di Francesca D.
Sono dipendente pubblico e mi sono sempre servita quasi solo della sanità
pubblica, fino a tre-quattro anni fa. Qualche anno fa, il mio Ente pubblico
propone l’adesione facoltativa (in alternativa a un sistema di rimborsi parziali
legati al reddito) a una polizza collettiva privata sulla salute a un prezzo
molto conveniente, grazie al contributo dell’Ente stesso.
Qui comincio a seguire il flusso di denaro: una piccola parte del mio stipendio,
pagato con soldi pubblici, finisce a un’assicurazione privata, grazie alla
“sponsorizzazione” del mio Ente pubblico; soldi pubblici nella disponibilità
dell’Ente finiscono a questa stessa società privata come contributo al premio
assicurativo. Aderisco alla polizza (non si sa mai, sono scaramantica…) e, in
effetti, tre anni fa usufruisco della copertura per un intervento chirurgico
urgente, ma non indifferibile. Nella struttura pubblica, mi hanno detto che i
tempi erano lunghi, ero sofferente e, con la vocina della coscienza che mi
ronzava nelle orecchie, ho percorso la via del privato convenzionato con
l’assicurazione.
Ho passato tre anni in buona salute finché recentemente non ho avuto un piccolo
malore e il mio medico di base mi ha prescritto dei controlli. Non era roba da
pronto soccorso, i tempi negli ambulatori pubblici erano biblici, quindi sono
andata di nuovo nel privato con l’assicurazione. Ma in questi tre anni sono
cambiate parecchie cose:
1) la compagnia assicurativa è cambiata;
2) le liste di attesa per gli accertamenti nelle strutture pubbliche si sono
allungate e risultano spesso impraticabili;
3) le strutture sanitarie private sanno di essere l’unica alternativa.
E qui scatta il meccanismo perverso, il trucchetto da fiera a danno dello Stato
e del paziente, che spiego prendendo ad esempio una delle prestazioni di cui ho
dovuto usufruire (in realtà ho speso di più): il contratto tra Ente e
Assicurazione prevede una franchigia per le prestazioni, il tariffario della
struttura privata per la Compagnia assicurativa prevede una cifra inferiore alla
franchigia (50 euro), quindi la mia richiesta di assistenza viene negata e pago
di tasca mia, ma la struttura mi addebita 118 euro, una cifra superiore alla
franchigia e, a questo punto, chiedo il rimborso della quota eccedente alla
stessa compagnia assicurativa. Ed ecco la sorpresa: lo scoperto in caso di
rimborso è, guarda caso, 120 euro (non 50), mentre io ne ho pagati 118.
Bilancio: 118 euro del mio stipendio pubblico (prima della detrazione fiscale
che mi spetterà nel 2027) sono andati alla struttura privata in aggiunta ai
soldi pubblici pagati all’Assicurazione dal mio Ente (anche tramite il premio a
mio carico).
Di due (tre) cose l’una: chi ha stipulato questo contratto assicurativo (a sua
volta un dipendente pagato con soldi pubblici), o ci fa o ci è o non lo è
affatto. La stessa compagnia assicurativa si comporta così anche con i
contraenti collettivi privati?
Ciliegina sulla torta: l’impiegato del centro diagnostico mi suggerisce di
comprare (200 euro/anno, sempre dal mio stipendio pubblico) la loro “card” per
avere lo sconto del 50% sulle loro prestazioni in regime privato. Finché c’è la
salute…
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L'articolo Da dipendente pubblica, trovo perverso il meccanismo delle
assicurazioni private a danno dello Stato e del paziente proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Sanità Privata
di Giuseppe Pignataro
Non serve più chiedere ‘quanto guadagni’. Basta chiedere: ‘quanto puoi
aspettare?’. Nel nostro Paese la disuguaglianza ha assunto una forma nuova e
quasi elegante: è una disuguaglianza di tempo. Tempo per una visita, per un
esame, per un referto. Tempo che, quando manca, si trasforma in rinuncia. E
quando la rinuncia diventa un’abitudine statistica, un diritto costituzionale
smette di essere un diritto: diventa una speranza.
Nel 2024, secondo l’Istat, ha rinunciato a visite o accertamenti ‘pur avendone
bisogno’ il 9,9% della popolazione: circa 5,8 milioni di persone. Un anno prima
erano il 7,6% (circa 4,5 milioni). La crescita non è un dettaglio: è un cambio
di regime. Le cause raccontano la gerarchia del sistema: il 6,8% dichiara di
aver rinunciato per liste d’attesa (era 4,5% nel 2023); il 5,3% per motivi
economici (era 4,2%); l’1,3% per la scomodità di raggiungere i servizi (era
1,0%).
