Nonostante la convocazione al ministero della Salute per il 4 marzo, le
segreterie nazionali di Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl hanno proclamato un nuovo
sciopero nazionale dei lavoratori della sanità privata e delle Rsa per il 17
marzo per il rinnovo del contratto di lavoro di 300 mila dipendenti. “Non c’è
più tempo da perdere”, spiegano, “è necessario entrare nel merito delle
trattative, con risorse certe e con una disponibilità reale, non solo di
facciata, da parte delle controparti Aris e Aiop, che nelle dichiarazioni
affermano di voler rinnovare i contratti ma nei fatti subordinano l’apertura e
la conclusione delle trattative alla piena copertura economica dei costi del
rinnovo contrattuale da parte di Governo e Regioni”. Aris è l’associazione degli
istituti socio-sanitari di carattere religioso, Aiop l’associazione italiana
dell’ospedalità privata, che in Italia rappresenta 577 strutture accreditate.
Parliamo di due Ccnl “scaduti rispettivamente da 8 e 13 anni: una situazione che
non è più tollerabile. Proprio per questo chiediamo con forza al Ministero della
Salute e alla Conferenza delle Regioni di definire regole certe e vincolanti
sugli accreditamenti istituzionali che rendano automatico il rinnovo dei
contratti alle stesse vigenze della sanità pubblica, impedendo il ricorso al
dumping contrattuale messo in atto da soggetti datoriali e organizzazioni
sindacali non rappresentative”.
Il differenziale salariale tra pubblico e privato, spiegano i sindacati, è
evidente: “Per una figura come quella dell’infermiere parliamo di circa 500 euro
mensili in meno rispetto ai colleghi della sanità pubblica che, dopo il rinnovo
del contratto 2022-2024, riceveranno ulteriori incrementi con le risorse
stanziate per il triennio 2025-2027. Un divario che sta generando una fuga di
personale da questi comparti, con ricadute pesanti sulla qualità dei servizi e
sulla vita delle persone più fragili che si rivolgono alla sanità privata e
degli anziani ospiti delle RSA. È una condizione divenuta insostenibile che sta
danneggiando prima di tutto l’utenza più esposta”.
“Per questo motivo – concludono le segreterie di Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl –
oltre ai presidi sui territori e al proseguire capillarmente nell’invio di
richieste di ispezioni nei luoghi di lavoro in tutta Italia per verificare il
rispetto delle regole di accreditamento e delle condizioni operative, porteremo
in piazza, a Roma, il prossimo 17 aprile, la voce di 300mila lavoratrici,
lavoratori e professionisti che ogni giorno svolgono un servizio pubblico
essenziale”.
L'articolo Il 17 marzo sciopero dei lavoratori della sanità privata e delle Rsa:
“Contratti scaduti da un decennio, intollerabile” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Sanità Privata
Un sistema commissariato dal 2009, un disavanzo allarmante e continue riduzioni
dei servizi. La sanità pubblica in Molise arranca tra le proteste. Da oltre 40
notti il sindaco di Isernia Pietro Castrataro dorme in tenda davanti
all’ospedale: chiede che non vengano fatti ulteriori tagli. Meno di un mese fa,
oltre 7mila persone sono scese in piazza per una fiaccolata in difesa della
sanità pubblica. Ma al momento poco o niente è cambiato. Anzi, ora si è aggiunto
il parere negativo del Collegio dei revisori per il preventivo 2026 dell’Azienda
sanitaria locale: “Non è un intoppo burocratico”, ha detto il primo cittadino,
“ma l’attestamento di un fallimento gestionale sistemico“. L’ultima
decurtazione? Le guardie mediche: per decreto del commissario passano da 44 a 16
poli principali a partire dal prossimo primo aprile, con le Case della comunità
aperte per 16 ore al giorno e i poli di continuità assistenziali ridotti a 12.
“Ancora una volta i territori sono stati ignorati, ancora una volta si tagliano
servizi essenziali quando potrebbero essere colpite altre voci di spesa”, ha
detto Castrataro. Per la sindaca di Casacalenda, Sabrina Lallitto, è un
“abbandono mascherato da riforma” , veri e propri presidi “cancellati dalle
mappe”.
LA TENDA DEL SINDACO
Il 26 dicembre scorso è comparsa una tenda di fronte all’ospedale Franco
Veneziale di Isernia. Non è soltanto un mezzo di protesta, dentro ci dorme il
primo cittadino del capoluogo di provincia, tornato a casa soltanto per sei
notti.
