“Se ti comporti da terrorista, devi essere trattato da terrorista”, dice l’Alta
Rappresentante per la politica estera Ue Kaja Kallas, argomentando la decisione
dell’Ue di designare il Corpo della Guardie della rivoluzione iraniana come
terroristi e di comminare sanzioni nei confronti di quindici persone e sei
entità responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in Iran.
Del resto, l’Ue ha già adottato 19 pacchetti di sanzioni nei confronti della
Russia in conseguenza dell’invasione dell’Ucraina: “Se ti comporti da
terrorista, devi essere trattato da terrorista”.
Questa me la segno.
Il primo ministro di Israele e il suo ex ministro della Difesa sono accusati di
Crimini di Guerra e Crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale,
alla quale aderiscono tutti e 27 i paesi dell’Ue. Il Governo di Israele è
accusato dall’Onu – alla quale pure aderiscono tutti i paesi Ue – di genocidio:
un’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite è arrivata alla conclusione che
nella Striscia di Gaza è in corso un “genocidio” dall’ottobre del 2023, accusa
mossa anche dalle Ong israeliane B’Tselem e Medici per i diritti umani al
termine di lunghe indagini.
Al contempo, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani
condanna l’apartheid messo in atto da Israele in Cisgiordania, inclusa
Gerusalemme Est: “L’annessione di nuovi territori in Cisgiordania e a
Gerusalemme est rappresenta una violazione del divieto di acquisizione di
territori con la forza”. Il rapporto Onu ricostruisce inoltre come, da decenni,
ai palestinesi venga applicato un regime giuridico e militare distinto da quello
dei coloni israeliani, limitando la libertà di movimento, di lavoro, di studio,
di cura, l’accesso alla terra, all’acqua e ai servizi essenziali. Tecnicamente,
Israele pratica la segregazione razziale.
Infinite inchieste giornalistiche, anche israeliane, documentano le condotte
terroristiche di Israele, del resto rivendicate da diversi ministri e esponenti
della maggioranza (“Combattiamo contro degli animali umani e agiamo di
conseguenza”, diceva il ministro israeliano della difesa Gallant annunciando
l’assedio a Gaza). Israele prende deliberatamente di mira i civili (“Non ci sono
civili innocenti a Gaza”, spiegava il presidente israeliano Herzog, mentre il
vicepresidente della Knesset Nissim Vaturi, proponeva di uccidere tutti i maschi
adulti di Gaza). Israele utilizza la fame come arma di guerra per imporre una
punizione collettiva a un popolo (“Non faremo entrare nemmeno un chicco di grano
a Gaza”, spiegava il ministro Bezalel Smotrich).
Allo scopo, Israele ha sottratto all’Onu la distribuzione degli aiuti per
affidarla alla Ghf, una società privata ai cui punti di distribuzione del cibo
centinaia di palestinesi disarmati, compresi bambini, sono stati uccisi. Nei
mesi in cui ha funzionato la Ghf, l’Onu ha denunciato una media di 13 morti
ammazzati al giorno ai punti di distribuzione per mano dei militari Israeliana o
dei contractors. Israele ha abbordato in acque internazionali le imbarcazioni di
civili cariche di aiuti che tentavano di forzare l’embargo illegale. Israele
vieta a 37 tra le principali Ong – compresa la Caritas – di operare nella
Striscia a soccorso di una popolazione stremata composta in maggioranza di donne
e bambini: una persona su due, a Gaza, ha meno di 18 anni.
Israele autorizza i militari a usare i bambini palestinesi come scudi umani,
come confessato dai soldati che hanno prestato servizio a Gaza nel documentario
Breaking Ranks: Inside the Israeli army di Benjamin Zand. Israele impedisce il
libero accesso della stampa internazionale a Gaza, dove l’esercito israeliano ha
ucciso più giornalisti che in tutte le guerre del secolo scorso messe insieme. A
Gaza, l’esercito israeliano ha ucciso oltre 1800 medici e paramedici per
impedire loro di prestare soccorso ai feriti. Il caso più celebre è quello
denunciato dal film The voice of Hind Rajab, Leone d’argento a Venezia e
candidato all’Oscar ma del quale Israele vieta la visione in Cisgiordania,
ordinando ai soldati di fare irruzione nella sala dove viene proiettato.
Israele ha colpito tutti e 36 gli ospedali della Striscia come tutte le chiese
cattoliche e le moschee, ha raso al suolo la stragrande maggioranza degli
edifici costringendo oltre il 90 per cento della popolazione a sfollare in tende
esposte al freddo e alla pioggia. Tende nelle quali si continua a morire di
freddo e di fame anche in questi di giorni, a più di tre mesi dalla “tregua” che
l’esercito israeliano ha violato una media di tutti i giorni, continuando a
bombardare, uccidere, demolire.
Israele ricorre a programmi di riconoscimento facciale come il famigerato
“Wher’s daddy?” per seguire gli spostamenti dei presunti terroristi – ricordando
che, per la legge israeliana, è imputabile per terrorismo un bimbo di 12 anni
che lancia una pietra a un tank – per poi ucciderli con i droni solo quando
fanno rientro nelle loro abitazioni, così da uccidere l’intera famiglia. Oltre
2.700 famiglie palestinesi sono state cancellate a Gaza, senza lasciare
superstiti. Altre 6.000 famiglie oggi si compongono di una sola persona, riporta
il registro civile palestinese.
Israele prosegue a Gaza come in Cisgiordania nella demolizione sistematica delle
infrastrutture civili e delle case palestinesi, nello sfollamento forzato delle
famiglie e pratica sistematicamente la tortura nelle carceri dove vengono
detenuti, nel 50 per cento dei casi, persone senza alcun capo di imputazione,
comprese donne e bambini. Si stima al momento siano circa 350 i bambini dai 12
anni detenuti delle carceri israeliane. Nel corso della sua vita, un palestinese
su 4 è stato arrestato. Una percentuale che non ha pari in nessun regime del
mondo e della storia.
