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Perché il tema delle liste d’attesa esiste, ma non è il problema fondamentale della nostra sanità
Il tema delle liste di attesa si è imposto nei media e nel dibattito politico come il problema fondamentale del Ssn, a volte per provarne la non sostenibilità. Ritengo che il dibattito sia poco informato e spesso fuorviante. Vediamo perché. La normativa prevede che le prescrizioni di visite ed esami strumentali siano classificate in quattro categorie: urgente (U), breve (B), differibile (D) e Programmabile (P). Gran parte della discussione si concentra sulla categoria D, perché il Ssn risponde relativamente bene alle prestazioni urgenti o che devono essere erogate in tempi brevi. Appartengono a queste classi tutti i casi in cui la condizione è potenzialmente seria e tempo-dipendente: intervenire con rapidità fa la differenza. Certo, non mancano eccezioni ma il Ssn, giustamente, dà priorità ai pazienti classificati in queste due categorie. La categoria P riguarda principalmente pazienti già presi in carico per cui si programmano esami strumentali e di controllo. Qui in alcune realtà le situazioni possono essere più critiche perché il tema è la presa in carico. Si tratta di pazienti che necessitano di essere sistematicamente seguiti nel tempo e a volte i modelli di presa in carico non funzionano, banalmente perché dopo una visita al paziente non vengono prenotate le prestazioni successive, che devono avvenire entro 180 giorni. In realtà, gran parte del problema riguarda le prestazioni differibili (D). Le condizioni sottostanti sono molto varie, ma hanno in comune una valutazione da parte del Medico di Medicina Generale come non prioritarie. A volte risultano da una domanda del paziente più che da una valutazione clinica. Esempi possono essere un uomo sano che, senza sintomi, vuole fare accertamenti cardiologici (ad es. eco-doppler) o una giovane donna senza fattori di rischio che vuole effettuare una mammografia. Il Mmg potrebbe non prescrivere del tutto le prestazioni oppure, appunto, indicare che sono differibili. E’ su prestazioni come queste che sta aumentando molto la domanda, in parte per una ragionevole richiesta di prevenzione, ma dall’altro per spinte improprie che tendono a medicalizzare eccessivamente la salute, compresa la prevenzione. Il punto è che soddisfare tutta questa domanda è quasi una mission impossible. In quanto gratuito, il Ssn non può usare il meccanismo “tradizionale” del prezzo per razionare la domanda, principalmente per motivi di equità. Cosa può quindi fare? La prima azione è far sì che gli Mmg lavorino meglio con i pazienti per filtrare richieste non appropriate e per spiegare loro che anche nella prevenzione ci sono prestazioni che possono essere inutili se non addirittura iatrogene. Il tumore al seno a 30 anni è molto raro e lo screening opportunistico (cioè al di fuori dei programmi pubblici) non solo trova pochissimi tumori (nell’ordine di 1 ogni 10.000 esami), ma il rischio di falsi positivi è molto alto (il numero di sospetti tumori che poi non si rivelano tali) e questo crea ansia e prestazioni evitabili. Il Mmg dovrebbe spiegarlo alla paziente, dirle di palparsi il seno regolarmente per individuare eventuali anomalie, spiegarle i fattori di rischio del tumore al seno (ad es. consumo di alcol) e tranquillizzarla. In termini più generali, la domanda va governata tramite informazioni e il recupero di un principio fondamentale: i pazienti possono esprimere un bisogno ma la domanda di servizi specialistici è funzione del medico. Poi, tornando all’esempio sopra, se la donna vuole comunque procedere, ci sta che avvenga ma con risorse proprie. D’altra parte la mammografia senza fattori di rischio a 30 anni non è inclusa nei Lea. Altre prestazioni differibili possono essere appropriate e le norme prevedono che siano erogate entro 30 (visite) e 60 (diagnostica) giorni. La realtà è a macchie di leopardo sia rispetto alle discipline che al territorio. Ad esempio, i tempi vengono sforati spesso in oculistica e dermatologia, e anche nelle stesse regioni si trovano strutture con buoni tempi di attesa e altre con tempi inammissibili. Due sono le cause di questa eterogeneità: la disponibilità di professionisti perché sono insufficienti in alcune discipline per errori di programmazione e per effetto della competizione del privato, e la bassa produttività di alcune strutture (un tema principalmente manageriale). Non voglio qui affermare che le liste di attesa non siano un problema. Sono il risultato di un sistema gratuito in cui è difficile gestire la domanda dei servizi in base a una razionalità clinica ed economica. La categorizzazione della domanda per livelli di urgenza è in linea con le migliori pratiche internazionali e anche le prestazioni differibili, se appropriate, devono avere risposta in tempi ragionevoli. Ma il problema delle liste di attesa ci sarà sempre perché le aspettative dei cittadini, a volte non adeguatamente informati e a volte condizionati impropriamente, eccedono le possibilità di un sistema pagato con le tasse. L'articolo Perché il tema delle liste d’attesa esiste, ma non è il problema fondamentale della nostra sanità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Curarsi in Molise è una lotteria. La carenza di personale è estrema, ma i concorsi vanno deserti. Liste d’attesa? Lunghissime, chi può sceglie il privato”
