Il tema delle liste di attesa si è imposto nei media e nel dibattito politico
come il problema fondamentale del Ssn, a volte per provarne la non
sostenibilità. Ritengo che il dibattito sia poco informato e spesso fuorviante.
Vediamo perché.
La normativa prevede che le prescrizioni di visite ed esami strumentali siano
classificate in quattro categorie: urgente (U), breve (B), differibile (D) e
Programmabile (P). Gran parte della discussione si concentra sulla categoria D,
perché il Ssn risponde relativamente bene alle prestazioni urgenti o che devono
essere erogate in tempi brevi. Appartengono a queste classi tutti i casi in cui
la condizione è potenzialmente seria e tempo-dipendente: intervenire con
rapidità fa la differenza. Certo, non mancano eccezioni ma il Ssn, giustamente,
dà priorità ai pazienti classificati in queste due categorie.
La categoria P riguarda principalmente pazienti già presi in carico per cui si
programmano esami strumentali e di controllo. Qui in alcune realtà le situazioni
possono essere più critiche perché il tema è la presa in carico. Si tratta di
pazienti che necessitano di essere sistematicamente seguiti nel tempo e a volte
i modelli di presa in carico non funzionano, banalmente perché dopo una visita
al paziente non vengono prenotate le prestazioni successive, che devono avvenire
entro 180 giorni.
In realtà, gran parte del problema riguarda le prestazioni differibili (D). Le
condizioni sottostanti sono molto varie, ma hanno in comune una valutazione da
parte del Medico di Medicina Generale come non prioritarie. A volte risultano da
una domanda del paziente più che da una valutazione clinica. Esempi possono
essere un uomo sano che, senza sintomi, vuole fare accertamenti cardiologici (ad
es. eco-doppler) o una giovane donna senza fattori di rischio che vuole
effettuare una mammografia. Il Mmg potrebbe non prescrivere del tutto le
prestazioni oppure, appunto, indicare che sono differibili. E’ su prestazioni
come queste che sta aumentando molto la domanda, in parte per una ragionevole
richiesta di prevenzione, ma dall’altro per spinte improprie che tendono a
medicalizzare eccessivamente la salute, compresa la prevenzione.
Il punto è che soddisfare tutta questa domanda è quasi una mission impossible.
In quanto gratuito, il Ssn non può usare il meccanismo “tradizionale” del prezzo
per razionare la domanda, principalmente per motivi di equità. Cosa può quindi
fare? La prima azione è far sì che gli Mmg lavorino meglio con i pazienti per
filtrare richieste non appropriate e per spiegare loro che anche nella
prevenzione ci sono prestazioni che possono essere inutili se non addirittura
iatrogene. Il tumore al seno a 30 anni è molto raro e lo screening
opportunistico (cioè al di fuori dei programmi pubblici) non solo trova
pochissimi tumori (nell’ordine di 1 ogni 10.000 esami), ma il rischio di falsi
positivi è molto alto (il numero di sospetti tumori che poi non si rivelano
tali) e questo crea ansia e prestazioni evitabili. Il Mmg dovrebbe spiegarlo
alla paziente, dirle di palparsi il seno regolarmente per individuare eventuali
anomalie, spiegarle i fattori di rischio del tumore al seno (ad es. consumo di
alcol) e tranquillizzarla.
In termini più generali, la domanda va governata tramite informazioni e il
recupero di un principio fondamentale: i pazienti possono esprimere un bisogno
ma la domanda di servizi specialistici è funzione del medico. Poi, tornando
all’esempio sopra, se la donna vuole comunque procedere, ci sta che avvenga ma
con risorse proprie. D’altra parte la mammografia senza fattori di rischio a 30
anni non è inclusa nei Lea.
Altre prestazioni differibili possono essere appropriate e le norme prevedono
che siano erogate entro 30 (visite) e 60 (diagnostica) giorni. La realtà è a
macchie di leopardo sia rispetto alle discipline che al territorio. Ad esempio,
i tempi vengono sforati spesso in oculistica e dermatologia, e anche nelle
stesse regioni si trovano strutture con buoni tempi di attesa e altre con tempi
inammissibili. Due sono le cause di questa eterogeneità: la disponibilità di
professionisti perché sono insufficienti in alcune discipline per errori di
programmazione e per effetto della competizione del privato, e la bassa
produttività di alcune strutture (un tema principalmente manageriale).
Non voglio qui affermare che le liste di attesa non siano un problema. Sono il
risultato di un sistema gratuito in cui è difficile gestire la domanda dei
servizi in base a una razionalità clinica ed economica. La categorizzazione
della domanda per livelli di urgenza è in linea con le migliori pratiche
internazionali e anche le prestazioni differibili, se appropriate, devono avere
risposta in tempi ragionevoli. Ma il problema delle liste di attesa ci sarà
sempre perché le aspettative dei cittadini, a volte non adeguatamente informati
e a volte condizionati impropriamente, eccedono le possibilità di un sistema
pagato con le tasse.
L'articolo Perché il tema delle liste d’attesa esiste, ma non è il problema
fondamentale della nostra sanità proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Sistema Sanitario Nazionale
Massimo Peccianti è segretario di Anaao Assomed Molise, associazione
rappresentativa di dirigenti medici e sanitari. Da molti anni è presente ai
tavoli istituzionali per la sanità molisana, commissariata da circa un
ventennio. Nelle scorse settimane, la questione ha ricevuto rilevanza mediatica
grazie al presidio in tenda del sindaco d’Isernia Piero Castrataro e la
fiaccolata per le vie cittadine, una mobilitazione che ha fatto scendere in
strada più di 7mila persone.