E, parallelamente, aumenta di quattro punti il ricorso al privato ‘a proprie
spese’: la quota di chi ha pagato interamente l’ultima prestazione specialistica
sale dal 19,9% al 23,9%.
Non è un fenomeno nato ieri. L’Istat ricorda che già nel 2017 la rinuncia era
all’8,1%; oggi siamo al 9,9%, segno che il peggioramento è post-pandemico ma non
solo: è la spia di una fatica strutturale. Anche le ragioni cambiano: nel
Centro-Nord la rinuncia è trainata soprattutto dalle liste d’attesa (7,3% al
Centro e 6,9% al Nord), mentre nel Mezzogiorno il peso dei costi resta
equivalente. E il divario di genere è una ferita particolare: tra i 25 e i 34
anni rinuncia il 12,5% delle donne contro il 6,7% degli uomini. Non si tratta,
quindi, di un problema confinato alla marginalità estrema: attraversa classi
medie, età centrali, territori produttivi. Perfino il titolo di studio protegge
poco: tra i 25 anni e più rinuncia il 10,7% di chi ha un titolo terziario,
contro l’11,8% di chi ha al massimo la scuola secondaria inferiore. È come se il
Paese avesse smesso di garantire una soglia minima di esigibilità comune.
La rinuncia non colpisce in modo neutrale: è socialmente selettiva. Rinunciano
di più le donne (11,4%) rispetto agli uomini (8,3%). Il picco si osserva tra i
45 e i 54 anni (13,4%): età in cui si regge famiglia e lavoro, e il tempo
diventa un bene scarso. Il territorio, poi, disegna una geografia morale: Nord
9,2%, Centro 10,7%, Mezzogiorno 10,3%. In Sardegna la rinuncia tocca il 17,2%. E
nel Mezzogiorno la rinuncia per liste d’attesa è pari a quella per ragioni
economiche (6,3%): qui l’attesa e il reddito si sommano, non si sostituiscono.
Nel frattempo, la ‘sanità mista’ avanza senza dichiarazione politica. Secondo la
Fondazione Gimbe, nel 2024 la spesa sanitaria pagata direttamente dalle famiglie
(out-of-pocket) arriva a 41,3 miliardi, pari al 22,3% della spesa sanitaria
totale, ben oltre la soglia del 15% raccomandata dall’Oms per non mettere a
rischio accessibilità e uguaglianza. Quasi un euro su quattro è sborsato dai
cittadini: è la privatizzazione come gesto quotidiano, non come riforma.
Il risultato è un doppio canale che seleziona. Da una parte il pubblico, che
promette universalismo ma distribuisce attese; dall’altra il mercato, che offre
velocità a chi può pagare. E perfino quando il privato è ‘coperto’ da fondi e
assicurazioni, si crea una cittadinanza a strati: nel 2024, la spesa
intermediata dai cosiddetti terzi paganti (fondi sanitari, casse, assicurazioni)
raggiunge 6,36 miliardi. È un ecosistema che cresce dove il servizio pubblico
arretra: non sostituisce il Ssn, lo riscrive, pezzo dopo pezzo, come un
abbonamento.
Qui la filosofia non è un abbellimento: è un test di realtà. Rawls chiamerebbe
‘ingiuste’ le disuguaglianze che non migliorano la posizione dei più
svantaggiati; Sen ricorderebbe che la povertà è, prima di tutto, perdita di
capacità: la capacità di curarsi, di lavorare, di scegliere. E Arendt ci
obbligherebbe a una domanda semplice: un diritto esiste davvero se dipende dal
portafoglio o dalla pazienza?
Il punto non è negare che risorse e vincoli contino. Il punto è decidere che
cosa conti di più. Quando l’accesso alle cure diventa una funzione del tempo e
del reddito, la disuguaglianza smette di essere un tema economico e diventa un
principio di organizzazione della vita. Il bilancio di fine anno, allora, non è
solo nei conti pubblici: è nelle rinunce private, una per una, finché non fanno
sistema. E questo, oggi, deve essere una delle priorità della policy pubblica.
