Ha raccontato degli interessi economici di Matteo Messina Denaro e non era mai
successo dalla morte dell’ex primula rossa di Castelvetrano. Di più: è entrato
nello specifico di affari e flussi di denaro del superboss, dei rapporti con il
suo consigliori, l’avvocato Antonio Messina, che ha incontrato più volte al bar
San Vito a Campobello di Mazara a pochi metri da uno dei covi del
superlatitante. Dopodiché ha confermato l’esistenza del nuovo sistema mafioso
lombardo. E del Consorzio ne ha descritto nascita, interessi e rapporti anche
extra mafiosi, puntellando, in modo inedito, i contatti istituzionali e con la
politica nazionale. Dopodiché ha svelato i contorni di una lupara bianca già
emersa durante l’indagine Hydra. E cioè l’omicidio del boss del clan Mazzei,
Gaetano Cantarella scomparso a Catania il 3 febbraio 2020. Questa mattina la
prima udienza del maxiprocesso milanese al nuovo consorzio di mafie si è aperta
così. Con un asso calato dalla Procura e dai pm Alessandra Cerreti e Rosario
Ferracane: la collaborazione di Gioacchino Amico, l’uomo in più dell’alleanza
mafiosa al Nord che risulta tra gli imputati di oggi. Sono tre verbali con
allegati gli accertamenti dei carabinieri del Nucleo investigativo. Tre
interrogatori perché la collaborazione è appena iniziata e promette di aprire
nuovi scenari.
‹ ›
1 / 3
MESSINA AMICO GALIOTO FIDANZATI
‹ ›
2 / 3
GALIOTO MESSINA AMICO
‹ ›
3 / 3
DOMENICO PACE CON IL PADRE BERNARDO
Domenico Pace con il padre Bernardo (a destra)
Amico, nato a Canicattì nel 1986, è colui il quale tiene insieme gli interessi
economici di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra romana. Ala criminale
quest’ultima, cui fa riferimento lo stesso Amico dato in quota al clan di
Michele Senese e in stretti rapporti con il figlio Vincenzo Senese. Sale così a
quattro la conta dei boss che dopo gli arresti e i rinvii a giudizio hanno
scelto di collaborare. Prima di Amico, sono arrivati il colletto bianco Saverio
Pintaudi, il broker del clan Mazzei, William Cerbo, detto Scarface, il soldato
della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo, Francesco Bellusci, e il padrino trapanese
Bernardo Pace che però tre giorni fa, dopo due interrogatori, è stato trovato
cadavere nella cella della sezioni pentiti del carcere torinese Lorusso e
Cotugno. Versione ufficiale: suicidio. Se pur restano forti dubbi. Anche i suoi
verbali sono stati depositati e non solo ripercorrono la storia del nuovo
sistema mafioso, ma, per quel che risulta, svelano contatti a livelli più alti.
Amico è un vero pezzo da Novanta. Quasi un padre fondatore del Consorzio. Non un
mafioso vecchia maniera come Bernardo Pace, ma un manager dei clan in grado di
tessere trame economiche e politiche, influenzando le elezioni, potendosi
permettere di incontrare a Roma una nota parlamentare di Fratelli d’Italia e
stringendo amicizia con una ex consigliera regionale della Lega. Perché, e Amico
lo sa bene, la politica porta affari e appalti. Dirà: “Da Palermo ad arrivare
fino a Milano passando da Napoli e Roma abbiamo la distribuzione degli ospedali.
E’ nelle Rsa che sono roba loro, roba anche dei parenti dello zio Paolo”, al
secolo Errante Parrino, fiduciario lombardo della famiglia di Messina Denaro.
Del resto, secondo la Procura, lo stesso Amico mantiene “rapporti diretti con
Antonio Messina, uomo di fiducia dell’ex latitante Messina Denaro”. Tanto da
invitare il fiduciario del boss al suo matrimonio. Le rivelazioni di Amico sul
tesoro dell’ex capo di Cosa nostra scorrono parallele a quelle messe a verbale
dal defunto boss Bernardo Pace. Anche lui, nei suoi due verbali, ha illustrato
gli interessi della famiglia Denaro in Lombardia, tanto che per conto del boss
accoglierà a Milano il suo commercialista di fiducia, un professionista svizzero
il cui nome allo stato resta ignoto. E che Milano fosse il centro degli
interessi del Consorzio mafioso e del mandamento di Castelvetrano lo spiega lo
stesso Amico: “Devo andare a Milano a vedere il consorzio (…). Abbiamo costruito
un impero e ci siamo fatti autorizzare tutto da Milano”.
