Era la mattina del 22 marzo 2016 quando la capitale belga fu colpita da tre
attacchi terroristici coordinati: due avvennero presso l’aeroporto di
Bruxelles-National, nel comune di Zaventem, ed uno alla stazione della
metropolitana di Maelbeek/Maalbeek, nel comune di Bruxelles. Gli attentati
vennero rivendicati il giorno stesso dall’autoproclamato Stato Islamico (Isis).
Sei su dieci imputati vennero ritenuti colpevoli di “omicidi in un contesto
terroristico”. Si trattava di Oussama Atar, Mohamed Abrini, Osama Krayem, Salah
Abdeslam (già condannato all’ergastolo per gli attentati di Parigi), Ali El
Haddad Asufi e Bilal El Makhoukhi. Colpevoli della morte di 32 persone e del
ferimento di almeno altre 300.
Negli ultimi anni, il codice penale belga è stato modificato più volte per
adattarsi alle nuove esigenze. Nel luglio 2015, ad esempio, è stato aggiunto un
articolo per punire i viaggi da e per il Belgio per scopi terroristici;
dall’agosto 2016, l’incitamento e il reclutamento per tali viaggi sono reati
penali. Nonostante ciò le preoccupazioni sono evidenti. Nel novembre 2020, 398
individui latitanti erano stati identificati come detenuti radicalizzati dal
2015, mentre il 25% di coloro che erano stati rilasciati nel 2020 erano ancora
considerati radicalizzati e un altro 20% era ancora incline alla violenza. Molti
condannati per terrorismo nel tempo hanno scelto deliberatamente di non chiedere
la libertà condizionale e di scontare l’intera pena in modo da essere rilasciati
senza condizioni e non essere più disturbati.
A marzo 2026, il Belgio mantiene il livello di allerta a 3 su 4.
L’OCAD (Organismo di Coordinamento per l’Analisi della Minaccia) ha confermato
recentemente che, sebbene non vi siano prove di un piano imminente contro
obiettivi belgi specifici, il rischio rimane elevato a causa dell’instabilità in
Medio Oriente (conflitti in Iran, Siria e Gaza) che funge da moltiplicatore per
la radicalizzazione domestica. La presenza jihadista oggi in Belgio si manifesta
attraverso tre vettori principali: cellule informali, o meglio piccoli gruppi di
giovani, spesso minorenni, che si radicalizzano rapidamente online. Non
frequentano necessariamente moschee radicali, ma sono immersi in “eco-chambers”
su Telegram o piattaforme di gaming, dove l’ideologia viene consumata come un
contenuto on-demand. Secondo il rapporto CUTA 2024-2025, queste cellule sono
spesso prive di un background estremista pregresso, rendendole più difficili da
tracciare per l’intelligence.
Il secondo vettore è rappresentato dall’IS-K (Stato Islamico della Provincia del
Khorasan). L’attenzione si è spostata dalla Siria all’Afghanistan. L’IS-K è
attualmente considerato la principale minaccia esterna, capace di ispirare o
coordinare l’invio di agenti dormienti in Europa, incluso il Belgio. Infine il
“Gangster-Jihad” resiliente: nelle aree urbane di Bruxelles (Molenbeek,
Schaerbeek), persiste il legame tra criminalità di strada e ideologia radicale.
Per contrastare la minaccia terroristica il Belgio ha potenziato la sua
strategia. Innanzitutto Banche Dati Locali (LIV) dove ogni comune belga si è
dotato di una task force locale composta da agenti di polizia, assistenti
sociali e psicologi che si scambiano informazioni su soggetti che mostrano segni
di isolamento e radicalizzazione. Oltre a ciò l’Intelligence belga (VSSE) si è
concentrata sulla scansione di segnali comportamentali (cambiamento improvviso
di abitudini, acquisto di materiali dual-use) piuttosto che sulla ricerca di
legami con l’Isis o altri gruppi jihadisti.
Da ultimo il contrasto ai droni. In risposta ai nuovi rischi, il governo ha
autorizzato l’installazione di sistemi di disturbo (jammers) presso aeroporti e
siti sensibili per prevenire attacchi tecnologici “fai-da-te”. Oggi il Belgio è
sicuramente più preparato a smantellare una cellula ma resta vulnerabile al
singolo individuo che decide di colpire un “soft target” (una fermata del bus,
un caffè) con un coltello da cucina o altro.
Il jihadismo in Belgio ad oggi è sicuramente meno “visibile” rispetto al
decennio precedente ma molto più imprevedibile.
L'articolo Il Belgio mantiene il livello di allerta terrorismo a 3 su 4, dieci
anni dopo gli attentati. Ecco perché proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Terrorismo
Il governo britannico ha annunciato ieri la più grande espansione del sistema di
monitoraggio elettronico (braccialetti GPS e dispositivi per il controllo
dell’alcol) nella storia del Regno Unito. Migliaia di pregiudicati in più
saranno sottoposti a sorveglianza elettronica, con particolare attenzione agli
autori di reati ad alto rischio come violenza domestica, furti, furto in
abitazione, stalking, terrorismo, assassinio e reati sessuali recidivi.
L’obiettivo dichiarato è proteggere meglio le vittime e la collettività,
integrando tecnologie avanzate con un potenziamento del servizio di probation,
cioé la sorveglianza post-detentiva.
Il ministro per le Carceri, la Probation e la Riduzione della Recidiva, Lord
James Timpson, ha dichiarato: “Questa è la più grande espansione del
monitoraggio elettronico nella storia britannica e significa che i criminali più
pericolosi saranno ora sorvegliati più da vicino che mai. Combinando nuove
tecnologie con un aumento degli addetti alla probation ci assicuriamo che chi
rappresenta il rischio maggiore sia sotto controllo costante, con lo scopo di
proteggere meglio vittime e pubblico”.
