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“Proselitismo neofascista anche tra militari dell’Esercito”, verso il processo 17 componenti di “La Barriera – Avanguardia Torino”
Un ipotizzato proselitismo neofascista che avrebbe raggiunto anche ambienti delle Forze armate. È uno dei capitoli emersi dall’indagine condotta a Torino su un gruppo dell’estrema destra chiamato “La Barriera – Avanguardia Torino”, al centro di un’inchiesta della magistratura piemontese. Diciassette attivisti del sodalizio dovranno comparire l’11 marzo davanti al giudice dell’udienza preliminare con accuse di apologia di fascismo. Tra loro figura anche il figlio di un assessore regionale di Fratelli d’Italia. Secondo gli inquirenti, durante incontri, cene, concerti e serate conviviali gli indagati avrebbero messo in scena comportamenti riconducibili alla propaganda del Ventennio: dalla cosiddetta “cerimonia del presente” alle invocazioni al Duce, fino a slogan, canti e simboli che richiamano l’ideologia fascista. Nei loro raduni sarebbero state pronunciate anche espressioni di stampo razzista e antisemita. Le indagini dei carabinieri del Ros . il reparto specializzato dei Carabinieri – si sono concentrate per mesi su un locale torinese utilizzato come punto di ritrovo dagli attivisti, l’“Edoras”, nel frattempo chiuso. Proprio il monitoraggio di quel luogo ha portato alla luce un altro elemento ritenuto significativo dagli investigatori: la presenza sempre più frequente di militari dell’Esercito italiano descritti nelle relazioni come “connotati da idee estremiste”. Tre soldati, tutti in servizio attivo a Torino o nelle vicinanze, sono stati identificati. Uno di loro, secondo quanto riportato negli atti dell’inchiesta, avrebbe partecipato anche a una riunione operativa con due dei leader del gruppo. Lo stesso militare sarebbe stato notato nell’autunno del 2024 mentre prendeva parte ad alcune iniziative organizzate dagli attivisti, tra cui la preparazione di pacchi alimentari destinati agli alluvionati di Valencia e l’affissione di uno striscione dedicato a due militanti di Alba Dorata uccisi in Grecia nel 2013. Nonostante la loro presenza nelle attività del gruppo, nessuno dei militari è stato indagato nel procedimento su “La Barriera – Avanguardia Torino”. La circostanza, tuttavia, è stata segnalata dai carabinieri ai magistrati in una relazione che sottolinea anche la capacità del movimento di portare avanti “proficue campagne di proselitismo”. Dalle intercettazioni emergerebbe inoltre l’ambizione degli attivisti di costruire una rete internazionale dell’estrema destra. In una conversazione captata il 2 dicembre 2023, due membri del gruppo arrivano a sostenere che “Torino è diventata la capitale europea del nazismo”, commentando la possibilità di collegarsi a diverse organizzazioni identitarie e nazionaliste straniere. Secondo gli investigatori non si tratterebbe di semplici millanterie, ma del tentativo concreto di costruire un network tra movimenti ultranazionalisti di vari Paesi, con l’obiettivo di “aggregare uomini” e aumentare il peso delle iniziative. In quest’ottica viene interpretata anche la partecipazione di un attivista torinese a manifestazioni organizzate all’estero, in Grecia e in Francia, dove non sono mancati scontri di piazza. Quanto all’inquadramento ideologico del gruppo, i carabinieri ritengono che “La Barriera – Avanguardia Torino” si collochi all’interno di un progetto estremista di lunga durata, ispirato all’ideologia eversiva di Terza Posizione, recuperata e rielaborata – secondo gli investigatori – all’interno della cosiddetta “Gilda dei Lanzichenecchi”. L’udienza preliminare dell’11 marzo dovrà ora stabilire se gli attivisti saranno rinviati a giudizio. L'articolo “Proselitismo neofascista anche tra militari dell’Esercito”, verso il processo 17 componenti di “La Barriera – Avanguardia Torino” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché Casapound non viene sgomberata? Per vent’anni lo Stato si è voltato dall’altra parte
