“Abbiamo un paese che è fatto di parole”, scrive il grande poeta palestinese
Mahmoud Darwish in Come gli altri viaggiamo. Parole che non sono solo quelle
della letteratura, dei romanzi di Ghassan Kanafani (1936-1972) e dei racconti di
Samira Azzam (1927-1967), che hanno gettato le “fondamenta” dei “motivi
ricorrenti della letteratura palestinese”, come ha scritto l’arabista e
traduttrice Elisabetta Bartuli, o di tutte le poetesse, i poeti, gli autori e le
autrici dei decenni seguenti – ma anche quelle pronunciate ogni giorno da
uomini, donne, bambine e bambini nei luoghi più disparati: da Gerusalemme, Gaza,
Ramallah, Haifa, a Beirut, Amman, Damasco, Il Cairo, e poi Londra, Parigi,
Berlino, Roma, e ancora New York, Chicago, Detroit, Toronto.
Oggi i palestinesi vivono ovunque nel mondo, e il racconto della loro terra
passa attraverso la letteratura e le parole spese dal suo popolo: tra le mura
domestiche in terra straniera per figlie e figli che nascono come palestinesi e
lo saranno sempre, pur non avendo mai conosciuto la loro patria, così come
fuori, nel mondo, per i popoli ospitanti più o meno disposti ad ascoltarli.
“E tu parla, parla perché il mio cammino posi su pietra solida”, continua
Darwish in quella stessa poesia: il racconto della Palestina – attraverso i
versi dei suoi più grandi poeti e di uomini e donne in esilio forzato – non è
solo memoria. È decisa e risoluta testimonianza, l’affermazione di un fatto
semplice e incontrovertibile: la Palestina esisteva ed esiste ancora.
E così come la patria palestinese è molto più della terra martoriata soggetta
alle continue offensive israeliane, i palestinesi sono molto più delle “vittime
perfette” che Mohammed El-Kurd descrive nel suo saggio di recente pubblicazione:
“o siamo vittime o siamo terroristi”. Se è vero che Darwish è stato identificato
con la causa del suo popolo ma è stato molto di più, è anche vero che questo,
forse, è stato uno dei suoi più grandi insegnamenti. “Fermi qui. Seduti qui.
Permanenti qui – scrive in Stato d’assedio – Eterni qui. Abbiamo un obiettivo
soltanto: / essere”
E. F.
Le poesie che seguono sono state tradotte dall’arabo da Sarah Wattad e Khadija
Mekroud dell’IC Pagani di Pedaso durante “Il traduttore in classe”, progetto che
porta la traduzione tra i banchi di scuola, curato e diretto da Stella Sacchini
Su questa terra, ciò che merita la vita
Su questa terra, ciò che merita la vita:
aprile che torna, l’odore del pane
all’alba, le opinioni di una donna sugli uomini,
gli scritti di Eschilo,
il primo amore, l’erba su una pietra,
madri in piedi sul soffio di flauto,
la paura degli invasori: i ricordi.
Su questa terra cosa, ciò che merita la vita:
la fine di settembre,
una signora che supera i quarant’anni con tutte le sue albicocche,
l’ora del sole in prigione,
una nuvola che imita uno stormo di creature,
il plauso commosso di un popolo per coloro che ascendono
alla morte sorridendo,
la paura dei tiranni: i nostri canti.
Su questa terra, ciò che merita la vita:
su questa Terra la Signora della Terra,
la Madre degli inizi, la Madre della fine.
Si chiamava Palestina.
Si chiama Palestina.
Mia signora: io merito,
perché sei la mia Signora, io merito la vita.
La Terra si chiude su di noi
La Terra si chiude su di noi: siamo stipati nell’ultimo varco, ci strappiamo le
membra per [attraversarlo, la terra ci schiaccia.
Se solo fossimo il suo grano per poter morire e rinascere.
Se solo fosse nostra madre così avrebbe pietà di noi.