Israele attacca e bombarda una sfilza di stati sovrani anche colpendo i corpi
internazionali delle missioni di pace e i colloqui di pace ma non ha senso
proseguire l’elenco di condotte che sarebbero senza ombra di dubbio considerate
“terroristiche” se fossero quelle degli Ayatollah o di Putin perché il principio
adottato dall’Ue che “un terrorista deve essere trattato da terrorista” non si
applica a Israele, nei confronti dei quali l’Ue non ha infatti adottato alcuna
sanzione. E chissà come lo spiegano quelli con la bandierina dell’Ue nel profilo
ai propri figli: chissà come pensano di convincerli a difenderle in armi questa
Unione Europea invece che ad abbatterla o a fuggire via.
L'articolo Il principio dell’Ue per cui “un terrorista va trattato da
terrorista” non si applica a Israele proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Terrorismo
Grida di “vergogna”, “Palestina libera” e “ora e sempre resistenza” hanno
accolto a L’Aquila la sentenza che condanna il palestinese Anan Yaeesh, accusato
di associazione con finalità di terrorismo internazionale, a 5 anni e sei mesi
di carcere. Assolti gli altri due imputati, i palestinesi Ali Irar e Mansour
Doghmosh. La Corte d’assiste presieduta dal giudice Giuseppe Romano Gargarella
ha accolto solo per meno della metà le richieste della Procura, che aveva
chiesto 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Dogmosh. Tutti e tre, già in
custodia cautelare dal 2024, vivono in Italia da tempo e non hanno mai creato
particolari problemi nel nostro Paese.
L’inchiesta, nata a seguito di una richiesta di estradizione avanzata dallo
Stato di Israele per il solo Yaeesh e non accolta dall’Italia, ha documentato
un’attività di raccolta di fondi per la Brigata di Tulkarem, per le Brigate dei
Martiri di Al Aqsa e per altre brigate della Cisgiordania, almeno in parte
riconducibili a Fatah, il partito nazionalista laico che guida l’Autorità
nazionale palestinese, ma inserite anche dall’Unione europea nell’elenco delle
organizzazioni terroristiche. In alcune intercettazioni si parla di “fucili”. I
tre sono difesi dagli avvocati Pamela Donnarumma, Ludovica Formoso e Flavio
Rossi Albertini.
La resistenza armata contro l’occupazione dei territori palestinesi, illegale
anche secondo le più recenti risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu e la
Corte internazionale di giustizia, entro certi limiti è senz’altro legittima. In
particolare nei confronti delle forze militari occupanti. In questo caso
l’accusa (che abbiamo ricostruito qui) ha sostenuto che tra i possibili
obiettivi c’era anche un insediamento civile, la colonia di Avney Hefetz, sia
pure sulla base di intercettazioni in arabo di assai discussa interpretazione.
La Corte ha escluso gran parte dei testimoni proposti dalle difese, mentre ha
ascoltato in videoconferenza da Parigi una funzionaria israeliana che parlava
della natura civile dell’insediamento, protetto da militari oltre che da coloni
armati.
Naturalmente si può discutere a lungo della figura dei coloni, spesso armati,
che stanno strappando metro per metro ai palestinesi i territori della
Cisgiordania. Mai come negli ultimi due anni abbiamo assistito a un’espansione
così rapida delle colonie israeliane. La sentenza della Cassazione che ha
confermato la legittimità della custodia cautelare per terrorismo è stata
oggetto di puntuali critiche su sistemapenale.it. Le motivazioni della Corte
d’Aquila saranno depositate più avanti, a un primo sguardo i giudici sembrano
aver riconosciuto la prevalenza delle attenuanti connesse al particolare
contesto della Cisgiordania occupata, che almeno per ora non è territorio
israeliano.
Yaesh, 38 anni, è un combattente e non lo nega. Da ragazzo ha fatto parte anche
della Guardia del corpo di Yasser Arafat, il leader dell’Olp che nel 1993 firmò
gli accordi che prevedevano “due popoli e due Stati” in Palestina ma non si sono
mai realizzati e sono oggi contestati da gran parte delle giovani generazioni
palestinesi. Ha seguito il processo in videoconferenza dal carcere di Melfi dove
è detenuto. “Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina
sin dal 1947 e non dal 7 ottobre. Ci troviamo ad affrontare una violenza
squadrista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la
violenza nazista tedesca. La resistenza palestinese, legittimata da tutte le
corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito, oggi la considerate
terrorismo”, ha detto Yaeesh il 26 febbraio scorso nelle dichiarazioni spontanee
pronunciate davanti alla Corte.
L'articolo Il palestinese Anan Yaeesh condannato per terrorismo a L’Aquila.
Assolti gli altri imputati proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si è avvalso della facoltà di non rispondere Mohammad Hannoun, architetto
palestinese di 63 anni arrestato sabato scorso nell’inchiesta della Dda di
Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas. L’interrogatorio di garanzia si è
svolto martedì mattina nel carcere di Marassi davanti alla giudice per le
indagini preliminari Silvia Carpanini. “La scelta è stata nostra – hanno
spiegato i suoi legali, Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo – perché il nostro
assistito non ha ancora avuto modo di leggere gli atti”. Hannoun ha tuttavia
rilasciato dichiarazioni spontanee, parlando per circa mezz’ora davanti alla
giudice.
