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Fiè allo Sciliar e l’Alpe di Siusi: guida per un weekend tra boschi, malghe e leggende (e una spa con vista sulle Dolomiti)
A Fiè allo Sciliar il paesaggio ha un ordine antico: case compatte, balconi di legno, fienili che sembrano appoggiati con precisione sui declivi. Sopra il paese, lo Sciliar domina come una muraglia chiara, e non è solo una presenza geologica e iconografica (sì, è la stessa montagna che compare nel logo di un noto marchio di wafer): qui è anche una figura culturale. Nelle storie locali, la montagna è legata alla leggenda delle streghe dello Sciliar, figure notturne che – si racconta – si radunavano sui pendii e sulle rocce nei momenti di tempesta, tra fuochi e vento, mentre in valle si chiudevano scuri e porte. È una mitologia alpina che resiste perché si sposa bene con la scena reale: boschi fitti, sentieri silenziosi, improvvisi tagli di luce sulle pareti dolomitiche. Lasciando il piccolo centro di Fiè, parte una stradina secondaria che attraversa pascoli e masi, costeggia fienili e piccoli recinti, e si arrampica senza fretta verso i prati di Gfell. È una salita breve ma significativa: in pochi minuti cambia il ritmo, si sente l’aria più secca, si abbassa il rumore. Qui l’ospitalità è diffusa e discreta; tra le basi più comode c’è l’Hotel Gfell, nato dall’evoluzione di una storica Jausenstation aperta nel 1967 dalla famiglia Mair e trasformata negli anni in un luogo di sosta “seria” – cucina, camere, benessere – senza perdere il legame con il contesto. Siamo nel cuore del Parco naturale dello Sciliar-Catinaccio, una delle zone più panoramiche e luminose delle Dolomiti. L’hotel sorge in posizione appartata, sopra Fiè allo Sciliar, con una vista che spazia dal Catinaccio fino a giornate limpide in cui lo sguardo arriva a intuire le masse più lontane, verso lo Stelvio. È un punto di osservazione privilegiato, ma anche una base strategica per muoversi: perfetto per un weekend lungo, ma altrettanto adatto a fermarsi di più e rallentare davvero. La storia del Gfell è una storia di famiglia e di continuità alpina. Tutto inizia nel 1967, appunto, ando Toni Mair apre un ristoro per viandanti e contadini. Con il tempo diventa ristorante, poi punto di riferimento gastronomico per la valle. Il passaggio decisivo arriva con Andreas Mair, cresciuto tra questi prati, che insieme alla moglie Manuela trasforma l’attività nel ristorante Schönblick. L’ingresso del figlio Julian, giovane e con una visione chiara dell’ospitalità contemporanea, segna l’ulteriore salto: nel luglio 2020 apre l’Hotel Gfell, integrando ristorante e antico fienile di famiglia in un unico progetto. L’architettura, firmata dallo studio altoatesino noa*, è uno dei punti di forza della struttura: l’hotel è parzialmente interrato, segue la pendenza naturale della collina e riduce al minimo l’impatto visivo. Nessun volume invasivo: il paesaggio resta protagonista. L’accesso avviene attraverso il vecchio fienile, costruito oltre cinquant’anni fa e oggi recuperato come lobby, lounge e sala colazioni. Le 17 camere e suite, tutte panoramiche, sono pensate come rifugi luminosi, con terrazze affacciate su prati e montagne. Materiali naturali, linee pulite, comfort discreto: nulla è ostentato, tutto è funzionale al paesaggio. Lo stesso vale per l’area wellness, dove la protagonista è la sauna panoramica, una grande stanza in legno con vetrata a tutta ampiezza: davanti solo boschi, pascoli e montagne. La zona relax si estende anche all’esterno, su terrazze in legno che invitano a fermarsi, respirare, guardare. Il ristorante Schönblick, guidato dallo chef Andreas Mair, è un altro motivo per scegliere Gfell come destinazione e non solo come appoggio. Una volta sistemati, il bello è che non serve programmare troppo. Una delle passeggiate più semplici e gratificanti parte direttamente dall’hotel e attraversa il bosco fino al laghetto di Fiè allo Sciliar. In inverno, quando