Le proteste degli agricoltori porteranno l’accordo di libero scambio tra
l’Unione Europea e il Mercosur alla Corte di Giustizia Europea. Ma un gruppo di
capitali – a partire da Berlino e Roma – e la Commissione puntano a rendere
operativo fin da subito il trattato, grazie all’applicazione provvisoria
prevista con il via libera del Consiglio Ue. Al centro della contesa c’è un
accordo che vale circa 80 miliardi di euro e per Bruxelles è un esplicito
messaggio al resto del mondo di rifiuto del protezionismo e di apertura al
commercio.
LE CIFRE IN GIOCO
Il Mercosur riunisce in un’area di libero scambio Brasile, Argentina, Uruguay e
Paraguay, i quattro Paesi fondatori, a cui negli ultimi anni si è aggiunta anche
la Bolivia, per un mercato che supera i 295 milioni di persone. È l’unico
partner commerciale in America Latina con cui l’Ue non ha un accordo commerciale
preferenziale, pur essendo il secondo partner commerciale del Mercosur per
quanto riguarda gli scambi di merci, dopo la Cina e prima degli Stati Uniti, e
rappresentando il 16,9% del suo commercio totale. Il Mercosur, invece, è il
decimo partner commerciale dell’Ue. Le aziende dell’Ue hanno esportato verso i
quattro paesi fondatori 55 miliardi di euro in beni nel 2024 e 29 miliardi di
euro in servizi nel 2023.
I TERMINI DELL’ACCORDO
Le economie del Mercosur sono protette da dazi elevati: automobili,
abbigliamento e tessile e calzature hanno una tariffa del 35%, vino e alcolici
tra il 35 e il 20%, macchinari e ricambi auto tra il 20 e il 14%, prodotti
chimici e farmaceutici possono rispettivamente arrivare fino al 18 e al 14%.
L’accordo elimina i dazi all’importazione su oltre il 91% delle merci Ue
esportate verso il Mercosur. Tra i settori per i quali si prevedono i maggiori
incrementi nelle esportazioni dell’Ue verso il Mercosur ci sono i veicoli a
motore (20,7 miliardi di euro o +200%), macchinari (5,4 miliardi di euro o +35%)
e prodotti chimici (4,8 miliardi di euro o +50%). Oltre ai dazi, le barriere
sono anche non tariffarie, come procedure onerose, regolamentazioni e norme
tecniche diverse da quelle internazionali. L’accordo prevede la rimozione di
queste barriere, eliminando i trattamenti fiscali discriminatori sulle merci
importate, facilitando il commercio di servizi e gli scambi per le piccole e
medie imprese, fino all’apertura degli appalti pubblici.
GLI EFFETTI SULL’ECONOMIA EUROPEA
L’impatto complessivo sull’economia dell’Ue, secondo le stime della Commissione,
si avvicinerà a 80 miliardi di euro una volta che l’accordo sarà pienamente
attuato: si tratta dello 0,05% del Pil complessivo. La previsione è che il
beneficio sarà doppio rispetto a quello del Ceta stipulato con il Canada. Per i
vertici europei, l’accordo riveste un’importanza non solo economica ma anche
politica. “Invia un segnale forte al mondo – ha dichiarato la Presidente Ursula
von der Leyen -. Riflette una scelta chiara e deliberata. Scegliamo il commercio
equo anziché i dazi, scegliamo una partnership produttiva e a lungo termine e,
soprattutto, intendiamo offrire benefici reali e tangibili ai nostri cittadini e
alle nostre aziende”.
LA QUESTIONE AGRICOLA
L’agricoltura rimane uno degli aspetti più sensibili dell’accordo, soprattutto
sul fronte europeo, e le misure di tutela previste non hanno convinto gli
operatori del settore, che hanno spinto per lo stop al trattato. L’accordo
prevede che diversi prodotti agricoli del Mercosur – come carne bovina e suina,
pollame, zucchero, miele ed etanolo – saranno soggetti a quote anziché a una
piena liberalizzazione, e include un meccanismo di salvaguardia bilaterale che
consentirebbe all’Ue di introdurre misure temporanee qualora le importazioni dal
Mercosur causino gravi danni ai produttori nazionali. Nei giorni precedenti
all’approvazione la Commissione Europea ha inoltre offerto l’accesso anticipato
a 45 miliardi di euro di fondi nell’ambito del prossimo bilancio della Politica
Agricola Comune, per placare le voci contrarie. Il gruppo dei Verdi al
Parlamento Europeo ha denunciato l’inutilità della misura. “Sarà tanto meno
efficace in quanto il Consiglio e la Commissione hanno cancellato l’articolo
creato dal Parlamento europeo sulle condizioni di reciprocità. Infine, gli
agricoltori non si lasciano ingannare dal pagamento previsto di 45 miliardi di
euro nell’ambito della Politica agricola comune, soprattutto perché il bilancio
complessivo è stato tagliato del 20 per cento”.
