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Gite scolastiche, cambiano le regole. La Uil: “Norme poco chiare”. E i piccoli operatori si sentono danneggiati
C’è chi la chiama trasparenza e semplificazione e chi parla di un danno incredibile al turismo scolastico. Di fatto da quest’anno la norma sull’affidamento dei viaggi d’istruzione è cambiata. Le scuole non possono più – oltre i 140 mila euro di spesa – fare una gara con affidamento diretto ma devono rivolgersi ad una stazione appaltante qualificata. Il ministero dell’Istruzione d’accordo con quello dell’Economia e delle Finanze, ha avviato una soluzione tramite Consip ovvero la società per azioni italiana detenuta dal Mef che svolge il compito di centrale acquisti della pubblica amministrazione del Paese. Il 23 dicembre scorso è stato aggiudicato l’Accordo Quadro: su dieci lotti complessivi, i vincitori risultano solo quattro grandi operatori, che si alternano nelle graduatorie. Un vero e proprio “oligopolio” secondo Emilio Cordeglio, responsabile delle “gite” di “Assoviaggi”. Sulla questione il ministero dell’Istruzione interpellato da Il Fatto Quotidiano.it non commenta ma si attiene a precisare che “l’acquisto di viaggi d’istruzione per importi superiori alla soglia comunitaria deve essere svolto tramite piattaforme certificate o strumenti messi a disposizione da centrali di committenza in linea con il codice contratti”. COSA PREVEDE LA NORMA La norma in merito alle cosiddette gite è decisamente complessa. Vediamo nei dettagli come funziona. Secondo le indicazioni operative del ministero dell’Istruzione e dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), per l’anno scolastico 2025/2026 le soglie di riferimento per l’affidamento dei servizi di viaggi d’istruzione e attività simili sono quattro. Il primo caso: qualora il costo complessivo del viaggio (servizi turistici organizzati, trasporto, alloggio ecc.) fosse inferiore a 140 mila euro, la scuola può procedere in autonomia con affidamento diretto. Per importi compresi tra 140 mila e la soglia di rilevanza europea (che è attualmente circa 221mila euro e dal 2026 scenderà a 216mila euro), la scuola può utilizzare procedure negoziate senza bando, ma deve avvalersi di una centrale di committenza qualificata e degli strumenti telematici messi a disposizione. Terzo caso: se il valore totale supera la soglia europea deve essere indetta una gara pubblica (aperta), sempre tramite stazione appaltante o centrale di committenza qualificata. Infine i corsi di lingua all’estero e servizi sociali assimilati: la soglia più alta per procedure negoziate può arrivare fino a 750 mila euro prima di dover ricorrere a una gara aperta. LE PROTESTE Una situazione che la Uil Scuola ha esaminato a fondo: “Le scuole – dichiarano i vertici del sindacato guidato da Giuseppe D’Aprile – affidano ad agenzie di viaggi e di trasporto i viaggi di istruzione e le uscite didattiche. Le modifiche al Codice degli appalti (D.Lgs. 36/2023) hanno messo in grande allarme le scuole, soprattutto quelle di grandi dimensioni, in quanto gli importi delle gare di aggiudicazione spesso superano i limiti imposti alle stazioni appaltanti non qualificate (ora denominate “stazioni appaltanti sub – centrali”), quali sono le istituzioni scolastiche. L’Anac è intervenuta a rasserenare gli animi: fino a 140mila euro si potrà procedere mediante un affidamento diretto, sopra tale soglia e fino a 216mila euro la scuola potrà svolgere una gara mediante procedura negoziata, invitando almeno cinque operatori economici del settore, secondo una procedura ben conosciuta e praticate dalla scuola. Le scuole potranno differenziare le gare secondo la tipologia del viaggio senza incorrere nell’infrazione di un frazionamento forzoso della gara d’appalto. Una cosa è certa: il tutto è frutto di norme approssimative e poco chiare che, come sempre, oltre ad esporre i Dirigenti