Cosa significa curarsi in Molise?
E’ una lotteria. Se non hai un bisogno estremo puoi anche seguire le vie normali
e magari aspetti molto tempo. Se invece il bisogno è più urgente, si finisce per
cercare un medico privato o un convenzionato a cui sia stata data la possibilità
di effettuare quella specifica visita. Tuttavia, non tutti i convenzionati
possono fare tutto: alcuni hanno l’autorizzazione per determinate prestazioni,
altri no.
In casi urgenti cosa si può fare?
L’unica opzione è il Pronto soccorso, quello c’è sempre. Naturalmente bisogna
mettere in conto l’attesa di un’intera giornata. Molti pazienti sono scoraggiati
perché sanno che si entra un giorno e si esce quello successivo. Però in caso di
necessità non c’è alternativa: è l’unico sistema rimasto. Secondo me, il Pronto
soccorso andrebbe potenziato prima di ogni altra cosa.
Tra tutti qual è il problema più grave?
La carenza di personale è veramente estrema. L’Azienda sanitaria regionale del
Molise bandisce concorsi in continuazione, ma vanno puntualmente deserti: se un
bando è per dieci posti, si presentano in cinque e forse solo uno accetta
l’assunzione. In passato sono arrivati medici cubani, alcuni dei quali sono
ancora in servizio, e poi ci sono i “gettonisti” che coprono i turni in
Pediatria al Cardarelli di Campobasso e a Isernia.
In quali reparti si avverte di più questa carenza?
In Pronto soccorso mancano soprattutto medici e al Cardarelli i turni sono
spesso scoperti. Anche le visite specialistiche sono in difficoltà: il servizio
non è sempre garantito, specialmente nel fine settimana quando il medico deve
essere chiamato in urgenza. Mancano i letti per l’Osservazione breve intensiva
e, soprattutto, pesano le difficoltà nel trasferire i pazienti nei reparti.
Anche il 118 e la guardia medica stanno soffrendo: molti professionisti sono
passati alla medicina generale e diverse postazioni sul territorio sono state
chiuse, privando i cittadini di un presidio fondamentale.
Cosa vuol dire oggi prenotare delle visite mediche in Molise?
Sul territorio le liste sono lunghissime, specialmente per le ecografie e la
prevenzione del tumore alla mammella. In endocrinologia gli appuntamenti vengono
fissati anche a un anno di distanza. A questo si aggiunge una disfunzione
cronica del sistema di prenotazione: negli ultimi anni la gestione
amministrativa è cambiata quattro volte, segno di un meccanismo che non
funziona.
Sono state proposte soluzioni negli ultimi anni?
Le Case di comunità dovrebbero essere un pilastro, ma presentano criticità
profonde. Sono stati usati i fondi per ristrutturare i vecchi poliambulatori, ma
spesso accorpando gli spazi e dimezzando gli ambulatori degli specialisti,
creando disagi a chi ci lavora. Il problema resta la mancanza di personale: i
medici di famiglia più anziani non sono tenuti a trasferirvisi e gli altri
oppongono resistenza. Senza specialisti e senza integrazione, rischiano di
restare cattedrali nel deserto.
Come mai le assunzioni in Molise sono così basse?
Oltre a motivi ambientali legati alle scuole di specializzazione, l’Asrem
(azienda sanitaria ndr) non tratta bene i propri medici. Non vengono conferiti
gli incarichi dirigenziali previsti dal contratto, il che scoraggia un giovane
che vuole fare carriera. Ci sono poi inadempienze economiche: stiamo ancora
aspettando il 20% dello stipendio accessorio del 2022. C’è una lentezza
amministrativa che scoraggia chiunque.
Questa incapacità gestionale travolge anche i pazienti?
Sulla gestione delle liste d’attesa l’azienda adotta da anni strategie
discutibili. Fino allo scorso anno, se a giugno le prestazioni erano sature fino
a dicembre, le prenotazioni venivano semplicemente interrotte. È una pratica
illegale, ma serviva a far risultare le liste pulite durante le verifiche
autunnali: bloccando tutto, a novembre la lista appariva virtualmente azzerata
per l’anno successivo.
Qualcuno è intervenuto?
Oggi le prenotazioni restano aperte, ma i tempi sono lunghi. Si usa quindi un
escamotage: si chiede agli specialisti di riservare ore per i controlli, ma il
sistema spesso non permette di prenotarli. Il venerdì queste ore vengono
sbloccate e usate per le prime visite anziché per i controlli. Così, ai
controlli aziendali, risulta che le visite siano state ottenute in tempi record,
ma il problema del cittadino resta irrisolto.
E questo cosa comporta?
Chi può si rivolge al privato o va fuori Regione, aumentando i costi per la
collettività. C’è uno squilibrio con le strutture convenzionate perché alcuni
servizi sono stati ceduti da tempo. Per esempio, la neurochirurgia è stata
demandata del tutto alla Neuromed- clinica neurologica con sede a Pozzilli e di
proprietà della famiglia dell’eurodeputato Aldo Patriciello.
Come si è arrivati a questo punto?
Con la legge Balduzzi si è colta l’occasione per togliere la neurochirurgia
all’ospedale di Campobasso. Il problema è che la Neuromed tratta solo il
problema neurochirurgico specifico. In caso di incidente stradale, per esempio,
un paziente ha bisogno di un approccio multidisciplinare (ortopedico, chirurgo
generale, ecc.) che la struttura privata non ha. Così iniziano i viaggi della
speranza verso altri ospedali, con costi enormi per la regione.
