Hanno incontrato dodici comunità dal nord al sud del Paese, da ottobre alla metà
di dicembre, coinvolgendo 300 partecipanti che hanno fornito segnalazioni per
comporre una “Mappa dei Rischi” in vista del successivo appuntamento. Quello che
ci sarà a breve volto al confronto con i tecnici delle amministrazioni comunali
sui contenuti del Piano di Protezione Civile, per poi terminare con un ultimo
incontro per comporre delle proposte ai fini dell’aggiornamento dei Piani
comunali di Protezione Civile.
È il cuore del progetto “Sicuri Insieme” di Cittadinanzattiva, organizzazione
che nasce nel 1978 e si occupa di emergenze e rischio. Il progetto, finanziato
dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, è nato per informare ma
soprattutto rendere attivi e consapevoli i cittadini rispetto ai rischi del
territorio in cui vivono. E farne “sentinelle” in grado di inoltrare
segnalazioni. “Nonostante esista il sistema della Protezione civile e ci siano i
Piani di Protezione civile comunali, non è detto che siano patrimonio condiviso
da tutti”, spiega Raniero Maggini, responsabile delle Politiche dell’Ambiente e
del Territorio di Cittadinanzattiva. “Da qui l’idea di tentare un percorso
sperimentale per incontrare i cittadini e condividere i rischi visibili o celati
per il territorio. Cittadini, soprattutto, oltre ad associazioni locali”.
OLTRE 7 MILIONI DI CITTADINI A RISCHIO
Secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA),
il 94,5% dei Comuni italiani (7.463) è a rischio per frane, alluvioni, valanghe
ed erosione costiera. 1,28 milioni sono gli abitanti in aree a pericolosità
elevata e molte elevata per il rischio frane e 6,8 milioni quelli che abitano
nelle zone a rischio alluvione. Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Campania,
Lombardia, e Liguria le regioni con maggior popolazione a rischio. Come rileva
inoltre il Rapporto SNPA (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) del
2024, le caratteristiche morfologiche, geologiche, idrologiche, meteo-climatiche
e sismiche del nostro Paese determinano una vulnerabilità strutturale del
territorio ai fenomeni naturali, aggravata dai cambiamenti climatici e dalle
pressioni antropiche.
È proprio rispetto a questo scenario che si rivolge il progetto “Sicuri
Insieme”, che si sviluppa, incontrando le comunità in tre tappe. La prima è la
raccolta delle percezioni dei cittadini sui rischi del territorio in cui vivono,
anche per capire se esista una memoria collettiva di eventuali disastri. Gli
incontri sono stati disseminati sul territorio: Acqui Terme per il Piemonte,
Oratino per il Molise, Chiavari per la Liguria, Cecina per la Toscana, Ariano
Irpino per la Campania, Foggia per la Puglia, Bologna per l’Emilia Romagna,
Bassano del Grappa per il Veneto, Teramo per l’Abruzzo, Cascia per l’Umbria e
Policoro per la Basilicata. Quali i temi affrontati? “I cittadini sono, ad
esempio, molto consapevoli del consumo di suolo, cioè del fatto che non
bisognava arrivare col cemento fino alle sponde dei fiumi, anche se c’è ansia
rispetto a come poter risolvere la questione”, sostiene sempre Raniero Maggini.
“A Bassano del Grappa è emerso il tema del cambiamento climatico e del fatto che
si tratta di una zona soggetta a grandine gigante, con numerosi danni. In questa
prima fase si tratta di avvicinare la percezione dei cittadini alla
consapevolezza”.
Il secondo incontro che si terrà a breve sarà di confronto con gli uffici
tecnici delle amministrazioni deputati alla stesura o aggiornamento del Piano di
Protezione civile. In questo frangente si vedrà se quanto percepito dai
cittadini corrisponda alle previsioni di correzione dei piani o di quanto
l’amministrazione intende fare. Il terzo invece sarà un appuntamento dedicato a
inoltrare proposte alle amministrazioni.
IL DISSESTO E I RISCHI NON HANNO COLORE POLITICO
In tutti e tre gli incontri Cittadinanzattiva è presente e gioca un ruolo da
mediatrice. “I cittadini possono anche funzionare sul fronte della prevenzione
di possibili danni futuri”, ricorda il responsabile delle Politiche
dell’Ambiente e del Territorio di Cittadinanzattiva. “Ad esempio sono rimasto
sorpreso che il più giovane dei ragazzi che ha partecipato all’incontro a
Bassano ha ricordato che quel territorio sarebbe in realtà un territorio ad alto
rischio sismico, anche se l’ultima scossa importante è stata nel 1600. In 400
anni si è persa la memoria, però ci ha ricordato del fatto che il centro storico
non sarebbe pronto a un tale evento”.
