wiesel, dove appaiono soltanto le
fiamme dei forni crematori e dove il cielo disperde nel fumo corpi, identità,
storie, affetti, sogni di migliaia e migliaia di vittime. Il buio in cui si
sviluppò la fitta nebbia di paura, di indifferenza, di opportunismo che pervase
tanta parte della popolazione: anche padri e madri esemplari, rispettosi della
propria religione, cittadini irreprensibili, educatori scrupolosi, militari e
funzionari che ritenevano di avere un alto senso delll’onore.
Quella cupa oscurità che si scatenò come un ciclone spaventoso nel cuore della
civile Europa, abbattendo secoli di conquiste, di istituzioni civili, di grandi
scuole di diritto, supera il suo tempo e i suoi confini, perché si insinua nel
profondo dell’animo umano.
Il tentativo, messo in atto dalla Germania nazista, di cancellare gli ebrei
dalla faccia dell’Europa, racchiude in sé, in modo emblematico, tutto il male
che l’uomo è in grado di commettere quando si lascia contagiare, per
superficialità, per indifferenza, per viltà, per interesse, dal virus dell’odio,
del razzismo, della sopraffazione.
Quando la ragione si offusca fino a spegnersi, quando gli innati sentimenti
contrapposti di umanità – la solidarietà, la pietà, il senso della propria
dignità e della responsabilità che ne consegue– si inaridiscono, la barbarie
rinasce e il valore di libertà, di pace, di fratellanza, proprio di ogni donna e
di ogni uomo, cede al suo contrario, generando guerra, schiavitù, violenza,
sterminio.
Quest’anno celebriamo gli ottanta anni della Repubblica. Un evento decisivo
della nostra storia.
Come ha scritto il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, la riflessione sugli
orrori vissuti e sulle leggi razziste “è stata uno dei motori che hanno portato
alla fondazione di una nuova società italiana, nella quale è cambiata anche la
forma di sovranità, da monarchia a Repubblica”.
La Repubblica Italiana e la sua Costituzione sono nate contro le ideologie
disumane e sanguinarie che avevano avvelenato la prima metà del Novecento,
lasciando dietro di sé lutti, devastazioni, memorie incancellabili di orrore.
Sono sorte dal sangue innocente dei deportati nei campi di sterminio, dei
combattenti per la libertà, delle donne e degli uomini annientati solo per ciò
che erano, per quel che pensavano, per ciò in cui credevano.
Nella Repubblica non c’è posto per il veleno dell’odio razziale, per i germi
della discriminazione, per l’antisemitismo che affiora ancora pericolosamente,
per coloro che predicano la violenza, per chi coltiva ideologie di oppressione,
di sopraffazione, per chi coltiva odio.
Far memoria della Shoah oggi, ricordare quegli orrori indicibili e le vittime
innocenti, non è soltanto un dovere: significa rinnovare con forza il nostro
patto civile che si fonda su fratellanza, rispetto, convivenza; significa
ribadire con fermezza che non permetteremo mai più che indifferenza, paura,
complicità possano aprire nuovamente le porte a quello o ad altro abisso.
Questa cerimonia è l’occasione per esprimere, con orgoglio e con responsabilità,
il patriottismo italiano e repubblicano che ci rende custodi, in ogni
circostanza e in ogni momento, della dignità, unica, incancellabile e
inalienabile, della persona umana. Custodi della democrazia.
L'articolo “Gli ebrei italiani furono traditi dalle leggi razziali del
fascismo”: il discorso di Mattarella al Quirinale proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Sono attonita di fronte al ritorno dell’antisemitismo. Io stessa mi son trovata
con impegni presi da mesi che sono stati cancellati”. Sono le parole di Lia
Levi, scrittrice, giornalista e superstite dell’Olocausto. A 94 anni non ha
smesso di incontrare giovani per raccontare la sua storia, quella di una bambina
ebrea che dopo l’8 settembre 1943 riuscì a salvarsi dalle deportazioni
nascondendosi per dieci mesi con le sorelle Gabriella e Vera e la madre Leontina
nel collegio romano delle Suore di San Giuseppe di Chambéry. Levi in questi anni
ha scritto decine di libri per adulti e per ragazzi: l’ultimo Il sentiero di
pietre blu (Il Battello a Vapore) con il nipote Simone Calderoni. L’abbiamo
intervistata raggiungendola al telefono tra un incontro e l’altro alla vigilia
della Giornata della Memoria.