Quando è cominciata la crisi del pubblico?
Già prima del commissariamento, negli anni Novanta, le leggi nazionali avevano
ridotto i posti letto in rapporto agli abitanti. Il disavanzo coincide con
l’inizio degli anni Duemila, quando alla Regione erano stati imposti dei tagli
alla spesa pubblica per rientrare nel deficit. Ciò ha provocato il blocco di
assunzioni e turnover, e un’ulteriore riduzione dei posti letto. In quella fase,
l’ente regionale non è riuscito a riorganizzare l’offerta di cura sul
territorio.
Erano cambiate le logiche di spesa pubblica?
A un certo punto i servizi sanitari hanno cominciato ad avere dei livelli minimi
di popolazione. Il Molise partiva da 300mila abitanti, adesso sono 290mila e
sulla carta non dovrebbe avere niente. Già c’è una deroga su alcuni servizi e
per questo non ci sono reparti in alcuni ospedali. Lo stesso discorso vale per i
punti nascita ed Emodinamica, su cui di recente c’è stata una grande polemica a
Isernia, dove il sindaco Piero Castrataro ha cominciato a dormire in tenda. In
quel senso però non è stato ottenuto nulla.
Quale sarebbe la soluzione?
Ci vorrebbe una legge nazionale che garantisca un livello minimo di servizi per
ogni regione. Oggi questo manca, così come manca una politica capace di imporsi.
La responsabilità è divisa tra i vari governi regionali di destra e di sinistra
che si sono succeduti. Non si può sempre dare la colpa a chi c’era prima: chi
viene eletto deve trovare la strada per risolvere i problemi, perché su chi
arriva per ultimo gravano comunque le responsabilità maggiori.
L'articolo “Curarsi in Molise è una lotteria. La carenza di personale è estrema,
ma i concorsi vanno deserti. Liste d’attesa? Lunghissime, chi può sceglie il
privato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un sistema commissariato dal 2009, un disavanzo allarmante e continue riduzioni
dei servizi. La sanità pubblica in Molise arranca tra le proteste. Da oltre 40
notti il sindaco di Isernia Pietro Castrataro dorme in tenda davanti
all’ospedale: chiede che non vengano fatti ulteriori tagli. Meno di un mese fa,
oltre 7mila persone sono scese in piazza per una fiaccolata in difesa della
sanità pubblica. Ma al momento poco o niente è cambiato. Anzi, ora si è aggiunto
il parere negativo del Collegio dei revisori per il preventivo 2026 dell’Azienda
sanitaria locale: “Non è un intoppo burocratico”, ha detto il primo cittadino,
“ma l’attestamento di un fallimento gestionale sistemico“. L’ultima
decurtazione? Le guardie mediche: per decreto del commissario passano da 44 a 16
poli principali a partire dal prossimo primo aprile, con le Case della comunità
aperte per 16 ore al giorno e i poli di continuità assistenziali ridotti a 12.
“Ancora una volta i territori sono stati ignorati, ancora una volta si tagliano
servizi essenziali quando potrebbero essere colpite altre voci di spesa”, ha
detto Castrataro. Per la sindaca di Casacalenda, Sabrina Lallitto, è un
“abbandono mascherato da riforma” , veri e propri presidi “cancellati dalle
mappe”.
LA TENDA DEL SINDACO
Il 26 dicembre scorso è comparsa una tenda di fronte all’ospedale Franco
Veneziale di Isernia. Non è soltanto un mezzo di protesta, dentro ci dorme il
primo cittadino del capoluogo di provincia, tornato a casa soltanto per sei
notti.
Piero Castrataro è stato eletto sindaco alle elezioni amministrative del 2021
con il sostegno del Partito democratico e del Movimento 5 stelle. Intervistato
da ilfattoquotidiano.it, ha dichiarato che la sua “non è una protesta ma una
proposta” e ha un obiettivo: “Ricevere il Piano operativo 2026-2028 e capire se
il punto nascita e il reparto di Emodinamica verranno mantenuti sia a Isernia
che a Termoli”.
Le risposte ricevute finora non sono affatto convincenti: “Si vocifera che ci
sarà la deroga di un anno, questo però è un grosso problema per chi ci lavora:
non ci sono certezze per il futuro“. Una soluzione che sarebbe l’anticamera
della chiusura. Per metterci una toppa, il Comune di Isernia ha proposto di
introdurre indennità aggiuntive nei concorsi per il reclutamento dei medici del
Veneziale, utilizzando fondi comunali e donazioni private: “La Regione non
potrebbe farlo a causa del rientro sanitario e quindi qualsiasi somma va
destinata al recupero del debito pregresso”.
La proposta, però, è stata respinta. Il motivo? L’obbligo di non limitare le
indennità ai neoassunti di un singolo presidio, ma di estenderlo a tutto il
personale sanitario per evitare disparità di trattamento illegittime. “A questo
punto sorge il dubbio che qui qualcuno non voglia davvero risolvere il
problema”, attacca il sindaco Castrataro che ha chiesto il parere del Ministero
della salute.
“Non è una questione di parte, riguarda il futuro della sanità di 300mila
persone”, questo è il messaggio che Castrataro continua a ripetere dall’inizio
della sua battaglia. Nonostante ciò, il tema non ha smosso la classe dirigente:
alla fiaccolata non c’era nemmeno un esponente della giunta regionale di
centrodestra. “Qualcuno non vuole comprendere che o si risolve ora questo
problema oppure diventa sempre più complicato risolverlo per qualsiasi colore
politico”, chiude il primo cittadino.