l’acqua si ghiaccia, diventa una pista naturale dove pattinare o giocare a hockey; nelle altre stagioni è un luogo silenzioso, circondato da larici. Poco sopra si trova la Malga Tuff, tappa ideale per un pranzo ristoratore: gulash fumante, wurstel altoatesini, piatti sostanziosi e senza fronzoli, perfetti dopo una camminata. In circa 20 minuti d’auto si raggiunge la cabinovia dell’Alpe di Siusi, l’altopiano più grande d’Europa. In inverno è un comprensorio sciistico ampio e ben organizzato; nelle altre stagioni offre passeggiate panoramiche, percorsi per famiglie e itinerari più lunghi per camminatori esperti. C’è poi un momento che, più di altri, sintetizza il senso di questo territorio: il tramonto. Qui prende il nome di enrosadira, il fenomeno ottico tipico delle Dolomiti che colora la roccia di sfumature rosate, arancio e rame quando il sole cala e la dolomia riflette la luce radente. All’Alpe di Siusi lo spettacolo è particolarmente evidente perché l’altopiano, aperto e privo di ostacoli visivi, permette allo sguardo di seguire la trasformazione minuto per minuto. Le pareti del Catinaccio si accendono per prime, poi il colore si sposta sulle Odle, sul Sassolungo e sul Gruppo del Sella, mentre le ombre si allungano sui prati. Il rosa si fa più denso, vira al viola, quindi si spegne lentamente nel grigio azzurro della sera. Non è un evento improvviso ma un processo, e forse è questo a renderlo così ipnotico: si resta fermi, spesso in silenzio, a guardare una montagna che sembra cambiare materia, ricordando perché le Dolomiti siano state chiamate “montagne rosa” e perché qui i colori del cielo siano amplificati dalla roccia. La sera, tornando verso Fiè e risalendo ai prati di Gfell, la zona torna a essere se stessa: poche luci, aria ferma, il profilo dello Sciliar che si scurisce e sembra di nuovo una presenza. È qui che si capisce la differenza tra una toccata e fuga per inseguire il “trend Dolomiti” e un viaggio dentro un territorio: non si rincorrono solo i luoghi famosi, si ascolta come cambia il paesaggio da un bosco a un altopiano, da un lago ghiacciato a una malga, da un passo panoramico a una strada secondaria che attraversa i pascoli. E forse è anche per questo che la leggenda delle streghe dello Sciliar continua a circolare: perché in questa parte di Alto Adige la montagna non fa solo da sfondo. È una voce costante, che accompagna ogni passo. Per chi vuole allungarsi qualche giorno o approfittare del viaggio di rientro per spingersi oltre, le opzioni non mancano. Attraversando i passi si arriva in Val di Fassa, porta d’accesso al gruppo del Catinaccio, con le sue Torri del Vajolet e i rifugi storici. In alternativa, in circa 40 minuti si raggiunge Ortisei, da cui parte la celebre Statale 48 delle Dolomiti: una delle strade panoramiche più iconiche d’Italia, che attraversa i passi Gardena, Sella e Pordoi, scendendo verso Canazei o salendo in direzione Cortina. Una strada diventata virale sui social, oggi meta anche di viaggiatori d’oltreoceano, ma che conserva intatto il suo fascino. E’ uno di quei luoghi in cui si capisce perché le Dolomiti siano diventate un linguaggio globale: basta una curva, un filo di luce, e la foto si fa da sola. L'articolo Fiè allo Sciliar e l’Alpe di Siusi: guida per un weekend tra boschi, malghe e leggende (e una spa con vista sulle Dolomiti) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Viaggi
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Terremoto sul Garda: doppia scossa tra Brescia e Trentino, la più forte di magnitudo 3.5