Lia Levi, come vive questo 27 gennaio 2026?
Siamo in un tempo di crescente sovvertimento dei nostri valori. Viviamo male
tutti. L’odio e la violenza hanno preso il posto del pensiero. Con questa
pesante sensazione che porto sulle spalle mi accingo a incontrare delle
scolaresche che mi hanno invitato. Mi consola, mi fa sperare il fatto che siano
stati loro a cercarmi. Vorrei sottolineare un aspetto: la mia storia personale
di bambina ebrea perseguitata dal fascismo e poi in fuga dai tedeschi è finita
in molti libri che con mio grande piacere sono stati letti ma questo non è più
il tempo delle emozioni, dobbiamo tornare a parlare della storia con la S
maiuscola. E’ un lavoro urgente e necessario.
La memoria della Shoah è in crisi?
E’ in crisi la memoria. E’ diventata una specie di scatola vuota in cui viene
infilata qualsiasi sofferenza, qualsiasi persecuzione. Nessuno vuole vantare un
primato ma non possiamo paragonare gli avvenimenti con superficialità. Così
facciamo un torto alla cultura.
Qual è il ricordo che le affiora in queste ore?
Il giorno in cui non sono più potuta andare a scuola. Ero in prima elementare.
Mia madre con molta circospezione mi disse che avrei dovuto rinunciare alle
lezioni, alle amiche perché Benito Mussolini non voleva i bambini ebrei a
scuola. Ero così piccola che inizialmente pensai a quella rinuncia come ad un
dono. Solo più tardi, quando vidi che mio padre perse il lavoro cominciai a
comprendere. Non dimentico nemmeno il convento in cui venni portata cambiando
nome e religione. La mamma mi disse che avrei dovuto imparare le preghiere e mi
rassicurò ma il giorno che mi portò a San Giuseppe di Chambéry e dopo la visita
all’edificio, la suora mi disse di salutare la mamma: non lo dimenticherò mai.
Mi è rimasta la sensazione di essere stata abbandonata in una città straniera.
Con il suo ultimo libro Il sentiero di pietre blu ha voluto di fatto passare il
testimone a suo nipote.
A voler dire la verità si è trattato di un passaggio relativo alla scrittura,
non tanto della memoria. Non esistono nipoti e parenti cui passare per obbligo
il testimone ma lo si fa con tutti quelli che sanno ascoltarti.
Il libro – che poi sono due in uno – è comunque un nuovo modo per parlare alle
nuove generazioni, anche attraverso la fantasia.
Sì, c’è molta avventura in questo testo. Sono pagine per nulla noiose. Forse a
qualcuno piacerà più la mia storia ad altri quella di Simone ma è stato bello
scriverlo assieme. Pensi che abbiamo anche litigato ma alla fine siamo riusciti
a trovare la quadra.
L'articolo “La memoria è in crisi, ma passiamo il testimone a tutti quelli che
sanno ascoltare”: intervista a Lia Levi, che si salvò in un convento proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria. Una ricorrenza
internazionale istituita dalle Nazioni Unite nel 2005 per commemorare le vittime
dell’Olocausto.Tale data è stata scelta in ricordo della liberazione del campo
di concentramento di Auschwitz da parte dell’Armata rossa, avvenuta il 27
gennaio nel 1945.
Perché è importante “fare memoria storica” e spiegare questa giornata ai
bambini?
Fare memoria significa raccontare e testimoniare un passato storico terribile,
affinché le nuove generazioni imparino a non commettere più gli errori commessi
in precedenza.
Educare i bambini a una forma di pensiero critico, distinguendo il rispetto dal
non-rispetto, il bene dal male, induce a creare in loro la formazione di un
pensiero libero basato sull’accettazione dell’altro non come diverso, ma come un
arricchimento nella propria vita; costruendo un futuro di pace, di rispetto, di
tolleranza e di solidarietà.
