Sono furiosi i Comuni, ma anche forzisti e leghisti dei territori del Nord, dopo
lo sospensione delle richieste per il Conto termico 3.0, il fondo pubblico per
le opere di efficientamento energetico e a sostegno delle energie rinnovabili. I
sindaci attendono quei soldi dal 2024, ma la finestra per inviare le domande si
è aperta solo il 3 febbraio 2026, per chiudersi bruscamente un mese dopo, il 3
marzo: troppe richieste, oltre 2 mila, dunque il Gse (Gestore dei servizi
energetici) ha chiuso il rubinetto perché i denari sono finiti. C’erano 900
milioni, 500 per le imprese e 400 per amministrazioni locali e pubbliche
amministrazioni. Il Gse verificherà tutte le istanze: ma in 30 giorni
l’ammontare complessivo è arrivato a 1,3 miliardi di euro. E ora?
IL SINDACO DI LONGARE: “HO APERTO UN MUTUO NELL’ATTESA DEL CONTO TERMICO 3.0”
Il cerino è in mano ai sindaci che aspettavano famelici il Conto termico 3.0,
per dare fiato a bilanci massacrati dai tagli (anche del governo Meloni). Molti
amministratori hanno avviato i lavori, si sono indebitati, e ora non sanno come
pagare le aziende e rimborsare i crediti. Il caso esemplare è a Longare, 5.500
anime in provincia di Vicenza. “Ho scritto al prefetto perché sono in ginocchio
e non so come finanziare i lavori”, dice a ilfattoquotidiano.it il sindaco
33enne Matteo Zennaro. Ha inviato la richiesta al Gse il 17 febbraio e ora manda
l’avviso al ministero dell’Ambiente: “Se non arrivano i soldi del Conto termico
al mio Comune sono pronto a chiudere gli uffici e consegnare le chiavi a
Pichetto Fratin, così ci pensa lui a fare il sindaco”. Il primo cittadino veneto
è infuriato perché ha aperto un mutuo da un milione di euro, con lo scopo di
tamponare i ritardi del Conto termico 3.0 e concludere i lavori nel palazzetto
dello sport. Senza il credito, rischiava di perdere anche i fondi del
Dipartimento sport di palazzo Chigi: 250 mila euro. Sono serviti a ristrutturare
l’impianto sportivo per renderlo accessibile ai disabili, anche grazie al
milione stanziato dalla Regione Veneto: all’appello mancavano solo i soldi del
Conto termico 3.0. Ecco perché Zennaro ha aperto un mutuo: contava sui soldi dal
Gse per rimborsarlo. Per ora il Gestore energetico ha sospeso le richieste.
LE PROTESTE SU FACEBOOK: “UN MILIARDO DI RICHIESTE? CON LA FAME DI SOLDI CHE C’È
NON MI STUPISCO”
Zennaro non è l’unico sindaco arrabbiato e deluso. Sulla pagina Facebook “Se sei
sindaco”, il gruppo degli amministratori locali accessibile solo agli iscritti,
fioccano le proteste. Scrive sulla bacheca l’ex sindaco di Rolo Luca Nasi:
“Conto termico 3.0 già esploso, 400 milioni sono un’inezia, tipo 200 scuole
l’anno…”. “Forse non conoscono la Penisola e abitano a Montecarlo”, gli fa eco
Michele De Sabata, primo cittadino di Premiaricco. “Sembrano arrivate oltre 1
miliardi di richieste”, fa notare l’amministratore del gruppo Davide Ferrari, ex
sindaco leghista passato a palazzo Chigi. “Con la fame di soldi che c’è non mi
stupisco”, gli risponde Fausto Prampero, primo cittadino a Varmo.