Ma quali i rischi più menzionati dai cittadini? Quello idrogeologico è al primo
posto (16,67%), seguito da quello idraulico (13%9, quello sismico (13,3%),
quindi gli eventi meteorologici estremi: l’inquinamento delle acque e quello
atmosferico (al 10%), gli incendi boschivi (al 6,67%) e l’inquinamento del suolo
(al 5%), pari al rischio di stress idrico. Infine, più bassi – all’1,67% – il
rischio igienico-sanitario, l’inquinamento elettromagnetico, le isole di calore
urbano, il nucleare, il rischio crollo edifici. Le mappe dei rischi sono
particolarmente importanti perché, dice ancora Maggini “se ho una mappa della
vulnerabilità del territorio di fatto questa rappresenta già una sorta di piano
urbanistico, perché quest’ultimo non può essere fatto senza tenerne conto”.
L’altro aspetto interessante del progetto sta nel fatto che si rivolge ad
amministrazioni di diverso colore politico. Si punta insomma al concreto,
valorizzando la cittadinanza “tanto che per il primo incontro abbiamo comunque
privilegiato il contributo dei cittadini anche nel caso fossero presenti
rappresentanti delle amministrazioni, raccogliendo le indicazioni dei
partecipanti, il loro spontaneo sentire”, sottolinea responsabile
dell’associazione. Solo successivamente il passaggio con i tecnici, infine con
la politica, a cui portare proposte di sintesi.
Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva, conclude così:
“Con ‘Sicuri Insieme’ intendiamo sperimentare percorsi che uniscano tutti gli
attori di una comunità per contribuire all’aggiornamento dei piani comunali,
attraverso nuove forme di partecipazione”. Indicazioni che arrivano dal basso,
non pensate “dall’alto” da istituzioni che spesso sono assai meno consapevoli di
ciò che accade sul territorio e dei pericoli che nasconde. A maggior ragione con
un clima stravolto e il moltiplicarsi di eventi estremi.
—
L'articolo “Insieme Sicuri”, il progetto che esorta i cittadini a segnalare i
rischi ambientali proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Comuni
C’è il caso limite del Comune di Marano, 57 mila abitanti in provincia di
Napoli, che è stato sciolto per condizionamento mafioso ben cinque volte, di cui
tre negli ultimi nove anni. Ma sono tante le amministrazioni locali su cui la
scure della legge varata nel 1991 si è abbattuta a ripetizione. Ventidue Comuni
italiani sono stati sciolti tre volte, per esempio San Luca, paese aspromontano
considerato la culla della ‘ndrangheta, ma che fa 3300 abitanti, certo non tutti
mafiosi o complici. E sono ben 60 quelli sciolti due volte, fra i quali Casal di
Principe, Caivano, Nettuno… Numeri che suonano come un campanello d’allarme: il
commissariamento per mafia funziona davvero, se così spesso si riparte da zero?
Lo Stato può cancellare con un colpo di spugna un risultato elettorale, può
mandare a casa sindaco, giunta, e tutti i consiglieri comunali, di maggioranza e
di opposizione, collusi e no, se poi non riesce a garantire una svolta nel segno
della legalità? Proprio a San Luca, al commissariamento per mafia si è aggiunto
quello per la mancata presentazione di liste elettorali. Non si rischia di
allontanare ulteriormente i cittadini dalla politica?
Sono le domande che si pone Avviso pubblico, la rete degli enti locali contro le
mafie e la corruzione, che ha presentato a Roma oggi, martedì 2 dicembre, il
dossier Il male in Comune, ricco di dati e proposte per rendere più efficace
questa legge-bandiera del movimento antimafia. Dal 2 agosto 1991 al 30 settembre
2025 sono stati 402 gli scioglimenti di enti locali per infiltrazioni mafiose
decisi dal Consiglio dei Ministri e promulgati da decreti del Presidente della
Repubblica: in media uno al mese, per 34 anni. Tenendo conto dei citati
scioglimenti plurimi, sono stati colpiti 288 Comuni e 6 Aziende sanitarie
provinciali. Solo in 24 casi i giudici del Tar e del Consiglio di Stato hanno
annullato il provvedimento.
Altra nota dolente: ben 62 sindaci di Comuni sciolti sono tornati trionfalmente
sulla poltrona alle consultazioni successive: 31 di nuovo come sindaci, 29 come
consiglieri comunali, due come assessori. C’è poi un dato curioso. Indovinate
quali governi hanno “sciolto” di più, anche in relazione alla loro durata?
Quelli di Gentiloni e Monti, sostenuti da maggioranze trasversali. A proposito:
sull’insieme dei Comuni che hanno subito il provvedimento, il 50% era retto da
maggioranze civiche, il 28% dal centrodestra e il 22% dal centrosinistra.
Gli scioglimenti per mafia non fanno quasi più notizia, salvo qualche sussulto
quando toccano il Nord. Ma il 96% dei casi riguarda le quattro regioni d’origine
delle mafie tradizionali: Calabria, Sicilia, Campania e Puglia. E due terzi sono
concentrati in cinque sole province: Reggio Calabria, Napoli, Caserta, Palermo e
Vibo Valentia. Raramente la politica nazionale si scalda. È successo nel 2024
con Bari, quando il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi insediò una
commissione d’accesso, a seguito di un’indagine antimafia, tre mesi prima del
voto amministrativo che vedeva favorito il centrosinistra (la cosa è finita in
nulla, quasi un anno dopo).