Secondo quanto riferito dagli avvocati, Hannoun ha rivendicato la propria
attività di raccolta fondi a fini benefici, svolta a partire dagli anni Novanta
a favore della popolazione palestinese a Gaza, in Cisgiordania e nei campi
profughi. Nelle dichiarazioni spontanee ha negato di aver finanziato
direttamente o indirettamente Hamas e ha spiegato, per quanto possibile, le
modalità di raccolta e distribuzione dei fondi prima e dopo il 2023,
sottolineando i cambiamenti intervenuti dopo il 7 ottobre.
I legali hanno inoltre riferito che Hannoun ha ribadito come da anni i conti
fossero bloccati e che l’unico modo per portare aiuti fosse la raccolta di
contanti, sempre dichiarati in uscita nelle necessarie comunicazioni in
aeroporto. Nonostante ciò, al momento l’architetto, indicato dagli inquirenti
come al vertice della presunta cellula italiana di Hamas, resta in carcere: “Il
provvedimento è già eseguito”, hanno spiegato i difensori, che valuteranno se
presentare un’istanza di attenuazione della misura cautelare o ricorrere al
tribunale del Riesame. Hannoun ha anche saputo del presidio di solidarietà che
si è svolto ieri sera sotto il carcere di Marassi. “Lo ha visto in televisione –
hanno riferito i legali – e ci è apparso confortato, anche se è una persona
molto posata e consapevole”.
Nell’inchiesta risultano complessivamente sedici persone tra arrestati e
indagati. Ai nove sottoposti a custodia cautelare in carcere si aggiungono sette
indagati, tra cui la moglie e i figli di Hannoun. Tutti sono stati sottoposti a
perquisizione domiciliare. Gli altri interrogatori di garanzia per i nove
arrestatisi sono svolti quasi tutti da remoto. Per due indagati, latitanti in
Turchia e a Gaza, è stata richiesta una rogatoria internazionale.
Intanto, nelle prossime settimane Hannoun sarà trasferito da Marassi a un altro
istituto. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sta predisponendo
il suo spostamento in una delle poche carceri italiane dotate di sezioni AS2,
destinate ai detenuti accusati di terrorismo, probabilmente a Ferrara o
Alessandria. “È una decisione amministrativa che non dipende né dalla giudice né
dalla Procura – hanno commentato i difensori – ma che renderà certamente più
complicata la difesa”.
L'articolo Hannoun si avvale davanti al gip ma dice: “Nessun finanziamento
diretto o indiretto ad Hamas” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Raccoglievano fondi umanitari per la Palestina, ma la gran parte di quel denaro
sarebbe andato ad Hamas. Anzi, secondo la Procura e la Digos di Genova, gli
attivisti e le associazioni che ruotavano intorno a Mohamed Hannoun, arrestato
ieri insieme ad altre otto persone, “monopoliste” della raccolta fondi per Gaza,
che sarebbero state addirittura “una cellula di Hamas in Italia”. Realtà come la
Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese di Genova e la
più recente Associazione benefica la cupola d’oro di Milano, in grado di
raccogliere 7,2 milioni di euro a partire dal 2001, “incassate per per tre
quarti da associazioni vicine ad Hamas”. Per il gip Silvia Carpanini, Hannoun
era il leader del gruppo, “tutto deve essere avallato da lui” dice un militante,
e sarebbe stato pronto a fuggire in Turchia e uno dei suoi uomini più fidati,
Mousa Dawoud, detto Abu Falastine, avrebbe fatto riferimento alla
“cancellazione” di tutti i dati informatici dell’associazione.
Ma c’è un aspetto che rende l’operazione coordinata dalla Direzione nazionale
antimafia una novità nel panorama dell’antiterrorismo italiano: gran parte delle
prove su cui si fonda l’indagine sono state raccolte, selezionate e fornite da
uno Stato estero, ovvero dall’autorità giudiziaria israeliana, che in molti casi
ha fornito documentazione durante operazioni belliche. È Israele, insomma, a
comunicare allo Stato italiano che “il 71% delle donazioni sono andate a
organizzazioni caritatevoli” finanziate da Hannoun e dai suoi sodali, sarebbero
direttamente controllate da Hamas, e dunque entità terroristiche. Come è sempre
un report israeliano a suggerire la diretta affiliazione di Hannoun
all’organizzazione, appartenenza sempre negata dal diretto interessato che
invece non ha mai negato di esserne simpatizzante. Ecco perché all’indomani
degli arresti, il suo legale Dario Rossi si esprime così: “Questa non è una
vicenda giudiziaria, Hannoun è un caso politico. Stanno provando a tappargli la
bocca per farlo smettere di esprimere dissenso contro Israele”.
L’accusa che ha portato ieri all’arresto di Hannoun, fra i leader più noti delle
proteste Pro Pal degli ultimi due anni, è in parte una riedizione di
contestazioni simili che erano già state archiviate in passato. Rispetto ad
allora, gli inquirenti hanno raccolto intercettazioni e rapporti con alcuni
esponenti di spicco di Hamas, anche dopo il 7 ottobre del 2023. Fra questi ci
sono “incontri di Hannoun con Ismail Haniyeh, leader di Hamas ucciso per mano
israeliana nel 2024”, oltre che contatti con esponenti di spicco, come Osama
Alisawi, ministro del governo di Hamas nella striscia di Gaza, definito dagli
attivisti italiani “il nostro rappresentante lì”. Hannoun ha anche un nipote
giornalista, Muhammad Hawad, arrestato con l’accusa di essere un finanziatore di
Hamas: “Lavorare per Hamas e la Palestina porta onore a ogni essere umano libero
e dignitoso – dice di lui lo zio – Muhammad è un eroe, uno dei leoni di Hamas”.
