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Dichiarazione dei redditi presentata in ritardo, quanto si paga? Le sanzioni e la soglia critica
Dichiarazione tardiva o dichiarazione omessa? A quali rischi si va incontro se non si è adempiuto ai propri obblighi fiscali in tempo? La riforma fiscale introdotta con il DLgs. n. 87/2024 ha ridisegnato il sistema sanzionatorio italiano con l’obiettivo dichiarato di renderlo più proporzionato e meno punitivo per i contribuenti che si regolarizzano. A partire dal 1° settembre 2024, le nuove regole si applicano a tutte le violazioni commesse da quella data in poi, portando cambiamenti significativi sia per chi agisce entro i primi tre mesi, sia per chi supera la soglia critica dell’omissione. METTERSI IN REGOLA ENTRO 90 GIORNI: LA DICHIARAZIONE TARDIVA Presentare la dichiarazione entro i 90 giorni dalla scadenza significa muoversi in una zona franca dove il fisco considera il documento ancora valido a tutti gli effetti, ma punisce la pigrizia con una piccola “multa” simbolica. Per regolarizzare la propria posizione il contribuente deve utilizzare lo strumento del ravvedimento operoso, che permette di versare spontaneamente una sanzione ridotta di soli 25 euro, pari a un decimo del minimo edittale, utilizzando il codice tributo 8911 all’interno del Modello F24. Il discorso si complica se dalla dichiarazione emerge che il contribuente avrebbe dovuto pagare delle tasse. In quel caso, oltre ai 25 euro per il ritardo formale, è necessario versare le imposte vere e proprie (quelle che si sarebbe dovuto pagare a tempo con la presentazione della dichiarazione dei redditi) aggiungendo gli interessi legali, che per il 2026 sono fissati all’1,60%, e una sanzione ridotta calcolata sui giorni di effettivo ritardo nel pagamento. Se ad esempio dovesse essere versato tutto tra il trentunesimo e il novantesimo giorno, la sanzione sulle tasse è dell’1,67% (la base su cui effettuare i calcoli sono le tasse che il contribuente avrebbe dovuto pagare). ASPETTARE OLTRE 90 GIORNI: QUANDO LA DICHIARAZIONE È OMESSA Quando si superano i 90 giorni dalla scadenza ordinaria, la dichiarazione entra ufficialmente nel regime dell’omissione e le conseguenze diventano molto più gravose poiché non è più possibile utilizzare il ravvedimento operoso per sanare la violazione in modo autonomo. La sanzione amministrativa principale, a seguito della riforma fiscale entrata in vigore a settembre 2024, è stabilita nella misura fissa del 120% delle imposte dovute, con un importo minimo di 250 euro. Se non risultano tasse da pagare, la sanzione si attesta in una forbice compresa tra i 250 e i 1.000 euro, cifra che può raddoppiare in caso di dichiarazioni Iva. L’ULTIMA CHANCE PER REGOLARIZZARSI Esiste tuttavia un importante àncora di salvataggio introdotta per incentivare la regolarizzazione spontanea anche dopo i primi tre mesi: se il contribuente ritardatario dovesse decidere di presentare la dichiarazione omessa entro i termini di accertamento e, soprattutto, prima che l’Agenzia delle Entrate gli notifichi delle contestazioni o avvii dei controlli, la sanzione sulle imposte viene ridotta al 75%. Questo sconto è fondamentale per ridurre l’impatto economico di un errore prolungato nel tempo, specialmente nel 2026, anno in cui il fisco applica queste nuove percentuali agevolate rispetto al passato. Oltre alla sanzione, dovranno essere calcolati gli interessi legali che per il 2026 sono fissati all’1,60% (mentre per il 2025 erano al 2%). Presentare la dichiarazione entro il termine di quella dell’anno successivo, provvedendo al pagamento integrale di tutto il debito (imposte, sanzioni e interessi), può costituire una causa di non punibilità per il reato di omessa dichiarazione, a patto che non siano già iniziate le attività ispettive da parte dell’Agenzia delle Entrate. ATTENZIONE AI REDDITI ESTERI Quando si entra nel campo dei redditi prodotti all’estero, il fisco italiano adotta un approccio decisamente più severo, partendo dal presupposto che queste fattispecie nascondano un rischio di evasione più elevato. Nel caso delle attività finanziarie o degli immobili detenuti oltre confine, la normativa prevede che le sanzioni ordinarie per l’omessa dichiarazione siano aumentate di un terzo. Questo significa che la sanzione base del 120% sale automaticamente al 160% dell’imposta dovuta, a cui si aggiungono le specifiche sanzioni legate al modulo RW, quello dedicato al monitoraggio fiscale. In questo contesto, dimenticare di dichiarare un conto corrente estero o una casa di proprietà in un altro Stato non comporta solo un rincaro della tassa non versata, ma espone il contribuente a un cumulo di penalità che possono diventare estremamente pesanti se non si interviene tempestivamente. L'articolo Dichiarazione dei redditi presentata in ritardo, quanto si paga? Le sanzioni e la soglia critica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fisco
Il Garante nazionale del contribuente ancora non c’è: in attesa della nomina ecco a chi rivolgersi in caso di atti sbagliati o incomprensibili
Il Garante Nazionale del Contribuente, per il momento, è solo una carica altisonante, ma non ancora operativa. Sulla carta è un’autorità amministrativa indipendente, creata appositamente per far rispettare lo Statuto dei Diritti del Contribuente e mediare con l’amministrazione finanziaria. Istituita dal Dlgs n. 219/2023, la figura non è stata ancora nominata ufficialmente: la riforma ha previsto il passaggio dai vecchi uffici regionali ad un unico organo monocratico nazionale, che dovrebbe essere nominato dal ministro dell’Economia e delle Finanze. Al momento i contribuenti devono continuare a rivolgersi agli uffici regionali per risolvere i loro problemi. QUALI SONO I COMPITI DEL GARANTE NAZIONALE DEL CONTRIBUENTE La figura del Garante Nazionale del Contribuente è stata profondamente rinnovata dalla recente riforma fiscale, che ha sostanzialmente trasformato i precedenti uffici regionali in un unico organo monocratico nazionale. I cittadini avranno la possibilità di rivolgersi al Garante nel momento in cui ritengono che l’amministrazione finanziaria abbia violato gli obblighi e i diritti che sono stati sanciti dallo Statuto del Contribuente. Si tratta, in buona sostanza, di un difensore civico, che interviene in via amministrativa. Ci si può rivolgere a lui nel momento in cui gli atti inviati dal fisco sono incomprensibili o privi delle motivazioni necessarie. O, ancora, quando il contribuente non è stato informato correttamente sulla possibilità di sanare un errore o di accedere a un rimborso. È possibile coinvolgerlo nel momento in cui si dovesse ritenere che durante una visita fiscale in azienda o in studio siano stati superati i tempi massimi di permanenza. Il Garante Nazionale del Contribuente può essere interpellato, inoltre, se si sta attendendo un rimborso fiscale da tempi irragionevoli e l’ufficio che gestisce la pratica non fornisce spiegazioni. Non può, invece, intervenire nel caso in cui siano stati aperti dei ricorsi giudiziari: non può sostituirsi ad un giudice tributario e, soprattutto, se i termini per fare ricorso in Commissione Tributaria sono scaduti, non li può riaprire. Non fornisce