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Gli operai di Stellantis: “Invita i fornitori ad andare in Algeria e il governo dei patrioti tace di fronte ai poteri forti come Elkann”
Non c’è soltanto il rischio delocalizzazione per l’indotto auto piemontese in Algeria, dopo la richiesta di Stellantis alle aziende della componentistica e dei fornitori di seguirla nel Paese nordafricano, dove prevede di espandere la produzione nello stabilimento di Tafraoui, al quale ha assegnato 6 nuovi modelli e punta all’assemblaggio di 90mila vetture all’anno. Sotto al ministero delle Imprese e del Made in Italy, in occasione della convocazione da parte del ministro Adolfo Urso del tavolo sull’Automotive, c’è anche chi ha scelto di venire a Roma e mobilitarsi. Perché, di fatto, il lavoro rischia di averlo già perso, al massimo con la sola prospettiva della cassa integrazione fino a fine anno. È il caso di un centinaio di lavoratori della Primotecs di Avigliana, fornitore storico di componenti per auto, Stellantis inclusa, della città metropolitana di Torino, che affronta una grave crisi e il rischio chiusura: “Algeria? Da noi la famiglia Agnelli-Elkann ha già raggiunto il suo obiettivo, di fatto quello di mandarci a casa. Fino a qualche anno fa eravamo più di 500 persone, negli anni siamo scesi sotto i 160 dipendenti. Ora finiremo in cassa perché non abbiamo più commesse, grazie anche alla politica di Stellantis e alla volontà di esternalizzare tutto verso Paesi ‘low cost’“, denuncia un lavoratore. Ma la vicenda Primotecs non è certo l’unica, forse soltanto simbolica. Circa 300 sono i lavoratori in presidio provenienti da aziende di tutta Italia: dagli stabilimenti Stellantis di Pomigliano, Torino Mirafiori, Melfi, Cassino e Termoli, passando per Bekaert Sardegna, Iveco, Dana e Marelli e non solo. Tutti con storie e destini simili, tra casse integrazioni infinite e crisi permanenti. “Nel nostro Paese ci troviamo di fronte a un processo di autodistruzione del sistema dell’automotive che va fermato. Ci sono 10mila lavoratori a rischio. Va fermata la fuga di Stellantis dall’Italia. Gli investimenti vengono fatti ovunque, ma non da noi”, attacca Michele De Palma, segretario generale della Fiom Cgil. E, in vista dell’incontro del prossimo 2 febbraio nella sede dell’Unione industriali di Torino, chiamato “Stellantis Algeria meets Turin companies”, con il quale l’azienda franco-italiana che ha come primo azionista Exor sta cercando di chiamare a raccolta i fornitori per convincerli a investire nel Paese nordafricano, De Palma rivendica: “Si riuniscono le aziende della componentistica per provare ad inseguire posti dove si pagano meno i lavoratori e dove non si rispettano i diritti sindacali. Come si difende e si protegge la produzione industriale dell’automotive del nostro Paese? Delocalizzando le produzioni in Algeria e poi magari comprando da quel Paese le auto, magari pure con un bonus pagato dagli italiani?”, continua il segretario Fiom Cgil. E ancora: “Come mai il ministro non ha detto una sola parola sulla delocalizzazione in Algeria? Cioè il governo che ogni mattina si sveglia e ci dice che dobbiamo mettere la mano sul cuore per cantare l’inno nazionale, poi dopo quando si tratta di garantire la sovranità industriale del Paese non dice una parola? E come è possibile che c’è un intervento di vendita di Iveco a Tata (gruppo franco-indiano, ndr) senza che ci sia la presenza e la garanzia del governo italiano? Abbiamo già avuto un’esperienza: si chiamava Marelli. Noi stiamo permettendo alla famiglia Elkann di fare soldi sulla pelle di un intero Paese”, attacca. Così, mentre la crisi dell’auto in Italia è dimostrata dai numeri, appena 213mila auto prodotte nel 2025 e il -60% in due anni, mai così poche dal 1954, Stellantis continua a guardare altrove, lasciando gli operai nell’ansia: “Dal 1999 lavoro in Stellantis, in carrozzeria. In quegli anni l’azienda era sempre piena di gente, sempre piena di lavoro. Ad oggi siamo molto preoccupati perché ci rendiamo conto che un modello solo non basterà. Siamo molto preoccupati per l’incontro che ci sarà per cercare di spostare l’indotto, i fornitori e tutto il sistema che ci dà lavoro e che ci fornisce materiale, in Algeria”, spiega una lavoratrice. Altri temono lo stesso destino: “Spostare la produzione vorrebbe dire una crisi che può toccare migliaia di dipendenti”. Attacca anche Rocco Palombella, segretario generale Uilm: “Anche Tavares aveva fatto la stessa cosa in Marocco. È cambiato l’amministratore delegato, ma la