Affrontare la Shoah richiede delicatezza, sensibilità e un approccio adatto
all’età di ogni bambino.
Spiegare concetti complessi in modo sensibile in base all’età è fondamentale e i
libri sono validi strumenti per poterlo fare.
Un libro edito da Gallucci sul valore del coraggio, dell’amicizia e dell’aiuto
reciproco è proprio “La porta aperta”, scritto da Mario Pacifici che racconta
una storia vera, quella di un Giusto tra le Nazioni: Ferdinando Natoni.
La mattina del 16 ottobre, il sig. Natoni salvò la vita a due sorelline, Marina
e Mirella Limentani, dal rastrellamento del quartiere ebraico di Roma.
La storia, illustrata da Lorenzo Terranera, merita di essere raccontata e di
fare memoria, per quelle nuove generazioni che hanno il diritto di sapere cosa è
accaduto di atroce in passato. Una storia scritta con parole delicate, che
esalta il valore di un uomo che predilige il bene dell’umanità, rispetto ad un
ideale politico.
Una storia di coraggio e umanità.
Il 14 novembre 1994 lo Yad Vashem di Gerusalemme, l’Ente per la Memoria della
Shoah, ha riconosciuto a Ferdinando Natoni il titolo di Giusto tra le Nazioni.
Un libro pubblicato con il patrocinio della Fondazione Museo della Shoah. da
regalare ai bambini, in quanro stumento indispensabile per raccontare, per “fare
memoria”.
IL VIAGGIO INTERVISTA CON MARIO PACIFICI
Un viaggio intervista con l’autore Mario Pacifici, per addentrarci di più in
questa giornata:
1. Come spiegare ai bambini la Giornata mondiale della memoria?
La storia che narro nel libro La Porta Aperta è una storia profondamente
legata alla mia famiglia. Una storia vera di cui furono protagoniste mia
mamma e la sorella gemella.
Era il 16 ottobre del ’43, le truppe naziste erano penetrate nel cuore del
quartiere ebraico di Roma per rastrellarne la popolazione ed avviarla ai
campi di sterminio. Mentre più di mille ebrei venivano caricati sui camion
della deportazione, mia mamma e sua sorella furono strappate a quel destino
dalla furiosa e decisiva reazione di un fascista che le accolse in casa,
sostenendo, contro ogni evidenza, che quelle due erano sue figlie.
2. Perché hai sentito il dovere di trattare questo argomento e che linguaggio
hai usato per comunicare con i bambini?
Cento volte ho ascoltato mia mamma raccontare questa storia. La narrava a
noi bambini, soffermandosi sui particolari che ce la rendevano vividamente
tangibile. La paura, le urla, il rumore dei tacchi degli stivali dei nazisti
che salivano le scale. E ancora la rassegnazione, la preghiera recitata
quando ormai ogni speranza era persa, l’attesa passive dell’ineluttabile.
Allora non lo capivo, ma era il suo modo di avvicinare noi bambini alla
memoria di una tragedia con la quale avremmo dovuto fare i conti tutta la
vita.
Più tardi, da adulto, ho spesso pensato di scrivere quella storia ma non
trovavo mai l’ispirazione creativa. Finché un giorno ho capito che dovevo
seguire l’insegnamento inconscio di mia madre.
Raccontala ai bambini, mi sono detto: “Aiutali a comprendere l’abisso del
male e contrapponi ad esso l’opzione del bene, della comprensione,
dell’amore, del coraggio.”
Non avevo mai scritto per i bambini. Dovevo inventarmi un nuovo linguaggio,
un nuovo approccio. E così scelsi di affidare la narrazione a mia mamma, che
ci aveva lasciati da tempo, offrendole il ruolo di voce narrante di fronte a
un uditorio di bisnipoti. Una nonna che parla, racconta e avvince i
nipotini, in una narrazione piena di significati. Dalla quale emerge, in
modo prepotente, la figura di Ferdinando Natoni, con il suo coraggio, la sua
capacità di distinguere in un momento decisivo fra il bene e il male e la
sua scelta di schierarsi, per una volta nella vita, sebbene fascista, dalla
parte giusta della storia.