nemmeno consulenza fiscale: non spiegherà come pagare meno tasse o come compilare la dichiarazione dei redditi. L’intervento del Garante, infine, non sospende i termini per presentare ricorso al giudice. Se il contribuente ha una scadenza legale (solitamente 60 giorni dalla notifica dell’atto), deve comunque procedere con il ricorso per non perdere i propri diritti. COME BISOGNA MUOVERSI IN ATTESA DELLA NOMINA Sulla carta il Garante Nazionale del Contribuente tutela e difende i cittadini. Come abbiamo anticipato la figura istituzionale non è stata ancora nominata: in attesa che si completino i passaggi dai vecchi uffici periferici alla nuova struttura nazionale, i garanti regionali restano pienamente operativi. Questo significa che le eventuali istanze possono continuare ad essere inviate agli uffici regionali: una qualsiasi segnalazione inviata al garante delle Regione di residenza viene gestita con le procedure vigenti, inclusa la possibilità di richiedere dei chiarimenti agli uffici fiscali entro 30 giorni. I POTERI DEI GARANTI REGIONALI Il compito dei Garanti regionali è simile a quello che avrà in futuro quello nazionale: ripristinare il rapporto di fiducia tra fisco e cittadino nel momento in cui l’Agenzia delle Entrate non rispetta lo Statuto del Contribuente. Per questo motivo intervengono nel momento in cui gli uffici ignorano istanze di rimborso o richieste di autotutela, quando le verifiche fiscali diventano vessatorie e non rispettano i tempi previsti o gli atti sono stati notificati in modo errato o poco chiaro. Se il linguaggio utilizzato al loro interno è incomprensibile o mancano dei riferimenti al responsabile del procedimento, il garante sollecita maggiore chiarezza presso gli uffici competenti. Il Garante regionale non è un giudice e non può emettere delle sentenze, ma ha dei poteri di persuasione e di indagine, può chiedere documenti e chiarimenti agli uffici, che hanno sempre l’obbligo di rispondere. Può accertarsi dello stato delle pratiche presso i vari uffici ed inviare delle raccomandazioni vincolanti ai direttori perché annullino degli atti illegittimi senza che il cittadino sia costretto ad andare in tribunale. E, soprattutto, ha la possibilità di richiamare gli uffici al rispetto dei termini previsti per il rimborso delle imposte. COSA CAMBIA PER I CONTRIBUENTI? Per i contribuenti non è cambiato proprio niente: rimarrà tutto uguale fino a quando il Garante Nazionale non verrà nominato ufficialmente. I cittadini possono inviare un’istanza gratuita – senza la necessità di avere come supporto un avvocato – presso la direzione regionale competente per il loro territorio. I canali di comunicazione con gli uffici sono tre. Si può inviare una Pec – ogni ufficio ha una mail specifica – o una raccomandata, utilizzando gli indirizzi di riferimento delle singole sedi, specificando “All’attenzione del Garante del Contribuente”, o consegnare a mano presso l’ufficio protocollo della direzione regionale competente. L'articolo Il Garante nazionale del contribuente ancora non c’è: in attesa della nomina ecco a chi rivolgersi in caso di atti sbagliati o incomprensibili proviene da Il Fatto Quotidiano.
Usi & Consumi
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La trappola dei salari: così l’aumento dei prezzi si è mangiato il potere d’acquisto degli italiani. Le riforme fiscali? “Una partita di giro”
Un insegnante con 20 anni di servizio, nonostante il rinnovo del contratto che nel frattempo gli ha assicurato un aumento di stipendio, oggi si ritrova più povero rispetto al 2019. Se è vero che con le riforme fiscali degli ultimi anni, tra taglio delle aliquote Irpef e riduzione del cuneo, paga meno tasse per oltre 1.400 euro complessivi, lo Stato è ancora “in debito” nei suoi confronti di 945 euro. Imposte che ha pagato in più per effetto del drenaggio fiscale, il fenomeno per cui in presenza di un maggior reddito nominale e con scaglioni e detrazioni non indicizzati i lavoratori si ritrovano a versare di più all’erario a scapito del proprio potere d’acquisto. Peggio è andata a chi fa il quadro nel settore metalmeccanico: ha subito una perdita netta di oltre 1.000 euro. Mentre per un responsabile vendite il saldo finale è di -922 euro. È solo qualche esempio del “prezzo nascosto” pagato dai dipendenti a cavallo del picco di inflazione registrato tra 2021 e 2023. Gli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, nel libro omonimo appena uscito per Egea (Il prezzo nascosto – Lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione), tirano le somme e propongono qualche soluzione. Gli osservatori stranieri, notano i due docenti, sono stati generosi nell’apprezzare la ritrovata stabilità politica dell’Italia, che oggi appare affidabile, credibile, più attrattiva per gli investimenti esteri. Ma la riduzione dello spread è dovuta più al peggioramento delle condizioni di Francia e Germania che che al miglioramento della Penisola. E i problemi strutturali del Paese restano immutati: bassa crescita, produttività stagnante, debito pubblico altissimo, rapido invecchiamento della popolazione, mercato del lavoro caratterizzato da salari bassi e stagnanti diffusa precarietà. Negli ultimi cinque anni, poi, è comparso un elemento nuovo: la nuova ondata dell’inflazione, che tra la pandemia e il 2025 ha segnato un +20% cumulato con effetti devastanti sul potere d’acquisto. Che, complici contratti collettivi rinnovati con ampio ritardo e senza recuperare l’intera crescita dei prezzi, non è mai tornato al livelli del 2019, a differenza che in tutti gli altri grandi Paesi Ue. A questo si è aggiunta la tassa occulta del fiscal drag. Che ha consentito al governo di esibire conti pubblici in ordine a scapito di dipendenti e pensionati. Lo Stato, insomma, ha usato l’inflazione “come strumento di risanamento implicito”. Il risultato è un Paese che “sembra in equilibrio perché ha scelto di non vedere l’impoverimento di chi lavora”. Giorgia Meloni, è la tesi di Leonardi e Rizzo, finora non ha perso consensi perché “le famiglie in media hanno mantenuto il loro potere d’acquisto complessivo” grazie al fatto che dopo la pandemia il recupero di occupazione non si è mai fermato. Ma è una “media del pollo” alla Trilussa: se 1 milione di nuclei ha visto migliorare la propria condizione perché oggi a casa lavorano in due, “la maggior parte, 14 milioni, ha subito una perdita”. Le riforme fiscali avviate dal governo Draghi e completate dalla leader di FdI hanno premiato soprattutto i redditi da lavoro sotto i 35mila euro lordi, neutralizzando quasi del tutto – per quella fascia – gli effetti del fiscal drag, che si sono sommati al mancato o insufficiente rinnovo dei contratti collettivi. Al contrario, la perdita di valore reale dei redditi sopra i 35mila euro non è stata compensata e sono stati penalizzati anche i pensionati sopra i 2.100 euro al mese, attraverso il taglio delle rivalutazioni. Per non dire dei servizi pubblici persi a causa della mancata indicizzazione all’inflazione delle soglie Isee e dell’aumento delle addizionali comunali e regionali deciso da molti enti locali. Morale: “Il potere d’acquisto di grandissima parte degli italiani rimane sotto il livello del 2019 anche al netto