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Cisgiordania, carabinieri fatti inginocchiare da un colono sotto il tiro di un mitragliatore: Tajani convoca l’ambasciatore israeliano
Stavano svolgendo un sopralluogo per preparare una missione degli ambasciatori dell’Ue in un villaggio vicino Ramallah, in territorio dell’Autorità Nazionale Palestinese, quando sono stati minacciati da un uomo – “presumibilmente un colono” israeliano – che ha puntato su di loro un fucile. Protagonisti sono due carabinieri italiani che sono stati così fermati illegalmente domenica dal colono in Cisgiordania, “sono stati fatti inginocchiare” sotto il tiro di un fucile mitragliatore e ”interrogati”, come riferiscono fonti del governo. Considerata la gravità dell’episodio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani – rende noto la Farnesina – ha chiesto di convocare l’ambasciatore di Israele in Italia per chiedere chiarimenti e confermare la dura protesta sull’episodio. L’ambasciata d’Italia a Tel Aviv ha anche indirizzato una “nota verbale” di protesta formale al governo israeliano. I militari – con passaporti e tesserini diplomatici e auto con targa diplomatica – seguendo le regole di ingaggio ricevute, hanno evitato di rispondere con violenza alle minacce iniziali. Secondo quanto reso noto, l’uomo ha passato loro una persona al telefono, non identificatasi, che ha affermato che i due si trovavano all’interno di un’area militare e dovevano allontanarsi. Da verifica con il Cogat (il Comando militare israeliano per il Territori palestinesi occupati) è stato confermato che non esiste nessuna area militare in quel punto. Il personale militare dei Carabinieri è poi rientrato incolume in Consolato e ha riportato all’Ambasciata e alla catena di comando dell’Arma i fatti avvenuti. L’ambasciatore italiano a Tel Aviv ha coinvolto il Ministero degli Affari Esteri, il Cogat, lo Stato maggiore delle Idf, la polizia e lo Shin Bet (il servizio di sicurezza israeliano competente per i Territori palestinesi). La Farnesina, rende noto, che prevede di compiere nuovi passi di protesta al massimo livello politico. L'articolo Cisgiordania, carabinieri fatti inginocchiare da un colono sotto il tiro di un mitragliatore: Tajani convoca l’ambasciatore israeliano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il palestinese Anan Yaeesh condannato per terrorismo a L’Aquila. Assolti gli altri imputati
Grida di “vergogna”, “Palestina libera” e “ora e sempre resistenza” hanno accolto a L’Aquila la sentenza che condanna il palestinese Anan Yaeesh, accusato di associazione con finalità di terrorismo internazionale, a 5 anni e sei mesi di carcere. Assolti gli altri due imputati, i palestinesi Ali Irar e Mansour Doghmosh. La Corte d’assiste presieduta dal giudice Giuseppe Romano Gargarella ha accolto solo per meno della metà le richieste della Procura, che aveva chiesto 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Dogmosh. Tutti e tre, già in custodia cautelare dal 2024, vivono in Italia da tempo e non hanno mai creato particolari problemi nel nostro Paese. L’inchiesta, nata a seguito di una richiesta di estradizione avanzata dallo Stato di Israele per il solo Yaeesh e non accolta dall’Italia, ha documentato un’attività di raccolta di fondi per la Brigata di Tulkarem, per le Brigate dei Martiri di Al Aqsa e per altre brigate della Cisgiordania, almeno in parte riconducibili a Fatah, il partito nazionalista laico che guida l’Autorità nazionale palestinese, ma inserite anche dall’Unione europea nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. In alcune intercettazioni si parla di “fucili”. I tre sono difesi dagli avvocati Pamela Donnarumma, Ludovica Formoso e Flavio Rossi Albertini. La resistenza armata contro l’occupazione dei territori palestinesi, illegale anche secondo le più recenti risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu e la Corte internazionale di giustizia, entro certi limiti è senz’altro legittima. In particolare nei confronti delle forze militari occupanti. In questo caso l’accusa (che abbiamo ricostruito qui) ha sostenuto che tra i possibili obiettivi c’era anche un insediamento civile, la colonia di Avney Hefetz, sia pure sulla base di intercettazioni in arabo di assai discussa interpretazione. La Corte ha escluso gran parte dei testimoni proposti dalle difese, mentre ha ascoltato in videoconferenza da Parigi una funzionaria israeliana che parlava della natura civile dell’insediamento, protetto da militari oltre che da coloni armati. Naturalmente si può discutere a lungo della figura dei coloni, spesso armati, che stanno strappando metro per metro ai palestinesi i territori della Cisgiordania. Mai come negli ultimi due anni abbiamo assistito a un’espansione così rapida delle colonie israeliane. La sentenza della Cassazione che ha confermato la legittimità della custodia cautelare per terrorismo è stata oggetto di puntuali critiche su sistemapenale.it. Le motivazioni della Corte d’Aquila saranno depositate più avanti, a un primo sguardo i giudici sembrano aver riconosciuto la prevalenza delle attenuanti connesse al particolare contesto della Cisgiordania occupata, che almeno per ora non è territorio israeliano. Yaesh, 38 anni, è un combattente e non lo nega. Da ragazzo ha fatto parte anche della Guardia del corpo di Yasser Arafat, il leader dell’Olp che nel 1993 firmò gli accordi che prevedevano “due popoli e due Stati” in Palestina ma non si sono mai realizzati e sono oggi contestati da gran parte delle giovani generazioni palestinesi. Ha seguito il processo in videoconferenza dal carcere di Melfi dove è detenuto. “Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina sin dal 1947 e non dal 7 ottobre. Ci troviamo ad affrontare una violenza squadrista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la violenza nazista tedesca. La resistenza palestinese, legittimata da tutte le corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito, oggi la considerate terrorismo”, ha detto Yaeesh il 26 febbraio scorso nelle dichiarazioni spontanee pronunciate davanti alla Corte. L'articolo Il palestinese Anan Yaeesh condannato per terrorismo a L’Aquila. Assolti gli altri imputati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Nelle carceri di Israele anni di torture. Oggi non possiamo nemmeno lavorare”: le voci dei palestinesi nel campo profughi di Aida