A far saltare il banco è stata la novità più attesa del Conto termico 3.0:
rimborso fino al 100 per cento del costo delle opere, per Comuni sotto i 15 mila
abitanti. Una sorta di superbonus per i piccoli municipi. L’85 per cento delle
2.200 domande inviate in un mese riguarda quel tipo di intervento, secondo la
viceministra dell’Ambiente Vannia Gava (Lega). L’incentivo copre le
ristrutturazioni green di scuole, case di riposo per anziani, centri diurni per
i disabili. Non solo: le nuove regole ampliano la platea dei beneficiari,
includendo cooperative, comunità energetiche e le cosiddette Esco (Energy
Service Company). Dunque, dicono gli amministratori, l’aumento delle richieste
era prevedibile e occorreva adeguare la dotazione: 900 milioni non bastano per
l’edilizia green. Lo scopo del Conto termico è risparmiare energia e soldi nelle
bollette di luce e gas, con pompe di calore, caldaie ecologiche, infissi nuovi,
cappotti termici, impianti fotovoltaici e altri interventi. Con la guerra in
Iran e il timore di nuovi rincari petroliferi, un’esigenza quanto mai viva per
le pubbliche amministrazioni. Del resto, la misura doveva servire ad aumentare i
fondi per le opere di efficientamento energetico, insufficienti, per via dei
rincari energetici esplosi dopo la pandemia e con la guerra in Ucraina. Correva
l’anno 2022, Draghi era al governo: da allora il tema è in agenda.
IL DECRETO ARENATO CON MELONI E PICHETTO
Ma con Giorgia Meloni a palazzo Chigi e Gilberto Pichetto Fratin al ministero
dell’Ambiente, il dossier si è arenato. Aziende edili e Comuni aspettavano il
decreto del Mase sul Conto termico 3.0 già nell’estate 2024, dopo la chiusura a
maggio del Tavolo tecnico. Invece è arrivata la lunga lista dei rinvii con
imprese e pubbliche amministrazioni sempre sulle spine. L’8 aprile 2025 l’Anci
ha spedito una lettera a Gilberto Pichetto Fratin per sollecitare la pratica:
“in diversi territori, come il Veneto o l’Emilia-Romagna, il rischio che le
amministrazioni comunali perdano risorse importanti per efficientare il proprio
patrimonio sta generando da settimane un crescente malcontento”. Il decreto
ministeriale per il Conto Termico 3.0 è giunto il 7 agosto 2025. Il 19 dicembre
il Mase ha approvato le Regole applicative. Dal 3 febbraio giungono le richieste
al portale del Gse, da ieri è impossibile inviarne altre. Tutti gli
amministratore si pongono una domanda: il ministero dell’Ambiente stanzierà
nuovi fondi o il cerino resterà nelle mani dei sindaci?
L'articolo La beffa dei fondi green per i Comuni: soldi finiti in un mese. Il
sindaco di Longare: “Pronto a consegnare le chiavi a Pichetto” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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Meno costi per le amministrazioni pubbliche. Meno consumi energetici ed
emissioni e, anche, una maggior sicurezza, legata ad un controllo centralizzato
e intelligente delle reti di illuminazioni. È questo l’obiettivo del Disegno di
Legge 170 della XIX Legislatura, intitolato “Disposizioni per l’efficientamento
dell’illuminazione pubblica e degli edifici attraverso la promozione di sistemi
di illuminazione digitalizzati di ultima generazione”, presentato ieri in
Senato. Il disegno di legge scaturisce da uno studio di ASSIL – Associazione
produttori di illuminazione (che raggruppa 90 aziende produttrici che coprono
oltre il 68% del fatturato complessivo del settore), realizzato con il
Politecnico di Milano, secondo cui in Italia ci sono circa 10 milioni di punte
luce pubblici, di cui circa il 65% per cento già convertiti a tecnologia LED. Ne
restano, dunque, 3,5 milioni.