Massimo Peccianti è segretario di Anaao Assomed Molise, associazione rappresentativa di dirigenti medici e sanitari. Da molti anni è presente ai tavoli istituzionali per la sanità molisana, commissariata da circa un ventennio. Nelle scorse settimane, la questione ha ricevuto rilevanza mediatica grazie al presidio in tenda del sindaco d’Isernia Piero Castrataro e la fiaccolata per le vie cittadine, una mobilitazione che ha fatto scendere in strada più di 7mila persone. Cosa significa curarsi in Molise? E’ una lotteria. Se non hai un bisogno estremo puoi anche seguire le vie normali e magari aspetti molto tempo. Se invece il bisogno è più urgente, si finisce per cercare un medico privato o un convenzionato a cui sia stata data la possibilità di effettuare quella specifica visita. Tuttavia, non tutti i convenzionati possono fare tutto: alcuni hanno l’autorizzazione per determinate prestazioni, altri no. In casi urgenti cosa si può fare? L’unica opzione è il Pronto soccorso, quello c’è sempre. Naturalmente bisogna mettere in conto l’attesa di un’intera giornata. Molti pazienti sono scoraggiati perché sanno che si entra un giorno e si esce quello successivo. Però in caso di necessità non c’è alternativa: è l’unico sistema rimasto. Secondo me, il Pronto soccorso andrebbe potenziato prima di ogni altra cosa. Tra tutti qual è il problema più grave? La carenza di personale è veramente estrema. L’Azienda sanitaria regionale del Molise bandisce concorsi in continuazione, ma vanno puntualmente deserti: se un bando è per dieci posti, si presentano in cinque e forse solo uno accetta l’assunzione. In passato sono arrivati medici cubani, alcuni dei quali sono ancora in servizio, e poi ci sono i “gettonisti” che coprono i turni in Pediatria al Cardarelli di Campobasso e a Isernia. In quali reparti si avverte di più questa carenza? In Pronto soccorso mancano soprattutto medici e al Cardarelli i turni sono spesso scoperti. Anche le visite specialistiche sono in difficoltà: il servizio non è sempre garantito, specialmente nel fine settimana quando il medico deve essere chiamato in urgenza. Mancano i letti per l’Osservazione breve intensiva e, soprattutto, pesano le difficoltà nel trasferire i pazienti nei reparti. Anche il 118 e la guardia medica stanno soffrendo: molti professionisti sono passati alla medicina generale e diverse postazioni sul territorio sono state chiuse, privando i cittadini di un presidio fondamentale. Cosa vuol dire oggi prenotare delle visite mediche in Molise? Sul territorio le liste sono lunghissime, specialmente per le ecografie e la prevenzione del tumore alla mammella. In endocrinologia gli appuntamenti vengono fissati anche a un anno di distanza. A questo si aggiunge una disfunzione cronica del sistema di prenotazione: negli ultimi anni la gestione amministrativa è cambiata quattro volte, segno di un meccanismo che non funziona. Sono state proposte soluzioni negli ultimi anni? Le Case di comunità dovrebbero essere un pilastro, ma presentano criticità profonde. Sono stati usati i fondi per ristrutturare i vecchi poliambulatori, ma spesso accorpando gli spazi e dimezzando gli ambulatori degli specialisti, creando disagi a chi ci lavora. Il problema resta la mancanza di personale: i medici di famiglia più anziani non sono tenuti a trasferirvisi e gli altri oppongono resistenza. Senza specialisti e senza integrazione, rischiano di restare cattedrali nel deserto. Come mai le assunzioni in Molise sono così basse? Oltre a motivi ambientali legati alle scuole di specializzazione, l’Asrem (azienda sanitaria ndr) non tratta bene i propri medici. Non vengono conferiti gli incarichi dirigenziali previsti dal contratto, il che scoraggia un giovane che vuole fare carriera. Ci sono poi inadempienze economiche: stiamo ancora aspettando il 20% dello stipendio accessorio del 2022. C’è una lentezza amministrativa che scoraggia chiunque. Questa incapacità gestionale travolge anche i pazienti? Sulla gestione delle liste d’attesa l’azienda adotta da anni strategie discutibili. Fino allo scorso anno, se a giugno le prestazioni erano sature fino a dicembre, le prenotazioni venivano semplicemente interrotte. È una pratica illegale, ma serviva a far risultare le liste pulite durante le verifiche autunnali: bloccando tutto, a novembre la lista appariva virtualmente azzerata per l’anno successivo. Qualcuno è intervenuto? Oggi le prenotazioni restano aperte, ma i tempi sono lunghi. Si usa quindi un escamotage: si chiede agli specialisti di riservare ore per i controlli, ma il sistema spesso non permette di prenotarli. Il venerdì queste ore vengono sbloccate e usate per le prime visite anziché per i controlli. Così, ai controlli aziendali, risulta che le visite siano state ottenute in tempi record, ma il problema del cittadino resta irrisolto. E questo cosa comporta? Chi può si rivolge al privato o va fuori Regione, aumentando i costi per la collettività. C’è uno squilibrio con le strutture convenzionate perché alcuni servizi sono stati ceduti da tempo. Per esempio, la neurochirurgia è stata demandata del tutto alla Neuromed- clinica neurologica con sede a Pozzilli e di proprietà della famiglia dell’eurodeputato Aldo Patriciello. Come si è arrivati a questo punto? Con la legge Balduzzi si è colta l’occasione per togliere la neurochirurgia all’ospedale di Campobasso. Il problema è che la Neuromed tratta solo il problema neurochirurgico specifico. In caso di incidente stradale, per esempio, un paziente ha bisogno di un approccio multidisciplinare (ortopedico, chirurgo generale, ecc.) che la struttura privata non ha. Così iniziano