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Valanga travolge dieci scialpinisti a Racines (Bolzano): maxi operazione di soccorso in corso
Una valanga ha travolto una decina di scialpinisti sul Tallone Grande, a Racines, in Val Ridanna, Alto Adige, scatenando una massiccia operazione di soccorso nella mattinata di sabato. L’allarme è stato lanciato intorno alle 11.40, e immediatamente sono intervenuti i soccorsi, coordinati dal Soccorso alpino e supportati da cinque elicotteri decollati tra l’Alto Adige e il Tirolo austriaco. Secondo le prime informazioni, tutti gli sciatori coinvolti erano muniti di Artva, il dispositivo di localizzazione fondamentale per il ritrovamento sotto la neve. L’incidente è avvenuto a circa 2.300 metri di quota, in una zona particolarmente impervia e pericolosa in caso di distacchi nevosi. Oltre agli elicotteri, sul posto operano le squadre della Guardia di finanza e tutte le unità del Soccorso alpino del distretto. È stata allertata anche la centrale operativa di Innsbruck, mentre negli ospedali di Merano, Bolzano e Bressanone sono stati predisposti posti letto in terapia intensiva, a titolo precauzionale, per eventuali feriti gravi. Le operazioni di soccorso sono ancora in corso e, al momento, non ci sono informazioni certe sulle condizioni delle persone coinvolte. La priorità degli interventi resta il recupero e la messa in sicurezza degli sciatori travolti dalla massa nevosa. L'articolo Valanga travolge dieci scialpinisti a Racines (Bolzano): maxi operazione di soccorso in corso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ci basterebbe anche una scarpa”, la famiglia di Sara Pedri sulle nuove ricerche nel lago di Giustinia
A poco più di un anno dall’assoluzione di due medici nell’ambito del caso della scomparsa di Sara Pedri, sono riprese le ricerche nel lago di Lago di Santa Giustina, in Trentino. I vigili del fuoco stanno perlustrando le sponde e lo specchio d’acqua con gommoni, approfittando del livello particolarmente basso dopo un inverno con scarse precipitazioni e prima dell’inizio dello scioglimento della neve in montagna. La ginecologa era scomparsa il 4 marzo 2021. Il suo telefono fu ritrovato all’epoca nell’auto parcheggiata al confine tra i comuni di Cis e Cles, vicino al ponte sul torrente Noce, il cui corso d’acqua confluisce proprio nel lago di Santa Giustina. Da allora, più volte sono stati effettuati sopralluoghi e battute di ricerca nell’area. La nuova operazione è stata disposta dalla commissaria del governo Isabella Fusiello, che ha accolto la richiesta dei familiari. “Sappiamo bene che dopo cinque anni difficilmente troveremo un corpo. Lo sappiamo con la mente, ma il cuore continua a sperare. Ci basterebbe anche solo una sua scarpa. Il paio dei grandi occhiali blu-viola che indossava quel giorno e che ancora mancano all’appello. Basterebbe un piccolo segno, qualcosa che ci aiuti a rispondere alla domanda che ci accompagna ogni giorno, senza tregua: ‘Sara è lì?’”, scrivono i parenti sul profilo Facebook “Verità per Sara Pedri”. Nel gennaio 2025 il gup di Trento aveva assolto con formula piena l’ex primario dell’unità operativa di ginecologia e ostetricia dell’ospedale Santa Chiara di Trento, Saverio Tateo, e la sua vice, Liliana Mereu, dalle accuse di maltrattamenti in concorso e in continuazione nei confronti del personale del reparto. Per il licenziamento ritenuto illegittimo l’Azienda sanitaria dovrà pagare un risarcimento di 240mila euro all’ex primario. Ma per i familiari, spiegano ancora nel post, cercare Sara “non significa soltanto cercarla fisicamente. Significa continuare a riconoscere la sua presenza nella sua assenza. Significa permettere alla sua voce di vivere ancora attraverso di