L’Idf ha aperto il fuoco in Cisgiordania su una famiglia che viaggiava in auto
all’altezza di Tammun: sono rimasti uccisi il padre, Ali Khaled Bani Odeh di 37
anni, la madre Waad Othman Bani Odeh di 35 e i due figli Mohammed, 5 anni e
Othman, 7 anni. Sono invece sopravvissuti altri due figli, Mustafa di 8 anni e
Khaled, 11 anni. I militari, secondo quanto riferisce la Mezzaluna Rossa, hanno
impedito inizialmente l’intervento dei soccorsi.
A riportare la notizia è stata l’agenzia palestinese Wafa, che spiega come la
famiglia fosse uscita ieri sera per acquistare vestiti nuovi in vista della
festività di Eid al-Fitr. Israele ha dichiarato di aver aperto un’indagine sulla
vicenda: l’esercito e la polizia israeliani hanno dichiarato in un comunicato
congiunto che le forze hanno aperto il fuoco dopo che un’auto ha accelerato
verso di loro a Tammun. Hanno affermato che le forze stavano inseguendo sospetti
accusati di “attività terroristica” e che la sparatoria è sotto indagine.
Il servizio di soccorso della Mezzaluna Rossa palestinese ha dichiarato che i
due genitori, Ali e Waed Odeh, come anche due dei loro quattro figli, sono stati
colpiti alla testa. I due figli sopravvissuti, invece, presentavano ferite da
schegge, esaminate dai primi soccorritori una volta ottenuto l’accesso: proprio
l’organizzazione umanitaria ha accusato Israele di aver ritardato l’arrivo delle
ambulanze inviate sul posto. Secondo questa ricostruzione, le forze militari
israeliane hanno impedito ai soccorritori di raggiungere i feriti all’interno
del veicolo e li hanno obbligati ad allontanarsi dalla zona, prima di consentire
loro di recuperare i quattro corpi solo in un secondo momento.
Nella foto in alto | I funerali della famiglia Odeh
L'articolo Cisgiordania, Idf spara su un’auto: morti padre, madre e due figli.
“I militari hanno ritardato i soccorsi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dallo scorso dicembre le autorità israeliane hanno adottato una serie di misure
illegali, deliberatamente concepite per espropriare la popolazione palestinese
della Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, e rendere irreversibile
l’annessione del suo territorio.
Queste decisioni rappresentano un’escalation senza precedenti, per portata e
rapidità, nel progetto di espansione degli insediamenti illegali da parte di
Israele. Hanno facilitato l’acquisizione di ulteriori terre palestinesi,
autorizzato un numero record di nuovi insediamenti – oltre all’ampliamento di
quelli esistenti – e formalizzato la registrazione di terreni in Cisgiordania
come proprietà dello stato israeliano. Sebbene, infatti, i governi israeliani
che si sono succeduti nel tempo abbiano portato avanti politiche volte ad
ampliare gli insediamenti e a consolidare l’occupazione e il sistema di
apartheid, le più recenti misure dimostrano come l’attuale governo le abbia
ulteriormente intensificate, anche all’ombra del genocidio nella Striscia di
Gaza e del recente attacco all’Iran.
Ricapitoliamo. Il 10 dicembre 2025 l’Autorità fondiaria israeliana ha pubblicato
un bando per 3401 unità abitative nell’area E1, a est di Gerusalemme, nella
Cisgiordania occupata. Il piano, congelato dagli anni Novanta a causa delle
pressioni internazionali, mira ad ampliare l’insediamento illegale di Ma’ale
Adumim e a creare una continuità territoriale con Gerusalemme Est occupata. Ciò
dividerebbe in due la Cisgiordania, interrompendo in modo permanente la
continuità urbana palestinese tra Ramallah, Gerusalemme Est occupata e Betlemme.
Insieme alla costruzione di un bypass (una strada esterna di collegamento, i cui
lavori dovrebbero iniziare questo mese), il piano comporterà anche il
trasferimento forzato delle comunità palestinesi che vivono nell’area.
L’11 dicembre 2025 il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato piani per
la creazione di 19 nuovi insediamenti, portando a 68 il totale di quelli
approvati dall’attuale coalizione di governo in soli tre anni e a circa 210 il
numero complessivo di insediamenti ufficiali. Attualmente 750.000 coloni
israeliani vivono illegalmente in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.