E su quello che succede al termine del commissariamento, di solito cala il
silenzio. “Nel caso dell’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria lo
scioglimento è stato inutile, in entrambe le occasioni, perché le commissioni
hanno solamente gestito il giornaliero, l’ordinario”, è la testimonianza di
Santo Gioffrè, medico e politico che nel 2015 è stato nominato commissario
straordinario dell’ente. “La situazione che hanno lasciato dopo i due
scioglimenti è rimasta immutata. Il rischio è che il commissariamento assomigli
a una foglia di fico, che non si risolve nessuna delle problematiche
strutturali. È un problema che si riscontra anche con alcuni Comuni”.
“Uno dei tratti ricorrenti in tutti i Decreti di scioglimento e nelle Relazioni
prefettizie analizzate sono le forme di sostegno elettorale da parte di
esponenti della criminalità organizzata“, si legge nel dossier. Qualche esempio?
Ad Aprilia (Latina) “tra i sottoscrittori delle liste figurano esponenti di
famiglie mafiose”; a Quindici (Avellino) è stato costruito “un sistema
fraudolento di false dichiarazioni di residenza per garantire il successo
elettorale”. Stando alle relazioni finali delle commissioni d’accesso, i settori
più condizionati dalle mafie sono gli appalti, la gestione del patrimonio
pubblico, l’urbanistica, il (mancato) contrasto all’abusivismo edilizio.
I motivi per “sciogliere” non mancano, ma secondo Avviso pubblico (e non solo,
vedi MillenniuM n. 95) è ora di mettere mano a una sostanziosa riforma. Del
resto, in quel lontano 1991 quella legge fu varata “di fretta perché, fu la
risposta emergenziale che il Governo dell’epoca diede alla cosiddetta ‘faida di
Taurianova‘”, scrive il sociologo Vittorio Mete. Al culmine della guerra fra due
‘ndrine rivali del paese in provincia di Reggio Calabria, una delle vittime finì
decapitata nella piazza principale. La storia fece il giro del mondo, anche
perché i giornali dell’epoca raccontarono che la testa mozzata venne lanciata in
aria e bersagliata di colpi in un macabro tiro a segno.
Quando emerse che uno dei boss ammazzati era consigliere comunale della
Democrazia cristiana, ecco la corsa ad approvare la nuova normativa. Che,
secondo Mete, “non dà gli strumenti necessari per adempiere alla promessa di
ripristinare la legalità e scacciare dal Comune i mafiosi e altri affaristi. Una
commissione straordinaria – che a dispetto del nome che porta non ha più poteri
di quelli ordinariamente assegnati al Consiglio, alla Giunta e al Sindaco – e
che resta in carica al massimo per un paio di anni, fa quel che può”. Un
“provvedimento tampone” che può avere un’efficacia immediata contro
l’infiltrazione mafiosa, “ma arranca quando si tratta di metter mano alle sue
cause”, chiarisce lo studioso. Così succede che “commissaria oggi, commissaria
domani” i cittadini si stufino e dicano in sostanza: “Governate voi che avete il
bollino dello Stato e lasciateci in pace”. Come a San Luca.
Il dossier, curato da Claudio Forleo e Marco De Pasquale dell’Osservatorio
Parlamentare di Avviso pubblico, raccoglie numerose proposte di riforma. Per
esempio, introdurre la possibilità di licenziare i dipendenti comunali “dei
quali è stata acclarata chiaramente infedeltà e coinvolgimento grave”, scrive
Antonio Reppucci, prefetto e commissario straordinario proprio del Comune di San
Luca. I comuni commissariati per mafia sono spesso in dissesto finanziario, e
per marcare davvero la differenza fra il prima e il dopo lo Stato dovrebbe
fornire “risorse umane e finanziarie” eccezionali. Terminato il
commissariamento, sarebbe poi utile un monitoraggio in collaborazione fra
prefettura, forze di polizia e i nuovi organismi politici eletti.
Altre proposte vanno da una riorganizzazione dei tempi dell’intervento, per non
lasciare un comune per tre mesi nell’incertezza se sarà sciolto o meno, a una
migliore selezione del personale prefettizio, oggi attuata con “criteri
burocratici”, scrivono i giuristi amministrativi Renato Rolli e Dario Samarro,
mentre potrebbe avvenire pescando “da un albo nazionale di commissari
specializzati”, con “competenze specifiche nel contrasto alla criminalità
organizzata”. Il dossier sottolinea infine che i documenti relativi allo
scioglimento e al lavoro dei commissari prefettizi sono riservati. Rendere
pubblici, per quanto possibile, i problemi più seri incontrati nella macchina
comunale e le soluzioni adottate rinsalderebbe il rapporto coi cittadini. Che
spesso vedono i commissari come corpi estranei.
L'articolo Comuni sciolti per mafia, una legge da riformare: “Licenziare i
dipendenti collusi, informare di più i cittadini” proviene da Il Fatto
Quotidiano.