Una doppia scossa di terremoto è stata registrata nel pomeriggio di oggi nell’area compresa tra la provincia di Brescia e il Trentino, lungo la sponda lombarda del lago di Garda. Il primo evento sismico si è verificato alle 15.24, con una magnitudo di 2.5, seguito pochi minuti dopo, alle 15.28, da una seconda scossa più intensa, pari a 3.4. Entrambe sono state rilevate dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, con epicentro nel territorio di Gargnano e a una profondità stimata di circa 11 chilometri. Il movimento tellurico è stato chiaramente percepito dalla popolazione, soprattutto nella zona del Garda, dove in molti hanno contattato i vigili del fuoco e condiviso segnalazioni sui social network. Non si registrano al momento danni a persone o cose, ma la sequenza ravvicinata delle scosse ha generato apprensione tra i residenti. Il sisma è stato avvertito anche in 13 comuni della provincia di Verona, con particolare intensità a Brenzone sul Garda, situato sulla riva opposta rispetto all’epicentro. Segnalazioni sono arrivate anche da Malcesine, dall’area del Monte Baldo e lungo tutta la costa veronese del Garda, fino a centri più distanti come Affi, Bardolino e Rivoli Veronese, a circa venti chilometri dal punto di origine del terremoto. L'articolo Terremoto sul Garda: doppia scossa tra Brescia e Trentino, la più forte di magnitudo 3.5 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Base jumper muore dopo il lancio dal monte Brento: un amico lo stava filmando
Un base jumper austriaco è morto dopo essersi lanciato dal Monte Brento, in Trentino, nella valle del Sarca. Il volo – dall’exit (la base di salto) Spartacus – è stato ripreso da un amico della vittima che ha assistito all’incidente e ha chiamato, verso le 9 del cinque gennaio, i soccorsi. Secondo le prime ricostruzioni, la causa sarebbe stata la perdita del controllo della traiettoria da parte della vittima che è poi finita contro un pendio roccioso. Una volta contattato il 112, la centrale d’emergenza ha richiesto l’intervento dell’elisoccorso. In zona – località Gaggiolo di Dro – sono arrivati quattro operatori del Soccorso alpino e speleologico Trentino della stazione Riva di Garda. Il jumper è stato immediatamente individuato dall’elicottero e i membri della squadra medica, calati nel punto preciso d’impatto finale, non hanno potuto che confermare la morte dell’escursionista. Tre dei quattro membri dei soccorsi sono poi ritornati in parete per le operazioni di ricomposizione della salma. Il corpo dell’uomo è stato infine trasportato a Gaggiolo. Solo il primo gennaio, un altro base jumper sloveno di 39 anni aveva perso la vita durante un lancio da cima Capi, tra la Val di Ledro e il lago di Garda. Poco dopo il lancio, l’uomo è andato a sbattere contro la parte alta della parete strapiombante, rimanendo appeso con la vela a due arbusti sulla verticale di cima Capi, a una quota di circa 600 metri di quota. L'articolo Base jumper muore dopo il lancio dal monte Brento: un amico lo stava filmando proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Incidenti
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Paura in alta quota, si blocca la seggiovia di San Martino di Castrozza: 170 persone salvate in provincia di Trento
Sospesi e bloccati in alta quota: non il migliore dei modi per cominciare l’anno. Stamattina c’è stato un guasto alla seggiovia a due posti di San Martino di Castrozza, in provincia di Trento. La linea, a una quota tra i 1.600 e i 1.900 metri, è la Coston che da Ces porta a Valcigolera, due malghe – pascoli in montagna con edifici annessi. Verso mezzogiorno, l’impianto ha avuto un blocco improvviso e 170 persone sono rimaste a bordo. La società che gestisce le seggiovie della zona ha subito allertato il numero unico per le emergenze, ma l’intervento delle forze dispiegate non è stato necessario: il personale dell’impianto è infatti riuscito a far girare il meccanismo grazie alle procedure d’emergenza, consentendo ai passeggeri di evacuare in sicurezza. I vigili del fuoco di Primiero San Martino hanno supportato lo staff nelle operazioni di salvataggio, durate meno di un’ora. In seguito alla chiamata, un elicottero è decollato da Trento e grazie al suo sorvolo è stato possibile constatare con certezza l’avvenuta messa in sicurezza della seggiovia e dei passeggeri. La struttura verrà riaperta dopo l’esito delle verifiche tecniche sul funzionamento dell’intero impianto. L'articolo Paura in alta quota, si blocca la seggiovia di San Martino di Castrozza: 170 persone salvate in provincia di Trento proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Trentino Alto Adige