A dimostrazione di questi legami pericolosi tra la leadership Hamas e il gruppo
italiano, la Digos cita un’intercettazione: “Noi ci sacrifichiamo con i soldi e
il tempo, ma loro con il sangue”, dice in Awad, fratello di Hannoun, il 9 agosto
2024. A rispondergli è uno dei militanti arrestati, Abu Falastine: “La maggior
parte di quelli che comandano a Gaza… loro senza di noi vanno avanti? Senza
quelli dall’estero non andrebbero avanti”. Abu Falastine spiega di “aver
espresso il desiderio di restare a Gaza a combattere, ma di aver ricevuto
disposizioni in merito dal leader di Hamas, Haniyeh: “Mi ha detto, Gaza non ha
bisogno di uomini, rimani lì, perché il tuo posto non sarà mai rimpiazzato”.
Nelle conversazioni registrate emerge anche un diffuso disprezzo dei militanti
italiani per Fatah, fazione palestinese opposta ad Hamas, e l’Anp. Il suo
leader, Abu Mazen, viene definito da Abu Falastine “un bastardo”. Un altro degli
indagati definisce gli affiliati a Fatah “traditori” e “informatori” dei “cani
sionisti”. Un altro degli indagati, Ryad Al Bustanji, compare in una foto
sequestrata da un pc in tenuta mimetica e lanciarazzi, insieme a un gruppo di
militanti delle Brigate al Qassam, ala militare di Hamas. Perquisizioni ieri
sono state eseguite a Genova, dove vive Hannoun e ha sede la sua associazione, a
Milano, dove ha sede l’associazione gemella Cupola d’oro, oltre che a Roma,
Firenze, Bologna, Torino, Lodi, Monza, Bergamo, Modena e in Brianza. Nel blitz
sono stati sequestrati 200mila euro in contanti, gran parte dei quali trovati
nella sede milanese del gruppo.
Il cuore delle contestazioni riguarda però i finanziamenti: 7,2 milioni dal
2001. Oltre 2 milioni di euro, una stima definita “prudente”, avrebbero
viaggiato in contanti, attraverso valigette e container di aiuti, via Egitto e
Turchia, o attraverso Giordania e Qatar. Sarebbero state pagate anche tangenti
all’esercito egiziano: “Chiedono 2500 euro per ogni camion e 400 per ogni
soldato di scorta. L’associazione ha dovuto da 86mila euro di mazzetta”. A
proposito degli aiuti inviati a Gaza, è indicativa una conversazione fra
Suleiman Hijazi, stretto collaboratore di Hannoun, e la moglie, captata dagli
inquirenti il 9 gennaio del 2024 nella macchina della coppia: “Non sono
affidabili per quello che diciamo per i progetti, la maggior parte dei soldi
vanno…”, dice la donna. “Alla Muquawama (Hamas)”, risponde lui. “La maggior
parte?”, replica lei. “Quasi tutto!”.
I finanziamenti andavano a pioggia a un vasto numero di associazioni
caritatevoli di Gaza e della Cisgiordania, che però nella prospettazione
accusatoria sarebbero stati vicine ad Hamas. Un passaggio, quest’ultimo, che
sarà sicuramente oggetto delle contestazioni difensive, sia per l’arco temporale
contestato (dal 2001 al 2025), sia perché di fatto gli inquirenti italiani si
basano su documenti israeliani: “Tali ultimi documenti sono per la maggior parte
stati acquisiti dall’esercito israeliano (Idf) nel corso di operazioni militari:
1) Defensive Shields, realizzata all’inizio degli anni 2000 do o una serie di
attacchi armati operati da gruppi palestinesi contro Israele, durante la Seconda
Intifada, e Sword of Iron dopo i fatti del 7 ottobre 2023. Si tratta dunque di
atti extraprocessuali, acquisiti dall’autorità estera nel corso di operazioni
militari e poi trasmessi all’autorità giudiziaria italiana tramite i canali
della cooperazione. Come evidenziato dal pm, non esistono norme nel nostro
ordinamento che espressamente regolino l’acquisizione nel procedimento penale di
tale tipo di documentazione; va quindi fatto riferimento ai principi generali
che regolano le prove (…) per cui possono essere acquisiti nel procedimento
italiano, sempre che non sussistano ipotesi di inutilizzabilità per essere stati
acquisiti in violazione di divieti di legge a tutela di principi fondamentali
del nostro ordinamento”.
A metà degli anni Duemila il tribunale di Genova aveva già smontato le accuse ad
Hannoun. Un precedente richiamato nell’ordinanza genovese: “La pretesa del pm di
far discendere la contestazione dalla asserita commistione tra Hamas e le
associazioni umanitarie, ritenute il braccio economico-assistenziale di una
unitaria organizzazione terroristica (…) è argomento appena sufficiente per una
analisi politica o sociale del fenomeno, ma non appare così circostanziato da
fondare una decisione giudiziaria”. Il gip inoltre escludeva che “il sostegno
economico alle famiglie degli attentatori, svolto peraltro non direttamente ma
attraverso la mediazione di altre associazioni umanitarie, integri ex sé il
reato di partecipazione e finanziamento ad associazioni dedite al terrorismo”.
Architetto di 62 anni, da oltre trenta in Italia, Hannoun è un volto noto delle
proteste Pro Pal, ed ha avuto contatti nel tempo con diversi esponenti politici
italiani, legati al Movimento Cinque stelle e alla sinistra: “Per accuse
identiche a quelle di oggi è giù stato archiviato nel 2010, perché del tutto
infondate – dice il suo legale Dario Rossi – si tratta di un attivista che da
anni fornisce supporto a scuole, orfani e ospedali da trent’anni. A Gaza Hamas
rappresenta il governo, dunque è certo che chi porta aiuti abbia a che fare con
l’ala politica dell’organizzazione. La realtà è che stanno provando a zittirlo.
