La guerra agli spazi sociali ha colpito un altro bersaglio. Torino, dopo la
chiusura dello storico centro sociale Askatasuna, dovrà salutare anche il
Comala, che da quindici anni è uno dei più importanti centri di aggregazione
della città. Oggi questo luogo “non cambia gestione, come qualcuno sta
indebitamente dicendo in questi giorni, chiude e basta e per scelta del Comune”,
denunciano gli stessi gestori in un video pubblicato sui social.
Al suo posto arriverà una cordata di associazioni guidata da Social Innovation
Teams Italia Aps (SIT), realtà no profit con sede legale a Milano, che ha vinto
il bando pubblicato dalla Circoscrizione 3 e gestirà gli spazi dell’ex caserma
Lamarmora per i prossimi dieci anni. Un passaggio di chiavi dal sapore amaro per
l’associazione Comala e un cambio netto di paradigma: dove prima c’erano eventi
gratuiti, socialità spontanea e attività culturali autogestite, ora il focus si
sposta su imprenditorialità e startup.
Il Comala è nato nel 2011, quando un gruppo di giovani aveva riqualificato
l’edificio abbandonato di corso Ferrucci. Nel 2015 l’associazione aveva ottenuto
formalmente la concessione della struttura fino al novembre 2020. Da allora, tra
pandemia e rinvii amministrativi, il Comala aveva continuato a esistere grazie a
proroghe. Nel frattempo, quello spazio è diventato molto più di un centro
culturale. Un’aula studio gratuita in un quartiere popolato da studenti ma privo
di biblioteche pubbliche. Un palco per artisti emergenti. Una sala prove
accessibile. Un luogo dove organizzare cinema all’aperto, stand-up comedy,
concerti, festival come “Primavera di bellezza”, incontri con ospiti come
Alessandro Barbero, Patrick Zaki e Sigfrido Ranucci. E anche una squadra di
calcio autogestita da studenti fuorisede che ha vinto, nel 2024, la 3^ categoria
piemontese. In tutti questi anni, il Comala è stato un presidio sociale per il
quartiere Cenisia e per tutta la città.
La concessione scaduta nel 2020 era stata messa a bando nell’ottobre 2025. Due i
progetti presentati: gli attuali gestori da una parte e la cordata milanese
dall’altra. La commissione ha assegnato il punteggio più alto al progetto
Ferrucci HUB presentato dal gruppo che oltre a SIT comprende Area G Ets,
Associazione Nessuno Aps, Eufemia Aps, Il Tiglio Ets Aps, Misteria Aps, Si Può
Fare Aps e Zero Waste Italy. La presidente della circoscrizione, Francesca
Troise , ha difeso la procedura: “L’esperienza dell’associazione culturale
Comala dentro il Polo 3.65 è stata importantissima. Quel luogo è cresciuto anche
grazie alla collaborazione di Città e Circoscrizione. Poi la procedura di
evidenza pubblica fa la sua strada e dà un esito”.
Anche i vincitori del bando rivendicano la legittimità della procedura e parlano
di un progetto “valutato come il più meritevole da una commissione tecnica
indipendente”, con la disponibilità a “mantenere le collaborazioni e le attività
di valore già presenti” e a valutare “il coinvolgimento delle lavoratrici e dei
lavoratori che desiderino proseguire il proprio impegno professionale
all’interno degli spazi”. Nel comunicato, la cordata ha sottolineato che
“risulta quanto meno curioso decidere di partecipare a un bando pubblico e
contestarlo a procedura conclusa, dopo averne visto l’esito sfavorevole”.