Piero Castrataro è stato eletto sindaco alle elezioni amministrative del 2021
con il sostegno del Partito democratico e del Movimento 5 stelle. Intervistato
da ilfattoquotidiano.it, ha dichiarato che la sua “non è una protesta ma una
proposta” e ha un obiettivo: “Ricevere il Piano operativo 2026-2028 e capire se
il punto nascita e il reparto di Emodinamica verranno mantenuti sia a Isernia
che a Termoli”.
Le risposte ricevute finora non sono affatto convincenti: “Si vocifera che ci
sarà la deroga di un anno, questo però è un grosso problema per chi ci lavora:
non ci sono certezze per il futuro“. Una soluzione che sarebbe l’anticamera
della chiusura. Per metterci una toppa, il Comune di Isernia ha proposto di
introdurre indennità aggiuntive nei concorsi per il reclutamento dei medici del
Veneziale, utilizzando fondi comunali e donazioni private: “La Regione non
potrebbe farlo a causa del rientro sanitario e quindi qualsiasi somma va
destinata al recupero del debito pregresso”.
La proposta, però, è stata respinta. Il motivo? L’obbligo di non limitare le
indennità ai neoassunti di un singolo presidio, ma di estenderlo a tutto il
personale sanitario per evitare disparità di trattamento illegittime. “A questo
punto sorge il dubbio che qui qualcuno non voglia davvero risolvere il
problema”, attacca il sindaco Castrataro che ha chiesto il parere del Ministero
della salute.
“Non è una questione di parte, riguarda il futuro della sanità di 300mila
persone”, questo è il messaggio che Castrataro continua a ripetere dall’inizio
della sua battaglia. Nonostante ciò, il tema non ha smosso la classe dirigente:
alla fiaccolata non c’era nemmeno un esponente della giunta regionale di
centrodestra. “Qualcuno non vuole comprendere che o si risolve ora questo
problema oppure diventa sempre più complicato risolverlo per qualsiasi colore
politico”, chiude il primo cittadino.
LE CARENZE DELLA SANITÀ PUBBLICA
Il Molise si ritrova con una sanità pubblica in situazione “critica”, come l’ha
definita Nino Cartabellotta. L’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe sul
Servizio sanitario nazionale fotografa una regione con forti squilibri.
Innanzitutto, il Molise riceve uno dei finanziamenti pubblici più alti d’Italia:
una spesa pari a 2.235 euro pro-capite, subito dopo i 2.246 della Liguria.
Nonostante ciò, non riesce comunque a raggiungere i livelli essenziali di
assistenza, classificandosi signficativamente sotto la media e registrando un
punteggio di 193 su 300, di cui: 58 per l’area prevenzione- con gravi carenze in
programmi di screening, vaccinazioni e prevenzione, 73 per l’area distrettuale e
62 per quella ospedaliera- poco al di sopra della sufficienza.
Sul fronte del personale sanitario, il Molise presenta dati contrastanti. Per
esempio, la mancanza di medici ospedalieri: sono 1,45 ogni 1000 abitanti, il
peggior dato nazionale. Allo stesso tempo, il rapporto di pazienti per ogni
medico di base è tra i più bassi d’Italia: il numero di assistiti è di 1.100
contro una media italiana di 1.374. Per quanto riguarda gli infermieri, il
Molise ne accusa la carenza e si colloca al di sotto della media nazionale: sono
4,6 ogni 1000 abitanti. Recentemente, l’Azienda sanitaria regionale (Asrem) ha
stipulato delle convenzioni con medici da fuori perché i bandi per nuove
assunzioni sono più volte andati deserti, e ha esteso la ricerca a chi possiede
titoli di studio conseguiti all’estero per copire i reparti a corto di camici.
IL PESO DELLA SANITÀ PRIVATA
Come supplire a queste mancanze? Alcune Regioni hanno fatto ricorso alle
prestazioni “a gettone”, una toppa che non riguarda il Molise: con una spesa di
circa 400mila euro, è l’ente regionale che ha speso di meno in medici e
infermieri gettonisti dal 2019 al 2023. La stessa parsimonia non si riscontra
nel finanziamento della sanità privata che, sempre secondo il report Gimbe, è
secondo solo a quello del Lazio: nel 2023, il 28,7% della spesa sanitaria è
servito a rimborsare le prestazioni erogate dalle aziende convenzionate– una
percentuale che nel 2014 si fermava a 26,4%.