Scolastici a rischi e sanzioni di cui non si ha assolutamente bisogno, risultano spesso inapplicabili in una realtà peculiare e complessa come è la scuola”. Secondo Raffaele Micelli, operatore turistico della provincia di Matera, le nuove norme rischiano di creare “un effetto trascinamento sul sotto soglia”: “Dirigenti scolastici e direttori amministrativi”, ha sostenuto a ilfattoquotidiano.it, “per ragioni di tutela legale potrebbero scegliere di affidare sempre più viaggi al canale Consip, perché percepito come più sicuro, standardizzato e protetto da responsabilità personali. Dal punto di vista di un istituto, è la scelta più comoda e meno rischiosa”. Da qui la sua preoccupazione: “Un settore composto da centinaia di agenzie specializzate nel turismo scolastico, spesso piccole e medie imprese, con esperienza e competenze costruite in anni di lavoro, potrebbe essere progressivamente escluso dal mercato, con conseguente chiusura di attività, perdita di posti di lavoro e impoverimento dell’offerta educativa”. Un’analisi condivisa da Cordeglio di Assoviaggi: “In nome della trasparenza si è creata una complessità nella gestione dei viaggi d’istruzione con una ricaduta negative sulle famiglie per l’aumento dei costi”. Risultato? Secondo Uil e Assoviaggi, il rischio è che sempre più istituti riducano le uscite didattiche. L'articolo Gite scolastiche, cambiano le regole. La Uil: “Norme poco chiare”. E i piccoli operatori si sentono danneggiati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La schedatura come prassi: anche a scuola si nota un sensibile cambiamento nell’aria che tira
La schedatura come prassi. Due notizie differenti, ma a loro modo convergenti. La prima. Una decina di giorni fa la Direzione Generale per gli Affari Internazionali del Mim ha inviato una nota agli Uffici Scolastici Regionali, invitandoli ad avviare una rilevazione degli alunni palestinesi presso le istituzioni scolastiche italiane per l’anno scolastico in corso, corredata da una sezione facoltativa riguardante informazioni specifiche su eventuali percorsi di inserimento appositamente predisposti. La notizia si diffonde in occasione della richiesta inoltrata dall’Usr Lazio, in realtà preceduta da quella dell’Usr Lombardia, che addirittura fissava la data di chiusura del censimento al 3 dicembre. Alla prontissima reazione di Usb e FLCgil, che hanno immediatamente pubblicato un comunicato in cui sostanzialmente chiedevano spiegazioni rispetto ad una richiesta irrituale e sospetta, è stato risposto da Carmela Palumbo, capo dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione del Mim: “E’ un monitoraggio che facciamo sulla falsariga di quanto abbiamo fatto per degli studenti ucraini: non abbiamo nomi e cognomi ma solo numeri divisi per regioni e ordine scolastico, con particolare attenzione con chi deve sostenere gli esami”. La risposta non ha convinto nessuno, considerata la profonda differenza tra le due situazioni e l’assenza totale di una programmazione specifica, da parte del ministero, di un piano di integrazione – con risorse ad esso destinate – per gli studenti e le studentesse palestinesi. Gli studenti dell’Osa in alcune città italiane hanno organizzato presidi di contestazione. Voltiamo pagina, solo per modo di dire. Distrarsi da questi segnali significa non voler fare i conti concretamente con un cambiamento sensibile nell’aria che tira. Ce ne eravamo accorti sin dall’inizio di quest’anno scolastico, con l’incredibile stop alle discussioni sul genocidio palestinese, imposto ai collegi dei docenti in settembre dall’Usr Lazio. Uno stop che non ha impedito la massiccia partecipazione del mondo della scuola ai due straordinari scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre. A proposito di aria che tira, è recentissima la notizia che da Palermo a Cuneo, passando per Pordenone, Prato, Brescia, si sta diffondendo un curioso (per