LE OPPORTUNITÀ PER L’ITALIA
L’interscambio di beni tra Italia e Mercosur ha raggiunto i 13,4 miliardi di
euro nel 2024: 7,4 di export e 6 di import. I beni industriali hanno
rappresentato oltre l’81% degli scambi e corrispondono al 94% del nostro export.
Verso il Mercosur l’Italia è il primo esportatore dell’Unione Europea
nell’agroalimentare, il secondo nei veicoli e mezzi di trasporto, e nei
macchinari e prodotti elettrici, il terzo nella plastica e gomma, e negli
strumenti ottici e medici, e il quarto nei prodotti chimici e farmaceutici. Il
commercio di servizi, invece, ha generato un surplus di circa 1 miliardo di euro
nel 2023, con 1,9 miliardi di export. Per quanto riguarda gli investimenti
diretti esteri, sempre nel 2023, il Mercosur ha rappresentato il terzo mercato
extra Ue, con un valore di 15,1 miliardi di euro.
L'articolo Accordo Ue-Mercosur verso l’applicazione provvisoria. Che cosa
prevede per auto, vini, chimica, macchinari e prodotti agricoli proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - America Latina
di Martina Borghi*
Dopo oltre 25 anni di negoziati, l’accordo commerciale tra Unione europea e
Paesi del Mercosur viene presentato come un successo politico e diplomatico. Ma
dietro la retorica della cooperazione internazionale si nasconde una realtà
molto più problematica: l’intesa rappresenta una minaccia concreta per le
foreste sudamericane e un ulteriore colpo alle condizioni degli agricoltori
europei.
L’accordo ignora i costi ambientali e sociali della liberalizzazione degli
scambi, rischiando di aumentare l’importazione di materie prime legate alla
deforestazione e di avvantaggiare poche grandi aziende agricole, a discapito
dell’ossatura del sistema produttivo europeo. Secondo numerose ricostruzioni
giornalistiche, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen
sarebbe attesa a breve in Paraguay per firmare l’intesa, dopo che una
maggioranza degli Stati membri avrebbe autorizzato la Commissione a procedere,
nonostante l’opposizione ancora forte di diversi governi e parlamenti nazionali.
La promessa della Commissione di minori vincoli ambientali e sociali e di un
anticipo sulle risorse della PAC, salutata dal governo Meloni come una “ottima
occasione” per l’agricoltura italiana, non risolve però le questioni di fondo.
Al contrario, continua a finanziare un modello agricolo che concentra profitti e
potere in poche mani, senza prevedere strumenti di controllo efficaci sulle
merci che entrano nel mercato europeo.
Il contesto in cui matura l’accordo rende il quadro ancora più allarmante. A
dicembre 2025, infatti, il Parlamento europeo ha votato per rinviare e
indebolire il Regolamento Ue per smettere di importare deforestazione (Eudr),
una legge approvata nel 2023 per impedire l’immissione sul mercato europeo di
prodotti legati alla distruzione delle foreste e a violazioni dei diritti umani.
Dopo un primo rinvio, l’entrata in applicazione è stata posticipata di un
ulteriore anno, riducendone l’efficacia proprio mentre la pressione sugli
ecosistemi forestali aumenta.
Come se non bastasse, il 1° gennaio 2026 l’Associazione brasiliana delle
industrie di oli vegetali (Abiove) ha annunciato l’uscita dalla Moratoria sulla
soia in Amazzonia, un accordo che dal 2006 ha contribuito in modo decisivo a
ridurre la deforestazione legata alla produzione di soia. Tra il 2009 e il 2022,
nelle aree monitorate, la deforestazione si è ridotta del 69%, mentre la
produzione è cresciuta. L’abbandono della Moratoria invia oggi un segnale
inequivocabile ai mercati: la disponibilità a commerciare soia legata alla
deforestazione. Un rischio enorme per l’Ue, che importa dal Brasile gran parte
della soia destinata alla mangimistica.