noi. Sara ha ‘spostato montagne’ e insieme a noi continua a farlo”. “Attraverso la sua storia – si legge ancora – abbiamo acceso una luce su un dolore silenzioso che colpisce tante persone e di cui si parla ancora troppo poco: il mobbing. Se oggi se ne parla di più, è anche grazie a lei”. L'articolo “Ci basterebbe anche una scarpa”, la famiglia di Sara Pedri sulle nuove ricerche nel lago di Giustinia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Valanga travolge tre sciatori in Valtellina: un morto e un disperso. In Trentino un ferito in condizioni gravissime
Uno di loro è riuscito a salvarsi uscendo da solo dalla neve, un compagno è ancora disperso e il più sfortunato del gruppo è morto sul colpo. Questo il destino di tre sciatori che sono stati travolti da una valanga staccatasi sull’alpe Meriggio in Valtellina. L’incidente è avvenuto intorno alle 12 del 7 febbraio nel comune di Albosaggia, in provincia di Sondrio. Sul posto sono intervenuti i tecnici del soccorso alpino e i militari della Guardia di finanza. Le operazioni hanno richiesto anche l’intervento dell’elicottero Drago dei vigili del fuoco. Si tratta della seconda valanga che si è distaccata nella zona in 24 ore. Venerdì 6 febbraio, un militare di 30 anni del soccorso alpino-fluviale della Guardia di finanza è rimasto sotto la neve durante un’esercitazione. L’uomo è stato trasportato in codice rosso all’ospedale Papa Giovanni XIII di Bergamo. Nei pressi di Bellamonte, in Trentino, quattro scialpinisti sono rimasti coinvolti in una valanga ma fortunatamente sono stati tutti estratti vivi. Uno di loro è stato portato all’ospedale Santa Chiara di Trento e ricoverato in gravissime condizioni, un altro è meno grave mentre gli ultimi due hanno riportato ferite lievi. Immagine in evidenza d’archivio L'articolo Valanga travolge tre sciatori in Valtellina: un morto e un disperso. In Trentino un ferito in condizioni gravissime proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tre sciatori finlandesi travolti da una valanga a Punta Beltovo (Bolzano): due morti
Due scialpinisti finlandesi hanno perso la vita durante un fuoripista su Punta Beltovo, sopra Solda. Ferita una terza persona. La valanga si è staccata su un pendio, raggiungibile con gli impianti di risalita. La slavina è stata notata solo dopo che i soccorritori sono stati richiamati da un’altra chiamata, avvenuta verso le ore 13.30, per una seconda valanga verificatasi a poca distanza dalla precedente, nei pressi del rifugio Madriccio. La zona era già stata citata in passato per distacchi come quelli avvenuti oggi. L’elicottero, che sorvolava sopra la valanga su Punta Beltovo, ha notato una persona che stava scavando nella neve. Giunti sul luogo, i soccorritori sono stati informati dal turista della presenza dei due amici sotto la neve. Sono stati velocemente localizzati, ma, quando sono stati recuperati, erano ormai morti. Il sopravvissuto è stato poi trasportato in ospedale con ferite di media gravità. La seconda valanga, per la quale era arrivata la chiamata ai soccorritori, non ha invece fatto vittime. Sul posto hanno operato gli uomini del soccorso alpino dell’Alpenverein, del Cnsas e della Guardia di finanza di Tubre, Solda, Trafoi e Prato allo Stelvio. Il pericolo valanghe nella zona dell’Ortles è, al momento, di grado tre su cinque (marcato), a causa delle nevicate dei giorni scorsi. Ma in alcune zone può anche salire a grado quattro (forte). Un esperto valanghe del servizio meteo della Provincia di Bolzano, proprio nella giornata di oggi, ai microfoni di Rai Südtirol, aveva messo in guardia da questo fenomeno: la neve fresca degli scorsi giorni, appoggiata su quella, ormai ghiacciata, caduta tempo fa, poteva causare un nuovo fenomeno. FOTO DI ARCHIVIO L'articolo Tre sciatori finlandesi travolti da una valanga a Punta Beltovo (Bolzano): due morti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Cassazione certifica: la ‘ndragheta in Trentino esiste. Inchiesta “Perfido”, confermate otto condanne
