“A livello europeo stiamo chiedendo di sospendere urgentemente l’applicazione
dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche. Si tratta di un
provvedimento che serve subito, almeno fino a quando i prezzi globali delle
fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in
Medio Oriente“. Con il decreto accise slittato perché per tamponare i rincari
dei carburanti servirebbero coperture che il governo non trova e quello sulle
bollette invecchiato malissimo, Giorgia Meloni spera che a toglierla d’impaccio
ci pensi Bruxelles. L’Italia da settimane preme perché il Consiglio Ue del 18 e
19 marzo si pronunci per uno stop temporaneo del sistema europeo per lo scambio
delle quote di emissione, il meccanismo che punta a ridurre i gas a effetto
serra facendo pagare chi inquina.
La richiesta è molto precedente rispetto agli attacchi all’Iran e ha scarsissimo
sostegno tra i partner Ue. Per questo ora la premier fa leva sull’aumento dei
prezzi del petrolio che si è registrato dal 2 marzo per sostenere che
l’intervento è indispensabile. Eppure solo martedì 102 aziende europee, tra cui
cementieri come Heidelberg Cement e gruppi siderurgici come Outokumpu,
Salzgitter, SSAB e Tata Steel, hanno scritto ai capi di Stato e di governo per
difendere l’Ets, scelto – accusano – come capro espiatorio “invece di
concentrarsi sulle cause strutturali dell’erosione economica” a partire da
“prezzi dell’energia più elevati determinati dai combustibili fossili“.
L’ITALIA NON USA I PROVENTI DELLE ASTE PER SOSTENERE LE IMPRESE
“Una parte dell’industria ha scommesso sulla decarbonizzazione e in caso di
sospensione del sistema vedrebbe sfumare il ritorno sugli investimenti che si
attendeva”, commenta Marta Lovisolo, senior policy advisor sulle Politiche
europee del think tank ECCO. “Quindi vuole che resti in campo”. Insomma,
cambiare le regole in corsa sarebbe tutt’altro che un vantaggio per le imprese
del Vecchio continente. Almeno quelle più all’avanguardia e in grado di
competere sui mercati globali. Perché allora l’industria italiana sostiene che
il sistema “grava sulla capacità competitiva”? Confindustria in parte si è
risposta da sola: nella lettera in cui metteva nel mirino l’Ets il presidente
Emanuele Orsini ha ricordato en passant che gli Stati membri non utilizzano a
sufficienza i ricavi delle aste dei “diritti a inquinare” per sostenere la
decarbonizzazione industriale.
È tutt’altro che un dettaglio, spiega Lovisolo: “Dall’1 gennaio 2025 i Paesi
membri dovrebbero reinvestire il 100% dei proventi per finanziare la
transizione. Ma l’Italia non ha mai recepito la novità: continua a destinare il
50% al Fondo per l’ammortamento del debito pubblico e finora ha impiegato per le
politiche climatiche solo 1,5 miliardi a fronte dei 18,2 ricavati dalle aste tra
2012 e 2024“. Se il governo vuol sostenere le aziende, insomma, non ha che da
destinare loro i miliardi incassati invece che utilizzarli per far quadrare i
conti.
SVANTAGGIO COMPETITIVO? PAGHERANNO ANCHE I CONCORRENTI STRANIERI
La tesi della maggioranza italiana che l’Ets sia uno svantaggio competitivo
perché i concorrenti extra Ue non pagano le quote è tanto più infondata se si
tiene conto che da gennaio è partita la sperimentazione del Carbon border
adjustment mechanism (Cbam), una tassa sui beni importati in Europa da Paesi che
non hanno sistemi di tassazione delle emissioni. L’obiettivo è proprio rendere
del tutto equa la concorrenza transfrontaliera ed evitare il rischio di
delocalizzazione della produzione fuori dai confini del Vecchio Continente.
Rischio che oggi è comunque scongiurato attraverso l’assegnazione gratuita di
quote di Co2 ai comparti più inquinanti, destinata a calare progressivamente
mano a mano che il Cbam va a regime fino ad azzerarsi nel 2034. Il varo del
meccanismo ha innescato un virtuoso effetto imitazione: la Cina sta rendendo più
severo il suo sistema di scambio di quote di emissione, India, Brasile, Turchia
e Vietnam hanno adottato ex novo un Ets, Australia e Regno Unito (che già
applicavano) valutano sistemi tipo il Cbam.