Se solo fossimo immagini sulle rocce che come specchi il nostro sogno porterà
con sé.
Abbiamo visto i volti di coloro verranno uccisi dall’ultimo di noi nell’ultima
difesa [dell’anima.
Abbiamo pianto alle feste dei loro bambini, e abbiamo visto i volti di coloro
che lanceranno [i nostri dalle finestre di quest’ultimo spazio.
Specchi che la nostra stella affiggerà.
Dove andremo dopo l’ultima frontiera? Dove volano le rondini dopo l’ultimo
cielo?
Dove dormiranno gli alberi dopo l’ultimo respiro? Scriveremo i nostri nomi con
vapore [scarlatto.
Interromperemo il canto affinché la nostra carne possa completarlo.
Qui moriremo.
Qui e nell’ultimo varco.
Qui o lì,
il nostro sangue pianterà i suoi ulivi.
***
Mahmoud Darwish (1941-2008) è considerato il più grande poeta palestinese e uno
dei maggiori poeti arabi del Novecento. Nato nel paese di al-Birwa, cancellato
dalla carta geografica dopo la Nakba del 1948, ha vissuto gran parte della sua
vita in esilio tra Medio Oriente, Europa, Russia e Stati Uniti. Estremamente
prolifico, ha attraversato varie fasi, da quella politica alla cosiddetta
“lirico-epica”. Tra le opere tradotte in italiano: Undici pianeti (1992), Perché
hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (1995), Stato d’assedio (2002),
Vorrei che questa poesia non finisse mai (postuma, 2009) e le antologie Una
trilogia palestinese (prose, 1973–2009) e L’effetto farfalla (prose e versi,
2006–2007). Ha ricevuto numerosi premi internazionali, tra cui il Lenin Peace
Prize (1983), il Prince Claus Award (2004) e il Cairo Prize for Arabic
Literature (2007).
L'articolo Mahmoud Darwish: le parole per esistere (traduzione di Sarah Wattad e
Khadija Mekroud, a cura di Enrica Fei) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Palestinesi
Il clima è molto preoccupante per i palestinesi in Italia, e la leggerezza con
cui la maggior parte delle persone lo ignora è un problema enorme. Testate come
Il Giornale hanno preso di mira il Centro Handala Ali di Napoli, i Giovani
Palestinesi d’Italia (Gpi), l’Associazione dei Palestinesi in Italia (Api) e
l’Unione Democratica Araba Palestinese (Udap), accostandoli ad epiteti
diffamatori e pericolosi.
Singole persone palestinesi e di altre nazionalità arabe, attive per la causa
palestinese, vedono costantemente e con una normalità inquietante i loro volti e
nomi spiattellati sui giornali, accostati a parole allarmiste e al termine
“terrorismo”. Questo non è un gioco. Soprattutto dopo l’arresto di Mohamed
Shahin, avvenuto a seguito dell’interrogazione parlamentare di Augusta Montaruli
(Fratelli d’Italia) che cita quanto riportato da un articolo del quotidiano La
Stampa.
La comunità palestinese italiana è sotto attacco, soprattutto dopo le
mobilitazioni storiche tra fine settembre e inizio ottobre in tutta Italia in
solidarietà alla Palestina: arresti, gogna mediatica, conseguenze legali
sproporzionate. La circolare del ministro Valditara, che chiede alle scuole di
quantificare il numero di studenti palestinesi e di riferire le loro generalità,
è un passaggio molto grave. Al di là delle smentite ufficiali del ministro
dell’Istruzione, in risposta alle numerose critiche e pressioni esercitate dalle
associazioni palestinesi, dai sindacati di base e da tutte le realtà dal basso
solidali con il popolo palestinese, questa richiesta è un segnale politico
inquietante, poiché dimostra che il governo intende esporre e isolare una
comunità integrata nel tessuto sociale di questo paese da decenni.