Il 16 gennaio scorso, durante il convegno “Il grande malato” all’Unimol di
Termoli, il presidente della Provincia di Campobasso, Pino Puchetti, ha
sollevato la questione: “In Molise dobbiamo decidere che cosa vogliamo fare e
dire la verità ai cittadini: vogliamo sostenere la sanità pubblica o aiutare
solo il privato?”. In Molise, nel 2024 il tetto di spesa per i privati
accreditati ammontava a oltre 100 milioni di euro: la prima struttura più
finanziata è il Responsible Research Hospital, seconda Neuromed della famiglia
dell’eurodeputato leghista Aldo Patriciello. La sede principale è l’Istituto
neurologico di Pozzilli, in provincia di Isernia. Considerata un centro
d’eccellenza, la struttura attrae pazienti da fuori Regione, e non è l’unica a
farlo: nel 2022, il Molise risulta ai vertici della classifica nazionale per la
mobilità sanitaria interregionale, con il 90,6% dei servizi erogati dalle
strutture private accreditate.
Ciò ha generato un paradosso: “Il Molise è un caso unico in Italia – ha
dichiarato Cartabellotta – è primo sia per mobilità attiva sanitaria che per
mobilità passiva pro capite”.
IL DISAVANZO
La sanità molisana è sotto commissariamento dal 2009. Nella relazione della
Corte dei conti al Parlamento sulla gestione dei servizi sanitari regionali
2023-2024, si indica che il disavanzo ha superato i 120 milioni di euro.
Nell’ultima legge di bilancio, sono stati stanziati 90 milioni di euro per la
Regione Molise, da erogare in due tranche di 45 milioni ciascuna per i prossimi
due anni e che sono destinati alla copertura del disavanzo sanitario pregresso.
Per ottenere i fondi però, è necessario che la Regione approvi un piano di
copertura del deficit da realizzare entro il 2027. Tempi che hanno scatenato le
proteste delle opposizioni: secondo il consigliere regionale Massimo Romano
(Costruire democrazia) è “tecnicamente impossibile” rispettarli. In caso
contrario, “lo Stato non erogherà i 90 milioni, e a quel punto per la regione
sarà bancarotta”, ha dichiarato a inizio anno. Il Piano operativo non è stato
effettivamente ancora approvato.
Gli attuali commissari sono l’avvocato Marco Bonamico e Ulisse Di Giacomo,
cardiologo in pensione ed ex assessore regionale con delega alla Sanità dal 2006
al 2008 durante la presidenza di Angelo Michele Iorio. A inizio 2026,
nell’ultima Conferenza dei sindaci, gli amministratori hanno incaricato i
parlamentari Elisabetta Lancellotta e Costanzo Della Porta (Fratelli d’Italia)
del compito di fare pressione nella capitale per convincere l’esecutivo a
passare la carica di commissario al presidente di Regione Roberti. Non sarebbe
la prima volta: nel 2021, il governo Draghi aveva conferito questa nomina
all’allora presidente Donato Toma.
Il diritto dei molisani a ricevere delle cure dipende dalle prossime decisioni
che verranno prese nei palazzi del potere. Un passaggio molto delicato a livello
politico, su cui pesano le previsioni di bilancio per l’anno corrente. “Non so
il Ministero come reagirà – chiude Castrataro – “se al parere della Corte dei
conti si aggiunge quello di Roma allora diciamo che il fosco diventa ancora più
fosco”. Tra i cartelli esposti durante la fiaccolata uno recitava: “Chi taglia
la sanità uccide due volte“. I molisani lo sanno bene, visto che nel giro di
pochi anni hanno visto chiudere gli ospedali di Agnone, Larino e Venafro. Un
passato difficile da dimenticare e un presente ancora tutto in salita.
L'articolo L’eterna crisi della sanità in Molise: dalla mancanza di personale ai
tagli delle guardie mediche. E il sindaco di Isernia da più di 40 notti dorme in
tenda davanti all’ospedale proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Francesca D.
Sono dipendente pubblico e mi sono sempre servita quasi solo della sanità
pubblica, fino a tre-quattro anni fa. Qualche anno fa, il mio Ente pubblico
propone l’adesione facoltativa (in alternativa a un sistema di rimborsi parziali
legati al reddito) a una polizza collettiva privata sulla salute a un prezzo
molto conveniente, grazie al contributo dell’Ente stesso.