Tra le principali novità: sorveglianza in tempo reale tramite GPS, monitoraggio
di prossimità per le vittime di violenza domestica e stalking, con alert se
l’autore si avvicina, estensione nazionale del progetto pilota DAPOL (Domestic
Abuse Perpetrators on Licence) entro settembre 2026, e del programma per la
lotta ai reati acquisitivi (furti e rapine) in tutte le 43 aree di polizia prima
della fine della fine della legislatura. È previsto un investimento di 100
milioni di sterline per l’espansione del monitoraggio elettronico, parte di un
pacchetto molto più ampio di finanziamenti per la probation entro il 2028/29,
con almeno 1.300 nuovi addetti reclutati nel prossimo anno.
La decisione è strettamente legata alla crisi di sovraffollamento nelle carceri
in Inghilterra e Galles, mentre Scozia e Irlanda del Nord hanno un ordinamento
indipendente su questo tema. La popolazione carceraria adulta si attestava
intorno agli 87.000–87.500 detenuti a fine 2025, con una capacità operativa di
circa 88.000–89.000 posti. Nel 2024–2025, quasi tre quarti delle prigioni (72%)
risultavano sovraffollate, con oltre 21.600 detenuti in condizioni di
affollamento (circa un quarto della popolazione totale), secondo la Prison
Reform Trust.
Il governo ha ereditato una situazione critica: negli ultimi anni prima del 2024
erano stati aggiunti solo pochi posti netti, mentre la popolazione carceraria è
aumentata notevolmente. Per evitare un collasso del sistema, dal 2024 sono stati
rilasciati anticipatamente decine di migliaia di detenuti – stime giornalistiche
parlano di circa 40.000 rilasci entro metà 2025 nei vari schemi – e si prevede
di ridurre la pressione con riforme del sistema giudiziario che, secondo le
proiezioni ufficiali, mirano a contenere la crescita e ridurre in parte il
numero di detenuti entro la fine del decennio.
Il monitoraggio elettronico permette di gestire molti autori di reati nel
territorio invece che in cella, specialmente per reati di media o bassa gravità
o in fase post-rilascio, liberando posti per i più pericolosi. Parallelamente,
il governo ha promesso fino a 14.000 nuovi posti entro il 2031 attraverso nuovi
istituti e ampliamenti, con circa 2.400–2.900 posti già costruiti entro il 2025,
per un costo complessivo stimato di diversi miliardi di sterline.
Le critiche al provvedimento arrivano da più parti. Organizzazioni come la
Prison Reform Trust e la Howard League for Penal Reform esprimono scetticismo:
il monitoraggio elettronico può essere difficile da controllare, portare a più
violazioni e richiami in carcere, risultare eccessivamente restrittivo e
ostacolare il reinserimento e la riabilitazione.
Pia Sinha, CEO della Prison Reform Trust, ha affermato che il tagging “non è una
panacea per ridurre la recidiva, è difficile da monitorare, potrebbe portare a
più violazioni e richiami, l’attrezzatura non è sempre affidabile e può impedire
un vero reinserimento perché troppo restrittivo”. Alcuni esperti temono che
sposti solo il carico sul servizio di probation, già sotto pressione con carichi
di lavoro elevati (oltre 240.000 casi gestiti nel 2025) e tassi significativi di
appuntamenti mancati, come evidenziato dai dati recent.
Le critiche riguardano anche l’affidabilità dei dispositivi e il rischio che non
riduca realmente la recidiva; espansioni precedenti hanno visto ritardi, ad
esempio nell’installazione dei tag da parte di grandi fornitori privati, che ne
hanno molto ridotto l’efficacia. Il governo replica che, secondo dati del
Ministero della Giustizia, l’efficacia del monitoraggio alcolico supera il 97%,
e che i tag GPS con coprifuoco e quelli applicati a ladri, rapinatori e autori
di furti hanno ridotto la recidiva di circa il 20% nei progetti pilota. Ma il
dibattito su efficacia e proporzionalità resta acceso, e questo rischia di
essere l’ennesimo provvedimento fallito di un governo costellato di marce
indietro.
L'articolo Violenze sessuali, stalking, terrorismo: le carceri scoppiano e il
Regno Unito manda fuori col braccialetto elettronico proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Paura e caos a bordo di un volo Easyjet in partenza ieri da Napoli con
destinazione Berlino. Un uomo ha iniziato improvvisamente a pronunciare frasi
“inquietanti“, arrivando anche a parlare di “fine del mondo”, quando l’aereo era
già decollato: i passeggeri hanno iniziato a temere il peggio, temendo che si
trattasse di un terrorista e avesse piazzato una bomba a bordo.
Il velivolo ha quindi fatto ritorno allo scalo partenopeo di Capodichino, dove
l’uomo è stato preso in custodia dagli agenti di Polizia. Tutti i passeggeri
sono stati fatti temporaneamente scendere per consentire alle autorità
un’accurata ispezione: una volta terminate le operazioni di controllo, è stato
consentito a tutti di risalire a bordo e il volo è potuto ripartire.
A riferire l’accaduto è stato il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Francesco
Emilio Borelli, che ha condiviso sul proprio profilo Instagram la testimonianza
di un passeggero. “Mi congratulo con le forze dell’ordine e con il personale di
bordo per la gestione della vicenda, affrontata con professionalità e sangue
freddo. Purtroppo nel clima in cui viviamo tra guerre e attentati la prudenza
non è mai troppa”, afferma.
