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Stop alle trasferte per gli ultras di Lazio e Napoli dopo gli scontri sull’A1
Il Viminale continua con il pugno duro contro gli ultras violenti. Dopo i supporter di Roma e Fiorentina, ne fanno le spese sono i tifosi di Lazio e Napoli: anche per loro è arrivato il divieto di trasferta fino alla fine della stagione calcistica. A disporre lo stop è stato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi stavolta dopo gli scontri in autostrada A1 avvenuti domenica scorsa tra gli ultras delle due squadre. Il divieto non si applicherà al derby Roma-Lazio ancora da calendarizzare ma al momento in programma per il 17 maggio prossimo, visto che non ci saranno movimenti esterni di tifoserie al di fuori della propria città. Gli episodi violenti si erano verificati nella mattinata di domenica nel tratto fra Ceprano e Frosinone, quando gli ultras biancocelesti – di ritorno dalla trasferta a Lecce – erano entrati in contatto con quelli del Napoli, diretti a Torino per la partita contro la Juventus. A fronteggiarsi sono state decine di soggetti con il volto coperto e armati di bastoni, che hanno provocato il blocco dell’autostrada per alcuni minuti. All’arrivo delle pattuglie della polizia stradale gli ultras erano già risaliti nelle auto e nei minivan dileguandosi. Ma poco dopo 80 laziali erano stati intercettati e identificati dagli agenti alle porte di Roma: alla vista delle forze dell’ordine avevano gettato lungo il ciglio della strada bastoni e coltelli da cucina, poi sequestrati. Ed oltre 300 tifosi napoletani erano stati in serata identificati al loro arrivo a Torino. Lo stesso provvedimento era stato preso la settimana scorsa dal Viminale nei confronti dei supporter viola e giallorossi, a seguito degli scontri – sempre sulla A1 – tra gli ultrà delle due squadre, che avevano di fatto bloccato il tratto autostradale all’altezza di Bologna, per affrontarsi con mazze e spranghe. Le misure del ministero arrivano in una fase in cui sono tornati ad essere frequenti gli scontri fra tifosi. Alcuni giorni fa gli ultrà del Bologna hanno ingaggiato una violenta rissa a Como, prima della partita allo stadio Sinigaglia: ci sono stati due arresti e 53 denunce. Risale al 14 dicembre, invece, un episodio di guerriglia urbana davanti allo stadio di Marassi, fra i tifosi del Genoa e quelli dell’Inter, con gli ultras che si sono lanciati bombe carta, fumogeni e bottiglie e con un furgone e uno scooter che hanno preso fuoco, con l’intervento di polizia e carabinieri che hanno sparato lacrimogeni e con un denso fumo acre che ha avvolto le strade che portano allo stadio. L'articolo Stop alle trasferte per gli ultras di Lazio e Napoli dopo gli scontri sull’A1 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alla “festa dello sport” aveva premiato degli ultras con Daspo: si è dimesso il presidente provinciale del Coni di Chieti
Massimiliano Milozzi, delegato provinciale del Coni di Chieti finito nella bufera dopo la premiazione della tifoseria locale – rappresentata durante la cerimonia anche da quattro ultras sottoposti a Daspo – ha rassegnato le dimissioni al presidente regionale Antonello Passacantando. Come riferito dal Coni regionale, Milozzi ha inviato una mail al presidente in cui ha rimesso il suo mandato. Il presidente regionale ha poi comunicato la decisione al presidente nazionale del Coni, Luciano Buonfiglio, che martedì scorso aveva chiesto ufficialmente un passo indietro a Milozzi. “Serve attenzione anche a livello territoriale e condanno fortemente quello che è successo a Chieti”, erano state le sue parole. L’episodio risale al 16 gennaio, alla Festa Provinciale dello Sport del Coni Chieti. In quella circostanza, infatti, a ritirare sul palco la targa dedicata alla Curva Volpi (parte ultras del Chieti) c’era una delegazione di sei persone, di cui quattro con provvedimento Daspo, cioè il divieto di accedere alle manifestazioni sportive che viene spesso decretato dai questori di tutta Italia nei confronti di soggetti ritenuti pericolosi. La “festa provinciale dello sport” organizzata