In questo scenario, l’accordo Ue-Mercosur incentiva l’esportazione verso
l’Europa di materie prime provenienti da aree deforestate, in cambio
dell’ingresso in America Latina di prodotti europei altamente inquinanti e
dannosi per la salute, come automobili, plastiche e pesticidi vietati nell’Ue.
Il trattato rischia inoltre di compromettere l’efficacia dell’Eudr, violare le
leggi climatiche europee, aumentare il commercio di plastica e ostacolare i
negoziati per un Trattato globale sulla plastica.
Nonostante le pressioni per una sua applicazione provvisoria, l’accordo deve
ancora ottenere il consenso del Parlamento europeo, tutt’altro che scontato. Già
nell’autunno 2025, l’Europarlamento aveva respinto una dichiarazione di sostegno
all’intesa e un ampio gruppo di deputati aveva chiesto un parere alla Corte di
giustizia dell’Ue sulla sua compatibilità con i Trattati europei. Intanto,
l’opposizione cresce: sindacati, associazioni di consumatori, organizzazioni
ambientaliste e per i diritti umani, comunità indigene, enti locali ed
economisti, insieme a oltre due milioni di cittadine e cittadini europei,
chiedono di fermarne la ratifica.
Indebolire l’Eudr, tollerare l’attacco alla Moratoria sulla soia e ratificare il
Mercosur è una combinazione pericolosa. In gioco non c’è solo un accordo
commerciale, ma la credibilità dell’Unione europea nella lotta alla crisi
climatica e alla perdita di biodiversità. Se l’Europa vuole davvero smettere di
essere complice della deforestazione globale, deve riconoscere che oggi l’Eudr
rappresenta l’ultima barriera a tutela dei cittadini e delle foreste. E deve
decidere da che parte stare.
*campagna Foreste di Greenpeace Italia
L'articolo Ue-Mercosur: dietro la retorica della cooperazione internazionale,
una minaccia concreta per foreste e agricoltori proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Gerardo Ongaro
Tragedie come quella del Venezuela ci conducono a riflettere sulla macabra
ripetitività degli eventi. Quello che qui brevemente racconto riguarda la stessa
parte di mondo, così lontana eppure così vicina a noi: l’America Latina.
Per ragioni di studio, nel 1991 mi trovavo a Granada a condividere un
appartamento con il salvadoregno Sidney Blanco. Lui stava facendo il dottorato,
finanziato dai gesuiti.
I gesuiti divennero noti al mondo per la loro adesione alla Teologia della
Liberazione, che afferma un Dio vicino ai poveri, con diritto a rivendicare la
giustizia sociale. L’America Latina era martoriata dalla violenza delle
dittature, da forze paramilitari, tra le quali gli Squadroni della Morte, che
gli Stati Uniti d’America appoggiavano, perché garantivano alleanze e risorse
minerarie.
L’assassinio politico era comune, così come le sparizioni di individui scomodi.
Il mondo della Teologia della Liberazione era un bersaglio. L’assassinio
dell’arcivescovo Romero del 1980 è un chiaro esempio.
Il 16 novembre 1989, un comando militare entra nella sede dell’Università Centro
Americana di El Salvador e assassina sei sacerdoti gesuiti, la governante e la
figlia sedicenne. In procura lavorano alle indagini una decina di procuratori;
tra questi Henry Campos e Sidney Blanco. In parallelo, il governo guidato da
Alfredo Cristiani affida le indagini alla commissione governativa CIHD, a guida
militare
I procuratori vengono privati di documenti, esclusi da interrogatori. A questo
si aggiungono minacce e ostacoli dal Procuratore Generale. Uno dopo l’altro i
procuratori lasciano l’incarico, eccetto Henry Campos, Sidney Blanco e il loro
capo, Pineda Valenzuela. Tutto sembra indicare responsabilità del massacro ai
piani alti militari, fino al Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, René
Emilio Ponce.
Infine, Henry Campos e Sidney Blanco decidono di rendere pubblico
l’insabbiamento. Questo crea agitazione nei militari, e il loro capo li avverte
di desistere, che altrimenti sarebbero stati assassinati.
Autunno 1990. Il funzionario dell’ambasciata degli Stati Uniti Carlos Mejía, che
soleva recarsi in procura per chiedere rapporti sulle indagini, avvisa Henry
Campos e Sidney Blanco che i guerriglieri del Frente Farabundo Martí para la
Liberación Nacional FMLN vogliono assassinarli. Henry Campos e Sidney Blanco
chiedono aiuto all’arcivescovo Arturo Rivera y Damas, successore
dell’arcivescovo Óscar Romero, assassinato nel 1980. I gesuiti perseguivano il
fine della guerra civile tramite il dialogo tra le parti, avevano contatti con
la guerriglia. L’FMLN assicura che non era vero.
