Le priorità della premier Giorgia Meloni per il 2026 sono sicurezza e crescita,
come ha spiegato durante la conferenza stampa di inizio anno. Disuguaglianza e
povertà non sembrano impensierirla. Così si spiegano i tanti interventi a favore
di categorie già avvantaggiate e l’assenza di misure contro il lavoro malpagato
e precario e il disagio abitativo, l’abolizione dell’unico strumento universale
per la lotta all’indigenza, la mancanza di correttivi a un sistema fiscale
iniquo che “spreme” più i salari che i profitti. Eppure, come ricorda ancora una
volta Oxfam nel rapporto annuale Disuguitalia, la Penisola resta il Paese delle
fortune invertite. In cui la ricchezza si concentra sempre di più ai vertici
mentre chi è povero non riesce a uscirne perché ha minori opportunità educative,
non può contare su reti di protezione in caso di emergenze, ha meno accesso al
credito, non può permettersi di dire no a un lavoro purchessia.
I DIVARI CRESCENTI DELL'”EREDITOCRAZIA” ITALIA
Le ultime stime, riferite alla metà del 2025, mostrano squilibri profondi e in
crescita. Il 10% più benestante delle famiglie – scrive Oxfam – ha in mano il
59,9% della ricchezza nazionale, la metà più povera si ferma al 7,4%. Tra giugno
2024 e giugno 2025 la ricchezza nazionale è aumentata del 3,6% in termini
nominali: da 10.610 a 10.990 miliardi di euro. Ma quasi due terzi
dell’incremento sono andati al top 5% delle famiglie, mentre la metà più povera
ne ha intercettato appena il 4,6%. I soli 79 miliardari italiani tra novembre
’24 e ’25 si sono arricchiti in termini reali di 54,6 miliardi di euro. Da
notare che circa due terzi della loro fortuna deriva da eredità. Solo
l’antipasto di quel che succederà nel prossimo decennio, quando passeranno di
mano patrimoni per un valore di 2.500 miliardi, rendendo la società italiana
sempre più “ereditocratica“, complici tasse di successione quasi inesistenti. Se
si allarga lo sguardo, la dinamica è ancora più evidente: negli ultimi 15 anni
il 91% della nuova ricchezza è finito al 5% più ricco e solo il 2,7% a chi stava
peggio.
Quanto ai redditi, nel 2023 la disuguaglianza nella distribuzione è aumentata e
le simulazioni Istat sull’impatto redistributivo delle politiche del governo
prospettano un ulteriore incremento nel 2024, causa peggioramento della
condizione di chi guadagna meno. La povertà assoluta si è intanto stabilizzata a
quota 5,7 milioni di persone: 1,6 milioni in più rispetto al 2014 e 1,1 milioni
in più rispetto al 2019, prima della pandemia. Il governo non prevede che la
situazione migliori di qui al 2028.
Tutelarsi dalla caduta nell’indigenza è diventato più difficile anche per chi
lavora. Il rapporto ricorda infatti come la crescita occupazionale iniziata dopo
la pandemia non basti per compensare la bassa qualità dei posti, soprattutto per
giovani e donne. Pesano la sotto-occupazione e la diffusione del lavoro povero e
a metterci il carico ci ha pensato l’inflazione degli ultimi anni, che ha eroso
il potere d’acquisto. I tanti rinnovi contrattuali siglati dall’inizio del 2024
hanno innescato un recupero solo parziale.
COSÌ IL GOVERNO ALLARGA LE DISUGUAGLIANZE
Tutte emergenze che il governo non sembra riconoscere. Anzi, in molti casi gli
interventi messi in campo aggravano i divari economici e sociali. Per esempio il
taglio della seconda aliquota Irpef inserito in manovra, oltre a lasciare
irrisolti i nodi dell’erosione della base imponibile per cui ormai l’imposta
grava per l’85% sui soli redditi da lavoro dipendente o pensione, produce
benefici modesti e concentrati soprattutto sui contribuenti con redditi
medio-alti, mentre l’impatto per quelli più bassi è limitato o nullo. Per
valutarne gli effetti occorre poi tener conto della “tassa occulta” del fiscal
drag, il fenomeno per cui, senza piena indicizzazione degli scaglioni e delle
detrazioni all’inflazione, l’aumento nominale dei redditi spinge i contribuenti
verso aliquote più elevate senza un reale aumento del reddito reale. Simulazioni
dell’Upb hanno mostrato che, nonostante le riforme Irpef degli ultimi anni, i
lavoratori con redditi compresi tra 32mila e 45mila euro finiscono con l’avere
un carico fiscale più alto di prima.