L'articolo In Italia la disuguaglianza ha una nuova forma: il tempo d’attesa per
curarsi. Così un diritto diventa privilegio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ho ascoltato con attenzione le parole di Roberta Villa, autrice di “Cattiva
prevenzione” su Radio24 del 30 dicembre 2025, che ci dice che l’idea di
prevenzione, pur rimanendo in alcuni casi fondamentale, è stata in questi ultimi
anni un po’ deformata in quanto tanti i controlli che facciamo, magari
annualmente, non hanno la capacità di ridurre la mortalità, come invece fanno
gli screening oncologici ad esempio per il colon retto o per il tumore della
mammella.
Da tempo, nella mia pratica clinica di ogni giorno, ho avvertito questo e per
spiegare meglio vi dico che una assicurazione dei dirigenti prevede, proprio
annualmente, l’esecuzione di test per la prevenzione del glaucoma e della
maculopatia con tre test (Pacchetto prevenzione: Perimetria computerizzata,
pachimetria corneale e Oct) spesso inutili. I primi due per la diagnosi di
glaucoma e il terzo prevalentemente per la diagnosi di maculopatia.
Ma come dico da anni basterebbe una semplice visita oculistica per fare la
diagnosi, e solo nel dubbio o per approfondimento prima della terapia occorre
eseguire gli esami stessi.
Parrebbe invece che il marketing, da un lato di BigPharma che vuole accaparrarsi
i non malati (lo sviluppo esponenziale di integratori o farmaci da banco va in
questo senso?) e dall’altro delle “aziende” sanitarie, prevalentemente private
accreditate, che hanno visto il grande conseguente guadagno, faccia da peso di
misura a scapito ovviamente di chi ha realmente bisogno e che si vede allungare
le liste di attesa. In parte questa emorragia di esami spesso inutili dipende
anche dalla medicina difensiva, vera piaga della sanità moderna.
In tutto ciò chi spende è sempre il cittadino tramite la spesa sanitaria che
aumenta e per le ricadute sociali che la spesa assicurativa mal utilizzata ha
sulla vita di tutti i giorni.
Ma restando nel mio campo dico da anni che se si volesse realmente ridurre
nettamente quel 14% di incidenza in Italia della malattia oculistica più
silenziosa che si chiama glaucoma basterebbe immettere nella visita per il
rinnovo della patente la misurazione della pressione oculare per uno screening
valido perché massivo, cadenzato e, guarda caso, più ravvicinato con l’aumento
degli anni e con l’aumento dell’incidenza della patologia. Peraltro il rinnovo
viene pagato anch’esso dal cittadino ma, questo sì, diverrebbe realmente una
buona prevenzione.
Non parliamo poi delle maculopatie con l’enorme spesa sociale di iniezioni
intraoculari con farmaci uguali ma con costi enormemente diversi che io sono
riuscito, con l’aiuto di Report, a fermare. Contro BigPharma che ne crea sempre
di nuovi, spesso con scarsa utilità.
Dobbiamo nel nuovo anno prevenire la prevenzione con abitudini di vita migliori
e lasciare la diagnosi e la terapia ai medici partendo dalla sintomatologia e
dall’empatia. Questo ci hanno insegnato negli anni universitari. Non si può
curare pensando alla terapia e al guadagno. Occorre prima fare una diagnosi
corretta da cui partono gli accertamenti per poi, eventualmente, confermarla.
L'articolo La piaga della medicina difensiva: così nel nuovo anno bisogna
prevenire l’eccessiva prevenzione proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La riforma Bernini, lanciata con slogan populisti, ha alimentato l’illusione
che laureare più medici fosse la panacea per risolvere i problemi del servizio
sanitario nazionale”. A dirlo è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione
Gimbe. Nell’ultima analisi pubblicata, l’organizzazione no-profit critica
l’intervento della ministra dell’Università. Una riflessione che arriva dopo “il
flop annunciato di una riforma superflua” e le polemiche sul semestre filtro.
Secondo Cartabellotta, “il problema italiano non è rappresentato dalla mancanza
di medici in termini assoluti” ma “da carenze selettive, perché sempre meno
giovani scelgono la medicina generale e alcune specialità cruciali, ma poco
attrattive”. Secondo Gimbe, infatti, l’Italia ha 5,4 medici ogni 1.000 abitanti,
una dotazione al di sopra della media Ocse e dei Paesi europei: un’analisi che
trova riscontro anche nei dati di Eurostat per il 2023. Il problema strutturale
dunque, non è quello della carenza di medici. Neanche per il futuro, dato che
l’aumento dei posti nei corsi di laurea in medicina e chirurgia, cresciuti del
51% solo negli ultimi tre anni, compensa i pensionamenti attesi. Anzi, “il forte
incremento degli accessi rischia di produrre, nel medio-lungo periodo, un numero
di laureati superiore alle reali capacità di assorbimento del servizio
sanitario”, precisa Cartabellotta.