L'articolo Si pente l’uomo in più del Consorzio mafioso. Gioacchino Amico ai pm:
vi dico tutto sugli affari di Messina Denaro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Mafia al Nord
Non solo il nuovo Ponte sullo stretto, ora la mafia punta dritto anche al grande
progetto della transizione digitale finanziato con i fondi del Pnrr e cioè il
Piano strategico banda ultra larga (Bul). E’ uno inedito assoluto a livello
nazionale quello che emerge dall’indagine della Dia di Milano coordinata dal
colonnello Giuseppe Furciniti. Ed è un inedito che se pur non coinvolgendole
direttamente apre uno squarcio sulle modalità di controllo delle società
partecipate dal governo italiano che sono garanti del piano strategico per il
paese.
Per quattro anni, infatti, a partire dal 2022 la Semis srl controllata di fatto
dal messinese Mario Aquilia, condannato per mafia e per aver favorito il clan di
Barcellona Pozzo di Gotto, seppur già interdetta in via definitiva ha incassato
4,5 milioni di lavori da due società, la Telebit spa e la Inpower Group
Consorzio Stabile, che a loro volta avevano ricevuto l’appalto dalla non
indagata Open Fiber spa, partecipata per il 60% dal ministero dell’Economia e
delle Finanze. “Interdittiva antimafia – scrive il pm – che avrebbe dovuto
precludere ogni possibilità di partecipare all’esecuzione di opere pubbliche
secondo la normativa vigente sugli appalti pubblici. Così non è stato”. E così a
finire in amministrazione giudiziaria per un anno da oggi sono Telebit e Inpower
dopo una serrata indagine della Dia milanese coordinata dal pm Silvia Bonardi.
Alle quali si aggiunge un sequestro preventivo per 1,5 milioni. Ma il dato che
inquieta è ben sottolineato dalla Procura di Milano quando spiega che la Siemis
il cui titolare è legato alla potente frangia di Cosa nostra della provincia di
Messina “lavora sul territorio lombardo e ha rapporti di fornitura e
collaborazione con società che operano per conto del governo italiano in appalti
pubblici sul territorio nazionale per il posizionamento della fibra ottica”.
Ora, per come ricostruito dall’antimafia, la Infratel Italia spa, partecipata al
100% dal ministero dell’Impresa e del Made in Italy, “ha presentato tre bandi di
gara per la costruzione e la gestione in concessione della rete pubblica a banda
ultra larga. Tutti e tre i bandi sono stati aggiudicati dalla società Open Fibre
spa”, quest’ultima, come detto, controllata dal Mef. Questo general contractor
ha così “sub-appaltato i lavori per il Lotto 3 Lombardia alla società Inpower
Group, che, a sua volta, si è avvalsa della Semis srl per la materiale
esecuzione di alcune opere in numerose cittadine della provincia di Lecco, di
Como, di Monza Brianza e di Pavia”.
L’unico espediente adottato da Aquilia è quello di aver intestato l’azienda alla
moglie. Un escamotage, l’intestazione fittizia, piuttosto elementare. Annota la
Dia: “In questo modo Aquilia ha architettato una schermatura della titolarità
dell’impresa, del relativo compendio aziendale e dei profitti generati a seguito
dell’impiego della Semis negli appalti pubblici, malgrado la società fosse già
destinataria, a partire dal 17 maggio 2022 di un’interdittiva antimafia emessa
dalla Prefettura di Milano”. Le due società sono accusate non penalmente di non
aver controllato. Non solo, dal provvedimento della Sezione misure di
prevenzione del Tribunale di Milano emerge che lo stesso Aquilia, vero regista
della società, ha avuto interlocuzione con gli stessi manager di Inpower e
Telebit. Tanto che il pm rileva “un’evidente inadeguatezza delle regole
cautelari, che con riferimento al rischio di commissione di reati di criminalità
organizzata (…). non individuano procedure specifiche. Risulterebbe, altrimenti,
del tutto singolare la presenza, tra i fornitori della Inpower della Semis,
posto che, il suo effettivo titolare, soggetto, tra l’altro, con cui gli stessi
dirigenti della committente hanno intrattenuto rapporti diretti nelle trattative
circa la fissazione del prezzo e della tipologia delle prestazioni, risulta
condannato per associazione mafiosa”.