Oxfam contesta poi l’uso della detassazione salariale come principale leva di
intervento: tendenza confermata dalla manovra, che prevede sgravi sugli aumenti
legati ai rinnovi contrattuali, sui premi di risultato e sulle maggiorazioni per
notturni e festivi. Al netto degli effetti negativi sull’equità del prelievo,
quello strumento non modifica i meccanismi che causano i bassi livelli
retributivi e scarica sulla fiscalità generale il compito di sostenere le
retribuzioni e il recupero del potere d’acquisto anche se le imprese potrebbero
permettersi di pagare di tasca loro.
Intanto la tassazione della ricchezza continua a restare tabù, così come un
aggiornamento del catasto, e la legge di Bilancio ha confermato l’iniqua flat
tax per i super ricchi stranieri che spostano la residenza in Italia. Poco
coerentemente però, nota il report, l’esecutivo “non ha disdegnato di inasprire
il prelievo sulle patrimoniali esistenti”, aumentando le aliquote dell’imposta
sul valore degli immobili detenuti all’estero e dell’imposta sui valori delle
attività finanziarie estere detenuti nei paradisi fiscali. E la lotta
all’evasione? A fronte di alcune novità positive, come la liquidazione
automatica dell’Iva in caso di omessa dichiarazione, in manovra c’è un nuovo
condono: la rottamazione cinque, rivolta sulla carta solo a chi ha dichiarato e
non pagato ma di fatto priva di paletti per limitarla ai contribuenti in reale
difficoltà economica.
L’ong rinnova anche le critiche sullo svuotamento delle politiche di contrasto
alla povertà dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza, sostituito da
meccanismi (Assegno di Inclusione e Supporto per la Formazione e il Lavoro) non
universali. “Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della
popolazione, il governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale
nel contrasto alla povertà”, commenta Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla
giustizia economica di Oxfam Italia. “Da due anni il diritto di ricevere un
supporto da parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più
assicurato a tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a
categorie eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di
tutela”. Apprezzabile che l’ultima manovra abbia abolito il mese di sospensione
obbligatoria dell’Adi dopo i primi 18 mesi, ma è invece “fortemente ingiusto” il
contestuale dimezzamento della prima mensilità a ogni rinnovo.
Quanto alla riforma dell‘Isee, le modifiche al calcolo dell’indicatore per
l’accesso ad Assegno Unico Universale, il bonus asilo nido e Adi rischiano di
produrre “risultati arbitrari e iniqui” visto che danno priorità nell’accesso
alle prestazioni sociali alle famiglie con casa di proprietà. Questo mentre le
linee guida del più volte annunciato Piano casa non sono ancora state presentate
ma molti indizi fanno temere che sarà orientato solo al social housing privato e
alla realizzazione di alloggi a canone agevolato destinati alla vendita. Di
risorse pubbliche del resto ce ne sono poche: meno di 1 miliardo, al momento,
quelle stanziate, a fronte di un fabbisogno di almeno 15.
Sul fronte del lavoro, non si segnalano passi avanti nel contrasto al nero e al
grigio e il governo ha concesso ulteriore flessibilità alle aziende nel ricorso
al precariato, oltre ad estendere il perimetro delle attività stagionali
concedendo di fatto a qualsiasi impresa di “sottoscrivere contratti a termine
esenti dai pochi limiti ancora in essere” e ad allargare le maglie della
somministrazione. Sventato in extremis poi, ma la maggioranza promette di
riprovarci, il tentativo di far salve le imprese dal pagamento degli arretrati
nel caso il contratto applicato sia giudicato contrario alla Costituzione e
anticipare la prescrizione dei crediti da lavoro non versati. Infine resta il
vuoto sul salario minimo: la legge delega approvata a settembre dal Parlamento,
nata da un ddl delle opposizioni snaturato dalla maggioranza, prevede
l’estensione erga omnes dell’efficacia dei salari previsti dai “principali”
contratti collettivi, senza paletti per escludere quelli pirata.