La parola chiave della nuova era sarà ‘sviluppo imprenditoriale’. Dal Registro
unico nazionale del terzo settore, SIT risulta come una realtà senza nessun
lavoratore e con un bilancio di 35mila euro di entrate. Il fondatore e
presidente dell’associazione è Paolo Landoni, professore ordinario al
Politecnico di Torino nel dipartimento di Ingegneria Gestionale della
Produzione. Nei giorni scorsi, ha dichiarato che “si può fare di più” rispetto
alle attività svolte finora e che l’obiettivo è offrire ai giovani non solo
“svago e intrattenimento, ma anche prospettive”. L’altro nodo centrale della
rete è Pasquale Lanni che, oltre a far parte di SIT, è il fondatore e presidente
storico di Eufemia, un ente del terzo settore che in passato è stato oggetto di
controversie. Ad aprile del 2024, le lavoratrici avevano indetto uno sciopero
per denunciare salari troppo bassi e contratti precari: in seguito al presidio,
quattro di loro erano state licenziate.
Intanto, mentre si avvicina la chiusura, cresce anche la mobilitazione dal
basso. Una petizione online lanciata il 19 febbraio su Change.org ha superato le
20mila firme in pochi giorni, chiedendo alle istituzioni di garantire la
sopravvivenza del Comala. Nel testo si sottolinea che la sua scomparsa
rappresenterebbe “una perdita irreparabile”, cancellando uno spazio che ha
permesso la nascita di progetti artistici, relazioni e percorsi collettivi, e si
invita cittadini e cittadine a firmare “per farci sentire dalle istituzioni” e
difendere un luogo considerato essenziale per il tessuto sociale torinese.
Il presidente dell’associazione, Andrea Pino, ha respinto con forza la
narrazione di una semplice transizione amministrativa e ha parlato apertamente
di cancellazione di un’esperienza collettiva. Secondo Pino, la scelta
dell’amministrazione non sarebbe nata da criticità gestionali o economiche: “È
uno spazio che non ha problemi di sicurezza, non ha problemi di agibilità, non
ha pendenze col Comune di Torino, non ha debiti”. La decisione, ha aggiunto,
apre la strada a “un modello che fa riferimento all’impresa, che fa riferimento
all’innovazione, alla tecnologia”. Il Comala chiude, aggiungendo una riga al
bollettino di guerra: c’è sempre meno spazio nelle nostre città.
L'articolo Il Comala di Torino chiuderà: al posto dello spazio sociale costruito
dal basso, un progetto per startup e imprenditorialità proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Sgomberi
di Raffaele Galardi*
Da oltre vent’anni la sede di CasaPound in via Napoleone III, a Roma, resta al
suo posto, è un’occupazione abusiva nota, documentata, mai sanata da nessuno!
Nessun governo, di qualsiasi colore, ha mai deciso lo sgombero, non per
distrazione, ma per scelta ponderata e consapevole. Il primo motivo è giuridico,
ma solo in apparenza, lo stabile è pubblico, l’occupazione illegale dal 2003, la
legge consentirebbe l’intervento, ma la politica ha preferito rifugiarsi in un
limbo amministrativo fatto di rinvii, competenze incrociate, imbarazzanti
silenzi. Anche nelle ultime settimane, a fronte di interrogazioni e richieste in
Parlamento sull’urgenza di sgomberare l’immobile abusivamente occupato
dall’associazione neofascista, non è seguita alcuna azione concreta da parte
dell’esecutivo.
L’eccezione è diventata consuetudine e la consuetudine, in Italia, spesso
sostituisce la decisione, c’è poi la non trascurabile questione del precedente,
sgomberare CasaPound avrebbe significato affermare un principio semplice ovvero
che l’illegalità non è tollerata, nemmeno quando è organizzata, visibile,
politicamente connotata, un principio che se fosse stato applicato, avrebbe
aperto un fronte vasto su occupazioni e irregolarità diffuse.
Nessun esecutivo fino ad ora ha voluto caricarsi quel costo. Il nodo è stato
soprattutto politico, per una parte della destra, CasaPound è stata a lungo un
corpo estraneo ma utile, marginale, rumoroso, capace di intercettare una rabbia
che altrove sarebbe stata più difficile da governare, per una parte della
sinistra, la sua presenza fissa ha funzionato come avversario simbolico
permanente, comodo da evocare e mai davvero da affrontare. L’indignazione
rituale ha sempre sostituito l’azione.
