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Accordo Ue-Mercosur verso l’applicazione provvisoria. Che cosa prevede per auto, vini, chimica, macchinari e prodotti agricoli
Le proteste degli agricoltori porteranno l’accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e il Mercosur alla Corte di Giustizia Europea. Ma un gruppo di capitali – a partire da Berlino e Roma – e la Commissione puntano a rendere operativo fin da subito il trattato, grazie all’applicazione provvisoria prevista con il via libera del Consiglio Ue. Al centro della contesa c’è un accordo che vale circa 80 miliardi di euro e per Bruxelles è un esplicito messaggio al resto del mondo di rifiuto del protezionismo e di apertura al commercio. LE CIFRE IN GIOCO Il Mercosur riunisce in un’area di libero scambio Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, i quattro Paesi fondatori, a cui negli ultimi anni si è aggiunta anche la Bolivia, per un mercato che supera i 295 milioni di persone. È l’unico partner commerciale in America Latina con cui l’Ue non ha un accordo commerciale preferenziale, pur essendo il secondo partner commerciale del Mercosur per quanto riguarda gli scambi di merci, dopo la Cina e prima degli Stati Uniti, e rappresentando il 16,9% del suo commercio totale. Il Mercosur, invece, è il decimo partner commerciale dell’Ue. Le aziende dell’Ue hanno esportato verso i quattro paesi fondatori 55 miliardi di euro in beni nel 2024 e 29 miliardi di euro in servizi nel 2023. I TERMINI DELL’ACCORDO Le economie del Mercosur sono protette da dazi elevati: automobili, abbigliamento e tessile e calzature hanno una tariffa del 35%, vino e alcolici tra il 35 e il 20%, macchinari e ricambi auto tra il 20 e il 14%, prodotti chimici e farmaceutici possono rispettivamente arrivare fino al 18 e al 14%. L’accordo elimina i dazi all’importazione su oltre il 91% delle merci Ue esportate verso il Mercosur. Tra i settori per i quali si prevedono i maggiori incrementi nelle esportazioni dell’Ue verso il Mercosur ci sono i veicoli a motore (20,7 miliardi di euro o +200%), macchinari (5,4 miliardi di euro o +35%) e prodotti chimici (4,8 miliardi di euro o +50%). Oltre ai dazi, le barriere sono anche non tariffarie, come procedure onerose, regolamentazioni e norme tecniche diverse da quelle internazionali. L’accordo prevede la rimozione di queste barriere, eliminando i trattamenti fiscali discriminatori sulle merci importate, facilitando il commercio di servizi e gli scambi per le piccole e medie imprese, fino all’apertura degli appalti pubblici. GLI EFFETTI SULL’ECONOMIA EUROPEA L’impatto complessivo sull’economia dell’Ue, secondo le stime della Commissione, si avvicinerà a 80 miliardi di euro una volta che l’accordo sarà pienamente attuato: si tratta dello 0,05% del Pil complessivo. La previsione è che il beneficio sarà doppio rispetto a quello del Ceta stipulato con il Canada. Per i vertici europei, l’accordo riveste un’importanza non solo economica ma anche politica. “Invia un segnale forte al mondo – ha dichiarato la Presidente Ursula von der Leyen -. Riflette una scelta chiara e deliberata. Scegliamo il commercio equo anziché i dazi, scegliamo una partnership produttiva e a lungo termine e, soprattutto, intendiamo offrire benefici reali e tangibili ai nostri cittadini e alle nostre aziende”. LA QUESTIONE AGRICOLA L’agricoltura rimane uno degli aspetti più sensibili dell’accordo, soprattutto sul fronte europeo, e le misure di tutela previste non hanno convinto gli operatori del settore, che hanno spinto per lo stop al trattato. L’accordo prevede che diversi prodotti agricoli del Mercosur – come carne bovina e suina, pollame, zucchero, miele ed etanolo – saranno soggetti a quote anziché a una piena liberalizzazione, e include un meccanismo di salvaguardia bilaterale che consentirebbe all’Ue di introdurre misure temporanee qualora le importazioni dal Mercosur causino gravi danni ai produttori nazionali. Nei giorni precedenti all’approvazione la Commissione Europea ha inoltre offerto l’accesso anticipato a 45 miliardi di euro di fondi nell’ambito del prossimo bilancio della Politica Agricola Comune, per placare le voci contrarie. Il gruppo dei Verdi al Parlamento Europeo ha denunciato l’inutilità della misura. “Sarà tanto meno efficace in quanto il