I nuovi insediamenti comprendono la “legalizzazione” retroattiva di avamposti
costruiti in violazione persino della normativa interna israeliana. Almeno tre
di questi siti sorgono su terreni da cui comunità palestinesi, come quelle di
Ein Samia e di Ras Ein al-Ouja, sono state recentemente trasferite con la forza
a seguito di violenze dei coloni appoggiati dallo Stato. Secondo Peace Now,
organizzazione non governativa israeliana che monitora l’espansione degli
insediamenti, nel solo 2025 sono stati creati 86 nuovi avamposti, un numero
record, in prevalenza agricoli o di pastorizia, che hanno contribuito in modo
significativo all’aumento della violenza dei coloni sostenuta dallo stato
israeliano e al trasferimento forzato di comunità palestinesi.
Protetti dall’esercito israeliano e finanziati dal ministero dell’Agricoltura
israeliano, questi avamposti hanno reso estremamente difficile la vita di
agricoltori e pastori palestinesi, in particolare nell’Area C. I coloni
impediscono in modo aggressivo ai pastori palestinesi di accedere ai terreni di
pascolo, privandoli della loro principale fonte di sostentamento, oltre a
occupare terre con la forza, danneggiare proprietà, sottrarre bestiame e
attaccare persone e abitazioni palestinesi. Secondo un’altra organizzazione non
governativa israeliana per i diritti umani, B’Tselem, l’anno scorso 21 comunità
palestinesi sono state completamente o parzialmente sradicate a causa della
violenza dei coloni sostenuta dallo Stato.
Andiamo avanti. Una dichiarazione dell’amministrazione civile israeliana del 5
gennaio di quest’anno, che designa 694 dunam (circa 694 ettari) di terreni
appartenenti alle città palestinesi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth, nel
nord della Cisgiordania, come “terre statali”, insieme a una serie di misure
annunciate dal gabinetto di sicurezza l’8 febbraio per ampliare il controllo
sulla Cisgiordania, ha segnato un’ulteriore escalation nell’espropriazione dei
terreni.
Tali misure comprendono l’abrogazione della legislazione giordana ancora in
vigore per consentire ai coloni israeliani di acquistare terreni palestinesi
senza adeguati controlli, l’aumento del controllo amministrativo civile
israeliano sulla pianificazione e sull’edilizia nella città di Hebron e presso
la Tomba di Rachele a Betlemme, nonché il conferimento alle autorità israeliane
di nuovi poteri di applicazione della legge nei siti archeologici e in materie
relative all’acqua e all’ambiente nelle Aree A e B.
L’escalation è proseguita il 15 febbraio, giorno in cui il governo israeliano ha
adottato una decisione che equivale a un’annessione secondo la legislazione
israeliana. Sono stati stanziati oltre 244 milioni di shekel (circa 66 milioni)
per istituire un meccanismo governativo volto a facilitare la registrazione
delle terre nell’Area C, trasferendo le competenze in materia
dall’amministrazione civile al ministero della Giustizia.
Attualmente, secondo Peace Now, quasi il 58 per cento delle terre dell’Area C
della Cisgiordania occupata non è registrato. Israele ha già confiscato oltre la
metà di tale area attraverso la designazione di “terre statali”. La popolazione
palestinese s’imbatte in ostacoli quasi insormontabili per dimostrare la
proprietà dei terreni, a causa dell’interpretazione restrittiva da parte di
Israele delle leggi fondiarie ottomane, che richiedono la presentazione di una
serie di documenti, mappe e altri registri cui molte persone palestinesi non
hanno accesso.
La registrazione delle terre è un eufemismo per indicare espropriazioni e
spoliazioni. L’obiettivo è l’annessione totale e Israele ha già posto gran parte
delle basi per realizzarla. I ministri dell’attuale governo non avvertono
neanche più la necessità di nascondere le proprie intenzioni.
In conclusione, uno Stato guidato da un primo ministro ricercato dalla Corte
penale internazionale per accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità
continua a ostentare apertamente il proprio disprezzo per il diritto
internazionale. Nonostante centinaia di risoluzioni delle Nazioni Unite, pareri
consultivi della Corte internazionale di giustizia e condanne a livello globale,
Israele continua ad ampliare in modo palese gli insediamenti illegali,
rafforzando il suo sistema di apartheid e compromettendo la vita e i mezzi di
sostentamento della popolazione palestinese.