Il collettivo di insegnanti Docenti per Gaza lo ritiene “un censimento su base
etnica”. Proposte di legge avanzate nelle ultime settimane confermano
l’intenzione repressiva del governo: il ddl Gasparri e il ddl Delrio ampliano
strumenti coercitivi, confondendo deliberatamente l’antisionismo con
l’antisemitismo. Il ddl sull’antisemitismo – adozione della definizione Ihra,
che definisce come “antisemita” anche le critiche ad Israele e gli slogan alle
manifestazioni – è stato da poco approvato dalla maggioranza alla Commissione
Affari Costituzionali del Senato.
Alcuni giornalisti indipendenti oppongono resistenza a tutto ciò: con un
comunicato su Voice Over Foundation, ripreso da Pressenza, Global Project e
Milano In Movimento, denunciano la normalizzazione della disumanizzazione delle
associazioni e persone palestinesi sui giornali. Evidenziano che in questi due
anni di mobilitazioni per la Palestina, è stato evidente che le persone arabe
subiscono conseguenze molto più severe rispetto a tutti gli altri attivisti sia
sul piano legale che mediatico.
Cosa si sta aspettando affinché insegnanti e giornalisti prendano in massa una
posizione netta contro tutto ciò? Che arrivino vere leggi razziali? Perché la
circolare di Valditara è l’inizio di questo.
L'articolo Per i palestinesi in Italia il clima è preoccupante. Come lo sono
anche le persone che lo ignorano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il ministero dell’Istruzione e del Merito è pronto a mettere in campo un piano
accoglienza per i bambini palestinesi presenti nelle nostre scuole. Come nel
2022 per i piccoli profughi ucraini il ministro Giuseppe Valditara, vuole
“assicurare la migliore integrazione nel percorso scolastico degli studenti” di
Gaza e della Cisgiordania.
Un’iniziativa che ha immediatamente innescato una polemica dell’Unione Sindacale
di Base che a fronte di una circolare di rilevazione del numero degli alunni
palestinesi, ha accusato il ministero di aver compiuto “un atto inaccettabile,
che introduce una vera e propria schedatura su base etnica e nazionale
all’interno della scuola pubblica statale”. L’Usb ha usato parole “pesanti” per
denunciare il caso: “La nota ministeriale non chiarisce in alcun modo le
finalità di questa indagine, non ne specifica il fondamento normativo né il
motivo per cui tale rilevazione venga effettuata esclusivamente nei confronti
degli studenti palestinesi. Un’operazione opaca, discriminatoria e pericolosa,
che viola i principi costituzionali di uguaglianza e tutela dei minori e
tradisce il ruolo inclusivo che la scuola dovrebbe svolgere”.
Una richiesta di chiarezza che è arrivata immediatamente dagli uffici del
ministro con una nota inviata da Carmela Palumbo, capo Dipartimento per il
sistema educativo di istruzione e formazione: “Allo scopo di favorire il pieno
inserimento scolastico degli studenti palestinesi nelle scuole, la Direzione
affari internazionali del ministero ha avviato una rilevazione, tramite gli
Uffici scolastici regionali, per conoscerne il numero e l’ordine scolastico di
frequenza. Tale attività è stata fatta con le stesse finalità e il medesimo
format utilizzati dal precedente governo relativamente agli studenti ucraini.
Sarebbe davvero inappropriato che un’iniziativa, volta ad assicurare la migliore
accoglienza e integrazione nel percorso scolastico degli studenti palestinesi,
venga ingiustamente strumentalizzata per finalità di propaganda”.
Parole che hanno spento definitivamente il fuoco acceso dal Sindacato di Base.