Ogni tentativo di sgombero è stato inoltre frenato dall’argomento dell’ordine
pubblico. Il rischio di scontri, la possibilità di trasformare l’intervento in
un evento mediatico, la vittimizzazione dell’estrema destra, tutti elementi
reali, ma usati come alibi, questo alibi ora non deve essere più concesso. Lo
Stato fino a poco fa ha sempre accettato l’idea di non far rispettare la legge
per evitare reazioni di chi la viola. Un ribaltamento che dice molto sulla
debolezza dell’autorità pubblica. Anche di recente, dopo anni di annunci
ministeriali sugli immobili da sgomberare, via Napoleone III continua a rimanere
fuori dalle operazioni concrete, nonostante le pressioni trasversali in
Parlamento.
Nel frattempo, l’estrema destra è stata progressivamente normalizzata, non nel
senso di essere accettata formalmente, è stata trattata come una presenza urbana
tollerabile, quasi folkloristica. CasaPound è rimasta lì anche perché il confine
politico e simbolico non è mai stato tracciato fino in fondo. Ma la cronaca
giudiziaria recente ha portato un elemento nuovo sul terreno istituzionale, il
Tribunale di Bari ha condannato 12 militanti baresi di CasaPound per i reati di
riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista,
disponendo pene fino a due anni e sei mesi di reclusione e la privazione dei
diritti politici per cinque anni.
La sentenza, legata all’aggressione del settembre 2018 ai danni di manifestanti
antifascisti a Bari, è la prima in Italia che applica concretamente la legge
Scelba (che vieta la riorganizzazione del partito fascista) a militanti di
CasaPound, e ha sollevato un acceso dibattito politico, in Parlamento alcuni
deputati di centrosinistra hanno chiesto lo scioglimento dell’organizzazione e
lo sgombero immediato della sede di Roma, sostenendo che la sentenza sancisce
formalmente la natura illegale e antidemocratica del movimento.
Sgomberarla avrebbe significato dire che una certa storia, un certo linguaggio,
una certa pratica non sono compatibili con lo spazio pubblico, quel messaggio
non era mai stato inviato fino a poco fa! La sede di via Napoleone III non è
quindi un’anomalia inspiegabile, è il prodotto coerente di vent’anni di
non-decisioni, non il segno di uno Stato impotente, ma di uno Stato che ha
scelto di guardare altrove. Quando la legge diventa opzionale, non è mai per
caso.
Ora con lo sgombero di Leoncavallo prima e Askatasuna dopo, dopo i disordini di
Torino, non esistono più alibi, non devono esserci più né freni né remore,
CasaPound va sgomberata! Perché altrimenti Leoncavallo e Askatasuna non sono più
da inquadrare come provvedimenti di applicazione della norma, della legge ma
come atto punitivo nei confronti dello schieramento opposto, lo Stato
amministra, gestisce ma non punisce.
*ristoratore
L'articolo Perché Casapound non viene sgomberata? Per vent’anni lo Stato si è
voltato dall’altra parte proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ispezioni a sorpresa e sgomberi annunciati nel giro di poche ore”. Succede a
Calvairate, quartiere popolare di Milano, dove il Comitato Inquilini denuncia
che gli ispettori di Aler (Azienda Lombarda Edilizia Residenziale Milano) hanno
effettuato controlli in diversi alloggi occupati, “concentrandosi in particolare
su donne sole con figli minori”. E “in almeno un caso, quello di una madre e di
sua figlia, all’ispezione è seguito il distacco dell’energia elettrica e
l’ordine di lasciare l’abitazione entro due o tre giorni”.