usare un eufemismo) sondaggio di Azione Studentesca, movimento legato a Gioventù Nazionale, i “ragazzi” di Fratelli d’Italia. La campagna si chiama “La scuola è nostra!” (nostra di chi? Di un gruppetto di facinorosi nostalgici?), inaugurata in dicembre; l’intento è quello di stilare un report nazionale attraverso un questionario di poche domande, alcune delle quali relative alle condizioni della scuola (edilizia, viaggi di istruzione), apparentemente neutre. Neutre, però, non sono quelle finali: “Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni? Descrivi uno dei casi più eclatanti”. Riccardo Ponzio, presidente di Azione studentesca, ha respinto con scarsa efficacia l’ondata di indignazione che è seguita alla diffusione della notizia, precisando che il questionario riguarda anche i temi precedentemente citati; la sezione dedicata alla propaganda, ha affermato, chiede di descrivere eventuali casi, ma non di fare nomi. “Non stiamo schedando nessuno; semmai vogliamo far emergere una realtà che molti fingono di non vedere. Chi si indigna, forse, teme di perdere il controllo su cosa accade in classe”: finalmente qualcuno in grado di aprire gli occhi a coloro che fingono di non vedere di quale pasta sono fatti i/le docenti italiani/e. Il ragazzo non sa – o finge di non sapere – che, sebbene il malgoverno della scuola sia stato trasversale, il centrodestra detiene indubbiamente il primato della propensione alla denigrazione e al dileggio dei docenti, con argomenti molto simili a quelli da lui e dai suoi usati. Nel 2007, ad esempio, Gianfranco Fini – che meno di un anno dopo sarebbe diventato presidente della Camera – dichiarò al Corriere della Sera: “I nostri figli sono in mano a un manipolo di frustrati che incitano all’eversione”. Il più pittoresco fu un deputato – Fabio Garagnani – approdato, dopo rocamboleschi avvitamenti, in Forza Italia. Oltre che per una proposta di legge del 2010, finalizzata a sostituire la celebrazione del 25 aprile con quella del 18 aprile (elezioni politiche del ’48), era diventato protagonista di una vera e propria mania delatoria nel 2001, all’epoca del ministero Moratti, con la proposta di inserire nelle scuole telefoni-spia per i casi di “estrema politicizzazione, snaturamento dei fatti storici e di attacchi all’attuale governo”, contro i prof “comunisti” in cerca di prede indifese: “Segnalare esperienze di metodica e faziosa propaganda politica attuata da certi insegnanti nelle ore di lezione rientra nell’ambito della normale attività di un parlamentare”. Rimane indimenticabile l’espressione di Massimo D’Alema quando, a Ballarò, nel 2009, Berlusconi indicò tra i “poteri forti nelle mani della sinistra le scuole superiori” (naturalmente aggiungendo anche la magistratura e le procure della Repubblica). Sospendo qui il tragicomico repertorio, perché il tempo non ha lavorato a favore dei docenti, da questo punto di vista. L’epoca era diversa e gli anticorpi del Paese, benché già traballanti, parevano reggere. Ora viviamo in un mondo impazzito, dove sopraffazione, delazione, repressione, securitarismo sono all’ordine del giorno, e devono essere normalizzate, perché tutto continui a funzionare; perché la “sicurezza” che hanno in mente sia garantita. In un mondo in cui le scuole solo raramente mantengono integra una visione coesa dei principi da salvaguardare senza se e senza ma, con dirigenti scolastici sempre più asserviti alla logica della compressione degli spazi di conflitto e di esercizio della libertà di insegnamento. In un mondo in cui l’antifascismo (su cui è fondata la Costituzione) è impunemente definito “catechismo politico forzato” dalle associazioni giovanili contigue al partito della presidente del Consiglio. Dalla quale auspicheremmo di ascoltare parole chiare in merito ad entrambe le situazioni, lontane ma vicine, che ci parlano – da fronti diversi – di una necessità di controllo sulla vita delle persone e sulla loro libertà. Oltre che di una paurosa deriva, alla quale dobbiamo reagire; perché la schedatura potrebbe non essere più un tabù. L'articolo La schedatura come prassi: anche a scuola si nota un sensibile cambiamento nell’aria che tira proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Esami del semestre filtro di Medicina, tra phishing e fake news: inchiesta su truffe informatiche