salvataggio
Vigili del fuoco
Trento
Bambino segretato in casa dalla madre e vittima di riti satanici: sospesa la responsabilità genitoriale
Un bambino segregato in casa, vittima di riti satanici e superstizioni, privato di scuola e pediatra; costretto a dormire di giorno e alimentato solo con biscotti secchi. La vicenda, raccontata stamattina sul quotidiano locale Alto Adige, accaduta nelle scorse settimane nei dintorni di Bolzano. La madre, rimasta vedova, aveva smesso di portarlo a scuola arrivando anche a minacciare di morte le insegnanti. Torture psicologiche sul piccolo continue e influenzate da una sorta di delirio: lo aveva convinto che i dolori fisici come il mal di pancia dovuto alla malsana alimentazione fossero in realtà dovuti a maledizioni sciamaniche che lo avevano colpito. I maltrattamenti sono terminati poche settimane fa, quando i carabinieri, forti di un decreto del Tribunale dei minori, hanno fatto irruzione in casa della donna sfondando la porta di quello che era diventato un vero e proprio fortino. La responsabilità genitoriale della madre è stata sospesa “a causa dell’instabilità psichica” e la donna portata in un centro di igiene mentale. Il bambino ha intrapreso un nuovo percorso in una comunità altoatesina, dove è ben integrato. L'articolo Bambino segretato in casa dalla madre e vittima di riti satanici: sospesa la responsabilità genitoriale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Trentino Alto Adige
Morto il biatleta Sivert Guttorm Bakken, è stato trovato senza vita in albergo in Trentino: aveva 27 anni
È morto a soli 27 anni il biatleta norvegese Sivert Guttorm Bakken: lutto nel mondo del biathlon, dove era molto conosciuto avendo ottenuto diversi podi in Coppa del Mondo. Bakken è deceduto a causa di un malore mentre si trovava in vacanza con alcuni compagni di squadra a Passo Lavazè in Trentino-Alto Adige. Bakken è stato trovato senza vita all’interno dell’albergo dove alloggiava. “I nostri pensieri ora vanno principalmente alla famiglia di Sivert e a tutti coloro che gli sono vicini. Stiamo collaborando con le autorità italiane sul posto”, ha affermato Emilie Nordskar, segretaria generale ad interim della federazione norvegese di biathlon. Bakken nel maggio del 2022 era stato costretto a fermarsi per problemi cardiaci (una pericardite) ma era rientrato a competere nella stagione 2024/2025, per poi saltare le gare di Coppa del Mondo a Hochfilzen, in Austria, a causa di un malore. La Federazione norvegese fa sapere che “atleti e familiari saranno seguiti da un team di supporto psicologico e che martedì sera si terrà una cerimonia commemorativa aperta al pubblico”. Nel 2022 aveva conquistato una vittoria in Coppa del Mondo nella partenza in linea, ma non aveva mai preso parte a rassegne olimpiche o mondiali per via dell’altissimo livello della compagine norvegese. Bakken era in gara proprio domenica scorsa ad Annecy dove si era piazzato ventesimo nella mass start. Aveva gareggiato anche il 19 dicembre piazzandosi quinto nella sprint. IL COMUNICATO DELLA FEDERAZIONE NORVEGESE “I nostri pensieri ora vanno principalmente alla famiglia di Sivert e a tutti coloro che gli sono vicini. Stiamo collaborando con le autorità italiane sul posto” ha affermato Emilie Nordskar, segretaria generale ad interim della federazione norvegese di biathlon. La Federazione norvegese aggiunge: “Quello che sappiamo è che Sivert è stato trovato morto oggi nella sua camera d’albergo nella cittadina alpina di Lavazé, in Italia. Siamo ovviamente in contatto con la polizia italiana sul posto. Le indagini sono in pieno svolgimento e stiamo lavorando a stretto contatto con loro. Non sappiamo quale sia la causa del decesso. Spetterà alla polizia scoprirlo. Ora sosterremo la famiglia di Sivert e i suoi cari, gli atleti e il resto della famiglia del biathlon”. L'articolo Morto il biatleta Sivert Guttorm Bakken, è stato trovato senza vita in albergo in Trentino: aveva 27 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sci