dal Coni di Chieti, in Abruzzo, si è così trasformata in poche ore in un caso, con le foto dei soggetti “daspati” che hanno fatto presto il giro del web. Prima e dopo di loro, infatti, sullo stesso palco sono saliti campioni dello sport, dirigenti e Stelle al merito sportivo, compreso il comandante della Polizia Locale. Il Coni, dal canto suo, si era difeso spiegando che il premio era per l’intera tifoseria e che non sapeva chi di loro avrebbe ritirato la targa in memoria di Michael Luciani, un giovane sostenitore del Chieti scomparso lo scorso ottobre in un incidente stradale. Guardando più attentamente la foto sul palco, però, ben presto in tanti si sono accorti che della delegazione facevano parte anche quattro ultras sanzionati dal questore di Chieti con provvedimenti che vanno dai 2 ai 9 anni. Tra loro anche il leader della Curva Volpi, Francesco Salvatore, sottoposto a Daspo con l’accusa di aver partecipato ad alcuni scontro con la tifoseria dell’Avezzano. Un altro dei premiati è accusato di aver partecipato ad “agguati ai tifosi avversari” con l’episodio culminante della “sottrazione di una sciarpa biancazzurra a un uomo e a suo figlio sedicenne, fermati, minacciati e rapinati all’una e mezza della notte”. L’invito dell’ente “descriveva l’appuntamento come un’occasione per celebrare ‘il valore umano e sociale dello sport‘ e la gratitudine verso chi ‘costruisce educazione e comunità'”. Il sindaco della città, Diego Ferrara, aveva preferito non commentare, anche se sul sito dell’amministrazione c’è un post celebrativo della serata e del premio alla memoria del tifoso scomparso, compresa la citazione del premio speciale alla Curva Volpi per “l’attaccamento alla città e ai colori neroverdi”. Al contrario, invece, il Coni abruzzese aveva affidato la replica al suo presidente, Antonello Passacantando. “La targa destinata alla Curva Volpi del Chieti Calcio – ha dichiarato – è stata attribuita alla tifoseria nel suo insieme e non ai singoli componenti, per l’attaccamento alla società sportiva e l’impegno sociale e solidale più volte dimostrato nel tempo. I rappresentanti della Curva sono stati invitati in quanto tali. Non vi era alcuna conoscenza preventiva sull’identità di chi avrebbe materialmente ritirato il riconoscimento. Tutto si è svolto in assoluta buona fede, con l’unico intento di valorizzare un gesto di inclusione e memoria“. L'articolo Alla “festa dello sport” aveva premiato degli ultras con Daspo: si è dimesso il presidente provinciale del Coni di Chieti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’autostrada ostaggio degli ultras: guerriglia tra tifosi di Fiorentina e Roma sull’A1 con caschi e spranghe
L’autostrada diventa il nuovo terreno di battaglia degli ultras. Oggi poco dopo le ore 12.30 gruppi organizzati delle tifoserie di Fiorentina e Roma si sono scontrati sulla corsia d’emergenza dell’A1 a Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, poche ore prima del fischio d’inizio del match tra i rossoblu e i viola, valido per la Serie A. Circa 200 persone, con cappucci e con i volti coperti, sono scese dalle macchine in autostrada e si sono fronteggiate con caschi e spranghe, mentre gli altri veicoli hanno rischiato incidenti per evitarli. Alcune auto sono rimaste danneggiate nel corso dei tafferugli. I tifosi della Fiorentina erano appunto diretti a Bologna, mentre quelli della Roma a Torino per l’altro match di Serie A, in programma alle ore 18. La polizia di Bologna è al lavoro per identificare i responsabili: sono al vaglio le immagini delle videocamere anche per ricostruire quanto è accaduto. L'articolo L’autostrada ostaggio degli ultras: guerriglia tra tifosi di Fiorentina e Roma sull’A1 con caschi e spranghe proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Milan, la “faida” continua per il controllo della curva. L’ordine di Lucci: “Apparire diversi da quello che si è davvero”