L'articolo L’annessione illegale israeliana della Cisgiordania è cosa fatta
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un ragazzo di nemmeno 15 anni che giace a terra, ferito. Perde sangue, si
contorce. Intorno a lui 14 soldati e nemmeno un’ambulanza. I militari sono tutti
in piedi, parlano tra loro, alcuni si guardano intorno. Nessuno fa nulla per
soccorrere il giovane che è in fin di vita. Le immagini sono state girate in
Cisgiordania e mostrano la morte di Jad Jadallah, 14enne palestinese, colpito a
distanza ravvicinata dall’esercito israeliano in un campo profughi di al-Far’a,
10mila abitanti tra Jenin e Nablus. Il fatto risale a fine novembre 2025 ed era
già stato raccontato sui media arabi e su Al Jazeera.
Oggi la Bbc pubblica una lunga inchiesta in cui ricostruisce nel dettaglio
l’uccisione del ragazzo, con immagini, diversi video (tutti verificati), voci di
testimoni oculari e della famiglia. Dopo avergli sparato, i soldati rimangono in
piedi con nonchalance intorno a Jad che sta morendo dissanguato per almeno 45
minuti. L’esercito israeliano sostiene che il ragazzo avesse lanciato una
pietra. Gesto che, secondo le regole dell’Idf, può giustificare il ricorso ad
armi da fuoco. Ma nel video diffuso dall’emittente britannica si vede anche un
soldato che lascia cadere un oggetto, forse un sasso, accanto al ragazzo mentre
è già a terra sofferente. “Un tentativo di incastrarlo” è l’accusa della
famiglia del 14enne e degli attivisti per i diritti umani.
Alla fine, scrive il giornalista della Bbc Joel Gunter, “i soldati caricano Jad
sul retro di un veicolo militare israeliano” dove in seguito muore. “Non è
ancora chiaro in quale parte del corpo o quante volte sia stato colpito, perché
l’esercito israeliano si è rifiutato di restituire il corpo alla famiglia e di
rispondere a qualsiasi domanda sulle sue ferite”. L’Idf ha anche dichiarato
all’emittente che i soldati hanno fornito “le prime cure mediche”, senza poi
dare ulteriori dettagli sulla natura o sui tempi del trattamento. Quello di Jad
Jadallah non è un caso isolato. Secondo l’Unrwa, dal 7 ottobre a oggi Israele ha
ucciso più di 230 minori palestinesi in Cisgiordania, con un aumento di oltre il
250% rispetto ai periodi precedenti.
L'articolo Soldati israeliani sparano a un 14enne in Cisgiordania e lo lasciano
morire dissanguato: la Bbc pubblica il video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per la prima volta l’Ambasciata degli Stati Uniti in Israele fornirà servizi
consolari di routine, come il rilascio del passaporto, negli insediamenti dei
coloni di Beitar Illit ed Efrat, ritenuti illegali dal diritto internazionale.
Lo hanno annunciato i funzionari statunitensi sul canale di X, specificando che
si tratta di uno sportello previsto dall’iniziativa Freedom 250 e che si
inserisce nell’ambito degli “sforzi dell’Ambasciata per raggiungere tutti gli
americani“. L’ufficio, fanno sapere, sarà aperto per un giorno venerdì 27
febbraio a Efrat, e nei prossimi due mesi a Ramallah, Beitar Illit, Haifa,
Gerusalemme, Netanya e Beit Shemesh. “Saremo in ognuna di queste località solo
per un giorno”.
Non era mai accaduto che l’Ambasciata Usa estendesse il suo lavoro oltre la
Linea Verde, nei Territori palestinesi occupati. Si tratta di una decisione che
nei fatti riconosce e legittima gli insediamenti illegali dei coloni in
Cisgiordania, condannati da Nazioni Unite e Unione europea. In questi mesi, il
presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è sempre detto contrario
all’annessione della Cisgiordania. Dichiarazioni che però, alla luce dei fatti,
restano sulla carta senza alcuna conseguenza concreta e con l’unico scopo di non
infastidire le monarchie arabe del Golfo, partner strategici degli Usa.