LE CARENZE DELLA SANITÀ PUBBLICA
Il Molise si ritrova con una sanità pubblica in situazione “critica”, come l’ha
definita Nino Cartabellotta. L’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe sul
Servizio sanitario nazionale fotografa una regione con forti squilibri.
Innanzitutto, il Molise riceve uno dei finanziamenti pubblici più alti d’Italia:
una spesa pari a 2.235 euro pro-capite, subito dopo i 2.246 della Liguria.
Nonostante ciò, non riesce comunque a raggiungere i livelli essenziali di
assistenza, classificandosi signficativamente sotto la media e registrando un
punteggio di 193 su 300, di cui: 58 per l’area prevenzione- con gravi carenze in
programmi di screening, vaccinazioni e prevenzione, 73 per l’area distrettuale e
62 per quella ospedaliera- poco al di sopra della sufficienza.
Sul fronte del personale sanitario, il Molise presenta dati contrastanti. Per
esempio, la mancanza di medici ospedalieri: sono 1,45 ogni 1000 abitanti, il
peggior dato nazionale. Allo stesso tempo, il rapporto di pazienti per ogni
medico di base è tra i più bassi d’Italia: il numero di assistiti è di 1.100
contro una media italiana di 1.374. Per quanto riguarda gli infermieri, il
Molise ne accusa la carenza e si colloca al di sotto della media nazionale: sono
4,6 ogni 1000 abitanti. Recentemente, l’Azienda sanitaria regionale (Asrem) ha
stipulato delle convenzioni con medici da fuori perché i bandi per nuove
assunzioni sono più volte andati deserti, e ha esteso la ricerca a chi possiede
titoli di studio conseguiti all’estero per copire i reparti a corto di camici.
IL PESO DELLA SANITÀ PRIVATA
Come supplire a queste mancanze? Alcune Regioni hanno fatto ricorso alle
prestazioni “a gettone”, una toppa che non riguarda il Molise: con una spesa di
circa 400mila euro, è l’ente regionale che ha speso di meno in medici e
infermieri gettonisti dal 2019 al 2023. La stessa parsimonia non si riscontra
nel finanziamento della sanità privata che, sempre secondo il report Gimbe, è
secondo solo a quello del Lazio: nel 2023, il 28,7% della spesa sanitaria è
servito a rimborsare le prestazioni erogate dalle aziende convenzionate– una
percentuale che nel 2014 si fermava a 26,4%.
Il 16 gennaio scorso, durante il convegno “Il grande malato” all’Unimol di
Termoli, il presidente della Provincia di Campobasso, Pino Puchetti, ha
sollevato la questione: “In Molise dobbiamo decidere che cosa vogliamo fare e
dire la verità ai cittadini: vogliamo sostenere la sanità pubblica o aiutare
solo il privato?”. In Molise, nel 2024 il tetto di spesa per i privati
accreditati ammontava a oltre 100 milioni di euro: la prima struttura più
finanziata è il Responsible Research Hospital, seconda Neuromed della famiglia
dell’eurodeputato leghista Aldo Patriciello. La sede principale è l’Istituto
neurologico di Pozzilli, in provincia di Isernia. Considerata un centro
d’eccellenza, la struttura attrae pazienti da fuori Regione, e non è l’unica a
farlo: nel 2022, il Molise risulta ai vertici della classifica nazionale per la
mobilità sanitaria interregionale, con il 90,6% dei servizi erogati dalle
strutture private accreditate.
Ciò ha generato un paradosso: “Il Molise è un caso unico in Italia – ha
dichiarato Cartabellotta – è primo sia per mobilità attiva sanitaria che per
mobilità passiva pro capite”.
IL DISAVANZO
La sanità molisana è sotto commissariamento dal 2009. Nella relazione della
Corte dei conti al Parlamento sulla gestione dei servizi sanitari regionali
2023-2024, si indica che il disavanzo ha superato i 120 milioni di euro.
Nell’ultima legge di bilancio, sono stati stanziati 90 milioni di euro per la
Regione Molise, da erogare in due tranche di 45 milioni ciascuna per i prossimi
due anni e che sono destinati alla copertura del disavanzo sanitario pregresso.
Per ottenere i fondi però, è necessario che la Regione approvi un piano di
copertura del deficit da realizzare entro il 2027. Tempi che hanno scatenato le
proteste delle opposizioni: secondo il consigliere regionale Massimo Romano
(Costruire democrazia) è “tecnicamente impossibile” rispettarli. In caso
contrario, “lo Stato non erogherà i 90 milioni, e a quel punto per la regione
sarà bancarotta”, ha dichiarato a inizio anno. Il Piano operativo non è stato
effettivamente ancora approvato.
Gli attuali commissari sono l’avvocato Marco Bonamico e Ulisse Di Giacomo,
cardiologo in pensione ed ex assessore regionale con delega alla Sanità dal 2006
al 2008 durante la presidenza di Angelo Michele Iorio. A inizio 2026,
nell’ultima Conferenza dei sindaci, gli amministratori hanno incaricato i
parlamentari Elisabetta Lancellotta e Costanzo Della Porta (Fratelli d’Italia)
del compito di fare pressione nella capitale per convincere l’esecutivo a
passare la carica di commissario al presidente di Regione Roberti. Non sarebbe
la prima volta: nel 2021, il governo Draghi aveva conferito questa nomina
all’allora presidente Donato Toma.