“La grande chiave saldata sulla porta indica il diritto al ritorno che finora ci è stato negato”, racconta A. (il nome non viene rivelato per motivi di sicurezza). Entrando ad Aida si notano subito i solchi dei proiettili che hanno inciso la violenza israeliana su tutti i palazzi del campo profughi. Camminando per la via principale, a ogni angolo si incontrano murales raffiguranti i bambini uccisi dai cecchini. Alcuni appena adolescenti, come Mohammed, colpito quando aveva 16 anni e lasciato dissanguare all’entrata del campo dopo che l’esercito israeliano ha impedito al padre di portarlo in ospedale. La geografia di Aida è una mappa del dolore inflitto quotidianamente alla sua popolazione in stile street art, perché i murales servono a non dimenticare. Il campo è un baluardo della lotta all’occupazione, un esempio dell’apartheid che costringe a una vita profondamente diversa un palestinese originario di Betlemme e un palestinese originario di Aida, nati a poche centinaia di metri l’uno dall’altro. Contornato dal muro che separa Betlemme da Gerusalemme, la Cisgiordania da Israele, il campo si estende per circa sette ettari ed è abitato da oltre 5mila persone: uno dei luoghi a più alta densità di popolazione al mondo. Ospita i profughi palestinesi del ’48, doveva essere una sistemazione temporanea. Nel tempo le tende sono diventate piccole costruzioni in pietra, poi case più grandi per ospitare famiglie allargate, infine edifici su più piani. Molte delle torri di controllo che intervallano il muro sono bruciate, i palestinesi le incendiano per impedire ai cecchini di appostarsi e sparare dall’alto a chi attraversa le strade sottostanti, come successe alla figlia disabile di K., colpita a una gamba quando aveva 8 anni. Le incursioni dell’esercito sono quasi quotidiane, la detenzione amministrativa è la prassi, la maggior parte delle volte senza accuse. Quasi ogni abitante di Aida camp è stato in carcere, ha almeno un membro della famiglia che è stato arrestato o conosce qualcuno che è stato detenuto. A. è uscito due mesi fa dalla prigione di Ofer, nella periferia di Ramallah, dopo aver scontato due anni senza mai subire un processo né ricevere una notifica d’accusa. Ha potuto vedere il suo avvocato solo una volta attraverso un vetro, dopo aver subito minacce dai militari che gli hanno intimato di non raccontargli cosa gli fosse successo. “Subivo torture quotidianamente e quando non mi torturavano venivano per insultare e umiliare me e la mia famiglia – racconta – Mi colpivano con vari oggetti sui testicoli, dicevano che era per non farmi fare più figli. Spesso usavano i cani, li sguinzagliavano dentro la cella per stuprarmi. Alcune cose le facevano solo per addestrare i nuovi cadetti e non si vergognavano a dirmelo”. Quando lo torturavano usavano proiettili di gomma e sostanze urticanti, alla fine gli davano una pasticca per il mal di testa “se erano di buon umore”. Non è la prima volta che finisce in prigione, in passato è stato anche nel temutissimo carcere di Naqab, nel deserto, noto per le condizioni inumane della detenzione. Mentre era dentro, sua moglie ha partorito, ha conosciuto sua figlia che già camminava, “abbracciarla è stata una sensazione stranissima”. Le immagini del giorno della sua liberazione mostrano un uomo che pesa la metà di quanto dovrebbe: “Mi davano una ciotola di riso e un pezzo di pane al giorno, un’ora sola avevo a disposizione acqua da bere e per farmi la doccia”. Nelle prime settimane, quando è stato liberato, riusciva a “ingerire solo zuppe e liquidi, il mio stomaco non era più abituato a quantità di cibo normali”. Mentre racconta, sta facendo dei lavori di carpenteria: “Sono tornato alla mia vita, ma non passa un giorno in cui non vengo perseguitato dalla paura di tornare dentro“. M. è stato in carcere 16 anni, i primi 10 per scontare una condanna legata alla resistenza durante la Seconda Intifada palestinese, quando l’esercito entrò nel campo con una massiva operazione militare e gli abitanti risposero rivoltandosi e combattendo. Una volta scontata la pena, però, non è stato liberato, ha passato altri sei anni in prigione senza sapere il perché. “La detenzione prima del 7 ottobre era diversa, i miei sedici anni non sono stati duri quanto lo sono due mesi passati in prigione oggi”. Lo zio di H. è stato rinchiuso 30 anni, poi liberato con lo scambio dei prigionieri concordato durante l’ultima tregua. Suo fratello, invece, ha scontato due anni ed è uscito due mesi fa. Racconta della sua famiglia frammentata mentre mangia dei falafel, i più buoni della Palestina si trovano proprio qui, ad Aida, dice. Lavorare, per chi abita nel campo, è sempre più difficile, dopo il 7 ottobre i 200mila palestinesi che attraversavano il muro per trovare occupazione in Israele sono senza lavoro. Spesso gli abitanti di Aida sono costretti a ripiegare sul turismo, nonostante ormai sia ai minimi storici e non basti per arrivare a fine mese. H. organizza tour del dolore in cui porta i visitatori ad assistere alla sofferenza con l’intento di postarla sui social. Va bene così, sumud è anche questo. L'articolo “Nelle carceri di Israele anni di torture. Oggi non possiamo nemmeno lavorare”: le voci dei palestinesi nel campo profughi di Aida proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump preoccupato per le politiche di Israele in Cisgiordania. Ma grazia Tel Aviv sui dazi: esentati prodotti agricoli