Sedici anni di governo incontrastato, dal 2009 a oggi, e prima un biennio in cui il terreno della conquista viene preparato con due tentati omicidi. La storia recente della Curva Sud milanista è una narrazione che si svolge in “un clima di violenza” e dentro “una faida” continua contro chi, nel tempo, ha provato a conquistare il potere. Del resto i tentati omicidi saliranno a quattro in totale. E così la storia del secondo anello blu dello stadio Meazza non può prescindere dalla storia del suo capo, il 44enne milanese Luca Lucci (al quale dei quattro è addebitato un solo tentato omicidio), il cui manifesto sta tutto in queste parole, riportate nelle motivazioni della sentenza di primo grado rispetto all’inchiesta Doppia Curva: “Bisogna apparire diversi da quello che si è davvero”. LUCCI E IL “PENSIERO OPPORTUNISTICO” Una frase che, secondo la giudice Rossana Mongiardo, tradisce il pensiero “opportunistico” di Lucci (condannato a 10 anni) e del suo Direttivo. Tanto che, secondo l’accusa condivisa dalla corte, “la struttura” messa in piedi da Lucci “attraverso la sua liceità di facciata, avrebbe sfruttato il potere derivante dalla possibilità di muovere un gruppo estremamente elevato di tifosi per conseguire illeciti profitti, acquisendo e mantenendo con violenza il controllo assoluto sulla tifoseria milanista”. LA “STRATEGIA PER L’EGEMONIA ASSOLUTA” Azioni violente e spedizioni punitive, quantomeno a partire dal 2016, “sintomatiche di una strategia, condivisa fra i membri del Direttivo, finalizzata al conseguimento e al mantenimento di una posizione di egemonia assoluta ed indivisa nella gestione del tifo organizzato, oltre che al perseguimento, attraverso questa posizione di forza, di vantaggi illeciti ed estorsivi”. Un quadro, va detto, contestato dalle difese “che hanno confutato la prospettazione fornita dalla pubblica accusa”. LA “FAIDA” PERMANENTE Secondo, invece, le motivazioni del giudice si tratta di una “faida” permanente che prima di Lucci inizia nel 2006 con l’ex amico Giancarlo Lombardi il quale con i suoi Guerrieri Ultras conquista il potere. Nel frattempo due tentati omicidi indeboliscono e non poco lo storico gruppo dei Commandos Tigre. Con l’arresto di Lombardi, nel 2007 Lucci è già capo dei Guerrieri. Due anni dopo finisce implicato nel pestaggio di un tifoso interista durante un derby. “Cionondimeno – scrive il giudice – proprio in quell’anno l’imputato riusciva a realizzare l’unificazione del tifo organizzato sotto l’unico striscione denominato Curva Sud”. IL PESTAGGIO DI GENOVA Il 2016 è poi l’anno del potere assoluto che coincide con la cacciata dei Commandos Tigre. Il 9 aprile durante Milan-Juventus, la banda di Lucci scende al primo anello blu e fa togliere lo striscione dei Commandos esponendo quello di Curva Sud. Una settimana dopo durante la trasferta a Genova, i suoi pretoriani attendono i ragazzi dei Commandos all’interno del settore ospiti. Il pestaggio è violento. I Commandos si ritirano. Scrive il giudice: “Si trattò di una vera e propria esibizione di forza e di definitiva presa di posizione della Curva Sud”. GLI INCIAMPI PENALI DEL CAPO ULTRAS Nel frattempo Luca Lucci, detto il Toro, inizia a inciampare in reati di rilievo e questo rischia di compromettere la sua leadership ormai acclarata con l’allontanamento di Giancarlo Lombardi. In galera però il Toro ci sta ben poco. Il 4 giugno 2018 riceve un’ordinanza (poi patteggiata) per spaccio di droga. A luglio è già libero con solo l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Tre anni dopo finisce ancora nei guai per un traffico di droga rubricato sempre a spaccio e ricostruito attraverso chat criptate. Niente carcere, solo domiciliari e una condanna a sette anni. Nel frattempo nei tre anni appena passati molto è successo. LE MIRE DEGLI UOMINI VICINI ALLA MAFIA Le indagini a suo carico hanno infatti rinvigorito gli appetiti sul grande affare della curva Sud. Appetiti anche mafiosi. Nel 2018 il calabrese Domenico Vottari, che pur mai condannato per mafia mantiene stretti rapporti con i rappresentanti dei clan, progetta la scalata. Alle sue spalle il gruppo Black Devils, una via di mezzo tra ultras e Milan club. A febbraio del 2018 partecipa a un summit segreto al quale presenzia anche Giuseppe Calabrò, plenipotenziario