LE BOLLETTE PIÙ ALTE? COLPA DELLA DIPENDENZA DAL GAS
Resta il tema dell’impatto sulle bollette: chiedere ai produttori di energia da
fonti fossili di pagare per le loro emissioni, dice il governo, alza il prezzo
finale dell’elettricità a danno di imprese e famiglie. Di qui la decisione di
prevedere, nel decreto bollette, un sussidio alle aziende pagato dai
consumatori, cosa che dovrebbe ridurre il prezzo finale compensandoli per il
balzello. Ma è stato lo stesso ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin
ad ammettere che tutto dipende dal “mix energetico che ci contraddistingue”.
Mentre “impatta meno su Francia e Spagna che hanno operato scelte diverse dalle
nostre”. Ancora l’anno scorso il 42% della domanda è stato coperto dal gas,
contro il 41% da rinnovabili. Il risultato è che “per più del 60% delle ore del
giorno il prezzo finale” – che dipende dal costo dell’ultima centrale che
soddisfa la domanda in quel momento – “è determinato dal gas“, più costoso.
“Quindi se aumentassimo la quota prodotta da rinnovabili il prezzo sarebbe
strutturalmente più basso”, traduce Lovisolo. “Come in Spagna, appunto, dove il
costo medio è di 30 euro/megawattora rispetto ai 100/120 dell’Italia”.
Nonostante l’Ets. E con tutti i vantaggi che ne derivano quando i sommovimenti
geopolitici, come in questi giorni, mettono alle strette chi dipende dall’import
di gas.
Cancellare le quote di emissione, che sul prezzo finale dell’elettricità
incidono per il 10-20%, sarebbe insomma un palliativo che lascia irrisolto il
nodo di fondo. Italiano ma non solo, come denunciano le aziende che in vista del
Consiglio europeo hanno scritto ai leader spiegando che per un’economia “più
competitiva e resiliente” un Ets robusto è fondamentale e occorre invece ridurre
la dipendenza dai combustibili fossili importati e valorizzare l’energia pulita.
MELONI USCIRÀ SCONFITTA: NIENTE STOP
Una revisione del sistema Ets è già prevista dalle norme in vigore: la
Commissione dovrà presentare entro luglio una proposta di aggiornamento, anche
in vista dell’introduzione del nuovo Ets 2 per l’edilizia e i trasporti prevista
per il 2028. Gran parte degli Stati membri concorda sulla necessità di un
tagliando, che potrebbe riguardare il tasso annuale di riduzione delle quote
disponibili sul mercato (più si abbassa il tetto massimo più i prezzi salgono) e
il ritmo di riduzione delle quote gratuite, visto che la lobby dell’industria
chimica sta spingendo per un ulteriore rinvio. Ma un consenso unanime sulla
proposta di sospensione arrivata dall’Italia è fuori discussione: solo
Repubblica ceca, Slovenia e Polonia la appoggiano. “Possiamo miglioralo, ma
bolirlo sarebbe un errore enorme”, ha chiuso la vicepresidente della Commissione
Teresa Ribera. “Senza l’Ets oggi consumeremmo 100 miliardi di metri cubi di gas
in più, rendendoci ancora più vulnerabili e dipendenti. Abbiamo quindi bisogno
dell’Ets”, ha confermato Ursula von der Leyen alla plenaria dell’Europarlamento,
anche se “dobbiamo modernizzarlo”. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che
era sembrato incolpare i costi del carbonio per la deindustrializzazione
europea, dopo il vertice Ue informale di Alden Biesen ha precisato di “non
condividere le critiche” perché l’Ets “ha garantito che in Europa disponiamo di
uno strumento efficace che consente la crescita senza ulteriori emissioni di
Co2”. Emissioni che “sono diminuite di quasi il 40% mentre l’industria è
cresciuta di circa il 70% dall’introduzione del sistema”. A riprova che il costo
del carbonio non la sta affossando.
L'articolo Meloni approfitta della guerra in Iran per chiedere all’Ue lo stop
del sistema delle quote di emissione. Che però non c’entra con l’aumento dei
costi dell’energia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Confindustria
Un disastro annunciato, quello delle quote di ingresso per lavoratori stranieri.