di Raffaele Galardi* Da oltre vent’anni la sede di CasaPound in via Napoleone III, a Roma, resta al suo posto, è un’occupazione abusiva nota, documentata, mai sanata da nessuno! Nessun governo, di qualsiasi colore, ha mai deciso lo sgombero, non per distrazione, ma per scelta ponderata e consapevole. Il primo motivo è giuridico, ma solo in apparenza, lo stabile è pubblico, l’occupazione illegale dal 2003, la legge consentirebbe l’intervento, ma la politica ha preferito rifugiarsi in un limbo amministrativo fatto di rinvii, competenze incrociate, imbarazzanti silenzi. Anche nelle ultime settimane, a fronte di interrogazioni e richieste in Parlamento sull’urgenza di sgomberare l’immobile abusivamente occupato dall’associazione neofascista, non è seguita alcuna azione concreta da parte dell’esecutivo. L’eccezione è diventata consuetudine e la consuetudine, in Italia, spesso sostituisce la decisione, c’è poi la non trascurabile questione del precedente, sgomberare CasaPound avrebbe significato affermare un principio semplice ovvero che l’illegalità non è tollerata, nemmeno quando è organizzata, visibile, politicamente connotata, un principio che se fosse stato applicato, avrebbe aperto un fronte vasto su occupazioni e irregolarità diffuse. Nessun esecutivo fino ad ora ha voluto caricarsi quel costo. Il nodo è stato soprattutto politico, per una parte della destra, CasaPound è stata a lungo un corpo estraneo ma utile, marginale, rumoroso, capace di intercettare una rabbia che altrove sarebbe stata più difficile da governare, per una parte della sinistra, la sua presenza fissa ha funzionato come avversario simbolico permanente, comodo da evocare e mai davvero da affrontare. L’indignazione rituale ha sempre sostituito l’azione. Ogni tentativo di sgombero è stato inoltre frenato dall’argomento dell’ordine pubblico. Il rischio di scontri, la possibilità di trasformare l’intervento in un evento mediatico, la vittimizzazione dell’estrema destra, tutti elementi reali, ma usati come alibi, questo alibi ora non deve essere più concesso. Lo Stato fino a poco fa ha sempre accettato l’idea di non far rispettare la legge per evitare reazioni di chi la viola. Un ribaltamento che dice molto sulla debolezza dell’autorità pubblica. Anche di recente, dopo anni di annunci ministeriali sugli immobili da sgomberare, via Napoleone III continua a rimanere fuori dalle operazioni concrete, nonostante le pressioni trasversali in Parlamento. Nel frattempo, l’estrema destra è stata progressivamente normalizzata, non nel senso di essere accettata formalmente, è stata trattata come una presenza urbana tollerabile, quasi folkloristica. CasaPound è rimasta lì anche perché il confine politico e simbolico non è mai stato tracciato fino in fondo. Ma la cronaca giudiziaria recente ha portato un elemento nuovo sul terreno istituzionale, il Tribunale di Bari ha condannato 12 militanti baresi di CasaPound per i reati di riorganizzazione del disciolto partito fascista e manifestazione fascista, disponendo pene fino a due anni e sei mesi di reclusione e la privazione dei diritti politici per cinque anni. La sentenza, legata all’aggressione del settembre 2018 ai danni di manifestanti antifascisti a Bari, è la prima in Italia che applica concretamente la legge Scelba (che vieta la riorganizzazione del partito fascista) a militanti di CasaPound, e ha sollevato un acceso dibattito politico, in Parlamento alcuni deputati di centrosinistra hanno chiesto lo scioglimento dell’organizzazione e lo sgombero immediato della sede di Roma, sostenendo che la sentenza sancisce formalmente la natura illegale e antidemocratica del movimento. Sgomberarla avrebbe significato dire che una certa storia, un certo linguaggio, una certa pratica non sono compatibili con lo spazio pubblico, quel messaggio non era mai stato inviato fino a poco fa! La sede di via Napoleone III non è quindi un’anomalia inspiegabile, è il prodotto coerente di vent’anni di non-decisioni, non il segno di uno Stato impotente, ma di uno Stato che ha scelto di guardare altrove. Quando la legge diventa opzionale, non è mai per caso. Ora con lo sgombero di Leoncavallo prima e Askatasuna dopo, dopo i disordini di Torino, non esistono più alibi, non devono esserci più né freni né remore, CasaPound va sgomberata! Perché altrimenti Leoncavallo e Askatasuna non sono più da inquadrare come provvedimenti di applicazione della norma, della legge ma come atto punitivo nei confronti dello schieramento opposto, lo Stato amministra, gestisce ma non punisce. *ristoratore L'articolo Perché Casapound non viene sgomberata? Per vent’anni lo Stato si è voltato dall’altra parte proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il governo deve sciogliere Casapound? Per la legge Scelba sì, e subito: cosa dice la norma e i precedenti degli anni Settanta