delle cosche di San Luca. Soprannominato u Dutturicchiu dirà: “Vedete di collaborare, va fatta seria! Quello che possiamo prendere oggi per il domani”. Vottari è laconico sulla Curva Sud: “Ci sono soldi a palate, solo che c’è una cosa, quelli hanno monopolizzato la Curva”. E soprattutto dietro a Lucci e alla Curva Sud ci sono i garanti della ‘ndrangheta di Platì. Per questo Vottari rimane fermo, però spiega: “Se Sarino si toglie, io questo me lo mangio”. L’ATTENTANTO AL LOCALE DI VOTTARI La fiducia di Vottari però aumenta quando Lucci finisce arrestato per la prima volta. I pretoriani del Toro annusano l’aria e iniziano a fare pressione sulle persone vicine a Vottari. Tanto che un appartenente ai Black Devils teme il peggio: “Credimi Mimmo vuol dire che loro hanno già pianificato, tutto esattamente come fu anni fa per i Commandos, hanno già pianificato dove, come e quando fare l’azione. Sicuro!”. E infatti, proprio nella logica di quel “clima di violenza” e di una “faida permanente”, il 3 novembre 2018 il locale di Vottari a Solaro viene colpito da “un attentato dinamitardo”. L’indagine sul fatto sarà archiviata, ma per il giudice Mongiardo la responsabilità (non contestata penalmente) è di Lucci e dei suoi uomini più fidati come Daniele Cataldo, esperto di armi e droga. “È LA PRIMA PUNTATA DEL GIORNO DEL GIUDIZIO” L’analisi successiva del suo cellulare dimostrerà che “era stato informato di quanto accaduto nel locale di Vottari da Daniele Cataldo meno di 3 ore dopo l’esplosione della bomba-carta, quando ancora non ne era stata divulgata pubblicamente la notizia”. Ricostruisce il giudice nelle sue motivazioni: “Dall’analisi della copia forense del telefono di Lucci, emergeva che Cataldo, alle ore 06:33, ovvero circa tre ore dopo il posizionamento della bomba carta, inviava, via Whatsapp, sulla chat privata del primo un video che lo ritraeva mentre correva, rassicurandolo sul fatto che fosse andato tutto bene, mentre pronunciava, letteralmente, la seguente espressione: ‘Oggi facciamo la prima puntata della serie il giorno del giudizio’“. IL PERIODO PIÙ TURBOLENTO Ancora nelle motivazioni della sentenza Doppia Curva si legge: “La vicenda esprime nel modo più drammatico, fino a che punto si era connotata la lotta per mantenere l’egemonia sulla tifoseria milanista da parte di Luca Lucci”. È un periodo a dir poco turbolento per il capo della Curva Sud. Non c’è infatti solo Vottari. “Allo stesso tempo – si legge in sentenza – ma separatamente, procedevano in tal senso (cioè entrare negli affari della curva, ndr) anche l’avvocato Alessandro Verga Ruffoni, unitamente ad Enzo Anghinelli”, quest’ultimo vecchio tifoso milanista con un passato nel traffico di droga, già in rapporti con Giancarlo Lombardi e in contatto con lo stesso Vottari. LA REAZIONE DI LUCCI: IL TENTATO OMICIDIO Secondo la ricostruzione fatta in sentenza, la reazione di Lucci è violenta e rapida. Sia Verga Ruffoni che Anghinelli vengono picchiati in tre occasioni tra ottobre 2018 e marzo 2019. Per arrivare poi alla mattina del 12 aprile 2019 quando due uomini in scooter nella centralissima via Cadore sparano cinque colpi di pistola contro Anghinelli che non muore, finisce in coma e alla fine sopravviverà. Per questo fatto, nonostante restino alcuni dubbi sul movente e sui killer, Lucci viene condannato e con lui Daniele Cataldo. “Il quadro che ne scaturisce a carico di Luca Lucci – tiene il punto il giudice Rossana Mongiardo- è quello di un soggetto che dirige un gruppo di tifosi ristretto, fedelissimi, che all’interno della Curva Sud, è pronto a difendere il potere conquistato, se necessario anche con l’uso di armi da fuoco”. LA CACCIA A LOMBARDI DENTRO L’OLD FASHION Le stesse armi, sempre in mano al pro-console Cataldo, a cui scampa Giancarlo Lombardi, il quale a partire dal primo arresto di Lucci in ogni modo ha tentato di rientrare in curva Sud anche facendo sponda su gruppi criminali come la banda della Barona capeggiata da Nazzareno Calajò. Alla corte di Calajò del resto andrà a chiedere vendetta, secondo la sentenza, anche il duo Ruffoni-Anghinelli. Il 12 