musica rimane la stessa? Noi ci aspettiamo che il nostro indotto possa poter lavorare, perché gli stabilimenti sono qui, i lavoratori sono qui. Sono quelli che stanno pagando di più il peso di queste scelte sbagliate che si stanno realizzando, quindi consideriamo sia il Marocco che l’Algeria due scelte sbagliate”. Intanto, dal tavolo automotive, sottolinea la Fiom, “non sono arrivate risposte sufficienti”, precisano lo stesso De Palma e il segretario nazionale Samuele Lodi, segnalando la “riduzione del fondo automotive, da 8 a 1,6 miliardi in cinque anni, senza alcuna condizione nei finanziamenti pubblici per garantire l’occupazione in Italia”. E ancora: “Il tavolo automotive deve diventare un tavolo permanente a Palazzo Chigi. La presidenza del Consiglio deve assumersi la responsabilità di guidare un confronto per contrastare il reale pericolo di perdere un settore strategico per la nostra industria”. “Viviamo di cassa integrazione. In passato era concepita come un fatto momentaneo, per poi rilanciare le aziende. Oggi invece è utilizzata per spegnere le aziende, per far prendere tempo per delocalizzare. Cassino sta morendo, è una fabbrica che si sta svuotando e con essa tutto il territorio. Chiediamo la discesa in campo del governo: difende tanto l’italianità a chiacchiere, ma nei fatti vogliamo che prenda posizione”, denuncia un’altra lavoratrice in presidio. “Il governo dimostra di essere arrendevole di fronte ai poteri forti. Ed è Elkann lo è”. Altri lanciano un appello: “Se lui è diventato quello che è diventato, è grazie all’Italia, perché è stato aiutato parecchio, sia lui che la sua famiglia. Credo che questa non sia la ricompensa giusta per il popolo italiano e i suoi lavoratori. Ci ripensi. ll futuro è in Italia e in Europa”. L'articolo Gli operai di Stellantis: “Invita i fornitori ad andare in Algeria e il governo dei patrioti tace di fronte ai poteri forti come Elkann” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Un’auto elettrica su 5 venduta in Italia è “made in Cina”. L’alert della Uilm: “L’invasione è realtà, il governo si muova”
Ogni cinque auto elettriche vendute in Italia nel 2025, una era cinese. Una percentuale che fa dire alla Uilm: “L’invasione diventa realtà”. Il sindacato ha elaborato i dati Unrae notando come lo scorso anno sia stato quello del boom delle vetture ecologiche “made in China” che vanno verso un dominio del mercato, con una crescita del 336% in un contesto che ha visto lievitare le vendite del 44 per cento. Negli scorsi dodici mesi sono state vendute in Italia 94.973 auto elettriche, quasi 30mila in più rispetto al 2024 quando ne furono vendute 65.989. E le cinesi? Sono passate da 4.200 unità a 18.300, triplicando la quota di mercato nel contesto della motorizzazione green dal 6,4 al 19%. LA GRANDE CORSA DELLE CINESI Se si allarga il contesto alle vendite totali, i gruppi cinesi – la Uilm ha considerato i marchi Mg, BYD, Omoda&Jaecoo, Leapmotor che fa capo a Stellantis, Dfsk, Lynk&Co, Polestar e Voyah – si assestano al 6,5% con 99mila auto vendute, quando nel 2024 si fermavano al 3% con 47mila unità. E le auto elettriche prodotte in Italia? Sempre più marginali: nel segmento della motorizzazione sono scese dal 3,6% del 2024 all’1,8%, frutto delle appena 1.735 vetture vendute da Stellantis con la 500 elettrica assegnata a Mirafiori. Nel conteggio non sono state inserite le auto di Dr Automobiles, che assembla nelle fabbriche italiane componenti cinesi di Chery, Dongfeng, Jac e Baic. “Per anni abbiamo avvertito il Governo sul rischio dell’invasione di auto cinesi nel nostro mercato e in Europa, grazie a costi più bassi che minano la concorrenza. Oggi, con la nostra ricerca, dimostriamo numeri alla mano, che quel rischio è diventato realtà e c’è bisogno di una scossa immediata per evitare un disastro occupazionale, sociale e industriale senza precedenti”, ha spiegato il segretario generale della Uilm Rocco Palombella. SOLO DUE AUTO ITALIANE TRA I 50 MODELLI PIÙ VENDUTI Anche perché dei primi 50 modelli più venduti in Italia nel 2025, appena due sono prodotti nel nostro Paese: la Fiat Panda, regina del mercato domestico, con 102mila vetture sfornate a Pomigliano d’Arco, e l’Alfa Romeo Tonale con 10.700 unità assemblate sempre nello stabilimento campano. Numeri che restano esiziali di fronte alle 1,525 milioni di auto vendute lo scorso anno, in calo del 2,1 per cento rispetto al 2024. “I dati sulle immatricolazioni in Italia delineano un quadro drammatico per l’industria automobilistica nazionale – sottolinea