3. Come aiutare i genitori a scegliere un libro per intraprendere un tema
delicato come la Shoah?
Nello scrivere questo libro volevo, naturalmente, offrire ai ragazzi una
lettura avvincente e stimolante. E volevo, al tempo stesso, offrire a
genitori, maestri e docenti uno strumento didattico per affrontare il tema
della possibile malvagità dell’uomo e della contagiosità del male quando
diviene ideologia. Uno strumento per parlare della Shoah e indicare la via
della resistenza e della redenzione. Per mostrare come ognuno possa e debba
scegliere in coscienza fra il bene e il male, al di fuori dei
condizionamenti ideologici.
4. La porta aperta è una storia reale o frutto della tua fantasia?
Sebbene il Giorno della Memoria non sia oggi avulso da interpretazioni
divisive, esso rappresenta per tutti un doveroso momento di riflessione. Un
momento che non sfugge ai ragazzi, considerato tutto ciò che passa in
televisione. Normale che se ne domandino la ragione.
La Porta Aperta è anche in questo senso un possibile strumento di
comprensione e chiarimento. La Memoria, come emerge dal libro, è la prima
contrapposizione alle catastrofi ideologiche del passato, alle derive
razziste, ai pericoli totalitaristi. E le figure di mia mamma, di Natoni e
dell’ufficiale nazista, pur vere al 100%, rappresentano, nella loro
semplicità, i punti cardinali per comprendere e giudicare la tragedia della
Shoah.
5. Come si può spiegare ai bambini che cos’è un “Giusto tra le nazioni”?
L’enfasi realistica che ho dispiegato nel dipingere il personaggio di
Ferdinando Natoni è strettamente connessa al significato del titolo di
Giusto fra le Nazioni conferito dallo Yad Vashem di Gerusalemme.
Lo spiega bene mia mamma, la nonna Mirella del libro. La giustizia non può
consistere solo nell’assicurare alla condanna dei tribunali chi si è fatto
strumento del male. La giustizia deve anche essere capace di riconoscere le
benemerenze di chi a quel male si è opposto. Di chi non ha esitato a mettere
a rischio la propria vita, per assicurare la salvezza a sconosciuti
perseguitati, accolti e riconosciuti come fratelli.
Ferdinando Natoni ha salvato mia mamma e la sua gemella mettendo a rischio
sé stesso e la sua famiglia. E salvando loro ha salvato un mondo intero,
come dice il Talmud. Non è una vuota astrazione. Senza di lui io oggi non
sarei qui. E non sarebbero qui decine di discendenti di quelle due ragazze
che il 16 ottobre del 43 furono strappate alla morte da un gesto di assoluto
coraggio.
Io benedico la memoria di Ferdinando Natoni e di tutti i Giusti fra le
Nazioni.
6. Perché “viaggiare” con La porta aperta?
Perchè è un viaggio nel tempo e nella memoria che va sempre ricordata.
La porta aperta
di Mario Pacifici
illustrazioni di Lorenzo Terranera
Editore Gallucci, età di lettura: da 5 anni
L'articolo “La porta aperta”, un libro per spiegare ai bambini la Giornata della
Memoria: “Bisogna aiutarli a comprendere l’abisso del male e a contrapporvi il
bene” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“A che servono Sant’Anna di Stazzema, Monte Sole, Civitella in Val di Chiana, le
Fosse Ardeatine, a che servono i musei, le scuole e i parchi della pace, le
cerimonie, le celebrazioni, i discorsi istituzionali? Ci siamo abituati a
frequentare i luoghi sacri della Seconda Guerra Mondiale con il sentimento di
chi ha subito un sopruso. La nostra memoria è autoreferenziale, vittimista, si
piangono i propri morti ma si ignorano quelli degli altri”. È un duro atto di
accusa quello che – in occasione della Giornata della Memoria – Lorenzo
Guadagnucci, giornalista, lancia nel suo libro Un’altra memoria – Guerre,
stragi, muri e genocidi producono assuefazione. Un paradigma fallito da
ricostruire (Altreconomia editore). “La Giornata della Memoria – afferma – va
radicalmente ripensata. Tra l’altro nasconde una falla enorme, perché si è detto
e si continua a dire che conoscere i fatti, andare ad Auschwitz, fanno sì che
quegli eventi non accadano mai più. Ma questo non è vero: perché non accadano
più cose del genere ci vuole azione politica, ci vuole una consapevolezza che
oggi non c’è”. Parole che assumono ulteriore significato se pronunciate da un
nipote di una vittima della strage di Sant’Anna di Stazzema (la nonna Elena fu
trucidata dai nazisti a 43 anni) e figlio di un superstite di quell’eccidio del
1944 (il padre Alberto si salvò).