Perché i decreti flussi si sono già dimostrati uno strumento esausto, zavorrato
da una legge come la Bossi-Fini che impone di assumere persone ancora
all’estero, praticamente al buio. E dai bizantinismi di una burocrazia che se da
un lato ha consentito il mercimonio dei visti, ma anche vere e proprie truffe a
danno di molti stranieri, dall’altro ha accumulato ritardi che hanno spesso
vanificato il percorso pensato per trasformare le quote in contratti e dunque
permessi regolari. E se in barba alle stime del mondo produttivo e della ricerca
qualcuno si rallegra di avere meno stranieri in generale, forse non sarà
altrettanto contento di sapere che nel fallimento dei decreti flussi è compresa
la creazione di irregolarità. Lo evidenziano i dati, ottenuti da accessi civici
ai ministeri competenti e aggiornati a dicembre 2025, del ‘Dossier flussi 2026‘,
il IV rapporto annuale sugli esiti della procedura d’ingresso per lavoro della
programmazione flussi triennale 2023-25 prodotto dalla campagna Ero Straniero e
presentato oggi al Senato.
Nel 2022 circa un terzo delle quote previste dal decreto ha portato a contratti
e permessi di soggiorno (35,3%), una percentuale già bassa rispetto alle attese
e alle 69.700 quote disponibili. L’anno dopo si scende al 23,5%, e questo
nonostante una domanda molto superiore alle quote disponibili (74.105),
rivelando una difficoltà crescente nella trasformazione delle autorizzazioni in
documenti e lavoro. Nell’ultimo biennio 2024-2025 sono 146.850 e 181.450 gli
ingressi programmati secondo la stima governativa delle necessità produttive del
Paese. Ma la caduta si fa drastica, con meno del 8% delle quote tradotte in
permessi: significa che oltre 90 lavoratori su 100 restano senza permesso dopo
essere stati programmati per l’ingresso. Parallelamente, il numero di persone
realmente arrivate in Italia e a rischio irregolarità aumenta. Il nuovo rapporto
dedica un paragrafo alla questione e fa una stima del fenomeno.
“A dicembre scorso, nell’ambito della programmazione 2025, sono 26.035 i
lavoratori e le lavoratrici che possiamo già considerare in Italia, a fronte di
32.968 visti rilasciati e 6.933 persone in attesa di far ingresso”, si legge.
“Alla stessa data, i permessi di soggiorno rilasciati per il 2025 sono stati
14.349. Dal calcolo emerge quindi che per il 2025 sono 11.686 le persone che
sono entrate in Italia ma non hanno ancora finalizzato la procedura”. Dato che
che potrebbe cambiare e tuttavia, segnala il rapporto, gli appuntamenti pendenti
sono irrisori. In un Paese dove si celebrano come un trionfo i 6.762 rimpatri
dichiarati dal Viminale (dato che riporterebbe le espulsioni agli anni pre
Covid), il governo riesce potenzialmente a produrre quasi il doppio degli
irregolari con l’unico strumento dedicato all’immigrazione regolare. Per il 2024
lo stesso calcolo porta dati più consolidati a 1.836 ingressi a rischio
irregolarità, a fronte di 5.414 rimpatri. E tuttavia, come più volte si è detto,
i dati vanno sempre fatti dialogare con i circa 370.000 irregolari stimati nel
Paese, ai quali contribuisce il fatto che in Italia ottenere o riacquisire un
permesso di soggiorno è sempre più complesso, anche per chi ci vive da anni.
Complessivamente, il sistema che il rapporto definisce “una macchina scassata”
perde efficacia a ogni passaggio procedurale, con migliaia di posti disponibili
inutilizzati, contro l’obiettivo dichiarato di ingresso regolare di manodopera.
Secondo le associazioni di categoria, servirebbero alcune centinaia di migliaia
di ingressi di lavoratori stranieri all’anno solo per coprire il vuoto lasciato
dagli italiani, il popolo con l’età media più alta della Ue. In un’analisi per
il quinquennio 2023-2027, l’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) ha
stimato che 3,7 milioni di lavoratori saranno richiesti per coprire fabbisogni,
sostituzioni e crescita. Di questa domanda, un quinto riguarderebbe gli
stranieri. Molte le stime che parlano di esigenze ben superiori, ma anche
limitandoci alla necessità di 150 mila ingressi stabili, la distanza con la
realtà dei fatti resta siderale. Per il 2025, su 181.450 quote da decreto (di
cui appena 70 mila per lavoro subordinato non stagionale), sono appena 14.349 i
permessi di soggiorno richiesti, il 7,9%. Ancor più che negli anni passati, le
altre persone si sono incagliate nei precedenti passaggi, praticamente
un’emorragia.
