di Giuseppe Pignataro
Non serve più chiedere ‘quanto guadagni’. Basta chiedere: ‘quanto puoi
aspettare?’. Nel nostro Paese la disuguaglianza ha assunto una forma nuova e
quasi elegante: è una disuguaglianza di tempo. Tempo per una visita, per un
esame, per un referto. Tempo che, quando manca, si trasforma in rinuncia. E
quando la rinuncia diventa un’abitudine statistica, un diritto costituzionale
smette di essere un diritto: diventa una speranza.
Nel 2024, secondo l’Istat, ha rinunciato a visite o accertamenti ‘pur avendone
bisogno’ il 9,9% della popolazione: circa 5,8 milioni di persone. Un anno prima
erano il 7,6% (circa 4,5 milioni). La crescita non è un dettaglio: è un cambio
di regime. Le cause raccontano la gerarchia del sistema: il 6,8% dichiara di
aver rinunciato per liste d’attesa (era 4,5% nel 2023); il 5,3% per motivi
economici (era 4,2%); l’1,3% per la scomodità di raggiungere i servizi (era
1,0%).
E, parallelamente, aumenta di quattro punti il ricorso al privato ‘a proprie
spese’: la quota di chi ha pagato interamente l’ultima prestazione specialistica
sale dal 19,9% al 23,9%.
Non è un fenomeno nato ieri. L’Istat ricorda che già nel 2017 la rinuncia era
all’8,1%; oggi siamo al 9,9%, segno che il peggioramento è post-pandemico ma non
solo: è la spia di una fatica strutturale. Anche le ragioni cambiano: nel
Centro-Nord la rinuncia è trainata soprattutto dalle liste d’attesa (7,3% al
Centro e 6,9% al Nord), mentre nel Mezzogiorno il peso dei costi resta
equivalente. E il divario di genere è una ferita particolare: tra i 25 e i 34
anni rinuncia il 12,5% delle donne contro il 6,7% degli uomini. Non si tratta,
quindi, di un problema confinato alla marginalità estrema: attraversa classi
medie, età centrali, territori produttivi. Perfino il titolo di studio protegge
poco: tra i 25 anni e più rinuncia il 10,7% di chi ha un titolo terziario,
contro l’11,8% di chi ha al massimo la scuola secondaria inferiore. È come se il
Paese avesse smesso di garantire una soglia minima di esigibilità comune.
La rinuncia non colpisce in modo neutrale: è socialmente selettiva. Rinunciano
di più le donne (11,4%) rispetto agli uomini (8,3%). Il picco si osserva tra i
45 e i 54 anni (13,4%): età in cui si regge famiglia e lavoro, e il tempo
diventa un bene scarso. Il territorio, poi, disegna una geografia morale: Nord
9,2%, Centro 10,7%, Mezzogiorno 10,3%. In Sardegna la rinuncia tocca il 17,2%. E
nel Mezzogiorno la rinuncia per liste d’attesa è pari a quella per ragioni
economiche (6,3%): qui l’attesa e il reddito si sommano, non si sostituiscono.
Nel frattempo, la ‘sanità mista’ avanza senza dichiarazione politica. Secondo la
Fondazione Gimbe, nel 2024 la spesa sanitaria pagata direttamente dalle famiglie
(out-of-pocket) arriva a 41,3 miliardi, pari al 22,3% della spesa sanitaria
totale, ben oltre la soglia del 15% raccomandata dall’Oms per non mettere a
rischio accessibilità e uguaglianza. Quasi un euro su quattro è sborsato dai
cittadini: è la privatizzazione come gesto quotidiano, non come riforma.
Il risultato è un doppio canale che seleziona. Da una parte il pubblico, che
promette universalismo ma distribuisce attese; dall’altra il mercato, che offre
velocità a chi può pagare. E perfino quando il privato è ‘coperto’ da fondi e
assicurazioni, si crea una cittadinanza a strati: nel 2024, la spesa
intermediata dai cosiddetti terzi paganti (fondi sanitari, casse, assicurazioni)
raggiunge 6,36 miliardi. È un ecosistema che cresce dove il servizio pubblico
arretra: non sostituisce il Ssn, lo riscrive, pezzo dopo pezzo, come un
abbonamento.