delle tasse”. I ritocchi all’Irpef sono stati insomma, per i due economisti, una partita di giro che non ha comunque consentito a chi ha redditi bassi di fruire di gran parte dello sgravio fiscale, perché quasi tutto è andato a compensare il fiscal drag. Come uscirne? Visto che “con il fisco puoi raddrizzare solo un po’ quello che il mercato e la contrattazione non hanno fatto per tempo”, il primo intervento proposto da Leonardi e Rizzo è sulla contrattazione collettiva, che dovrebbe tornare al centro del sistema dopo essere stata profondamente rinnovata per renderla di nuovo in grado di tutelare il potere d’acquisto in momenti di crisi. Cosa che ha dimostrato di non saper più fare anche a causa delle divisioni tra sindacati e della loro insufficiente attenzione, è la diagnosi, al problema salariale. Serve dunque una legge sulla rappresentanza, cioè su chi è titolato a firmare contratti collettivi nazionali, che riguardi sia i rappresentanti dei lavoratori sia le parti datoriali e aiuti a contrastare i contratti pirata. Ma il primo passo per arrivarci deve essere un “sussulto unitario”: un patto tra le confederazioni per promuovere quella legge, riformare i CCNL, rilanciare la contrattazione di secondo livello (aziendale e territoriale) e promuovere l’introduzione di un salario minimo legale come rete di ultima istanza, bestia nera per il governo Meloni In parallelo auspicano un intervento sul sistema fiscale. Prima di tutto è necessario tassare meno il reddito da lavoro e “un po’ di più” la ricchezza accumulata. Poi occorre un sistema che indicizzi automaticamente scaglioni e detrazioni per evitare nuovi episodi di fiscal drag, che riveda la tassazione delle successioni “con soglie alte ma aliquote più eque” e introduca una “patrimoniale moderata e locale“, scrivono Leonardi e Rizzo, fondata su valori catastali aggiornati. “Il principio è semplice: chi guadagna o possiede di più deve contribuire di più, chi vive di reddito da lavoro non può essere la fonte principale di ogni manovra”. Vasto programma per un Paese che “ha accettato che il lavoro perdesse valore” e in cui “la politica ha sostituito la politica dei salari con quella dei bonus e la politica fiscale con quella della gestione del consenso”. L'articolo La trappola dei salari: così l’aumento dei prezzi si è mangiato il potere d’acquisto degli italiani. Le riforme fiscali? “Una partita di giro” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dai milionari di Milano ai dati sulla ricchezza in Italia, l’esperto: “Dietro la concentrazione anche il fisco iniquo. Cambiare Irpef e tasse di successione”
Ha fatto molto discutere la classifica secondo cui Milano sarebbe la città con più milionari al mondo in rapporto alla popolazione, davanti a New York e Londra. Stime riportate dal Sole 24 Ore sulla base di una classifica diffusa mesi fa da Henley & Partners, società direttamente interessata al tema visto che procura passaporti d’oro ai super-ricchi e fa consulenza ai governi che offrono la cittadinanza in cambio di denaro, senza indicare con chiarezza la fonte dei dati. Che se non altro hanno riacceso l’attenzione sulle disuguaglianze crescenti, fotografate solo ieri dal rapporto di Oxfam Disuguitalia, e sugli effetti di politiche fiscali che favoriscono in maniera sproporzionata i super ricchi. Ilfattoquotidiano.it ne ha parlato con Salvatore Morelli, associato di Economia pubblica a Roma Tre e direttore del GC Wealth Project allo Stone center sulle disuguaglianze socio economiche dell’università di New York, che raccoglie e mette a disposizione online i dati sulle disuguaglianze di ricchezza nei vari Paesi, sulla tassazione delle successioni e la composizione dei patrimoni. Professore, conosciamo così nel dettaglio la distribuzione dei patrimoni in Italia da poter dire quanti ce ne sono in ogni città? No, non ci sono dati pubblici e dettagliati che permettano di identificare “chi sono” i milionari e, soprattutto, quanti siano in una specifica città. Esiste l’indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia, che raccoglie informazioni dettagliate sul valore di attività immobiliari e finanziarie. Ma si tratta di una survey sulle famiglie (non individui), che consente di ricostruire la distribuzione della ricchezza a livello nazionale, al massimo con qualche dettaglio per macro-regioni. E ha un limite: si basa su un campione e da lì estrapola informazioni su milioni di nuclei. È insufficiente per stime robuste sulla grande ricchezza milionaria, anche perché le famiglie più ricche sono più difficili da intercettare meno propense a partecipare ai sondaggi. Un suo paper scritto con Paolo Acciari e Facundo Alvaredo usa però una metodologia alternativa. Abbiamo utilizzato dati amministrativi di natura fiscale legati alle dichiarazioni di successione: è una fotografia della ricchezza che viene trasmessa alla morte. In quelle dichiarazioni rientrano beni finanziari e immobiliari e l’incentivo a dichiarare in modo accurato è relativamente alto: chi trasferisce ricchezza ha interesse a una rappresentazione corretta. In più consentono di osservare una quota molto ampia della popolazione di riferimento: in Italia la copertura è tra le più alte al mondo, oltre il 65%. Ovviamente i deceduti non sono un campione rappresentativo, ma se si conoscono i tassi di mortalità è possibile “riportare” queste informazioni alla popolazione dei vivi, come abbiamo fatto nel paper. Sulla base dei vostri dati è credibile che a Milano vivano 115mila milionari in termini di patrimonio liquido, uno ogni 12 abitanti? Se fosse vero vorrebbe dire che negli ultimi anni abbiamo avuto un aumento così ampio dei milionari da stravolgere qualsiasi informazione che abbiamo sulla distribuzione della ricchezza. Nel 2016 la soglia per far parte dell’1% degli adulti più ricchi in Italia era pari a circa 1,4 milioni di euro di patrimonio netto e circa il 55% della ricchezza di quell’élite risultava composta da patrimonio reale, cioè immobili e terreni. Il valore soglia è relativamente stabile nel tempo: immaginiamo che nel 2025 sia salito un po’, a 1,5 milioni. A Milano è plausibile che risulti più alta del 50% rispetto alla media nazionale, a circa 2,2 milioni di euro, e che sia maggiore (60% contro una media del 45%) la quota di ricchezza finanziaria e imprenditoriale. Quindi la soglia di patrimonio finanziario minimo per identificare l’1% più ricco sarebbe di circa 1,32 milioni. Usando quella di 1 milione, ricadrebbe in quella platea il 2% degli adulti residenti: circa 1 ogni 50. Non l’8% come implica la statistica usata per stilare quella classifica. Vero che è costruita contando tutti i residenti e non solo gli adulti, ma non basta per giustificare la distanza tra le due stime. Tutte le stime comunque testimoniano che la disuguaglianza di ricchezza è in aumento… Sì, lo rilevano anche le stime ufficiali fornite dal servizio studi di Bankitalia che elabora l’indagine campionaria condotta a livello europeo per allinearla ai conti nazionali. Il top 5% delle famiglie, l’ultimo gradino osservabile con queste statistiche, concentra il 50% della ricchezza. La quota italiana è più alta della media europea e risulta in crescita, coerentemente con quanto emerge usando