Si spacciavano per funzionari pubblici, ma i tecnici informatici non ci erano cascati. La Procura e la Polizia postale di Bologna hanno aperto un’indagine su due casi di truffa relativi al corso di Medicina, nello specifico sulle domande degli esami obbligatori per superare il semestre filtro introdotto dal governo Meloni. L’inchiesta è strutturata in due filoni ed è partita con le denunce di Cineca, il consorzio interuniversitario che ha gestito le prove di Chimica, Fisica e Biologia per conto del ministero dell’Istruzione. Da Casalecchio di Reno il maggior centro di calcolo italiano ha curato la logistica e la parte informatica per gli appelli del 20 novembre e del 10 dicembre degli esami previsti. Qualche giorno prima del secondo appello degli hacker avevano adottato la tecnica del phishing con l’obiettivo di venire a conoscenza delle domande per il test di Fisica. Questo genere di truffa informatica, infatti, consiste nel fingersi un ente e tramite email, SMS o messaggi indurre così le vittime a rivelare informazioni sensibili. In questo caso, i malintenzionati dichiaravano di essere colleghi del Cineca o dipendenti del Miur. Ma il personale del consorzio non aveva abboccato a questi raggiri: prima avevano segnalato la questione ai vertici aziendali e poi denunciato tutto all’autorità informatica. Sotto le indicazioni degli agenti, gli addetti avevano teso una trappola ai truffatori, inviando loro dei link utili a identificarli. Il secondo filone dell’indagine riguarda alcuni studi legali che avevano diffuso notizie false sulla regolarità delle prove per il semestre filtro. Il 9 dicembre 2025, il giorno prima del secondo appello, sui profili social di alcuni avvocati erano stati pubblicati degli screenshot con le presunte domande d’esame. Una mossa che, oltre a diffondere informazioni false, era una tattica per dimostrare l’irregolarità dei test e indurre le persone a presentare ricorso, con tanto di listino prezzi dei servizi offerti. L'articolo Esami del semestre filtro di Medicina, tra phishing e fake news: inchiesta su truffe informatiche proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Conteggio degli studenti palestinesi, il ministero risponde all’Usb: “Non è una schedatura, ma un piano per l’integrazione”
Il ministero dell’Istruzione e del Merito è pronto a mettere in campo un piano accoglienza per i bambini palestinesi presenti nelle nostre scuole. Come nel 2022 per i piccoli profughi ucraini il ministro Giuseppe Valditara, vuole “assicurare la migliore integrazione nel percorso scolastico degli studenti” di Gaza e della Cisgiordania. Un’iniziativa che ha immediatamente innescato una polemica dell’Unione Sindacale di Base che a fronte di una circolare di rilevazione del numero degli alunni palestinesi, ha accusato il ministero di aver compiuto “un atto inaccettabile, che introduce una vera e propria schedatura su base etnica e nazionale all’interno della scuola pubblica statale”. L’Usb ha usato parole “pesanti” per denunciare il caso: “La nota ministeriale non chiarisce in alcun modo le finalità di questa indagine, non ne specifica il fondamento normativo né il motivo per cui tale rilevazione venga effettuata esclusivamente nei confronti degli studenti palestinesi. Un’operazione opaca, discriminatoria e pericolosa, che viola i principi costituzionali di uguaglianza e tutela dei minori e tradisce il ruolo inclusivo che la scuola dovrebbe svolgere”. Una richiesta di chiarezza che è arrivata