Del resto il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico “ha illustrato come le
società connesse alla cosca mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto utilizzassero
le aziende del Nord come maschera per le proprie società, assumendo
sostanzialmente la forma, mentre nella sostanza restavano ditte controllate dai
mafiosi”.
L'articolo Le mani di Cosa nostra anche sul piano della banda ultra larga. Due
spa in amministrazione giudiziaria proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sedici anni di governo incontrastato, dal 2009 a oggi, e prima un biennio in cui
il terreno della conquista viene preparato con due tentati omicidi. La storia
recente della Curva Sud milanista è una narrazione che si svolge in “un clima di
violenza” e dentro “una faida” continua contro chi, nel tempo, ha provato a
conquistare il potere. Del resto i tentati omicidi saliranno a quattro in
totale. E così la storia del secondo anello blu dello stadio Meazza non può
prescindere dalla storia del suo capo, il 44enne milanese Luca Lucci (al quale
dei quattro è addebitato un solo tentato omicidio), il cui manifesto sta tutto
in queste parole, riportate nelle motivazioni della sentenza di primo grado
rispetto all’inchiesta Doppia Curva: “Bisogna apparire diversi da quello che si
è davvero”.
LUCCI E IL “PENSIERO OPPORTUNISTICO”
Una frase che, secondo la giudice Rossana Mongiardo, tradisce il pensiero
“opportunistico” di Lucci (condannato a 10 anni) e del suo Direttivo. Tanto che,
secondo l’accusa condivisa dalla corte, “la struttura” messa in piedi da Lucci
“attraverso la sua liceità di facciata, avrebbe sfruttato il potere derivante
dalla possibilità di muovere un gruppo estremamente elevato di tifosi per
conseguire illeciti profitti, acquisendo e mantenendo con violenza il controllo
assoluto sulla tifoseria milanista”.
LA “STRATEGIA PER L’EGEMONIA ASSOLUTA”
Azioni violente e spedizioni punitive, quantomeno a partire dal 2016,
“sintomatiche di una strategia, condivisa fra i membri del Direttivo,
finalizzata al conseguimento e al mantenimento di una posizione di egemonia
assoluta ed indivisa nella gestione del tifo organizzato, oltre che al
perseguimento, attraverso questa posizione di forza, di vantaggi illeciti ed
estorsivi”. Un quadro, va detto, contestato dalle difese “che hanno confutato la
prospettazione fornita dalla pubblica accusa”.
LA “FAIDA” PERMANENTE
Secondo, invece, le motivazioni del giudice si tratta di una “faida” permanente
che prima di Lucci inizia nel 2006 con l’ex amico Giancarlo Lombardi il quale
con i suoi Guerrieri Ultras conquista il potere. Nel frattempo due tentati
omicidi indeboliscono e non poco lo storico gruppo dei Commandos Tigre. Con
l’arresto di Lombardi, nel 2007 Lucci è già capo dei Guerrieri. Due anni dopo
finisce implicato nel pestaggio di un tifoso interista durante un derby.
“Cionondimeno – scrive il giudice – proprio in quell’anno l’imputato riusciva a
realizzare l’unificazione del tifo organizzato sotto l’unico striscione
denominato Curva Sud”.
IL PESTAGGIO DI GENOVA
Il 2016 è poi l’anno del potere assoluto che coincide con la cacciata dei
Commandos Tigre. Il 9 aprile durante Milan-Juventus, la banda di Lucci scende al
primo anello blu e fa togliere lo striscione dei Commandos esponendo quello di
Curva Sud. Una settimana dopo durante la trasferta a Genova, i suoi pretoriani
attendono i ragazzi dei Commandos all’interno del settore ospiti. Il pestaggio è
violento. I Commandos si ritirano. Scrive il giudice: “Si trattò di una vera e
propria esibizione di forza e di definitiva presa di posizione della Curva Sud”.
GLI INCIAMPI PENALI DEL CAPO ULTRAS
Nel frattempo Luca Lucci, detto il Toro, inizia a inciampare in reati di rilievo
e questo rischia di compromettere la sua leadership ormai acclarata con
l’allontanamento di Giancarlo Lombardi. In galera però il Toro ci sta ben poco.