la metodologia basata sulle successioni. Cosa c’è dietro? Molti fattori: da un lato la concentrazione dei redditi, perché chi guadagna di più ha capacità di risparmio più elevata, mentre per le famiglie a basso e medio reddito il tasso di risparmio nel nostro Paese è crollato rispetto alle medie storiche. Questo spiega una parte della dinamica. Poi va considerato il fisco, che è sbilanciato e tratta con più favore chi ha redditi e patrimoni più elevati: per i ricchi l’aliquota media è più bassa. Tra i vari regimi di favore è fondamentale l’imposta di successione, perché quello è anche uno dei canali di concentrazione dei patrimoni. La tassazione delle successioni in Italia è particolarmente poco progressiva e la sua progressività è stata ridotta in maniera vistosa negli anni, il che crea occasioni di accumulazione notevoli soprattutto per chi riceve i patrimoni più ingenti. Platea che tendenzialmente comprende persone già molto benestanti. Quanto pesa il “regime opzionale”, cioè la flat tax per i super ricchi introdotta nel 2017? Dopo l’abolizione lo scorso anno del regime favorevole per i residenti non domiciliati che era in vigore in Gran Bretagna, quella misura è diventata ancora più attrattiva. Permette a persone con grandi patrimoni di stabilire la residenza fiscale nel nostro Paese, versare un forfait e ottenere un’esenzione dalla tassazione dei redditi esteri ai fini Irpef, oltre a non pagare l’imposta sul valore degli immobili all’estero (Ivie) e quella sulle attività finanziarie all’estero (Ivafe). Non solo: esenta anche dalle imposte di successione sui patrimoni che provengono dall’estero. In pratica il fisco “dimentica chi sei” e non ti chiede nemmeno di fornire dati che consentano di capire quanto gettito stiamo perdendo per effetto di questo “scudo”. Sarebbe urgente avere dati tempestivi sul numero di persone che aderiscono e l’Agenzia delle Entrate dovrebbe dotarsi di un nucleo ad hoc responsabile della gestione dei cosiddetti “high net worth individuals”: negli Usa è emerso che ogni euro investito dall’Internal revenue service per il monitoraggio di quei contribuenti frutta 12 dollari in termini di riduzione dell’evasione e gettito aggiuntivo. Da dove dovrebbe partire un governo interessato a ridurre le disuguaglianze? La base è ciò che succede sui mercati: la distribuzione di profitti, salari e redditi. Se guardiamo allo step successivo, quello in cui interviene lo Stato, la priorità è fermare l’erosione della base imponibile Irpef, imposta che ormai viene pagata quasi solo da dipendenti e pensionati. Non è più sostenibile un’imposta sui redditi che vale per alcuni e non per altri, uno spezzatino fiscale in cui ognuno sceglie l’aliquota più conveniente. È un sistema estremamente iniquo. Poi bisognerebbe intervenire sull’imposta di successione, che può essere usata per incentivare la redistribuzione del capitale produttivo e ridurre la concentrazione di ricchezza e le disuguaglianze estreme. Dal punto di vista teorico va sicuramente aumentata, anche se è sono consapevole che è diventata una delle imposte più odiate. L'articolo Dai milionari di Milano ai dati sulla ricchezza in Italia, l’esperto: “Dietro la concentrazione anche il fisco iniquo. Cambiare Irpef e tasse di successione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Italia sempre più iniqua e “ereditocratica”: al 5% più benestante due terzi della nuova ricchezza. Ma nell’agenda di Meloni non è una priorità
Le priorità della premier Giorgia Meloni per il 2026 sono sicurezza e crescita, come ha spiegato durante la conferenza stampa di inizio anno. Disuguaglianza e povertà non sembrano impensierirla. Così si spiegano i tanti interventi a favore di categorie già avvantaggiate e l’assenza di misure contro il lavoro malpagato e precario e il disagio abitativo, l’abolizione dell’unico strumento universale per la lotta all’indigenza, la mancanza di correttivi a un sistema fiscale iniquo che “spreme” più i salari che i profitti. Eppure, come ricorda ancora una volta Oxfam nel rapporto annuale Disuguitalia, la Penisola resta il Paese delle fortune invertite. In cui la ricchezza si concentra sempre di più ai vertici mentre chi è povero non riesce a uscirne perché ha minori opportunità educative, non può contare su reti di protezione in caso di emergenze, ha meno accesso al credito, non può permettersi di dire no a un lavoro purchessia. I DIVARI CRESCENTI DELL'”EREDITOCRAZIA” ITALIA Le ultime stime, riferite alla metà del 2025, mostrano squilibri profondi e in crescita. Il 10% più benestante delle famiglie – scrive Oxfam – ha in mano il 59,9% della ricchezza nazionale, la metà più povera si ferma al 7,4%. Tra giugno 2024 e giugno 2025 la ricchezza nazionale è aumentata del 3,6% in termini nominali: da 10.610 a 10.990 miliardi di euro. Ma quasi due terzi dell’incremento sono andati al top 5% delle famiglie, mentre la metà più povera ne ha intercettato appena il 4,6%. I soli 79 miliardari italiani tra novembre ’24 e ’25 si sono arricchiti in termini reali di 54,6 miliardi di euro. Da notare che circa due terzi della loro fortuna deriva da eredità. Solo l’antipasto di quel che succederà nel prossimo decennio, quando passeranno di mano patrimoni per un valore di 2.500 miliardi, rendendo la società italiana sempre più “ereditocratica“, complici tasse di successione quasi inesistenti. Se si allarga lo sguardo, la dinamica è ancora più evidente: negli ultimi 15 anni il 91% della nuova ricchezza è finito al 5% più ricco e solo il 2,7% a chi stava peggio. Quanto ai redditi, nel 2023 la disuguaglianza nella distribuzione è aumentata e le simulazioni Istat sull’impatto redistributivo delle politiche del governo prospettano un ulteriore incremento nel 2024, causa peggioramento della condizione di chi guadagna meno. La povertà assoluta si è intanto stabilizzata a quota 5,7 milioni di persone: 1,6 milioni in più rispetto al 2014 e 1,1 milioni in più rispetto al 2019, prima della pandemia. Il governo non prevede che la situazione migliori di qui al 2028. Tutelarsi dalla caduta nell’indigenza è diventato più difficile anche per chi lavora. Il rapporto ricorda infatti come la crescita occupazionale iniziata dopo la pandemia non basti per compensare la bassa qualità dei posti, soprattutto per giovani e donne. Pesano la sotto-occupazione e la diffusione del lavoro povero e a metterci il carico ci ha pensato l’inflazione degli ultimi anni, che ha eroso il potere d’acquisto. I tanti rinnovi contrattuali siglati dall’inizio del 2024 hanno innescato un recupero solo parziale. COSÌ IL GOVERNO ALLARGA LE DISUGUAGLIANZE Tutte emergenze che il governo non sembra riconoscere. Anzi, in molti casi gli interventi messi in campo aggravano i divari economici e sociali. Per esempio il taglio della seconda aliquota Irpef inserito in manovra, oltre a lasciare irrisolti i nodi dell’erosione della base imponibile per cui ormai l’imposta grava per l’85% sui soli redditi da lavoro dipendente o pensione, produce benefici modesti e concentrati soprattutto sui contribuenti con redditi medio-alti, mentre l’impatto per quelli più bassi è limitato o nullo. Per valutarne gli effetti occorre poi tener conto della “tassa occulta” del fiscal drag, il fenomeno