i viaggi della speranza verso altri ospedali, con costi enormi per la regione. Quando è cominciata la crisi del pubblico? Già prima del commissariamento, negli anni Novanta, le leggi nazionali avevano ridotto i posti letto in rapporto agli abitanti. Il disavanzo coincide con l’inizio degli anni Duemila, quando alla Regione erano stati imposti dei tagli alla spesa pubblica per rientrare nel deficit. Ciò ha provocato il blocco di assunzioni e turnover, e un’ulteriore riduzione dei posti letto. In quella fase, l’ente regionale non è riuscito a riorganizzare l’offerta di cura sul territorio. Erano cambiate le logiche di spesa pubblica? A un certo punto i servizi sanitari hanno cominciato ad avere dei livelli minimi di popolazione. Il Molise partiva da 300mila abitanti, adesso sono 290mila e sulla carta non dovrebbe avere niente. Già c’è una deroga su alcuni servizi e per questo non ci sono reparti in alcuni ospedali. Lo stesso discorso vale per i punti nascita ed Emodinamica, su cui di recente c’è stata una grande polemica a Isernia, dove il sindaco Piero Castrataro ha cominciato a dormire in tenda. In quel senso però non è stato ottenuto nulla. Quale sarebbe la soluzione? Ci vorrebbe una legge nazionale che garantisca un livello minimo di servizi per ogni regione. Oggi questo manca, così come manca una politica capace di imporsi. La responsabilità è divisa tra i vari governi regionali di destra e di sinistra che si sono succeduti. Non si può sempre dare la colpa a chi c’era prima: chi viene eletto deve trovare la strada per risolvere i problemi, perché su chi arriva per ultimo gravano comunque le responsabilità maggiori. L'articolo “Curarsi in Molise è una lotteria. La carenza di personale è estrema, ma i concorsi vanno deserti. Liste d’attesa? Lunghissime, chi può sceglie il privato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’eterna crisi della sanità in Molise: dalla mancanza di personale ai tagli delle guardie mediche. E il sindaco di Isernia da più di 40 notti dorme in tenda davanti all’ospedale
Un sistema commissariato dal 2009, un disavanzo allarmante e continue riduzioni dei servizi. La sanità pubblica in Molise arranca tra le proteste. Da oltre 40 notti il sindaco di Isernia Pietro Castrataro dorme in tenda davanti all’ospedale: chiede che non vengano fatti ulteriori tagli. Meno di un mese fa, oltre 7mila persone sono scese in piazza per una fiaccolata in difesa della sanità pubblica. Ma al momento poco o niente è cambiato. Anzi, ora si è aggiunto il parere negativo del Collegio dei revisori per il preventivo 2026 dell’Azienda sanitaria locale: “Non è un intoppo burocratico”, ha detto il primo cittadino, “ma l’attestamento di un fallimento gestionale sistemico“. L’ultima decurtazione? Le guardie mediche: per decreto del commissario passano da 44 a 16 poli principali a partire dal prossimo primo aprile, con le Case della comunità aperte per 16 ore al giorno e i poli di continuità assistenziali ridotti a 12. “Ancora una volta i territori sono stati ignorati, ancora una volta si tagliano servizi essenziali quando potrebbero essere colpite altre voci di spesa”, ha detto Castrataro. Per la sindaca di Casacalenda, Sabrina Lallitto, è un “abbandono mascherato da riforma” , veri e propri presidi “cancellati dalle mappe”. LA TENDA DEL SINDACO Il 26 dicembre scorso è comparsa una tenda di fronte all’ospedale Franco Veneziale di Isernia. Non è soltanto un mezzo di protesta, dentro ci dorme il primo cittadino del capoluogo di provincia, tornato a casa soltanto per sei notti. Piero Castrataro è stato eletto sindaco alle elezioni amministrative del 2021 con il sostegno del Partito democratico e del Movimento 5 stelle. Intervistato da ilfattoquotidiano.it, ha dichiarato che la sua “non è una protesta ma una proposta” e ha un obiettivo: “Ricevere il Piano operativo 2026-2028 e capire se il punto nascita e il reparto di Emodinamica verranno mantenuti sia a Isernia che a Termoli”. Le risposte ricevute finora non sono affatto convincenti: “Si vocifera che ci sarà la deroga di un anno, questo però è un grosso problema per chi ci lavora: non ci sono certezze per il futuro“. Una soluzione che sarebbe l’anticamera della chiusura. Per metterci una toppa, il Comune di Isernia ha proposto di introdurre indennità aggiuntive nei concorsi per il reclutamento dei medici del Veneziale, utilizzando fondi comunali e donazioni private: “La Regione non potrebbe farlo a causa del rientro sanitario e quindi qualsiasi somma va destinata al recupero del debito pregresso”. La proposta, però, è stata respinta. Il motivo? L’obbligo di non limitare le indennità ai neoassunti di un singolo presidio, ma di estenderlo a tutto il personale sanitario per evitare disparità di trattamento illegittime. “A questo punto sorge il dubbio che qui qualcuno non voglia davvero risolvere il problema”, attacca il sindaco Castrataro che ha chiesto il parere del Ministero della salute. “Non è una questione di parte, riguarda il futuro della sanità di 300mila persone”, questo è il messaggio che Castrataro continua a ripetere dall’inizio della sua battaglia. Nonostante ciò, il tema non ha smosso la classe dirigente: alla fiaccolata non c’era nemmeno un esponente della giunta regionale di centrodestra. “Qualcuno non vuole comprendere che o si risolve ora questo problema oppure diventa sempre più complicato risolverlo per qualsiasi colore politico”, chiude il primo cittadino. LE CARENZE DELLA SANITÀ PUBBLICA Il Molise si ritrova con una sanità pubblica in situazione “critica”, come l’ha definita Nino Cartabellotta. L’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe sul Servizio sanitario nazionale fotografa una regione con forti squilibri. Innanzitutto, il Molise riceve uno dei finanziamenti pubblici più alti d’Italia: una spesa pari a 2.235 euro pro-capite, subito dopo i 2.246 della Liguria. Nonostante ciò, non riesce comunque a raggiungere i livelli essenziali di assistenza, classificandosi signficativamente sotto la media e registrando un punteggio di 193 su 300, di cui: 58 per l’area prevenzione- con gravi carenze in programmi di screening, vaccinazioni e prevenzione, 73 per l’area distrettuale e 62 per quella ospedaliera- poco al di sopra della sufficienza. Sul fronte del personale sanitario, il Molise presenta dati contrastanti. Per esempio, la mancanza di medici ospedalieri: sono 1,45 ogni 1000 abitanti, il peggior dato nazionale. Allo stesso tempo, il rapporto di pazienti per ogni medico di base è tra i più bassi d’Italia: il numero di assistiti è di 1.100 contro una media italiana di 1.374. Per quanto riguarda gli infermieri, il Molise ne accusa la carenza e si colloca al di sotto della media nazionale: sono 4,6 ogni 1000 abitanti. Recentemente, l’Azienda sanitaria regionale (Asrem) ha stipulato delle convenzioni con medici da fuori perché i bandi per nuove assunzioni sono più volte andati deserti, e ha esteso la ricerca a chi possiede titoli di studio conseguiti all’estero per copire i reparti a corto di camici. IL PESO DELLA SANITÀ PRIVATA Come supplire a queste mancanze? Alcune Regioni hanno fatto ricorso alle prestazioni “a gettone”, una toppa che non riguarda il Molise: con una spesa di circa 400mila euro, è l’ente regionale che ha speso di meno in medici e infermieri gettonisti dal 2019 al 2023. La stessa parsimonia non si riscontra nel finanziamento della sanità privata che, sempre secondo il report Gimbe, è secondo solo a quello del Lazio: nel 2023, il 28,7% della spesa sanitaria è servito a rimborsare le prestazioni erogate dalle aziende convenzionate– una percentuale che nel 2014 si fermava a 26,4%. Il 16 gennaio scorso, durante il convegno “Il grande malato” all’Unimol di Termoli, il presidente della Provincia di Campobasso, Pino Puchetti, ha sollevato la questione: “In Molise dobbiamo decidere che cosa vogliamo fare e dire la verità ai cittadini: vogliamo sostenere la sanità pubblica o aiutare solo il privato?”. In Molise, nel 2024 il tetto di spesa per i privati accreditati ammontava a oltre 100 milioni di euro: la prima struttura più finanziata è il Responsible Research Hospital, seconda Neuromed della famiglia dell’eurodeputato leghista Aldo Patriciello. La sede principale è l’Istituto neurologico di Pozzilli, in provincia di Isernia. Considerata un centro d’eccellenza, la struttura attrae pazienti da fuori Regione, e non è l’unica a farlo: nel 2022, il Molise risulta ai vertici della classifica nazionale per la mobilità sanitaria interregionale, con il 90,6% dei servizi erogati dalle strutture private accreditate. Ciò ha generato un paradosso: “Il Molise è un caso unico in Italia – ha dichiarato Cartabellotta – è primo sia per mobilità attiva sanitaria che per mobilità passiva pro capite”. IL DISAVANZO La sanità molisana è sotto commissariamento dal 2009. Nella relazione della Corte dei conti al Parlamento sulla gestione dei servizi sanitari regionali 2023-2024, si indica che il disavanzo ha superato i 120 milioni di euro. Nell’ultima legge di bilancio, sono stati stanziati 90 milioni di euro per la Regione Molise, da erogare in due tranche di 45 milioni ciascuna per i prossimi due anni e che sono destinati alla copertura del disavanzo sanitario pregresso. Per ottenere i fondi però, è necessario che la Regione approvi un piano di copertura del deficit da realizzare entro il 2027. Tempi che hanno scatenato le proteste delle opposizioni: secondo il consigliere regionale Massimo Romano (Costruire democrazia) è “tecnicamente impossibile” rispettarli. In caso contrario, “lo Stato non erogherà i 90 milioni, e a quel punto per la regione sarà bancarotta”, ha dichiarato a inizio anno. Il Piano operativo non è stato effettivamente ancora approvato. Gli attuali commissari sono l’avvocato Marco Bonamico e Ulisse Di Giacomo, cardiologo in pensione ed ex assessore regionale con delega alla Sanità dal 2006 al 2008 durante la presidenza di Angelo Michele Iorio. A inizio 2026, nell’ultima Conferenza dei sindaci, gli amministratori hanno incaricato i parlamentari Elisabetta Lancellotta e Costanzo Della Porta (Fratelli d’Italia) del compito di fare pressione nella capitale per convincere l’esecutivo a passare la carica di commissario al presidente di Regione Roberti. Non sarebbe la prima volta: nel 2021, il governo Draghi aveva conferito questa nomina all’allora presidente Donato Toma. Il diritto dei molisani a ricevere delle cure dipende dalle prossime decisioni che verranno prese nei palazzi del potere. Un passaggio molto delicato a livello politico, su cui pesano le previsioni di bilancio per l’anno corrente. “Non so il Ministero come reagirà – chiude Castrataro – “se al parere della Corte dei conti si aggiunge quello di Roma allora diciamo che il fosco diventa ancora più fosco”. Tra i cartelli esposti durante la fiaccolata uno recitava: “Chi taglia la sanità uccide due volte“. I molisani lo sanno bene, visto che nel giro di pochi anni hanno visto chiudere gli ospedali di Agnone, Larino e Venafro. Un passato difficile da dimenticare e un presente ancora tutto in salita. L'articolo L’eterna crisi della sanità in Molise: dalla mancanza di personale ai tagli delle guardie mediche. E il sindaco di Isernia da più di 40 notti dorme in tenda davanti all’ospedale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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In Italia la disuguaglianza ha una nuova forma: il tempo d’attesa per curarsi. Così un diritto diventa privilegio