gennaio 2024, Lombardi è presente nella discoteca Old Fashion. Purtroppo per lui alla serata partecipano anche membri del direttivo di Lucci che gli danno la caccia, quasi lo prendono, ma lui riesce a fuggire, scampando a un’aggressione probabilmente armata visto che secondo il giudice all’Old Fashion era arrivato l’onnipresente Cataldo con una pistola. LA “GUERRA” IN MANO A CATALDO E di nuovo torna “quell’aria di violenza” e di “faida” permanente. Tanto che il giudice annota: “Anche questa azione di gruppo ai danni di Lombardi, che, ragionevolmente, avrebbe potuto avere conseguenze molto più gravi se Cataldo non avesse perso la pistola, è stata partecipata e pienamente condivisa da tutti i membri della Curva Sud che vi avevano partecipato”. E’, dunque, “una guerra” quella di Lucci per ribadire “la sua egemonia” legata al fatto di “non volere dividere con nessuno il suo territorio di affari”. Una guerra la cui “strategia è affidata anche a una persona, come Cataldo Daniele, che risulta essere stato arrestato nel 2015 per possesso di droga, di veicoli rubati e soprattutto di armi e che, nel biennio 2018-2019, aveva partecipato alle più gravi aggressioni in danno di Vottari e Anghinelli e, di nuovo, all’aggressione ai danni di quest’ultimo e di Lombardi, avvenute nel 2024”. LE SPRANGATE AGLI ULTRAS CROATI La forza e la violenza e non certo il dialogo, secondo il giudice, caratterizzano la scalata di Lucci del potere in curva e il mantenimento dello status quo. Con gli agguati e le spedizioni punitive, ma anche mostrando i muscoli davanti ad altri gruppi di ultras come avviene il 14 settembre 2022 contro gli ultras croati della Dinamo Zagabria. Dalle chat emerge da parte di Lucci “una piena soddisfazione e il proprio compiacimento per la dimostrazione di forza”. Tanto da scrivere: “Gli ha dato una sprangata in faccia. È svenuto sulle gambe, gli altri si sono fermati, che tipo si sono spaventati. Altre tre o quattro sprangate”. Nel dialogo interviene poi Alessandro Sticco detto Shreck, forse l’unico vero erede del Toro: “No Luca, non puoi capire, sai che ho gli occhi lucidi dall’emozione? Mi sento come quando è nata mia figlia, no forse di più”. Tutti questi episodi narrati dalla sentenza del giudice Rossana Mongiardo “non costituiscono devianze isolate, ma veri e propri tasselli della stessa strategia: si tratta, in sintesi, di un gruppo che si afferma con le mani, che si racconta come guida, ma che, nei fatti, governa con la violenza”. Perché il vero manifesto del Toro Lucci è sempre lo stesso: “Bisogna apparire diversi da quello che si è davvero”. L'articolo Milan, la “faida” continua per il controllo della curva. 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“Curva dell’Inter era mafiosa, sudditanza del club. Quella del Milan guadagnava 100mila euro all’anno”: le motivazioni delle condanne
La curva dell’Inter aveva una “protezione di matrice mafiosa” e la società “si trovava in una situazione di sudditanza” che ha finito per “agevolare” i leader “seppur obtorto collo“. Quella del Milan, invece, si assicurava guadagni iileciti superiori a “100mila euro all’anno” attraverso attività come la “rivendita dei biglietti”. Le motivazioni della sentenza con le quali la giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Milano, Rossana Mongiardo, ha condannato in abbreviato – lo scorso 17 giugno – i capi delle due tifoserie organizzate nel processo scaturito dall’indagine “Doppia Curva” ricostruiscono cosa accadeva nei due settori sotto la guida di Luca Lucci e Andrea Beretta, capi ultras di Milan e Inter ai quali sono stati inflitti 10 anni a testa. LE ACCUSE ALLE CURVE DI INTER E MILAN La giudice ha riconosciuto tutte le imputazioni, da un omicidio recente, quello del 2024 di Antonio Bellocco, rampollo dell’omonima cosca, ad un tentato omicidio di sei anni fa, fino alle due associazioni per delinquere tra cui ci sarebbe stato un “patto” per gli affari, tra la curva Sud milanista e la Nord interista, quest’ultima pure con l’aggravante mafiosa per rapporti con la ‘ndrangheta. Le indagini – spiega la giudice – “hanno