per cui, senza piena indicizzazione degli scaglioni e delle detrazioni all’inflazione, l’aumento nominale dei redditi spinge i contribuenti verso aliquote più elevate senza un reale aumento del reddito reale. Simulazioni dell’Upb hanno mostrato che, nonostante le riforme Irpef degli ultimi anni, i lavoratori con redditi compresi tra 32mila e 45mila euro finiscono con l’avere un carico fiscale più alto di prima. Oxfam contesta poi l’uso della detassazione salariale come principale leva di intervento: tendenza confermata dalla manovra, che prevede sgravi sugli aumenti legati ai rinnovi contrattuali, sui premi di risultato e sulle maggiorazioni per notturni e festivi. Al netto degli effetti negativi sull’equità del prelievo, quello strumento non modifica i meccanismi che causano i bassi livelli retributivi e scarica sulla fiscalità generale il compito di sostenere le retribuzioni e il recupero del potere d’acquisto anche se le imprese potrebbero permettersi di pagare di tasca loro. Intanto la tassazione della ricchezza continua a restare tabù, così come un aggiornamento del catasto, e la legge di Bilancio ha confermato l’iniqua flat tax per i super ricchi stranieri che spostano la residenza in Italia. Poco coerentemente però, nota il report, l’esecutivo “non ha disdegnato di inasprire il prelievo sulle patrimoniali esistenti”, aumentando le aliquote dell’imposta sul valore degli immobili detenuti all’estero e dell’imposta sui valori delle attività finanziarie estere detenuti nei paradisi fiscali. E la lotta all’evasione? A fronte di alcune novità positive, come la liquidazione automatica dell’Iva in caso di omessa dichiarazione, in manovra c’è un nuovo condono: la rottamazione cinque, rivolta sulla carta solo a chi ha dichiarato e non pagato ma di fatto priva di paletti per limitarla ai contribuenti in reale difficoltà economica. L’ong rinnova anche le critiche sullo svuotamento delle politiche di contrasto alla povertà dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza, sostituito da meccanismi (Assegno di Inclusione e Supporto per la Formazione e il Lavoro) non universali. “Incurante dell’elevata fragilità economica di ampi strati della popolazione, il governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel contrasto alla povertà”, commenta Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam Italia. “Da due anni il diritto di ricevere un supporto da parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a tutti i poveri in quanto tali ma è subordinato all’appartenenza a categorie eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela”. Apprezzabile che l’ultima manovra abbia abolito il mese di sospensione obbligatoria dell’Adi dopo i primi 18 mesi, ma è invece “fortemente ingiusto” il contestuale dimezzamento della prima mensilità a ogni rinnovo. Quanto alla riforma dell‘Isee, le modifiche al calcolo dell’indicatore per l’accesso ad Assegno Unico Universale, il bonus asilo nido e Adi rischiano di produrre “risultati arbitrari e iniqui” visto che danno priorità nell’accesso alle prestazioni sociali alle famiglie con casa di proprietà. Questo mentre le linee guida del più volte annunciato Piano casa non sono ancora state presentate ma molti indizi fanno temere che sarà orientato solo al social housing privato e alla realizzazione di alloggi a canone agevolato destinati alla vendita. Di risorse pubbliche del resto ce ne sono poche: meno di 1 miliardo, al momento, quelle stanziate, a fronte di un fabbisogno di almeno 15. Sul fronte del lavoro, non si segnalano passi avanti nel contrasto al nero e al grigio e il governo ha concesso ulteriore flessibilità alle aziende nel ricorso al precariato, oltre ad estendere il perimetro delle attività stagionali concedendo di fatto a qualsiasi impresa di “sottoscrivere contratti a termine esenti dai pochi limiti ancora in essere” e ad allargare le maglie della somministrazione. Sventato in extremis poi, ma la maggioranza promette di riprovarci, il tentativo di far salve le imprese dal pagamento degli arretrati nel caso il contratto applicato sia giudicato contrario alla Costituzione e anticipare la prescrizione dei crediti da lavoro non versati. Infine resta il vuoto sul salario minimo: la legge delega approvata a settembre dal Parlamento, nata da un ddl delle opposizioni snaturato dalla maggioranza, prevede l’estensione erga omnes dell’efficacia dei salari previsti dai “principali” contratti collettivi, senza paletti per escludere quelli pirata. LE RICETTE PER INVERTIRE LA ROTTA Nulla di tutto questo è inevitabile, sottolinea la ong. Il rapporto dedica come sempre molto spazio alle leve di policy che potrebbero essere attivate per invertire la rotta. A partire dal fisco. Oxfam auspica una svolta netta nella lotta all’evasione, attraverso il rafforzamento dell’analisi del rischio fiscale e dei controlli dell’Agenzia delle Entrate. Prioritario adottare procedure di analisi massiva che consentano di incrociare in modo sistematico le diverse banche dati disponibili. Indispensabile poi intervenire sulle grandi concentrazioni di ricchezza aumentando il prelievo su grandi successioni e donazioni. Una misura che avrebbe un forte impatto redistributivo senza colpire i patrimoni medio-piccoli. Un altro capitolo chiave riguarda il patrimonio immobiliare: l’attuale prelievo sugli immobili è iniquo perché legato a valori catastali obsoleti e disallineati rispetto ai valori di mercato, che vanno aggiornati. Nel mirino anche le politiche condonistiche, uno degli elementi che più contribuiscono a minare equità e fedeltà fiscale e incentivano comportamenti opportunistici. Il rapporto invita poi l’Italia a giocare un ruolo più attivo anche sul piano internazionale, sostenendo in sede Onu e G20 l’istituzione di uno standard globale di tassazione della ricchezza estrema, che renda effettivo il prelievo sui grandi patrimoni e contrasti l’elusione e la concorrenza fiscale tra Paesi. Agire a livello multilaterale ridurrebbe anche il rischio di “espatrio fiscale”, se affiancato a una exit tax o alla prosecuzione della tassazione per alcuni anni dopo il cambio di residenza. In parallelo arriva l’appello a supportare l’istituzione del Panel internazionale sulla disuguaglianza proposto dalla task force speciale del G20 guidata da Joseph Stiglitz. Sul fronte della spesa, Oxfam richiama la necessità di rafforzare gli investimenti in istruzione, sanità e protezione sociale, settori che negli ultimi anni hanno subito definanziamenti o crescite insufficienti rispetto ai bisogni. Tra le priorità anche la cooperazione allo sviluppo: serve un percorso credibile per raggiungere entro il 2030 l’obiettivo dello 0,70% del Reddito nazionale lordo, ancora lontano. Senza un cambio di paradigma, è il messaggio, il Paese rischia di restare intrappolato in un modello che premia patrimoni e rendite, scarica il peso del finanziamento pubblico su lavoro e consumi e amplia l’area della vulnerabilità sociale. Un equilibrio inefficiente e fragile dal punto di vista politico e della stabilità democratica. L'articolo Italia sempre più iniqua e “ereditocratica”: al 5% più benestante due terzi della nuova ricchezza. Ma nell’agenda di Meloni non è una priorità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lotteria Italia e tassazione dei premi: come funziona? Per i vincitori c’è una doppia fortuna