L’allarme è invece rappresentanto dalla fuga dalla sanità pubblica, per niente
attrattiva: quasi 93mila medici, pari al 29,4% del totale, non lavorano nel
pubblico come dipendenti o convenzionati, né risultano inseriti in percorsi
formativi post-laurea: basti pensare al fenomeno dei medici gettonisti. Le
carenze riguardano invece la medicina di base, in cui secondo Gimbe mancano
5.575 unità per garantire il diritto alla cura alle cittadine e ai cittadini del
nostro Paese. Questi dati, denuncia Gimbe, smentiscono la narrazione frutto di
una propaganda che non affronta la crisi del Sistema sanitario nazionale: “È
evidente che senza interventi mirati per risolvere queste criticità”, si legge
nel report, “la riforma rischia di utilizzare risorse pubbliche per formare una
nuova pletora medica destinata al libero mercato, in una sanità dove il pubblico
arretra e il privato avanza. E visto che gli obiettivi dichiarati, migliorare la
qualità della formazione e valorizzare capacità e merito, sono clamorosamente
falliti, è indispensabile mettere da parte polemiche politiche e procedere in
maniera costruttiva con la riforma della riforma”.
Ora, si ipotizza una sanatoria che ne “certifica il fallimento”, conclude
Cartabellotta: si passa” dall’ambiziosa pretesa di una selezione basata sul
merito all’inevitabile compromesso del 6 politico” che auspica “una riforma
della riforma“.
L'articolo Medicina, Gimbe sulla riforma Bernini: “Superflua, un flop
annunciato. Alimenta l’illusione che laureare più medici sia la soluzione”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sul poster dietro al lettino dello studio c’è scritto che l’idrocolonterapia è
“indolore, efficace e senza rischi”. Un’ambientazione quasi da film horror,
scoperta stamattina dai poliziotti della Squadra mobile. A Prato, un uomo di 53
anni è finito agli arresti domiciliari per il presunto servizio abusivo di
idrocolonterapia nello studio della moglie, medico endoscopista. Secondo le
indagini, poi, tre pazienti donne sarebbero state vittime di violenze sessuali
durante le sedute dell’uomo. Due di loro hanno trovato il coraggio di denunciare
gli abusi.
Sull’arrestato, ex guardia giurata, le ipotesi di reato sono esercizio abusivo
della professione medica e violenza sessuale. Anche sulla moglie, la titolare
dello studio, c’è l’ipotesi di esercizio abusivo della professione medica, per
aver indirizzato i pazienti alle sedute del marito. Gli arresti domiciliari del
50enne sono stati disposti dal gip su richiesta della Procura di Prato. Con un
comunicato, il procuratore Lusca Tescaroli invita chiunque abbia subìto degli
abusi o condotte prevaricatorie a esporre denuncia.
Lo studio è dall’altra parte di una tenda scura. Decorazioni e oggetti
orientaleggianti sulle pareti. Sempre sul poster si legge: “idricolonterapia,
l’acqua che depura, rivitalizza e dona benessere”. Accanto, il macchinario per
le sedute, che dai filmati sembrerebbe essere un’apparecchiatura prodotta da una
azienda tedesca. Le sonde utilizzate per i trattamenti erano conservate in
prossimità di bidoni della spazzatura, delle condizioni igienico-sanitarie
pericolose per i pazienti dello studio medico.
La titolare dello studio pubblicizzava l’idroncolonterapia sui social come una
pratica medica. L’idrocolonterapia consiste nel lavaggio dell’intestino
attraverso l’introduzione nel retto di acqua dolce filtrata. Secondo l’Iss,
questa pratica invasiva non ha nessuna utilità, ma può invece procurare danni
anche molto gravi come la perforazione del colon.
L'articolo Idrocolonterapia abusiva nello studio medico: 53enne ai domiciliari
per abusi sessuali proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ieri ho seguito in streaming l’iniziativa promossa da Rosy Bindi nella sede del
Senato a palazzo Giustiniani dal titolo “Legge di bilancio, ancora un colpo alla
sanità pubblica”. Questa conferenza, molto simile alle parate, ha – quasi – un
copione standard: da una parte Bindi e i suoi generali cioè i suoi relatori e
dall’altra almeno 140 associazioni per lo più riconducibili al privato sociale,
ai movimenti cattolici, a laboratori sociali, a diversi forum, tutti schierati,
come se fossero un esercito. Che cosa voglia fare la Bindi di questo esercito è
chiaro solo a lei. Mio nonno Primo mi diceva che neanche il cane muove la coda
per niente. Immagino che Bindi abbia i suoi bravi propositi e le sue brave
ambizioni che peraltro non sono neanche tanto difficili da comprendere. Niente
di male sia chiaro. Tempo fa qualcuno l’ha persino candidata alla presidenza
della Repubblica.