NON SOLO SEMPLICE SOSTITUZIONE
Lo studio delinea tre possibili scenari: quello più conservativo che prevede la
sostituzione dei corpi illuminanti obsoleti con soluzioni LED efficienti – e
investimenti pari a 330-350 milioni di euro annui – fino a quello più avanzato –
con investimenti medi annui superiori a 1 miliardo di euro – che prevede, oltre
alla completa conversione LED, una digitalizzazione completa del sistema, con
protocolli di comunicazione, controllo remoto, dimmerazione (regolazione
intensità luminosa) e tecnologie come il Tunable White (regolazione della
tonalità di bianco della luce). Si tratta, in sintesi, di introdurre sistemi di
illuminazione intelligenti e digitalizzati basati su tecnologie LED, sensori di
luminosità e piattaforme di gestione remota, in grado di integrare funzioni di
monitoraggio, automazione e manutenzione predittiva. Misure coerenti con i
principi delle smart city e con gli obiettivi della direttiva Direttiva europea
EPBD IV (Energy Performance of Buildings Directive), che impone il miglioramento
della prestazione energetica degli edifici (entro il 2030 tutti i nuovi edifici
dovranno essere a emissioni zero, dal 2028 per i pubblici). E con lo stesso
PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima). Sempre secondo lo studio, lo
scenario di base consentirebbe un risparmio di 1,7 GW (equivalente a una
riduzione di 424 tonnellate di CO2), quello avanzato fino a 2,4 GW (619
tonnellate in meno di CO2).
NON SOLO STRADE. SCUOLE, OSPEDALI, MUSEI
Incentivi a favore del cosiddetto “smart lighting”, spiega il rapporto del
Politecnico di Milano, già esistono: i Certificati Bianchi o TEE (Titoli di
Efficienza Energetica), che ammontano a 509.000; il Conto Termico, che ha
incentivato 2.133 interventi di illuminazione efficiente nella Pubblica
amministrazione; il PREPAC, programma dedicato alla Pubblica Amministrazione
centrale, con una copertura di 75 milioni di euro annui; il Fondo Nazionale per
l’Efficienza Energetica (FNEE), il Piano Transizione 5.0, che incentiva
investimenti in illuminazione intelligente. In questo quadro, lo scopo del
disegno di legge è aumentare l’ambizione, fornendo un quadro di riferimento
chiaro sulle migliori tecnologie disponibili per modernizzare le infrastrutture
luminose nel comparto pubblico.
Ma cosa si intende esattamente con illuminazione pubblica? “L’immagine che viene
subito in mente è quella delle lampade lungo le strade della città, ma con
questa espressione si intendono anche le luci degli uffici, delle scuole e degli
ospedali, insomma tutto il mondo dell’illuminazione professionale pubblica”,
spiega Andrea Solzi, direttore generale ASSIL. “Va detto subito che in Italia,
dove vigono i cosiddetti CAM, o criteri ambientali minimi, abbiamo già fatto un
importante passaggio dai sistemi di illuminazione tradizionale, ovvero le
vecchie lampade a filamento a scarica nelle città al mondo dei LED. Ad esempio,
Milano ha completato il passaggio già dal 2015. Le tecnologie attuali consentono
anche una maggiore adattività, che significa che i sistemi possono aumentare
l’illuminazione quando c’è maggiore afflusso di pedoni o macchine, oppure
abbassare in automatico se non passa nessuno. Oltre al risparmio, esiste anche
un maggiore confort visivo”.
E proprio su quest’ultimo punto, come su quello del risparmio energetico, c’è
ancora molto da fare per ospedali, scuole, uffici, dove spesso le tecnologie
sono ancora obsolete. In particolare, proprio scuole e ospedali, ma anche i
musei, sono analizzati come fronti chiave del cambiamento. I primi perché
l’illuminazione agisce direttamente su sicurezza e accuratezza delle attività
cliniche e sul benessere di pazienti e personale, oltre al fatto che sono aperte
h24. Le seconde perché l’illuminazione influisce con la concentrazione e con i
ritmi biologici dell’organismo. Nei musei, infine, sono particolarmente
rilevanti i livelli tecnologici avanzati di illuminazione, al fine di bilanciare
conservazione delle opere, confort visivo e riduzione dei consumi energetici.
UNA LUCE MIGLIORE, UNA SALUTE MIGLIORE
“Quando si fanno riqualificazione di queste opere pubbliche”, continua Andrea
Solzi, “bisognerebbe pensare anche al ruolo dell’illuminazione, che dovrebbe
essere subordinata alle destinazioni d’uso e alle necessità e integrarsi con la
luce naturale e seguire i cicli circadiani – come il ritmo sonno-veglia – per
garantire più benessere e dunque più salute. Anche considerando che i sistemi di
illuminazione hanno una vita molto lunga quindi quando li modifichiamo poi per
vent’anni resteranno al loro posto. Insomma, non possiamo più pensare a una
sostituzione automatica con LED e basta. Tra l’altro l’illuminazione ormai può
essere integrata con il riscaldamento, con i sistemi di motorizzazione delle
tapparelle o degli oscuranti”.