Qui la filosofia non è un abbellimento: è un test di realtà. Rawls chiamerebbe
‘ingiuste’ le disuguaglianze che non migliorano la posizione dei più
svantaggiati; Sen ricorderebbe che la povertà è, prima di tutto, perdita di
capacità: la capacità di curarsi, di lavorare, di scegliere. E Arendt ci
obbligherebbe a una domanda semplice: un diritto esiste davvero se dipende dal
portafoglio o dalla pazienza?
Il punto non è negare che risorse e vincoli contino. Il punto è decidere che
cosa conti di più. Quando l’accesso alle cure diventa una funzione del tempo e
del reddito, la disuguaglianza smette di essere un tema economico e diventa un
principio di organizzazione della vita. Il bilancio di fine anno, allora, non è
solo nei conti pubblici: è nelle rinunce private, una per una, finché non fanno
sistema. E questo, oggi, deve essere una delle priorità della policy pubblica.
L'articolo In Italia la disuguaglianza ha una nuova forma: il tempo d’attesa per
curarsi. Così un diritto diventa privilegio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Sistema Sanitario Nazionale
Stiamo perdendo un altro anno. Il 2026 è alle porte. Sono anni che trascorrono
spesso nel silenzio delle persone di buona volontà. Guerre e epidemie si
susseguono ed occupano lo spazio del nostro vivere. Vicino o lontano da noi ma
comunque creano paura, incertezza e dubbi sul nostro futuro. Scrivendo queste
parole penso a tutti i giovani che dovranno affrontare la vita. Per pensare a
tutti loro parto da mia figlia Arianna che è in attesa di una/un erede di cui
sono felice che mi renderà nonno. Solo così il mondo può comunque continuare a
girare intorno al suo asse e vedere luce e il buio susseguirsi.
Per non dimenticare sono contento che la Commissione bicamerale del Covid, che
resta una pagina buia della storia recente, abbia continuato i suoi lavori non
per condannare, non è un tribunale, ma per spiegare passo dopo passo i dubbi e
le certezze di quello che abbiamo dovuto subire. Peccato che non ci sia una
Commissione che studi quello che non abbiamo fatto per tutti noi in questi
cinque anni per evitare una ricaduta di una malattia così grave.
Se non sapete cosa regalare, regalate la speranza di un mondo migliore. Regalate
la certezza di non voler dimenticare perché solo con un passato si può avere un
futuro. Fate una donazione, se credete, alla associazione sereniesempreuniti, di
cui sono consigliere, per poter continuare a lottare per la verità e per dare
idee per un futuro per tutti, non solo per chi ha maggiori possibilità.
In questa ottica leggo che negli ultimi tre anni sono enormemente aumentati le
nuove forme assicurative in sanità. Nel ramo malattie sono aumentati i volumi
dai 3,3 miliardi del 2021 agli attuali 5,3 con un incremento del 60%. Una
enormità forse direttamente dipendente dall’incertezza di certezze per una
giusta e veloce diagnosi e cura. Ancor più rilevante se si considera il fatto
che ormai, secondo l’Istat, circa sei milioni di italiani rinunciano a curarsi
per le lunghe liste di attesa, come ho più volte scritto “inventate” per
favorire il privato, non avendo disponibilità economica.
Curiamo tutti insieme il nostro Sistema Sanitario Nazionale perché sono certo
che è sempre meglio della migliore forma assicurativa che spesso non cura tutto.
Questo è l’augurio che mi faccio e che ogni giorno da ormai decenni cerco di
mettere in pratica con proposte utili.
A voi che mi leggete vi auguro buona salute e lascio anche da questo mio spazio
un augurio particolare a mia figlia Arianna che possa avere nel 2026 il frutto
del suo amore con Luca che servirà a far continuare a girare il mondo con
rinnovata speranza e con i nuovi occhi di un nuovo essere.
L'articolo Per il 2026 ci auguro un vero Sistema Sanitario Nazionale per tutti
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La riforma Bernini, lanciata con slogan populisti, ha alimentato l’illusione
che laureare più medici fosse la panacea per risolvere i problemi del servizio
sanitario nazionale”. A dirlo è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione
Gimbe. Nell’ultima analisi pubblicata, l’organizzazione no-profit critica
l’intervento della ministra dell’Università. Una riflessione che arriva dopo “il
flop annunciato di una riforma superflua” e le polemiche sul semestre filtro.