Altrove, negli Usa, gente che fa le sue stesse attività è stata arrestata. Spero
che non si arrivi a questo anche in Italia”.
L'articolo Genova: i corrieri, i soldi ad Hamas, le foto nei cellulari e i
documenti israeliani. Cosa c’è nell’ordinanza che ha portato a 9 arresti
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Due eventi lontani geograficamente ma vicini sul piano ideologico si sono
verificati con una tempistica significativa: l’attacco terroristico nella
capitale australiana Sydney, che ha preso di mira un raduno civile durante una
celebrazione legata alle festività ebraiche, e l’attacco nella città siriana di
Palmira contro soldati americani, compiuto da un membro delle forze di sicurezza
siriane. Due episodi che riportano al centro del dibattito la questione della
gestione degli elementi con un passato jihadista, e i rischi legati a un
affidamento totale su di essi, con conseguenze dirette sul piano della
sicurezza.
La coincidenza di questi due attacchi con l’avvio dei preparativi per un nuovo
confronto con lo Stato Islamico in Siria riapre interrogativi fondamentali sulla
reale capacità dell’attuale amministrazione siriana di svolgere un ruolo
efficace in questa fase, così come sulla natura dei rischi di sicurezza che
potrebbero derivarne, sia all’interno della Siria sia oltre i suoi confini.
Il ritorno operativo dell’organizzazione avviene in parallelo al prevedibile
inasprimento delle pressioni militari contro di essa sul fronte siriano. È
plausibile che l’Isis scelga di intensificare le proprie operazioni non solo per
affrontare direttamente il potere di Damasco, ma anche per indebolirlo e
metterne in luce la fragilità. Queste operazioni potrebbero non limitarsi alle
tradizionali aree di influenza nel deserto siriano o nel sud del Paese, ma
estendersi anche ai centri urbani, nel tentativo di attribuire all’azione una
dimensione politica e di inviare un messaggio di minaccia diretta, dimostrando
la capacità del gruppo di superare la logica della sopravvivenza ai margini del
centro politico.
Questo percorso aumenta la probabilità di una riattivazione delle reti
jihadiste, soprattutto se l’escalation dovesse tradursi in un indebolimento
dell’autorità locale e in una frammentazione del controllo della sicurezza.
Fratture interne, proteste locali e assenza di una presa centrale efficace
creano infatti un terreno favorevole al ritorno delle cellule jihadiste, in
particolare di quelle organizzazioni che, per loro natura, perseguono ambizioni
regionali e transnazionali. In un simile contesto, non è escluso che questi
gruppi ricorrano a forme di cooperazione temporanea con milizie locali per
ottenere armi o basi operative, trasformando lo scenario in un conflitto
prolungato, suscettibile di espansione verso le aree limitrofe.
Sul piano internazionale, il principale significato dell’attacco di Sydney
risiede nel fatto che la strategia dei “lupi solitari” resta lo strumento più
efficace per l’organizzazione. Tuttavia, questi lupi solitari non sono
necessariamente individui isolati, ma spesso elementi inseriti in una struttura
organizzata. Le informazioni emerse indicano che gli autori dell’attacco
avrebbero ricevuto addestramento nelle Filippine, oltre a istruzioni precise
sulle modalità, il luogo e il momento dell’azione. Attraverso queste operazioni,
l’Isis mira a trasmettere un messaggio chiaro: il suo ritorno sulla scena
internazionale e la sua capacità di colpire in contesti geografici ampi e
distanti tra loro.
Nella sua nuova narrativa, l’organizzazione tenta di sfruttare il clima di
crescente antisemitismo emerso negli ultimi mesi, senza tuttavia modificare i
propri obiettivi fondamentali, che restano il bersagliamento di Stati, luoghi di
culto e civili. Questa linea conferma l’intento di dimostrare la capacità di
operare su scala globale, soprattutto in vista di un confronto diretto nei suoi
bastioni in Siria.
Con la riattivazione delle cellule dormienti e la diffusione di un clima di
minaccia su scala globale, il mondo entra in una nuova fase di sfide alla
sicurezza che non si limiteranno alle forme tradizionali di terrorismo o ad
attacchi di bassa complessità. Al contrario, la varietà delle possibili modalità
operative appare in aumento, anche alla luce del tentativo dell’organizzazione
di sfruttare le contraddizioni e le fratture emerse negli ultimi due anni,
insieme ai profondi cambiamenti sociali e politici attraversati da diverse
società.
L’Isis cerca inoltre di capitalizzare l’ampliamento della categoria dei “nemici”
nel discorso politico americano, che oggi include un ampio spettro di attori, da
Hezbollah e Hamas fino ai Fratelli Musulmani e altri ancora. Questo contesto
offre all’organizzazione uno spazio narrativo favorevole per giustificare le
proprie azioni e costruire alleanze tattiche temporanee.
La riattivazione della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico
potrebbe apparire come una risposta naturale a questa escalation, ma l’assenza
di attori realmente efficaci sul terreno, in particolare in Siria, rende
difficile immaginare una conclusione rapida di questo confronto e aumenta il
rischio di un conflitto prolungato. Affidarsi al governo siriano per svolgere un
ruolo decisivo non rappresenta una garanzia, alla luce delle complesse dinamiche
interne e della difficoltà di un coinvolgimento diretto e affidabile delle sue
forze.
Riaprire il dossier del confronto con l’Isis significa inevitabilmente accettare
un aumento del rischio di attacchi terroristici. L’organizzazione continuerà a
fare leva sull’effetto sorpresa e sull’amplificazione mediatica, colpendo luoghi
ad alto valore simbolico per rafforzare l’immagine di un attore capace di agire
nelle capitali più sensibili. Una strategia propagandistica collaudata, che
l’Isis ha sempre utilizzato sfruttando eventi e ricorrenze simboliche per
massimizzare l’impatto psicologico e mediatico.