immediatamente dagli uffici del ministro con una nota inviata da Carmela Palumbo, capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione: “Allo scopo di favorire il pieno inserimento scolastico degli studenti palestinesi nelle scuole, la Direzione affari internazionali del ministero ha avviato una rilevazione, tramite gli Uffici scolastici regionali, per conoscerne il numero e l’ordine scolastico di frequenza. Tale attività è stata fatta con le stesse finalità e il medesimo format utilizzati dal precedente governo relativamente agli studenti ucraini. Sarebbe davvero inappropriato che un’iniziativa, volta ad assicurare la migliore accoglienza e integrazione nel percorso scolastico degli studenti palestinesi, venga ingiustamente strumentalizzata per finalità di propaganda”. Parole che hanno spento definitivamente il fuoco acceso dal Sindacato di Base. La circolare in questione – che ilfattoquotidiano.it ha visionato – non chiede alcun nominativo ma solo dati numerici da inserire in un format dando la possibilità alle scuole di descrivere le diverse situazioni. Nelle ultime ore, lo stesso Valditara, è intervenuto con la volontà di non alimentare la polemica ma di spiegare la volontà del ministero che vuol dare un supporto soprattutto a quei minori che – fuggiti da Gaza, dalla Cisgiordania o da altri campi profughi – non hanno potuto frequentare la scuola negli ultimi mesi. Anche nel 2022 una circolare con oggetto “Accoglienza scolastica per gli studenti ucraini” aveva raccolto dati e dato indicazioni operative. Nelle prossime settimane, allo stesso modo, una volta avuto il quadro della situazione il ministero metterà a disposizione risorse per gli studenti palestinesi. L'articolo Conteggio degli studenti palestinesi, il ministero risponde all’Usb: “Non è una schedatura, ma un piano per l’integrazione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giuseppe Valditara
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Iscrizioni alla scuola secondaria, la lettera di Valditara “sponsorizza” gli istituti tecnici. Ai licei solo quattro righe, ancora meno al percorso “made in Italy”
“Cari Genitori, nelle prossime settimane saranno avviate le procedure di iscrizione per l’anno scolastico 2026/2027 e le nostre ragazze e i nostri ragazzi potranno scegliere il percorso di studi da intraprendere al termine della scuola secondaria di primo grado. Si tratta di un momento fondamentale: è l’inizio di un percorso di vita, oltre che di studio, che dovrà servire a valorizzare i talenti, le attitudini e le aspettative di ogni giovane. Per questa ragione il sistema scolastico si impegna a offrirVi il suo supporto”. Puntuale – come ogni anno da quando è al governo – nei giorni scorsi, il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha scritto alle mamme e ai papà d’Italia che devono scegliere con i loro figli la scuola secondaria, per fornire loro le prospettive lavorative dei diplomati, alcune tendenze del mondo del lavoro e alcuni dati sulle possibilità di scelta dei percorsi di studio dopo il diploma: Istituti Tecnologici Superiori Academy e Università. Una missiva dove Valditara non nasconde più di tanto la “sponsorizzazione” per il cosiddetto 4+2, battezzato dallo stesso professore. Nella nota, infatti, dice: “Mi sembra utile evidenziare che sono ormai entrati a pieno regime i percorsi della filiera tecnologico professionale che consentono agli studenti dopo solo quattro anni di scuola tecnica o professionale di entrare immediatamente nel mondo del lavoro con qualifiche particolarmente richieste e ben retribuite, di iscriversi all’università ovvero di conseguire con ulteriori due anni di studio il diploma di tecnico superiore rilasciato dagli Its Academy, cioè un titolo di studio di livello terziario a cui corrisponde un profilo di tecnologo che permette un rapido e appagante inserimento lavorativo. A tal riguardo, i dati