Da tempo, come sanno tutti, sostengo nei miei libri e nei mei articoli che Bindi
si comporti da “imbrogliona”: una ex ministro della Sanità che al governo di
destra chiede più soldi per la sanità pubblica ma nello stesso tempo non è in
nessun modo disponibile a modificare le terribili politiche neoliberiste da lei
fatte con la sua devastante controriforma. In cosa consiste l’imbroglio?
Chiedere più soldi per la sanità pubblica oggi, senza toccare di un euro la
batteria di incentivi fiscali per mezzo della quale grazie alla riforma Bindi
cresce senza soste la privatizzazione, è materialmente impossibile. Lo
stanziamento per finanziare le due sanità – quella pubblica e quella privata –
dovrebbe essere complessivamente raddoppiato e tutti sanno che oggi le
condizioni economiche per farlo non ci sono per non tacere del vincolo che il
governo ha preso con l’Europa di assegnare il 6% del Pil alle spese militari.
Ma l’imbroglio della Bindi si vede anche per un altro fatto del quale essa non
sembra per nulla turbata: come mai la destra per appaltare al privato i servizi
sanitari pubblici ritiene che basti applicare fino in fondo proprio la
controriforma Bindi?
Infine un’altra ragione. Ormai il sistema pubblico sta sbandando, come dicono
tutti i dati, verso il privato: ormai la gente per potersi curare è obbligata a
pagare. Se è così, è ovvio che per rimettere in carreggiata la sanità pubblica
bisogna ridimensionare la sanità privata, come è altrettanto ovvio che per
ridimensionare la sanità privata bisogna cancellare – ripeto cancellare – la
controriforma della Bindi e fare un’altra legge. E’ impossibile ridurre la
privatizzazione senza cambiare quella norma.
Io credo che, con la destra al governo, imbrogliare sulla sanità oggi sia molto
pericoloso per la sinistra. La maggior parte di questa sinistra – proprio perché
bisogna combattere la destra – preferisce far finta di niente, negando anche di
fronte all’evidenza l’imbroglio. Ma questo implica un altro imbroglio: la
manipolazione dell’informazione.
Per questo vorrei rendere noti due episodi concreti che riguardano i miei
rapporti con due giornali con i quali ho avuto lunghe collaborazioni: con
entrambi ci sono stati scambi diretti e interlocuzioni che non hanno avuto alcun
esito. Il primo è relativo al Manifesto, giornale storico della sinistra
italiana, per il quale – fin dalla sua nascita (1971) – ho scritto pro bono, a
difesa sia della sanità pubblica che dell’articolo 32. Il secondo è relativo a
Quotidiano sanità, giornale on line di proprietà di “Consulcesi group”, sul
quale ho scritto – sempre pro bono – per 25 anni quindi fin dalla sua nascita.
La coincidenza vuole che entrambi i giornali abbiano cambiato nello stesso anno
(2023) la gerenza e che – anche se per ragioni molto diverse – siano arrivati ad
adottare comportamenti censori contro di me che gli imbrogli vorrei denunciarli.
Il Manifesto – forse considerando Bindi come Rosa Luxemburg – è arrivato a
vietare a me che non la considero tale la libertà di esprimere un’opinione
quindi censurando le mie critiche. Quotidiano sanità idem, con in più
l’intolleranza del giornale padronale verso coloro che, oltre a denunciare gli
imbrogli, denunciano la destra che mette a regime le riforme della Bindi. Non ho
potuto nemmeno pubblicare una lettera d’addio ai lettori.
Se la censura la intendessimo come severa riprensione di certi valori, allora
due cose sarebbero chiare: che la critica alla privatizzazione della sanità e
dei suoi responsabili in nome della difesa dei diritti è la prima causa della
censura di cui mio malgrado ritengo di essere vittima; che le censure che mi
sono state imposte servono a imbrogliare di più e meglio perché sono tutte
finalizzate a nascondere le verità sui responsabili della privatizzazione.
L'articolo Da sempre critico la ‘contro-riforma’ Bindi della sanità: vi spiego
in cosa consiste l’imbroglio proviene da Il Fatto Quotidiano.