Ora c’è anche il timbro della Cassazione: la ‘ndrangheta in Trentino esiste. Ed esistono gli insidiosi intrecci tra ambienti mafiosi e politica locale in quel Nord ricco che a volte si ritiene isola felice e indenne. La Suprema Corte nei giorni scorsi ha confermato le condanne per otto persone. In tutto le pene sono di 75 anni, 6 mesi e venti giorni. Si aggiungono a precedenti altre tre condanne ormai definitive. È la conclusione dell’inchiesta “Perfido” che aveva aperto uno squarcio sulle infiltrazioni nel mondo della cave di porfido in provincia di Trento. Un’indagine partita grazie alle coraggiose denunce del segretario comunale di Lona Lases, Marco Galvagni. Al lavoro dei carabinieri del Noe di Trento. Ma anche, va ricordato, a un’inchiesta del Fatto Quotidiano ormai di dieci anni fa. Alla fine la acque si smossero. Ed ecco le undici condanne. Otto, si diceva, hanno appena ricevuto il timbro della Cassazione che ha sostanzialmente confermato la ricostruzione dei pm Maria Colpani e Davide Ognibene: confermata la condanna a 11 anni, 10 mesi e 20 giorni a Giuseppe Battaglia, all’epoca assessore di Lona Lases. Sarebbe lui, ricordano i pm – come scrivono il Corriere Trentino e L’Adige – “l’iniziatore della silente infiltrazione mafiosa nel tessuto sociale ed economico del Trentino”. E sempre lui è stato ritenuto l’organizzatore della ‘locale’ legata alla cosca Serraino. Condanna a 9 anni e 6 mesi e venti giorni anche per Pietro Battaglia, fratello dell’assessore e a sua volta ex consigliere comunale. La moglie di Giuseppe, Giovanna Casagranda, ha avuto una condanna di 9 anni, 2 mesi e venti giorni. Condanne, tra gli altri, anche per Mario Giuseppe Nania (11 anni, 6 mesi e venti giorni) che secondo i pm era il “braccio armato” della locale trentina. Dieci anni per Demetrio Costantino che era stato anche accusato di voto di scambio per “aver promesso di procurare voti per le elezioni provinciali del 2018”. Otto anni per Domenico Ambrogio che era considerato “esecutore di atti intimidatori”, mentre 8 anni e 8 mesi sono andati a Antonino Quattrone accusato di aver curato i rapporti con imprenditori e funzionari pubblici. Così la Cassazione ha messo la parola fine a un’inchiesta che, appunto, è stata avviata oltre dieci anni fa ed è stata divisa in tronconi, alcuni conclusi con riti alternativi, mentre questo ha seguito il percorso ordinario. Ora tutto pare semplice. Ma all’inizio era stata dura, molto, per Galvagni che aveva dovuto scontrarsi contro muri di gomma. All’epoca il cronista aveva interpellato la gente di Lona Lases, questo paesino tranquillo arrampicato sui primi dolci rilievi trentini. Un luogo silenzioso, tranquillo che a guardarlo ti pareva lontano anni luce da parole come ‘Ndrangheta e mafia. Eppure… “Galvagni?”, si era sentito dire, “Ah sì, è un gran rompiballe”. Invece no: aveva ragione. E aveva continuato per la sua strada nonostante i rischi. Fino all’inchiesta del Fatto, alle prime interrogazioni parlamentari, come quella dell’allora parlamentare e poi ministro M5S, Riccardo Fraccaro: “Gli elementi sopra esposti appaiono di per sé gravi e tali da ritenere necessaria anche una tutela del segretario comunale”. Galvagni aveva indagato come un detective. Aveva consultato migliaia di fonti aperte. Aveva fatto visure. Aveva letto le carte di altri processi. E aveva ricostruito tutto da solo. Raccontava allora: “Tutto comincia quando nell’agosto 2014 viene sequestrato in Spagna un carico di porfido