Qui comincio a seguire il flusso di denaro: una piccola parte del mio stipendio,
pagato con soldi pubblici, finisce a un’assicurazione privata, grazie alla
“sponsorizzazione” del mio Ente pubblico; soldi pubblici nella disponibilità
dell’Ente finiscono a questa stessa società privata come contributo al premio
assicurativo. Aderisco alla polizza (non si sa mai, sono scaramantica…) e, in
effetti, tre anni fa usufruisco della copertura per un intervento chirurgico
urgente, ma non indifferibile. Nella struttura pubblica, mi hanno detto che i
tempi erano lunghi, ero sofferente e, con la vocina della coscienza che mi
ronzava nelle orecchie, ho percorso la via del privato convenzionato con
l’assicurazione.
Ho passato tre anni in buona salute finché recentemente non ho avuto un piccolo
malore e il mio medico di base mi ha prescritto dei controlli. Non era roba da
pronto soccorso, i tempi negli ambulatori pubblici erano biblici, quindi sono
andata di nuovo nel privato con l’assicurazione. Ma in questi tre anni sono
cambiate parecchie cose:
1) la compagnia assicurativa è cambiata;
2) le liste di attesa per gli accertamenti nelle strutture pubbliche si sono
allungate e risultano spesso impraticabili;
3) le strutture sanitarie private sanno di essere l’unica alternativa.
E qui scatta il meccanismo perverso, il trucchetto da fiera a danno dello Stato
e del paziente, che spiego prendendo ad esempio una delle prestazioni di cui ho
dovuto usufruire (in realtà ho speso di più): il contratto tra Ente e
Assicurazione prevede una franchigia per le prestazioni, il tariffario della
struttura privata per la Compagnia assicurativa prevede una cifra inferiore alla
franchigia (50 euro), quindi la mia richiesta di assistenza viene negata e pago
di tasca mia, ma la struttura mi addebita 118 euro, una cifra superiore alla
franchigia e, a questo punto, chiedo il rimborso della quota eccedente alla
stessa compagnia assicurativa. Ed ecco la sorpresa: lo scoperto in caso di
rimborso è, guarda caso, 120 euro (non 50), mentre io ne ho pagati 118.
Bilancio: 118 euro del mio stipendio pubblico (prima della detrazione fiscale
che mi spetterà nel 2027) sono andati alla struttura privata in aggiunta ai
soldi pubblici pagati all’Assicurazione dal mio Ente (anche tramite il premio a
mio carico).
Di due (tre) cose l’una: chi ha stipulato questo contratto assicurativo (a sua
volta un dipendente pagato con soldi pubblici), o ci fa o ci è o non lo è
affatto. La stessa compagnia assicurativa si comporta così anche con i
contraenti collettivi privati?
Ciliegina sulla torta: l’impiegato del centro diagnostico mi suggerisce di
comprare (200 euro/anno, sempre dal mio stipendio pubblico) la loro “card” per
avere lo sconto del 50% sulle loro prestazioni in regime privato. Finché c’è la
salute…
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L'articolo Da dipendente pubblica, trovo perverso il meccanismo delle
assicurazioni private a danno dello Stato e del paziente proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Giuseppe Pignataro
Non serve più chiedere ‘quanto guadagni’. Basta chiedere: ‘quanto puoi
aspettare?’. Nel nostro Paese la disuguaglianza ha assunto una forma nuova e
quasi elegante: è una disuguaglianza di tempo. Tempo per una visita, per un
esame, per un referto. Tempo che, quando manca, si trasforma in rinuncia. E
quando la rinuncia diventa un’abitudine statistica, un diritto costituzionale
smette di essere un diritto: diventa una speranza.
Nel 2024, secondo l’Istat, ha rinunciato a visite o accertamenti ‘pur avendone
bisogno’ il 9,9% della popolazione: circa 5,8 milioni di persone. Un anno prima
erano il 7,6% (circa 4,5 milioni). La crescita non è un dettaglio: è un cambio
di regime. Le cause raccontano la gerarchia del sistema: il 6,8% dichiara di
aver rinunciato per liste d’attesa (era 4,5% nel 2023); il 5,3% per motivi
economici (era 4,2%); l’1,3% per la scomodità di raggiungere i servizi (era
1,0%).
E, parallelamente, aumenta di quattro punti il ricorso al privato ‘a proprie
spese’: la quota di chi ha pagato interamente l’ultima prestazione specialistica
sale dal 19,9% al 23,9%.