Donald Trump e i suoi consiglieri hanno espresso ”preoccupazione” per le politiche israeliane in Cisgiordania, durante l’incontro di lunedì in Florida con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Washington avrebbe espresso il timore che l’instabilità in Cisgiordania possa compromettere gli sforzi per stabilizzare la Striscia di Gaza ed espandere gli Accordi di Abramo, prima della fine del secondo mandato di Trump. Lo riferisce il Times of Israel (citando un funzionario statunitense) e il sito Axios. Netanyahu ha affrontato il tema due volte: prima durante l’incontro preparatorio con il Segretario di Stato Marco Rubio, Steve Witkoff e Jared Kushner; poi nel faccia a faccia pomeridiano con Donald Trump. Dopo gli incontri di Miami, Trump ha esteso, per tutto il 2026, l’esenzione dai dazi per alcuni prodotti agricoli israeliani, garantendo così la continuità degli scambi commerciali e suggellando il nuovo accordo raggiunto il primo dicembre. TRUMP CHIEDE A NETANYAHU DI FERMARE LE VIOLENZE IN CISGIORDANIA In conferenza stampa con il leader di Tel Aviv, Trump ha ammesso la “lunga discussione, un’ampia discussione, sulla Cisgiordania”. L’accordo “al 100%” ancora non c’è, “ma arriveremo a una conclusione” e il premier israeliano “farà la cosa giusta”. La Casa Bianca avrebbe criticato tre elementi: la violenza incontrollata dei coloni sui palestinesi, l’espansione degli insediamenti, i miliardi di tasse destinati all’Anp trattenuti da Israele (con il governo di Ramallah sull’orlo del collasso). Si tratta della prima volta, sottolinea Axios, che Washington affronta in modo approfondito con Netanyahu il dossier Cisgiordania. Secondo le fonti, il governo Netanyahu negli ultimi tre anni ha indebolito l’Autorità nazionale palestinese riducendone i fondi, ampliando gli insediamenti e favorendo lo sfollamento forzato dei palestinesi: in sostanza, un’annessione di fatto dei territori. Trump dunque avrebbe chiesto a Netanyahu di evitare mosse provocatorie e di “raffreddare le tensioni”. Secondo gli Usa, cambiare rotta in Cisgiordania è fondamentale per riallacciare i rapporti di Israele con l’Europa e, si spera, espandere gli Accordi di Abramo. “Netanyahu si è espresso con forza contro la violenza dei coloni e ha affermato che prenderà ulteriori provvedimenti”, ha dichiarato la fonte informata. IRAN, PER GLI USA L’ATTACCO MILITARE RESTA UN’OPZIONE Durante l’incontro, Netanyahu ha inoltre illustrato le sue preoccupazioni per il riarmo di Iran e Hezbollah, in particolare sul fronte dei missili a lungo raggio. Trump ha ribadito pubblicamente che ulteriori attacchi militari contro l’Iran restano un’opzione sul tavolo. Secondo le fonti, Netanyahu ha accettato di procedere verso la seconda fase dell’accordo su Gaza, nonostante le divergenze con l’amministrazione Trump sulla sua attuazione. Ha inoltre accolto la richiesta del presidente statunitense di riprendere i colloqui con il governo siriano per un possibile accordo di sicurezza. L'articolo Trump preoccupato per le politiche di Israele in Cisgiordania. Ma grazia Tel Aviv sui dazi: esentati prodotti agricoli proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Soldato riservista israeliano investe col quad palestinese che sta pregando: il video della violenza in Cisgiordania
Vicino a Ramallah un soldato riservista israeliano ha investito a bordo di un quad un uomo palestinese che stava pregando a bordo strada. Il video della violenza sta facendo il giro del web e, secondo i media di Tel Aviv, il militare pochi minuti prima aveva sparato a due palestinesi, ferendoli. Da quanto si apprende, l’Idf ha aperto un’indagine e il soldato è stato sospeso. L'articolo Soldato riservista israeliano investe col quad palestinese che sta pregando: il video della violenza in Cisgiordania proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cisgiordania, l’esercito israeliano uccide ragazzo palestinese di 16 anni
L’esercito israeliano ha ucciso due giovani palestinesi nella Cisgiordania settentrionale. Uno di loro aveva 16 anni, si chiamava Rayan Abu Mualla, ed è stato freddato dai militari durante un raid a Qabatiya, a sud di Jenin. Un video mostra il momento in cui i militari aprono il fuoco. Secondo la versione dell’Idf, il ragazzo aveva lanciato un mattone contro i soldati dell’unità di ricognizione della Brigata Paracadutisti. L’altro giovane ucciso si trovava invece a Silat al-Harithiya e aveva 22 anni e il movimento del Jihad palestinese ha confermato che si trattava di un membro del loro gruppo. L'articolo Cisgiordania, l’esercito israeliano uccide ragazzo palestinese di 16 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cisgiordania, la banca dei semi palestinese rischia di perdere tutto dopo il raid di Israele del luglio scorso