e cocaina. Tra le società e gli imprenditori legati alla spedizione c’erano anche imprenditori noti per la loro attività in Trentino”. Così aveva consultato anche le carte dell’inchiesta Aemilia. Era arrivato a ricostruire gli appetiti della temutissima famiglia Grande Aracri in Trentino. E alla fine qualcuno lo aveva ascoltato. Già allora Galvagni citava lo sfogo di un ex ‘ndranghetista di spicco, per anni reggente del clan crotonese dei Vrenna-Bonaventura, raccolto dal sito questotrentino.it: “Il Trentino isola felice? Assolutamente sì: per le organizzazioni criminali è un’isola felicissima. Ho avuto parecchi affari lassù, quindi posso parlare con cognizione di causa; troppo spesso, ancor oggi, si racconta la favola secondo cui certe regioni sarebbero immuni dall’infiltrazione mafiosa. E invece la verità è che il Trentino è un chiaro esempio di mandamento occulto. Si tratta di quelle zone in cui la presenza delle organizzazioni criminali è forte, ma anche molto silenziosa. Il Trentino invece ancora non sembra accorgersi di nulla: le cosche gestiscono molti affari riuscendo a mimetizzarsi alla perfezione, senza richiamare l’attenzione di nessuno”. Ma dieci anni e undici condanne dopo è arrivata la condanna della Cassazione. Le mafie in Trentino esistono. Galvagni aveva ragione. E non si potrà più non accorgersi di nulla. L'articolo La Cassazione certifica: la ‘ndragheta in Trentino esiste. Inchiesta “Perfido”, confermate otto condanne proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fiè allo Sciliar e l’Alpe di Siusi: guida per un weekend tra boschi, malghe e leggende (e una spa con vista sulle Dolomiti)
A Fiè allo Sciliar il paesaggio ha un ordine antico: case compatte, balconi di legno, fienili che sembrano appoggiati con precisione sui declivi. Sopra il paese, lo Sciliar domina come una muraglia chiara, e non è solo una presenza geologica e iconografica (sì, è la stessa montagna che compare nel logo di un noto marchio di wafer): qui è anche una figura culturale. Nelle storie locali, la montagna è legata alla leggenda delle streghe dello Sciliar, figure notturne che – si racconta – si radunavano sui pendii e sulle rocce nei momenti di tempesta, tra fuochi e vento, mentre in valle si chiudevano scuri e porte. È una mitologia alpina che resiste perché si sposa bene con la scena reale: boschi fitti, sentieri silenziosi, improvvisi tagli di luce sulle pareti dolomitiche. Lasciando il piccolo centro di Fiè, parte una stradina secondaria che attraversa pascoli e masi, costeggia fienili e piccoli recinti, e si arrampica senza fretta verso i prati di Gfell. È una salita breve ma significativa: in pochi minuti cambia il ritmo, si sente l’aria più secca, si abbassa il rumore. Qui l’ospitalità è diffusa e discreta; tra le basi più comode c’è l’Hotel Gfell, nato dall’evoluzione di una storica Jausenstation aperta nel 1967 dalla famiglia Mair e trasformata negli anni in un luogo di sosta “seria” – cucina, camere, benessere – senza perdere il legame con il contesto. Siamo nel cuore del Parco naturale dello Sciliar-Catinaccio, una delle zone più panoramiche e luminose delle Dolomiti. L’hotel sorge in posizione appartata, sopra Fiè allo Sciliar, con una vista che spazia dal Catinaccio fino a giornate limpide in cui lo sguardo arriva a intuire le masse più lontane, verso lo Stelvio. È un punto di osservazione privilegiato, ma anche una base strategica per muoversi: perfetto per un weekend lungo, ma altrettanto adatto a fermarsi di più e rallentare davvero. La storia del Gfell è una storia di famiglia e di continuità alpina. Tutto inizia nel 1967, appunto, ando Toni Mair apre un ristoro per viandanti e contadini. Con il tempo diventa ristorante, poi punto di riferimento