Non è un fenomeno nato ieri. L’Istat ricorda che già nel 2017 la rinuncia era
all’8,1%; oggi siamo al 9,9%, segno che il peggioramento è post-pandemico ma non
solo: è la spia di una fatica strutturale. Anche le ragioni cambiano: nel
Centro-Nord la rinuncia è trainata soprattutto dalle liste d’attesa (7,3% al
Centro e 6,9% al Nord), mentre nel Mezzogiorno il peso dei costi resta
equivalente. E il divario di genere è una ferita particolare: tra i 25 e i 34
anni rinuncia il 12,5% delle donne contro il 6,7% degli uomini. Non si tratta,
quindi, di un problema confinato alla marginalità estrema: attraversa classi
medie, età centrali, territori produttivi. Perfino il titolo di studio protegge
poco: tra i 25 anni e più rinuncia il 10,7% di chi ha un titolo terziario,
contro l’11,8% di chi ha al massimo la scuola secondaria inferiore. È come se il
Paese avesse smesso di garantire una soglia minima di esigibilità comune.
La rinuncia non colpisce in modo neutrale: è socialmente selettiva. Rinunciano
di più le donne (11,4%) rispetto agli uomini (8,3%). Il picco si osserva tra i
45 e i 54 anni (13,4%): età in cui si regge famiglia e lavoro, e il tempo
diventa un bene scarso. Il territorio, poi, disegna una geografia morale: Nord
9,2%, Centro 10,7%, Mezzogiorno 10,3%. In Sardegna la rinuncia tocca il 17,2%. E
nel Mezzogiorno la rinuncia per liste d’attesa è pari a quella per ragioni
economiche (6,3%): qui l’attesa e il reddito si sommano, non si sostituiscono.
Nel frattempo, la ‘sanità mista’ avanza senza dichiarazione politica. Secondo la
Fondazione Gimbe, nel 2024 la spesa sanitaria pagata direttamente dalle famiglie
(out-of-pocket) arriva a 41,3 miliardi, pari al 22,3% della spesa sanitaria
totale, ben oltre la soglia del 15% raccomandata dall’Oms per non mettere a
rischio accessibilità e uguaglianza. Quasi un euro su quattro è sborsato dai
cittadini: è la privatizzazione come gesto quotidiano, non come riforma.
Il risultato è un doppio canale che seleziona. Da una parte il pubblico, che
promette universalismo ma distribuisce attese; dall’altra il mercato, che offre
velocità a chi può pagare. E perfino quando il privato è ‘coperto’ da fondi e
assicurazioni, si crea una cittadinanza a strati: nel 2024, la spesa
intermediata dai cosiddetti terzi paganti (fondi sanitari, casse, assicurazioni)
raggiunge 6,36 miliardi. È un ecosistema che cresce dove il servizio pubblico
arretra: non sostituisce il Ssn, lo riscrive, pezzo dopo pezzo, come un
abbonamento.
Qui la filosofia non è un abbellimento: è un test di realtà. Rawls chiamerebbe
‘ingiuste’ le disuguaglianze che non migliorano la posizione dei più
svantaggiati; Sen ricorderebbe che la povertà è, prima di tutto, perdita di
capacità: la capacità di curarsi, di lavorare, di scegliere. E Arendt ci
obbligherebbe a una domanda semplice: un diritto esiste davvero se dipende dal
portafoglio o dalla pazienza?
Il punto non è negare che risorse e vincoli contino. Il punto è decidere che
cosa conti di più. Quando l’accesso alle cure diventa una funzione del tempo e
del reddito, la disuguaglianza smette di essere un tema economico e diventa un
principio di organizzazione della vita. Il bilancio di fine anno, allora, non è
solo nei conti pubblici: è nelle rinunce private, una per una, finché non fanno
sistema. E questo, oggi, deve essere una delle priorità della policy pubblica.
L'articolo In Italia la disuguaglianza ha una nuova forma: il tempo d’attesa per
curarsi. Così un diritto diventa privilegio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ho ascoltato con attenzione le parole di Roberta Villa, autrice di “Cattiva
prevenzione” su Radio24 del 30 dicembre 2025, che ci dice che l’idea di
prevenzione, pur rimanendo in alcuni casi fondamentale, è stata in questi ultimi
anni un po’ deformata in quanto tanti i controlli che facciamo, magari
annualmente, non hanno la capacità di ridurre la mortalità, come invece fanno
gli screening oncologici ad esempio per il colon retto o per il tumore della
mammella.