Non viene risparmiato alcun tipo di sopruso ai contadini palestinesi. La filiale canadese della National Farmers Union, l’organizzazione formata da migliaia di piccoli e medi agricoltori degli Stati Uniti, Canada e Regno Unito, ha denunciato la situazione in cui versa tuttora la banca dei semi palestinese dopo l’attacco deliberato dell’esercito israeliano alla fine dello scorso luglio. Da allora la sede, che si trova a Hebron, nella Cisgiordania occupata, è inutilizzabile e gli agronomi che vi lavoravano sono ogni giorno più preoccupati perchè la maggior parte delle sementi autoctone custodita, se non verrà presto curata, sarà irrimediabilmente compromessa. Il 31 luglio 2025, l’esercito israeliano, utilizzando addirittura i bulldozer aveva devastato l’istituto dei semi tradizionali palestinesi e le infrastrutture appartenenti all’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo (UWAC), una associazione di agricoltori palestinesi membro del movimento globale La Via Campesina. La banca ospitava oltre 70 varietà di semi locali, tra cui pomodori, cetrioli, melanzane e zucchine, molti dei quali non si trovano più altrove in Palestina. Questi semi sono resilienti ai cambiamenti climatici grazie al loro adattamento all’ambiente locale. “Come agricoltori abbiamo una profonda consapevolezza dell’importanza dei semi per la sovranità alimentare e la sopravvivenza di un popolo. Per generazioni, gli agricoltori palestinesi hanno accuratamente selezionato e conservato questi semi per le loro caratteristiche specifiche e la capacità di adattarsi continuamente alle condizioni mutevoli del terreno in generale. I semi conservati dagli agricoltori palestinesi sono il fondamento del loro sistema alimentare e sono stati adattati localmente nel corso del tempo con fatica e dedizione”, ha sottolineato in un documento la National Farmers Union. La banca è stata istituita nel 2003 per preservare le varietà più resistenti di colture locali, quelle particolarmente resilienti alle malattie e alle intemperie. Al suo interno si trovano alcune varietà di pomodori, cetrioli, melanzane, zucchine e altri semi raccolti da aziende agricole in Cisgiordania e Gaza. Nel 2021, Israele aveva definito la UAWC un gruppo terroristico, una definizione che né l’ONU né l’UE hanno approvato, e ne aveva chiuso l’ufficio centrale a Ramallah. “La distruzione è stata effettuata senza preavviso, sotto protezione militare”, ha affermato il gruppo in una nota. “Distruggere una banca dei semi nazionale è un atto di cancellazione volto a recidere i legami generazionali tra gli agricoltori e la loro terra”. L’UWAC conservava semi cruciali per la sopravvivenza non solo fisica ma anche culturale dei palestinesi. La decisione mirata di cancellare l’UWAC è la conseguenza della politica del governo Netanyahu che da mesi permette, o meglio, spinge i coloni, protetti dai soldati, a distruggere gli uliveti e i raccolti, e persino a uccidere i palestinesi – come accaduto ieri con l’assassinio di un ragazzo freddato da un colpo di pistola alla testa- a guardia delle proprie coltivazioni. La società palestinese, di cui gli agricoltori sono una categoria dirimente, è sempre più impotente di fronte a questa strategia mirata ad annientarla. L'articolo Cisgiordania, la banca dei semi palestinese rischia di perdere tutto dopo il raid di Israele del luglio scorso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cisgiordania, resistenza o terrorismo? Tre palestinesi rischiano fino a 12 anni di carcere (a L’Aquila)
Dove comincia il terrorismo e dove finisce la resistenza, magari disperata ma legittima, ai coloni che occupano illegalmente la Cisgiordania con violenza crescente? Sono davvero come i civili che vivono entro i confini di Israele, questi coloni spesso armati fino ai denti? Nel silenzio generale, venerdì 19 dicembre, la Corte d’assise de L’Aquila deve decidere su un processo che chiede di rispondere a queste e ad altre domande fastidiose, ma purtroppo ineludibili. Perché in Palestina l’occupazione va avanti, anzi Israele vuole colonizzare almeno in parte anche Gaza e qualcuno probabilmente resisterà. Anche con le armi. Anche se a noi non piace. La Procura distrettuale aquilana, sulla base di indagini della polizia, ha chiesto la bellezza di dodici anni di reclusione per l’imputato principale, Anan Kamal Afiff Yaeesh, 38 anni. È un dirigente della Brigata di Tulkarem che in qualche modo fa capo alle Brigate dei Martiri di Al Aqsa e dunque appartiene almeno culturalmente al mondo di Fatah, il partito nazionalista laico che fu di Yasser Arafat e oggi esprime il moderato presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmud Abbas detto Abu Mazen, ospite qualche giorno fa ad Atreju, anzi presentato in pompa magna da Giorgia Meloni che pure guida un governo sempre più legato a Israele. Non è Hamas, è Fatah. Anche se l’Anp si tiene a distanza dalle brigate. Non è un frate francescano, Yaeesh. È un combattente e non lo nega. Porta nella carne proiettili israeliani, ha fatto anni di galera, ha subito torture. Da giovanissimo è stato nel corpo di guardia di Arafat, il leader che nel 1993 firmò gli accordi di Oslo con i quali l’Olp riconosceva Israele e che oggi buona parte dei palestinesi più giovani ritengono un mezzo tradimento. Perché dicevano “due popoli due Stati” ma lo Stato di Palestina non c’è ancora. Yaeesh da lì è scappato nel 2013, è stato in Norvegia dove gli hanno dato e poi revocato la protezione umanitaria perché Israele chiedeva l’estradizione, quindi nel 2017 è venuto in Italia e nel 2023 è stato in Giordania, dove ha fatto sei mesi carcere è poi è tornato a L’Aquila, con un permesso di protezione speciale ora sospeso. Per gli altri due imputati, i palestinesi Ali Saji Ribi Irar di 29 anni e Monsour Doghmosh di 30 che pure risiedono a L’Aquila, la pm Roberta D’Avolio ha chiesto rispettivamente nove e sette anni. La Procura non ha ritenuto di dover concedere attenuanti dovute al contesto di un’occupazione illegale. Nei capi d’accusa non c’è una sola goccia di sangue. Yaesh, Irar e Doghmosh sono accusati di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale, articolo 270 bis del nostro codice penale, reato di pericolo presunto. Il sangue non è necessario per condannarli, è sufficiente che abbiano “programmato” azioni terroristiche. Le Brigate dei Martiri di Al Aqsa sono tra le le organizzazioni riconosciute come “terroristiche” dall’Unione europea, questo da solo non basta ma conta. Ci sono poi le