il leader Uilm – Mentre il mercato complessivo registra una piccola flessione e la produzione crolla ai livelli del Dopoguerrra, i gruppi cinesi raggiungono una crescita senza precedenti sia nell’elettrico che nel termico”. PALOMBELLA: “STELLANTIS PORTI QUI NUOVI MODELLI” La corsa dei cinesi, infatti, ha visto le vendite totali aumentare del 110% in un mercato in difficoltà. “Quella che avevamo previsto come un’invasione è diventata realtà – conclude – Siamo in una tempesta perfetta. Senza interventi immediati, rischiamo di perdere una filiera fondamentale. Chiediamo a Stellantis nuovi modelli, prioritariamente ibridi, in tutti gli stabilimenti italiani per rilanciare la produzione e salvaguardare l’occupazione e l’anticipo del piano industriale. Chiediamo all’Unione europea di cancellare le regole assurde del Green Deal e e sostenere la produzione interna prima di considerare la rimozione dei dazi alla Cina. Al Governo diciamo che il tempo delle passerelle è finito”. L'articolo Un’auto elettrica su 5 venduta in Italia è “made in Cina”. L’alert della Uilm: “L’invasione è realtà, il governo si muova” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Beko, gli operai di Cassinetta in presidio a Palazzo Lombardia: “Promesse di investimenti non mantenute”
Sono partiti alle 6 di mattina con un pullman dalla sede di Cassinetta di Biandronno, vicino a Varese, gli operai dello stabilimento Beko Europe. Un’altra giornata di sciopero perché, nonostante le rassicurazioni, la luce non si vede ancora e il pericolo – sostengono – è tutt’altro che scampato. A Milano, davanti a Palazzo Lombardia, si è tenuto martedì mattina un incontro con la Regione e un presidio per chiedere all’azienda il rispetto degli accordi raggiunti con i sindacati il 14 aprile. Quel giorno il gruppo turco a cui fa capo la fabbrica aveva promesso la salvezza di tutti i siti produttivi, 300 milioni di investimenti di cui secondo i lavoratori non c’è traccia e una riduzione degli esuberi, da gestire con uscite volontarie incentivate. La fabbrica fa parte dei cinque stabilimenti ex-Whirpool passati, nel 2024, al gruppo turco Arçelik, colosso del settore degli elettrodomestici. Tra i motivi della protesta vi sono il calo dei volumi di produzione dei forni da incasso, nonostante la promessa di renderli primari per la produzione nella fabbrica di elettrodomestici e la situazione di incertezza dei lavoratori del plesso, dovuto anche al costante e continuo ricorso alla cassa integrazione e agli incentivi all’esodo. “Chiediamo il rispetto del piano industriale che è stato presentato al ministero, un piano di investimenti che ancora non sono stati fatti”, spiega al fattoquotidiano.it Emiliano Barile, Rsu della Fiom. Tra gli operai, aggiunge, “c’è un senso di rassegnazione, ma non ci rassegneremo fino a quando non otterremo quello che ci hanno presentato”. L’azienda aveva infatti “indicato come core business dello stabilimento” e “futura missione internazionale” – come si legge da una nota sul sito della Regione – la produzione dei forni. Che invece è calata nel 2025, spiegano i sindacati, del 30%. Intanto “nel nostro stabilimento circa 150 persone sono in cassa integrazione. Il governo ha messo in campo il golden power e anche gli ammortizzatori sociali, ora è Beko che deve fare la sua parte. Deve fare gli investimenti perché uno stabilimento regge solamente investendo”, dice ancora Barile. Il ricorso da parte della Beko alla cassa integrazione non è mai cessato, nonostante gli investimenti annunciati, ed è previsto anche per i prossimi mesi. “Sappiamo bene che il lavoro è uno dei pilastri fondamentali per tutta la comunità anche nella vita quotidiana – spiega il sindacalista – quindi ci sono persone che hanno delle scadenze, devono pagare degli affitti. Bisogna anche cercare di avere delle prospettive future. Sicuramente non possiamo vivere con lo spauracchio di non sapere cosa succederà dopo il piano industriale”. Nell’ultimo anno, dicono Patrizio e Mauro, due operai in cassa integrazione, ci sono stati “400 licenziamenti volontari dovuti alla situazione che non è né rosea né limpida”. Si va avanti con dosi massicce di incentivi all’esodo e pre-pensionamenti. Mauro – che lavora nella fabbrica da più di 30 anni, quando ancora apparteneva a Indesit – dice di non aver “mai visto così tanta cassa integrazione come in questo ultimo anno e mezzo”. Patrizio fa notare che in ogni mese per gli operai si verifichino “dai 7 ai 9 giorni” di cassa: “Anche in questo mese, subito alla partenza del nuovo anno”. “Noi