Il primo premio da 5 milioni di euro e il secondo da 2,5 milioni della Lotteria Italia sono stati vinti tra Roma e provincia. Ma di queste cifre quanto si tengono realmente in tasca i vincitori? Quante imposte si trattiene lo Stato su un premio? Niente: chi ha comprato il biglietto in questione è doppiamente fortunato. Gli piove dal cielo una vera e propria fortuna, sulla quale non deve pagare le tasse. LOTTERIA ITALIA: COME VENGONO TASSATE LE VINCITE Comprare un biglietto vincente della Lotteria Italia è bel colpo di fortuna: il premio permette di cambiare completamente la vita e, soprattutto, non è necessario pagarci le tasse sopra. Diciamo, però, che è una situazione un po’ particolare, che non accomuna questo premio ad altre tipologie di vincite che si possono ottenere attraverso le trasmissioni della televisione. A fornire chiaramente le indicazioni su come venga trattato dal punto di vista fiscale il denaro erogato, ci ha pensato direttamente il portale della Lotteria Italia 2025, dove viene spiegato che in caso di vincita viene incassato il premio in misura piena: “Alle vincite di qualsiasi importo, sia relative ai premi giornalieri che all’estrazione finale, non si applica alcuna forma di ritenuta o prelievo; quindi, ai vincitori vengono accreditate per intero le somme corrispondenti ai premi stabiliti”. Identico trattamento viene ricevuto da tutte le vincite percepite in questi mesi e comunicate nel corso della trasmissione “Affari Tuoi” a partire dal 28 settembre fino allo scorso 26 dicembre 2025. Quindi anche le vincite “più basse” beneficiano dello stesso trattamento fiscale. Lo stesso discorso vale anche per la lotteria degli scontrini, l’iniziativa introdotta qualche tempo fa dallo Stato per incentivare l’uso dei pagamenti elettronici e per la quale sono previste delle estrazioni settimanali. COME VENGONO TASSATE LE ALTRE VINCITE Se per la Lotteria Italia è prevista un’agevolazione fiscale vera e propria, lo stesso non vale per i premi che si ottengono vincendo alle altre lotterie, le tombole, alle pesche o ai banchi di beneficenza regolarmente autorizzati. In questi casi viene applicata una ritenuta del 10%, che sale al 20% nel caso in cui i giochi siano svolti in occasione di uno spettacolo radiotelevisivo, una competizione sportiva o una manifestazione di qualsiasi altro genere. Sale addirittura al 25% per le altre tipologie di premi. COME SONO TASSATI I QUIZ TELEVISIVI Ma come funziona una vincita televisiva? Quanto riceve effettivamente chi partecipa a “Chi vuole essere Milionario” ed così bravo da vincere tutto? Il denaro che viene vinto ai quiz televisivi o ai “Gratta e Vinci” è considerato una ricompensa lorda, sulla quale devono essere applicate le relative tasse. In questi casi viene applicata una ritenuta fiscale al 20%, la quale funziona come una vera e propria imposta sostitutiva: l’Erario, in altre parole, preleva il 20% della cifra che è stata vinta. Per semplificare l’operazione, ai fini pratici, è direttamente la rete televisiva a trattenere questa cifra e a versala al Fisco. A questo voce, però, si aggiunge un’altra tassa: l’Iva al 22%. Il Regio Decreto Legge n. 1933 del 19 ottobre 1938, poi convertito nella Legge 977/1939, vieta ai programmi Tv di erogare dei premi in denaro, perché sarebbero considerati alla stessa stregua del gioco d’azzardo. La vincita, quindi, viene erogata in gettoni d’oro, sui quali deve essere applicata l’Iva al 22% per l’acquisto dell’oro. Per semplificare la vita dei concorrenti, le reti televisive consegnano al vincitore la somma di denaro, sulla quale viene applicata questa ulteriore imposta. Non bisogna poi dimenticare i costi di conversione dell’anno: non ci sono dei tassi fissi, perché variano a seconda della quotazione dell’oro sui mercati internazionali. L’oro è da sempre considerato un bene rifugio e il suo valore oscilla condizionato dalle incertezze dell’economia mondiale. L'articolo Lotteria Italia e tassazione dei premi: come funziona? Per i vincitori c’è una doppia fortuna proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Vendite online: quando sono tassabili e quando serve aprire partita Iva
Come devono essere tassate le vendite online? La domanda è quanto mai attuale, alla luce della diffusione delle piattaforme di e-commerce che permettono di scambiare i beni tra privati. Oltre a chiarire come debbano essere gestite dal punto di vista fiscale queste transazioni è importante comprendere chiaramente quando si è davanti ad un’attività strettamente amatoriale o ad un’attività imprenditoriale. A porre una netta separazione tra le due tipologie di vendita non sono tanto le piattaforme di commercio online, ma l’Agenzia delle Entrate, la quale, ai sensi dell’articolo 2195 del Codice Civile, ritiene che se un’attività viene esercitata in modo abituale si è davanti ad una vera e propria impresa commerciale, indipendentemente dall’assetto organizzativo che è stato scelto. Quando si vende online abitualmente si produce un reddito d’impresa: una situazione che si viene a realizzare se, nel corso di più anni d’imposta, sono state realizzate un numero di transazioni elevate. COME DEVONO ESSERE TASSATE LE VENDITE ONLINE Su questo argomento, purtroppo, la legislazione fiscale e quella civilistica non sembrano avere un orientamento coincidente: l’articolo 2081 del Codice Civile considera un imprenditore il soggetto che svolge un’attività economica organizzata in modo professionale. Il Tuir, all’articolo 55, non prevede il requisito dell’organizzazione, ma la semplice esercitazione dell’attività in modo professionale, anche quando non viene svolta in modo esclusivo. In questo contesto alcune indicazioni per comprendere come gestire le pratiche ci arrivano dalla Corte di Cassazione, che con la sentenza n. 7552/2025 ha delineato una serie di regole per contrastare l’evasione fiscale e fare in modo che le attività esercitate sul web non si trasformino in una sorta di paradiso fiscale virtuale. Il caso preso in esame dalla Suprema Corte è scaturito da un avviso di accertamento induttivo – promosso ai sensi dell’ex articolo 39, comma 2 del Dpr n. 600/1973 – sui redditi d’impresa potenzialmente maturati da un contribuente: a seguito di una serie di indagini condotte anche su dei conti correnti, erano state imputate a questo soggetto la vendite di numerose scarpe effettuate nei periodi d’imposta 2008 e 2009 su un portale di vendite online. La vicenda era arrivata sino alla Suprema Corte dove i giudici avevano affermato che i redditi accertati e non dichiarati dal contribuente rientravano in tutto e per tutto in quelli d’impresa e non erano da considerarsi come redditi diversi: la decisione è stata determinata proprio dall’elevato numero di transazioni commerciali registrate, le quali mettevano in evidenza che l’attività veniva svolta in modo abituale. OCCASIONALITÀ DELLE VENDITE Ma come devono essere gestiti, quindi, i guadagni derivanti dalle vendite online? Nel caso in cui l’attività venga svolta in via occasionale – in un modo saltuario e, soprattutto, non professionale – i guadagni devono essere