Da tempo, nella mia pratica clinica di ogni giorno, ho avvertito questo e per
spiegare meglio vi dico che una assicurazione dei dirigenti prevede, proprio
annualmente, l’esecuzione di test per la prevenzione del glaucoma e della
maculopatia con tre test (Pacchetto prevenzione: Perimetria computerizzata,
pachimetria corneale e Oct) spesso inutili. I primi due per la diagnosi di
glaucoma e il terzo prevalentemente per la diagnosi di maculopatia.
Ma come dico da anni basterebbe una semplice visita oculistica per fare la
diagnosi, e solo nel dubbio o per approfondimento prima della terapia occorre
eseguire gli esami stessi.
Parrebbe invece che il marketing, da un lato di BigPharma che vuole accaparrarsi
i non malati (lo sviluppo esponenziale di integratori o farmaci da banco va in
questo senso?) e dall’altro delle “aziende” sanitarie, prevalentemente private
accreditate, che hanno visto il grande conseguente guadagno, faccia da peso di
misura a scapito ovviamente di chi ha realmente bisogno e che si vede allungare
le liste di attesa. In parte questa emorragia di esami spesso inutili dipende
anche dalla medicina difensiva, vera piaga della sanità moderna.
In tutto ciò chi spende è sempre il cittadino tramite la spesa sanitaria che
aumenta e per le ricadute sociali che la spesa assicurativa mal utilizzata ha
sulla vita di tutti i giorni.
Ma restando nel mio campo dico da anni che se si volesse realmente ridurre
nettamente quel 14% di incidenza in Italia della malattia oculistica più
silenziosa che si chiama glaucoma basterebbe immettere nella visita per il
rinnovo della patente la misurazione della pressione oculare per uno screening
valido perché massivo, cadenzato e, guarda caso, più ravvicinato con l’aumento
degli anni e con l’aumento dell’incidenza della patologia. Peraltro il rinnovo
viene pagato anch’esso dal cittadino ma, questo sì, diverrebbe realmente una
buona prevenzione.
Non parliamo poi delle maculopatie con l’enorme spesa sociale di iniezioni
intraoculari con farmaci uguali ma con costi enormemente diversi che io sono
riuscito, con l’aiuto di Report, a fermare. Contro BigPharma che ne crea sempre
di nuovi, spesso con scarsa utilità.
Dobbiamo nel nuovo anno prevenire la prevenzione con abitudini di vita migliori
e lasciare la diagnosi e la terapia ai medici partendo dalla sintomatologia e
dall’empatia. Questo ci hanno insegnato negli anni universitari. Non si può
curare pensando alla terapia e al guadagno. Occorre prima fare una diagnosi
corretta da cui partono gli accertamenti per poi, eventualmente, confermarla.
L'articolo La piaga della medicina difensiva: così nel nuovo anno bisogna
prevenire l’eccessiva prevenzione proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La riforma Bernini, lanciata con slogan populisti, ha alimentato l’illusione
che laureare più medici fosse la panacea per risolvere i problemi del servizio
sanitario nazionale”. A dirlo è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione
Gimbe. Nell’ultima analisi pubblicata, l’organizzazione no-profit critica
l’intervento della ministra dell’Università. Una riflessione che arriva dopo “il
flop annunciato di una riforma superflua” e le polemiche sul semestre filtro.
Secondo Cartabellotta, “il problema italiano non è rappresentato dalla mancanza
di medici in termini assoluti” ma “da carenze selettive, perché sempre meno
giovani scelgono la medicina generale e alcune specialità cruciali, ma poco
attrattive”. Secondo Gimbe, infatti, l’Italia ha 5,4 medici ogni 1.000 abitanti,
una dotazione al di sopra della media Ocse e dei Paesi europei: un’analisi che
trova riscontro anche nei dati di Eurostat per il 2023. Il problema strutturale
dunque, non è quello della carenza di medici. Neanche per il futuro, dato che
l’aumento dei posti nei corsi di laurea in medicina e chirurgia, cresciuti del
51% solo negli ultimi tre anni, compensa i pensionamenti attesi. Anzi, “il forte
incremento degli accessi rischia di produrre, nel medio-lungo periodo, un numero
di laureati superiore alle reali capacità di assorbimento del servizio
sanitario”, precisa Cartabellotta.