Secondo Cartabellotta, “il problema italiano non è rappresentato dalla mancanza
di medici in termini assoluti” ma “da carenze selettive, perché sempre meno
giovani scelgono la medicina generale e alcune specialità cruciali, ma poco
attrattive”. Secondo Gimbe, infatti, l’Italia ha 5,4 medici ogni 1.000 abitanti,
una dotazione al di sopra della media Ocse e dei Paesi europei: un’analisi che
trova riscontro anche nei dati di Eurostat per il 2023. Il problema strutturale
dunque, non è quello della carenza di medici. Neanche per il futuro, dato che
l’aumento dei posti nei corsi di laurea in medicina e chirurgia, cresciuti del
51% solo negli ultimi tre anni, compensa i pensionamenti attesi. Anzi, “il forte
incremento degli accessi rischia di produrre, nel medio-lungo periodo, un numero
di laureati superiore alle reali capacità di assorbimento del servizio
sanitario”, precisa Cartabellotta.
L’allarme è invece rappresentanto dalla fuga dalla sanità pubblica, per niente
attrattiva: quasi 93mila medici, pari al 29,4% del totale, non lavorano nel
pubblico come dipendenti o convenzionati, né risultano inseriti in percorsi
formativi post-laurea: basti pensare al fenomeno dei medici gettonisti. Le
carenze riguardano invece la medicina di base, in cui secondo Gimbe mancano
5.575 unità per garantire il diritto alla cura alle cittadine e ai cittadini del
nostro Paese. Questi dati, denuncia Gimbe, smentiscono la narrazione frutto di
una propaganda che non affronta la crisi del Sistema sanitario nazionale: “È
evidente che senza interventi mirati per risolvere queste criticità”, si legge
nel report, “la riforma rischia di utilizzare risorse pubbliche per formare una
nuova pletora medica destinata al libero mercato, in una sanità dove il pubblico
arretra e il privato avanza. E visto che gli obiettivi dichiarati, migliorare la
qualità della formazione e valorizzare capacità e merito, sono clamorosamente
falliti, è indispensabile mettere da parte polemiche politiche e procedere in
maniera costruttiva con la riforma della riforma”.
Ora, si ipotizza una sanatoria che ne “certifica il fallimento”, conclude
Cartabellotta: si passa” dall’ambiziosa pretesa di una selezione basata sul
merito all’inevitabile compromesso del 6 politico” che auspica “una riforma
della riforma“.
L'articolo Medicina, Gimbe sulla riforma Bernini: “Superflua, un flop
annunciato. Alimenta l’illusione che laureare più medici sia la soluzione”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli ospedali reggono, spesso grazie all’abnegazione e alla preparazione dei
professionisti. Il territorio invece cede, incapace di intercettare precocemente
i bisogni dei cittadini prima che diventino emergenze. Il quadro dell’Italia che
emerge dal rapporto Health at a Glance 2025 dell’Ocse – che analizza i sistemi
sanitari di 38 Paesi industrializzati – è quello di uno Stato che ha smesso di
investire nel proprio sistema sanitario, scaricando costi e responsabilità sul
personale rimasto e sui cittadini. L’Italia spende per la sanità 5.164 dollari
pro capite, ben sotto la media Ocse (5.967), un terzo in meno della Francia
(7.367) e oltre il 40% in meno della Germania (9.365). Una scelta politica che
ha delle conseguenze: le famiglie italiane sono tra quelle che pagano di più di
tasca propria per la loro salute in tutta Europa. La spesa sanitaria “out of
pocket” incide per il 3,5% sui consumi domestici. Contro il 2% della Francia e
il 2,5% della Germania. Il 48% di questa spesa privata è dedicato all’assistenza
ambulatoriale. È il secondo valore più alto dell’area, contro una media Ocse del
22%. Quello che dovrebbe essere garantito dal pubblico, dunque, è sempre più un
bene acquistato, anche per via delle lunghe liste d’attesa che spingono chi può
verso il privato, e chi non può verso la rinuncia. Facendo scivolare il Servizio
sanitario nazionale verso un modello sempre più frammentato e diseguale.