di Giuseppe Pignataro Non serve più chiedere ‘quanto guadagni’. Basta chiedere: ‘quanto puoi aspettare?’. Nel nostro Paese la disuguaglianza ha assunto una forma nuova e quasi elegante: è una disuguaglianza di tempo. Tempo per una visita, per un esame, per un referto. Tempo che, quando manca, si trasforma in rinuncia. E quando la rinuncia diventa un’abitudine statistica, un diritto costituzionale smette di essere un diritto: diventa una speranza. Nel 2024, secondo l’Istat, ha rinunciato a visite o accertamenti ‘pur avendone bisogno’ il 9,9% della popolazione: circa 5,8 milioni di persone. Un anno prima erano il 7,6% (circa 4,5 milioni). La crescita non è un dettaglio: è un cambio di regime. Le cause raccontano la gerarchia del sistema: il 6,8% dichiara di aver rinunciato per liste d’attesa (era 4,5% nel 2023); il 5,3% per motivi economici (era 4,2%); l’1,3% per la scomodità di raggiungere i servizi (era 1,0%). E, parallelamente, aumenta di quattro punti il ricorso al privato ‘a proprie spese’: la quota di chi ha pagato interamente l’ultima prestazione specialistica sale dal 19,9% al 23,9%. Non è un fenomeno nato ieri. L’Istat ricorda che già nel 2017 la rinuncia era all’8,1%; oggi siamo al 9,9%, segno che il peggioramento è post-pandemico ma non solo: è la spia di una fatica strutturale. Anche le ragioni cambiano: nel Centro-Nord la rinuncia è trainata soprattutto dalle liste d’attesa (7,3% al Centro e 6,9% al Nord), mentre nel Mezzogiorno il peso dei costi resta equivalente. E il divario di genere è una ferita particolare: tra i 25 e i 34 anni rinuncia il 12,5% delle donne contro il 6,7% degli uomini. Non si tratta, quindi, di un problema confinato alla marginalità estrema: attraversa classi medie, età centrali, territori produttivi. Perfino il titolo di studio protegge poco: tra i 25 anni e più rinuncia il 10,7% di chi ha un titolo terziario, contro l’11,8% di chi ha al massimo la scuola secondaria inferiore. È come se il Paese avesse smesso di garantire una soglia minima di esigibilità comune. La rinuncia non colpisce in modo neutrale: è socialmente selettiva. Rinunciano di più le donne (11,4%) rispetto agli uomini (8,3%). Il picco si osserva tra i 45 e i 54 anni (13,4%): età in cui si regge famiglia e lavoro, e il tempo diventa un bene scarso. Il territorio, poi, disegna una geografia morale: Nord 9,2%, Centro 10,7%, Mezzogiorno 10,3%. In Sardegna la rinuncia tocca il 17,2%. E nel Mezzogiorno la rinuncia per liste d’attesa è pari a quella per ragioni economiche (6,3%): qui l’attesa e il reddito si sommano, non si sostituiscono. Nel frattempo, la ‘sanità mista’ avanza senza dichiarazione politica. Secondo la Fondazione Gimbe, nel 2024 la spesa sanitaria pagata direttamente dalle famiglie (out-of-pocket) arriva a 41,3 miliardi, pari al 22,3% della spesa sanitaria totale, ben oltre la soglia del 15% raccomandata dall’Oms per non mettere a rischio accessibilità e uguaglianza. Quasi un euro su quattro è sborsato dai cittadini: è la privatizzazione come gesto quotidiano, non come riforma. Il risultato è un doppio canale che seleziona. Da una parte il pubblico, che promette universalismo ma distribuisce attese; dall’altra il mercato, che offre velocità a chi può pagare. E perfino quando il privato è ‘coperto’ da fondi e assicurazioni, si crea una cittadinanza a strati: nel 2024, la spesa intermediata dai cosiddetti terzi paganti (fondi sanitari, casse, assicurazioni) raggiunge 6,36 miliardi. È un ecosistema che cresce dove il servizio pubblico arretra: non sostituisce il Ssn, lo riscrive, pezzo dopo pezzo, come un abbonamento. Qui la filosofia non è un abbellimento: è un test di realtà. Rawls chiamerebbe ‘ingiuste’ le disuguaglianze che non migliorano la posizione dei più svantaggiati; Sen ricorderebbe che la povertà è, prima di tutto, perdita di capacità: la capacità di curarsi, di lavorare, di scegliere. E Arendt ci obbligherebbe a una domanda semplice: un diritto esiste davvero se dipende dal portafoglio o dalla pazienza? Il punto non è negare che risorse e vincoli contino. Il punto è decidere che cosa conti di più. Quando l’accesso alle cure diventa una funzione del tempo e del reddito, la disuguaglianza smette di essere un tema economico e diventa un principio di organizzazione della vita. Il bilancio di fine anno, allora, non è solo nei conti pubblici: è nelle rinunce private, una per una, finché non fanno sistema. E questo, oggi, deve essere una delle priorità della policy pubblica. L'articolo In Italia la disuguaglianza ha una nuova forma: il tempo d’attesa per curarsi. Così un diritto diventa privilegio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Per il 2026 ci auguro un vero Sistema Sanitario Nazionale per tutti