di monitoraggio a disposizione evidenziano un tasso di occupazione molto alto, pari a circa l’84%, a un anno dal diploma Its”. A fronte delle venti righe dedicate al 4+2, spende quattro righe d’inchiostro per i licei anche perché i percorsi tradizionali si dà per scontato che si conoscano. Balza all’occhio, invece, come il liceo made in Italy (altra creatura di questo Governo) tanto promosso negli scorsi anni, finisca in fondo alla lettera riassunto in una riga e mezza. Negli allegati, molto dettagliati, il ministero di viale Trastevere spinge molto l’acceleratore sui tecnici: “Nel periodo 2025-2029, le aziende richiederanno complessivamente circa 1,6/1,8 milioni di lavoratori in possesso di un diploma di secondo grado, corrispondenti a circa 310/360 mila in media all’anno. I posti di lavoro da coprire ogni anno tra il 2025 e il 2029 con lavoratori in possesso di diploma tecnico professionale saranno compresi tra 160mila e 186mila unità a fronte di circa 153mila giovani in uscita da questi indirizzi di studio che si metteranno alla ricerca di un lavoro. Vi sarà, pertanto, una carenza di diplomati tecnici e professionali che potrà variare tra 8mila e 33mila unità all’anno, interessando trasversalmente quasi tutti i percorsi, anche se con diversa intensità”. Sui licei, invece, il ministero è molto più prudente: “I posti di lavoro da coprire nel periodo (2025-2029) con un diploma liceale vengono stimati tra 25mila e 30mila annui. Il dato conferma che i diplomi liceali di per sé non rivestono una forte attrattività per il mercato del lavoro e richiedono piuttosto una prosecuzione nell’istruzione terziaria. La rilevazione Excelsior mette in evidenza che, comunque, circa 100mila neodiplomati liceali, ovvero il triplo di quanti richiesti, proverà ad entrare nel mondo del lavoro”. Una spinta verso le professioni tecniche e il mondo industriale legato all’innovazione informatica che non solo Valditara ha premiato. Lo stesso Romano Prodi, nel 2016, su “Il Sole24Ore” scriveva: “Il nostro Paese ha bisogno di un forte rilancio dell’istruzione tecnica. Oggi siamo di fronte ad un vero e proprio dramma: i nostri Istituti tecnici, che hanno formato la classe di lavoratori e dirigenti dando certamente un forte impulso al nostro sistema industriale vivono una profonda crisi. Dal 1990 sul totale dei diplomati della scuola secondaria gli allievi degli istituti tecnici sono passati dal 44% al 35%, mentre quelli dei licei sono passati dal 30% al 45%: un calo drammatico dell’istruzione tecnica che si è appena arrestato negli ultimi 3 anni. Occorre mettere in chiara luce le cause di questo fenomeno. La prima causa è la mentalità dei genitori che erroneamente ritengono gli istituti tecnici scuole di serie B”. Resta un problema, sollevato dalla Gilda in queste ore: la riforma della filiera tecnico- professionale non è a tutt’oggi accompagnata dai decreti attuativi che dovrebbero definire i quadri orari dei singoli indirizzi e i loro effetti sull’organizzazione delle attività didattiche e del lavoro dei docenti. Molti dirigenti scolastici – fa sapere il sindacato – stanno spingendo per una rapida approvazione da parte dei collegi dei docenti della riforma senza avere un quadro certo sui suoi effetti, soprattutto in termini di organici e di didattica. Una fretta determinata dall’emanazione di un decreto del Mim che fissa al 10 dicembre la scadenza per candidare le scuole che intendono far parte dei percorsi 4+2 dal 2026-27. “Ci teniamo a ricordare che non è previsto alcun obbligo di approvazione da parte delle scuole, per l’avvio della riforma e che i collegi dei Docenti possono rifiutare di votare provvedimenti che risultano incerti”, spiega il coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti Vito Carlo Castellana. L'articolo Iscrizioni alla scuola secondaria, la lettera di Valditara “sponsorizza” gli istituti tecnici. Ai licei solo quattro righe, ancora meno al percorso “made in Italy” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Carta del docente, caos senza fine: pronti oltre 200mila ricorsi di insegnanti precari