Entro sei mesi dall’approvazione del testo, la Conferenza Stato Regioni dovrà
adottare le linee guida nazionali per l’efficientamento dell’illuminazione
pubblica e degli edifici pubblici, aggiornate con cadenza triennale,
promuovendo, appunto, l’uso di sistemi digitalizzati di ultima generazione.
“Questo disegno di legge”, conclude il direttore ASSIL, mira a ribadire che
quando ci sono interventi di riqualificazione delle opere pubbliche bisogna
adottare sistemi di illuminazione con tecnologie avanzate, sensibilizzando
l’amministrazione pubblica sul tema. Oltretutto è un disegno di legge che non
prevede spese aggiuntive, perché adottando questo sistemi si ottengono risparmi
consistenti. Infatti i tempi di ritorno sull’investimento – Payback Time – sono
brevi, circa due anni C’è, in sostanza, una grande convenienza economica, oltre
a grandi benefici ambientali. Due cose che vanno sempre più di pari passo”.
L'articolo Illuminazione pubblica, un disegno di legge per consumare e inquinare
meno (e far risparmiare le amministrazioni) proviene da Il Fatto Quotidiano.
Hanno incontrato dodici comunità dal nord al sud del Paese, da ottobre alla metà
di dicembre, coinvolgendo 300 partecipanti che hanno fornito segnalazioni per
comporre una “Mappa dei Rischi” in vista del successivo appuntamento. Quello che
ci sarà a breve volto al confronto con i tecnici delle amministrazioni comunali
sui contenuti del Piano di Protezione Civile, per poi terminare con un ultimo
incontro per comporre delle proposte ai fini dell’aggiornamento dei Piani
comunali di Protezione Civile.
È il cuore del progetto “Sicuri Insieme” di Cittadinanzattiva, organizzazione
che nasce nel 1978 e si occupa di emergenze e rischio. Il progetto, finanziato
dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, è nato per informare ma
soprattutto rendere attivi e consapevoli i cittadini rispetto ai rischi del
territorio in cui vivono. E farne “sentinelle” in grado di inoltrare
segnalazioni. “Nonostante esista il sistema della Protezione civile e ci siano i
Piani di Protezione civile comunali, non è detto che siano patrimonio condiviso
da tutti”, spiega Raniero Maggini, responsabile delle Politiche dell’Ambiente e
del Territorio di Cittadinanzattiva. “Da qui l’idea di tentare un percorso
sperimentale per incontrare i cittadini e condividere i rischi visibili o celati
per il territorio. Cittadini, soprattutto, oltre ad associazioni locali”.
OLTRE 7 MILIONI DI CITTADINI A RISCHIO
Secondo l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA),
il 94,5% dei Comuni italiani (7.463) è a rischio per frane, alluvioni, valanghe
ed erosione costiera. 1,28 milioni sono gli abitanti in aree a pericolosità
elevata e molte elevata per il rischio frane e 6,8 milioni quelli che abitano
nelle zone a rischio alluvione. Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Campania,
Lombardia, e Liguria le regioni con maggior popolazione a rischio. Come rileva
inoltre il Rapporto SNPA (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) del
2024, le caratteristiche morfologiche, geologiche, idrologiche, meteo-climatiche
e sismiche del nostro Paese determinano una vulnerabilità strutturale del
territorio ai fenomeni naturali, aggravata dai cambiamenti climatici e dalle
pressioni antropiche.