Il decreto flussi prevede che il datore di lavoro ottenga un nulla osta su un
numero di quote, ma solo una frazione di questi si traduce in visti rilasciati
(48,5% nel 2024; 66,25% nel 2025). Di chi ottiene il visto, molte pratiche non
si concludono con l’ingresso in Italia, e di chi arriva solo una parte finalizza
la procedura con un permesso di soggiorno (16,9% delle quote nel 2024; 7,9% nel
2025). Molte le domande che restano sospese: i nulla osta si riducono, i visti
non vengono usati, e il risultato netto è che decine di migliaia di ingressi
programmati non si traducono in lavoro regolare. Il rapporto, come i precedenti,
lo ripete. Come ripete le soluzioni per fare incontrare domanda e offerta di
lavoro in modo più efficace, a partire dal superamento delle rigide quote
annuali. Si propone l’introduzione di canali extra-quote e permessi di soggiorno
per ricerca di lavoro con criteri chiari e tempi adeguati, e una migliore
trasparenza e gestione dei dati lungo tutta la procedura. Infine l’adozione di
strumenti che tengano conto anche delle aspettative dei lavoratori e delle
lavoratrici dei paesi terzi, per evitare che si rivolgano a percorsi irregolari
e rischiosi. Quanto dobbiamo avvicinarci al baratro prima di tentare?
L'articolo Lavoratori stranieri, col decreto flussi rischiamo più irregolari di
quanti ne rimpatriamo. Il rapporto di Ero Straniero proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il mercato delle due ruote a motore torna a crescere con l’anno nuovo: a
testimoniarlo sono i dati delle immatricolazioni di moto, scooter e ciclomotori
pubblicati da Confindustria Ancma (l’Associazione nazionale ciclo motociclo
accessori). Il mese di gennaio 2026 registra un incremento complessivo del 6,5%
rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. “Un risultato che va letto
alla luce delle caratteristiche strutturali del mese: con un giorno lavorativo
in meno e un’incidenza sull’andamento annuale pari a circa il 5%, gennaio si
conferma tradizionalmente un mese interlocutorio, in attesa di indicazioni più
consolidate dai prossimi mesi”, si legge nel comunicato di ANCMA.
Il “segno più” risulta di particolare importanza se posto in relazione con
l’anno appena trascorso. Il 2025 è stato un anno “segnato dalla forte avanzata
degli scooter, dal rallentamento del comparto moto e dagli effetti distorsivi
legati all’entrata in vigore dello standard Euro 5+ che avevano influenzato
dinamiche di acquisto e immatricolazioni”. Sono 19.282 i veicoli messi in strada
a gennaio: “Sono le moto a registrare la miglior performance con un incremento a
doppia cifra – 16,26% – e 8.099 veicoli targati. In leggero calo gli scooter,
che perdono 1,47 punti percentuali e immatricolano 10.400 unità. Recuperano un
terzo del loro mercato i ciclomotori, che crescono del 33,85% con 783 unità
registrate”.
Buono l’andamento anche per il mercato elettrico “che registra un incremento del
18,44% e 334 veicoli venduti. Il calo dei ciclomotori (-21,5% e 84 unità) è,
infatti, ampiamente compensato dagli scooter che incassano un +15,43% e 187
unità”. Negativi invece i primi dati per il mercato dei quadricicli che perde
19,82 punti percentuali con 1.173 mezzi immatricolati. Discordante l’andamento
del mercato termico e di quello elettrico: i mezzi a zero emissioni segnano una
flessione del 49,49% e 642 unità, mentre i veicoli a motorizzazione tradizionale
passano da 192 veicoli registrati nel 2025 ai 531 del 2026 (+176,56%).
L'articolo Il mercato delle due ruote torna a crescere nel 2026: gennaio
registra un +6,5%. Bene moto ed elettrico proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il mercato italiano delle due ruote archivia il 2025 con un bilancio dagli
andamenti divergenti. A fronte di una flessione complessiva del 7,5% nelle
immatricolazioni, emergono infatti traiettorie opposte tra le diverse tipologie
di veicoli: gli scooter avanzano, mentre le moto accusano un arretramento
deciso. A certificarlo sono i dati annuali diffusi da Confindustria Ancma
(Associazione Nazionale Ciclo Motociclo Accessori) che fotografano un settore
condizionato sia da fattori normativi sia da un contesto economico ancora
instabile.