LE RICETTE PER INVERTIRE LA ROTTA
Nulla di tutto questo è inevitabile, sottolinea la ong. Il rapporto dedica come
sempre molto spazio alle leve di policy che potrebbero essere attivate per
invertire la rotta. A partire dal fisco. Oxfam auspica una svolta netta nella
lotta all’evasione, attraverso il rafforzamento dell’analisi del rischio fiscale
e dei controlli dell’Agenzia delle Entrate. Prioritario adottare procedure di
analisi massiva che consentano di incrociare in modo sistematico le diverse
banche dati disponibili. Indispensabile poi intervenire sulle grandi
concentrazioni di ricchezza aumentando il prelievo su grandi successioni e
donazioni. Una misura che avrebbe un forte impatto redistributivo senza colpire
i patrimoni medio-piccoli. Un altro capitolo chiave riguarda il patrimonio
immobiliare: l’attuale prelievo sugli immobili è iniquo perché legato a valori
catastali obsoleti e disallineati rispetto ai valori di mercato, che vanno
aggiornati. Nel mirino anche le politiche condonistiche, uno degli elementi che
più contribuiscono a minare equità e fedeltà fiscale e incentivano comportamenti
opportunistici.
Il rapporto invita poi l’Italia a giocare un ruolo più attivo anche sul piano
internazionale, sostenendo in sede Onu e G20 l’istituzione di uno standard
globale di tassazione della ricchezza estrema, che renda effettivo il prelievo
sui grandi patrimoni e contrasti l’elusione e la concorrenza fiscale tra Paesi.
Agire a livello multilaterale ridurrebbe anche il rischio di “espatrio fiscale”,
se affiancato a una exit tax o alla prosecuzione della tassazione per alcuni
anni dopo il cambio di residenza. In parallelo arriva l’appello a supportare
l’istituzione del Panel internazionale sulla disuguaglianza proposto dalla task
force speciale del G20 guidata da Joseph Stiglitz.
Sul fronte della spesa, Oxfam richiama la necessità di rafforzare gli
investimenti in istruzione, sanità e protezione sociale, settori che negli
ultimi anni hanno subito definanziamenti o crescite insufficienti rispetto ai
bisogni. Tra le priorità anche la cooperazione allo sviluppo: serve un percorso
credibile per raggiungere entro il 2030 l’obiettivo dello 0,70% del Reddito
nazionale lordo, ancora lontano.
Senza un cambio di paradigma, è il messaggio, il Paese rischia di restare
intrappolato in un modello che premia patrimoni e rendite, scarica il peso del
finanziamento pubblico su lavoro e consumi e amplia l’area della vulnerabilità
sociale. Un equilibrio inefficiente e fragile dal punto di vista politico e
della stabilità democratica.
L'articolo Italia sempre più iniqua e “ereditocratica”: al 5% più benestante due
terzi della nuova ricchezza. Ma nell’agenda di Meloni non è una priorità
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Guerre, tensioni commerciali e crisi climatica non li hanno sfiorati. Il 2025 è
stato un anno di bonanza per i miliardari globali, che hanno superato per la
prima volta quota 3mila e tra novembre 2024 e novembre 2025 hanno visto
esplodere la propria ricchezza netta di 2.500 miliardi di dollari, a un totale
di 18.300: fa +16,2%, un tasso tre volte superiore alla crescita media
registrata tra 2020 e 2024. I primi 12 nella classifica delle fortune globali,
da Elon Musk a Bernard Arnault passando per Jeff Bezos e Mark Zuckerberg,
possiedono oggi quanto la metà più povera dell’umanità. E l’aumento della
concentrazione della ricchezza, scrive Oxfam nel suo annuale rapporto sulla
disuguaglianza globale, non fa che alimentare un circolo vizioso ben noto: la
“cattura” della politica da parte dei super ricchi. Il risultato? Regole che
rafforzano i privilegi e allargano ulteriormente i divari, a esclusivo beneficio
di una nuova élite oligarchica nelle cui mani si concentra il potere economico.