chat su Telegram dalle quali emerge che Yaesh e i suoi raccoglievano soldi per la Brigata di Tulkarem e per altre brigate, nell’ordine di qualche decine di migliaia di euro nel 2023; che senz’altro Yaeesh parlava con i suoi compagni e i capi delle Brigate di Al Aqsa laggiù anche dell’acquisto di “fucili” e di “ferro”, di “gruppi suicidi” e “martirio”; che forse progettava un attacco in un insediamento di coloni ortodossi, Avney Hefetz, duemila abitanti, a due passi da Tulkarem, protetto da filo spinato e da un distaccamento militare. “Preparavano un’autobomba”, questa era l’ipotesi iniziale, per quanto l’esplosione di autobombe non sia modalità tipica della resistenza armata in Cisgiordania, tanto che poi nel processo l’autobomba è sparita. Comunque non è esplosa. Dagli atti sembra chiaro che cercavano solo una macchina. “Questa volta Avney Hefetz deve essere popolata”, si legge in una chat, frase che dimostrerebbe l’intenzione di colpire i civili e non solo i militari. Ma quello è un insediamento protetto, infatti in un altro messaggio Yaeesh scriveva: “Se riesci a entrare con un po’ di fortuna, sarà molto eccellente”. C’è una strada sola, presidiata da militari e uomini armati come l’unico ingresso, come ha spiegato al processo un esperto di quei luoghi, il professor Francesco Chiodelli che insegna Geografia al Politecnico di Torino. Nel nostro Paese non finisce certamente in galera chi collabora direttamente o indirettamente con il governo israeliano. I numeri di Gaza li conoscono tutti, quasi 70 mila morti in due anni tra cui decine di migliaia di donne e bambini. In Cisgiordania, dove non c’è Hamas, l’Onu dal 7 ottobre 2023 al 13 novembre scorso ha registrato 1.017 vittime palestinesi, compresi 221 minori, a fronte di 59 israeliani uccisi tra civili e militari. L’attacco a Avney Hefez, dove ovviamente ci sono anche bambini, non è mai avvenuto, tutt’al più dagli atti emerge la condivisione di comunicati che rivendicano attacchi contro militari israeliani, per esempio ad Azzun, non lontano da Qalqilya, nel novembre 2023. Solo in un caso, nella requisitoria scritta, la pm indica come “verosimile” che si tratti di un’azione a Khermesh dove è stato ucciso un colono nel maggio 2023. “Verosimile”. Finché gli obiettivi sono militari, entro certi limiti, il diritto di resistenza è pacifico per il diritto italiano. Come per l’attentato di via Rasella del marzo 1944 contro le truppe tedesche che occupavano Roma. La vicenda è iniziata nel gennaio 2024 quando Yaeesh è stato arrestato dalla polizia perché Israele voleva l’estradizione. I giudici hanno deciso che non può essere estradato, con tutta evidenza rischia la tortura, ora forse pure la pena di morte e comunque trattamenti che esporrebbero l’Italia davanti alla Corte europea dei diritti umani. Però al momento dell’arresto gli hanno preso i telefoni, la polizia ha analizzato le chat, i giudici hanno deciso di tenerlo in carcere e hanno fatto arrestare anche gli altri due. Con il via libera della Cassazione (sentenza 32712/2024) che ha confermato l’accusa di terrorismo. Qualche giorno dopo la sentenza della Suprema Corte, il 19 luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia, in un parere richiesto dall’Assemblea generale dell’Onu, ha ribadito con fermezza l’assoluta illegalità dell’azione dei coloni che espandono gli insediamenti in Cisgiordania. Per questo l’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore di Yaeesh, ha chiesto alla Corte d’assise presieduta dal giudice Giuseppe Romano Gargarella di dichiarare il non luogo a procedere. “Lo Stato Italia – sostiene il legale di Yaeesh – non può processare gli odierni imputati per azioni compiute nella Cisgiordania illegalmente occupata da Israele, per azioni condotte in danno della potenza occupante, ovvero in danno di quegli stessi militari, coloni e insediamenti la cui presenza è stata qualificata dalla Corte internazionale di giustizia come una gravissima violazione del diritto internazionale e del diritto all’autodeterminazione dei popoli (…). Diversamente opinando, l’Italia starebbe sostanzialmente cooperando con Israele al mantenimento della situazione creata nei Territori palestinesi occupati”. Il non luogo a procedere sarebbe un modo elegante per trarsi di impaccio, la conduzione del dibattimento però è sembrata andare in altra direzione. Il processo è stato difficile, gli imputati l’hanno seguito da remoto dalle carceri di Terni e Melfi. I testimoni della difesa sono stati quasi tutti esclusi, compresa la relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese che senz’altro avrebbe qualcosa da dire sull’occupazione della Cisgiordania. Dall’altra parte, invece, pur avendo escluso gli atti e i verbali di provenienza israeliana, la Corte ha ammesso non un ambasciatore ma una funzionaria dell’ambasciata israeliana a Parigi, intervenuta in videoconferenza con tanto di bandiera con la Stella di David dietro le spalle, per ribadire che Avney Hefetz è un insediamento civile. Ci mancherebbe, bastava Google Earth. Dei giornali nazionali solo il manifesto si è occupato del processo, alcune reti di solidarietà si muovono per Anan Yaeesh sui social e hanno manifestato a L’Aquila e a Melfi. Piace il palestinese che soffre, se invece si difende o peggio attacca diventa antipatico, meglio guardare da un’altra parte. Una rivista giuridica importante, Sistema Penale, ha pubblicato però lo scorso agosto una nota critica sulla sentenza della Cassazione: “Se la decisione ha il merito di affermare in più occasioni il carattere illegittimo dell’occupazione israeliana, le conclusioni della Corte non sembrano tenere conto di tale illegittimità in almeno due rilevanti passaggi. In primo luogo, i giudici hanno considerato l’azione posta in essere