La circolare in questione – che ilfattoquotidiano.it ha visionato – non chiede
alcun nominativo ma solo dati numerici da inserire in un format dando la
possibilità alle scuole di descrivere le diverse situazioni. Nelle ultime ore,
lo stesso Valditara, è intervenuto con la volontà di non alimentare la polemica
ma di spiegare la volontà del ministero che vuol dare un supporto soprattutto a
quei minori che – fuggiti da Gaza, dalla Cisgiordania o da altri campi profughi
– non hanno potuto frequentare la scuola negli ultimi mesi. Anche nel 2022 una
circolare con oggetto “Accoglienza scolastica per gli studenti ucraini” aveva
raccolto dati e dato indicazioni operative. Nelle prossime settimane, allo
stesso modo, una volta avuto il quadro della situazione il ministero metterà a
disposizione risorse per gli studenti palestinesi.
L'articolo Conteggio degli studenti palestinesi, il ministero risponde all’Usb:
“Non è una schedatura, ma un piano per l’integrazione” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il 27 dicembre sono svegliata con una notizia che mi ha tolto il respiro. Non so
spiegare esattamente cosa provo: non è solo rabbia, non è solo paura, non è solo
stanchezza. È lo shock di capire, ancora una volta, che non importa quanto tu
provi a vivere normalmente, a studiare, lavorare, prendere parola, e men che
meno che il genocidio è sotto agli occhi di tutti: per questo Stato resti sempre
un corpo sospetto.
L’arresto di Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in
Italia, insieme ad altre otto persone palestinesi e di altre nazionalità arabe e
di religione islamica per presunti finanziamenti ad Hamas, non è avvenuto in un
giorno qualunque. Sono state eseguite all’alba, la mattina successiva alle
festività natalizie. Il momento in cui tutti – noi compresi – abbassiamo le
difese. Quando le reti di supporto sono più fragili, quando ci si illude, anche
solo per pochi giorni, di poter respirare.
Non è un caso, a mio avviso. È una tecnica. Durante le festività natalizie gli
studenti, che sono tra i principali soggetti della mobilitazione per la
Palestina, tornano nelle loro città di origine. Le piazze si svuotano, le
persone si disperdono, la capacità di risposta collettiva si indebolisce. È in
questo contesto che la repressione colpisce più facilmente: quando siamo divisi.
Io sono palestinese e questo non è il primo risveglio così. Questo schema lo
conosco bene. Non riguarda solo chi viene arrestato, ma un’intera comunità, la
mia, che viene sistematicamente sorvegliata, criminalizzata e resa vulnerabile.
La responsabilità di ciò che è accaduto ad Hannoun e alle altre persone
coinvolte non può essere letta come un fatto isolato: si inserisce in un clima
politico e mediatico che da anni legittima una narrazione islamofobica,
tracciando linee divisorie tra musulmani “accettabili” e “pericolosi”, tra
palestinesi “innocui” e “sospetti”.
In questi anni, a terrorizzarmi non è stato Hannoun. Non è stato Shahin. Non è
stato Yaeesh. A terrorizzarmi sono stati Israele e gli italiani “buoni” attorno
a me: quelli indifferenti, quelli che minimizzano, quelli che hanno bisogno che
la violenza colpisca corpi bianchi per indignarsi, quelli che non sanno prendere
posizione senza infinite premesse per non disturbare i potenti.
In questi anni, la parola “terrorismo” è stata usata con una leggerezza
devastante, come se fosse neutra, come se non producesse conseguenze materiali,
quotidiane, violente sui corpi dei musulmani e degli arabi in questo Paese.
Anche il Cred (Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia) ha espresso
forti preoccupazioni per il modo in cui è stato costruito questo impianto
accusatorio. In particolare, segnala il fatto che materiali provenienti
dall’apparato militare israeliano siano utilizzati come elementi di accusa senza
un controllo adeguato sulla loro attendibilità. Affidarsi a documenti prodotti
da uno Stato direttamente coinvolto nel genocidio, e oggi sotto giudizio
internazionale, significa indebolire le garanzie di autonomia e imparzialità
della giustizia.