L'articolo Paura sul volo Napoli-Berlino: un passeggero inizia a farneticare e
l’aereo torna indietro per paura di un attentato proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Ci sono due modi per analizzae la storia di Taylor Swift: il primo è quello da
manuale di economia politica, con un patrimonio personale stimato in 1,6
miliardi di dollari, citato nel Beige Book della Federal Reserve come stimolo al
Pil, percentuali sugli incassi che sfiorano il 90%, una macchina da guerra
chiamata Eras Tour che sposta flussi di denaro come una Finanziaria di medie
dimensioni. Il secondo modo è più semplice e più brutale: una ragazza di
trentasei anni che sale su un palco e catalizza un’energia collettiva così
potente da diventare bersaglio.
Agosto 2024, Vienna. Tre date cancellate. Un ventunenne arrestato, ora accusato
di terrorismo. Secondo i procuratori austriaci avrebbe giurato fedeltà allo
Stato Islamico, condiviso propaganda, cercato istruzioni online per costruire
una bomba a schegge e tentato di procurarsi armi all’estero. È in custodia
cautelare, rischia fino a vent’anni. Gli Stati Uniti avrebbero fornito
informazioni di intelligence decisive per fermare la minaccia. Un sedicenne
siriano invece è stato condannato a Berlino per aver partecipato al complotto. I
concerti non si sono fatti. La paura sì.
Si può pensare che Taylor Swift sia sopravvalutata, che quando c’era Madonna la
pop music fosse un’altra cosa, si può non sopportare la sua estetica zuccherosa,
l’ossessione per le “Eras” come se la vita fosse un cofanetto deluxe, ma qui non
si parla di gusti bensì di cosa rappresenta un concerto nel 2026: un evento che
è insieme rito laico e infrastruttura economica. Swift ha fatto una cosa che
l’industria non perdona e che allo stesso tempo ammira: ha preso il controllo.
Quando non possedeva i diritti dei primi sei album, li ha reincisi, Taylor’s
Version, un gesto che è insieme vendetta contrattuale e mossa strategica. Ha
internalizzato eventi e merchandising, ha trasformato il tour in un ecosistema
autosufficiente. Ogni città che tocca cambia pelle: hotel pieni, voli esauriti,
ristoranti in overbooking, perfino le amministrazioni che ribattezzano
simbolicamente le strade. L’economia gira, le Banche centrali annotano, i
governi osservano.
Ed è qui che la faccenda si fa interessante. Perché l’attentato sventato a
Vienna non è solo un fatto di cronaca nera, è l’irruzione della geopolitica
dentro il pop, la dimostrazione che un concerto può essere percepito come
obiettivo simbolico, come moltiplicatore mediatico. Colpire lì significa colpire
un’icona globale, una comunità transnazionale di fan, un brand che vale
miliardi. In altre parole, significa sabotare una macchina che produce consenso
emotivo prima ancora che profitto.
Swift, dopo la cancellazione, ha scritto di aver provato paura e senso di colpa
per chi aveva programmato di venire, la superstar si sente responsabile per il
disagio dei fan… La verità è che Taylor Swift è diventata un’infrastruttura,
come un aeroporto o una rete elettrica. Muove capitali, orienta flussi
turistici, entra nei report delle Banche centrali. E come ogni infrastruttura, è
vulnerabile. L’attentato sventato in Austria è il cortocircuito perfetto tra due
mondi: il pop ipercontrollato, ottimizzato, monetizzato fino all’ultimo
braccialetto e l’ideologia violenta che usa la Rete per reclutare, addestrare,
colpire.
L'articolo Perché il terrorismo voleva colpire i concerti di Taylor Swift?
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Se ti comporti da terrorista, devi essere trattato da terrorista”, dice l’Alta
Rappresentante per la politica estera Ue Kaja Kallas, argomentando la decisione
dell’Ue di designare il Corpo della Guardie della rivoluzione iraniana come
terroristi e di comminare sanzioni nei confronti di quindici persone e sei
entità responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in Iran.
Del resto, l’Ue ha già adottato 19 pacchetti di sanzioni nei confronti della
Russia in conseguenza dell’invasione dell’Ucraina: “Se ti comporti da
terrorista, devi essere trattato da terrorista”.
Questa me la segno.
Il primo ministro di Israele e il suo ex ministro della Difesa sono accusati di
Crimini di Guerra e Crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale,
alla quale aderiscono tutti e 27 i paesi dell’Ue. Il Governo di Israele è
accusato dall’Onu – alla quale pure aderiscono tutti i paesi Ue – di genocidio:
un’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite è arrivata alla conclusione che
nella Striscia di Gaza è in corso un “genocidio” dall’ottobre del 2023, accusa
mossa anche dalle Ong israeliane B’Tselem e Medici per i diritti umani al
termine di lunghe indagini.
Al contempo, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani
condanna l’apartheid messo in atto da Israele in Cisgiordania, inclusa
Gerusalemme Est: “L’annessione di nuovi territori in Cisgiordania e a
Gerusalemme est rappresenta una violazione del divieto di acquisizione di
territori con la forza”. Il rapporto Onu ricostruisce inoltre come, da decenni,
ai palestinesi venga applicato un regime giuridico e militare distinto da quello
dei coloni israeliani, limitando la libertà di movimento, di lavoro, di studio,
di cura, l’accesso alla terra, all’acqua e ai servizi essenziali. Tecnicamente,
Israele pratica la segregazione razziale.
Infinite inchieste giornalistiche, anche israeliane, documentano le condotte
terroristiche di Israele, del resto rivendicate da diversi ministri e esponenti
della maggioranza (“Combattiamo contro degli animali umani e agiamo di
conseguenza”, diceva il ministro israeliano della difesa Gallant annunciando
l’assedio a Gaza). Israele prende deliberatamente di mira i civili (“Non ci sono
civili innocenti a Gaza”, spiegava il presidente israeliano Herzog, mentre il
vicepresidente della Knesset Nissim Vaturi, proponeva di uccidere tutti i maschi
adulti di Gaza). Israele utilizza la fame come arma di guerra per imporre una
punizione collettiva a un popolo (“Non faremo entrare nemmeno un chicco di grano
a Gaza”, spiegava il ministro Bezalel Smotrich).