gastronomico per la valle. Il passaggio decisivo arriva con Andreas Mair, cresciuto tra questi prati, che insieme alla moglie Manuela trasforma l’attività nel ristorante Schönblick. L’ingresso del figlio Julian, giovane e con una visione chiara dell’ospitalità contemporanea, segna l’ulteriore salto: nel luglio 2020 apre l’Hotel Gfell, integrando ristorante e antico fienile di famiglia in un unico progetto. L’architettura, firmata dallo studio altoatesino noa*, è uno dei punti di forza della struttura: l’hotel è parzialmente interrato, segue la pendenza naturale della collina e riduce al minimo l’impatto visivo. Nessun volume invasivo: il paesaggio resta protagonista. L’accesso avviene attraverso il vecchio fienile, costruito oltre cinquant’anni fa e oggi recuperato come lobby, lounge e sala colazioni. Le 17 camere e suite, tutte panoramiche, sono pensate come rifugi luminosi, con terrazze affacciate su prati e montagne. Materiali naturali, linee pulite, comfort discreto: nulla è ostentato, tutto è funzionale al paesaggio. Lo stesso vale per l’area wellness, dove la protagonista è la sauna panoramica, una grande stanza in legno con vetrata a tutta ampiezza: davanti solo boschi, pascoli e montagne. La zona relax si estende anche all’esterno, su terrazze in legno che invitano a fermarsi, respirare, guardare. Il ristorante Schönblick, guidato dallo chef Andreas Mair, è un altro motivo per scegliere Gfell come destinazione e non solo come appoggio. Una volta sistemati, il bello è che non serve programmare troppo. Una delle passeggiate più semplici e gratificanti parte direttamente dall’hotel e attraversa il bosco fino al laghetto di Fiè allo Sciliar. In inverno, quando l’acqua si ghiaccia, diventa una pista naturale dove pattinare o giocare a hockey; nelle altre stagioni è un luogo silenzioso, circondato da larici. Poco sopra si trova la Malga Tuff, tappa ideale per un pranzo ristoratore: gulash fumante, wurstel altoatesini, piatti sostanziosi e senza fronzoli, perfetti dopo una camminata. In circa 20 minuti d’auto si raggiunge la cabinovia dell’Alpe di Siusi, l’altopiano più grande d’Europa. In inverno è un comprensorio sciistico ampio e ben organizzato; nelle altre stagioni offre passeggiate panoramiche, percorsi per famiglie e itinerari più lunghi per camminatori esperti. C’è poi un momento che, più di altri, sintetizza il senso di questo territorio: il tramonto. Qui prende il nome di enrosadira, il fenomeno ottico tipico delle Dolomiti che colora la roccia di sfumature rosate, arancio e rame quando il sole cala e la dolomia riflette la luce radente. All’Alpe di Siusi lo spettacolo è particolarmente evidente perché l’altopiano, aperto e privo di ostacoli visivi, permette allo sguardo di seguire la trasformazione minuto per minuto. Le pareti del Catinaccio si accendono per prime, poi il colore si sposta sulle Odle, sul Sassolungo e sul Gruppo del Sella, mentre le ombre si allungano sui prati. Il rosa si fa più denso, vira al viola, quindi si spegne lentamente nel grigio azzurro della sera. Non è un evento improvviso ma un processo, e forse è questo a renderlo così ipnotico: si resta fermi, spesso in silenzio, a guardare una montagna che sembra cambiare materia, ricordando perché le Dolomiti siano state chiamate “montagne rosa” e perché qui i colori del cielo siano amplificati dalla roccia. La sera, tornando verso Fiè e risalendo ai prati di Gfell, la zona torna a essere se stessa: poche luci, aria ferma, il profilo dello Sciliar che si scurisce e sembra di nuovo una presenza. È qui che si capisce la differenza tra una toccata e fuga per inseguire il “trend Dolomiti” e un viaggio dentro un territorio: non si rincorrono solo i luoghi famosi, si ascolta come cambia il