È preoccupante anche il tentativo di far rientrare tutte le attività di
solidarietà e assistenza umanitaria nella categoria del “finanziamento al
terrorismo”, facendo leva su accuse e classificazioni politiche prodotte da
governi stranieri, in particolare quello di Israele. È una dinamica che
conosciamo fin troppo bene. Israele ha dichiarato che gli ospedali erano basi di
Hamas, e poi li ha distrutti. Ha sostenuto che l’UNRWA fosse Hamas. Ha
giustificato il blocco degli aiuti a Gaza sostenendo che, in qualche modo,
fossero collegati ad Hamas. Accuse ripetute, smentite una a una, e pagate con il
prezzo che sappiamo.
Dopo questa lunga sequenza di menzogne smontate dai fatti, il dubbio avrebbe
dovuto essere automatico, quasi ovvio: forse anche in questo caso non dovremmo
accettare senza verifica la narrazione del “mandare soldi a Hamas”. E invece no.
Ancora una volta, sono i media a raccogliere e amplificare questa accusa senza
esercitare alcuna funzione critica, trasformandola in verità indiscussa e
contribuendo a demonizzare chiunque sia coinvolto in forme di solidarietà con la
Palestina. In questo modo, il diritto smette di essere uno strumento di tutela
per diventare un mezzo di pressione politica.
Questo è il terrorismo. Perché serve a costringerci a stare zitti, a dividerci,
a prenderci le distanze gli uni dagli altri per sopravvivere. Serve a farci
dubitare persino della nostra indignazione, a chiederci se non sia meglio
abbassare il tono, scegliere parole meno “scomode”, rendere la nostra esistenza
più accettabile agli occhi di chi ha il potere di colpirci. Ma io non voglio
rendermi accettabile. Voglio restare fedele allo shock che provo, perché quello
shock è lucidità. È la prova che tutto questo non è normale. E scriverne, oggi,
è un atto di resistenza.
L'articolo Nonostante il genocidio, se sei palestinese in Italia resti un corpo
sospetto proviene da Il Fatto Quotidiano.
È di due morti e due feriti il bilancio di quello che la polizia israeliana ha
definito un “attacco terroristico multi-fase” iniziato a Beit Shèan, città
vicino al confine con la Cisgiordania, e terminato alla Maonot Junction vicino
Afula, dove il sospetto assalitore è stato colpito da un passante e fermato.
Secondo quanto riporta il Times of Israel, due pedoni sono stati uccisi e altre
due persone sono state ferite dall’assalitore, che la polizia ha identificato
come un palestinese della Cisgiordania. L’uomo, di 37 anni, sarebbe originario
della città di Qabatiya, vicino a Jenin. Stando alle ricostruzioni dei media
israeliani, prima l’uomo ha investito e ucciso un pedone di 68 anni, poi ha
accelerato in direzione ovest sulla Route 71 e ha accostato vicino a una
stazione degli autobus, dove ha accoltellato a morte una donna di 19 anni.
L’aggressore ha proseguito verso Afula, ma qui è stato colpito da un passante ed
stato trasportato in ospedale.
Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha subito ordinato all’Idf di
agire “con forza e immediatezza” contro il villaggio di Qabatiya, nel nord della
Cisgiordania, da cui proveniva l’attentatore. Una dichiarazione dell’ufficio di
Katz afferma che le forze di sicurezza dovranno lavorare per “individuare e
neutralizzare ogni terrorista e colpire le infrastrutture terroristiche nel
villaggio”, avvertendo che chiunque assista o fornisca sostegno al terrorismo
“ne pagherà il prezzo”.
Poche ore prima un riservista militare israeliano aveva investito con il suo
veicolo un palestinese che stava pregando sul ciglio della strada nella zona di
Dayr Jarir, vicino a Ramallah in Cisgiordania. L’esercito, che ha avviato
un’indagine, ha confiscato la sua arma e il soldato è stato posto ai domiciliari
ed è stato sospeso “a causa della gravità dell’incidente”.