È proprio rispetto a questo scenario che si rivolge il progetto “Sicuri
Insieme”, che si sviluppa, incontrando le comunità in tre tappe. La prima è la
raccolta delle percezioni dei cittadini sui rischi del territorio in cui vivono,
anche per capire se esista una memoria collettiva di eventuali disastri. Gli
incontri sono stati disseminati sul territorio: Acqui Terme per il Piemonte,
Oratino per il Molise, Chiavari per la Liguria, Cecina per la Toscana, Ariano
Irpino per la Campania, Foggia per la Puglia, Bologna per l’Emilia Romagna,
Bassano del Grappa per il Veneto, Teramo per l’Abruzzo, Cascia per l’Umbria e
Policoro per la Basilicata. Quali i temi affrontati? “I cittadini sono, ad
esempio, molto consapevoli del consumo di suolo, cioè del fatto che non
bisognava arrivare col cemento fino alle sponde dei fiumi, anche se c’è ansia
rispetto a come poter risolvere la questione”, sostiene sempre Raniero Maggini.
“A Bassano del Grappa è emerso il tema del cambiamento climatico e del fatto che
si tratta di una zona soggetta a grandine gigante, con numerosi danni. In questa
prima fase si tratta di avvicinare la percezione dei cittadini alla
consapevolezza”.
Il secondo incontro che si terrà a breve sarà di confronto con gli uffici
tecnici delle amministrazioni deputati alla stesura o aggiornamento del Piano di
Protezione civile. In questo frangente si vedrà se quanto percepito dai
cittadini corrisponda alle previsioni di correzione dei piani o di quanto
l’amministrazione intende fare. Il terzo invece sarà un appuntamento dedicato a
inoltrare proposte alle amministrazioni.
IL DISSESTO E I RISCHI NON HANNO COLORE POLITICO
In tutti e tre gli incontri Cittadinanzattiva è presente e gioca un ruolo da
mediatrice. “I cittadini possono anche funzionare sul fronte della prevenzione
di possibili danni futuri”, ricorda il responsabile delle Politiche
dell’Ambiente e del Territorio di Cittadinanzattiva. “Ad esempio sono rimasto
sorpreso che il più giovane dei ragazzi che ha partecipato all’incontro a
Bassano ha ricordato che quel territorio sarebbe in realtà un territorio ad alto
rischio sismico, anche se l’ultima scossa importante è stata nel 1600. In 400
anni si è persa la memoria, però ci ha ricordato del fatto che il centro storico
non sarebbe pronto a un tale evento”.
Ma quali i rischi più menzionati dai cittadini? Quello idrogeologico è al primo
posto (16,67%), seguito da quello idraulico (13%9, quello sismico (13,3%),
quindi gli eventi meteorologici estremi: l’inquinamento delle acque e quello
atmosferico (al 10%), gli incendi boschivi (al 6,67%) e l’inquinamento del suolo
(al 5%), pari al rischio di stress idrico. Infine, più bassi – all’1,67% – il
rischio igienico-sanitario, l’inquinamento elettromagnetico, le isole di calore
urbano, il nucleare, il rischio crollo edifici. Le mappe dei rischi sono
particolarmente importanti perché, dice ancora Maggini “se ho una mappa della
vulnerabilità del territorio di fatto questa rappresenta già una sorta di piano
urbanistico, perché quest’ultimo non può essere fatto senza tenerne conto”.
L’altro aspetto interessante del progetto sta nel fatto che si rivolge ad
amministrazioni di diverso colore politico. Si punta insomma al concreto,
valorizzando la cittadinanza “tanto che per il primo incontro abbiamo comunque
privilegiato il contributo dei cittadini anche nel caso fossero presenti
rappresentanti delle amministrazioni, raccogliendo le indicazioni dei
partecipanti, il loro spontaneo sentire”, sottolinea responsabile
dell’associazione. Solo successivamente il passaggio con i tecnici, infine con
la politica, a cui portare proposte di sintesi.
Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva, conclude così:
“Con ‘Sicuri Insieme’ intendiamo sperimentare percorsi che uniscano tutti gli
attori di una comunità per contribuire all’aggiornamento dei piani comunali,
attraverso nuove forme di partecipazione”. Indicazioni che arrivano dal basso,
non pensate “dall’alto” da istituzioni che spesso sono assai meno consapevoli di
ciò che accade sul territorio e dei pericoli che nasconde. A maggior ragione con
un clima stravolto e il moltiplicarsi di eventi estremi.