“Progressivo deterioramento dei principi democratici”, traduce il report Nel
baratro della disuguaglianza – Come uscirne e prendersi cura della democrazia,
pubblicato come sempre in occasione del forum di Davos che riunisce in Svizzera
l’élite politica e finanziaria globale. Perché a ogni enorme patrimonio si
associa una probabilità enormemente superiore di ottenere cariche politiche: un
miliardario ha 4mila volte più probabilità di ricoprire un ruolo elettivo
rispetto a un comune cittadino. Ma questo, insieme alle “porte girevoli” tra
posizioni apicali nel settore privato e incarichi pubblici, non è che il canale
di influenza più visibile. La politica si può anche comprare con lauti
finanziamenti, lobbying e controllo dei media, fino a sovvertire il principio
fondamentale del suffragio universale sostituendolo con il più prosaico “un
dollaro, un voto”.
Il panorama dei media globali conferma plasticamente la tesi: sette delle
maggiori corporation del settore hanno proprietari miliardari e una manciata di
ultra-ricchi controlla testate storiche (vedi il Washington Post, acquistato da
Bezos) e social network (X di Musk) centrali per il dibattito pubblico. Ogni
giorno 11,8 miliardi di ore vengono trascorse sui social fondati o posseduti da
miliardari, con quel che ne deriva per la loro capacità di influenzare ciò che
le persone vedono e credono. L’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa
moltiplica i rischi, perché facilita la diffusione di notizie false e la
manipolazione su larga scala. Per Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam
Italia, “siamo letteralmente di fronte alla legge del più ricco che sta portando
al fallimento della democrazia”.
Sul fronte opposto, la riduzione della povertà globale si è fermata. Dopo
decenni di lento miglioramento, i livelli sono oggi fermi ai valori pre-pandemia
e in Africa quella estrema è di nuovo in aumento. Nel 2022, secondo i dati
aggiornati della Banca Mondiale citati nel rapporto, 3,83 miliardi di persone
(il 48% della popolazione mondiale) vivevano in condizioni di indigenza: 258
milioni in più rispetto alle stime precedenti. Non aiutano il taglio degli aiuti
da parte dei paesi ricchi e le politiche di austerità ancora imposte dalle
istituzioni internazionali o rese necessarie dall’esplosione del debito
pubblico: secondo l’Onu, 3,4 miliardi di persone vivono in Stati che spendono
più per il servizio del debito che per sanità e istruzione. Mentre la copertura
sanitaria universale è in una fase di stallo.
L’inflazione ha fatto la sua parte: dopo il Covid la stagnazione dei salari,
mentre i prezzi del cibo si impennavano, ha peggiorato l’insicurezza alimentare,
che nel 2024 riguardava 2,3 miliardi di persone: 335 milioni in più rispetto al
2019. Inevitabile, dunque, che le disparità siano peggiorate o al massimo si
siano cristallizzate: oggi l’1% più ricco possiede il 43,8% della ricchezza
globale, mentre la metà più povera si ferma allo 0,52% e oltre il 77% della
popolazione mondiale vive in Stati dove la distanza di ricchezza tra l’1% più
ricco e il 50% più povero è rimasta invariata o è aumentata tra 2022 e 2023.
Le conseguenze sulle istituzioni che sulla carta potrebbero intervenire per
favorire la redistribuzione sono evidenti. I Paesi ad alta disuguaglianza sono
fino a sette volte più esposti al rischio di erosione democratica rispetto a
quelli più egualitari. E uno studio su 136 Stati ha mostrato che l’aumento della
disparità nella distribuzione delle risorse va a braccetto con quello del potere
politico e tende a sfociare in una riduzione delle libertà civili dei più
poveri. Questo può spiegare, argomenta il rapporto, perché non vengano adottate
misure che sarebbero accolte con favore da gran parte della popolazione. Tra
queste le imposte sui grandi patrimoni, la cui introduzione stando ai sondaggi
ha ampio sostegno. Eppure oggi solo il 4% delle entrate fiscali globali proviene
da tasse sulla ricchezza, mentre l’80% del gettito grava su lavoratori e
consumatori: è l’esito di decenni durante i quali, ricorda il report, le élite
economiche hanno sfruttato la propria influenza politica per bloccare riforme
fiscali progressiste. L’ultimo caso è la campagna martellante di Bernard
Arnault, uomo più ricco di Francia e patron del polo del lusso LVMH, contro la
proposta di tassazione minima a carico dei molto abbienti teorizzata
dall’economista Gabriel Zucman e fatta propria dal Partito socialista francese.