La decisione del ministero dell’Istruzione e del Merito di rendere, da questa settimana, accessibile la piattaforma “Carta del docente” agli insegnanti che dispongano di eventuali residui dell’anno scolastico 2024/2025 e ai beneficiari di sentenze a cui è stata data esecuzione, ha sollevato una bufera che rischia di travolgere proprio il ministro Giuseppe Valditara che sarebbe – secondo i sindacati e Elisabetta Piccolotti, di Alleanza Verdi Sinistra– travolto da ricorsi da parte di coloro che hanno il contratto fino al 30 giugno e da parte di coloro che pur avendo già avuto il riconoscimento del tribunale non hanno ancora ottenuto un centesimo al punto da doversi rivolgere di nuovo ad un legale per la mancata ottemperanza di viale Trastevere. Non è semplice ricostruire quanti sarebbero con esattezza i ricorsi ma secondo i sindacati si parla di 200 mila precari che hanno compilato le carte bollate. Tant’è che Piccolotti, con un’interrogazione parlamentare, ha segnalato che il ministero viene quasi sempre condannato anche a risarcire spese legali per circa due mila euro. Una montagna di costi che paiono essere già arrivati in tre anni “ad un miliardo di euro e che lieviteranno ancora, pare almeno fino ad un miliardo e mezzo” a detta di Avs. Numeri che le organizzazioni sindacali non smentiscono. Solo la Uil Scuola ha presentato oltre quindici mila ricorsi per la corretta attribuzione della Carta Docente; l’Anief 17.130 e la Gilda cinque mila. Altra questione: ad oggi non è ancora chiaro a quanto ammonterà la cifra effettivamente spendibile dai docenti. La sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti ha detto che bisognerà aspettare gennaio per far ripartire la macchina in attesa di conoscere i numeri dei contratti a termine al 30 giugno ma nessuno si è sbilanciato a confermare il bonus. Anzi. Le avvisaglie non sono delle migliori. Nella Maggioranza qualcuno non ha negato che la “coperta è sempre più corta” e Valditara già a settembre è stato prudente. Giuseppe D’Aprile, numero uno della Uil Scuola è determinato: “È necessario un intervento più chiaro e concreto, che permetta di rendere pienamente operativo questo strumento e di tutelare il diritto alla formazione dell’intero personale della scuola senza costringerlo, ancora una volta, a ricorrere ai tribunali per vedersi riconosciuto ciò che gli spetta”. Nei giorni scorsi, intanto, l’Anief ha lanciato una petizione che ha già raccolta tre mila firme per ottenere un finanziamento di cento milioni di euro per non far diminuire il bonus dal prossimo anno. La mancata volontà del Governo di Destra di riconoscere a tutto il personale della scuola la “Carta docente” nata fin dall’inizio, all’epoca del premier Matteo Renzi, solo per i docenti a tempo indeterminato ha portato ad un pasticcio infinito. La sentenza C‑268/24 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha deciso che escludere automaticamente i docenti con supplenze brevi dall’accesso alla Carta del Docente viola il diritto comunitario. La normativa italiana, che riservava il beneficio ai soli docenti di ruolo o ai supplenti annuali, è stata giudicata discriminatoria. Secondo i giudici, tale limitazione contrasta con la clausola quattro dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva 1999/70/CE. Per la Corte, quindi, poiché anche i supplenti a termine svolgono funzioni identiche a quelle dei colleghi di ruolo e partecipano alle stesse attività didattiche e formative, non può esistere una giustificazione oggettiva per l’esclusione dall’accesso alla Carta del docente facendo quindi decadere il trattamento differenziato. Oggi, quindi, in base alla legge di bilancio 2025, tutti i docenti assunti con contratto al 