Infine, i due giovani procuratori decidono di dimettersi. Vista la risonanza
internazionale del massacro, allarmato per lo scandalo che questo avrebbe
comportato, il Procuratore Generale tenta di dissuaderli. Il New York Times
pubblica il sospetto licenziamento. L’ambasciatore degli Stati Uniti, William
Walker, chiede al Procuratore Generale di chiarire la situazione. Questi nega,
dice che sono in vacanza. L’Ambasciatore aggiorna il Segretario di Stato James
Baker, e aggiunge che le lamentele dei due procuratori sono ingiustificate.
Il 9 gennaio 1991 Henry Campos e Sidney Blanco rendono pubblica la loro rinuncia
in una conferenza stampa.
Alla fine del maggio 2011, il Tribunale Nazionale di Spagna chiede la cattura
dell’ex Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, René Emilio Ponce, e di altri
19 militari per il massacro – cinque dei sacerdoti erano spagnoli.
Anni dopo, a guerra civile terminata, Sidney Blanco diviene professore
universitario, giudice e membro della Corte Costituzionale di El Salvador.
Negli ultimi anni, El Salvador torna indietro nel tempo e Sidney Blanco è di
nuovo esule volontario per evitare il rischio di morire ammazzato. Lo conobbi
nel 1991 a Granada, esule per evitare la morte; lo ritrovo oggi nuovamente
esiliato per non morire ammazzato.
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L'articolo La storia di Sidney Blanco, due volte esule volontario da El Salvador
per non morire ammazzato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cilia Flores: avvocata, dirigente politica e personaggio mediatico. La “primera
combatiente”, come l’ha definita il dittatore venezuelano, ha costruito negli
ultimi trent’anni una carriera strettamente intrecciata allo chavismo. La sua
centralità politica è emersa con forza anche durante l’ultimo attacco
statunitense a Caracas, quando è stata catturata insieme al marito e trasferita
fuori dal Venezuela.
Nata il 15 ottobre 1956 a Tinaquillo, nello stato di Cojedes, Cilia Flores è la
più giovane di sei fratelli. Cresciuta in condizioni di forte precarietà, in una
capanna di fango, figlia di un commerciante ambulante, si trasferisce a Caracas
in cerca di opportunità. Qui studia diritto penale all’università di Santa María
e lavora part-time in una stazione di polizia, occupandosi della trascrizione
delle deposizioni di testimoni.
Il suo avvicinamento alla politica avviene alla fine degli anni Ottanta, durante
il Caracazo, la serie di proteste e disordini scoppiate a fine febbraio del 1989
sotto il governo di Carlos Andrés Peréz. Negli anni Novanta diventa una delle
avvocate di Hugo Chávez, difendendolo dopo il fallito golpe del 1992 e gestendo
la corrispondenza con i sostenitori della rivoluzione. In questo periodo fonda
il Círculo Bolivariano de los Derechos Humanos e aderisce al movimento MBR-200,
costruendosi una reputazione di attivista e legale impegnata.
Durante le attività politiche e legali legate a Chávez conosce Nicolás Maduro,
allora leader sindacale e consigliere del futuro presidente. Entrambi
divorziati, iniziano una relazione destinata a trasformarsi in un sodalizio
politico. Maduro l’ha descritta come una donna dal “carattere focoso”, capace di
affiancarlo e sostenerlo nei momenti chiave dell’ascesa e del consolidamento del
regime. Il loro legame è stato formalizzato molti anni dopo, con un matrimonio
civile celebrato il 15 luglio 2013 e officiato dal politico e psichiatra Jorge
Rodríguez a Caracas.
La carriera politica di Flores accelera negli anni Duemila. Eletta deputata,
diventa nel 2006 la prima donna a presiedere l’Assemblea Nazionale, incarico
mantenuto fino al 2011 e caratterizzato da una linea dura nei confronti
dell’opposizione. Nel 2012 Chávez la nomina procuratrice generale della
Repubblica, ruolo che ricopre fino al 2013, anno della morte del presidente. Nel
2017 viene eletta all’Assemblea nazionale costituente e mantiene posizioni di
primo piano all’interno del Partito socialista unito del Venezuela.