gestiti all’interno della categoria dei redditi diversi della dichiarazione dei redditi. A questo punto è importante chiarire che cosa si intenda per occasionalità sul web: sono le vendite una tantum di un proprio bene, come può essere uno scooter, l’automobile o qualsiasi altro oggetto. L’attività non deve richiedere il carattere professionale o l’organizzazione. Far rientrare le vendite nella semplice occasionalità quando le cessioni vengono effettuate sistematicamente è più difficile: in questo caso siamo davanti a delle ditte individuali che hanno scelto di vendere dei prodotti attraverso delle piattaforme telematiche. Quando l’attività è abituale scatta l’obbligo dell’apertura della partita Iva, mentre i guadagni costituiscono redditi d’impresa. Ovviamente da tenere sotto controllo è anche il valore delle vendite. Nel momento in cui il volume economico delle transazioni supera una determinata soglia è difficile ritenere che l’attività sia occasionale. Su questa stessa linea di principio è la Corte di Giustizia europea, la quale ha considerato come soggetto d’imposta la persona fisica che esercita un’attività economica che comporta lo sfruttamento di un bene materiale o immateriale per trarne dei vantaggi economici in modo stabile e continuativo. In altre parole si è venuta a configurare nella prassi quotidiana una netta distinzione tra l’attività occasionale – svolta di rado e che comporta la gestione dei guadagni nei redditi diversi – e l’attività imprenditoriale, che prevede la gestione delle pratiche fiscali con una partita Iva e la gestione dei guadagni come reddito d’impresa. L'articolo Vendite online: quando sono tassabili e quando serve aprire partita Iva proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Fisco
Shopping Online
Dal 2026 obbligo di collegare pos e registratore di cassa telematico. Quando Meloni diceva: “Ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione”
Un altro dietrofront. Dopo il “riallineamento” delle accise sulle diesel e l’aumento della pressione fiscale in netto contrasto con la promessa di ridurre le tasse, anche sul fisco digitale Giorgia Meloni si ritrova a smentire la se stessa dei tempi dell’opposizione. Dal 1° gennaio 2026 entra infatti in vigore, in chiave anti evasione, l’obbligo di collegamento digitale tra Pos e registratore di cassa telematico, misura che rafforza i controlli automatici sulle transazioni e che punta a far emergere incongruenze tra pagamenti elettronici e scontrini emessi. Cinque anni fa, quando tutti i commercianti sono stati chiamati a dotarsi di un registratore in grado di comunicare all’Agenzia delle Entrate gli incassi, la leader di Fratelli d’Italia aveva attaccato via social il governo Conte II parlando di “nuova follia” e bollando l’obbligo come “una spesa a carico di chi lavora, che non combatte la vera evasione, ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione“. La norma era prevista nel Piano strutturale di bilancio inviato alla Ue nel 2024: compariva tra le riforme che giustificavano la possibilità di spalmare su sette anni – invece di quattro – i tagli richiesti dal nuovo Patto di stabilità. Il governo ha poi mantenuto la promessa inserendola nella legge di Bilancio dello scorso anno. Le Entrate potranno incrociare i dati in tempo reale e di attivare controlli mirati e automatizzati nel caso ci siano scostamenti significativi. Per gli esercenti che non si adeguano sono previste sanzioni da 100 a 1.000 euro e, nei casi più gravi, anche la sospensione della licenza o dell’autorizzazione all’attività. Secondo la relazione tecnica, il nuovo sistema dovrebbe garantire 50 milioni di euro di gettito aggiuntivo tra Iva e imposte dirette, destinati a salire a 65 milioni a regime. L'articolo Dal 2026 obbligo di collegare pos e registratore di cassa telematico. Quando Meloni diceva: “Ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Speciale legge di bilancio
Fisco
Evasione Fiscale
Il mini taglio Irpef, le tasse che aumentano e le misure anti-evasione (anche quella che per Meloni era “follia”): cosa cambia con la manovra
Il mini sconto Irpef che era il cuore della manovra prima che il governo inserisse in corsa un generoso pacchetto di sgravi e agevolazioni per le imprese. I balzelli spuntati alle ultime battute, come la tassa da 2 euro sui piccoli pacchi, quelli sempreverdi come l’aumento delle accise sui tabacchi e le sorprese che hanno fatto sobbalzare gli elettori di centrodestra, vedi il raddoppio della Tobin tax. La legge di Bilancio che sta per ottenere il via libera finale della Camera con la fiducia prevede molte novità in campo fiscale. Non poche delle quali comporteranno aggravi di tassazione per alcune categorie di contribuenti. Ma nel testo c’è anche un capitolo meno noto, e politicamente ancora più sensibile per Giorgia Meloni e la sua maggioranza, che comprende misure mirate a potenziare la capacità dell’amministrazione finanziaria di recuperare le somme sottratte allo Stato da chi evade. Ecco tutte le norme che entreranno in vigore l’1 gennaio e quanto valgono in termini di gettito. I MINI TAGLI IRPEF E LE TANTE NUOVE TASSE Dall’anno prossimo la seconda aliquota Irpef scende dal 35 al 33%, un taglio che vale poco meno di 3 miliardi di minori entrate ogni anno e porterà ai contribuenti vantaggi limitati: da circa 40 euro l’anno per chi ne guadagna 30mila a 440 per chi ne porta casa 50mila o più. In valori assoluti, i risparmi più corposi andranno a chi ha redditi medio-alti. La manovra dispone poi regimi fiscali agevolati per gli aumenti previsti da rinnovi contrattuali siglati nel biennio 2025-2026 a patto che il reddito non arrivi a 33mila euro (costeranno poco più di 640 milioni), riduce all’1% l’imposta sostitutiva sui premi di risultato e la distribuzione di utili ai lavoratori (170 milioni) e introduce una ennesima flat tax del 15% su maggiorazioni e indennità per lavoro notturno e festivo per chi guadagna meno di 40mila euro (620 milioni). Sul fronte opposto c’è una lunga lista di tasse destinate a salire. I fumatori vedranno aumentare le accise sui tabacchi (da qui sono attesi 213 milioni) mentre l’allineamento delle accise del gasolio a quelle della benzina porterà 552 milioni in più. Chi compra e vende azioni italiane vedrà raddoppiare l’aliquota della Tobin tax (il che dovrebbe permettere al governo di incassare 337 milioni in più all’anno) e chi realizza plusvalenze sulle criptovalute, escluse solo le stablecoin in euro, verserà un’aliquota del 33% contro il 26% attuale (per un extragettito di soli 7 milioni). Il nuovo contributo di 2 euro sui piccoli pacchi in arrivo da paesi extra Ue costerà ai cittadini 122 milioni. La manovra introduce poi un acconto dell’85% sul contributo sui premi delle assicurazioni di auto e barche, che finirà per ricadere sugli assicurati. GLI AGGRAVI PER LE IMPRESE Le imprese hanno incassato al fotofinish alcune norme chieste da tempo da Confindustria, a partire dalle risorse per rendere triennale l’iperammortamento e per garantire gli sgravi a chi investe nella Zes Unica. E hanno ottenuto che pastic tax e sugar tax siano ancora una volta rinviate di un anno. Con l’altra mano però era già stato previsto che garantissero nuove entrate. Innanzitutto