L’allarme è invece rappresentanto dalla fuga dalla sanità pubblica, per niente
attrattiva: quasi 93mila medici, pari al 29,4% del totale, non lavorano nel
pubblico come dipendenti o convenzionati, né risultano inseriti in percorsi
formativi post-laurea: basti pensare al fenomeno dei medici gettonisti. Le
carenze riguardano invece la medicina di base, in cui secondo Gimbe mancano
5.575 unità per garantire il diritto alla cura alle cittadine e ai cittadini del
nostro Paese. Questi dati, denuncia Gimbe, smentiscono la narrazione frutto di
una propaganda che non affronta la crisi del Sistema sanitario nazionale: “È
evidente che senza interventi mirati per risolvere queste criticità”, si legge
nel report, “la riforma rischia di utilizzare risorse pubbliche per formare una
nuova pletora medica destinata al libero mercato, in una sanità dove il pubblico
arretra e il privato avanza. E visto che gli obiettivi dichiarati, migliorare la
qualità della formazione e valorizzare capacità e merito, sono clamorosamente
falliti, è indispensabile mettere da parte polemiche politiche e procedere in
maniera costruttiva con la riforma della riforma”.
Ora, si ipotizza una sanatoria che ne “certifica il fallimento”, conclude
Cartabellotta: si passa” dall’ambiziosa pretesa di una selezione basata sul
merito all’inevitabile compromesso del 6 politico” che auspica “una riforma
della riforma“.
L'articolo Medicina, Gimbe sulla riforma Bernini: “Superflua, un flop
annunciato. Alimenta l’illusione che laureare più medici sia la soluzione”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sul poster dietro al lettino dello studio c’è scritto che l’idrocolonterapia è
“indolore, efficace e senza rischi”. Un’ambientazione quasi da film horror,
scoperta stamattina dai poliziotti della Squadra mobile. A Prato, un uomo di 53
anni è finito agli arresti domiciliari per il presunto servizio abusivo di
idrocolonterapia nello studio della moglie, medico endoscopista. Secondo le
indagini, poi, tre pazienti donne sarebbero state vittime di violenze sessuali
durante le sedute dell’uomo. Due di loro hanno trovato il coraggio di denunciare
gli abusi.
Sull’arrestato, ex guardia giurata, le ipotesi di reato sono esercizio abusivo
della professione medica e violenza sessuale. Anche sulla moglie, la titolare
dello studio, c’è l’ipotesi di esercizio abusivo della professione medica, per
aver indirizzato i pazienti alle sedute del marito. Gli arresti domiciliari del
50enne sono stati disposti dal gip su richiesta della Procura di Prato. Con un
comunicato, il procuratore Lusca Tescaroli invita chiunque abbia subìto degli
abusi o condotte prevaricatorie a esporre denuncia.
Lo studio è dall’altra parte di una tenda scura. Decorazioni e oggetti
orientaleggianti sulle pareti. Sempre sul poster si legge: “idricolonterapia,
l’acqua che depura, rivitalizza e dona benessere”. Accanto, il macchinario per
le sedute, che dai filmati sembrerebbe essere un’apparecchiatura prodotta da una
azienda tedesca. Le sonde utilizzate per i trattamenti erano conservate in
prossimità di bidoni della spazzatura, delle condizioni igienico-sanitarie
pericolose per i pazienti dello studio medico.
La titolare dello studio pubblicizzava l’idroncolonterapia sui social come una
pratica medica. L’idrocolonterapia consiste nel lavaggio dell’intestino
attraverso l’introduzione nel retto di acqua dolce filtrata. Secondo l’Iss,
questa pratica invasiva non ha nessuna utilità, ma può invece procurare danni
anche molto gravi come la perforazione del colon.
L'articolo Idrocolonterapia abusiva nello studio medico: 53enne ai domiciliari
per abusi sessuali proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ieri ho seguito in streaming l’iniziativa promossa da Rosy Bindi nella sede del
Senato a palazzo Giustiniani dal titolo “Legge di bilancio, ancora un colpo alla
sanità pubblica”. Questa conferenza, molto simile alle parate, ha – quasi – un
copione standard: da una parte Bindi e i suoi generali cioè i suoi relatori e
dall’altra almeno 140 associazioni per lo più riconducibili al privato sociale,
ai movimenti cattolici, a laboratori sociali, a diversi forum, tutti schierati,
come se fossero un esercito. Che cosa voglia fare la Bindi di questo esercito è
chiaro solo a lei. Mio nonno Primo mi diceva che neanche il cane muove la coda
per niente. Immagino che Bindi abbia i suoi bravi propositi e le sue brave
ambizioni che peraltro non sono neanche tanto difficili da comprendere. Niente
di male sia chiaro. Tempo fa qualcuno l’ha persino candidata alla presidenza
della Repubblica.