Nel dettaglio, il comparto chiude l’anno con 345.287 veicoli immatricolati. Gli
scooter registrano una crescita del 5,5% e superano quota 197mila unità. Di
segno opposto l’andamento delle moto, che perdono oltre il 19%, fermandosi a
circa 134mila targhe. Ancora più marcata la contrazione dei ciclomotori, in calo
di quasi un terzo rispetto all’anno precedente.
Il settore ha risentito degli effetti legati all’introduzione della normativa
Euro 5+. La corsa alle immatricolazioni di fine serie avvenuta due anni fa ha
alterato il confronto su base annua: dopo il record storico registrato a fine
2024, l’ultimo mese del 2025 segna un crollo superiore al 60%, con poco più di
11mila veicoli immatricolati. Un risultato che riflette più un effetto
statistico che un improvviso crollo della domanda. Non a caso, se il raffronto
viene esteso al 2023 – considerato un anno “neutro” – il saldo complessivo torna
positivo (+2,2%).
Restano in difficoltà anche le due ruote elettriche. Il segmento chiude con una
contrazione vicina al 16%, penalizzato soprattutto dal calo dei ciclomotori a
batteria. Più contenuta la flessione degli scooter elettrici, che tuttavia non
riescono ancora a invertire la tendenza complessiva. Un segnale che conferma
come la transizione verso l’elettrico proceda con lentezza, nonostante gli
incentivi e l’attenzione crescente alla mobilità sostenibile.
Scenario analogo per i quadricicli, anch’essi in calo, ma con una netta
distinzione tra alimentazioni: i modelli termici crollano, mentre quelli
elettrici limitano le perdite, sostenuti dalle misure di supporto introdotte nel
corso dell’anno. Con un valore complessivo di 14,8 miliardi di euro, una forte
vocazione all’export e oltre 54mila addetti lungo la filiera, il settore delle
due ruote continua comunque a rappresentare un pilastro dell’industria
nazionale.
L'articolo Due ruote, nel 2025 mercato a due velocità: scooter in crescita, moto
in frenata proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non possiamo dire che l’industria non sia stata ascoltata. Avevamo chiesto 8
miliardi l’anno per tre anni. Il governo ha capito che anche dalla ripresa
dell’industria dipende il futuro dell’Italia e gli stanziamenti nel triennio
sono arrivati a oltre 15 miliardi“. Emanuele Orsini, presidente di
Confindustria, parla al Corriere della Sera della legge di Bilancio approvata
ieri dal Senato dopo giorni di convulsioni e sembra trattenere a stento la
commozione per l’inattesa generosità del governo.
Oggi Il Sole24Ore, edito dalla confederazione, riepiloga il pacchetto imprese
inserito last minute in manovra e il piatto è ricco: 2,5 miliardi nel triennio
2026-2028 per l’iperammortamento, 1,3 miliardi per Transizione 4.0, oltre 500
milioni per i crediti di imposta a chi ha investito nella Zes del Mezzogiorno,
1,1 miliardi di fondi in più per compensare le imprese che vincono appalti degli
extracosti dei materiali, oltre 600 milioni per la tassa piatta sugli aumenti
retributivi e altrettanti per la flat tax su lavoro notturno, festivo e nei
giorni di riposo, 170 per l’allargamento della detassazione dei premi di
risultato.
“Le risorse per iperammortamento e Zes Unica sono fondamentali per rilanciare
gli investimenti”, festeggia Orsini. “La politica industriale ha riguadagnato il
posto che le spetta nel dibattito politico. Il vero tema però è la forte
preoccupazione che viene dal pericolo più grande: la deindustrializzazione del
nostro Paese e dell’Europa. L’industria italiana ed europea sono sotto attacco.
Da una parte la Cina inonda di prodotti a basso costo tutto il continente” – e
su questo fronte arriva la tassa da 2 euro sui piccoli pacchi – “dall’altra
Trump che fa di tutto per attrarre le nostre imprese. Serve un Piano. Lo abbiamo
già condiviso con il governo, lo abbiamo chiamato Rilancio Italia, servirà a
mettere in campo un’azione nel medio periodo coordinata su più fronti”.