Il 4 giugno 2018 riceve un’ordinanza (poi patteggiata) per spaccio di droga. A
luglio è già libero con solo l’obbligo di presentazione alla polizia
giudiziaria. Tre anni dopo finisce ancora nei guai per un traffico di droga
rubricato sempre a spaccio e ricostruito attraverso chat criptate. Niente
carcere, solo domiciliari e una condanna a sette anni. Nel frattempo nei tre
anni appena passati molto è successo.
LE MIRE DEGLI UOMINI VICINI ALLA MAFIA
Le indagini a suo carico hanno infatti rinvigorito gli appetiti sul grande
affare della curva Sud. Appetiti anche mafiosi. Nel 2018 il calabrese Domenico
Vottari, che pur mai condannato per mafia mantiene stretti rapporti con i
rappresentanti dei clan, progetta la scalata. Alle sue spalle il gruppo Black
Devils, una via di mezzo tra ultras e Milan club. A febbraio del 2018 partecipa
a un summit segreto al quale presenzia anche Giuseppe Calabrò, plenipotenziario
delle cosche di San Luca. Soprannominato u Dutturicchiu dirà: “Vedete di
collaborare, va fatta seria! Quello che possiamo prendere oggi per il domani”.
Vottari è laconico sulla Curva Sud: “Ci sono soldi a palate, solo che c’è una
cosa, quelli hanno monopolizzato la Curva”. E soprattutto dietro a Lucci e alla
Curva Sud ci sono i garanti della ‘ndrangheta di Platì. Per questo Vottari
rimane fermo, però spiega: “Se Sarino si toglie, io questo me lo mangio”.
L’ATTENTANTO AL LOCALE DI VOTTARI
La fiducia di Vottari però aumenta quando Lucci finisce arrestato per la prima
volta. I pretoriani del Toro annusano l’aria e iniziano a fare pressione sulle
persone vicine a Vottari. Tanto che un appartenente ai Black Devils teme il
peggio: “Credimi Mimmo vuol dire che loro hanno già pianificato, tutto
esattamente come fu anni fa per i Commandos, hanno già pianificato dove, come e
quando fare l’azione. Sicuro!”. E infatti, proprio nella logica di quel “clima
di violenza” e di una “faida permanente”, il 3 novembre 2018 il locale di
Vottari a Solaro viene colpito da “un attentato dinamitardo”. L’indagine sul
fatto sarà archiviata, ma per il giudice Mongiardo la responsabilità (non
contestata penalmente) è di Lucci e dei suoi uomini più fidati come Daniele
Cataldo, esperto di armi e droga.
“È LA PRIMA PUNTATA DEL GIORNO DEL GIUDIZIO”
L’analisi successiva del suo cellulare dimostrerà che “era stato informato di
quanto accaduto nel locale di Vottari da Daniele Cataldo meno di 3 ore dopo
l’esplosione della bomba-carta, quando ancora non ne era stata divulgata
pubblicamente la notizia”. Ricostruisce il giudice nelle sue motivazioni:
“Dall’analisi della copia forense del telefono di Lucci, emergeva che Cataldo,
alle ore 06:33, ovvero circa tre ore dopo il posizionamento della bomba carta,
inviava, via Whatsapp, sulla chat privata del primo un video che lo ritraeva
mentre correva, rassicurandolo sul fatto che fosse andato tutto bene, mentre
pronunciava, letteralmente, la seguente espressione: ‘Oggi facciamo la prima
puntata della serie il giorno del giudizio’“.
IL PERIODO PIÙ TURBOLENTO
Ancora nelle motivazioni della sentenza Doppia Curva si legge: “La vicenda
esprime nel modo più drammatico, fino a che punto si era connotata la lotta per
mantenere l’egemonia sulla tifoseria milanista da parte di Luca Lucci”. È un
periodo a dir poco turbolento per il capo della Curva Sud. Non c’è infatti solo
Vottari. “Allo stesso tempo – si legge in sentenza – ma separatamente,
procedevano in tal senso (cioè entrare negli affari della curva, ndr) anche
l’avvocato Alessandro Verga Ruffoni, unitamente ad Enzo Anghinelli”,
quest’ultimo vecchio tifoso milanista con un passato nel traffico di droga, già
in rapporti con Giancarlo Lombardi e in contatto con lo stesso Vottari.