Il diritto dei molisani a ricevere delle cure dipende dalle prossime decisioni
che verranno prese nei palazzi del potere. Un passaggio molto delicato a livello
politico, su cui pesano le previsioni di bilancio per l’anno corrente. “Non so
il Ministero come reagirà – chiude Castrataro – “se al parere della Corte dei
conti si aggiunge quello di Roma allora diciamo che il fosco diventa ancora più
fosco”. Tra i cartelli esposti durante la fiaccolata uno recitava: “Chi taglia
la sanità uccide due volte“. I molisani lo sanno bene, visto che nel giro di
pochi anni hanno visto chiudere gli ospedali di Agnone, Larino e Venafro. Un
passato difficile da dimenticare e un presente ancora tutto in salita.
L'articolo L’eterna crisi della sanità in Molise: dalla mancanza di personale ai
tagli delle guardie mediche. E il sindaco di Isernia da più di 40 notti dorme in
tenda davanti all’ospedale proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Giuseppe Pignataro
Non serve più chiedere ‘quanto guadagni’. Basta chiedere: ‘quanto puoi
aspettare?’. Nel nostro Paese la disuguaglianza ha assunto una forma nuova e
quasi elegante: è una disuguaglianza di tempo. Tempo per una visita, per un
esame, per un referto. Tempo che, quando manca, si trasforma in rinuncia. E
quando la rinuncia diventa un’abitudine statistica, un diritto costituzionale
smette di essere un diritto: diventa una speranza.
Nel 2024, secondo l’Istat, ha rinunciato a visite o accertamenti ‘pur avendone
bisogno’ il 9,9% della popolazione: circa 5,8 milioni di persone. Un anno prima
erano il 7,6% (circa 4,5 milioni). La crescita non è un dettaglio: è un cambio
di regime. Le cause raccontano la gerarchia del sistema: il 6,8% dichiara di
aver rinunciato per liste d’attesa (era 4,5% nel 2023); il 5,3% per motivi
economici (era 4,2%); l’1,3% per la scomodità di raggiungere i servizi (era
1,0%).
E, parallelamente, aumenta di quattro punti il ricorso al privato ‘a proprie
spese’: la quota di chi ha pagato interamente l’ultima prestazione specialistica
sale dal 19,9% al 23,9%.
Non è un fenomeno nato ieri. L’Istat ricorda che già nel 2017 la rinuncia era
all’8,1%; oggi siamo al 9,9%, segno che il peggioramento è post-pandemico ma non
solo: è la spia di una fatica strutturale. Anche le ragioni cambiano: nel
Centro-Nord la rinuncia è trainata soprattutto dalle liste d’attesa (7,3% al
Centro e 6,9% al Nord), mentre nel Mezzogiorno il peso dei costi resta
equivalente. E il divario di genere è una ferita particolare: tra i 25 e i 34
anni rinuncia il 12,5% delle donne contro il 6,7% degli uomini. Non si tratta,
quindi, di un problema confinato alla marginalità estrema: attraversa classi
medie, età centrali, territori produttivi. Perfino il titolo di studio protegge
poco: tra i 25 anni e più rinuncia il 10,7% di chi ha un titolo terziario,
contro l’11,8% di chi ha al massimo la scuola secondaria inferiore. È come se il
Paese avesse smesso di garantire una soglia minima di esigibilità comune.
La rinuncia non colpisce in modo neutrale: è socialmente selettiva. Rinunciano
di più le donne (11,4%) rispetto agli uomini (8,3%). Il picco si osserva tra i
45 e i 54 anni (13,4%): età in cui si regge famiglia e lavoro, e il tempo
diventa un bene scarso. Il territorio, poi, disegna una geografia morale: Nord
9,2%, Centro 10,7%, Mezzogiorno 10,3%. In Sardegna la rinuncia tocca il 17,2%. E
nel Mezzogiorno la rinuncia per liste d’attesa è pari a quella per ragioni
economiche (6,3%): qui l’attesa e il reddito si sommano, non si sostituiscono.
Nel frattempo, la ‘sanità mista’ avanza senza dichiarazione politica. Secondo la
Fondazione Gimbe, nel 2024 la spesa sanitaria pagata direttamente dalle famiglie
(out-of-pocket) arriva a 41,3 miliardi, pari al 22,3% della spesa sanitaria
totale, ben oltre la soglia del 15% raccomandata dall’Oms per non mettere a
rischio accessibilità e uguaglianza. Quasi un euro su quattro è sborsato dai
cittadini: è la privatizzazione come gesto quotidiano, non come riforma.
Il risultato è un doppio canale che seleziona. Da una parte il pubblico, che
promette universalismo ma distribuisce attese; dall’altra il mercato, che offre
velocità a chi può pagare. E perfino quando il privato è ‘coperto’ da fondi e
assicurazioni, si crea una cittadinanza a strati: nel 2024, la spesa
intermediata dai cosiddetti terzi paganti (fondi sanitari, casse, assicurazioni)
raggiunge 6,36 miliardi. È un ecosistema che cresce dove il servizio pubblico
arretra: non sostituisce il Ssn, lo riscrive, pezzo dopo pezzo, come un
abbonamento.
Qui la filosofia non è un abbellimento: è un test di realtà. Rawls chiamerebbe
‘ingiuste’ le disuguaglianze che non migliorano la posizione dei più
svantaggiati; Sen ricorderebbe che la povertà è, prima di tutto, perdita di
capacità: la capacità di curarsi, di lavorare, di scegliere. E Arendt ci
obbligherebbe a una domanda semplice: un diritto esiste davvero se dipende dal
portafoglio o dalla pazienza?