paesaggio da un bosco a un altopiano, da un lago ghiacciato a una malga, da un passo panoramico a una strada secondaria che attraversa i pascoli. E forse è anche per questo che la leggenda delle streghe dello Sciliar continua a circolare: perché in questa parte di Alto Adige la montagna non fa solo da sfondo. È una voce costante, che accompagna ogni passo. Per chi vuole allungarsi qualche giorno o approfittare del viaggio di rientro per spingersi oltre, le opzioni non mancano. Attraversando i passi si arriva in Val di Fassa, porta d’accesso al gruppo del Catinaccio, con le sue Torri del Vajolet e i rifugi storici. In alternativa, in circa 40 minuti si raggiunge Ortisei, da cui parte la celebre Statale 48 delle Dolomiti: una delle strade panoramiche più iconiche d’Italia, che attraversa i passi Gardena, Sella e Pordoi, scendendo verso Canazei o salendo in direzione Cortina. Una strada diventata virale sui social, oggi meta anche di viaggiatori d’oltreoceano, ma che conserva intatto il suo fascino. E’ uno di quei luoghi in cui si capisce perché le Dolomiti siano diventate un linguaggio globale: basta una curva, un filo di luce, e la foto si fa da sola. L'articolo Fiè allo Sciliar e l’Alpe di Siusi: guida per un weekend tra boschi, malghe e leggende (e una spa con vista sulle Dolomiti) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Terremoto sul Garda: doppia scossa tra Brescia e Trentino, la più forte di magnitudo 3.5
Una doppia scossa di terremoto è stata registrata nel pomeriggio di oggi nell’area compresa tra la provincia di Brescia e il Trentino, lungo la sponda lombarda del lago di Garda. Il primo evento sismico si è verificato alle 15.24, con una magnitudo di 2.5, seguito pochi minuti dopo, alle 15.28, da una seconda scossa più intensa, pari a 3.4. Entrambe sono state rilevate dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, con epicentro nel territorio di Gargnano e a una profondità stimata di circa 11 chilometri. Il movimento tellurico è stato chiaramente percepito dalla popolazione, soprattutto nella zona del Garda, dove in molti hanno contattato i vigili del fuoco e condiviso segnalazioni sui social network. Non si registrano al momento danni a persone o cose, ma la sequenza ravvicinata delle scosse ha generato apprensione tra i residenti. Il sisma è stato avvertito anche in 13 comuni della provincia di Verona, con particolare intensità a Brenzone sul Garda, situato sulla riva opposta rispetto all’epicentro. Segnalazioni sono arrivate anche da Malcesine, dall’area del Monte Baldo e lungo tutta la costa veronese del Garda, fino a centri più distanti come Affi, Bardolino e Rivoli Veronese, a circa venti chilometri dal punto di origine del terremoto. L'articolo Terremoto sul Garda: doppia scossa tra Brescia e Trentino, la più forte di magnitudo 3.5 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Base jumper muore dopo il lancio dal monte Brento: un amico lo stava filmando
Un base jumper austriaco è morto dopo essersi lanciato dal Monte Brento, in Trentino, nella valle del Sarca. Il volo – dall’exit (la base di salto) Spartacus – è stato ripreso da un amico della vittima che ha assistito all’incidente e ha chiamato, verso le 9 del cinque gennaio, i soccorsi. Secondo le prime ricostruzioni, la causa sarebbe stata la perdita del controllo della traiettoria da parte della vittima che è poi finita contro un pendio roccioso. Una volta contattato il 112, la centrale d’emergenza ha richiesto l’intervento dell’elisoccorso. In zona – località Gaggiolo di Dro – sono arrivati quattro operatori del Soccorso alpino e speleologico Trentino della stazione Riva di Garda. Il jumper è stato immediatamente individuato dall’elicottero e i membri della squadra