evidenziato che la società interista si trovava in una situazione di sudditanza nei confronti degli esponenti della Curva Nord, finendo, di fatto, per agevolarli, seppur ‘obtorto collo'”. In sostanza, la giudice dà conto di quei rapporti di “sudditanza” di responsabili dell’Inter che erano già emersi nelle indagini e che erano anche stati evidenziati nella requisitoria del pm Paolo Storari. Inter che, poi, così come il Milan e anche la Lega Serie A, si è costituita parte civile nel processo abbreviato, ottenendo risarcimenti per i danni subiti. LA SOCIETÀ DELL’INTER ERA IN “SUDDITANZA” Sia il club rossonero che quello nerazzurro, tra l ‘altro, sono stati sottoposti dalla Procura di Milano ad un procedimento di prevenzione e in questi mesi le due società hanno lavorato anche per recidere i rapporti malsani con le tifoserie organizzate. Dirigenti e calciatori erano pure stati sentiti a verbale dopo il blitz del 2024. La gup scrive che sul fronte dell’Inter “i personaggi maggiormente coinvolti” in quella “sudditanza” sono stati Paolo Bordogna, il “responsabile sicurezza dello stadio Meazza” per le gare casalinghe dell’Inter, Nicola Ranieri e Paolo Gandinelli, ossia Slo e vice-Slo del club, ovvero le figure incaricate di “tenere i rapporti tra la tifoseria organizzata e la società e le forze dell’ordine”, e Claudio Sala, “responsabile sicurezza della compagine nerazzurra”. Nessuno di loro è finito indagato. LUCCI AVEVA “INTELLIGENZA SPIETATA” La giudice chiarisce, invece, che Lucci ha fatto quasi da “contrappeso” a Beretta, perché “più di tutti, nel corso del processo si è difeso, rendendosi quasi il protagonista”. È “apparso scaltro, dotato di una mentalità quasi sopraffina” e allo stesso tempo di una “intelligenza ‘spietata’”, che lo ha portato a difendersi “in maniera opportunistica, negando con pervicacia tutte le accuse”. Tutto smentito, spiega la gup, dalle prove. E se per Beretta, si legge ancora, erano più importanti gli interessi economici “del tifo”, Lucci “si è sempre proclamato un vero tifoso”, parlando anche di “errori” di vita, come sul fronte dei traffici di droga. Su questo è sembrato “sincero ed onesto”, ma non ha portato elementi utili nel procedimento, a parte la sua difesa negli interrogatori, e da qui la mancata concessione per lui delle attenuanti. IL “CONTRIBUTO” DI BERETTA ALLE INDAGINI A Beretta, diventato collaboratore di giustizia, sono state riconosciute, “oltre all’attenuante speciale della collaborazione”, anche quelle generiche per il “contributo significativo” dato alle indagini. Prima della sua “scelta di ‘redenzione'”, infatti, alcuni aspetti erano “terreno ignoto” per gli inquirenti. È stato lui, infatti, ad autoaccusarsi e a portare ad arresti per l’omicidio dello storico leader ultrà nerazzurro Vittorio Boiocchi del 2022, per il quale un altro processo è in corso. E si è detto “estremamente pentito”, raccontando che era “mosso dall’egida del denaro” e del “potere”. L'articolo “Curva dell’Inter era mafiosa, sudditanza del club. Quella del Milan guadagnava 100mila euro all’anno”: le motivazioni delle condanne proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Inferno sulle tribune, interrotta la partita dell’Ajax: i tifosi lanciano decine di fuochi d’artificio in campo | Video
La partita era cominciata da appena 5 minuti quando la curva della Johan Cruijff Arena di Amsterdam si è trasformata in un inferno. I tifosi dell’Ajax hanno accesso all’unisono decine di fumogeni e poi hanno iniziato a lanciare fuochi d’artificio. I calciatori sono fuggiti negli spogliatoi e l’arbitro ha sospeso il match di Eredivisie tra i lanceri e il Groningen. Dopo oltre mezz’ora, le due squadre hanno provato a riprendere, ma la partita è stata nuovamente interrotta da un altro lancio di fuochi e petardi. Quindi si è decisivo per il definitivo rinvio, mentre l’Ajax in una nota ha condannato il gesto dei suoi tifosi annunciando un’indagine interna per capire come sia stati introdotti così tanti fuochi d’artificio sulle tribune. La squadra di Amsterdam vive di nuovo un periodo difficile, lontanissima dalla vetta in campionato e ultima con zero punti in Champions League. L'articolo Inferno sulle tribune, interrotta la partita dell’Ajax: i tifosi lanciano decine di fuochi d’artificio in campo | Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli ultras del Napoli attaccano Saviano e De Laurentiis: il video dei manifesti appesi in città