all’interno del Territorio palestinese occupato come un attacco diretto contro Israele, estendendo in modo discutibile la nozione di ‘Stato estero’ fino a ricomprendere territori non riconosciuti (…). In secondo luogo, la Corte ha omesso di considerare la possibilità che l’azione fosse espressione di una forma di resistenza legittima all’occupazione, funzionale all’esercizio del diritto all’autodeterminazione”, scrivono tra l’altro Maria Crippa e Lavinia Parsi. Le questioni giuridiche sono molto rilevanti, a partire dalla definizione di terrorismo internazionale introdotta dopo l’11 settembre 2001 e allargata ancora con la legge Alfano del 2015, che obiettivamente discrimina i palestinesi. “È terrorismo se l’azione mette in pericolo la sicurezza di uno Stato estero – osserva l’avvocato Rossi Albertini –. E quindi, in nessun caso, un israeliano appartenente ad una associazione terroristica finalizzata a colpire i palestinesi potrebbe essere processato in Italia perché, secondo l’interpretazione fornita dalla Cassazione in questo processo, i palestinesi non hanno uno Stato riconosciuto dall’Onu e nemmeno dall’Italia”, a differenza di 152 Stati membri dell’Onu su 193, tra i quali da settembre troviamo anche Francia e Regno Unito. L'articolo Cisgiordania, resistenza o terrorismo? Tre palestinesi rischiano fino a 12 anni di carcere (a L’Aquila) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli italiani pestati dai coloni israeliani: “Sono tornati, vogliono tutta la West Bank”. Feriti e case in fiamme
“Ieri notte i coloni sono tornati al villaggio di Ein al-Duyuk, erano sempre una decina, armati e bardati, come la notte in cui hanno attaccato noi. Solo che stavolta c’erano solo palestinesi, non c’erano internazionali e quindi è stato molto più brutale. Hanno distrutto le telecamere e gli schermi che avevamo installato, sono entrati in altre tre case del villaggio, non solo in quella in cui siamo stati attaccati noi. Ci sono stati 10 feriti di cui due gravi, ancora in ospedale, una è una donna. Il villaggio è terrorizzato, i padri non sanno come proteggere i figli, i bambini sono scioccati”, racconta Ruta, 32 anni, una volontaria campana appena tornata in Italia dalla Cisgiordania, sabato 13 dicembre, con un volo dalla Giordania. Ci sono foto e video di un palestinese non giovanissimo che perde sangue, poi caricato su un’ambulanza 4×4 della Mezzaluna rossa nel cuore della notte. Immagini di case bruciate sono passate anche su Rai News 24. Ein al-Duyuk è una piccola comunità beduina a 2 chilometri a Nord ovest di Gerico, 10-12 famiglie, un centinaio di persone, con lo stesso nome di un villaggio più grande alle porte della città. È nella cosiddetta zona A sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese, i coloni non ci dovrebbero nemmeno entrare ma invece cercano di strappare la terra metro per metro ai palestinesi. I volontari internazionali vanno lì per fare interposizione, nella speranza che i loro passaporti contino ancora qualcosa, in questo caso nell’ambito della campagna Faz3 a guida palestinese con cui collabora anche Assopace Palestina: l’obiettivo è proteggere la raccolta delle olive. La comunità di Ein al-Duyuk, su un’altura considerata strategica, è quasi circondata da colonie e avamposti israeliani. L’unica strada che arriva da Gerico passa vicino agli insediamenti israeliani, in parte è in Area C (controllo israeliano) e in parte contesa. I coloni avevano messo un cancello, poi l’hanno dovuto aprire. Sono in corso i lavori per fare un’altra strada, ma chissà che gli occupanti non si prendano tutto prima. Con altri due nostri connazionali e una ragazza canadese, nella notte tra il 29 e il 30 novembre, Ruta è stata vittima dell’attacco che per qualche giorno ha avuto l’attenzione dei media italiani. Un pestaggio intimidatorio piuttosto efficace. “Sono arrivati alle 4 di notte, hanno sfondato la porta, ci hanno colpiti con schiaffi, calci e pugni e ci hanno rubato tutto: soldi, passaporti e telefoni”, hanno raccontato. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani è stato costretto a dire qualche parola di circostanza su questi “giovani cooperanti che accompagnano le attività dei palestinesi, portano i bambini a scuola, aiutano gli agricoltori e i pastori, costituiscono una sorta di protezione civile per la popolazione locale”. Nessuna protesta ufficiale, naturalmente, come per gli attacchi alla Flotilla in acque internazionali. C’era anche un giovane pugliese, si fa chiamare Tau, 28 anni, laureato in astrofisica, lavora in una ditta di bioedilizia: “Avevo vari ematomi, al naso e alle costole, ferite alle parti genitali da cui non sono completamente guarito. Ho fatto anche una seconda notte di ospedale a Ramallah”, racconta. Anche lui è rientrato ieri in Italia. “Ci hanno chiesto più di dove fossimo, quando dicevo ‘Italia’ facevano come un’espressione di disgusto, forse perché consapevoli della solidarietà italiana verso i palestinesi. Ripetevano ‘dont’t come back, don’t come back’, ‘non tornate’”, dice ancora Tau, anche lui “molto turbato” per il “nuovo attacco al villaggio”. Preferiscono che non siano pubblicate le loro generalità per esteso per non esporsi ulteriormente qui in Italia, rischiano già il divieto di entrare nei Territori per chissà quanti anni. Ruta ci è andata per la prima volta, Tau ci era già stato ad aprile. Hanno sporto denuncia alla polizia palestinese e perfino alle autorità israeliane, che comunque hanno già chiuso il caso. “No evidence”, nessuna prova, dicono. Dall’ospedale di Gerico i palestinesi li hanno portati a Ramallah, lì hanno incontrato il console aggiunto Damiano La Verde. “Voleva anche farci parlare con Tajani, ma non di politica, ci ha detto. Ma allora di cosa dobbiamo parlare? Abbiamo