Consiglio e la Commissione hanno cancellato l’articolo creato dal Parlamento europeo sulle condizioni di reciprocità. Infine, gli agricoltori non si lasciano ingannare dal pagamento previsto di 45 miliardi di euro nell’ambito della Politica agricola comune, soprattutto perché il bilancio complessivo è stato tagliato del 20 per cento”. LE OPPORTUNITÀ PER L’ITALIA L’interscambio di beni tra Italia e Mercosur ha raggiunto i 13,4 miliardi di euro nel 2024: 7,4 di export e 6 di import. I beni industriali hanno rappresentato oltre l’81% degli scambi e corrispondono al 94% del nostro export. Verso il Mercosur l’Italia è il primo esportatore dell’Unione Europea nell’agroalimentare, il secondo nei veicoli e mezzi di trasporto, e nei macchinari e prodotti elettrici, il terzo nella plastica e gomma, e negli strumenti ottici e medici, e il quarto nei prodotti chimici e farmaceutici. Il commercio di servizi, invece, ha generato un surplus di circa 1 miliardo di euro nel 2023, con 1,9 miliardi di export. Per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri, sempre nel 2023, il Mercosur ha rappresentato il terzo mercato extra Ue, con un valore di 15,1 miliardi di euro. L'articolo Accordo Ue-Mercosur verso l’applicazione provvisoria. Che cosa prevede per auto, vini, chimica, macchinari e prodotti agricoli proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ue-Mercosur: dietro la retorica della cooperazione internazionale, una minaccia concreta per foreste e agricoltori
di Martina Borghi* Dopo oltre 25 anni di negoziati, l’accordo commerciale tra Unione europea e Paesi del Mercosur viene presentato come un successo politico e diplomatico. Ma dietro la retorica della cooperazione internazionale si nasconde una realtà molto più problematica: l’intesa rappresenta una minaccia concreta per le foreste sudamericane e un ulteriore colpo alle condizioni degli agricoltori europei. L’accordo ignora i costi ambientali e sociali della liberalizzazione degli scambi, rischiando di aumentare l’importazione di materie prime legate alla deforestazione e di avvantaggiare poche grandi aziende agricole, a discapito dell’ossatura del sistema produttivo europeo. Secondo numerose ricostruzioni giornalistiche, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sarebbe attesa a breve in Paraguay per firmare l’intesa, dopo che una maggioranza degli Stati membri avrebbe autorizzato la Commissione a procedere, nonostante l’opposizione ancora forte di diversi governi e parlamenti nazionali. La promessa della Commissione di minori vincoli ambientali e sociali e di un anticipo sulle risorse della PAC, salutata dal governo Meloni come una “ottima occasione” per l’agricoltura italiana, non risolve però le questioni di fondo. Al contrario, continua a finanziare un modello agricolo che concentra profitti e potere in poche mani, senza prevedere strumenti di controllo efficaci sulle merci che entrano nel mercato europeo. Il contesto in cui matura l’accordo rende il quadro ancora più allarmante. A dicembre 2025, infatti, il Parlamento europeo ha votato per rinviare e indebolire il Regolamento Ue per smettere di importare deforestazione (Eudr), una legge approvata nel 2023 per impedire l’immissione sul mercato europeo di prodotti legati alla distruzione delle foreste e a violazioni dei diritti umani. Dopo un primo rinvio, l’entrata in applicazione è stata posticipata di un ulteriore anno, riducendone l’efficacia proprio mentre la pressione sugli ecosistemi forestali aumenta. Come se non bastasse, il 1° gennaio 2026 l’Associazione brasiliana delle industrie di oli vegetali (Abiove) ha annunciato l’uscita dalla Moratoria sulla soia in Amazzonia, un accordo che dal 2006 ha contribuito in modo decisivo a ridurre la deforestazione legata alla produzione di soia. Tra il 2009 e il 2022, nelle aree monitorate, la deforestazione si è ridotta del 69%, mentre la produzione è cresciuta. L’abbandono della Moratoria invia oggi un segnale inequivocabile ai mercati: la disponibilità a commerciare soia legata alla deforestazione. Un rischio enorme per l’Ue, che importa dal Brasile gran parte della soia destinata alla mangimistica. In questo scenario, l’accordo Ue-Mercosur incentiva l’esportazione verso l’Europa di materie prime provenienti da aree deforestate, in cambio