L'articolo Israele, investe un uomo e accoltella una donna: arrestato
palestinese. Katz alle Idf: “Agite con forza in Cisgiordania” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Dove comincia il terrorismo e dove finisce la resistenza, magari disperata ma
legittima, ai coloni che occupano illegalmente la Cisgiordania con violenza
crescente? Sono davvero come i civili che vivono entro i confini di Israele,
questi coloni spesso armati fino ai denti? Nel silenzio generale, venerdì 19
dicembre, la Corte d’assise de L’Aquila deve decidere su un processo che chiede
di rispondere a queste e ad altre domande fastidiose, ma purtroppo ineludibili.
Perché in Palestina l’occupazione va avanti, anzi Israele vuole colonizzare
almeno in parte anche Gaza e qualcuno probabilmente resisterà. Anche con le
armi. Anche se a noi non piace.
La Procura distrettuale aquilana, sulla base di indagini della polizia, ha
chiesto la bellezza di dodici anni di reclusione per l’imputato principale, Anan
Kamal Afiff Yaeesh, 38 anni. È un dirigente della Brigata di Tulkarem che in
qualche modo fa capo alle Brigate dei Martiri di Al Aqsa e dunque appartiene
almeno culturalmente al mondo di Fatah, il partito nazionalista laico che fu di
Yasser Arafat e oggi esprime il moderato presidente dell’Autorità nazionale
palestinese (Anp), Mahmud Abbas detto Abu Mazen, ospite qualche giorno fa ad
Atreju, anzi presentato in pompa magna da Giorgia Meloni che pure guida un
governo sempre più legato a Israele. Non è Hamas, è Fatah. Anche se l’Anp si
tiene a distanza dalle brigate.
Non è un frate francescano, Yaeesh. È un combattente e non lo nega. Porta nella
carne proiettili israeliani, ha fatto anni di galera, ha subito torture. Da
giovanissimo è stato nel corpo di guardia di Arafat, il leader che nel 1993
firmò gli accordi di Oslo con i quali l’Olp riconosceva Israele e che oggi buona
parte dei palestinesi più giovani ritengono un mezzo tradimento. Perché dicevano
“due popoli due Stati” ma lo Stato di Palestina non c’è ancora. Yaeesh da lì è
scappato nel 2013, è stato in Norvegia dove gli hanno dato e poi revocato la
protezione umanitaria perché Israele chiedeva l’estradizione, quindi nel 2017 è
venuto in Italia e nel 2023 è stato in Giordania, dove ha fatto sei mesi carcere
è poi è tornato a L’Aquila, con un permesso di protezione speciale ora sospeso.
Per gli altri due imputati, i palestinesi Ali Saji Ribi Irar di 29 anni e
Monsour Doghmosh di 30 che pure risiedono a L’Aquila, la pm Roberta D’Avolio ha
chiesto rispettivamente nove e sette anni. La Procura non ha ritenuto di dover
concedere attenuanti dovute al contesto di un’occupazione illegale.
Nei capi d’accusa non c’è una sola goccia di sangue. Yaesh, Irar e Doghmosh sono
accusati di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale,
articolo 270 bis del nostro codice penale, reato di pericolo presunto. Il sangue
non è necessario per condannarli, è sufficiente che abbiano “programmato” azioni
terroristiche. Le Brigate dei Martiri di Al Aqsa sono tra le le organizzazioni
riconosciute come “terroristiche” dall’Unione europea, questo da solo non basta
ma conta. Ci sono poi le chat su Telegram dalle quali emerge che Yaesh e i suoi
raccoglievano soldi per la Brigata di Tulkarem e per altre brigate, nell’ordine
di qualche decine di migliaia di euro nel 2023; che senz’altro Yaeesh parlava
con i suoi compagni e i capi delle Brigate di Al Aqsa laggiù anche dell’acquisto
di “fucili” e di “ferro”, di “gruppi suicidi” e “martirio”; che forse progettava
un attacco in un insediamento di coloni ortodossi, Avney Hefetz, duemila
abitanti, a due passi da Tulkarem, protetto da filo spinato e da un
distaccamento militare.