Stiamo perdendo un altro anno. Il 2026 è alle porte. Sono anni che trascorrono spesso nel silenzio delle persone di buona volontà. Guerre e epidemie si susseguono ed occupano lo spazio del nostro vivere. Vicino o lontano da noi ma comunque creano paura, incertezza e dubbi sul nostro futuro. Scrivendo queste parole penso a tutti i giovani che dovranno affrontare la vita. Per pensare a tutti loro parto da mia figlia Arianna che è in attesa di una/un erede di cui sono felice che mi renderà nonno. Solo così il mondo può comunque continuare a girare intorno al suo asse e vedere luce e il buio susseguirsi. Per non dimenticare sono contento che la Commissione bicamerale del Covid, che resta una pagina buia della storia recente, abbia continuato i suoi lavori non per condannare, non è un tribunale, ma per spiegare passo dopo passo i dubbi e le certezze di quello che abbiamo dovuto subire. Peccato che non ci sia una Commissione che studi quello che non abbiamo fatto per tutti noi in questi cinque anni per evitare una ricaduta di una malattia così grave. Se non sapete cosa regalare, regalate la speranza di un mondo migliore. Regalate la certezza di non voler dimenticare perché solo con un passato si può avere un futuro. Fate una donazione, se credete, alla associazione sereniesempreuniti, di cui sono consigliere, per poter continuare a lottare per la verità e per dare idee per un futuro per tutti, non solo per chi ha maggiori possibilità. In questa ottica leggo che negli ultimi tre anni sono enormemente aumentati le nuove forme assicurative in sanità. Nel ramo malattie sono aumentati i volumi dai 3,3 miliardi del 2021 agli attuali 5,3 con un incremento del 60%. Una enormità forse direttamente dipendente dall’incertezza di certezze per una giusta e veloce diagnosi e cura. Ancor più rilevante se si considera il fatto che ormai, secondo l’Istat, circa sei milioni di italiani rinunciano a curarsi per le lunghe liste di attesa, come ho più volte scritto “inventate” per favorire il privato, non avendo disponibilità economica. Curiamo tutti insieme il nostro Sistema Sanitario Nazionale perché sono certo che è sempre meglio della migliore forma assicurativa che spesso non cura tutto. Questo è l’augurio che mi faccio e che ogni giorno da ormai decenni cerco di mettere in pratica con proposte utili. A voi che mi leggete vi auguro buona salute e lascio anche da questo mio spazio un augurio particolare a mia figlia Arianna che possa avere nel 2026 il frutto del suo amore con Luca che servirà a far continuare a girare il mondo con rinnovata speranza e con i nuovi occhi di un nuovo essere. L'articolo Per il 2026 ci auguro un vero Sistema Sanitario Nazionale per tutti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Medicina, Gimbe sulla riforma Bernini: “Superflua, un flop annunciato. Alimenta l’illusione che laureare più medici sia la soluzione”
“La riforma Bernini, lanciata con slogan populisti, ha alimentato l’illusione che laureare più medici fosse la panacea per risolvere i problemi del servizio sanitario nazionale”. A dirlo è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Nell’ultima analisi pubblicata, l’organizzazione no-profit critica l’intervento della ministra dell’Università. Una riflessione che arriva dopo “il flop annunciato di una riforma superflua” e le polemiche sul semestre filtro. Secondo Cartabellotta, “il problema italiano non è rappresentato dalla mancanza di medici in termini assoluti” ma “da carenze selettive, perché sempre meno giovani scelgono la medicina generale e alcune specialità cruciali, ma poco attrattive”. Secondo Gimbe, infatti, l’Italia ha 5,4 medici ogni 1.000 abitanti, una dotazione al di sopra della media Ocse e dei Paesi europei: un’analisi che trova riscontro anche nei dati di Eurostat per il 2023. Il problema strutturale dunque, non è quello della carenza di medici. Neanche per il futuro, dato che l’aumento dei posti nei corsi di laurea in medicina e chirurgia, cresciuti del 51% solo negli ultimi tre anni, compensa i pensionamenti attesi. Anzi, “il forte incremento degli accessi rischia di produrre, nel medio-lungo periodo, un numero di laureati superiore alle reali capacità di assorbimento del servizio sanitario”, precisa Cartabellotta. L’allarme è invece rappresentanto dalla fuga dalla sanità pubblica, per niente attrattiva: quasi 93mila medici, pari al 29,4% del totale, non lavorano nel pubblico come dipendenti o convenzionati, né risultano inseriti in percorsi formativi post-laurea: basti pensare al fenomeno dei medici gettonisti. Le carenze riguardano invece la medicina di base, in cui secondo Gimbe mancano 5.575 unità per garantire il diritto alla cura alle cittadine e ai cittadini del nostro Paese. Questi dati, denuncia Gimbe, smentiscono la narrazione frutto di una propaganda che non affronta la crisi del Sistema sanitario nazionale: “È evidente che senza interventi mirati per risolvere queste criticità”, si legge nel report, “la riforma rischia di utilizzare risorse pubbliche per formare una nuova pletora medica destinata al libero mercato, in una sanità dove il pubblico arretra e il privato avanza. E visto che gli obiettivi dichiarati, migliorare la qualità della formazione e valorizzare capacità e merito, sono clamorosamente falliti, è indispensabile mettere da parte polemiche politiche e procedere in maniera costruttiva con la riforma della riforma”. Ora, si ipotizza una sanatoria che ne “certifica il fallimento”, conclude Cartabellotta: si passa” dall’ambiziosa pretesa di una selezione basata sul merito all’inevitabile compromesso del 6 politico” che auspica “una riforma della riforma“. L'articolo Medicina, Gimbe sulla riforma Bernini: “Superflua, un flop annunciato. Alimenta l’illusione che laureare più medici sia la soluzione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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In Italia la spesa pubblica sanitaria è tra le più basse dei Paesi Ocse. E le famiglie pagano di tasca propria molto più degli altri