Il punto non è negare che risorse e vincoli contino. Il punto è decidere che
cosa conti di più. Quando l’accesso alle cure diventa una funzione del tempo e
del reddito, la disuguaglianza smette di essere un tema economico e diventa un
principio di organizzazione della vita. Il bilancio di fine anno, allora, non è
solo nei conti pubblici: è nelle rinunce private, una per una, finché non fanno
sistema. E questo, oggi, deve essere una delle priorità della policy pubblica.
L'articolo In Italia la disuguaglianza ha una nuova forma: il tempo d’attesa per
curarsi. Così un diritto diventa privilegio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Stiamo perdendo un altro anno. Il 2026 è alle porte. Sono anni che trascorrono
spesso nel silenzio delle persone di buona volontà. Guerre e epidemie si
susseguono ed occupano lo spazio del nostro vivere. Vicino o lontano da noi ma
comunque creano paura, incertezza e dubbi sul nostro futuro. Scrivendo queste
parole penso a tutti i giovani che dovranno affrontare la vita. Per pensare a
tutti loro parto da mia figlia Arianna che è in attesa di una/un erede di cui
sono felice che mi renderà nonno. Solo così il mondo può comunque continuare a
girare intorno al suo asse e vedere luce e il buio susseguirsi.
Per non dimenticare sono contento che la Commissione bicamerale del Covid, che
resta una pagina buia della storia recente, abbia continuato i suoi lavori non
per condannare, non è un tribunale, ma per spiegare passo dopo passo i dubbi e
le certezze di quello che abbiamo dovuto subire. Peccato che non ci sia una
Commissione che studi quello che non abbiamo fatto per tutti noi in questi
cinque anni per evitare una ricaduta di una malattia così grave.
Se non sapete cosa regalare, regalate la speranza di un mondo migliore. Regalate
la certezza di non voler dimenticare perché solo con un passato si può avere un
futuro. Fate una donazione, se credete, alla associazione sereniesempreuniti, di
cui sono consigliere, per poter continuare a lottare per la verità e per dare
idee per un futuro per tutti, non solo per chi ha maggiori possibilità.
In questa ottica leggo che negli ultimi tre anni sono enormemente aumentati le
nuove forme assicurative in sanità. Nel ramo malattie sono aumentati i volumi
dai 3,3 miliardi del 2021 agli attuali 5,3 con un incremento del 60%. Una
enormità forse direttamente dipendente dall’incertezza di certezze per una
giusta e veloce diagnosi e cura. Ancor più rilevante se si considera il fatto
che ormai, secondo l’Istat, circa sei milioni di italiani rinunciano a curarsi
per le lunghe liste di attesa, come ho più volte scritto “inventate” per
favorire il privato, non avendo disponibilità economica.
Curiamo tutti insieme il nostro Sistema Sanitario Nazionale perché sono certo
che è sempre meglio della migliore forma assicurativa che spesso non cura tutto.
Questo è l’augurio che mi faccio e che ogni giorno da ormai decenni cerco di
mettere in pratica con proposte utili.
A voi che mi leggete vi auguro buona salute e lascio anche da questo mio spazio
un augurio particolare a mia figlia Arianna che possa avere nel 2026 il frutto
del suo amore con Luca che servirà a far continuare a girare il mondo con
rinnovata speranza e con i nuovi occhi di un nuovo essere.
L'articolo Per il 2026 ci auguro un vero Sistema Sanitario Nazionale per tutti
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La riforma Bernini, lanciata con slogan populisti, ha alimentato l’illusione
che laureare più medici fosse la panacea per risolvere i problemi del servizio
sanitario nazionale”. A dirlo è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione
Gimbe. Nell’ultima analisi pubblicata, l’organizzazione no-profit critica
l’intervento della ministra dell’Università. Una riflessione che arriva dopo “il
flop annunciato di una riforma superflua” e le polemiche sul semestre filtro.
Secondo Cartabellotta, “il problema italiano non è rappresentato dalla mancanza
di medici in termini assoluti” ma “da carenze selettive, perché sempre meno
giovani scelgono la medicina generale e alcune specialità cruciali, ma poco
attrattive”. Secondo Gimbe, infatti, l’Italia ha 5,4 medici ogni 1.000 abitanti,
una dotazione al di sopra della media Ocse e dei Paesi europei: un’analisi che
trova riscontro anche nei dati di Eurostat per il 2023. Il problema strutturale
dunque, non è quello della carenza di medici. Neanche per il futuro, dato che
l’aumento dei posti nei corsi di laurea in medicina e chirurgia, cresciuti del
51% solo negli ultimi tre anni, compensa i pensionamenti attesi. Anzi, “il forte
incremento degli accessi rischia di produrre, nel medio-lungo periodo, un numero
di laureati superiore alle reali capacità di assorbimento del servizio
sanitario”, precisa Cartabellotta.
L’allarme è invece rappresentanto dalla fuga dalla sanità pubblica, per niente
attrattiva: quasi 93mila medici, pari al 29,4% del totale, non lavorano nel
pubblico come dipendenti o convenzionati, né risultano inseriti in percorsi
formativi post-laurea: basti pensare al fenomeno dei medici gettonisti. Le
carenze riguardano invece la medicina di base, in cui secondo Gimbe mancano
5.575 unità per garantire il diritto alla cura alle cittadine e ai cittadini del
nostro Paese. Questi dati, denuncia Gimbe, smentiscono la narrazione frutto di
una propaganda che non affronta la crisi del Sistema sanitario nazionale: “È
evidente che senza interventi mirati per risolvere queste criticità”, si legge
nel report, “la riforma rischia di utilizzare risorse pubbliche per formare una
nuova pletora medica destinata al libero mercato, in una sanità dove il pubblico
arretra e il privato avanza. E visto che gli obiettivi dichiarati, migliorare la
qualità della formazione e valorizzare capacità e merito, sono clamorosamente
falliti, è indispensabile mettere da parte polemiche politiche e procedere in
maniera costruttiva con la riforma della riforma”.