Ma “la libertà politica e l’estrema disuguaglianza non possono coesistere a
lungo”, tira le somme il rapporto, evocando Joseph Stiglitz. La povertà politica
– scarsa partecipazione e quindi possibilità di esercitare influenza – che tende
ad andare di pari passo con quella economica sfocia in proteste sociali: oltre
142 quelle registrate negli ultimi dodici mesi. In prima linea, spesso, la Gen
Z. La risposta della politica? “Le ricette che hanno fin qui generato
disuguaglianze insostenibili necessitano sempre più spesso di strumenti
coercitivi e autoritari per mantenere lo status quo”, spiega Mikhail Maslennikov
policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam. E “il conto che presentano”
comprende non solo “l’erosione di istituzione democratiche e la compressione
delle libertà” ma anche la criminalizzazione del dissenso e un’ipertrofia
repressiva. Non bisogna cadere nell’inganno: le forze politiche populiste ed
estremiste che guidano la deriva autoritaria fanno leva sul disagio delle
persone e sulla perdita di opportunità e di riconoscimento in luoghi a lungo
trascurati da classi dirigenti indifferenti. Ma le proposte di cambiamento che
portano sono illusorie. Continuano a favorire gruppi sociali e territori già
avvantaggiati”.
Gli Usa sono insieme motore e caso paradigmatico di queste dinamiche. Nell’anno
del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump i miliardari statunitensi hanno
sperimentato la crescita di ricchezza più marcata al mondo (quella dei 10 più
ricchi è aumentata di 698 miliardi di dollari). In parallelo il Congresso ha
approvato misure che produrranno la più grande redistribuzione alla rovescia
degli ultimi decenni, accompagnata da tagli alla protezione sociale e
restrizioni dei diritti dei lavoratori. Milioni di persone hanno reagito
scendendo in piazza sotto lo slogan “no kings” contestando le politiche
autoritarie del presidente e le misure a favore degli ultra ricchi. Migliaia
stanno protestando a Minneapolis contro le violenze dell’agenzia per il
controllo dell’immigrazione. Le elezioni di midterm diranno se la voglia di
cambiamento avrà la meglio sulle ricette populiste nel 2024 hanno convinto la
maggior parte degli americani.
L'articolo 2025 da record per i miliardari. “Nuovi oligarchi che manipolano
democrazia e regole dell’economia per avvantaggiare i propri interessi” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Halima Begum, amministratrice delegata di Oxfam Gran Bretagna e figura di primo
piano di una delle più importanti organizzazioni umanitarie al mondo, ha
lasciato l’incarico dopo che una revisione indipendente ha riscontrato “gravi
problemi” nel suo comportamento e nel processo decisionale. La notizia è stata
diffusa da The Times e ripresa dal Guardian e Bbc. La decisione, assunta dal
consiglio di amministrazione, arriva al termine di settimane di tensioni interne
e di accuse di bullismo avanzate da parte del personale.
Secondo quanto riportato dai media britannici, il cda ha ritenuto
“insostenibile” la posizione della cinquantenne dirigente a causa di una
“irrimediabile perdita di fiducia” nella sua capacità di guidare
l’organizzazione. Alla base della scelta vi sarebbe anche il “clima di paura”
che, secondo le testimonianze raccolte, si sarebbe creato all’interno della
charity. Circa 70 membri dello staff avevano firmato una lettera chiedendo
formalmente l’apertura di un’indagine sulla condotta della dirigente; stando a
quanto riferito dal Times, diversi dipendenti avrebbero inoltre rassegnato le
dimissioni dopo scontri con la dirigente.
Begum, nata in una famiglia trasferitasi a Londra dal Bangladesh, ricopriva
l’incarico da quasi due anni. In precedenza aveva lavorato per ActionAid e per
il British Council. Contattata dalla Bbc per un commento, non ha rilasciato
dichiarazioni. A suo favore le dichiarazioni di chi ha definito le accuse di
bullismo “assurde”, sostenendo che la dirigente sia stata oggetto di valutazioni
ingiuste. L’indagine è stata condotta dallo studio legale Howlett Brown tra
novembre e dicembre 2025 e si è basata sulle testimonianze di 32 colleghi
attuali ed ex dipendenti, oltre che su documentazione interna.