L'articolo Il presidente di Confindustria commosso dai regali del governo in
manovra: “Ci ha dato 15 miliardi in un triennio” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Giorgia Meloni scioglie ogni dubbio e sceglie di non tirare troppo la corda con
Coldiretti. A poche ore dalla protesta organizzata a Bruxelles, dove sono attesi
circa 12mila agricoltori e un migliaio di trattori, pronti a manifestare contro
le politiche della Commissione europea, in primis i tagli alla Politica agricola
comune e il Mercosur, la premier esprime quella che, ad oggi, è la posizione
dell’Italia sull’accordo di libero scambio tra Unione europea e Argentina,
Brasile, Paraguay e Uruguay. La storica firma era prevista per il 20 dicembre,
in Brasile. “Riteniamo che firmare l’accordo nei prossimi giorni, come
ipotizzato, sia ancora prematuro. È necessario attendere che il pacchetto di
misure aggiuntive a tutela del settore agricolo sia perfezionato e allo stesso
tempo illustrarlo e discuterlo con i nostri agricoltori” ha detto Giorgia Meloni
nelle comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue. Perché i trattori
protesteranno mentre sarà in corso il Consiglio europeo nel quale si discuterà
anche del bilancio europeo e in cui all’Italia – sul fronte Mercosur – spetterà
il ruolo dell’ago della bilancia tra Paesi favorevoli, come Germania e Spagna e
contrari, come Polonia, Austria e Francia. Che, per inciso, nei giorni scorsi ha
chiesto di rinviare il voto. Il presidente Emmanuel Macron ha ribadito la
posizione di Parigi: “Si opporrà in maniera molto determinata” ad un eventuale
“atto di forza” dell’Ue per l’approvazione del trattato. I due Paesi sono
sostanzialmente allineati, ma per l’Italia il terreno resta molto scivoloso.
MELONI ALLE PRESE CON LE ISTANZE DI COLDIRETTI E CONFINDUSTRIA
Se l’attuale “prudenza” è un passo verso la Coldiretti, contraria all’intesa
(negoziata per oltre venticinque anni) che apre le porte del mercato europeo a
carne bovina, pollo, zucchero e miele in arrivo senza oneri dall’America Latina,
dall’altro c’è da tenere a bada anche le aspettative di Confindustria che,
invece, caldeggiava la firma. Alla fine, Giorgia Meloni ha deciso di non
aggiungere anche una eventuale firma del Mercosur alle ragioni che alimentano il
malcontento della Coldiretti, da sempre legata a doppio filo all’Esecutivo
(Leggi l’approfondimento), ma già sul sul piede di guerra per i fondi tagliati
alla Politica agricola comune). Tra i punti più difficili da digerire della
nuova Pac, per cui i trattori sfileranno a Bruxelles, ci sono un taglio di circa
80 miliardi che lascia agli agricoltori un budget da 300 miliardi di euro. La
Commissione europea lo definisce “un importo minimo garantito”, ma gli
agricoltori guardano con sospetto anche all’accorpamento di quelli che finora
sono stati i due pilastri della Pac, ossia i sussidi erogati in relazione alla
superficie di ettari coltivata (che finora ha avvantaggiato le grandi aziende) e
i finanziamenti ai programmi di sviluppo rurale, in un Fondo unico, nel quale ci
sono altre voci e per il quale sono pure previste alcune flessibilità. Quanto
basta per arrivare a Bruxelles e per spingere il Governo ad essere prudente sul
Mercosur.
IL GOVERNO MELONI PRENDE TEMPO: “LA FIRMA NON PRIMA DI GENNAIO”
Meloni stessa chiarisce, però: “Non significa che l’Italia intende bloccare o
opporsi, ma intende approvare l’accordo solo quando include adeguate garanzie
reciprocità per il nostro settore agricolo. E sono molto fiduciosa che con
l’inizio del prossimo anno tutte queste condizioni possano verificarsi”. Poche
ore prima che la Meloni si esprimesse, anche il ministro degli Esteri, Antonio
Tajani, a margine della Conferenza Nazionale dell’Export e
dell’internazionalizzazione delle imprese in corso a Milano, aveva fatto
intendere quale potesse essere la posizione del governo. “Noi siamo favorevoli a
firmare l’accordo, c’è da vedere cosa si può e si deve correggere per le
clausole di salvaguardia per alcuni settori del mondo agricolo. Risolto questo,
noi firmeremo, sarà adesso o sarà gennaio” aveva detto. A fargli eco, il
ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida: “Il mio parere è che il
Mercosur sia un buon accordo, può diventare ottimo se dopo 25 anni si riesce a
fare un passo definitivo sulla reciprocità”.