Allo scopo, Israele ha sottratto all’Onu la distribuzione degli aiuti per
affidarla alla Ghf, una società privata ai cui punti di distribuzione del cibo
centinaia di palestinesi disarmati, compresi bambini, sono stati uccisi. Nei
mesi in cui ha funzionato la Ghf, l’Onu ha denunciato una media di 13 morti
ammazzati al giorno ai punti di distribuzione per mano dei militari Israeliana o
dei contractors. Israele ha abbordato in acque internazionali le imbarcazioni di
civili cariche di aiuti che tentavano di forzare l’embargo illegale. Israele
vieta a 37 tra le principali Ong – compresa la Caritas – di operare nella
Striscia a soccorso di una popolazione stremata composta in maggioranza di donne
e bambini: una persona su due, a Gaza, ha meno di 18 anni.
Israele autorizza i militari a usare i bambini palestinesi come scudi umani,
come confessato dai soldati che hanno prestato servizio a Gaza nel documentario
Breaking Ranks: Inside the Israeli army di Benjamin Zand. Israele impedisce il
libero accesso della stampa internazionale a Gaza, dove l’esercito israeliano ha
ucciso più giornalisti che in tutte le guerre del secolo scorso messe insieme. A
Gaza, l’esercito israeliano ha ucciso oltre 1800 medici e paramedici per
impedire loro di prestare soccorso ai feriti. Il caso più celebre è quello
denunciato dal film The voice of Hind Rajab, Leone d’argento a Venezia e
candidato all’Oscar ma del quale Israele vieta la visione in Cisgiordania,
ordinando ai soldati di fare irruzione nella sala dove viene proiettato.
Israele ha colpito tutti e 36 gli ospedali della Striscia come tutte le chiese
cattoliche e le moschee, ha raso al suolo la stragrande maggioranza degli
edifici costringendo oltre il 90 per cento della popolazione a sfollare in tende
esposte al freddo e alla pioggia. Tende nelle quali si continua a morire di
freddo e di fame anche in questi di giorni, a più di tre mesi dalla “tregua” che
l’esercito israeliano ha violato una media di tutti i giorni, continuando a
bombardare, uccidere, demolire.
Israele ricorre a programmi di riconoscimento facciale come il famigerato
“Wher’s daddy?” per seguire gli spostamenti dei presunti terroristi – ricordando
che, per la legge israeliana, è imputabile per terrorismo un bimbo di 12 anni
che lancia una pietra a un tank – per poi ucciderli con i droni solo quando
fanno rientro nelle loro abitazioni, così da uccidere l’intera famiglia. Oltre
2.700 famiglie palestinesi sono state cancellate a Gaza, senza lasciare
superstiti. Altre 6.000 famiglie oggi si compongono di una sola persona, riporta
il registro civile palestinese.
Israele prosegue a Gaza come in Cisgiordania nella demolizione sistematica delle
infrastrutture civili e delle case palestinesi, nello sfollamento forzato delle
famiglie e pratica sistematicamente la tortura nelle carceri dove vengono
detenuti, nel 50 per cento dei casi, persone senza alcun capo di imputazione,
comprese donne e bambini. Si stima al momento siano circa 350 i bambini dai 12
anni detenuti delle carceri israeliane. Nel corso della sua vita, un palestinese
su 4 è stato arrestato. Una percentuale che non ha pari in nessun regime del
mondo e della storia.
Israele attacca e bombarda una sfilza di stati sovrani anche colpendo i corpi
internazionali delle missioni di pace e i colloqui di pace ma non ha senso
proseguire l’elenco di condotte che sarebbero senza ombra di dubbio considerate
“terroristiche” se fossero quelle degli Ayatollah o di Putin perché il principio
adottato dall’Ue che “un terrorista deve essere trattato da terrorista” non si
applica a Israele, nei confronti dei quali l’Ue non ha infatti adottato alcuna
sanzione. E chissà come lo spiegano quelli con la bandierina dell’Ue nel profilo
ai propri figli: chissà come pensano di convincerli a difenderle in armi questa
Unione Europea invece che ad abbatterla o a fuggire via.
L'articolo Il principio dell’Ue per cui “un terrorista va trattato da
terrorista” non si applica a Israele proviene da Il Fatto Quotidiano.
Grida di “vergogna”, “Palestina libera” e “ora e sempre resistenza” hanno
accolto a L’Aquila la sentenza che condanna il palestinese Anan Yaeesh, accusato
di associazione con finalità di terrorismo internazionale, a 5 anni e sei mesi
di carcere. Assolti gli altri due imputati, i palestinesi Ali Irar e Mansour
Doghmosh. La Corte d’assiste presieduta dal giudice Giuseppe Romano Gargarella
ha accolto solo per meno della metà le richieste della Procura, che aveva
chiesto 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Dogmosh. Tutti e tre, già in
custodia cautelare dal 2024, vivono in Italia da tempo e non hanno mai creato
particolari problemi nel nostro Paese.
L’inchiesta, nata a seguito di una richiesta di estradizione avanzata dallo
Stato di Israele per il solo Yaeesh e non accolta dall’Italia, ha documentato
un’attività di raccolta di fondi per la Brigata di Tulkarem, per le Brigate dei
Martiri di Al Aqsa e per altre brigate della Cisgiordania, almeno in parte
riconducibili a Fatah, il partito nazionalista laico che guida l’Autorità
nazionale palestinese, ma inserite anche dall’Unione europea nell’elenco delle
organizzazioni terroristiche. In alcune intercettazioni si parla di “fucili”. I
tre sono difesi dagli avvocati Pamela Donnarumma, Ludovica Formoso e Flavio
Rossi Albertini.