L'articolo Il ritorno dell’Isis: i segnali dalla Siria al mondo sono allarmanti
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si erano addestrati in Australia i due assalitori, ritenuti responsabili della
strage antisemita a Bondi Beach (Sidney) costata la vita a 15 persone, il 14
dicembre durante un raduno per la festa ebraica di Hanukkah. Erano stati sul
posto, in “ricognizione”, di notte, pochi giorni prima dell’attentato. È quanto
emerge da documenti ufficiali della polizia, resi pubblici in queste ore. I due
sono padre e figlio: Sajid Akram, 50 anni, indiano, entrato in Australia con un
visto nel 1998, ucciso poco dopo l’attacco; Naveed Akram, nato nel paese 24 anni
fa, trasferito oggi in carcere dall’ospedale in cui era ricoverato. Quest’ultimo
è accusato di terrorismo e omicidio.
Secondo gli inquirenti, si erano “addestrati all’uso di armi da fuoco” prima
della strage. La polizia ha rintracciato un video, registrato a ottobre, in cui
Sajid e Naveed Akram sono seduti davanti a una bandiera dell’Isis, recitano un
brano del Corano e attaccano i “sionisti”. Una bandiera dell’Isis era stata
trovata in precedenza nella loro auto.
Il primo ministro australiano Anthony Albanese si è scusato con la comunità
ebraica, chiedendo il sostegno di tutte le parti politiche per “introdurre un
reato aggravato per coloro che predicano l’odio” e altre nuove leggi. “Non
lasceremo che i terroristi ispirati dall’Isis vincano. Non lasceremo che
dividano la nostra società, e supereremo questo momento insieme”, ha detto
Albanese ai giornalisti.
Lo stato del Nuovo Galles del Sud, dove è avvenuto il massacro, ha presentato
oggi quelle che definisce le leggi sulle armi più severe del Paese. Il numero di
armi da fuoco che un individuo può possedere sarà limitato a quattro. Il governo
stima che ci siano 1,1 milioni di armi da fuoco in circolazione nello Stato, il
più popoloso d’Australia. La legge vieterebbe anche l’esposizione di “simboli
terroristici”, tra cui la bandiera dell’Isis. Sono stati vietati anche gli
slogan che invocano una “intifada”. Le autorità potranno inoltre vietare le
manifestazioni fino a tre mesi dopo un attacco terroristico.
L'articolo Strage di Bondi Beach, attentatori si sono addestrati in Australia.
In ricognizione sul posto pochi giorni prima proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il primo ministro australiano Anthony Albanese ha annunciato di aver ordinato
una revisione della polizia e dei servizi segreti. Il governo valuterà se le
forze di sicurezza dispongano dei poteri e delle strutture adeguati “per
garantire la sicurezza degli australiani dopo il terribile attacco terroristico
antisemita a Bondi Beach”.
In un messaggio pubblicato su X, Albanese ha ricordato che, a una settimana
dall’attacco, il Paese avrebbe osservato un minuto di silenzio e acceso una
candela in memoria delle vittime. Il premier ha sottolineato il profondo dolore
della comunità ebraica e lo shock ancora diffuso in tutto il Paese, invitando
gli australiani a unirsi nel ricordo delle vittime e nel sostegno alle famiglie
in lutto, ribadendo l’impegno a combattere l’antisemitismo in ogni sua forma.
Sono state 15 le vittime del massacro compiuto da due uomini contro i
partecipanti a una celebrazione ebraica a Bondi Beach, l’iconica spiaggia di
Sydney. Il Paese si è fermato esattamente una settimana dopo le prime notizie
della sparatoria, avvenuta alle 18:47 ora locale di domenica 14 dicembre.
Le autorità federali e dello Stato del New South Wales hanno dichiarato la
giornata di domenica Giorno nazionale di riflessione. In serata, alle 18:47,
sono state accese candele in tutto il Paese per commemorare il momento in cui
una settimana prima erano stati esplosi i primi colpi. Al Bondi Pavilion, sul
lungomare, leader indigeni hanno tenuto una cerimonia tradizionale del fumo,
mentre un memoriale spontaneo, cresciuto nel corso dei giorni con fiori e
messaggi, sarà rimosso lunedì.
Secondo quanto riferito dalle autorità sanitarie, 13 dei feriti sono ancora
ricoverati negli ospedali di Sydney. Tra loro figura Naveed Akram, 24 anni,
indicato come uno degli attentatori, ferito dalla polizia e accusato di 15 capi
d’imputazione per omicidio e 40 per lesioni con intento di uccidere. Il padre,
Sajid Akram, 50 anni, è stato ucciso dalla polizia sul posto.
Edifici governativi espongono bandiere a mezz’asta e sono illuminati di giallo
in segno di solidarietà con la comunità ebraica. Le emittenti televisive e
radiofoniche sono state invitate a osservare un minuto di silenzio. Rabbini e
rappresentanti della comunità ebraica hanno invitato l’intera popolazione a
partecipare alle commemorazioni e all’accensione dell’ultima candela di
Hanukkah, mentre esponenti del Consiglio esecutivo dell’ebraismo australiano
hanno espresso il senso di shock, dolore e frustrazione delle famiglie delle
vittime, chiedendo risposte e cambiamenti di fronte alla crescita
dell’antisemitismo nel Paese.