Da tempo, come sanno tutti, sostengo nei miei libri e nei mei articoli che Bindi
si comporti da “imbrogliona”: una ex ministro della Sanità che al governo di
destra chiede più soldi per la sanità pubblica ma nello stesso tempo non è in
nessun modo disponibile a modificare le terribili politiche neoliberiste da lei
fatte con la sua devastante controriforma. In cosa consiste l’imbroglio?
Chiedere più soldi per la sanità pubblica oggi, senza toccare di un euro la
batteria di incentivi fiscali per mezzo della quale grazie alla riforma Bindi
cresce senza soste la privatizzazione, è materialmente impossibile. Lo
stanziamento per finanziare le due sanità – quella pubblica e quella privata –
dovrebbe essere complessivamente raddoppiato e tutti sanno che oggi le
condizioni economiche per farlo non ci sono per non tacere del vincolo che il
governo ha preso con l’Europa di assegnare il 6% del Pil alle spese militari.
Ma l’imbroglio della Bindi si vede anche per un altro fatto del quale essa non
sembra per nulla turbata: come mai la destra per appaltare al privato i servizi
sanitari pubblici ritiene che basti applicare fino in fondo proprio la
controriforma Bindi?
Infine un’altra ragione. Ormai il sistema pubblico sta sbandando, come dicono
tutti i dati, verso il privato: ormai la gente per potersi curare è obbligata a
pagare. Se è così, è ovvio che per rimettere in carreggiata la sanità pubblica
bisogna ridimensionare la sanità privata, come è altrettanto ovvio che per
ridimensionare la sanità privata bisogna cancellare – ripeto cancellare – la
controriforma della Bindi e fare un’altra legge. E’ impossibile ridurre la
privatizzazione senza cambiare quella norma.
Io credo che, con la destra al governo, imbrogliare sulla sanità oggi sia molto
pericoloso per la sinistra. La maggior parte di questa sinistra – proprio perché
bisogna combattere la destra – preferisce far finta di niente, negando anche di
fronte all’evidenza l’imbroglio. Ma questo implica un altro imbroglio: la
manipolazione dell’informazione.
Per questo vorrei rendere noti due episodi concreti che riguardano i miei
rapporti con due giornali con i quali ho avuto lunghe collaborazioni: con
entrambi ci sono stati scambi diretti e interlocuzioni che non hanno avuto alcun
esito. Il primo è relativo al Manifesto, giornale storico della sinistra
italiana, per il quale – fin dalla sua nascita (1971) – ho scritto pro bono, a
difesa sia della sanità pubblica che dell’articolo 32. Il secondo è relativo a
Quotidiano sanità, giornale on line di proprietà di “Consulcesi group”, sul
quale ho scritto – sempre pro bono – per 25 anni quindi fin dalla sua nascita.
La coincidenza vuole che entrambi i giornali abbiano cambiato nello stesso anno
(2023) la gerenza e che – anche se per ragioni molto diverse – siano arrivati ad
adottare comportamenti censori contro di me che gli imbrogli vorrei denunciarli.
Il Manifesto – forse considerando Bindi come Rosa Luxemburg – è arrivato a
vietare a me che non la considero tale la libertà di esprimere un’opinione
quindi censurando le mie critiche. Quotidiano sanità idem, con in più
l’intolleranza del giornale padronale verso coloro che, oltre a denunciare gli
imbrogli, denunciano la destra che mette a regime le riforme della Bindi. Non ho
potuto nemmeno pubblicare una lettera d’addio ai lettori.
Se la censura la intendessimo come severa riprensione di certi valori, allora
due cose sarebbero chiare: che la critica alla privatizzazione della sanità e
dei suoi responsabili in nome della difesa dei diritti è la prima causa della
censura di cui mio malgrado ritengo di essere vittima; che le censure che mi
sono state imposte servono a imbrogliare di più e meglio perché sono tutte
finalizzate a nascondere le verità sui responsabili della privatizzazione.
L'articolo Da sempre critico la ‘contro-riforma’ Bindi della sanità: vi spiego
in cosa consiste l’imbroglio proviene da Il Fatto Quotidiano.