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L'articolo “Insieme Sicuri”, il progetto che esorta i cittadini a segnalare i
rischi ambientali proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è il caso limite del Comune di Marano, 57 mila abitanti in provincia di
Napoli, che è stato sciolto per condizionamento mafioso ben cinque volte, di cui
tre negli ultimi nove anni. Ma sono tante le amministrazioni locali su cui la
scure della legge varata nel 1991 si è abbattuta a ripetizione. Ventidue Comuni
italiani sono stati sciolti tre volte, per esempio San Luca, paese aspromontano
considerato la culla della ‘ndrangheta, ma che fa 3300 abitanti, certo non tutti
mafiosi o complici. E sono ben 60 quelli sciolti due volte, fra i quali Casal di
Principe, Caivano, Nettuno… Numeri che suonano come un campanello d’allarme: il
commissariamento per mafia funziona davvero, se così spesso si riparte da zero?
Lo Stato può cancellare con un colpo di spugna un risultato elettorale, può
mandare a casa sindaco, giunta, e tutti i consiglieri comunali, di maggioranza e
di opposizione, collusi e no, se poi non riesce a garantire una svolta nel segno
della legalità? Proprio a San Luca, al commissariamento per mafia si è aggiunto
quello per la mancata presentazione di liste elettorali. Non si rischia di
allontanare ulteriormente i cittadini dalla politica?
Sono le domande che si pone Avviso pubblico, la rete degli enti locali contro le
mafie e la corruzione, che ha presentato a Roma oggi, martedì 2 dicembre, il
dossier Il male in Comune, ricco di dati e proposte per rendere più efficace
questa legge-bandiera del movimento antimafia. Dal 2 agosto 1991 al 30 settembre
2025 sono stati 402 gli scioglimenti di enti locali per infiltrazioni mafiose
decisi dal Consiglio dei Ministri e promulgati da decreti del Presidente della
Repubblica: in media uno al mese, per 34 anni. Tenendo conto dei citati
scioglimenti plurimi, sono stati colpiti 288 Comuni e 6 Aziende sanitarie
provinciali. Solo in 24 casi i giudici del Tar e del Consiglio di Stato hanno
annullato il provvedimento.
Altra nota dolente: ben 62 sindaci di Comuni sciolti sono tornati trionfalmente
sulla poltrona alle consultazioni successive: 31 di nuovo come sindaci, 29 come
consiglieri comunali, due come assessori. C’è poi un dato curioso. Indovinate
quali governi hanno “sciolto” di più, anche in relazione alla loro durata?
Quelli di Gentiloni e Monti, sostenuti da maggioranze trasversali. A proposito:
sull’insieme dei Comuni che hanno subito il provvedimento, il 50% era retto da
maggioranze civiche, il 28% dal centrodestra e il 22% dal centrosinistra.
Gli scioglimenti per mafia non fanno quasi più notizia, salvo qualche sussulto
quando toccano il Nord. Ma il 96% dei casi riguarda le quattro regioni d’origine
delle mafie tradizionali: Calabria, Sicilia, Campania e Puglia. E due terzi sono
concentrati in cinque sole province: Reggio Calabria, Napoli, Caserta, Palermo e
Vibo Valentia. Raramente la politica nazionale si scalda. È successo nel 2024
con Bari, quando il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi insediò una
commissione d’accesso, a seguito di un’indagine antimafia, tre mesi prima del
voto amministrativo che vedeva favorito il centrosinistra (la cosa è finita in
nulla, quasi un anno dopo).
E su quello che succede al termine del commissariamento, di solito cala il
silenzio. “Nel caso dell’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria lo
scioglimento è stato inutile, in entrambe le occasioni, perché le commissioni
hanno solamente gestito il giornaliero, l’ordinario”, è la testimonianza di
Santo Gioffrè, medico e politico che nel 2015 è stato nominato commissario
straordinario dell’ente. “La situazione che hanno lasciato dopo i due
scioglimenti è rimasta immutata. Il rischio è che il commissariamento assomigli
a una foglia di fico, che non si risolve nessuna delle problematiche
strutturali. È un problema che si riscontra anche con alcuni Comuni”.
“Uno dei tratti ricorrenti in tutti i Decreti di scioglimento e nelle Relazioni
prefettizie analizzate sono le forme di sostegno elettorale da parte di
esponenti della criminalità organizzata“, si legge nel dossier. Qualche esempio?