vogliamo essere positivi – dice Mauro – e anche per questo siamo qui, ma la preoccupazione è altissima anche perché una diminuzione dell’organico può voler dire un domani la dismissione dell’impegno dell’azienda in Italia. Noi vogliamo che il nostro posto resti e che venga tolta la cassa integrazione”. Dalle parole di Barile si ritorna poi sulla necessità “che le istituzioni siano al nostro fianco, perché è una salvaguardia di tutto il tessuto industriale della nostra regione. La prospettiva è quella di riuscire a spingere l’azienda ad anticipare gli incentivi promessi”. E dalle istituzioni le risposte arrivate, intanto, “sono assolutamente positive. Molti comuni hanno aderito alla nostra campagna di sensibilizzazione, esponendo fuori dei vari comuni del territorio famoso striscione con ‘Tutti uniti per Cassinetta’. Dal mio punto di vista stiamo vivendo una desertificazione industriale su tutto il nostro Paese. Chiediamo che il governo cerchi di riportare in Italia le produzioni per salvaguardare il nostro futuro e quello dei nostri figli”. E all’operaio morto nella tragedia avvenuta lunedì, nell’Ilva di Taranto, cadendo durante un controllo delle valvole, è dedicato il presidio e il ricordo dei presenti. “Noi chiediamo da sempre che si investa sulla sicurezza – conclude Barile – perché la sicurezza è il fondamento della società”. L'articolo Beko, gli operai di Cassinetta in presidio a Palazzo Lombardia: “Promesse di investimenti non mantenute” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Potreste ex Ilva a Genova, la denuncia della Uil: “Nostri dirigenti aggrediti da esponenti della Fiom. È squadrismo”
Alcuni dirigenti Uilm sarebbero stati aggrediti questa mattina, tra le 8.30 e le 9, davanti lo stabilimento Ex-Ilva di Cornigliano. È quanto denuncia il sindacato secondo il quale sarebbero coinvolti il segretario generale della sezione genovese metalmeccanici Luigi Pinasco, il segretario organizzativo Claudio Cabras e tre delegati. “Colpiti con calci e pugni e braccati per almeno un chilometro da alcuni individui che indossavano felpe della Fiom“, si legge in una nota della Uil. Tutto questo sarebbe avvenuto a poche ore dalle proteste e gli scontri di ieri a Genova nel corso del corteo, dopo giorni di sciopero e mobilitazione per lo stallo nella vertenza Ilva. I sindacalisti stavano per prendere parte a una diretta televisiva su Rai 3 per la trasmissione Restart e sarebbe stato detto loro di togliere felpe e k-way dell’organizzazione. “Ci hanno intimato di non mostrare nulla che richiamasse la Uilm. Pensavamo finisse lì”, raccontano. A quel punto sarebbero stati circondati da un gruppo di persone – “prima una ventina, poi più di cento” – e inseguiti dopo essere scappati a seguito dei primi colpi. “Non tornate più”, avrebbe urlato qualcuno. I dirigenti si sono poi recati al pronto soccorso per essere medicati. Dura la presa di posizione di Pierpaolo Bombardieri, segretario generale Uil: “Condanniamo l’attacco squadristico dei delegati della Fiom e stessa condanna ci aspettiamo da parte della Cgil e della Fiom”, ha detto. “Bisogna fare attenzione, perché la democrazia non si difende con le aggressioni. Se ci sono diversità di vedute e si aggredisce si rischia di rasentare il terrorismo. È bene dirlo in modo chiaro, le tensioni non vanno risolte con le aggressioni”, ha aggiunto Bombardieri intenvenendo a margine di un’assemblea del sindacato a Padova. Confermata una conferenza stampa alle 15.30 nella sede sindacale di Piazza Colombo a cui parteciperanno anche i sindacalisti coinvolti. Uilm Genova aveva detto no allo sciopero generale di ieri, ritenendo di non essere stata coinvolta nella proclamazione – da loro definita una “vetrina” – e di partecipare alla lotta dei lavoratori “pacificamente, senza minacciare nessuno”. Per Riccardo Serri, segretario della Uil in Liguria, “così si perdono di vista i veri obiettivi. Niente può giustificare umiliazioni, calci, pugni e violenza verbale con cui viene condotta questa vertenza da parte di alcuni soggetti improponibili”. Il segretario generale Uilm, Rocco Palombella, in una nota ha definito quanto accaduto come “atti terroristici che nulla hanno che vedere con un sindacato che difende persone”, chiedendo anche lui la ferma condanna delle istituzioni e della stessa Fiom. L'articolo Potreste ex Ilva a Genova, la denuncia della Uil: “Nostri dirigenti aggrediti da esponenti della Fiom. È squadrismo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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