Gli ospedali reggono, spesso grazie all’abnegazione e alla preparazione dei professionisti. Il territorio invece cede, incapace di intercettare precocemente i bisogni dei cittadini prima che diventino emergenze. Il quadro dell’Italia che emerge dal rapporto Health at a Glance 2025 dell’Ocse – che analizza i sistemi sanitari di 38 Paesi industrializzati – è quello di uno Stato che ha smesso di investire nel proprio sistema sanitario, scaricando costi e responsabilità sul personale rimasto e sui cittadini. L’Italia spende per la sanità 5.164 dollari pro capite, ben sotto la media Ocse (5.967), un terzo in meno della Francia (7.367) e oltre il 40% in meno della Germania (9.365). Una scelta politica che ha delle conseguenze: le famiglie italiane sono tra quelle che pagano di più di tasca propria per la loro salute in tutta Europa. La spesa sanitaria “out of pocket” incide per il 3,5% sui consumi domestici. Contro il 2% della Francia e il 2,5% della Germania. Il 48% di questa spesa privata è dedicato all’assistenza ambulatoriale. È il secondo valore più alto dell’area, contro una media Ocse del 22%. Quello che dovrebbe essere garantito dal pubblico, dunque, è sempre più un bene acquistato, anche per via delle lunghe liste d’attesa che spingono chi può verso il privato, e chi non può verso la rinuncia. Facendo scivolare il Servizio sanitario nazionale verso un modello sempre più frammentato e diseguale. CRITICITÀ SUI FATTORI DI RISCHIO PER LA SALUTE Anche per quanto riguarda i fattori di rischio per la salute, il rapporto identifica e misura le criticità del sistema italiano. Nel nostro Paese vengono prescritti più antibiotici rispetto alla media Ocse ed esiste un serio problema di sedentarietà e di abitudini nocive, soprattutto tra i giovani: siamo terzi per prevalenza di fumatori tra i 15enni (circa il 15%, dopo Ungheria e Bulgaria) e secondi per consumo di alcol tra gli adolescenti, dietro solo alla Danimarca. Per quanto riguarda l’attività fisica, il 45% degli adulti non ne fa abbastanza (la media Ocse è del 30%) e gli adolescenti italiani risultano i meno attivi dell’intera area, con un dato in deciso peggioramento negli ultimi dieci anni. A questi fattori di rischio si aggiunge l’inquinamento: l’esposizione media al Pm 2,5 è di 14,3 microgrammi per metro cubo, anche in questo caso sopra la media Ocse di 11,2 microgrammi. LA CRISI DEGLI INFERMIERI Altro punto critico identificato dal rapporto è quello del personale, in particolare gli infermieri: l’Italia ne ha 6,9 per mille abitanti, contro una media Ocse di 9,2. In Francia sono 11 e in Germania 13. Una carenza gravissima che indebolisce ospedali, Rsa, servizi domiciliari e sanità territoriale. Senza infermieri non possono esistere le Case di Comunità, così come non può essere garantita un’adeguata assistenza domiciliare o la corretta presa in carico dei pazienti cronici. Il problema, oltreché legato alle condizioni lavorative, è economico: negli altri Paesi Ocse gli infermieri guadagnano in media il 20% in più del salario medio nazionale. In Italia, al contrario, guadagnano meno della media dei lavoratori a tempo pieno. Una condizione che rende la professione poco attraente per i giovani e spinge molti professionisti a emigrare all’estero o a spostarsi nel privato. In futuro la situazione non migliorerà: negli ultimi dieci anni, mentre nei Paesi Ocse il numero di nuovi infermieri cresceva, in Italia i laureati in infermieristica sono diminuiti del 20%. La professione è percepita come faticosa, rischiosa e scarsamente retribuita. Tanto che i posti nelle università restano vacanti a causa della mancanza di candidati. L’ASSISTENZA A LUNGO TERMINE Il rapporto fotografa inoltre una fragilità profonda nell’assistenza a lungo termine: il nostro Paese conta solo 1,5 operatori ogni 100 over 65, contro una media Ocse di 5. Un dato che pesa ancora di più se pensiamo che il nostro è uno dei Paesi più anziani al mondo. Critico anche il dato sui posti letto: gli ospedali italiani ne hanno 3 posti ogni mille abitanti, contro i 4,2 della media Ocse e i 5,4 francesi e i 7,7 tedeschi. GLI INDICATORI POSITIVI Nonostante le carenze strutturali, la poca prevenzione e un crescente ricorso alla spesa privata, l’Ssn, con il suo approccio universalistico, mostra ancora dei risultati eccellenti su alcuni indicatori. Il nostro Paese, infatti, continua a figurare tra quelli con la più alta aspettativa di vita al mondo (83,5 anni, ovvero 2,4 in più rispetto alla media) e con un sistema ospedaliero capace di garantire ottimi risultati nella cura delle urgenze, nonostante la profonda crisi in cui versano i pronto soccorso: le mortalità post-infarto e post-ictus sono più basse della media Ocse, così come la mortalità prevenibile e quella curabile. Ma, come evidenzia il report, senza un’inversione di rotta – soprattutto per quanto riguarda gli investimenti sul personale, la prevenzione e il rafforzamento del territorio – l’Italia comprometterà presto anche questi indicatori positivi, che oggi la collocano tra i Paesi più longevi e clinicamente efficaci dell’Ocse. L'articolo In Italia la spesa pubblica sanitaria è tra le più basse dei Paesi Ocse. E le famiglie pagano di tasca propria molto più degli altri proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ora per il ministro Schillaci l’avidità di noi medici è la principale colpa del disastro del Ssn: ora basta!