La resistenza armata contro l’occupazione dei territori palestinesi, illegale
anche secondo le più recenti risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu e la
Corte internazionale di giustizia, entro certi limiti è senz’altro legittima. In
particolare nei confronti delle forze militari occupanti. In questo caso
l’accusa (che abbiamo ricostruito qui) ha sostenuto che tra i possibili
obiettivi c’era anche un insediamento civile, la colonia di Avney Hefetz, sia
pure sulla base di intercettazioni in arabo di assai discussa interpretazione.
La Corte ha escluso gran parte dei testimoni proposti dalle difese, mentre ha
ascoltato in videoconferenza da Parigi una funzionaria israeliana che parlava
della natura civile dell’insediamento, protetto da militari oltre che da coloni
armati.
Naturalmente si può discutere a lungo della figura dei coloni, spesso armati,
che stanno strappando metro per metro ai palestinesi i territori della
Cisgiordania. Mai come negli ultimi due anni abbiamo assistito a un’espansione
così rapida delle colonie israeliane. La sentenza della Cassazione che ha
confermato la legittimità della custodia cautelare per terrorismo è stata
oggetto di puntuali critiche su sistemapenale.it. Le motivazioni della Corte
d’Aquila saranno depositate più avanti, a un primo sguardo i giudici sembrano
aver riconosciuto la prevalenza delle attenuanti connesse al particolare
contesto della Cisgiordania occupata, che almeno per ora non è territorio
israeliano.
Yaesh, 38 anni, è un combattente e non lo nega. Da ragazzo ha fatto parte anche
della Guardia del corpo di Yasser Arafat, il leader dell’Olp che nel 1993 firmò
gli accordi che prevedevano “due popoli e due Stati” in Palestina ma non si sono
mai realizzati e sono oggi contestati da gran parte delle giovani generazioni
palestinesi. Ha seguito il processo in videoconferenza dal carcere di Melfi dove
è detenuto. “Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina
sin dal 1947 e non dal 7 ottobre. Ci troviamo ad affrontare una violenza
squadrista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la
violenza nazista tedesca. La resistenza palestinese, legittimata da tutte le
corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito, oggi la considerate
terrorismo”, ha detto Yaeesh il 26 febbraio scorso nelle dichiarazioni spontanee
pronunciate davanti alla Corte.
L'articolo Il palestinese Anan Yaeesh condannato per terrorismo a L’Aquila.
Assolti gli altri imputati proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si è avvalso della facoltà di non rispondere Mohammad Hannoun, architetto
palestinese di 63 anni arrestato sabato scorso nell’inchiesta della Dda di
Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas. L’interrogatorio di garanzia si è
svolto martedì mattina nel carcere di Marassi davanti alla giudice per le
indagini preliminari Silvia Carpanini. “La scelta è stata nostra – hanno
spiegato i suoi legali, Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo – perché il nostro
assistito non ha ancora avuto modo di leggere gli atti”. Hannoun ha tuttavia
rilasciato dichiarazioni spontanee, parlando per circa mezz’ora davanti alla
giudice.
Secondo quanto riferito dagli avvocati, Hannoun ha rivendicato la propria
attività di raccolta fondi a fini benefici, svolta a partire dagli anni Novanta
a favore della popolazione palestinese a Gaza, in Cisgiordania e nei campi
profughi. Nelle dichiarazioni spontanee ha negato di aver finanziato
direttamente o indirettamente Hamas e ha spiegato, per quanto possibile, le
modalità di raccolta e distribuzione dei fondi prima e dopo il 2023,
sottolineando i cambiamenti intervenuti dopo il 7 ottobre.
I legali hanno inoltre riferito che Hannoun ha ribadito come da anni i conti
fossero bloccati e che l’unico modo per portare aiuti fosse la raccolta di
contanti, sempre dichiarati in uscita nelle necessarie comunicazioni in
aeroporto. Nonostante ciò, al momento l’architetto, indicato dagli inquirenti
come al vertice della presunta cellula italiana di Hamas, resta in carcere: “Il
provvedimento è già eseguito”, hanno spiegato i difensori, che valuteranno se
presentare un’istanza di attenuazione della misura cautelare o ricorrere al
tribunale del Riesame. Hannoun ha anche saputo del presidio di solidarietà che
si è svolto ieri sera sotto il carcere di Marassi. “Lo ha visto in televisione –
hanno riferito i legali – e ci è apparso confortato, anche se è una persona
molto posata e consapevole”.
Nell’inchiesta risultano complessivamente sedici persone tra arrestati e
indagati. Ai nove sottoposti a custodia cautelare in carcere si aggiungono sette
indagati, tra cui la moglie e i figli di Hannoun. Tutti sono stati sottoposti a
perquisizione domiciliare. Gli altri interrogatori di garanzia per i nove
arrestatisi sono svolti quasi tutti da remoto. Per due indagati, latitanti in
Turchia e a Gaza, è stata richiesta una rogatoria internazionale.
Intanto, nelle prossime settimane Hannoun sarà trasferito da Marassi a un altro
istituto. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sta predisponendo
il suo spostamento in una delle poche carceri italiane dotate di sezioni AS2,
destinate ai detenuti accusati di terrorismo, probabilmente a Ferrara o
Alessandria. “È una decisione amministrativa che non dipende né dalla giudice né
dalla Procura – hanno commentato i difensori – ma che renderà certamente più
complicata la difesa”.