“Preparavano un’autobomba”, questa era l’ipotesi iniziale, per quanto
l’esplosione di autobombe non sia modalità tipica della resistenza armata in
Cisgiordania, tanto che poi nel processo l’autobomba è sparita. Comunque non è
esplosa. Dagli atti sembra chiaro che cercavano solo una macchina. “Questa volta
Avney Hefetz deve essere popolata”, si legge in una chat, frase che
dimostrerebbe l’intenzione di colpire i civili e non solo i militari. Ma quello
è un insediamento protetto, infatti in un altro messaggio Yaeesh scriveva: “Se
riesci a entrare con un po’ di fortuna, sarà molto eccellente”. C’è una strada
sola, presidiata da militari e uomini armati come l’unico ingresso, come ha
spiegato al processo un esperto di quei luoghi, il professor Francesco Chiodelli
che insegna Geografia al Politecnico di Torino.
Nel nostro Paese non finisce certamente in galera chi collabora direttamente o
indirettamente con il governo israeliano. I numeri di Gaza li conoscono tutti,
quasi 70 mila morti in due anni tra cui decine di migliaia di donne e bambini.
In Cisgiordania, dove non c’è Hamas, l’Onu dal 7 ottobre 2023 al 13 novembre
scorso ha registrato 1.017 vittime palestinesi, compresi 221 minori, a fronte di
59 israeliani uccisi tra civili e militari.
L’attacco a Avney Hefez, dove ovviamente ci sono anche bambini, non è mai
avvenuto, tutt’al più dagli atti emerge la condivisione di comunicati che
rivendicano attacchi contro militari israeliani, per esempio ad Azzun, non
lontano da Qalqilya, nel novembre 2023. Solo in un caso, nella requisitoria
scritta, la pm indica come “verosimile” che si tratti di un’azione a Khermesh
dove è stato ucciso un colono nel maggio 2023. “Verosimile”. Finché gli
obiettivi sono militari, entro certi limiti, il diritto di resistenza è pacifico
per il diritto italiano. Come per l’attentato di via Rasella del marzo 1944
contro le truppe tedesche che occupavano Roma.
La vicenda è iniziata nel gennaio 2024 quando Yaeesh è stato arrestato dalla
polizia perché Israele voleva l’estradizione. I giudici hanno deciso che non può
essere estradato, con tutta evidenza rischia la tortura, ora forse pure la pena
di morte e comunque trattamenti che esporrebbero l’Italia davanti alla Corte
europea dei diritti umani. Però al momento dell’arresto gli hanno preso i
telefoni, la polizia ha analizzato le chat, i giudici hanno deciso di tenerlo in
carcere e hanno fatto arrestare anche gli altri due. Con il via libera della
Cassazione (sentenza 32712/2024) che ha confermato l’accusa di terrorismo.
Qualche giorno dopo la sentenza della Suprema Corte, il 19 luglio 2024, la Corte
internazionale di giustizia, in un parere richiesto dall’Assemblea generale
dell’Onu, ha ribadito con fermezza l’assoluta illegalità dell’azione dei coloni
che espandono gli insediamenti in Cisgiordania. Per questo l’avvocato Flavio
Rossi Albertini, difensore di Yaeesh, ha chiesto alla Corte d’assise presieduta
dal giudice Giuseppe Romano Gargarella di dichiarare il non luogo a procedere.
“Lo Stato Italia – sostiene il legale di Yaeesh – non può processare gli odierni
imputati per azioni compiute nella Cisgiordania illegalmente occupata da
Israele, per azioni condotte in danno della potenza occupante, ovvero in danno
di quegli stessi militari, coloni e insediamenti la cui presenza è stata
qualificata dalla Corte internazionale di giustizia come una gravissima
violazione del diritto internazionale e del diritto all’autodeterminazione dei
popoli (…). Diversamente opinando, l’Italia starebbe sostanzialmente cooperando
con Israele al mantenimento della situazione creata nei Territori palestinesi
occupati”. Il non luogo a procedere sarebbe un modo elegante per trarsi di
impaccio, la conduzione del dibattimento però è sembrata andare in altra
direzione.