CRITICITÀ SUI FATTORI DI RISCHIO PER LA SALUTE
Anche per quanto riguarda i fattori di rischio per la salute, il rapporto
identifica e misura le criticità del sistema italiano. Nel nostro Paese vengono
prescritti più antibiotici rispetto alla media Ocse ed esiste un serio problema
di sedentarietà e di abitudini nocive, soprattutto tra i giovani: siamo terzi
per prevalenza di fumatori tra i 15enni (circa il 15%, dopo Ungheria e Bulgaria)
e secondi per consumo di alcol tra gli adolescenti, dietro solo alla Danimarca.
Per quanto riguarda l’attività fisica, il 45% degli adulti non ne fa abbastanza
(la media Ocse è del 30%) e gli adolescenti italiani risultano i meno attivi
dell’intera area, con un dato in deciso peggioramento negli ultimi dieci anni. A
questi fattori di rischio si aggiunge l’inquinamento: l’esposizione media al Pm
2,5 è di 14,3 microgrammi per metro cubo, anche in questo caso sopra la media
Ocse di 11,2 microgrammi.
LA CRISI DEGLI INFERMIERI
Altro punto critico identificato dal rapporto è quello del personale, in
particolare gli infermieri: l’Italia ne ha 6,9 per mille abitanti, contro una
media Ocse di 9,2. In Francia sono 11 e in Germania 13. Una carenza gravissima
che indebolisce ospedali, Rsa, servizi domiciliari e sanità territoriale. Senza
infermieri non possono esistere le Case di Comunità, così come non può essere
garantita un’adeguata assistenza domiciliare o la corretta presa in carico dei
pazienti cronici. Il problema, oltreché legato alle condizioni lavorative, è
economico: negli altri Paesi Ocse gli infermieri guadagnano in media il 20% in
più del salario medio nazionale. In Italia, al contrario, guadagnano meno della
media dei lavoratori a tempo pieno. Una condizione che rende la professione poco
attraente per i giovani e spinge molti professionisti a emigrare all’estero o a
spostarsi nel privato. In futuro la situazione non migliorerà: negli ultimi
dieci anni, mentre nei Paesi Ocse il numero di nuovi infermieri cresceva, in
Italia i laureati in infermieristica sono diminuiti del 20%. La professione è
percepita come faticosa, rischiosa e scarsamente retribuita. Tanto che i posti
nelle università restano vacanti a causa della mancanza di candidati.
L’ASSISTENZA A LUNGO TERMINE
Il rapporto fotografa inoltre una fragilità profonda nell’assistenza a lungo
termine: il nostro Paese conta solo 1,5 operatori ogni 100 over 65, contro una
media Ocse di 5. Un dato che pesa ancora di più se pensiamo che il nostro è uno
dei Paesi più anziani al mondo. Critico anche il dato sui posti letto: gli
ospedali italiani ne hanno 3 posti ogni mille abitanti, contro i 4,2 della media
Ocse e i 5,4 francesi e i 7,7 tedeschi.
GLI INDICATORI POSITIVI
Nonostante le carenze strutturali, la poca prevenzione e un crescente ricorso
alla spesa privata, l’Ssn, con il suo approccio universalistico, mostra ancora
dei risultati eccellenti su alcuni indicatori. Il nostro Paese, infatti,
continua a figurare tra quelli con la più alta aspettativa di vita al mondo
(83,5 anni, ovvero 2,4 in più rispetto alla media) e con un sistema ospedaliero
capace di garantire ottimi risultati nella cura delle urgenze, nonostante la
profonda crisi in cui versano i pronto soccorso: le mortalità post-infarto e
post-ictus sono più basse della media Ocse, così come la mortalità prevenibile e
quella curabile. Ma, come evidenzia il report, senza un’inversione di rotta –
soprattutto per quanto riguarda gli investimenti sul personale, la prevenzione e
il rafforzamento del territorio – l’Italia comprometterà presto anche questi
indicatori positivi, che oggi la collocano tra i Paesi più longevi e
clinicamente efficaci dell’Ocse.
L'articolo In Italia la spesa pubblica sanitaria è tra le più basse dei Paesi
Ocse. E le famiglie pagano di tasca propria molto più degli altri proviene da Il
Fatto Quotidiano.
di Angelo Bianco
Caro ministro Schillaci,
A qualcuno, certo non a Lei, non deve essere chiaro capire che anche il medico
ha un badge da timbrare, perché anche noi abbiamo un contratto da rispettare e
prevede un orario di lavoro, sono sei ore e venti per sei giorni lavorativi. Io,
per esempio, faccio il chirurgo, mi divido tra corsia, sala operatoria e
ambulatorio e non sono mai solo sei ore e venti perché, come usava dire un mio
antico primario, “ricordatevi sempre che noi non siamo ragionieri, siamo
chirurghi, noi non abbiamo un orologio, si va via dall’ospedale solo quando è
tutto finito”.