L'articolo Hannoun si avvale davanti al gip ma dice: “Nessun finanziamento
diretto o indiretto ad Hamas” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Raccoglievano fondi umanitari per la Palestina, ma la gran parte di quel denaro
sarebbe andato ad Hamas. Anzi, secondo la Procura e la Digos di Genova, gli
attivisti e le associazioni che ruotavano intorno a Mohamed Hannoun, arrestato
ieri insieme ad altre otto persone, “monopoliste” della raccolta fondi per Gaza,
che sarebbero state addirittura “una cellula di Hamas in Italia”. Realtà come la
Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese di Genova e la
più recente Associazione benefica la cupola d’oro di Milano, in grado di
raccogliere 7,2 milioni di euro a partire dal 2001, “incassate per per tre
quarti da associazioni vicine ad Hamas”. Per il gip Silvia Carpanini, Hannoun
era il leader del gruppo, “tutto deve essere avallato da lui” dice un militante,
e sarebbe stato pronto a fuggire in Turchia e uno dei suoi uomini più fidati,
Mousa Dawoud, detto Abu Falastine, avrebbe fatto riferimento alla
“cancellazione” di tutti i dati informatici dell’associazione.
Ma c’è un aspetto che rende l’operazione coordinata dalla Direzione nazionale
antimafia una novità nel panorama dell’antiterrorismo italiano: gran parte delle
prove su cui si fonda l’indagine sono state raccolte, selezionate e fornite da
uno Stato estero, ovvero dall’autorità giudiziaria israeliana, che in molti casi
ha fornito documentazione durante operazioni belliche. È Israele, insomma, a
comunicare allo Stato italiano che “il 71% delle donazioni sono andate a
organizzazioni caritatevoli” finanziate da Hannoun e dai suoi sodali, sarebbero
direttamente controllate da Hamas, e dunque entità terroristiche. Come è sempre
un report israeliano a suggerire la diretta affiliazione di Hannoun
all’organizzazione, appartenenza sempre negata dal diretto interessato che
invece non ha mai negato di esserne simpatizzante. Ecco perché all’indomani
degli arresti, il suo legale Dario Rossi si esprime così: “Questa non è una
vicenda giudiziaria, Hannoun è un caso politico. Stanno provando a tappargli la
bocca per farlo smettere di esprimere dissenso contro Israele”.
L’accusa che ha portato ieri all’arresto di Hannoun, fra i leader più noti delle
proteste Pro Pal degli ultimi due anni, è in parte una riedizione di
contestazioni simili che erano già state archiviate in passato. Rispetto ad
allora, gli inquirenti hanno raccolto intercettazioni e rapporti con alcuni
esponenti di spicco di Hamas, anche dopo il 7 ottobre del 2023. Fra questi ci
sono “incontri di Hannoun con Ismail Haniyeh, leader di Hamas ucciso per mano
israeliana nel 2024”, oltre che contatti con esponenti di spicco, come Osama
Alisawi, ministro del governo di Hamas nella striscia di Gaza, definito dagli
attivisti italiani “il nostro rappresentante lì”. Hannoun ha anche un nipote
giornalista, Muhammad Hawad, arrestato con l’accusa di essere un finanziatore di
Hamas: “Lavorare per Hamas e la Palestina porta onore a ogni essere umano libero
e dignitoso – dice di lui lo zio – Muhammad è un eroe, uno dei leoni di Hamas”.
A dimostrazione di questi legami pericolosi tra la leadership Hamas e il gruppo
italiano, la Digos cita un’intercettazione: “Noi ci sacrifichiamo con i soldi e
il tempo, ma loro con il sangue”, dice in Awad, fratello di Hannoun, il 9 agosto
2024. A rispondergli è uno dei militanti arrestati, Abu Falastine: “La maggior
parte di quelli che comandano a Gaza… loro senza di noi vanno avanti? Senza
quelli dall’estero non andrebbero avanti”. Abu Falastine spiega di “aver
espresso il desiderio di restare a Gaza a combattere, ma di aver ricevuto
disposizioni in merito dal leader di Hamas, Haniyeh: “Mi ha detto, Gaza non ha
bisogno di uomini, rimani lì, perché il tuo posto non sarà mai rimpiazzato”.
Nelle conversazioni registrate emerge anche un diffuso disprezzo dei militanti
italiani per Fatah, fazione palestinese opposta ad Hamas, e l’Anp. Il suo
leader, Abu Mazen, viene definito da Abu Falastine “un bastardo”. Un altro degli
indagati definisce gli affiliati a Fatah “traditori” e “informatori” dei “cani
sionisti”. Un altro degli indagati, Ryad Al Bustanji, compare in una foto
sequestrata da un pc in tenuta mimetica e lanciarazzi, insieme a un gruppo di
militanti delle Brigate al Qassam, ala militare di Hamas. Perquisizioni ieri
sono state eseguite a Genova, dove vive Hannoun e ha sede la sua associazione, a
Milano, dove ha sede l’associazione gemella Cupola d’oro, oltre che a Roma,
Firenze, Bologna, Torino, Lodi, Monza, Bergamo, Modena e in Brianza. Nel blitz
sono stati sequestrati 200mila euro in contanti, gran parte dei quali trovati
nella sede milanese del gruppo.
Il cuore delle contestazioni riguarda però i finanziamenti: 7,2 milioni dal
2001. Oltre 2 milioni di euro, una stima definita “prudente”, avrebbero
viaggiato in contanti, attraverso valigette e container di aiuti, via Egitto e
Turchia, o attraverso Giordania e Qatar. Sarebbero state pagate anche tangenti
all’esercito egiziano: “Chiedono 2500 euro per ogni camion e 400 per ogni
soldato di scorta. L’associazione ha dovuto da 86mila euro di mazzetta”. A
proposito degli aiuti inviati a Gaza, è indicativa una conversazione fra
Suleiman Hijazi, stretto collaboratore di Hannoun, e la moglie, captata dagli
inquirenti il 9 gennaio del 2024 nella macchina della coppia: “Non sono
affidabili per quello che diciamo per i progetti, la maggior parte dei soldi
vanno…”, dice la donna. “Alla Muquawama (Hamas)”, risponde lui. “La maggior
parte?”, replica lei. “Quasi tutto!”.