Solo due settimane fa, il gabinetto di sicurezza di Israele aveva approvato un
pacchetto di misure per incentivare e facilitare lo sviluppo degli insediamenti
dei coloni in Cisgiordania e allo stesso tempo rafforzare il controllo di Tel
Aviv su territori palestinesi occupati. Tra le norme approvate c’era anche la
rimozione del divieto di vendere terreni della Cisgiordania a ebrei, in vigore
da oltre 60 anni, ossia dal periodo dell’amministrazione giordana, e la
pubblicazione dei registri catastali che finora erano sempre rimasti privati. A
questo provvedimento, pochi giorni dopo, si era aggiunta la risoluzione
approvata dal parlamento israeliano per consentire al governo la registrazione
di ampie zone della Cisgiordania come “proprietà statali”. Terreni dell’area C
dove si trova la maggioranza degli insediamenti dei coloni e dove vivono 300mila
palestinesi, sempre sotto minaccia di violenze ed espropri. Un ulteriore passo
avanti verso l’annessione della West Bank.
L'articolo L’Ambasciata Usa offrirà per la prima volta servizi consolari negli
insediamenti dei coloni israeliani proviene da Il Fatto Quotidiano.
Riavviando un processo fermo dal 1967, il governo israeliano ha approvato la
registrazione di vaste zone della Cisgiordania come “proprietà statali”,
accogliendo una controversa proposta per espandere gli insediamenti nei
territori palestinesi (illegali in base al diritto internazionale). Secondo la
tv pubblica Kan, la decisione apre la strada alla regolarizzazione delle aziende
agricole nella West Bank, completando “un altro passo verso l’annessione”.
L’ufficio del presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen ha
reagito definendo la misura una “grave escalation e una palese violazione del
diritto internazionale”.
Come spiega il quotidiano Times of Israel, “la proprietà di circa due terzi
delle terre in Cisgiordania non è mai stata registrata formalmente, inclusa
l’Area C, che costituisce circa il 60% dell’intero territorio”. Si tratta
delll’area identificata dagli accordi di Oslo del 1995 – che comprende quasi
tutta la valle del Giordano, il deserto della Giudea e la maggior parte delle
risorse naturali della regione – dove Israele esercita piena autorità sia in
materia di sicurezza che in ambito civile, incluse la pianificazione
urbanistica, l’edilizia e l’amministrazione delle terre. L’Area C ospita la
totalità degli insediamenti israeliani, oltre alle infrastrutture di
collegamento: la procedura approvata dal governo permetterà di registrare i
terreni presso le autorità israeliane qualora non risultino già registrati come
proprietà privata.
La proposta, avanzata lo scorso maggio, era stata presentata dai ministri della
Giustizia Yariv Levin, delle Finanze Bezalel Smotrich e della Difesa Israel
Katz: Smotrich, uno dei leader dell’estrema destra israeliana, aveva cheisto al
primo ministro Benjamin Netanyahu di “prendere una decisione storica per
applicare la sovranità israeliana a tutte le aree aperte” della Cisgiordania, da
lui chiamata con i nomi biblici di “Giudea e Samaria“. Ora i ministri esultano:
“La terra d’Israele appartiene al popolo d’Israele. Il governo israeliano è
impegnato a rafforzare la propria presenza in ogni sua parte, e questa decisione
è espressione di tale impegno”, commenta Levin.
Per la ong israeliana anti-insediamenti Peace Now, invece, “il governo ha
approvato un massiccio esproprio di terre in Cisgiordania verso un’annessione de
facto, in completa contraddizione con la volontà del popolo e l’interesse
israeliano”. In sostanza, quando Israele avvierà il processo di registrazione
dei terreni per una determinata area, chiunque rivendichi la proprietà di un
terreno dovrà presentare i documenti che ne attestano la titolarità. E nelle
condizioni attuali, spiega un funzionario della ong al Times of Israel, sarebbe
molto difficile per i palestinesi provare e far valere le proprie pretese di
proprietà.
L'articolo Israele riavvia la registrazione di terre in Cisgiordania: la mossa
che apre la strada all’annessione. L’Anp: “Grave escalation” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Donald Trump è contrario all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele.