di Angelo Bianco Caro ministro Schillaci, A qualcuno, certo non a Lei, non deve essere chiaro capire che anche il medico ha un badge da timbrare, perché anche noi abbiamo un contratto da rispettare e prevede un orario di lavoro, sono sei ore e venti per sei giorni lavorativi. Io, per esempio, faccio il chirurgo, mi divido tra corsia, sala operatoria e ambulatorio e non sono mai solo sei ore e venti perché, come usava dire un mio antico primario, “ricordatevi sempre che noi non siamo ragionieri, siamo chirurghi, noi non abbiamo un orologio, si va via dall’ospedale solo quando è tutto finito”. A qualcuno altro poi, ma mai a Lei, deve essere più oscuro capire che anche un medico ha una famiglia e una vita privata, che occupano la sua vita un secondo dopo che il badge ha suonato la fine delle attività quotidiane ospedaliere. Io, per esempio, ho tre bambine piccole, una moglie e mi piace giocare a tennis anche se il ginocchio comincia a “scricchiolare”, l’età avanza. A tutti invece, meno ancora che sempre a Lei che è stato un medico, è proprio davvero impossibile capire che noi, uno o più giorni al mese, possiamo scegliere di sottrarre un paio d’ore alla nostra famiglia, ai nostri hobby o anche solo a raccogliere margherite dal prato e dedicarli alla nostra attività di libera professione. Io, per esempio, ho un’ora di intramoenia, ogni martedì, e la mia visita specialistica di chirurgo proctologo, frutto di 12 anni di studi e aggiornamento costante, vale 120 € lorde, io ne intasco il 35%, mica tutti – come a tutti non è chiaro. Cari tutti, meno ancora che Lei, ovvio, sig. ministro, questa è la vita di un medico, a noi è facile capirne ogni passaggio, l’abbiamo scelta noi. Io, per esempio, vivo così da 25 anni, tra santi tirati giù quando squilla il telefono in piena notte per un’emergenza chirurgica, e madonne quando c’è una denuncia. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da La Stampa (@la_stampa) Mancano dieci anni alla mia pensione e di santi ne fanno uno al mese, c’è tanta gente buona che muore e merita il paradiso, io ne avrei avuti ancora a sufficienza per arrivare al fondo, magari passeggiando sempre più stancamente tra le macerie di quel che resta della nostra dignità, oggetto di una campagna di distruzione identitaria e di diffamazione professionale, tra Covid, no vax e Google, per la quale siamo a turno “complottisti”, “assassini”, “ignoranti”. Mai avrei pensato, però, di ritrovarmi un m giorno anche tra i “mercenari” ed è proprio Lei, sig. ministro, a buttare scelleratamente questa nuova definizione tra le fauci affamate del popolino, dichiarando di voler sospendere l’intramoenia, adducendola a causa della lungaggine delle liste d’attesa, così che, adesso, la nostra avidità è la principale di tutte le ragioni del disastro del Ssn. Lei ha chiuso il cerchio diffamatorio perché se la visita della qualunque ti è prescritta a babbo morto, in fondo, è anche colpa dello specialista che invece, privatamente, è prenotabile ieri: la gogna è servita, lo schema Covid si ripete. Io non ci sto, adesso davvero basta. Sia chiaro a tutti, a Lei compreso signor ministro, che la misura della pazienza è ormai colma. Da oggi anche io non capisco più se, difronte a tanta reiterata ignoranza sui nostri diritti e soprattutto a Lei che vuole cambiare i patti, ho ancora voglia di rispettare un contratto, virgola oraria per virgola di diritto, di perseverare ad anteporre l’ospedale alla mia famiglia e di rinunciare a praticare i miei hobby per non averne il tempo, piuttosto che per la paura di una protesi. Sia chiaro a tutto, in primis a me, che anche io sono tanto, tanto buono ma non più mica tanto, tanto fesso. Io, per esempio, mi chiamo Angelo ma non ho l’aureola, non ho ambizione di santità né tantomeno quella di “missionario”, che è la sola definizione nella quale mi sono riconosciuto da sempre. Io da oggi, per esempio, lavoro come un ragioniere, 6 ore e 20, tutti i giorni, rigorosamente, come recita il contratto, poi dritto a casa e, una volta ogni tanto, a giocare a padel. Ricordatevelo, tutti! 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