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Val Venosta, undicenne perde la vita “per gioco”: fatale il tentativo di arrampicarsi su una parete scoscesa
Un periodo natalizio all’insegna del lutto in Val Venosta. Ieri pomeriggio, a Laudes (frazione del Comune venostano di Malles), un ragazzino di 11 anni (J.A. le sue iniziali) è morto dopo essere precipitato da una parete di roccia, che aveva deciso di scalare assieme ad un coetaneo, per gioco. Il corpo è stato recuperato dai vigili del fuoco volontari che poi hanno annullato una festa in programma nella caserma. Secondo una prima ricostruzione, i due ragazzi avevano trascorso del tempo insieme nel parco giochi, poi hanno deciso di arrampicarsi su una roccia scoscesa. La vittima, ad un certo punto, ha perso la presa, precipitando e morendo sul colpo. L’altro ragazzo, che ha lanciato l’allarme facendo intervenire i soccorsi, è stato portato in ospedale con un elicottero; le sue condizioni di salute sono buone. Si tratta del secondo lutto per la Val Venosta nello spazio di poche settimane. Nel mese di ottobre Leon Moser, 19 anni, aveva perso la vita a Glorenza. Fatale per lui l’intenzione di salire su una statua di bronzo della fontana del municipio, che lo ha poi travolto. L'articolo Val Venosta, undicenne perde la vita “per gioco”: fatale il tentativo di arrampicarsi su una parete scoscesa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trentino Alto Adige
“I canederli fanno parte della tradizione della cucina italiana”: l’oste Paolo Torboli risponde alle critiche del quotidiano altoatesino Dolomiten
«Si è parlato molto, in questi giorni, della cucina italiana riconosciuta come patrimonio dell’Unesco. Un riconoscimento importante, meritato, che dovrebbe unire. E invece divide». In un’intervista a Il Corriere del Trentino, Paolo Torboli, proprietario dell’Osteria del Pettirosso di Rovereto, ha criticato la presa di posizione del principale quotidiano altoatesino Dolomiten. Il giornale ha pubblicato un articolo sul riconoscimento della cucina italiana come patrimonio dell’Unesco e ha sostenuto che i canederli, piatto tipico del Trentino-Alto Adige, non appartengono alla tradizione culinaria dell’Italia. Torboli sforna circa 10 mila canederli all’anno in 15 versioni diverse che saranno raccolte in un libro. “Ancora una volta non sappiamo goderci ciò che ci viene riconosciuto” ha dichiarato l’oste. LA PERDITA DELLE TRADIZIONI “La polemica arriva dall’Alto Adige, terra di grandi tradizioni culinarie ma dove, troppo spesso, a 3 mila metri si trovano gamberi crudi e cucina gourmet”. Paolo Torboli ha proseguito l’intervista sottolineando come la cucina tradizionale stia cedendo il passo a piatti moderni: “Diventa sempre più difficile assaggiare la vera cucina di casa, ormai soffocata da una modernità fin troppo presente”. Per l’oste il turismo di massa e le mode passeggere stanno cancellando il “piatto della domenica”. Torboli ha lanciato una provocazione: “Se scaviamo davvero nella storia della nostra cucina, scopriamo che molte delle ricette che oggi chiamiamo “nostre” non lo sono mai state del tutto”. E ancora: ” Se volessimo essere davvero rigorosi, allora per definire un piatto italiano anche gli ingredienti dovrebbero esserlo”. Alcuni piatti tipici, infatti, si preparano con prodotti importanti in Italia: “Il pomodoro, su cui si basano molti piatti della cucina italiana, ha origini sudamericane. Anche lo speck altoatesino che si pregia di tanto splendore è ormai fatto per la maggior parte con carne estera“. OGNUNO HA LA SUA RICETTA Dunque, quali piatti appartengono realmente alla cucina italiana? Torboli ha provato a rispondere a questa