Lo riporta Axios citando fonti della Casa Bianca, secondo le quale una
“Cisgiordania stabile mantiene Israele sicura ed è in linea con l’obiettivo
dell’amministrazione di raggiungere la pace nella regione”. La presa di
posizione della Casa Bianca segue la decisione del gabinetto di sicurezza di Tel
Aviv di ampliare il controllo in Cisgiordania ad aree che per gli accordi di
Oslo dovrebbero essere sotto il controllo totale o parziale dell’autorità
palestinese. E arriva alla vigilia dell’incontro tra il tycoon e il premier
israeliano Benjamin Netanyahu che ha all’ordine del giorno la discussione sui
negoziati con l’Iran, dopo i colloqui in Oman della settimana scorsa.
Trump quindi ha ribadito, come già fatto in passato, la sua opposizione ai piani
di annessione della Cisgiordania e di espansione degli insediamenti (illegali
per il diritto internazionale) che il governo israeliano sta portando avanti da
sempre. E il pacchetto di misure approvato domenica rappresenta un ulteriore
passo in avanti di Tel Aviv. I provvedimenti intervengono sulle leggi che
riguardano la proprietà terriera, rendendo più facile per i coloni comprare
appezzamenti appartenenti ai palestinesi. Tra le altre cose viene cancellata la
legge che vietava la vendita a ebrei di terreni della Cisgiordania occupata e
vengono resi pubblici i registri catastali che finora erano sempre rimasti
secretati. Inoltre il controllo sui nuovi permessi edilizi di alcune zone, come
quella di Hebron (a maggioranza palestinese), passa dalle autorità palestinesi a
quelle israeliane. Un’annessione di fatto, che ignora ancora una volta quanto
deciso dagli Accordi di Oslo firmati anche da Israele.
L'articolo Media: “Trump si oppone all’annessione della Cisgiordania da parte di
Israele”. Domani l’incontro con il premier Netanyahu proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Stavano svolgendo un sopralluogo per preparare una missione degli ambasciatori
dell’Ue in un villaggio vicino Ramallah, in territorio dell’Autorità Nazionale
Palestinese, quando sono stati minacciati da un uomo – “presumibilmente un
colono” israeliano – che ha puntato su di loro un fucile. Protagonisti sono due
carabinieri italiani che sono stati così fermati illegalmente domenica dal
colono in Cisgiordania, “sono stati fatti inginocchiare” sotto il tiro di un
fucile mitragliatore e ”interrogati”, come riferiscono fonti del governo.
Considerata la gravità dell’episodio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani –
rende noto la Farnesina – ha chiesto di convocare l’ambasciatore di Israele in
Italia per chiedere chiarimenti e confermare la dura protesta sull’episodio.
L’ambasciata d’Italia a Tel Aviv ha anche indirizzato una “nota verbale” di
protesta formale al governo israeliano. I militari – con passaporti e tesserini
diplomatici e auto con targa diplomatica – seguendo le regole di ingaggio
ricevute, hanno evitato di rispondere con violenza alle minacce iniziali.
Secondo quanto reso noto, l’uomo ha passato loro una persona al telefono, non
identificatasi, che ha affermato che i due si trovavano all’interno di un’area
militare e dovevano allontanarsi. Da verifica con il Cogat (il Comando militare
israeliano per il Territori palestinesi occupati) è stato confermato che non
esiste nessuna area militare in quel punto. Il personale militare dei
Carabinieri è poi rientrato incolume in Consolato e ha riportato all’Ambasciata
e alla catena di comando dell’Arma i fatti avvenuti.
L’ambasciatore italiano a Tel Aviv ha coinvolto il Ministero degli Affari
Esteri, il Cogat, lo Stato maggiore delle Idf, la polizia e lo Shin Bet (il
servizio di sicurezza israeliano competente per i Territori palestinesi). La
Farnesina, rende noto, che prevede di compiere nuovi passi di protesta al
massimo livello politico.