dell’ingresso in America Latina di prodotti europei altamente inquinanti e dannosi per la salute, come automobili, plastiche e pesticidi vietati nell’Ue. Il trattato rischia inoltre di compromettere l’efficacia dell’Eudr, violare le leggi climatiche europee, aumentare il commercio di plastica e ostacolare i negoziati per un Trattato globale sulla plastica. Nonostante le pressioni per una sua applicazione provvisoria, l’accordo deve ancora ottenere il consenso del Parlamento europeo, tutt’altro che scontato. Già nell’autunno 2025, l’Europarlamento aveva respinto una dichiarazione di sostegno all’intesa e un ampio gruppo di deputati aveva chiesto un parere alla Corte di giustizia dell’Ue sulla sua compatibilità con i Trattati europei. Intanto, l’opposizione cresce: sindacati, associazioni di consumatori, organizzazioni ambientaliste e per i diritti umani, comunità indigene, enti locali ed economisti, insieme a oltre due milioni di cittadine e cittadini europei, chiedono di fermarne la ratifica. Indebolire l’Eudr, tollerare l’attacco alla Moratoria sulla soia e ratificare il Mercosur è una combinazione pericolosa. In gioco non c’è solo un accordo commerciale, ma la credibilità dell’Unione europea nella lotta alla crisi climatica e alla perdita di biodiversità. Se l’Europa vuole davvero smettere di essere complice della deforestazione globale, deve riconoscere che oggi l’Eudr rappresenta l’ultima barriera a tutela dei cittadini e delle foreste. E deve decidere da che parte stare. *campagna Foreste di Greenpeace Italia L'articolo Ue-Mercosur: dietro la retorica della cooperazione internazionale, una minaccia concreta per foreste e agricoltori proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La storia di Sidney Blanco, due volte esule volontario da El Salvador per non morire ammazzato
di Gerardo Ongaro Tragedie come quella del Venezuela ci conducono a riflettere sulla macabra ripetitività degli eventi. Quello che qui brevemente racconto riguarda la stessa parte di mondo, così lontana eppure così vicina a noi: l’America Latina. Per ragioni di studio, nel 1991 mi trovavo a Granada a condividere un appartamento con il salvadoregno Sidney Blanco. Lui stava facendo il dottorato, finanziato dai gesuiti. I gesuiti divennero noti al mondo per la loro adesione alla Teologia della Liberazione, che afferma un Dio vicino ai poveri, con diritto a rivendicare la giustizia sociale. L’America Latina era martoriata dalla violenza delle dittature, da forze paramilitari, tra le quali gli Squadroni della Morte, che gli Stati Uniti d’America appoggiavano, perché garantivano alleanze e risorse minerarie. L’assassinio politico era comune, così come le sparizioni di individui scomodi. Il mondo della Teologia della Liberazione era un bersaglio. L’assassinio dell’arcivescovo Romero del 1980 è un chiaro esempio. Il 16 novembre 1989, un comando militare entra nella sede dell’Università Centro Americana di El Salvador e assassina sei sacerdoti gesuiti, la governante e la figlia sedicenne. In procura lavorano alle indagini una decina di procuratori; tra questi Henry Campos e Sidney Blanco. In parallelo, il governo guidato da Alfredo Cristiani affida le indagini alla commissione governativa CIHD, a guida militare I procuratori vengono privati di documenti, esclusi da interrogatori. A questo si aggiungono minacce e ostacoli dal Procuratore Generale. Uno dopo l’altro i procuratori lasciano l’incarico, eccetto Henry Campos, Sidney Blanco e il loro capo, Pineda Valenzuela. Tutto sembra indicare responsabilità del massacro ai piani alti militari, fino al Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, René Emilio Ponce. Infine, Henry Campos e Sidney Blanco decidono di rendere pubblico l’insabbiamento. Questo crea agitazione nei militari, e il loro capo li avverte di desistere, che altrimenti sarebbero stati assassinati. Autunno 1990. Il funzionario dell’ambasciata degli Stati Uniti Carlos Mejía, che soleva recarsi in procura per chiedere rapporti sulle indagini, avvisa Henry Campos e Sidney Blanco che i guerriglieri del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional FMLN vogliono assassinarli. Henry Campos e Sidney Blanco chiedono aiuto all’arcivescovo Arturo Rivera y Damas, successore dell’arcivescovo Óscar Romero, assassinato nel 1980. I