Ora, si ipotizza una sanatoria che ne “certifica il fallimento”, conclude
Cartabellotta: si passa” dall’ambiziosa pretesa di una selezione basata sul
merito all’inevitabile compromesso del 6 politico” che auspica “una riforma
della riforma“.
L'articolo Medicina, Gimbe sulla riforma Bernini: “Superflua, un flop
annunciato. Alimenta l’illusione che laureare più medici sia la soluzione”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli ospedali reggono, spesso grazie all’abnegazione e alla preparazione dei
professionisti. Il territorio invece cede, incapace di intercettare precocemente
i bisogni dei cittadini prima che diventino emergenze. Il quadro dell’Italia che
emerge dal rapporto Health at a Glance 2025 dell’Ocse – che analizza i sistemi
sanitari di 38 Paesi industrializzati – è quello di uno Stato che ha smesso di
investire nel proprio sistema sanitario, scaricando costi e responsabilità sul
personale rimasto e sui cittadini. L’Italia spende per la sanità 5.164 dollari
pro capite, ben sotto la media Ocse (5.967), un terzo in meno della Francia
(7.367) e oltre il 40% in meno della Germania (9.365). Una scelta politica che
ha delle conseguenze: le famiglie italiane sono tra quelle che pagano di più di
tasca propria per la loro salute in tutta Europa. La spesa sanitaria “out of
pocket” incide per il 3,5% sui consumi domestici. Contro il 2% della Francia e
il 2,5% della Germania. Il 48% di questa spesa privata è dedicato all’assistenza
ambulatoriale. È il secondo valore più alto dell’area, contro una media Ocse del
22%. Quello che dovrebbe essere garantito dal pubblico, dunque, è sempre più un
bene acquistato, anche per via delle lunghe liste d’attesa che spingono chi può
verso il privato, e chi non può verso la rinuncia. Facendo scivolare il Servizio
sanitario nazionale verso un modello sempre più frammentato e diseguale.
CRITICITÀ SUI FATTORI DI RISCHIO PER LA SALUTE
Anche per quanto riguarda i fattori di rischio per la salute, il rapporto
identifica e misura le criticità del sistema italiano. Nel nostro Paese vengono
prescritti più antibiotici rispetto alla media Ocse ed esiste un serio problema
di sedentarietà e di abitudini nocive, soprattutto tra i giovani: siamo terzi
per prevalenza di fumatori tra i 15enni (circa il 15%, dopo Ungheria e Bulgaria)
e secondi per consumo di alcol tra gli adolescenti, dietro solo alla Danimarca.
Per quanto riguarda l’attività fisica, il 45% degli adulti non ne fa abbastanza
(la media Ocse è del 30%) e gli adolescenti italiani risultano i meno attivi
dell’intera area, con un dato in deciso peggioramento negli ultimi dieci anni. A
questi fattori di rischio si aggiunge l’inquinamento: l’esposizione media al Pm
2,5 è di 14,3 microgrammi per metro cubo, anche in questo caso sopra la media
Ocse di 11,2 microgrammi.
LA CRISI DEGLI INFERMIERI
Altro punto critico identificato dal rapporto è quello del personale, in
particolare gli infermieri: l’Italia ne ha 6,9 per mille abitanti, contro una
media Ocse di 9,2. In Francia sono 11 e in Germania 13. Una carenza gravissima
che indebolisce ospedali, Rsa, servizi domiciliari e sanità territoriale. Senza
infermieri non possono esistere le Case di Comunità, così come non può essere
garantita un’adeguata assistenza domiciliare o la corretta presa in carico dei
pazienti cronici. Il problema, oltreché legato alle condizioni lavorative, è
economico: negli altri Paesi Ocse gli infermieri guadagnano in media il 20% in
più del salario medio nazionale. In Italia, al contrario, guadagnano meno della
media dei lavoratori a tempo pieno. Una condizione che rende la professione poco
attraente per i giovani e spinge molti professionisti a emigrare all’estero o a
spostarsi nel privato. In futuro la situazione non migliorerà: negli ultimi
dieci anni, mentre nei Paesi Ocse il numero di nuovi infermieri cresceva, in
Italia i laureati in infermieristica sono diminuiti del 20%. La professione è
percepita come faticosa, rischiosa e scarsamente retribuita. Tanto che i posti
nelle università restano vacanti a causa della mancanza di candidati.
L’ASSISTENZA A LUNGO TERMINE
Il rapporto fotografa inoltre una fragilità profonda nell’assistenza a lungo
termine: il nostro Paese conta solo 1,5 operatori ogni 100 over 65, contro una
media Ocse di 5. Un dato che pesa ancora di più se pensiamo che il nostro è uno
dei Paesi più anziani al mondo. Critico anche il dato sui posti letto: gli
ospedali italiani ne hanno 3 posti ogni mille abitanti, contro i 4,2 della media
Ocse e i 5,4 francesi e i 7,7 tedeschi.