Guadagnucci, lei critica una memoria divenuta autoreferenziale e addomesticata.
I luoghi della memoria che abbiamo sviluppato hanno questa caratteristica di
essere legati sostanzialmente alla Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo selezionato
tutte le situazioni nella quale come popolazione italiana ci siamo sentiti
vittime di enormi soprusi: che sono vere e ci sono state, però abbiamo messo
dall’altra parte gli episodi in cui siamo stati carnefici. Mi riferisco a cose
avvenute nello stesso periodo, penso alle stragi compiute dagli italiani
precedenti all’8 settembre, le stragi fatte in Jugoslavia, in Albania, in
Grecia, in Montenegro. Abbiamo costruito una memoria vittimistica, che comporta
una distorsione dello sguardo che ci impedisce di cogliere appieno reali
dinamiche della violenza e della sopraffazione, che riguardano anche noi.
Lei sostiene che chi officia le cerimonie ufficiali della memoria potrebbe non
essere realmente l’erede diretto di quella tradizione, l’interprete di quel
lascito. In che senso?
Ci si colloca in una tradizione, quella dell’antifascismo, di chi ha costruito
il dopoguerra con quelle che io chiamo le istituzioni del pacifismo, l’Onu, le
Corti internazionali, il diritto internazionale, la Dichiarazione dei diritti
umani: ma collocandoci in questa tradizione non ci sente obbligati a
rispettarla, a metterla in pratica, nella concretezza delle cose, delle scelte
politiche.
Per lei una memoria senza azione è quasi un tradimento. Critica un antifascismo
debole che non produce azione politica.
Io vedo un parallelismo tra le politiche della memoria e come viene interpretato
l’antifascismo, per questo parlo di un antifascismo debole, una
auto-collocazione che ha una funzione da un lato identitaria, dall’altro però
anche consolatoria e confermativa. Si dice: io appartengo a questa storia, ma
non c’è niente nell’oggi che concretizzi questa ha auto-collocazione;
l’antifascismo è una cosa molto più importante di così, è un movimento di
rottura, rivoluzionario, è quella parte della storia politica di una minoranza
del nostro paese che ha saputo pensare al futuro nel momento di buio totale e
che ha dato le premesse per la costruzione di quello che abbiamo poi messo in
piedi: le democrazie, le istituzioni del pacifismo e le Costituzioni. Oggi c’è
chi interpreta l’antifascismo semplicemente come una appartenenza, un’etichetta,
qualcosa che serve a quietare gli animi di chi simpatizza per la tua parte.
Veniamo a Gaza. Lei attacca la rappresentazione distorta dei morti. E sostiene
che ci può essere un parallelismo tra Gaza e la Shoah.
Questo libro nasce proprio dalla considerazione su quello che è accaduto e che
sta ancora avvenendo nella Striscia di Gaza, un devastante genocidio in diretta.
Il libro nasce da una impossibilità: io sono familiarmente segnato dalla strage,
ma provo disagio nel ricordare la strage di ottant’anni fa mentre il mio paese,
che nasceva su una retorica della memoria dell’antifascismo, permetteva e
collaborava in qualche modo al genocidio in corso. Credo che questo sia un punto
di rottura radicale che deve rimettere in discussione tutte le politiche della
memoria, perché oggi tutta quella retorica non funziona più, non è più
credibile, non ha più la possibilità di essere percepita come una cosa reale.