LA REAZIONE DI CONFINDUSTRIA
Non si è fatta attendere la reazione di Confindustria che, evidentemente,
avrebbe preferito che la questione si concludesse da qui ai prossimi giorni. Il
Mercosur “ha un valore di 14 miliardi per il nostro Paese. In un momento in cui
ci sono i dazi imposti da Trump per noi è sicuramente un buon luogo per portare
i nostri prodotti” ha ricordato il presidente, Emanuele Orsini, anche lui a
margine della Conferenza nazionale dell’export di Roma. “Speriamo che si trovino
le giuste compensazioni per gli agricoltori che è giusto che ci siano – ha
aggiunto – sappiamo e ci aspettiamo che il governo italiano porti avanti queste
istanze”.
LE CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA
E che si tratti di un percorso ancora in salita la dimostra anche il voto del 16
dicembre, al Parlamento europeo, che ha approvato in prima lettura proprio le
clausole di salvaguardia proposte dalla Commissione per accompagnare l’accordo
commerciale. Secondo il Parlamento, l’Ue potrebbe sospendere temporaneamente le
preferenze tariffarie sulle importazioni di alcuni prodotti agricoli considerati
sensibili (come pollame o carne bovina) provenienti da Argentina, Brasile,
Paraguay e Uruguay, se tali importazioni sono ritenute dannose per i produttori
dell’Ue. La Commissione, inoltre, dovrebbe avviare un’indagine sulla necessità
di attivare queste misure di protezione quando le importazioni di prodotti
agricoli sensibili aumentano in media del 5% su un periodo di tre anni (rispetto
al 10% annuo previsto nella proposta della Commissione). I deputati chiedono,
inoltre, indagini più rapide (da sei a tre mesi in generale e da quattro a due
mesi nel caso di prodotti sensibili), affinché le misure di salvaguardia possano
essere introdotte più rapidamente. Gli eurodeputati propongono anche
l’introduzione di un meccanismo di reciprocità, in base al quale la Commissione
avvierà un’indagine e adotterà misure di salvaguardia, qualora vi siano prove
credibili che le importazioni che beneficiano di preferenze tariffarie non
rispettino requisiti equivalenti in materia di ambiente, benessere animale,
salute, sicurezza alimentare o tutela del lavoro applicabili ai produttori
dell’Ue.
FRATTURE POLITICHE E POLEMICA TRA FEDERALIMENTARE E COLDIRETTI-FILIERA ITALIA
Durante il voto, sono emerse fratture importanti: maggioranza di governo e
opposizioni spaccate. Nonostante il testo rafforzi le tutele per i settori
agricoli più esposti e consenta l’attivazione di misure difensive in caso di
squilibri di mercato, le tensioni non si sono placate, anche lontano dalla sede
del Parlamento Ue. Perché se per il presidente di Federalimentare, Paolo
Mascarino, associazione di Confindustria a tutela dell’industria alimentare le
clausole di salvaguardia dell’accordo sono “solide ed efficaci”, non la pensano
così Coldiretti e Filiera Italia che, hanno espresso “sconcerto e profonda
preoccupazione” per le dichiarazioni di Mascarino. Di fatto, in Unione Europea
si è aperta, così, la fase negoziale con il Consiglio, dove serve una
maggioranza qualificata degli Stati membri. Che, ad oggi, non c’è.
L'articolo Mercosur, la premier Meloni non tira la corda con Coldiretti:
“Prematuro firmare ora l’accordo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Meno di un mese per ottenere il via libera a un complesso immobiliare da oltre
ottomila metri quadrati, comprensivo di nuovi uffici e unità residenziali. Sono
i tempi record con cui, ad Acireale, in provincia di Catania, è stato rilasciato
un permesso di costruire alla Cosedil, impresa del presidente di Confindustria
Sicilia Gaetano Vecchio. Il provvedimento è stato firmato il 31 ottobre dal
dirigente dell’area Urbanistica e fa riferimento alla “richiesta inoltrata in
data 2 ottobre dal signore Andrea Vecchio”. Quest’ultimo, padre del presidente
di Confindustria e a capo del consiglio d’amministrazione della società, tra il
2013 e il 2018 è stato anche senatore con Scelta Civica, il movimento fondato
dall’ex premier Mario Monti.