La vicenda che sta sollevando maggiori polemiche riguarda una donna e la figlia,
che vivevano da circa sei anni in un alloggio Aler di via Tommei 2. Secondo
quanto riferito dal Comitato Inquilini Molise-Calvairate-Ponti, giovedì 22
gennaio gli ispettori si sono presentati nell’appartamento: nello stesso giorno
il contatore della luce è stato rimosso e alla donna è stato comunicato che lo
sgombero sarebbe avvenuto a breve. L’utenza elettrica era intestata al
precedente inquilino, ma la donna si è difesa dicendo che la bolletta veniva
regolarmente pagata: una condizione frequente per chi occupa senza titolo, dal
momento che gli occupanti abusivi non possono intestarsi le forniture. Il caso
di via Tommei non sarebbe isolato. Secondo il Comitato Inquilini
Molise-Calvairate-Ponti, negli ultimi giorni situazioni simili stanno
interessando diverse famiglie del quartiere, tutte composte da donne sole con
bambini. “Gli ispettori stanno minacciando sgomberi senza rispettare i normali
iter previsti dalla normativa”, spiega a ilfattoquotidiano.it Grazia Casagrande,
del Comitato. “In alcuni casi si tratta di nuclei con minori con disabilità”.
Tutte le famiglie coinvolte, sottolinea il Comitato, sono seguite da anni dai
servizi sociali del Comune di Milano e dal Comitato. “Il problema è che gli
sgomberi vengono annunciati all’improvviso e poi scaricati sui servizi sociali,
che hanno tempi di intervento lunghi. In questi casi l’unica alternativa che
riescono a proporre è l’accoglienza provvisoria alla Casa Jannacci, una
soluzione che per un minore è insostenibile. Nel frattempo le persone restano
senza casa o senza utenze essenziali” aggiunge Casagrande.
La situazione della donna e della figlia ha portato a una mobilitazione nel
quartiere. Venerdì 23 il Comitato si è attivato mobilitandosi davanti al civico
di via Tommei 2, replicato anche nei giorni successivi. Lunedì 26 gennaio e
martedì 27 gennaio, alle 8, i compagni di classe della piccola, insieme alle
madri, si sono ritrovati sotto casa per accompagnarla a scuola e per evitare che
la mamma uscisse di casa. Un’iniziativa che, fanno sapere, verrà ripetuta finché
da Aler o dalla Prefettura non arriveranno risposte. “Abbiamo chiesto di
sospendere gli sgomberi almeno fino alla fine dell’anno scolastico, per tutelare
la salute di bambini già provati da situazioni di forte instabilità. In questo
modo, durante l’estate, le madri avrebbero più tempo per cercare una soluzione
abitativa”, dice Casagrande. Sul caso, riferisce il Comitato, c’è stato un
contatto diretto con il presidente di Aler. “Ci ha detto di non essere a
conoscenza di sgomberi imminenti e ha garantito all’assessore comunale alla Casa
e alle Politiche sociali di Milano che, al momento, non ci sarà uno sgombero”.
Al momento però, non risulta che ci sia stato il ripristino dell’elettricità e
la famiglia è ancora al buio.
Secondo il Comitato, il nodo è anche quello dei criteri adottati negli
interventi. “Nel quartiere esistono situazioni di abusivismo molto più gravi che
non vengono toccate”, afferma Casagrande. “Per esempio, in altri stabili ci sono
subaffitti e attività di spaccio. Qui invece si interviene su madri sole con
bambini. Manca una gerarchia e si colpiscono solo i più deboli”.
A complicare ulteriormente il quadro è l’assenza di alternative. Gli occupanti
abusivi, per normativa, non possono presentare domanda per una casa popolare né
accedere a soluzioni abitative transitorie per cinque anni. “Si tratta di donne
sole con figli a carico. Nel caso di questa famiglia il padre è scomparso
durante la gravidanza e la madre ha potuto contare solo su lavori saltuari e
irregolari. In un altro caso parliamo di una donna con quattro figli rimasta
vedova dopo la morte del marito, avvenuta due o tre anni fa all’ortomercato,
dove lavorava in nero. Oggi vive di lavoretti e uno sgombero sarebbe una
tragedia. Ci sono anche due madri sole con figli con disabilità che, pur avendo
un lavoro regolare, non riuscirebbero comunque a sostenere i costi degli affitti
privati a Milano” aggiunge Casagrande.
Il Comitato denuncia come le case popolari rimangano vuote. Nel quartiere di
Calvairate, secondo i dati raccolti, gli alloggi Aler sfitti sarebbero circa
300, chiusi con lastre di acciaio e inutilizzati. “Qui si riprendono le case e
poi restano vuote, mentre famiglie fragili vengono allontanate senza preavviso.