L'articolo Cisgiordania, carabinieri fatti inginocchiare da un colono sotto il
tiro di un mitragliatore: Tajani convoca l’ambasciatore israeliano proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Grida di “vergogna”, “Palestina libera” e “ora e sempre resistenza” hanno
accolto a L’Aquila la sentenza che condanna il palestinese Anan Yaeesh, accusato
di associazione con finalità di terrorismo internazionale, a 5 anni e sei mesi
di carcere. Assolti gli altri due imputati, i palestinesi Ali Irar e Mansour
Doghmosh. La Corte d’assiste presieduta dal giudice Giuseppe Romano Gargarella
ha accolto solo per meno della metà le richieste della Procura, che aveva
chiesto 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Dogmosh. Tutti e tre, già in
custodia cautelare dal 2024, vivono in Italia da tempo e non hanno mai creato
particolari problemi nel nostro Paese.
L’inchiesta, nata a seguito di una richiesta di estradizione avanzata dallo
Stato di Israele per il solo Yaeesh e non accolta dall’Italia, ha documentato
un’attività di raccolta di fondi per la Brigata di Tulkarem, per le Brigate dei
Martiri di Al Aqsa e per altre brigate della Cisgiordania, almeno in parte
riconducibili a Fatah, il partito nazionalista laico che guida l’Autorità
nazionale palestinese, ma inserite anche dall’Unione europea nell’elenco delle
organizzazioni terroristiche. In alcune intercettazioni si parla di “fucili”. I
tre sono difesi dagli avvocati Pamela Donnarumma, Ludovica Formoso e Flavio
Rossi Albertini.
La resistenza armata contro l’occupazione dei territori palestinesi, illegale
anche secondo le più recenti risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu e la
Corte internazionale di giustizia, entro certi limiti è senz’altro legittima. In
particolare nei confronti delle forze militari occupanti. In questo caso
l’accusa (che abbiamo ricostruito qui) ha sostenuto che tra i possibili
obiettivi c’era anche un insediamento civile, la colonia di Avney Hefetz, sia
pure sulla base di intercettazioni in arabo di assai discussa interpretazione.
La Corte ha escluso gran parte dei testimoni proposti dalle difese, mentre ha
ascoltato in videoconferenza da Parigi una funzionaria israeliana che parlava
della natura civile dell’insediamento, protetto da militari oltre che da coloni
armati.
Naturalmente si può discutere a lungo della figura dei coloni, spesso armati,
che stanno strappando metro per metro ai palestinesi i territori della
Cisgiordania. Mai come negli ultimi due anni abbiamo assistito a un’espansione
così rapida delle colonie israeliane. La sentenza della Cassazione che ha
confermato la legittimità della custodia cautelare per terrorismo è stata
oggetto di puntuali critiche su sistemapenale.it. Le motivazioni della Corte
d’Aquila saranno depositate più avanti, a un primo sguardo i giudici sembrano
aver riconosciuto la prevalenza delle attenuanti connesse al particolare
contesto della Cisgiordania occupata, che almeno per ora non è territorio
israeliano.
Yaesh, 38 anni, è un combattente e non lo nega. Da ragazzo ha fatto parte anche
della Guardia del corpo di Yasser Arafat, il leader dell’Olp che nel 1993 firmò
gli accordi che prevedevano “due popoli e due Stati” in Palestina ma non si sono
mai realizzati e sono oggi contestati da gran parte delle giovani generazioni
palestinesi. Ha seguito il processo in videoconferenza dal carcere di Melfi dove
è detenuto. “Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina
sin dal 1947 e non dal 7 ottobre. Ci troviamo ad affrontare una violenza
squadrista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la
violenza nazista tedesca. La resistenza palestinese, legittimata da tutte le
corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito, oggi la considerate
terrorismo”, ha detto Yaeesh il 26 febbraio scorso nelle dichiarazioni spontanee
pronunciate davanti alla Corte.
L'articolo Il palestinese Anan Yaeesh condannato per terrorismo a L’Aquila.