I finanziamenti andavano a pioggia a un vasto numero di associazioni
caritatevoli di Gaza e della Cisgiordania, che però nella prospettazione
accusatoria sarebbero stati vicine ad Hamas. Un passaggio, quest’ultimo, che
sarà sicuramente oggetto delle contestazioni difensive, sia per l’arco temporale
contestato (dal 2001 al 2025), sia perché di fatto gli inquirenti italiani si
basano su documenti israeliani: “Tali ultimi documenti sono per la maggior parte
stati acquisiti dall’esercito israeliano (Idf) nel corso di operazioni militari:
1) Defensive Shields, realizzata all’inizio degli anni 2000 do o una serie di
attacchi armati operati da gruppi palestinesi contro Israele, durante la Seconda
Intifada, e Sword of Iron dopo i fatti del 7 ottobre 2023. Si tratta dunque di
atti extraprocessuali, acquisiti dall’autorità estera nel corso di operazioni
militari e poi trasmessi all’autorità giudiziaria italiana tramite i canali
della cooperazione. Come evidenziato dal pm, non esistono norme nel nostro
ordinamento che espressamente regolino l’acquisizione nel procedimento penale di
tale tipo di documentazione; va quindi fatto riferimento ai principi generali
che regolano le prove (…) per cui possono essere acquisiti nel procedimento
italiano, sempre che non sussistano ipotesi di inutilizzabilità per essere stati
acquisiti in violazione di divieti di legge a tutela di principi fondamentali
del nostro ordinamento”.
A metà degli anni Duemila il tribunale di Genova aveva già smontato le accuse ad
Hannoun. Un precedente richiamato nell’ordinanza genovese: “La pretesa del pm di
far discendere la contestazione dalla asserita commistione tra Hamas e le
associazioni umanitarie, ritenute il braccio economico-assistenziale di una
unitaria organizzazione terroristica (…) è argomento appena sufficiente per una
analisi politica o sociale del fenomeno, ma non appare così circostanziato da
fondare una decisione giudiziaria”. Il gip inoltre escludeva che “il sostegno
economico alle famiglie degli attentatori, svolto peraltro non direttamente ma
attraverso la mediazione di altre associazioni umanitarie, integri ex sé il
reato di partecipazione e finanziamento ad associazioni dedite al terrorismo”.
Architetto di 62 anni, da oltre trenta in Italia, Hannoun è un volto noto delle
proteste Pro Pal, ed ha avuto contatti nel tempo con diversi esponenti politici
italiani, legati al Movimento Cinque stelle e alla sinistra: “Per accuse
identiche a quelle di oggi è giù stato archiviato nel 2010, perché del tutto
infondate – dice il suo legale Dario Rossi – si tratta di un attivista che da
anni fornisce supporto a scuole, orfani e ospedali da trent’anni. A Gaza Hamas
rappresenta il governo, dunque è certo che chi porta aiuti abbia a che fare con
l’ala politica dell’organizzazione. La realtà è che stanno provando a zittirlo.
Altrove, negli Usa, gente che fa le sue stesse attività è stata arrestata. Spero
che non si arrivi a questo anche in Italia”.
L'articolo Genova: i corrieri, i soldi ad Hamas, le foto nei cellulari e i
documenti israeliani. Cosa c’è nell’ordinanza che ha portato a 9 arresti
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Due eventi lontani geograficamente ma vicini sul piano ideologico si sono
verificati con una tempistica significativa: l’attacco terroristico nella
capitale australiana Sydney, che ha preso di mira un raduno civile durante una
celebrazione legata alle festività ebraiche, e l’attacco nella città siriana di
Palmira contro soldati americani, compiuto da un membro delle forze di sicurezza
siriane. Due episodi che riportano al centro del dibattito la questione della
gestione degli elementi con un passato jihadista, e i rischi legati a un
affidamento totale su di essi, con conseguenze dirette sul piano della
sicurezza.
La coincidenza di questi due attacchi con l’avvio dei preparativi per un nuovo
confronto con lo Stato Islamico in Siria riapre interrogativi fondamentali sulla
reale capacità dell’attuale amministrazione siriana di svolgere un ruolo
efficace in questa fase, così come sulla natura dei rischi di sicurezza che
potrebbero derivarne, sia all’interno della Siria sia oltre i suoi confini.
Il ritorno operativo dell’organizzazione avviene in parallelo al prevedibile
inasprimento delle pressioni militari contro di essa sul fronte siriano. È
plausibile che l’Isis scelga di intensificare le proprie operazioni non solo per
affrontare direttamente il potere di Damasco, ma anche per indebolirlo e
metterne in luce la fragilità. Queste operazioni potrebbero non limitarsi alle
tradizionali aree di influenza nel deserto siriano o nel sud del Paese, ma
estendersi anche ai centri urbani, nel tentativo di attribuire all’azione una
dimensione politica e di inviare un messaggio di minaccia diretta, dimostrando
la capacità del gruppo di superare la logica della sopravvivenza ai margini del
centro politico.
Questo percorso aumenta la probabilità di una riattivazione delle reti
jihadiste, soprattutto se l’escalation dovesse tradursi in un indebolimento
dell’autorità locale e in una frammentazione del controllo della sicurezza.
Fratture interne, proteste locali e assenza di una presa centrale efficace
creano infatti un terreno favorevole al ritorno delle cellule jihadiste, in
particolare di quelle organizzazioni che, per loro natura, perseguono ambizioni
regionali e transnazionali. In un simile contesto, non è escluso che questi
gruppi ricorrano a forme di cooperazione temporanea con milizie locali per
ottenere armi o basi operative, trasformando lo scenario in un conflitto
prolungato, suscettibile di espansione verso le aree limitrofe.