viene ridotta la possibilità di rateizzazione pluriennale delle plusvalenze da cessioni di beni, anticipando il momento in cui il guadagno concorre all’imponibile: una scelta che nel 2026 fa salire il gettito di 490 milioni. Altri 240 arriveranno dall’innalzamento al 21% dell’imposta sulla rivalutazione di terreni e partecipazioni. Viene poi rinnovata la possibilità di affrancare le riserve in sospensione d’imposta pagando una sostitutiva del 10%, per un maggiore incasso stimato in 420 milioni. Più noto il pacchetto che riguarda banche e assicurazioni: per loro arriva l’aumento di 2 punti dell’aliquota Irap (962 milioni) accompagnato dalla possibilità per gli istituti di affrancare le riserve accantonate per non pagare il precedente contributo sugli extraprofitti versando un’aliquota del 27,5% (il che dovrebbe portare 1,65 miliardi di gettito) e dalla riduzione della percentuale di deducibilità delle perdite pregresse (1,49 miliardi). LE MISURE ANTI EVASIONE “DETTATE” DAL PNRR Anche in questa manovra, come lo scorso anno, il governo ha inserito giocoforza un pacchetto di norme che puntano a limitare alcune tipologie di evasione e fornire all’amministrazione finanziaria più elementi da utilizzare per l’analisi del rischio fiscale, cioè la probabilità che un dato contribuente sia infedele: una mossa obbligata perché l’Italia, nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, si è impegnata a ridurre il tax gap nel suo complesso e in particolare a far calare il nero legato a omessa e infedele fatturazione. Nel solo 2026 questo insieme di misure dovrebbe consentire di recuperare circa 850 milioni, destinati ad aumentare a regime. Ecco allora che nel decreto del 1972 che disciplina l’Iva è stato introdotto un nuovo articolo che consente all’Agenzia delle Entrate, anche in caso di omessa dichiarazione annuale, di procedere a una liquidazione d’ufficio. Cioè calcolare la cifra dovuta “anche avvalendosi di procedure automatizzate”, usando fatture elettroniche emesse e ricevute, corrispettivi telematici e dati delle liquidazioni periodiche. Il contribuente riceve l’esito e ha 60 giorni per reagire o pagare. Se non fa nulla, il debito viene iscritto a ruolo. Da qui dovrebbero arrivare 646 milioni di gettito. Per contrastare le indebite compensazioni di crediti inesistenti, si abbassa poi da 100mila a 50mila euro la soglia dei debiti iscritti a ruolo oltre la quale il contribuente non può più usare crediti fiscali (con esclusione di quelli relativi a contributi Inps e Inail) per compensare altri debiti, per esempio versando meno Iva o Irpef tramite F24. Attesi oltre 200 milioni l’anno. Molto contestata dai professionisti la norma che subordina il versamento dei compensi a loro dovuti dalle pubbliche amministrazioni alla verifica che non abbiano debiti fiscali o contributivi anche di importo inferiore a 5mila euro (sopra quella soglia il controllo era già previsto). In caso positivo, la stessa pa deve versare una quota corrispondente al debito all’agente della riscossione, mentre il professionista incasserà solo quel che resta. L’ipotesi di blocco totale dei compensi, inserita nel primo maxi emendamento del governo, è stata ammorbidita. Via libera anche a una delle misure auspicate dalla commissione incaricata di analizzare il magazzino fiscale pregresso e suggerire come gestirlo: la facilitazione dei pignoramenti presso terzi, espressione che avrebbe fatto inorridire il centrodestra quando era all’opposizione. In pratica l’agente della riscossione avrà a disposizione i dati sulle fatture emesse da debitori iscritti a ruolo (e coobbligati) nei sei mesi precedenti, in modo da poter intercettare i crediti verso clienti o committenti e recuperare una parte del dovuto. Una stretta da 140 milioni l’anno, ma dal 2027 perché serviranno provvedimenti attuativi. Un’altra novità prevista dalla legge di Bilancio diventerà operativa solo dal 2028: si tratta della ritenuta d’acconto (dello 0,5% il primo anno e 1% a regime) sui pagamenti per prestazioni di servizi e cessioni di beni nell’esercizio d’impresa, con l’obiettivo di “potenziare la base informativa disponibile per lo svolgimento delle attività di analisi del rischio”. Escluso solo chi ha aderito al concordato preventivo con le Entrate o all’adempimento collaborativo. Il risultato sarà un maggior gettito di 734 milioni nel 2028 e 1,4 miliardi a regime. Per i contribuenti in regola si tratterà solo di una anticipazione di cassa, non senza conseguenze però per le attività che hanno liquidità limitata. OBBLIGATORIO COLLEGARE POS E CASSA TELEMATICA. CHE PER MELONI ERA UNA “FOLLIA” Dal 1° gennaio 2026 entra poi in vigore una norma inserita nella legge di Bilancio dello scorso anno: diventa obbligatorio il collegamento digitale tra Pos e registratore di cassa telematico. Obiettivo, consentire all’Agenzia di individuare in tempo reale eventuali incongruenze. In caso di scostamenti significativi, potranno scattare controlli mirati e automatizzati. Per chi non si adegua sono previste sanzioni da 100 a 1000 euro, nonché sospensione della licenza o dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività. La norme dovrebbe fruttare, grazie agli incassi aggiuntivi di Iva e imposte dirette, 50 milioni destinati a salire a 65 a regime. E dire che giusto cinque anni fa Meloni, allora all’opposizione del governo Conte II, si scagliava contro l’obbligo del registratore di cassa evoluto definendolo sui social “nuova follia” e chiosando: “Una spesa a carico di chi lavora, che non combatte la vera evasione e l’ennesimo orpello burocratico di uno Stato spione“. L'articolo Il mini taglio Irpef, le tasse che aumentano e le misure anti-evasione (anche quella che per Meloni era “follia”): cosa cambia con la manovra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Chi vince e chi perde con la manovra. Tasse, pensioni, casa, scuole, sanità, banche e imprese: ecco la mappa dei vantaggi e dei sacrifici
Tra i vinti, per quanto abbia ostentato la soddisfazione di chi “arriva in vetta” dopo un “sentiero tortuoso”, c’è secondo molti il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, costretto alla ritirata sul maxiemendamento che di fatto aumentava l’età pensionabile oltre a penalizzare chi ha riscattato la laurea. Mentre Matteo Salvini ne esce vincitore solo a metà, visto che le pensioni restano comunque nel mirino, il testo finale conferma pesanti tagli alle dotazioni del ministero delle Infrastrutture e per il suo Piano casa arriveranno nel prossimo biennio solo 100 milioni contro i 300 previsti dall’emendamento ritirato. Ma quello che conta per gli elettori è se la legge di Bilancio 2026, su cui martedì 23 dicembre il Senato ha votato la fiducia, l’anno prossimo alleggerirà o appesantirà il loro portafogli, li avvantaggerà o penalizzerà come consumatori, lavoratori e utenti, avvicinerà o allontanerà la data della pensione. Ecco, capitolo per capitolo, chi riceverà qualche vantaggio e chi sarà chiamato a fare sacrifici. L'articolo Chi vince e chi perde con la manovra. Tasse, pensioni, casa, scuole, sanità, banche e imprese: ecco la mappa dei vantaggi e dei sacrifici proviene da Il Fatto Quotidiano.
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