È questa la contraddizione” conclude Casagrande.
Sul caso la vicepresidente Pd della commissione Casa del Comune Simonetta
D’Amico, interpellata da ilfattoquotidiano.it, ha dichiarato: “Il metodo
adottato è sbagliato e sproporzionato. Nelle operazioni di sgombero vanno
rispettati criteri chiari di gravità e priorità sociale, tutelando in modo
particolare i nuclei con minori”. Secondo D’Amico anche se l’intervento sembra
essere stato bloccato per il momento, il caso resta critico: “Il presidente di
Aler ha assicurato che non si procederà allo sgombero, ma l’abitazione resta
senza luce dopo l’intervento degli ispettori con i carabinieri: è inaccettabile
aggravare situazioni di fragilità e compromettere la continuità educativa dei
bambini, anche considerando che molti alloggi sgomberati restano poi vuoti”.
L’esponente del Comune ha poi concluso tirando in ballo la Regione: “È
necessario cambiare la normativa regionale affinché consenta di intervenire in
modo strutturale a sostegno delle persone in stato di bisogno, evitando di
produrre nuova emergenza sociale”.
L'articolo Milano, minaccia di sgombero per una donna e la figlia di 9 anni. Il
quartiere protesta in difesa della famiglia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo le perquisizioni, lo sgombero e le proteste popolari dei giorni scorsi, più
di duemila persone oggi sono scese in strada a Torino per partecipare a un
corteo in difesa del centro sociale Askatasuna. La protesta è partita da Palazzo
Nuovo, sede di facoltà umanistiche e psicologiche e coordinamento di molte
proteste cittadine, al grido di “Askatasuna vuol dire libertà, nessuno ci
fermerà” e “Guai a chi ci tocca”. Presenti al corteo numerose famiglie e
bambini, oltre a delegazioni solidali provenienti da tantissime città e diverse
bandiere No Tav (una delle storiche battaglie del centro sociale) e palestinesi.
Anche alcuni rappresentanti dei genitori del Comitato di quartiere sono
intervenuti, in quanto alcune scuole della zona sono state chiuse senza
preavviso per permettere lo sgombero.
Nella marcia, diretta nel quartiere Vanchiglia e attualmente in corso, è
presente anche la capogruppo di Alleanza Verdi–Sinistra in consiglio regionale
Alice Ravinale. Diversi controlli militari previsti dalle forze dell’ordine
anche nelle stazioni ferroviarie, in quanto si attendono appunto numerosi
attivisti da fuori Torino. A commentare il fatto intanto Antonio Tajani. Il
vicepremier si è unito alle condanne della maggioranza dei giorni scorsi
ricordando che “la violenza va contro i cittadini. Manifestare è un diritto, ma
distruggere automobili o picchiare poliziotti carabinieri e finanzieri che fanno
il loro dovere non va bene”. Tajani sembra poi far riferimento al famoso
commento di Pasolini a seguito degli scontri di Valle Giulia dicendo “tanti di
questi (manifestanti – ndr ) sono figli di papà che se la prendono con i figli
del popolo. La legge deve essere sempre rispettata e lo Stato ha il dovere di
farla rispettare. Il ministro Piantedosi lo ha fatto. Se poi i violenti vogliono
continuare a fare i violenti non possono pensare che lo Stato, il governo,
rimanga immobile. Non basta non essere violenti nel senso di non distruggere
negozi o aggredire le forze dell’ordine: anche i messaggi violenti sono
inaccettabili. Si possono esprimere le idee anche senza offendere e insultare
nessuno”. “Certamente” – ha concluso il leader di Forza Italia – “non ci
facciamo intimidire“. Per il corteo sono stati deviati deviati i mezzi pubblici
dalla zona, e l’allerta è massima.
L'articolo Corteo contro lo sgombero dell’Askatasuna, migliaia di persone a
Torino proviene da Il Fatto Quotidiano.