domanda dicendo che “la verità non stia nei confini, bensì nei profumi di casa“. La cucina è una tradizione che si tramanda di generazione in generazione. Ogni persona, però, interpreta i piatti a modo suo: “Ogni nonna, ogni mamma, ogni massaia ha una mano diversa, una ricetta propria, una personale interpretazione. Vale anche per i canederli, questo è il vero patrimonio che dobbiamo custodire come un bene prezioso”. Per il proprietario dell’Osteria del Pettirosso di Rovereto, la cucina italiana è stata capace di trasformare gli avanzi in emozioni. “Una cucina povera, nata da piatti poveri come il canederlo o la ribollita e capace di parlare la lingua dei sapori autentici“. Per Torboli la cucina che merita il riconoscimento dell’Unesco è “quella che nasce in casa, non nei disciplinari. Quella che va difesa senza polemiche e raccontata con orgoglio. E se posso, orgoglio italiano“. L'articolo “I canederli fanno parte della tradizione della cucina italiana”: l’oste Paolo Torboli risponde alle critiche del quotidiano altoatesino Dolomiten proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trentino Alto Adige
Cucina Italiana
Elicottero trasporta neve in quota per le piste da sci del Monte Bondone: “Superato il limite”. Il video
Manca la neve? Usiamo l’elicottero. Così hanno pensato sul Monte Bondone, in provincia di Trento, visto che una concomitanza di cause atmosferiche aveva creato problemi alle piste proprio durante il “ponte dell’Immacolata”. Qualche scialpinista se n’è accorto, ha registrato un video e la notizia è arrivata all’attenzione delle associazioni ambientaliste che hanno firmato una dura presa di posizione. La dichiarazione porta le firme di Extinction Rebellion Trentino, Wwf Trentino Alto Adige, Circolo di Trento di Legambiente, Rete Climatica Trentina, Italia Nostra – sezione trentina, Lipu sezione di Trento, Associazione per l’Ecologia, Yaku, L’Ortazzo, Enpa del Trentino sezione di Rovereto, Acque Trentine, Mountain Wilderness Italia: “E’ stato superato il limite: si tratta di un segnale gravissimo e di un precedente pericoloso. Mentre il clima cambia sotto i nostri occhi (oggi lo zero termico ha toccato i 3.500 metri), la risposta non può essere quella di bruciare carburante per trasportare neve artificiale su una montagna che, semplicemente, in quelle condizioni non può garantire ciò che garantiva un tempo”. Hanno poi spiegato: “L’intervento è durato quasi 4 ore e ha comportato l’emissione in atmosfera di almeno una tonnellata e mezzo di anidride carbonica. La necessità di aprire almeno il 50 per cento delle piste per non perdere clienti durante il ponte dell’Immacolata non può diventare un lasciapassare per interventi che ignorano ciò che la montagna ci insegna da sempre: la cultura del limite”. La replica è venuta da Fulvio Rigotti, presidente di Trento Funivie: “Non c’è stata altra scelta per alcune condizioni particolari che si sono verificate negli scorsi giorni: abbiamo salvaguardato l’indotto della montagna. I danni economici sarebbero stati molto maggiori e prolungati nel tempo. Trasportare la neve accumulata dal Canalon al Palon avrebbe richiesto troppo tempo e numerosi viaggi. In questa situazione di emergenza e nella necessità tanto di rispettare gli accordi quanto di avere un’offerta di livello per il ponte dell’Immacolata, si è reso necessario utilizzare l’elicottero”. È sempre una questione di soldi. Secondo la stima di Rigotti, “il costo dell’elicottero per un paio di ore di volo e di trasporto neve è stato di circa 6mila euro a fronte di un danno quantificato in oltre mezzo milione tra skipass e indotto generale”. Si tratta di un tema ambientale molto serio, come sta dimostrando anche la corsa alla creazione di bacini artificiali e la moltiplicazione degli impianti di innevamento, per le Olimpiadi Milano Cortina 2026. Mountain Wilderness ha allargato l’orizzonte della critica. “Il percorso partecipato che aveva portato al piano di gestione del patrimonio