A qualcuno altro poi, ma mai a Lei, deve essere più oscuro capire che anche un
medico ha una famiglia e una vita privata, che occupano la sua vita un secondo
dopo che il badge ha suonato la fine delle attività quotidiane ospedaliere. Io,
per esempio, ho tre bambine piccole, una moglie e mi piace giocare a tennis
anche se il ginocchio comincia a “scricchiolare”, l’età avanza.
A tutti invece, meno ancora che sempre a Lei che è stato un medico, è proprio
davvero impossibile capire che noi, uno o più giorni al mese, possiamo scegliere
di sottrarre un paio d’ore alla nostra famiglia, ai nostri hobby o anche solo a
raccogliere margherite dal prato e dedicarli alla nostra attività di libera
professione. Io, per esempio, ho un’ora di intramoenia, ogni martedì, e la mia
visita specialistica di chirurgo proctologo, frutto di 12 anni di studi e
aggiornamento costante, vale 120 € lorde, io ne intasco il 35%, mica tutti –
come a tutti non è chiaro.
Cari tutti, meno ancora che Lei, ovvio, sig. ministro, questa è la vita di un
medico, a noi è facile capirne ogni passaggio, l’abbiamo scelta noi.
Io, per esempio, vivo così da 25 anni, tra santi tirati giù quando squilla il
telefono in piena notte per un’emergenza chirurgica, e madonne quando c’è una
denuncia.
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Mancano dieci anni alla mia pensione e di santi ne fanno uno al mese, c’è tanta
gente buona che muore e merita il paradiso, io ne avrei avuti ancora a
sufficienza per arrivare al fondo, magari passeggiando sempre più stancamente
tra le macerie di quel che resta della nostra dignità, oggetto di una campagna
di distruzione identitaria e di diffamazione professionale, tra Covid, no vax e
Google, per la quale siamo a turno “complottisti”, “assassini”, “ignoranti”. Mai
avrei pensato, però, di ritrovarmi un m giorno anche tra i “mercenari” ed è
proprio Lei, sig. ministro, a buttare scelleratamente questa nuova definizione
tra le fauci affamate del popolino, dichiarando di voler sospendere
l’intramoenia, adducendola a causa della lungaggine delle liste d’attesa, così
che, adesso, la nostra avidità è la principale di tutte le ragioni del disastro
del Ssn.
Lei ha chiuso il cerchio diffamatorio perché se la visita della qualunque ti è
prescritta a babbo morto, in fondo, è anche colpa dello specialista che invece,
privatamente, è prenotabile ieri: la gogna è servita, lo schema Covid si ripete.
Io non ci sto, adesso davvero basta. Sia chiaro a tutti, a Lei compreso signor
ministro, che la misura della pazienza è ormai colma. Da oggi anche io non
capisco più se, difronte a tanta reiterata ignoranza sui nostri diritti e
soprattutto a Lei che vuole cambiare i patti, ho ancora voglia di rispettare un
contratto, virgola oraria per virgola di diritto, di perseverare ad anteporre
l’ospedale alla mia famiglia e di rinunciare a praticare i miei hobby per non
averne il tempo, piuttosto che per la paura di una protesi.
Sia chiaro a tutto, in primis a me, che anche io sono tanto, tanto buono ma non
più mica tanto, tanto fesso. Io, per esempio, mi chiamo Angelo ma non ho
l’aureola, non ho ambizione di santità né tantomeno quella di “missionario”, che
è la sola definizione nella quale mi sono riconosciuto da sempre. Io da oggi,
per esempio, lavoro come un ragioniere, 6 ore e 20, tutti i giorni,
rigorosamente, come recita il contratto, poi dritto a casa e, una volta ogni
tanto, a giocare a padel. Ricordatevelo, tutti!
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CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA
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L'articolo Ora per il ministro Schillaci l’avidità di noi medici è la principale
colpa del disastro del Ssn: ora basta! proviene da Il Fatto Quotidiano.