I risultati, secondo quanto riferito dall’organizzazione, hanno evidenziato
“gravi problemi nel comportamento di leadership e nel processo decisionale
dell’amministratore delegato, tra cui violazioni dei processi e dei valori
organizzativi e interferenze inappropriate nelle indagini sulla salvaguardia e
l’integrità”. La decisione di sollevare Begum dall’incarico è stata presa la
scorsa settimana e la dirigente ha già lasciato l’organizzazione. La guida ad
interim di Oxfam Gran Bretagna è stata affidata a Jan Oldfield, responsabile del
sostegno all’interno dell’ente da oltre quattro anni. Il caso arriva inoltre al
termine di un anno difficile sul piano finanziario.
L'articolo “Clima di paura e bullismo”, costretta alle dimissioni
l’amministratrice delegata di Oxfam Gran Bretagna proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Lasciate che vi porti tra i campi della Palestina. La terra degli ulivi, dei
campi di grano e dei profeti. Una terra che dovrebbe essere di pace, è diventata
un luogo dove gli agricoltori della Cisgiordania vengono privati dei loro
diritti, della loro acqua e del loro futuro”. Di fronte ai componenti della
commissione Esteri e Difesa del Senato, presieduta dalla forzista Stefania
Craxi, a prendere la parola è Ziad Anabtawi, Ceo e fondatore di Al’Ard Group,
multinazionale di Nablus diventata negli anni sinonimo di eccellenza
nell’attività di produzione e fornitura di prodotti agricoli e alimentari
palestinesi di alta qualità, a partire dall’olio d’oliva, con una presenza
capillare nei mercati locali e internazionali. “Esportiamo verso 22 Paesi in
tutto il mondo. Nonostante le difficoltà dovute all’occupazione, siamo diventati
una realtà di successo. Io ho sviluppato e continuato questa attività da mio
padre. Ora i miei figli rappresentano la terza generazione in azienda”, racconta
Anabtawi al Fattoquotidiano.it, al termine dell’audizione a Palazzo Madama. La
replicherà a Montecitorio, ma il suo programma a Roma prevede anche incontri con
parlamentari Pd, Avs e M5s. Ovvero, i gruppi d’opposizione che nei due anni di
genocidio israeliano a Gaza hanno portato avanti in Parlamento le istanze
palestinesi.
Roma è l’ultima tappa di un tour di advocacy per Anabtawi, che ha toccato sei
capitali europee. Un viaggio alla quale ha preso parte una delegazione di
imprenditori, ricercatori e professori, accompagnati da Oxfam, per
sensibilizzare politica e opinione pubblica sugli effetti dell’occupazione nei
Territori palestinesi occupati. L’organizzazione infatti ha lanciato una
campagna per chiedere ai governi europei di sospendere il commercio con gli
insediamenti dei coloni ( SI PUO’ ADERIRE A QUESTO LINK) “All’alba un contadino
palestinese si sveglia per prendersi cura dei suoi ulivi. Ma sulla collina di
fronte c’è un colono che lo guarda non come un vicino, ma come un ostacolo
all’espansione”, racconta. Poi, al Fattoquotidiano.it spiega cosa significa oggi
cercare di fare impresa in quelle terre: “Per i palestinesi la raccolta delle
olive è come una festa: tutta la famiglia partecipa alla raccolta, sono momenti
in cui si condivide vita e lavoro, si mangia e si passa il tempo assieme. Oggi
sono 100mila le famiglie in Cisgiordania che si occupano di questa attività”.
Eppure, spiega, lavorare è diventata un’impresa, a causa delle violenze
sistematiche dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi. “L’ultimo
anno è stato un incubo: sono aumentate le restrizioni e il numero degli
insediamenti illegali. I coloni confiscano le terre dei palestinesi, distruggono
i terreni e i loro alberi da frutto, sradicano gli uliveti. E le aggressioni
fisiche e gli atti di persecuzione sono ormai quotidiani”.