LA REAZIONE DI LUCCI: IL TENTATO OMICIDIO
Secondo la ricostruzione fatta in sentenza, la reazione di Lucci è violenta e
rapida. Sia Verga Ruffoni che Anghinelli vengono picchiati in tre occasioni tra
ottobre 2018 e marzo 2019. Per arrivare poi alla mattina del 12 aprile 2019
quando due uomini in scooter nella centralissima via Cadore sparano cinque colpi
di pistola contro Anghinelli che non muore, finisce in coma e alla fine
sopravviverà. Per questo fatto, nonostante restino alcuni dubbi sul movente e
sui killer, Lucci viene condannato e con lui Daniele Cataldo. “Il quadro che ne
scaturisce a carico di Luca Lucci – tiene il punto il giudice Rossana Mongiardo-
è quello di un soggetto che dirige un gruppo di tifosi ristretto, fedelissimi,
che all’interno della Curva Sud, è pronto a difendere il potere conquistato, se
necessario anche con l’uso di armi da fuoco”.
LA CACCIA A LOMBARDI DENTRO L’OLD FASHION
Le stesse armi, sempre in mano al pro-console Cataldo, a cui scampa Giancarlo
Lombardi, il quale a partire dal primo arresto di Lucci in ogni modo ha tentato
di rientrare in curva Sud anche facendo sponda su gruppi criminali come la banda
della Barona capeggiata da Nazzareno Calajò. Alla corte di Calajò del resto
andrà a chiedere vendetta, secondo la sentenza, anche il duo Ruffoni-Anghinelli.
Il 12 gennaio 2024, Lombardi è presente nella discoteca Old Fashion. Purtroppo
per lui alla serata partecipano anche membri del direttivo di Lucci che gli
danno la caccia, quasi lo prendono, ma lui riesce a fuggire, scampando a
un’aggressione probabilmente armata visto che secondo il giudice all’Old Fashion
era arrivato l’onnipresente Cataldo con una pistola.
LA “GUERRA” IN MANO A CATALDO
E di nuovo torna “quell’aria di violenza” e di “faida” permanente. Tanto che il
giudice annota: “Anche questa azione di gruppo ai danni di Lombardi, che,
ragionevolmente, avrebbe potuto avere conseguenze molto più gravi se Cataldo non
avesse perso la pistola, è stata partecipata e pienamente condivisa da tutti i
membri della Curva Sud che vi avevano partecipato”. E’, dunque, “una guerra”
quella di Lucci per ribadire “la sua egemonia” legata al fatto di “non volere
dividere con nessuno il suo territorio di affari”. Una guerra la cui “strategia
è affidata anche a una persona, come Cataldo Daniele, che risulta essere stato
arrestato nel 2015 per possesso di droga, di veicoli rubati e soprattutto di
armi e che, nel biennio 2018-2019, aveva partecipato alle più gravi aggressioni
in danno di Vottari e Anghinelli e, di nuovo, all’aggressione ai danni di
quest’ultimo e di Lombardi, avvenute nel 2024”.
LE SPRANGATE AGLI ULTRAS CROATI
La forza e la violenza e non certo il dialogo, secondo il giudice,
caratterizzano la scalata di Lucci del potere in curva e il mantenimento dello
status quo. Con gli agguati e le spedizioni punitive, ma anche mostrando i
muscoli davanti ad altri gruppi di ultras come avviene il 14 settembre 2022
contro gli ultras croati della Dinamo Zagabria. Dalle chat emerge da parte di
Lucci “una piena soddisfazione e il proprio compiacimento per la dimostrazione
di forza”. Tanto da scrivere: “Gli ha dato una sprangata in faccia. È svenuto
sulle gambe, gli altri si sono fermati, che tipo si sono spaventati. Altre tre o
quattro sprangate”. Nel dialogo interviene poi Alessandro Sticco detto Shreck,
forse l’unico vero erede del Toro: “No Luca, non puoi capire, sai che ho gli
occhi lucidi dall’emozione? Mi sento come quando è nata mia figlia, no forse di
più”. Tutti questi episodi narrati dalla sentenza del giudice Rossana Mongiardo
“non costituiscono devianze isolate, ma veri e propri tasselli della stessa
strategia: si tratta, in sintesi, di un gruppo che si afferma con le mani, che
si racconta come guida, ma che, nei fatti, governa con la violenza”. Perché il
vero manifesto del Toro Lucci è sempre lo stesso: “Bisogna apparire diversi da
quello che si è davvero”.
L'articolo Milan, la “faida” continua per il controllo della curva. L’ordine di
Lucci: “Apparire diversi da quello che si è davvero” proviene da Il Fatto
Quotidiano.