Lei quindi pensa che si possa usare il termine genocidio nel caso di Gaza?
Credo che sia obbligatorio parlarne, non è una possibilità o qualcosa che sia
discutibile: tutta l’elaborazione che abbiamo fatto sulla Shoah va in questa
direzione, quella della prevenzione di altri genocidi, la stessa nozione di
genocidio nasce per prevenire i genocidi. Quindi è paradossale e assurdo che si
pensi di non poter usare questa parola per quello che è accaduto in Palestina e
a Gaza; l’altra cosa che voglio far notare è il paradosso per cui in questo
Giornata della Memoria se il primo ministro di Israele, un paese che ha
costruito buona parte della propria identità sulla memoria della Shoah, volesse
andare ad Auschwitz dovrebbe essere arrestato; siamo veramente di fronte a un
momento di cambiamento, dove dobbiamo ripensare tutto.
La memoria, le scrive, deve diventare politica, va politicizzata. Serve un
antifascismo forte e serve un paradigma nuovo della memoria utile verso tutte le
persecuzioni.
Penso che la memoria sia fondamentale, perché è un motore dell’azione, è
qualcosa che può dare un retroterra storico, culturale e politico a chiunque
abbia una tensione verso il cambiamento; credo che avvicinarsi ai luoghi della
memoria e quindi entrarci dentro, conoscerla a fondo abbia una funzione
autenticamente rivoluzionaria. Ma quello che il dialogo fra vivi e morti
trasmette è il rifiuto radicale della guerra in quanto tale, non c’è una via di
mezzo. Chi introduce delle aggettivazioni della guerra, guerra difensiva,
democratica, sbaglia, anzi commette una eresia. Tutte le guerre sono guerre
contro i civili, sono guerre contro una persona umana.
L'articolo “A cosa serve la strage di Sant’Anna se la nostra memoria è solo
vittimista e si ignorano i morti degli altri?”: intervista a Lorenzo Guadagnucci
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ascolta שְׁמַע“. È il titolo del documentario in ricordo della Shoah prodotto
da Rai Documentari e da Rai Radio 1 che andrà in onda alle 15,30 di martedì 27
gennaio su Rai 3 in occasione della Giornata della memoria. Il prodotto nasce da
un’idea di Anna Maria Caresta e dalla direzione di Fedora Sasso, ed è scritto da
Elena Baiocco, Anna Maria Caresta, Massimo Giraldi, Francesco Graziani, Elena
Paba e Claudio Vigolo. Un invito ad ascoltare le voci di chi ha vissuto
l’indicibile: un atto necessario per mantenere viva la memoria e comprendere le
cicatrici profonde che la Shoah ha lasciato e continua a lasciare sulla vita dei
sopravvissuti e sulle generazioni successive. Il titolo scelto evoca la
preghiera centrale della fede ebraica, lo Shemà Yisrael. Questo richiamo
all’ascolto e alla memoria si pone come fondamento per comprendere il senso più
profondo delle testimonianze raccolte.
Il documentario – al quale hanno collaborato diversi giornalisti del Giornale
Radio – raccoglie le voci e le esperienze di alcuni sopravvissuti alla Shoah:
Edith Bruck, Sami Modiano, Liliana Segre, Kitty Braun, Rosanna Bauer Biazzi,
Gilberto Salmoni, Tatiana Bucci, offrendo una prospettiva personale e una
potente riflessione sugli orrori vissuti nei campi di sterminio nazisti e sul
difficile percorso del dopoguerra. Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni,
offre una riflessione sul significato spirituale e simbolico del titolo del
documentario. Le sue parole evidenziano il valore dell’ascolto come atto di
responsabilità, di trasmissione e di continuità della memoria che la giornata
del 27 gennaio tramanda. Su RaiPlay Sound è già disponibile il podcast Le vite
dopo il lager-L’Olocausto realizzato dai giornalisti del Giornale radio sullo
stesso tema.
L'articolo “Ascolta”, su Rai3 il documentario per capire il senso più profondo
delle testimonianze di chi ha vissuto l’indicibile proviene da Il Fatto
Quotidiano.