Assolti gli altri imputati proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La grande chiave saldata sulla porta indica il diritto al ritorno che finora ci
è stato negato”, racconta A. (il nome non viene rivelato per motivi di
sicurezza). Entrando ad Aida si notano subito i solchi dei proiettili che hanno
inciso la violenza israeliana su tutti i palazzi del campo profughi. Camminando
per la via principale, a ogni angolo si incontrano murales raffiguranti i
bambini uccisi dai cecchini. Alcuni appena adolescenti, come Mohammed, colpito
quando aveva 16 anni e lasciato dissanguare all’entrata del campo dopo che
l’esercito israeliano ha impedito al padre di portarlo in ospedale. La geografia
di Aida è una mappa del dolore inflitto quotidianamente alla sua popolazione in
stile street art, perché i murales servono a non dimenticare. Il campo è un
baluardo della lotta all’occupazione, un esempio dell’apartheid che costringe a
una vita profondamente diversa un palestinese originario di Betlemme e un
palestinese originario di Aida, nati a poche centinaia di metri l’uno
dall’altro. Contornato dal muro che separa Betlemme da Gerusalemme, la
Cisgiordania da Israele, il campo si estende per circa sette ettari ed è abitato
da oltre 5mila persone: uno dei luoghi a più alta densità di popolazione al
mondo. Ospita i profughi palestinesi del ’48, doveva essere una sistemazione
temporanea. Nel tempo le tende sono diventate piccole costruzioni in pietra, poi
case più grandi per ospitare famiglie allargate, infine edifici su più piani.
Molte delle torri di controllo che intervallano il muro sono bruciate, i
palestinesi le incendiano per impedire ai cecchini di appostarsi e sparare
dall’alto a chi attraversa le strade sottostanti, come successe alla figlia
disabile di K., colpita a una gamba quando aveva 8 anni. Le incursioni
dell’esercito sono quasi quotidiane, la detenzione amministrativa è la prassi,
la maggior parte delle volte senza accuse. Quasi ogni abitante di Aida camp è
stato in carcere, ha almeno un membro della famiglia che è stato arrestato o
conosce qualcuno che è stato detenuto. A. è uscito due mesi fa dalla prigione di
Ofer, nella periferia di Ramallah, dopo aver scontato due anni senza mai subire
un processo né ricevere una notifica d’accusa. Ha potuto vedere il suo avvocato
solo una volta attraverso un vetro, dopo aver subito minacce dai militari che
gli hanno intimato di non raccontargli cosa gli fosse successo. “Subivo torture
quotidianamente e quando non mi torturavano venivano per insultare e umiliare me
e la mia famiglia – racconta – Mi colpivano con vari oggetti sui testicoli,
dicevano che era per non farmi fare più figli. Spesso usavano i cani, li
sguinzagliavano dentro la cella per stuprarmi. Alcune cose le facevano solo per
addestrare i nuovi cadetti e non si vergognavano a dirmelo”.
Quando lo torturavano usavano proiettili di gomma e sostanze urticanti, alla
fine gli davano una pasticca per il mal di testa “se erano di buon umore”. Non è
la prima volta che finisce in prigione, in passato è stato anche nel temutissimo
carcere di Naqab, nel deserto, noto per le condizioni inumane della detenzione.
Mentre era dentro, sua moglie ha partorito, ha conosciuto sua figlia che già
camminava, “abbracciarla è stata una sensazione stranissima”. Le immagini del
giorno della sua liberazione mostrano un uomo che pesa la metà di quanto
dovrebbe: “Mi davano una ciotola di riso e un pezzo di pane al giorno, un’ora
sola avevo a disposizione acqua da bere e per farmi la doccia”. Nelle prime
settimane, quando è stato liberato, riusciva a “ingerire solo zuppe e liquidi,
il mio stomaco non era più abituato a quantità di cibo normali”. Mentre
racconta, sta facendo dei lavori di carpenteria: “Sono tornato alla mia vita, ma
non passa un giorno in cui non vengo perseguitato dalla paura di tornare
dentro“.
M. è stato in carcere 16 anni, i primi 10 per scontare una condanna legata alla
resistenza durante la Seconda Intifada palestinese, quando l’esercito entrò nel
campo con una massiva operazione militare e gli abitanti risposero rivoltandosi
e combattendo. Una volta scontata la pena, però, non è stato liberato, ha
passato altri sei anni in prigione senza sapere il perché. “La detenzione prima
del 7 ottobre era diversa, i miei sedici anni non sono stati duri quanto lo sono
due mesi passati in prigione oggi”. Lo zio di H. è stato rinchiuso 30 anni, poi
liberato con lo scambio dei prigionieri concordato durante l’ultima tregua. Suo
fratello, invece, ha scontato due anni ed è uscito due mesi fa. Racconta della
sua famiglia frammentata mentre mangia dei falafel, i più buoni della Palestina
si trovano proprio qui, ad Aida, dice. Lavorare, per chi abita nel campo, è
sempre più difficile, dopo il 7 ottobre i 200mila palestinesi che attraversavano
il muro per trovare occupazione in Israele sono senza lavoro. Spesso gli
abitanti di Aida sono costretti a ripiegare sul turismo, nonostante ormai sia ai
minimi storici e non basti per arrivare a fine mese. H. organizza tour del
dolore in cui porta i visitatori ad assistere alla sofferenza con l’intento di
postarla sui social. Va bene così, sumud è anche questo.