Oltre al profilo politico, Flores ha sperimentato anche una presenza mediatica
più popolare, conducendo programmi televisivi di promozione sociale come Con
Cilia en familia, dedicati ai valori familiari e rivoluzionari. In un discorso
del 2025 ha ribadito che il Venezuela avrebbe continuato a difendere “la dignità
e il progetto rivoluzionario di fronte a ogni aggressione straniera”,
riaffermando la linea di resistenza del regime alle pressioni esterne.
La sua figura è segnata inoltre da numerose polemiche. Negli anni è stata
accusata di nepotismo per l’impiego di diversi familiari in ruoli pubblici,
accuse che lei ha respinto definendole parte di una “campagna diffamatoria”.
Particolarmente noto è il caso dei cosiddetti “narcosobrinos”: due suoi nipoti,
Efraín Antonio Campo Flores e Francisco Flores de Freitas, sono stati arrestati
nel 2015 dalla Dea ad Haiti con circa 800 chili di cocaina destinata agli Stati
Uniti, condannati da un tribunale di New York e rilasciati nel 2022 con uno
scambio di prigionieri.
L'articolo Cilia Flores, chi è la moglie di Maduro e “primera combatiente” del
potere chavista proviene da Il Fatto Quotidiano.
In Nicaragua, il regime sandinista di Daniel Ortega ha introdotto ulteriori
restrizioni alla libertà religiosa e di informazione. Nello specifico, è stato
vietato l’ingresso nel Paese di Bibbie, libri, riviste e giornali stampati, ma
anche telecamere, droni e altri oggetti a discrezione delle autorità. Questi
divieti colpiscono soprattutto turisti e viaggiatori che arrivano via terra nel
Paese centroamericano.
A rendere noto il provvedimento sono stati La Prensa e 100% Noticias, i
principali media indipendenti nicaraguensi. La decisione è stata confermata da
Tica bus, la compagnia di trasporto internazionale che collega la capitale
Managua alla città di San José, che ha affisso avvisi informativi nelle proprie
autostazioni: la novità è stata ricondotta a ordini diretti del governo.
Le organizzazioni religiose e gli osservatori dei diritti umani hanno denunciato
l’ennesimo irrigidimento del controllo statale da parte del governo di Ortega.
L’organizzazione per i diritti umani Christian solidarity worldwide ha inoltre
ricordato che in Nicaragua la categoria dei sacerdoti e leader religiosi ha
subìto arresti arbitrari, essendo le celebrazioni pubbliche consentite solo ai
gruppi allineati al regime.
L'articolo Vietato l’ingresso nel Paese di libri, giornali e telecamere:
l’ultima stretta del regime di Daniel Ortega in Nicaragua proviene da Il Fatto
Quotidiano.
A cinque anni dal primo insediamento di Luis Abinader alla presidenza della
Repubblica Dominicana, il cui mandato è stato rinnovato per altri quattro dopo
le votazioni del 19 maggio 2024, ho voluto fermarmi di nuovo nello stato
caraibico prima di tornare in una Giamaica devastata dall’uragano Melissa.
Quello che ho visto e sentito conferma la tendenza globale che punta alla
privatizzazione della cosa pubblica, rendendo ormai superflua l’esistenza dei
partiti. E sullo sfondo Trump ringrazia.
Vuoti a perdere
Avenida Simón Bolivar, il cimitero dei partiti: le sezioni deserte, una dietro
l’altra, simboleggiano il vuoto politico attuale. Tutti gli schieramenti
sfoggiano nomi altisonanti, di cui termini come “rivoluzione” “democrazia”
“sociale” “popolo” sono ormai ridotti a etichette prive di riscontro reale:
primeggia il Partido Revolucionario Moderno (Prm) la compagine governativa che
ha prodotto i due mandati consecutivi di Luis Abinader, l’attuale presidente.
Il governo è supportato da un’alleanza di pseudo centrosinistra composta da
Unión Demócrata Cristiana (Udc), Partido Revolucionario Independiente (Pri),
Partido Demócrata Popular (Pdp) e il Partido Revolucionario Social Demócrata
(Prsd), un nome che è quasi un ossimoro. Sul fronte opposto, con altri partiti
minori, Fuerza del Pueblo dell’ex presidente Leonel Fernández, due mandati come
presidente della Repubblica Dominicana: 16 agosto 1996-16 agosto 2000 e 16
agosto 2004-16 agosto 2012. Fuori dalla mischia, le formazioni di estrema
sinistra: Pcd (Partido Comunista Dominicano) – unico, oltre al Pcc cubano, a
rimanere “comunista” – e il Movimiento Rebelde; per protesta contro gli inciuci
delle alleanze, non si sono presentati alle scorse elezioni.