rifiutato. Il console diceva che eravano in pericolo e si preoccupava soprattutto di farci ripartire al più presto”, racconta Ruta. È esattamente la preoccupazione del governo israeliano, che non vuole ficcanaso stranieri mentre incoraggia la violenta avanzata dei coloni. I tre italiani non avevano più i loro passaporti, il consolato li ha muniti di un documento provvisorio per il rimpatrio: “Volevano farlo per cinque giorni, poi sono arrivati a quindici ma solo perché io dovevo fare dei controlli in ospedale”, dice Tau. All’aeroporto di Amman sono andati in autobus, nemmeno una macchina del consolato. Ora preparano denunce anche in Italia: hanno subito reati di lesioni e rapina all’estero per motivi chiaramente politici. Il portavoce del ministro Tajani come è suo costume non ci ha risposto. “Eravamo appena arrivati – racconta Ruta – Già la sera prima avevo avuto il primo incontro con i coloni. Erano cinque, tre sono entrati in una casa in costruzione e hanno cominciato a sfondare, gli altri due erano fuori e noi li riprendevamo con il telefonino. Ci puntavano in faccia torcioni accecanti. Poi la notte seguente sono venuti da noi”. Dice ancora Tau: “Ci sono stati attacchi anche al villaggio principale di Ein al-Duyuk, mentre più a nord nel villaggio di Ras al-Ein al-Auja, nella valle meridionale del Giordano, ci sono sette attivisti fissi di Ucp, Unarmed Civilian Protection, che fanno presenza solidale come noi”. E ancora: “I coloni lavorano in tandem con i militari e la polizia: attaccano il villaggio e i militari lo circondano con le macchine per evitare la fuga delle persone. Poi una volta che i coloni hanno fatto le loro barbarie, entrano e arrestano tutti. L’ho visto ad aprile a Jinba, vicino a Masafer Yatta (Cisgiordania meridionale, ndr) e a Bardala, nella Jordan Valley, a Nord. Diversi feriti, serre distrutte, distrutti i tubi della rete idrica. Un tempo funzionava come deterrente la presenza di persone con passaporti internazionali, se filmavi i coloni riuscivi a farli allontanare. Da un anno non è più così, i militari arrestano gli attivisti, li deportano e li bannano da due a dieci anni. Il nostro – sottolinea Tau – non è stato l’unico attacco, ma spesso avvengono in Area C e non vengono denunciati perché lì gli attivisti non potrebbero nemmeno starci”. La campagna Faz3 – ricorda – “si occupa della raccolta delle olive perché c’è una legge israeliana per cui la terra se non ci vai per tre anni passa allo Stato di Israele. Serviva proprio a consentire ai palestinesi di tornare in quelle terre dove non potevano più entrare per gli attacchi dei coloni. Ma questo è l’anno in cui ci sono stati più attacchi negli uliveti, più sradicamenti di alberi, circa 6.200 alberi distrutti tra quelli piantati adesso e quelli secolari o millenari. Siamo andati anche in posti più pericolosi, ma sono arrivati sparando granate assordanti e siamo stati costretti ad andare via. Magari non serve più come deterrente, la nostra presenza. Ma almeno i palestinesi possono dormire una notte di più se c’è uno di noi a fare la guardia”. L'articolo Gli italiani pestati dai coloni israeliani: “Sono tornati, vogliono tutta la West Bank”. Feriti e case in fiamme proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Le nostre olive intrappolate dietro i checkpoint, mentre quelle dei coloni israeliani arrivano nei supermercati di tutto il mondo”: il racconto dell’imprenditore palestinese
“Lasciate che vi porti tra i campi della Palestina. La terra degli ulivi, dei campi di grano e dei profeti. Una terra che dovrebbe essere di pace, è diventata un luogo dove gli agricoltori della Cisgiordania vengono privati dei loro diritti, della loro acqua e del loro futuro”. Di fronte ai componenti della commissione Esteri e Difesa del Senato, presieduta dalla forzista Stefania Craxi, a prendere la parola è Ziad Anabtawi, Ceo e fondatore di Al’Ard Group, multinazionale di Nablus diventata negli anni sinonimo di eccellenza nell’attività di produzione e fornitura di prodotti agricoli e alimentari palestinesi di alta qualità, a partire dall’olio d’oliva, con una presenza capillare nei mercati locali e internazionali. “Esportiamo verso 22 Paesi in tutto il mondo. Nonostante le difficoltà dovute all’occupazione, siamo diventati una realtà di successo. Io ho sviluppato e continuato questa attività da mio padre. Ora i miei figli rappresentano la terza generazione in azienda”, racconta Anabtawi al Fattoquotidiano.it, al termine dell’audizione a Palazzo Madama. La replicherà a Montecitorio, ma il suo programma a Roma prevede anche incontri con parlamentari Pd, Avs e M5s. Ovvero, i gruppi d’opposizione che nei due anni di genocidio israeliano a Gaza hanno portato avanti in Parlamento le istanze palestinesi. Roma è l’ultima tappa di un tour di advocacy per Anabtawi, che ha toccato sei capitali europee. Un viaggio alla quale ha preso parte una delegazione di imprenditori, ricercatori e professori, accompagnati da Oxfam, per sensibilizzare politica e opinione pubblica sugli effetti dell’occupazione nei Territori palestinesi occupati. L’organizzazione infatti ha lanciato una campagna per chiedere ai governi europei di sospendere il commercio con gli insediamenti dei coloni ( SI PUO’ ADERIRE A QUESTO LINK) “All’alba un contadino palestinese si sveglia per prendersi cura dei suoi ulivi. Ma sulla collina di fronte c’è un colono che lo guarda non come un vicino, ma come un ostacolo all’espansione”, racconta. Poi, al Fattoquotidiano.it spiega cosa significa oggi cercare di fare impresa in quelle terre: “Per i palestinesi la raccolta delle olive è come una festa: tutta la famiglia partecipa alla raccolta, sono momenti in cui si condivide vita e lavoro, si mangia e si passa il tempo assieme. Oggi sono 100mila