naturale Unesco delle Dolomiti si era chiuso con un impegno chiaro: stop ai voli turistici sugli ecosistemi più fragili delle Alpi. In attesa di una normativa nazionale più severa anche Veneto e Friuli Venezia Giulia avrebbero adottato le stesse tutele già previste dalle Province di Trento e Bolzano. A garantirne il rispetto doveva essere la Fondazione Dolomiti Unesco. Oggi possiamo dirlo senza mezzi termini: quelle promesse sono state tradite”. Non è solo questione di neve portata con l’elicottero. “La Fondazione ha lasciato campo libero a ogni abuso. Sulle Dolomiti si vola come e quando si vuole, senza controlli, senza limiti, senza alcun rispetto per la fauna, per il diritto al silenzio, per chi vive e cammina in queste montagne. In Trentino e in Veneto – dal Monte Bondone a Cortina – si arriva a portare neve in quota con l’elicottero. In Alto Adige continuano i voli di eliturismo da Corvara, e talvolta da Ortisei o passo Gardena, in violazione della stessa legge provinciale. È la fotografia di un territorio dove l’arroganza umana sembra non conoscere confini”. Appello finale: “Chiediamo che la montagna torni ad essere ciò che è: un bene comune, non un parco giochi per elicotteri”. L'articolo Elicottero trasporta neve in quota per le piste da sci del Monte Bondone: “Superato il limite”. Il video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ambiente
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Trento
“Invece dei regali, spero che Santa Lucia vi porti un corso accelerato di Educazione Civica”: la letterina di un bimbo finisce nel frutteto, scoppia la polemica
A pochi giorni dalla festa di Santa Lucia, una letterina affidata a dei palloncini è precipitata in un frutteto vicino a Volano, in Trentino, riaccendendo il dibattito tra tradizione e rispetto dell’ambiente. A segnalarlo — riferisce il Corriere della Sera — è stato un cittadino che, trovando i palloncini ancora legati al biglietto tra i filari di un vigneto, ha denunciato l’episodio sui social con un post diventato virale. “Peccato che invece di arrivare a Santa Lucia, siano finiti qui”, ha scritto l’autore della segnalazione, puntando il dito contro “qualche genitore poco attento”. Accanto ai palloncini, l’uomo ha trovato anche altri rifiuti: involucri di cibo e spazzatura presumibilmente lanciata dai treni in corsa. Un insieme di incuria che ha richiesto l’intervento di un “santo di passaggio”, come ha ironizzato l’autore del post, per ripulire l’area. Molti utenti hanno ricordato che liberare palloncini in aria è vietato in Trentino dal 2021. La normativa prevede una sanzione amministrativa da 50 a 150 euro, salvo non si configuri un abbandono di rifiuti più grave. L’obiettivo della legge è chiaro: ridurre l’impatto delle microplastiche sull’ambiente, particolarmente sentito in una provincia che ha fatto della tutela del territorio uno dei suoi punti di forza. Il cittadino che ha segnalato l’episodio ha commentato con sarcasmo: “Invece dei regalini, spero che Santa Lucia abbia regalato a tutti un corso accelerato di Educazione Civica”. Il post ha rapidamente acceso il dibattito nel gruppo Facebook locale. Molti utenti hanno chiesto un maggiore impegno sul fronte dell’educazione ambientale, rivolto sia ai bambini sia — soprattutto — ai genitori. C’è chi propone sanzioni più severe e controlli mirati per scoraggiare pratiche considerate dannose per il territorio. Altri, invece, difendono la tradizione delle letterine volanti, sottolineando la spontaneità del gesto e l’innocenza dei bambini che ogni anno affidano a Santa Lucia i loro desideri. Per alcuni, l’episodio va letto come un incidente isolato, non come un gesto di incuria consapevole. L'articolo “Invece dei regali, spero che Santa Lucia vi porti un corso accelerato di Educazione Civica”: la letterina di un bimbo finisce nel frutteto, scoppia la polemica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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