gesuiti perseguivano il fine della guerra civile tramite il dialogo tra le parti, avevano contatti con la guerriglia. L’FMLN assicura che non era vero. Infine, i due giovani procuratori decidono di dimettersi. Vista la risonanza internazionale del massacro, allarmato per lo scandalo che questo avrebbe comportato, il Procuratore Generale tenta di dissuaderli. Il New York Times pubblica il sospetto licenziamento. L’ambasciatore degli Stati Uniti, William Walker, chiede al Procuratore Generale di chiarire la situazione. Questi nega, dice che sono in vacanza. L’Ambasciatore aggiorna il Segretario di Stato James Baker, e aggiunge che le lamentele dei due procuratori sono ingiustificate. Il 9 gennaio 1991 Henry Campos e Sidney Blanco rendono pubblica la loro rinuncia in una conferenza stampa. Alla fine del maggio 2011, il Tribunale Nazionale di Spagna chiede la cattura dell’ex Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, René Emilio Ponce, e di altri 19 militari per il massacro – cinque dei sacerdoti erano spagnoli. Anni dopo, a guerra civile terminata, Sidney Blanco diviene professore universitario, giudice e membro della Corte Costituzionale di El Salvador. Negli ultimi anni, El Salvador torna indietro nel tempo e Sidney Blanco è di nuovo esule volontario per evitare il rischio di morire ammazzato. Lo conobbi nel 1991 a Granada, esule per evitare la morte; lo ritrovo oggi nuovamente esiliato per non morire ammazzato. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo La storia di Sidney Blanco, due volte esule volontario da El Salvador per non morire ammazzato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cilia Flores, chi è la moglie di Maduro e “primera combatiente” del potere chavista
Cilia Flores: avvocata, dirigente politica e personaggio mediatico. La “primera combatiente”, come l’ha definita il dittatore venezuelano, ha costruito negli ultimi trent’anni una carriera strettamente intrecciata allo chavismo. La sua centralità politica è emersa con forza anche durante l’ultimo attacco statunitense a Caracas, quando è stata catturata insieme al marito e trasferita fuori dal Venezuela. Nata il 15 ottobre 1956 a Tinaquillo, nello stato di Cojedes, Cilia Flores è la più giovane di sei fratelli. Cresciuta in condizioni di forte precarietà, in una capanna di fango, figlia di un commerciante ambulante, si trasferisce a Caracas in cerca di opportunità. Qui studia diritto penale all’università di Santa María e lavora part-time in una stazione di polizia, occupandosi della trascrizione delle deposizioni di testimoni. Il suo avvicinamento alla politica avviene alla fine degli anni Ottanta, durante il Caracazo, la serie di proteste e disordini scoppiate a fine febbraio del 1989 sotto il governo di Carlos Andrés Peréz. Negli anni Novanta diventa una delle avvocate di Hugo Chávez, difendendolo dopo il fallito golpe del 1992 e gestendo la corrispondenza con i sostenitori della rivoluzione. In questo periodo fonda il Círculo Bolivariano de los Derechos Humanos e aderisce al movimento MBR-200, costruendosi una reputazione di attivista e legale impegnata. Durante le attività politiche e legali legate a Chávez conosce Nicolás Maduro, allora leader sindacale e consigliere del futuro presidente. Entrambi divorziati, iniziano una relazione destinata a trasformarsi in un sodalizio politico. Maduro l’ha descritta come una donna dal “carattere focoso”, capace di affiancarlo e sostenerlo nei momenti chiave dell’ascesa e del consolidamento del regime. Il loro legame è stato formalizzato molti anni dopo, con un matrimonio civile celebrato il 15 luglio 2013 e officiato dal politico e psichiatra Jorge Rodríguez a Caracas. La carriera politica di Flores accelera negli anni Duemila. Eletta deputata, diventa nel 2006 la prima donna a presiedere l’Assemblea Nazionale, incarico mantenuto fino al 2011 e caratterizzato da una linea dura nei confronti dell’opposizione. Nel 2012 Chávez la nomina procuratrice generale della Repubblica, ruolo che ricopre fino al 2013, anno della morte del presidente. Nel 2017 viene eletta all’Assemblea nazionale costituente e mantiene posizioni di primo piano all’interno del Partito socialista unito del Venezuela. Oltre al profilo politico, Flores ha sperimentato anche una presenza mediatica più popolare, conducendo