L'articolo “Nelle carceri di Israele anni di torture. Oggi non possiamo nemmeno
lavorare”: le voci dei palestinesi nel campo profughi di Aida proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Donald Trump e i suoi consiglieri hanno espresso ”preoccupazione” per le
politiche israeliane in Cisgiordania, durante l’incontro di lunedì in Florida
con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Washington avrebbe espresso il timore
che l’instabilità in Cisgiordania possa compromettere gli sforzi per
stabilizzare la Striscia di Gaza ed espandere gli Accordi di Abramo, prima della
fine del secondo mandato di Trump. Lo riferisce il Times of Israel (citando un
funzionario statunitense) e il sito Axios. Netanyahu ha affrontato il tema due
volte: prima durante l’incontro preparatorio con il Segretario di Stato Marco
Rubio, Steve Witkoff e Jared Kushner; poi nel faccia a faccia pomeridiano con
Donald Trump.
Dopo gli incontri di Miami, Trump ha esteso, per tutto il 2026, l’esenzione dai
dazi per alcuni prodotti agricoli israeliani, garantendo così la continuità
degli scambi commerciali e suggellando il nuovo accordo raggiunto il primo
dicembre.
TRUMP CHIEDE A NETANYAHU DI FERMARE LE VIOLENZE IN CISGIORDANIA
In conferenza stampa con il leader di Tel Aviv, Trump ha ammesso la “lunga
discussione, un’ampia discussione, sulla Cisgiordania”. L’accordo “al 100%”
ancora non c’è, “ma arriveremo a una conclusione” e il premier israeliano “farà
la cosa giusta”. La Casa Bianca avrebbe criticato tre elementi: la violenza
incontrollata dei coloni sui palestinesi, l’espansione degli insediamenti, i
miliardi di tasse destinati all’Anp trattenuti da Israele (con il governo di
Ramallah sull’orlo del collasso). Si tratta della prima volta, sottolinea Axios,
che Washington affronta in modo approfondito con Netanyahu il dossier
Cisgiordania. Secondo le fonti, il governo Netanyahu negli ultimi tre anni ha
indebolito l’Autorità nazionale palestinese riducendone i fondi, ampliando gli
insediamenti e favorendo lo sfollamento forzato dei palestinesi: in sostanza,
un’annessione di fatto dei territori. Trump dunque avrebbe chiesto a Netanyahu
di evitare mosse provocatorie e di “raffreddare le tensioni”. Secondo gli Usa,
cambiare rotta in Cisgiordania è fondamentale per riallacciare i rapporti di
Israele con l’Europa e, si spera, espandere gli Accordi di Abramo. “Netanyahu si
è espresso con forza contro la violenza dei coloni e ha affermato che prenderà
ulteriori provvedimenti”, ha dichiarato la fonte informata.
IRAN, PER GLI USA L’ATTACCO MILITARE RESTA UN’OPZIONE
Durante l’incontro, Netanyahu ha inoltre illustrato le sue preoccupazioni per il
riarmo di Iran e Hezbollah, in particolare sul fronte dei missili a lungo
raggio. Trump ha ribadito pubblicamente che ulteriori attacchi militari contro
l’Iran restano un’opzione sul tavolo. Secondo le fonti, Netanyahu ha accettato
di procedere verso la seconda fase dell’accordo su Gaza, nonostante le
divergenze con l’amministrazione Trump sulla sua attuazione. Ha inoltre accolto
la richiesta del presidente statunitense di riprendere i colloqui con il governo
siriano per un possibile accordo di sicurezza.
L'articolo Trump preoccupato per le politiche di Israele in Cisgiordania. Ma
grazia Tel Aviv sui dazi: esentati prodotti agricoli proviene da Il Fatto
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