Tutte le forme di annessione sono vietate dalle norme del diritto
internazionale, allo stesso modo come non è permesso il trasferimento da parte
della potenza occupante di una parte della propria popolazione civile nel
territorio che essa occupa. Ma da anni Israele non rispetta alcun vincolo di
legge. Sono 700mila i coloni israeliani che vivono illegalmente in oltre 156
insediamenti e 250 “avamposti” in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.
Avamposti formati senza autorizzazione formale da parte del governo israeliano,
ma con il suo tacito sostegno. E poi in seguito riconosciuti da Tel Aviv. Lo
scorso maggio il governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu ha deciso la la
creazione di altri 22 insediamenti nella West Bank. Ma a questo si devono
aggiungere anche muri e cancelli: oltre mille barriere, secondo l’Anp, erette
dopo il 7 ottobre 2023, presidiate dai militari, che rendono impossibile la vita
quotidiana dei palestinesi.
“In questo scenario di occupazione le olive del colono raggiungono liberamente i
mercati internazionali e poi gli scaffali dei supermercati, mentre il raccolto
del contadino rimane intrappolato dietro i posti di blocco. Sono un migliaio i
check point in Cisgiordania, che rendono un’impresa la mobilità non soltanto
delle persone, ma anche delle merci. Di fatto, è impossibile o quasi raggiungere
il porto, per esportare il nostro prodotto all’estero. Senza dimenticare i costi
proibitivi: possono volerci 2mila dollari per soli 200 chilometri, dalla
fabbrica di Nablus al porto di Haifa. Mentre ce ne vogliono poco più, 3500
dollari, per la spedizione dei container da Haifa ad Amburgo, in Germania, dove
il tragitto è però di oltre 3mila chilometri. Questa non è solo una tragedia
umana; è un crimine economico“, sottolinea Anabtawi.
Eppure, nonostante le difficoltà, le vessazioni quotidiane e la lotta impari,
“stiamo continuando a vendere i nostri prodotti, richiesti dal mercato
internazionale”, rivendica con soddisfazione. Come una forma di resistenza.
Servirebbe l’aiuto e la pressione dei governi mondiali ed europei. Ma se
l’Unione europea continua ad applicare doppi standard (19 pacchetti di sanzioni
alla Russia, nessuno contro Israele, tra veti incrociati e misure proposte a dir
poco blande e inefficaci), anche diversi governi e Stati europei continuano a
commerciare beni e servizi che finiscono per alimentare e legittimare
l’occupazione, gli espropri illegali e le violenze dei coloni.
Per questo nelle scorse settimane è stata Oxfam a lanciare un appello ai governi
europei e all’Unione europea affinché si interrompa il commercio con gli
insediamenti israeliani in Cisgiordania: “Se fino ad oggi l’Europa non è
riuscita ad avere un ruolo politico, speriamo recuperi almeno quella leadership
smarrita attraverso la leva economica. L’Ue è il primo partner commerciale di
Israele. L’Italia nel 2024 ha scambiato beni e servizi per oltre 4 miliardi di
euro. Il nostro governo deve rispettare quanto richiesto dalla Corte di
giustizia europea che ha già chiarito l’illegalità dell’occupazione. Serve
adottare uno strumento legislativo per impedire relazioni commerciali con i
territori occupati e l’adozione in Ue di sanzioni economiche. E chiediamo che in
sede europea si sospenda l’accordo di associazione con Israele”, rilancia al
Fattoquotidiano.it Paolo Pezzati, di Oxfam Italia.
Ziad Anabtawi invece, nonostante l’immobilismo o quasi dell’Unione europea,
rivendica: “L’Europa ha creato la democrazia, la rispetto molto e guardiamo come
palestinesi alle sue pratiche di democrazia. Noi siamo in grado di costruire e
sviluppare la nostra economia, ma abbiamo bisogno del supporto dell’Europa
affinché si interrompa l’occupazione. Il sostegno dei popoli europei e dei
giovani per le strade e nelle piazze è stato per noi cruciale, ha dato respiro a
Gaza. Ora serve che la politica faccia la sua parte”, spiega. In audizione aveva
invece ringraziato quegli Stati europei – tra i quali Spagna, Irlanda, Norvegia,
fino alle ultime Francia e Gran Bretagna – che hanno già riconosciuto lo Stato
di Palestina. Paesi tra i quali non figura però l’Italia, dato che il governo
Meloni prima si è opposto, poi ha vincolato un eventuale riconoscimento a
determinate ‘condizioni’, come l’esclusione di Hamas da qualunque ruolo nel
futuro governo. Una strategia per prendere tempo e continuare a negare il
riconoscimento, avevano attaccato le opposizioni. “Vorrei dire alla vostra
presidente del Consiglio di ascoltare la voce che viene dalle strade italiane.