31 agosto 2025 hanno diritto automatico alla Carta del Docente, senza necessità di ricorsi mentre chi ha un contratto al 30 giugno deve presentare ricorso al tribunale per ottenere il riconoscimento. Inoltre, a detta dell’Anief, anche i docenti con supplenze brevi (anche per pochi mesi) possono rivolgersi al tribunale del lavoro del luogo in cui hanno prestato servizio per richiedere la Carta del Docente. Il diritto può essere rivendicato anche per i contratti stipulati negli ultimi cinque anni, in base alla prescrizione quinquennale. Nonostante ciò a viale Trastevere continuano a fare spallucce e spesso chi ha anche ottenuto il riconoscimento dei togati deve procedere con l’iter dell’ottemperanza che può punire anche il funzionario inadempiente. In questo caso un commissario ad acta è incaricato di eseguire la sentenza entro trenta o sessanta giorni. Secondo l’Anief il ministero non eseguirebbe subito il pagamento per questione economiche: “Lo Stato italiano preferisce sostenere il costo dei ricorsi individuali piuttosto che estendere automaticamente il beneficio a tutti i precari, poiché non tutti hanno tempo, risorse o volontà di agire legalmente. Tuttavia, questa strategia espone l’Italia a nuove procedure di infrazione a livello europeo per mancato rispetto dei principi comunitari, come quello di non discriminazione”. Solo in casa Anief dei 17.130 ricorsi depositati ci sono state 12.600 sentenze favorevoli ai docenti ma due terzi non sono state ottemperate. “C’è un ammonimento – spiega il presidente di Anief, Marcello Pacifico – della procura di Roma (su commissariamento) ai dirigenti del Mim per la possibile responsabilità erariale e penale sulla mancata esecuzione delle sentenze”. Anche la Gilda è ricorsa alla Procura per i mancati pagamenti. Tanti i casi segnalati. A Reggio, 581 docenti precari, rivolgendosi alla Fl Cgil hanno vinto i ricorsi individuali ma più di un terzo degli aventi diritto – comprese persone che sono nel frattempo uscite dal mondo della scuola – non ha infatti ottenuto quanto gli spettava. Lo ha denunciato su “Il Resto del Carlino” Tatiana Giuffreda, segretaria della categoria dei “lavoratori della conoscenza” della Camera del lavoro, che evidenzia: “In più la piattaforma della carta docenti è ora bloccata, probabilmente per la riorganizzazione in corso. E molti docenti che vorrebbero iscriversi a corsi di formazione non possono farlo”. Da un test de “Il Fatto Quotidiano.it” – eseguito più volte in una giornata – i tempi di attesa vanno da un minuto e mezzo a tre. “Il ministro del governo Meloni – ha spiegato la deputata di Avs – si è ostinato su questa strada per tre anni nonostante la pioggia di ricorsi per la carta docente, per le ferie non godute che non vengono pagate e per l’equiparazione economica e giuridica al personale stabile. Quel che è peggio é che il recente intervento normativo proprio su questo punto non sana il pregresso e lascia esclusi i supplenti con almeno 150 giorni di servizio, in contrasto con la giurisprudenza di Cassazione. Queste risorse pubbliche potrebbero essere meglio impiegate per stabilizzare gli stessi precari o per finanziare gli aumenti contrattuali, quegli aumenti che scandalosamente non sono stati adeguati all’inflazione crescente. Per questo – ha concluso Piccolotti – abbiamo presentato un’interrogazione parlamentare al ministro per sapere se i dati in nostro possesso sono giusti e affinché ci spieghi quali iniziative urgenti intenda assumere per ridurre i contenziosi, tutelare i lavoratori precari e mettere fine a uno spreco enorme di denaro pubblico”. Il totale di questi contenziosi, stimato da Avs, dall’ottobre 2022 all’ottobre 2025, sarebbe di circa 1,53 miliardi di euro. L'articolo Carta del docente, caos senza fine: pronti oltre 200mila ricorsi di insegnanti precari proviene da Il Fatto Quotidiano.
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