Sul piano internazionale, il principale significato dell’attacco di Sydney
risiede nel fatto che la strategia dei “lupi solitari” resta lo strumento più
efficace per l’organizzazione. Tuttavia, questi lupi solitari non sono
necessariamente individui isolati, ma spesso elementi inseriti in una struttura
organizzata. Le informazioni emerse indicano che gli autori dell’attacco
avrebbero ricevuto addestramento nelle Filippine, oltre a istruzioni precise
sulle modalità, il luogo e il momento dell’azione. Attraverso queste operazioni,
l’Isis mira a trasmettere un messaggio chiaro: il suo ritorno sulla scena
internazionale e la sua capacità di colpire in contesti geografici ampi e
distanti tra loro.
Nella sua nuova narrativa, l’organizzazione tenta di sfruttare il clima di
crescente antisemitismo emerso negli ultimi mesi, senza tuttavia modificare i
propri obiettivi fondamentali, che restano il bersagliamento di Stati, luoghi di
culto e civili. Questa linea conferma l’intento di dimostrare la capacità di
operare su scala globale, soprattutto in vista di un confronto diretto nei suoi
bastioni in Siria.
Con la riattivazione delle cellule dormienti e la diffusione di un clima di
minaccia su scala globale, il mondo entra in una nuova fase di sfide alla
sicurezza che non si limiteranno alle forme tradizionali di terrorismo o ad
attacchi di bassa complessità. Al contrario, la varietà delle possibili modalità
operative appare in aumento, anche alla luce del tentativo dell’organizzazione
di sfruttare le contraddizioni e le fratture emerse negli ultimi due anni,
insieme ai profondi cambiamenti sociali e politici attraversati da diverse
società.
L’Isis cerca inoltre di capitalizzare l’ampliamento della categoria dei “nemici”
nel discorso politico americano, che oggi include un ampio spettro di attori, da
Hezbollah e Hamas fino ai Fratelli Musulmani e altri ancora. Questo contesto
offre all’organizzazione uno spazio narrativo favorevole per giustificare le
proprie azioni e costruire alleanze tattiche temporanee.
La riattivazione della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico
potrebbe apparire come una risposta naturale a questa escalation, ma l’assenza
di attori realmente efficaci sul terreno, in particolare in Siria, rende
difficile immaginare una conclusione rapida di questo confronto e aumenta il
rischio di un conflitto prolungato. Affidarsi al governo siriano per svolgere un
ruolo decisivo non rappresenta una garanzia, alla luce delle complesse dinamiche
interne e della difficoltà di un coinvolgimento diretto e affidabile delle sue
forze.
Riaprire il dossier del confronto con l’Isis significa inevitabilmente accettare
un aumento del rischio di attacchi terroristici. L’organizzazione continuerà a
fare leva sull’effetto sorpresa e sull’amplificazione mediatica, colpendo luoghi
ad alto valore simbolico per rafforzare l’immagine di un attore capace di agire
nelle capitali più sensibili. Una strategia propagandistica collaudata, che
l’Isis ha sempre utilizzato sfruttando eventi e ricorrenze simboliche per
massimizzare l’impatto psicologico e mediatico.
L'articolo Il ritorno dell’Isis: i segnali dalla Siria al mondo sono allarmanti
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si erano addestrati in Australia i due assalitori, ritenuti responsabili della
strage antisemita a Bondi Beach (Sidney) costata la vita a 15 persone, il 14
dicembre durante un raduno per la festa ebraica di Hanukkah. Erano stati sul
posto, in “ricognizione”, di notte, pochi giorni prima dell’attentato. È quanto
emerge da documenti ufficiali della polizia, resi pubblici in queste ore. I due
sono padre e figlio: Sajid Akram, 50 anni, indiano, entrato in Australia con un
visto nel 1998, ucciso poco dopo l’attacco; Naveed Akram, nato nel paese 24 anni
fa, trasferito oggi in carcere dall’ospedale in cui era ricoverato. Quest’ultimo
è accusato di terrorismo e omicidio.
Secondo gli inquirenti, si erano “addestrati all’uso di armi da fuoco” prima
della strage. La polizia ha rintracciato un video, registrato a ottobre, in cui
Sajid e Naveed Akram sono seduti davanti a una bandiera dell’Isis, recitano un
brano del Corano e attaccano i “sionisti”. Una bandiera dell’Isis era stata
trovata in precedenza nella loro auto.
Il primo ministro australiano Anthony Albanese si è scusato con la comunità
ebraica, chiedendo il sostegno di tutte le parti politiche per “introdurre un
reato aggravato per coloro che predicano l’odio” e altre nuove leggi. “Non
lasceremo che i terroristi ispirati dall’Isis vincano. Non lasceremo che
dividano la nostra società, e supereremo questo momento insieme”, ha detto
Albanese ai giornalisti.
Lo stato del Nuovo Galles del Sud, dove è avvenuto il massacro, ha presentato
oggi quelle che definisce le leggi sulle armi più severe del Paese. Il numero di
armi da fuoco che un individuo può possedere sarà limitato a quattro. Il governo
stima che ci siano 1,1 milioni di armi da fuoco in circolazione nello Stato, il
più popoloso d’Australia. La legge vieterebbe anche l’esposizione di “simboli
terroristici”, tra cui la bandiera dell’Isis. Sono stati vietati anche gli
slogan che invocano una “intifada”. Le autorità potranno inoltre vietare le
manifestazioni fino a tre mesi dopo un attacco terroristico.
L'articolo Strage di Bondi Beach, attentatori si sono addestrati in Australia.
In ricognizione sul posto pochi giorni prima proviene da Il Fatto Quotidiano.