GLI INDICATORI POSITIVI
Nonostante le carenze strutturali, la poca prevenzione e un crescente ricorso
alla spesa privata, l’Ssn, con il suo approccio universalistico, mostra ancora
dei risultati eccellenti su alcuni indicatori. Il nostro Paese, infatti,
continua a figurare tra quelli con la più alta aspettativa di vita al mondo
(83,5 anni, ovvero 2,4 in più rispetto alla media) e con un sistema ospedaliero
capace di garantire ottimi risultati nella cura delle urgenze, nonostante la
profonda crisi in cui versano i pronto soccorso: le mortalità post-infarto e
post-ictus sono più basse della media Ocse, così come la mortalità prevenibile e
quella curabile. Ma, come evidenzia il report, senza un’inversione di rotta –
soprattutto per quanto riguarda gli investimenti sul personale, la prevenzione e
il rafforzamento del territorio – l’Italia comprometterà presto anche questi
indicatori positivi, che oggi la collocano tra i Paesi più longevi e
clinicamente efficaci dell’Ocse.
L'articolo In Italia la spesa pubblica sanitaria è tra le più basse dei Paesi
Ocse. E le famiglie pagano di tasca propria molto più degli altri proviene da Il
Fatto Quotidiano.
di Angelo Bianco
Caro ministro Schillaci,
A qualcuno, certo non a Lei, non deve essere chiaro capire che anche il medico
ha un badge da timbrare, perché anche noi abbiamo un contratto da rispettare e
prevede un orario di lavoro, sono sei ore e venti per sei giorni lavorativi. Io,
per esempio, faccio il chirurgo, mi divido tra corsia, sala operatoria e
ambulatorio e non sono mai solo sei ore e venti perché, come usava dire un mio
antico primario, “ricordatevi sempre che noi non siamo ragionieri, siamo
chirurghi, noi non abbiamo un orologio, si va via dall’ospedale solo quando è
tutto finito”.
A qualcuno altro poi, ma mai a Lei, deve essere più oscuro capire che anche un
medico ha una famiglia e una vita privata, che occupano la sua vita un secondo
dopo che il badge ha suonato la fine delle attività quotidiane ospedaliere. Io,
per esempio, ho tre bambine piccole, una moglie e mi piace giocare a tennis
anche se il ginocchio comincia a “scricchiolare”, l’età avanza.
A tutti invece, meno ancora che sempre a Lei che è stato un medico, è proprio
davvero impossibile capire che noi, uno o più giorni al mese, possiamo scegliere
di sottrarre un paio d’ore alla nostra famiglia, ai nostri hobby o anche solo a
raccogliere margherite dal prato e dedicarli alla nostra attività di libera
professione. Io, per esempio, ho un’ora di intramoenia, ogni martedì, e la mia
visita specialistica di chirurgo proctologo, frutto di 12 anni di studi e
aggiornamento costante, vale 120 € lorde, io ne intasco il 35%, mica tutti –
come a tutti non è chiaro.
Cari tutti, meno ancora che Lei, ovvio, sig. ministro, questa è la vita di un
medico, a noi è facile capirne ogni passaggio, l’abbiamo scelta noi.
Io, per esempio, vivo così da 25 anni, tra santi tirati giù quando squilla il
telefono in piena notte per un’emergenza chirurgica, e madonne quando c’è una
denuncia.
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Mancano dieci anni alla mia pensione e di santi ne fanno uno al mese, c’è tanta
gente buona che muore e merita il paradiso, io ne avrei avuti ancora a
sufficienza per arrivare al fondo, magari passeggiando sempre più stancamente
tra le macerie di quel che resta della nostra dignità, oggetto di una campagna
di distruzione identitaria e di diffamazione professionale, tra Covid, no vax e
Google, per la quale siamo a turno “complottisti”, “assassini”, “ignoranti”. Mai
avrei pensato, però, di ritrovarmi un m giorno anche tra i “mercenari” ed è
proprio Lei, sig. ministro, a buttare scelleratamente questa nuova definizione
tra le fauci affamate del popolino, dichiarando di voler sospendere
l’intramoenia, adducendola a causa della lungaggine delle liste d’attesa, così
che, adesso, la nostra avidità è la principale di tutte le ragioni del disastro
del Ssn.
Lei ha chiuso il cerchio diffamatorio perché se la visita della qualunque ti è
prescritta a babbo morto, in fondo, è anche colpa dello specialista che invece,
privatamente, è prenotabile ieri: la gogna è servita, lo schema Covid si ripete.
Io non ci sto, adesso davvero basta. Sia chiaro a tutti, a Lei compreso signor
ministro, che la misura della pazienza è ormai colma. Da oggi anche io non
capisco più se, difronte a tanta reiterata ignoranza sui nostri diritti e
soprattutto a Lei che vuole cambiare i patti, ho ancora voglia di rispettare un
contratto, virgola oraria per virgola di diritto, di perseverare ad anteporre
l’ospedale alla mia famiglia e di rinunciare a praticare i miei hobby per non
averne il tempo, piuttosto che per la paura di una protesi.
Sia chiaro a tutto, in primis a me, che anche io sono tanto, tanto buono ma non
più mica tanto, tanto fesso. Io, per esempio, mi chiamo Angelo ma non ho
l’aureola, non ho ambizione di santità né tantomeno quella di “missionario”, che
è la sola definizione nella quale mi sono riconosciuto da sempre. Io da oggi,
per esempio, lavoro come un ragioniere, 6 ore e 20, tutti i giorni,
rigorosamente, come recita il contratto, poi dritto a casa e, una volta ogni
tanto, a giocare a padel. Ricordatevelo, tutti!
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L'articolo Ora per il ministro Schillaci l’avidità di noi medici è la principale
colpa del disastro del Ssn: ora basta! proviene da Il Fatto Quotidiano.