programmi televisivi di promozione sociale come Con Cilia en familia, dedicati ai valori familiari e rivoluzionari. In un discorso del 2025 ha ribadito che il Venezuela avrebbe continuato a difendere “la dignità e il progetto rivoluzionario di fronte a ogni aggressione straniera”, riaffermando la linea di resistenza del regime alle pressioni esterne. La sua figura è segnata inoltre da numerose polemiche. Negli anni è stata accusata di nepotismo per l’impiego di diversi familiari in ruoli pubblici, accuse che lei ha respinto definendole parte di una “campagna diffamatoria”. Particolarmente noto è il caso dei cosiddetti “narcosobrinos”: due suoi nipoti, Efraín Antonio Campo Flores e Francisco Flores de Freitas, sono stati arrestati nel 2015 dalla Dea ad Haiti con circa 800 chili di cocaina destinata agli Stati Uniti, condannati da un tribunale di New York e rilasciati nel 2022 con uno scambio di prigionieri. L'articolo Cilia Flores, chi è la moglie di Maduro e “primera combatiente” del potere chavista proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Vietato l’ingresso nel Paese di libri, giornali e telecamere: l’ultima stretta del regime di Daniel Ortega in Nicaragua
In Nicaragua, il regime sandinista di Daniel Ortega ha introdotto ulteriori restrizioni alla libertà religiosa e di informazione. Nello specifico, è stato vietato l’ingresso nel Paese di Bibbie, libri, riviste e giornali stampati, ma anche telecamere, droni e altri oggetti a discrezione delle autorità. Questi divieti colpiscono soprattutto turisti e viaggiatori che arrivano via terra nel Paese centroamericano. A rendere noto il provvedimento sono stati La Prensa e 100% Noticias, i principali media indipendenti nicaraguensi. La decisione è stata confermata da Tica bus, la compagnia di trasporto internazionale che collega la capitale Managua alla città di San José, che ha affisso avvisi informativi nelle proprie autostazioni: la novità è stata ricondotta a ordini diretti del governo. Le organizzazioni religiose e gli osservatori dei diritti umani hanno denunciato l’ennesimo irrigidimento del controllo statale da parte del governo di Ortega. L’organizzazione per i diritti umani Christian solidarity worldwide ha inoltre ricordato che in Nicaragua la categoria dei sacerdoti e leader religiosi ha subìto arresti arbitrari, essendo le celebrazioni pubbliche consentite solo ai gruppi allineati al regime. L'articolo Vietato l’ingresso nel Paese di libri, giornali e telecamere: l’ultima stretta del regime di Daniel Ortega in Nicaragua proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nella Repubblica Dominicana i partiti sono vuoti a perdere: prevalgono crisi e narcotraffico
A cinque anni dal primo insediamento di Luis Abinader alla presidenza della Repubblica Dominicana, il cui mandato è stato rinnovato per altri quattro dopo le votazioni del 19 maggio 2024, ho voluto fermarmi di nuovo nello stato caraibico prima di tornare in una Giamaica devastata dall’uragano Melissa. Quello che ho visto e sentito conferma la tendenza globale che punta alla privatizzazione della cosa pubblica, rendendo ormai superflua l’esistenza dei partiti. E sullo sfondo Trump ringrazia. Vuoti a perdere Avenida Simón Bolivar, il cimitero dei partiti: le sezioni deserte, una dietro l’altra, simboleggiano il vuoto politico attuale. Tutti gli schieramenti sfoggiano nomi altisonanti, di cui termini come “rivoluzione” “democrazia” “sociale” “popolo” sono ormai ridotti a etichette prive di riscontro reale: primeggia il Partido Revolucionario Moderno (Prm) la compagine governativa che ha prodotto i due mandati consecutivi di Luis Abinader, l’attuale presidente. Il governo è supportato da un’alleanza di pseudo centrosinistra composta da Unión Demócrata Cristiana (Udc), Partido Revolucionario Independiente (Pri), Partido Demócrata Popular (Pdp) e il Partido Revolucionario Social Demócrata (Prsd), un nome che è quasi un ossimoro. Sul fronte opposto, con altri partiti minori, Fuerza del Pueblo dell’ex presidente Leonel Fernández, due mandati come presidente della Repubblica Dominicana: 16 agosto 1996-16 agosto 2000 e 16 agosto 2004-16 agosto 2012. Fuori dalla mischia, le formazioni di estrema sinistra: Pcd (Partido Comunista Dominicano) – unico, oltre al Pcc cubano, a rimanere “comunista” – e il Movimiento Rebelde; per protesta contro gli inciuci delle alleanze, non si sono presentati alle scorse elezioni. Secondo fonti locali, i due mandati di Fernández furono contrassegnati dal rafforzamento del welfare pubblico. Adesso la privatizzazione della sanità è diventata invadente, così come nella distribuzione dell’energia. Percorrendo la stessa Avenida Simón Bolivar, dal lato opposto del lungo viale che parte da Calle Mercedes – arteria principale della Zona Colonial – proprio di fronte alla fila delle sedi dei partiti, si snodano ininterrottamente consultori, laboratori di analisi e cliniche private. Durante i primi quattro anni del suo secondo mandato, Fernández fece costruire seimila alloggi, di cui duemila destinati ai benestanti e gli altri quattromila ai ceti medio-bassi. Ebbe il merito di emancipare il paese dalla crisi economica dove era precipitato a causa del fallimento di ben tre banche, riducendo l’inflazione e il divario del cambio tra peso e dollaro, dando il via a un processo di stabilizzazione della nazione caraibica. C’è da dire che Fernández ha avuto la fortuna di poter contare nel suo primo mandato su una congiuntura economica favorevole, quando il boom dei Carabi negli anni 90 e all’inizio del nuovo millennio era in piena ascesa. Ma già nell’ultimo, che ha coinciso con la crisi globale provocata dai mutui subprime negli Usa, il turismo internazionale calò, e di conseguenza le difficoltà economiche ricominciarono. Dal canto suo, Abinader ha cominciato nel momento peggiore dell’economia moderna, cioè in piena pandemia Covid, nell’agosto 2020. A oggi, il salario minimo in vigore nel Paese è 19.450 Dop (pesos dominicani) equivalenti a € 340 mensili. Ma non tutti sono trattati allo stesso modo: se le grandi imprese pagano quasi 28.000 Dop, quelle piccole a gestione familiare hanno ribassi fino a 10.000 (€ 150) e persino le commesse che lavorano all’aeroporto, dentro attività carissime, sono sottopagate a 17.000 Dop. Nella miniera d’oro della splendida Zona Colonial – che è il fiore all’occhiello del business della capitale – e nell’area balneare di Boca Chica dove i turisti lasciano valuta pregiata, ho registrato i salari più bassi: uno sfruttamento della manodopera che incide sulla qualità del servizio, come spesso succede. I dipendenti usufruiscono però della propina (mancia) obbligatoria, 10% in più sul conto, che si aggiunge al 18% della Vat, la loro Iva. I Narco-Stati Oltre all’aumento incontrollato del costo della vita, all’attuale presidente viene attribuita la responsabilità di non aver saputo frenare lo strapotere dei trafficanti di droga. La Repubblica Dominicana è annoverata tra i paesi dove transitano più sostanze illecite, insieme ad Haiti, Ecuador e Colombia. Non è un caso che, mentre Trump si accanisce sul Venezuela facendo uccidere equipaggi di imbarcazioni sospettati di trasportare stupefacenti, mirando a rimpiazzare Maduro con la sua beniamina Maria Corina Machado (insignita di un Nobel della Pace scandaloso) questo trattamento venga risparmiato ai paesi alleati di Washington, malgrado Haiti sia ormai in piena guerra civile scatenata dalle bande del boss Barbecue, con l’Ecuador di Noboa fuori controllo a vantaggio del narcotraffico, nonostante una campagna elettorale basata sulla sicurezza interna. Ironicamente, proprio durante i dieci anni del governo Correa, l’Ecuador era una delle nazioni sudamericane più sicure. Trump vorrebbe ripristinare le basi navali statunitensi, ma il referendum di novembre ha respinto la riforma costituzionale che Noboa aveva imposto. Alla Repubblica Dominicana, gli Stati Uniti hanno assegnato reparti speciali della Dea per operazioni di polizia congiunte alle forze locali, che sembrano però più tentativi di legittimare il governo attuale, piuttosto che garantire dei risultati duraturi nella lotta ai trafficanti; nonostante l’operazione effettuata a Boca Chica abbia prodotto arresti di spessore, tra cui un ex aspirante sindaco appartenente proprio a Prm, il partito di Abinader, denunciato dallo stesso premier. Foto e video – F.Bacchetta L'articolo Nella Repubblica Dominicana i partiti sono vuoti a perdere: prevalgono crisi e narcotraffico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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