SOLO 29 GIORNI CONTRO UNA MEDIA DI 800
Per il Comune di Acireale, rilasciare un permesso di costruire in 29 giorni
rappresenta un risultato di tutto rispetto. Analizzando, infatti, i 47
provvedimenti che l’ente nel 2025 ha emesso prima di quello di Cosedil si scopre
che l’attesa media si aggira intorno agli ottocento giorni, praticamente molto
più di due anni. Tra i permessi che hanno visto la luce nell’anno in corso non
ce n’è nessuno che per volume urbanistico si avvicina ai quasi 30mila metri cubi
del progetto di Vecchio, mentre se ne trovano quattro che hanno come oggetto la
demolizione e ricostruzione di immobili danneggiati dal violento terremoto che
colpì l’area alle pendici dell’Etna il giorno di Santo Stefano del 2018. Per
questi, i tempi di gestazione per il rilascio del permesso vanno da 603 a 969
giorni. Non è andata molto meglio all’intestatario di una richiesta di permesso
per l’edificazione di quattro villette, il cui permesso è stato ottenuto dopo
quasi seicento giorni, oppure ai due che hanno presentato progetti per la
realizzazione di un fabbricato rurale con annessa abitazione. Per loro l’attesa
è stata di oltre mille giorni.
“BISOGNA AGEVOLARE TALI CIRCOSTANZE”
“La Cosedil aveva avanzato una prima istanza tramite lo Sportello unico attività
produttive (Suap) in data 3 luglio 2025, ma abbiamo fatto presente la necessità
di procedere con istruttoria attraverso il portale Sue, lo sportello unico per
l’edilizia. Pertanto l’azienda ha ripresentato l’istanza il 2 ottobre”, dichiara
a ilfattoquotidiano.it il capo dell’ufficio Urbanistica del Comune di Acireale
Nicola Russo. Pur tenendo conto dei tre mesi trascorsi tra prima e seconda
istanza, nonostante gli uffici abbiano potuto avviare l’esame della pratica
soltanto a ottobre, resta evidente la celerità rispetto alla lavorazione delle
altre richieste di permesso. “In generale ritengo che se ci sono motivate
ragioni che riguardano fattori che incidono sullo sviluppo del territorio e del
sistema imprenditoriale – aggiunge il dirigente – ritengo che l’amministrazione
pubblica debba valutare e all’occorrenza agevolare tali circostanze”. Per Russo,
il mancato rilascio in termini congrui del permesso avrebbe potuto comportare
“la perdita di contributi” per Cosedil.
“CON TEMPI PIÙ LUNGHI AVREMMO SPOSTATO ALTROVE L’INIZIATIVA”
Contattato da ilfattoquotidiano.it, il presidente di Confidustria Sicilia, che
nei giorni scorsi ha denunciato un tentativo di estorsione subito dalla propria
impresa a Messina, con la richiesta giunta direttamente dal carcere tramite una
videochiamata fatta al capocantiere, commenta così la vicenda: “Il nostro è un
investimento milionario che, interamente con risorse private, porterà a regime
circa 150 posti di lavoro stabiliti dentro il comune di Acireale, oltre che
importanti benefici per il bilancio dell’ente in termini di oneri concessori ed
altre tasse locali. Qualsiasi altra amministrazione comunale avrebbe fatto lo
stesso, se non probabilmente di meglio. La burocrazia – prosegue Gaetano Vecchio
– è un freno allo sviluppo e certamente se avessimo dovuto aspettare tempi più
lunghi, avremmo spostato altrove l’iniziativa”.
I BENEFICI PER IL COMUNE
Dal permesso di costruire rilasciato a Cosedil, il Comune di Acireale incamererà
oltre 850mila euro, dei quali più di 567mila come oneri di urbanizzazione e
quasi 283mila come costo di costruzione. Circa 200mila euro sono stati già
pagati, mentre la restante parte sarà versata all’ente con quattro rate
semestrali. “La gestione delle istanze per ottenere il permesso di costruire è
un adempimento che spetta agli uffici comunali. L’auspicio è che i tempi possano
essere quanto più contenuti possibili per ogni cittadino che fa richiesta,
purtroppo abbiamo carenze di personale. Nel caso specifico, io non ho mai
incontrato il titolare della Cosedil”, commenta l’assessore comunale
all’Urbanistica Rosario Raneri.
L'articolo Permesso di costruire in tempi record ad Acireale per l’azienda del
numero 1 di Confindustria Sicilia: solo 29 giorni (per gli altri l’attesa è di
oltre 2 anni) proviene da Il Fatto Quotidiano.