L'articolo Revisione di polizia e servizi segreti dopo l’attentato antisemita a
Bondi Beach, l’annuncio del premier australiano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Proseguono le indagini sulla mafia turca sul boss Baris Boyun, 41 anni, ritenuto
un boss della mafia turca, finito già in carcere nel maggio 2024. La Polizia ha
eseguito un’altra ordinanza di custodia cautelare a carico di quattro cittadini
turchi nell’inchiesta della Dda di Milano, coordinata dalla pm Bruna Albertini,
con al centro Boyun. Le indagini sono per banda armata con finalità di
terrorismo, associazione per delinquere aggravata anche dalla transnazionalità,
finalizzata alla commissione di più reati tra cui detenzione e porto abusivo di
armi anche clandestine, traffico internazionale di armi, favoreggiamento
dell’immigrazione clandestina, omicidi, stragi, traffico di droga, riciclaggio,
falsificazione di documenti.
Stando alle indagini, Boyun, che era stato arrestato a Viterbo e già a processo
a Milano, in precedenza dai domiciliari con braccialetto elettronico in un
paesino della Calabria avrebbe coordinato traffici di droga e armi, anche da
guerra, sfruttando canali all’estero e conoscenze in Turchia. Avrebbe
pianificato omicidi, uno a Berlino, e attentati, come uno fallito ad una
fabbrica di alluminio alle porte di Istanbul, ma mai in Italia. Era uno degli
uomini più ricercati da Ankara e la Turchia ne ha chiesto l’estradizione, ma i
giudici, Cassazione compresa, hanno bocciato le istanze e resta detenuto in
Italia. Reati, scrive il procuratore Marcello Viola, “tutti finalizzati a
destabilizzare gli assetti dello Stato turco e a creare allarme sociale anche in
Europa”. Nell’ambito delle attività del gruppo, si legge ancora, i quattro
destinatari della nuova misura sono accusati di traffici di armi e di sostanze
stupefacenti e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, “spostandosi
continuamente in diverse zone d’Italia e in altri Paesi europei”.
Dei quattro destinatari della nuova misura uno era “già detenuto a seguito di
mandato di arresto internazionale”. Degli altri tre indagati due sono stati
“tratti in arresto”. L’attività investigativa è la prosecuzione di indagini
“svolte dagli investigatori della Sisco di Milano, della Squadra Mobile di Como
e dal Servizio Centrale Operativo di Roma”, che avevano portato all’arresto di
altri 19 cittadini turchi, tra cui Boyun, “stabilmente presenti e radicati sul
territorio nazionale”. Il boss è detenuto al 41bis e imputato in Assise per
“banda armata con finalità di terrorismo per avere compiuto e organizzato
numerosi attentati in Turchia e omicidi anche in altri Paesi europei, tra cui
anche la Germania”.
Le successive indagini, con “l’analisi delle risultanze delle attività tecniche,
continui servizi di pedinamento e controllo” e “contributi provenienti dagli
scambi informativi con altri Paesi”, hanno consentito di “delineare le figure
degli altri quattro soggetti” che, per l’accusa, “farebbero parte del medesimo
gruppo criminale di matrice turca“. L’esecuzione dei provvedimenti cautelari ha
coinvolto “circa cinquanta poliziotti del Servizio Centrale Operativo di Roma,
della Sezione Investigativa Sco di Milano, della Squadra Mobile di Como con il
supporto delle Squadre Mobili delle Questure di Viterbo e Pistoia e dei Reparti
Prevenzione Crimine ‘Lazio’ e ‘Toscana’, nonché infine delle Unità Operative di
Primo Intervento”.
In corso anche perquisizioni “delle abitazioni e degli altri luoghi a
disposizione degli indagati sul territorio nazionale”. In una sentenza, con rito
abbreviato, a carico di imputati già condannati, il giudice Domenico Santoro
aveva parlato di un gruppo mafioso “pericolosissimo”, con a disposizione un
“elevatissimo numero di armi”, che può “attrarre sodali in Italia mediante la
violazione delle normative sull’immigrazione” e “ricco di collegamenti sia con
cellule presenti” in Italia e “non del tutto disarticolate”, sia con altre in
Europa.
L'articolo “La mafia turca di Baris Boyun”, altri quattro arrestati per
terrorismo su ordine dei pm di Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.
È stato incriminato Naveed Akram, autore con il padre della strage di Bondi
Beach contro la comunità ebraica. Sono 15 i capi d’accusa per terrorismo,
omicidio e altre 40 imputazioni, tra cui lesioni personali gravi con intento di
omicidio e esposizione pubblica di simboli terroristici, riferendosi all’Isis.
La polizia del Nuovo Galles del Sud ha spiegato che Naveed “ha tenuto una
condotta che ha causato morti, feriti gravi e messo in pericolo vite umane per
promuovere una causa religiosa e incutere timore nella comunità”. Durante la
sparatoria con la polizia,il padre Sajid Akram è stato ucciso, mentre Naveed è
rimasto gravemente ferito e ricoverato. Si è risvegliato dal coma nella notte di
martedì e comparirà davanti al giudice in videocollegamento. Due bandiere
artigianali dello Stato Islamico sono state sequestrate in un’auto intestata a
Naveed, parcheggiata vicino alla spiaggia. Le autorità hanno anche confermato
che Sajid possedeva sei armi da fuoco, tutte recuperate dopo l’attacco.
I FUNERALI DELLE VITTIME
Intanto sono stati celebrati i primi funerali. Tra le 16 vittime, vi sono una
bambina di 10 anni, due sopravvissuti all’Olocausto e una coppia di coniugi,
uccisi mentre tentavano di fermare gli assalitori. Tutte le vittime identificate
finora erano ebree. L’età delle persone uccise va dai 10 agli 87 anni. Gli ebrei
vengono solitamente sepolti entro 24 ore dalla morte, ma i funerali sono stati
ritardati dalle indagini del medico legale.