Ad Aprilia (Latina) “tra i sottoscrittori delle liste figurano esponenti di
famiglie mafiose”; a Quindici (Avellino) è stato costruito “un sistema
fraudolento di false dichiarazioni di residenza per garantire il successo
elettorale”. Stando alle relazioni finali delle commissioni d’accesso, i settori
più condizionati dalle mafie sono gli appalti, la gestione del patrimonio
pubblico, l’urbanistica, il (mancato) contrasto all’abusivismo edilizio.
I motivi per “sciogliere” non mancano, ma secondo Avviso pubblico (e non solo,
vedi MillenniuM n. 95) è ora di mettere mano a una sostanziosa riforma. Del
resto, in quel lontano 1991 quella legge fu varata “di fretta perché, fu la
risposta emergenziale che il Governo dell’epoca diede alla cosiddetta ‘faida di
Taurianova‘”, scrive il sociologo Vittorio Mete. Al culmine della guerra fra due
‘ndrine rivali del paese in provincia di Reggio Calabria, una delle vittime finì
decapitata nella piazza principale. La storia fece il giro del mondo, anche
perché i giornali dell’epoca raccontarono che la testa mozzata venne lanciata in
aria e bersagliata di colpi in un macabro tiro a segno.
Quando emerse che uno dei boss ammazzati era consigliere comunale della
Democrazia cristiana, ecco la corsa ad approvare la nuova normativa. Che,
secondo Mete, “non dà gli strumenti necessari per adempiere alla promessa di
ripristinare la legalità e scacciare dal Comune i mafiosi e altri affaristi. Una
commissione straordinaria – che a dispetto del nome che porta non ha più poteri
di quelli ordinariamente assegnati al Consiglio, alla Giunta e al Sindaco – e
che resta in carica al massimo per un paio di anni, fa quel che può”. Un
“provvedimento tampone” che può avere un’efficacia immediata contro
l’infiltrazione mafiosa, “ma arranca quando si tratta di metter mano alle sue
cause”, chiarisce lo studioso. Così succede che “commissaria oggi, commissaria
domani” i cittadini si stufino e dicano in sostanza: “Governate voi che avete il
bollino dello Stato e lasciateci in pace”. Come a San Luca.
Il dossier, curato da Claudio Forleo e Marco De Pasquale dell’Osservatorio
Parlamentare di Avviso pubblico, raccoglie numerose proposte di riforma. Per
esempio, introdurre la possibilità di licenziare i dipendenti comunali “dei
quali è stata acclarata chiaramente infedeltà e coinvolgimento grave”, scrive
Antonio Reppucci, prefetto e commissario straordinario proprio del Comune di San
Luca. I comuni commissariati per mafia sono spesso in dissesto finanziario, e
per marcare davvero la differenza fra il prima e il dopo lo Stato dovrebbe
fornire “risorse umane e finanziarie” eccezionali. Terminato il
commissariamento, sarebbe poi utile un monitoraggio in collaborazione fra
prefettura, forze di polizia e i nuovi organismi politici eletti.
Altre proposte vanno da una riorganizzazione dei tempi dell’intervento, per non
lasciare un comune per tre mesi nell’incertezza se sarà sciolto o meno, a una
migliore selezione del personale prefettizio, oggi attuata con “criteri
burocratici”, scrivono i giuristi amministrativi Renato Rolli e Dario Samarro,
mentre potrebbe avvenire pescando “da un albo nazionale di commissari
specializzati”, con “competenze specifiche nel contrasto alla criminalità
organizzata”. Il dossier sottolinea infine che i documenti relativi allo
scioglimento e al lavoro dei commissari prefettizi sono riservati. Rendere
pubblici, per quanto possibile, i problemi più seri incontrati nella macchina
comunale e le soluzioni adottate rinsalderebbe il rapporto coi cittadini. Che
spesso vedono i commissari come corpi estranei.
L'articolo Comuni sciolti per mafia, una legge da riformare: “Licenziare i
dipendenti collusi, informare di più i cittadini” proviene da Il Fatto
Quotidiano.