Insulti contro Roberto Saviano, definito “parassita“. E un duro attacco ad Aurelio De Laurentiis. Alla vigilia della sfida di Champions League contro il Qarabag, per le strade di Napoli sono apparsi diversi manifesti contro il presidente del club e contro il giornalista e scrittore. Sono firmati dagli ultras delle due curve dello stadio Maradona: i gruppi Curva A e B. Il motivo? Sarebbe l’atteggiamento avuto da De Laurentiis e Saviano in occasione dell’espulsione dall’Olanda dei tifosi azzurri che erano ad Eindhoven per l’incontro di Champions contro il Psv. Su questo punto viene attaccato il presidente del Napoli: “Hai provato a comprarci fin dal primo giorno ma non siamo mai stati sul mercato e questo tu non l’hai mai accettato. In Olanda hai dimostrato il tuo modo di essere presidente, tacere sugli abusi subiti dalla tua gente”, si legge nel manifesto. L’attacco a Saviano invece è più generico: “Sulle problematiche della nostra città hai costruito la tua notorietà – scrivono – ora miri agli ultras per il tuo prossimo racconto“. L'articolo Gli ultras del Napoli attaccano Saviano e De Laurentiis: il video dei manifesti appesi in città proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alto agguato ultras a un pullman: in venti invadono la strada e lanciano pietre contro il bus del Chieti Calcio
Un altro agguato ultras a un bus, a nemmeno un mese dalla morte dell’autista Raffaele Marianella, colpito da un sasso lanciato dagli ultras di Rieti contro il pullman dei tifosi del Pistoia Basket. Questa volta l’episodio è avvenuto circa un chilometro prima del casello di Loreto della A14, dove una ventina di persone hanno invaso la sede stradale e iniziato a lanciare alcune pietre contro il pullman che stava riportando in Abruzzo i giocatori del Chieti Calcio dopo la partita persa per due a zero sul campo di Recanati. Le Digos delle Questure di Macerata e di Chieti indagano per risalire agli autori dell’imboscata avvenuta nel tardo pomeriggio di domenica. Solo una repentina manovra del conducente del pullman ha evitato che le persone in strada venissero investite. Mentre una delle pietre lanciate ha infranto il vetro oscurato laterale destro dell’uscita di sicurezza: per fortuna in questo caso il vetro interno ha retto, scongiurando una nuova tragedia. Sulla carrozzeria è presente una piccola ammaccatura. Le indagini si concentrano sulla tifoseria ultras teatina che ha contestato squadra e società alla luce delle vicissitudini dell’ultima settimana e delle sconfitte sul terreno di gioco che relegano il Chieti, partito con altre ambizioni, nella parte bassa della classifica del girone F di Serie D. L'articolo Alto agguato ultras a un pullman: in venti invadono la strada e lanciano pietre contro il bus del Chieti Calcio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Si fatica pure con la Moldavia: la Nazionale è sempre senza qualità. Ma su una cosa ha ragione Gattuso: la vera “vergogna” sono gli Ultras dell’Italia
Fatichiamo. Molto, sempre e comunque: il 2-0 strappato a Chisinau sulla Moldavia, con i due gol firmati al tramonto del match da due capocciate di Mancini (88’) e Pio Esposito (92’), ribadiscono il concetto che il nostro calcio ha un problema di fondo: si chiama mancanza di “qualità”. Rino Gattuso ha schierato una specie di Italia B, ma è riuscito a domare un avversario al posto numero 156 del ranking Fifa solo quando sono entrati i titolari e quando la squadra di Lilian Popescu era stanca. La Moldavia, per dire, aveva perso 11-1 con la Norvegia. A Chisinau ha bloccato sullo 0-0 gli azzurri fino all’88’. Fatichiamo, yes. Ieri sera abbiamo assistito a un film già visto, per esempio negli spareggi mondiali contro Svezia (2017) e Macedonia del Nord (2022). Sbattiamo la testa, testardi