Loro hanno già dato il loro sostegno, in modo chiaro. È soltanto una questione
di tempo. I cambiamenti arriveranno“, si dice fiducioso. E ancora: “Israele non
vuole la democrazia per il popolo palestinese. Sta soltanto ritardando l’unica
soluzione possibile, quella dei due Stati. Penso che il governo Netanyahu stia
agendo alla cieca, così come chi continua a supportarlo. Ma la giustizia è in
arrivo. Non si può fermare”.
L'articolo “Le nostre olive intrappolate dietro i checkpoint, mentre quelle dei
coloni israeliani arrivano nei supermercati di tutto il mondo”: il racconto
dell’imprenditore palestinese proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non esiste un luogo a Gaza City dove non si veda distruzione”. La testimonianza
video di Chris Mc Intosh di Oxfam, arrivato nel quartiere di Sheikh Radwan dopo
il cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Prima dell’entrata in vigore
dell’accordo, la zona, come altre nella Striscia, ha subito una settimana intera
di bombardamenti a tappeto e oggi è ridotta in macerie. “Le persone sono tornate
per cercare di recuperare qualcosa, i loro effetti personali. Ma tragicamente
non c’è nessun luogo dove far ritorno”
Questo racconto audio fa parte di ‘Voci di Gaza’, una serie di testimonianze
degli operatori e dei manager di Oxfam a Gaza che ilfattoquotidiano.it ha
iniziato a pubblicare regolarmente a ottobre 2023, per avere un racconto in
prima persona da parte dei civili che si trovano nella Striscia. Sono loro
infatti che hanno pagato, e stanno ancora pagando, il prezzo più alto.
LA CAMPAGNA – Oxfam ha lanciato una raccolta fondi (si può aderire qui) per
portare aiuti salvavita a una popolazione che dopo due anni di bombardamenti non
ha più niente. La situazione umanitaria rimane drammatica: migliaia di famiglie
hanno perso tutto: i propri cari, la casa, il lavoro, l’accesso all’acqua, al
cibo e alle cure mediche.
L'articolo Voci di Gaza – “Vi parlo dalla zona di Sheikh Radwan, dove nulla è
rimasto in piedi. Non esiste un posto dove tornare” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Attori, giornalisti, cantanti e personaggi dello spettacolo. Nove artisti, da
Lodo Guenzi a Ilaria D’Amico, hanno prestato il loro volto per dare voce ai
palestinesi che hanno perso tutto dopo due anni di bombardamenti e assedio. La
campagna, ideata da Oxfam, serve proprio per amplificare le loro testimonianze.
Storie che, si legge nel comunicato dell’organizzazione, “parlano di fame,
paura, perdita e sopravvivenza ma anche di coraggio. Che restituiscono una
realtà che non può essere ignorata, una realtà che si riflette e resta impressa
sulla pelle, non solo di chi la vive ma anche di chi decide di non voltare lo
sguardo”.
La guerra a Gaza ha distrutto ogni cosa: case, famiglie, ospedali, ambizioni. Da
ottobre 2023 sono state uccisi più di 66mila palestinesi, compresi bambini,
operatori umanitari e sanitari, giornalisti. Le operazioni militari israeliane
hanno pesantemente danneggiato o distrutto i sistemi idrici e fognari, favorendo
la diffusione di malattie mortali, come l’epatite o la poliomielite. A causa dei
danni provocati dalle bombe, oggi meno della metà degli ospedali sono operativi,
e nessuno funziona a pieno regime.
A QUESTO LINK SI PUO’ CONTRIBUIRE AL LAVORO DI OXFAM
L'articolo Da Greta Scarano a Lodo Guenzi e Ilaria D’Amico: nove artisti danno
voce alla popolazione di Gaza che ha perso tutto. La campagna di Oxfam proviene
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