Secondo fonti locali, i due mandati di Fernández furono contrassegnati dal
rafforzamento del welfare pubblico. Adesso la privatizzazione della sanità è
diventata invadente, così come nella distribuzione dell’energia. Percorrendo la
stessa Avenida Simón Bolivar, dal lato opposto del lungo viale che parte da
Calle Mercedes – arteria principale della Zona Colonial – proprio di fronte alla
fila delle sedi dei partiti, si snodano ininterrottamente consultori, laboratori
di analisi e cliniche private.
Durante i primi quattro anni del suo secondo mandato, Fernández fece costruire
seimila alloggi, di cui duemila destinati ai benestanti e gli altri quattromila
ai ceti medio-bassi. Ebbe il merito di emancipare il paese dalla crisi economica
dove era precipitato a causa del fallimento di ben tre banche, riducendo
l’inflazione e il divario del cambio tra peso e dollaro, dando il via a un
processo di stabilizzazione della nazione caraibica.
C’è da dire che Fernández ha avuto la fortuna di poter contare nel suo primo
mandato su una congiuntura economica favorevole, quando il boom dei Carabi negli
anni 90 e all’inizio del nuovo millennio era in piena ascesa. Ma già
nell’ultimo, che ha coinciso con la crisi globale provocata dai mutui subprime
negli Usa, il turismo internazionale calò, e di conseguenza le difficoltà
economiche ricominciarono. Dal canto suo, Abinader ha cominciato nel momento
peggiore dell’economia moderna, cioè in piena pandemia Covid, nell’agosto 2020.
A oggi, il salario minimo in vigore nel Paese è 19.450 Dop (pesos dominicani)
equivalenti a € 340 mensili. Ma non tutti sono trattati allo stesso modo: se le
grandi imprese pagano quasi 28.000 Dop, quelle piccole a gestione familiare
hanno ribassi fino a 10.000 (€ 150) e persino le commesse che lavorano
all’aeroporto, dentro attività carissime, sono sottopagate a 17.000 Dop.
Nella miniera d’oro della splendida Zona Colonial – che è il fiore all’occhiello
del business della capitale – e nell’area balneare di Boca Chica dove i turisti
lasciano valuta pregiata, ho registrato i salari più bassi: uno sfruttamento
della manodopera che incide sulla qualità del servizio, come spesso succede. I
dipendenti usufruiscono però della propina (mancia) obbligatoria, 10% in più sul
conto, che si aggiunge al 18% della Vat, la loro Iva.
I Narco-Stati
Oltre all’aumento incontrollato del costo della vita, all’attuale presidente
viene attribuita la responsabilità di non aver saputo frenare lo strapotere dei
trafficanti di droga. La Repubblica Dominicana è annoverata tra i paesi dove
transitano più sostanze illecite, insieme ad Haiti, Ecuador e Colombia. Non è un
caso che, mentre Trump si accanisce sul Venezuela facendo uccidere equipaggi di
imbarcazioni sospettati di trasportare stupefacenti, mirando a rimpiazzare
Maduro con la sua beniamina Maria Corina Machado (insignita di un Nobel della
Pace scandaloso) questo trattamento venga risparmiato ai paesi alleati di
Washington, malgrado Haiti sia ormai in piena guerra civile scatenata dalle
bande del boss Barbecue, con l’Ecuador di Noboa fuori controllo a vantaggio del
narcotraffico, nonostante una campagna elettorale basata sulla sicurezza
interna. Ironicamente, proprio durante i dieci anni del governo Correa,
l’Ecuador era una delle nazioni sudamericane più sicure.
Trump vorrebbe ripristinare le basi navali statunitensi, ma il referendum di
novembre ha respinto la riforma costituzionale che Noboa aveva imposto.
Alla Repubblica Dominicana, gli Stati Uniti hanno assegnato reparti speciali
della Dea per operazioni di polizia congiunte alle forze locali, che sembrano
però più tentativi di legittimare il governo attuale, piuttosto che garantire
dei risultati duraturi nella lotta ai trafficanti; nonostante l’operazione
effettuata a Boca Chica abbia prodotto arresti di spessore, tra cui un ex
aspirante sindaco appartenente proprio a Prm, il partito di Abinader, denunciato
dallo stesso premier.
Foto e video – F.Bacchetta
L'articolo Nella Repubblica Dominicana i partiti sono vuoti a perdere:
prevalgono crisi e narcotraffico proviene da Il Fatto Quotidiano.