e ostinati, contro il muro, cercando di aggirare l’avversario sulle corsie laterali e piazzando cross verso il centro. Con due problemi di fondo: i cross vengono spesso intercettati dai difensori e se non hai Retegui a muoversi in area, finiscono nel nulla. Scamacca a Chisinau non è pervenuto: è stato forse il peggiore. Nel calcio di alto cabotaggio, non si segue un unico copione: esistono i percorsi alternativi, per citare un esempio gli inserimenti per vie centrali. Sono le cosiddette varianti, ma per realizzarle, occorrono giocatori di qualità. I numeri 10 creativi e gli esterni che saltano l’uomo costringono le difese ad aprirsi, creando lo spazio per gli inserimenti dei compagni. Non parliamo di schemi raffinati: l’ABC del calcio. I copioni di alto livello, felliniani, sono riservati ai club dove si lavora ogni giorno e dove i direttori d’orchestra sono i migliori allenatori in circolazione. Non è il caso delle nazionali: è finito da un pezzo il tempo in cui una selezione svettata sui club. Oggi è il contrario. Non abbiamo il numero 10 illuminato e in questo momento non possiamo rinunciare a Politano a destra e Dimarco a sinistra. In attacco, Kean e Retegui sono punti fermi indiscutibili. Tonali a Chisinau ha sbagliato molto, ma resta il nostro miglior centrocampista. Cristante, versione capitano, ha compiuto il suo dovere, ma Barella, con i suoi strappi, resta il partner ideale di Tonali. Un’idea, copiando il suggerimento di Gasperini alla Roma, potrebbe essere quella di piazzare Cristante sulla trequarti, con Tonali e Barella alle spalle. Una cosa non si può però rimproverare alla nazionale: la mancanza di impegno. Ha ragione Rino Gattuso a lamentarsi per la contestazione dei 500 tifosi del gruppo Ultras Italia al seguito degli azzurri, ma la sua critica merita un approfondimento. Quel gruppo presente a Chisinau, oltre a urlare slogan vecchi come Matusalemme (“andate a lavorare”, roba del Ventesimo secolo), ha cercato di assolvere chi ha commesso l’assurdo agguato di Rieti in occasione della partita di basket contro Pistoia. Felpe nere, bandiere tricolori con i nomi delle città di provenienza, ideologicamente legati alla destra estrema, nel 2011 gli Ultras Italia insultarono Mario Balotelli in occasione di un’amichevole contro la Romania con i “buuu” razzisti. Quando Gattuso dice “vergogna”, bisogna andare oltre i cori di Chisinau. La vera vergogna è esportare nel mondo questa gente. La partita di domenica a Milano contro la Norvegia avrà il senso di un test: solo un fantascientifico 9-0 contro gli scandinavi potrebbe infatti consentire agli azzurri di qualificarsi al mondiale di Usa-Canada-Messico senza passare per la Cayenna degli spareggi. I playoff sono in programma alla fine di marzo 2026: il 26 la semifinale, il 31 la finale. Il sorteggio di questa lotteria che dovrà qualificare quattro nazionali europee in totale si svolgerà a Zurigo il 20 novembre. In questo momento, l’avversaria più probabile della semifinale del 26 marzo sarà una tra Galles, Romania, Irlanda del Nord e Svezia, ma è prematuro per avventurarsi in questi discorsi. Il vero rebus è quale Italia vedremo a marzo: riuscirà nell’impresa di evitare la terza eliminazione mondiale di fila? Mentre l’Italia soffriva in Moldavia, la Francia si è qualificata maltrattando l’Ucraina (4-0, doppietta di Mbappé approdato a quota 400 gol in carriera). Il Portogallo si è complicato la vita perdendo 2-0 in Irlanda, ma un successo contro l’Armenia consegnerà il pass ai lusitani. La sfida di domenica avrà un illustre assente: Cristiano Ronaldo è stato espulso a Dublino per una gomitata rifilata a un avversario e rischia due turni di squalifica. Quando hai 40 anni suonati e intravedi l’orizzonte del sesto mondiale, comportamenti simili sono censurabili, senza “se” e senza “ma”. A proposito di vergogna. L'articolo Si fatica pure con la Moldavia: la Nazionale è sempre senza qualità. Ma su una cosa ha ragione Gattuso: la vera “vergogna” sono gli Ultras dell’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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