le famiglie in Cisgiordania che si occupano di questa attività”. Eppure, spiega, lavorare è diventata un’impresa, a causa delle violenze sistematiche dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi. “L’ultimo anno è stato un incubo: sono aumentate le restrizioni e il numero degli insediamenti illegali. I coloni confiscano le terre dei palestinesi, distruggono i terreni e i loro alberi da frutto, sradicano gli uliveti. E le aggressioni fisiche e gli atti di persecuzione sono ormai quotidiani”. Tutte le forme di annessione sono vietate dalle norme del diritto internazionale, allo stesso modo come non è permesso il trasferimento da parte della potenza occupante di una parte della propria popolazione civile nel territorio che essa occupa. Ma da anni Israele non rispetta alcun vincolo di legge. Sono 700mila i coloni israeliani che vivono illegalmente in oltre 156 insediamenti e 250 “avamposti” in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Avamposti formati senza autorizzazione formale da parte del governo israeliano, ma con il suo tacito sostegno. E poi in seguito riconosciuti da Tel Aviv. Lo scorso maggio il governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu ha deciso la la creazione di altri 22 insediamenti nella West Bank. Ma a questo si devono aggiungere anche muri e cancelli: oltre mille barriere, secondo l’Anp, erette dopo il 7 ottobre 2023, presidiate dai militari, che rendono impossibile la vita quotidiana dei palestinesi. “In questo scenario di occupazione le olive del colono raggiungono liberamente i mercati internazionali e poi gli scaffali dei supermercati, mentre il raccolto del contadino rimane intrappolato dietro i posti di blocco. Sono un migliaio i check point in Cisgiordania, che rendono un’impresa la mobilità non soltanto delle persone, ma anche delle merci. Di fatto, è impossibile o quasi raggiungere il porto, per esportare il nostro prodotto all’estero. Senza dimenticare i costi proibitivi: possono volerci 2mila dollari per soli 200 chilometri, dalla fabbrica di Nablus al porto di Haifa. Mentre ce ne vogliono poco più, 3500 dollari, per la spedizione dei container da Haifa ad Amburgo, in Germania, dove il tragitto è però di oltre 3mila chilometri. Questa non è solo una tragedia umana; è un crimine economico“, sottolinea Anabtawi. Eppure, nonostante le difficoltà, le vessazioni quotidiane e la lotta impari, “stiamo continuando a vendere i nostri prodotti, richiesti dal mercato internazionale”, rivendica con soddisfazione. Come una forma di resistenza. Servirebbe l’aiuto e la pressione dei governi mondiali ed europei. Ma se l’Unione europea continua ad applicare doppi standard (19 pacchetti di sanzioni alla Russia, nessuno contro Israele, tra veti incrociati e misure proposte a dir poco blande e inefficaci), anche diversi governi e Stati europei continuano a commerciare beni e servizi che finiscono per alimentare e legittimare l’occupazione, gli espropri illegali e le violenze dei coloni. Per questo nelle scorse settimane è stata Oxfam a lanciare un appello ai governi europei e all’Unione europea affinché si interrompa il commercio con gli insediamenti israeliani in Cisgiordania: “Se fino ad oggi l’Europa non è riuscita ad avere un ruolo politico, speriamo recuperi almeno quella leadership smarrita attraverso la leva economica. L’Ue è il primo partner commerciale di Israele. L’Italia nel 2024 ha scambiato beni e servizi per oltre 4 miliardi di euro. Il nostro governo deve rispettare quanto richiesto dalla Corte di giustizia europea che ha già chiarito l’illegalità dell’occupazione. Serve adottare uno strumento legislativo per impedire relazioni commerciali con i territori occupati e l’adozione in Ue di sanzioni economiche. E chiediamo che in sede europea si sospenda l’accordo di associazione con Israele”, rilancia al Fattoquotidiano.it Paolo Pezzati, di Oxfam Italia. Ziad Anabtawi invece, nonostante l’immobilismo o quasi dell’Unione europea, rivendica: “L’Europa ha creato la democrazia, la rispetto molto e guardiamo come palestinesi alle sue pratiche di democrazia. Noi siamo in grado di costruire e sviluppare la nostra economia, ma abbiamo bisogno del supporto dell’Europa affinché si interrompa l’occupazione. Il sostegno dei popoli europei e dei giovani per le strade e nelle piazze è stato per noi cruciale, ha dato respiro a Gaza. Ora serve che la politica faccia la sua parte”, spiega. In audizione aveva invece ringraziato quegli Stati europei – tra i quali Spagna, Irlanda, Norvegia, fino alle ultime Francia e Gran Bretagna – che hanno già riconosciuto lo Stato di Palestina. Paesi tra i quali non figura però l’Italia, dato che il governo Meloni prima si è opposto, poi ha vincolato un eventuale riconoscimento a determinate ‘condizioni’, come l’esclusione di Hamas da qualunque ruolo nel futuro governo. Una strategia per prendere tempo e continuare a negare il riconoscimento, avevano attaccato le opposizioni. “Vorrei dire alla vostra presidente del Consiglio di ascoltare la voce che viene dalle strade italiane. Loro hanno già dato il loro sostegno, in modo chiaro. È soltanto una questione di tempo. I cambiamenti arriveranno“, si dice fiducioso. E ancora: “Israele non vuole la democrazia per il popolo palestinese. Sta soltanto ritardando l’unica soluzione possibile, quella dei due Stati. Penso che il governo Netanyahu stia agendo alla cieca, così come chi continua a supportarlo. Ma la giustizia è in arrivo. Non si può fermare”. L'articolo “Le nostre olive intrappolate dietro i checkpoint, mentre quelle dei coloni israeliani arrivano nei supermercati di tutto il mondo”: il racconto dell’imprenditore palestinese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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