medica, calati nel punto preciso d’impatto finale, non hanno potuto che confermare la morte dell’escursionista. Tre dei quattro membri dei soccorsi sono poi ritornati in parete per le operazioni di ricomposizione della salma. Il corpo dell’uomo è stato infine trasportato a Gaggiolo. Solo il primo gennaio, un altro base jumper sloveno di 39 anni aveva perso la vita durante un lancio da cima Capi, tra la Val di Ledro e il lago di Garda. Poco dopo il lancio, l’uomo è andato a sbattere contro la parte alta della parete strapiombante, rimanendo appeso con la vela a due arbusti sulla verticale di cima Capi, a una quota di circa 600 metri di quota. L'articolo Base jumper muore dopo il lancio dal monte Brento: un amico lo stava filmando proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Paura in alta quota, si blocca la seggiovia di San Martino di Castrozza: 170 persone salvate in provincia di Trento
Sospesi e bloccati in alta quota: non il migliore dei modi per cominciare l’anno. Stamattina c’è stato un guasto alla seggiovia a due posti di San Martino di Castrozza, in provincia di Trento. La linea, a una quota tra i 1.600 e i 1.900 metri, è la Coston che da Ces porta a Valcigolera, due malghe – pascoli in montagna con edifici annessi. Verso mezzogiorno, l’impianto ha avuto un blocco improvviso e 170 persone sono rimaste a bordo. La società che gestisce le seggiovie della zona ha subito allertato il numero unico per le emergenze, ma l’intervento delle forze dispiegate non è stato necessario: il personale dell’impianto è infatti riuscito a far girare il meccanismo grazie alle procedure d’emergenza, consentendo ai passeggeri di evacuare in sicurezza. I vigili del fuoco di Primiero San Martino hanno supportato lo staff nelle operazioni di salvataggio, durate meno di un’ora. In seguito alla chiamata, un elicottero è decollato da Trento e grazie al suo sorvolo è stato possibile constatare con certezza l’avvenuta messa in sicurezza della seggiovia e dei passeggeri. La struttura verrà riaperta dopo l’esito delle verifiche tecniche sul funzionamento dell’intero impianto. L'articolo Paura in alta quota, si blocca la seggiovia di San Martino di Castrozza: 170 persone salvate in provincia di Trento proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bambino segretato in casa dalla madre e vittima di riti satanici: sospesa la responsabilità genitoriale
Un bambino segregato in casa, vittima di riti satanici e superstizioni, privato di scuola e pediatra; costretto a dormire di giorno e alimentato solo con biscotti secchi. La vicenda, raccontata stamattina sul quotidiano locale Alto Adige, accaduta nelle scorse settimane nei dintorni di Bolzano. La madre, rimasta vedova, aveva smesso di portarlo a scuola arrivando anche a minacciare di morte le insegnanti. Torture psicologiche sul piccolo continue e influenzate da una sorta di delirio: lo aveva convinto che i dolori fisici come il mal di pancia dovuto alla malsana alimentazione fossero in realtà dovuti a maledizioni sciamaniche che lo avevano colpito. I maltrattamenti sono terminati poche settimane fa, quando i carabinieri, forti di un decreto del Tribunale dei minori, hanno fatto irruzione in casa della donna sfondando la porta di quello che era diventato un vero e proprio fortino. La responsabilità genitoriale della madre è stata sospesa “a causa dell’instabilità psichica” e la donna portata in un centro di igiene mentale. Il bambino ha intrapreso un nuovo percorso in una comunità altoatesina, dove è ben integrato. L'articolo Bambino segretato in casa dalla madre e vittima di riti satanici: sospesa la responsabilità genitoriale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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