Il processo è stato difficile, gli imputati l’hanno seguito da remoto dalle
carceri di Terni e Melfi. I testimoni della difesa sono stati quasi tutti
esclusi, compresa la relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese che
senz’altro avrebbe qualcosa da dire sull’occupazione della Cisgiordania.
Dall’altra parte, invece, pur avendo escluso gli atti e i verbali di provenienza
israeliana, la Corte ha ammesso non un ambasciatore ma una funzionaria
dell’ambasciata israeliana a Parigi, intervenuta in videoconferenza con tanto di
bandiera con la Stella di David dietro le spalle, per ribadire che Avney Hefetz
è un insediamento civile. Ci mancherebbe, bastava Google Earth.
Dei giornali nazionali solo il manifesto si è occupato del processo, alcune reti
di solidarietà si muovono per Anan Yaeesh sui social e hanno manifestato a
L’Aquila e a Melfi. Piace il palestinese che soffre, se invece si difende o
peggio attacca diventa antipatico, meglio guardare da un’altra parte. Una
rivista giuridica importante, Sistema Penale, ha pubblicato però lo scorso
agosto una nota critica sulla sentenza della Cassazione: “Se la decisione ha il
merito di affermare in più occasioni il carattere illegittimo dell’occupazione
israeliana, le conclusioni della Corte non sembrano tenere conto di tale
illegittimità in almeno due rilevanti passaggi. In primo luogo, i giudici hanno
considerato l’azione posta in essere all’interno del Territorio palestinese
occupato come un attacco diretto contro Israele, estendendo in modo discutibile
la nozione di ‘Stato estero’ fino a ricomprendere territori non riconosciuti
(…). In secondo luogo, la Corte ha omesso di considerare la possibilità che
l’azione fosse espressione di una forma di resistenza legittima all’occupazione,
funzionale all’esercizio del diritto all’autodeterminazione”, scrivono tra
l’altro Maria Crippa e Lavinia Parsi.
Le questioni giuridiche sono molto rilevanti, a partire dalla definizione di
terrorismo internazionale introdotta dopo l’11 settembre 2001 e allargata ancora
con la legge Alfano del 2015, che obiettivamente discrimina i palestinesi. “È
terrorismo se l’azione mette in pericolo la sicurezza di uno Stato estero –
osserva l’avvocato Rossi Albertini –. E quindi, in nessun caso, un israeliano
appartenente ad una associazione terroristica finalizzata a colpire i
palestinesi potrebbe essere processato in Italia perché, secondo
l’interpretazione fornita dalla Cassazione in questo processo, i palestinesi non
hanno uno Stato riconosciuto dall’Onu e nemmeno dall’Italia”, a differenza di
152 Stati membri dell’Onu su 193, tra i quali da settembre troviamo anche
Francia e Regno Unito.
L'articolo Cisgiordania, resistenza o terrorismo? Tre palestinesi rischiano fino
a 12 anni di carcere (a L’Aquila) proviene da Il Fatto Quotidiano.
“C’è una raccapricciante disumanizzazione del popolo palestinese. Ora si legge
che 300 persone uccise dall’inizio del cessate il fuoco sono poche”. Lo ha detto
Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei
diritti umani nei territori palestinesi occupati, ospite di Luca Sommi ad
Accordi&Disaccordi, sul Nove. “Risoluzione Onu? È stato il punto più basso della
storia delle Nazioni Unite. È servito per ammutolire l’opinione pubblica
mondiale, dire ‘vedete, c’è il cessate il fuoco, smettete di scendere in piazza
a protestare e tornate a lavorare'”.
L'articolo Albanese: “Raccapricciante disumanizzazione del popolo palestinese,
se vengono uccise 300 persone in un mese non fa notizia” proviene da Il Fatto
Quotidiano.