Il primo funerale celebrato è stato quello per Eli Schlanger, 41 anni, padre di
5 figli, che era assistente rabbino presso l’organizzazione Chabad-Lubavitch di
Bondi e aveva organizzato l’evento ‘Chanukah by the Sea’ di domenica. Fuori dai
funerali un’imponente presenza di polizia. Schlanger, nato a Londra, era anche
cappellano nelle carceri dello Stato del Nuovo Galles del Sud e in un ospedale
di Sydney.Alla veglia per la vittima più giovane, Matilda di 10 anni, i genitori
hanno esortato i partecipanti a ricordare il suo nome: “Rimane qui”, ha detto la
madre di Matilda, che si è identificata solo come Valentyna, premendo la mano
sul cuore, “rimane proprio qui e qui”.
DIBATTITO SU ARMI E SICUREZZA
Il parlamento del Nuovo Galles del Sud sarà riconvocato la prossima settimana
per discutere riforme sul controllo delle armi e restrizioni alle attività di
protesta. Il premier Chris Minns ha annunciato limiti al numero di armi
autorizzabili per porto d’armi e la cancellazione del diritto di appello in caso
di revoca della licenza. Minns ha spiegato che le misure mirano a prevenire
situazioni di pericolo durante manifestazioni di massa. Ha aggiunto che il
governo condividerà le norme proposte con l’opposizione nei prossimi giorni, con
l’obiettivo che entrino in vigore prima di Natale. Il premier ha quindi riferito
che il parlamento statale ha all’esame misure per restringere le attività di
protesta sull’onda di minacce terroristiche. “La nostra preoccupazione è che una
dimostrazione di massa è una situazione che potrebbe accendere una fiamma che
diventerebbe impossibile estinguere”, ha detto. Le autorità hanno anche
confermato che lo sparatore Sajis Akram aveva il porto d’armi per sei armi, che
aveva con sé e che sono state tutte recuperate dopo l’attacco.
LA SMENTITA DELLA FILIPPINE
Intanto il governo filippino ha smentito qualsiasi legame con l’addestramento
dei due terroristi. I due uomini, padre e figlio, Sajid e Naveed Akram, avevano
trascorso novembre a Davao, nel sud dell’isola filippina di Mindanao, area da
decenni segnata da insurrezioni islamiste. “Il presidente Ferdinand Marcos
respinge fermamente la dichiarazione generale e la fuorviante caratterizzazione
delle Filippine come centrale di addestramento dell’Isis”, ha dichiarato la
portavoce presidenziale Claire Castro, leggendo una nota del Consiglio di
Sicurezza Nazionale. “Non è stata presentata alcuna prova a sostegno delle
affermazioni secondo cui il Paese sarebbe stato utilizzato per l’addestramento
terroristico”. Le autorità australiane stanno verificando se i due abbiano
incontrato estremisti locali durante il soggiorno, ma l’esercito filippino ha
sottolineato che i gruppi armati musulmani ancora operativi a Mindanao si
sarebbero notevolmente indeboliti dopo l’assedio di Marawi nel 2017.
L'articolo Strage di Bondi Beach – Incriminato per terrorismo Naveed Akram, a
Sydney i funerali delle vittime proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quindici anni e un profilo social “immerso” negli ambienti dell’estrema destra
suprematista. Da lì, secondo gli investigatori, diffondeva messaggi di odio,
incitamenti alla violenza contro stranieri ed ebrei, elogi di attentati
terroristici e dei loro autori. Per questo nei giorni scorsi il ragazzino è
stato arrestato ed è finito in carcere in esecuzione di un’ordinanza di custodia
cautelare emessa dal Tribunale per i minorenni di Venezia. Le accuse contestate
sono istigazione a delinquere, apologia di reati di terrorismo,
auto-addestramento e addestramento con finalità terroristiche, tutte aggravate
dall’uso di strumenti telematici.
Perché non c’era solo propaganda nelle sue intenzioni, secondo gli inquirenti:
in uno dei post il ragazzo arrivava a scrivere di aver già iniziato a costruire
un’arma da fuoco. È stato questo elemento, insieme al resto dei contenuti, a far
scattare l’intervento della Polizia di Stato.
L’indagine, condotta dalle Digos di Milano e Treviso, è partita dal monitoraggio
costante degli spazi online frequentati da gruppi dell’estrema destra radicale.
Individuato il profilo, gli investigatori sono risaliti rapidamente all’identità
dell’utente, un minorenne residente in provincia di Treviso, e hanno disposto
una perquisizione.
Durante il controllo gli agenti hanno trovato e sequestrato diversi componenti
di facile reperimento, già pronti per essere assemblati, ritenuti utili alla
realizzazione di armi e ordigni artigianali. In casa c’erano anche fogli scritti
a mano dallo stesso ragazzo: disegni dettagliati di armi e parti di armi,
appunti e istruzioni per il confezionamento di munizioni artigianali. Un
materiale che, secondo gli inquirenti, ha trovato ulteriore conferma nella
perquisizione informatica dei dispositivi in uso al giovane, da cui sono emersi
contenuti coerenti con quanto scoperto nell’abitazione.
Questo insieme di elementi ha delineato, per gli investigatori, un quadro di
radicalizzazione ideologica già in fase avanzata. Un quadro che il giudice per
le indagini preliminari ha ritenuto fondato, accogliendo la richiesta del
pubblico ministero della Procura per i minorenni di Venezia e disponendo il
carcere. Le indagini proseguono: il lavoro delle Digos di Milano e Treviso
continuerà sotto il coordinamento della Procura minorile veneziana e potrebbe
portare a nuovi sviluppi investigativi.
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L'articolo Odio online contro ebrei e stranieri ma anche arma fai da te:
arrestato un 15enne per terrorismo proviene da Il Fatto Quotidiano.