Matteo Piantedosi seguirà l’esempio di Paolo Emilio Taviani? Il governo di destra di Giorgia Meloni imiterà quello del democristiano Mariano Rumor? La prima condanna di 12 militanti di CasaPound per riorganizzazione del partito fascista riporta la storia indietro di cinquant’anni e apre una questione politica imbarazzante per la maggioranza. Sulla carta, infatti, le norme sono chiare: la condanna, anche in primo grado, per il reato previsto dall’articolo 1 della legge Scelba del 1952 obbliga l’esecutivo a sciogliere immediatamente il movimento della tartaruga. Lo stabilisce l’articolo 3 della stessa legge: “Qualora con sentenza risulti accertata la riorganizzazione del disciolto partito fascista, il ministro per l’Interno, sentito il Consiglio dei ministri, ordina lo scioglimento e la confisca dei beni dell’associazione o movimento”. Finora questa previsione è stata applicata due volte: nel 1973 nei confronti di Ordine Nuovo, il movimento responsabile delle stragi di piazza della Loggia e piazza Fontana, e nel 1976 contro Avanguardia nazionale, l’organizzazione guidata da Stefano Delle Chiaie che partecipò al golpe Borghese. In entrambi i casi, il decreto di scioglimento arrivò nel giro di tre giorni e senza nemmeno attendere le motivazioni della sentenza: nel 1973, addirittura, l’allora capo del Viminale Taviani propose al Consiglio dei ministri la messa fuorilegge di Ordine Nuovo la sera stessa della pronuncia. Un precedente che ora le opposizioni usano per mettere all’angolo l’attuale ministro: “Piantedosi dimostri lo stesso coraggio di Taviani e sciolga CasaPound, oltre a sgombrare l’immobile occupato a Roma da questa organizzazione. Il tempo delle parole è finito”, affonda il deputato del Pd Federico Fornaro. Secondo l’intepretazione comune, infatti, la legge Scelba prevede un “automatismo tra atto giurisdizionale“, cioè la condanna, “e atto amministrativo“, cioè lo scioglimento: “Il primo rappresenta presupposto del secondo, che è vincolato, senza che residuino margini di discrezionalità“, riassume un recente studio pubblicato sulla rivista Federalismi a firma di Gabriele Trombetta, dottore di ricerca all’Università della Campania. Questa d’altra parte è la linea seguita dal secondo governo Rumor già dal 21 novembre 1973, quando il Tribunale di Roma, su richiesta del pubblico ministero Vittorio Occorsio – poi ucciso dal terrorista nero Pierluigi Concutelli – dichiarò trenta dirigenti di Ordine nuovo responsabili del reato di riorganizzazione del partito fascista. L’allora ministro Taviani, testimoniando nel 1997 alla Commissione bicamerale sul terrorismo, ricordò così quel giorno: “La sera si teneva il Consiglio dei ministri. Mi recai a palazzo Chigi con un’ora di anticipo, entrai da Rumor e gli proposi il decreto di scioglimento di Ordine nuovo. (…) Rumor si convinse. Proposi al Consiglio di autorizzarmi a porre fuori legge il movimento di Ordine nuovo dichiarato con sentenza di primo grado della magistratura ricostituzione di partito fascista. Il Consiglio approvò all’unanimità dei presenti. Tornai al Viminale e firmai in data 23 novembre il decreto di scioglimento”. Il decreto di Taviani fu impugnato al Consiglio di Stato da Clemente Graziani, ex repubblichino e fondatore di Ordine Nuovo, lamentando, tra le altre cose, che lo scioglimento fosse stato disposto dopo una sentenza non ancora definitiva. I giudici però gli diedero torto, sottolineando – ricorda lo studio pubblicato su Federalismi – che un provvedimento amministrativo “può ben prendere in considerazione anche decisioni giudiziarie non definitive: del resto, la legge Scelba si limita a porre a presupposto dello scioglimento un accertamento recato con sentenza, senza richiedere la res iudicata“. Pertanto non si può invocare il principio della presunzione d’innocenza, “del tutto inconferente in quanto nel dominio del diritto penale”. La stessa politica fu seguita tre anni dopo dal governo di Aldo Moro nel caso di Avanguardia nazionale. Il 5 giugno 1976 il Tribunale di Roma condanna 31 membri dell’organizzazione per il reato di riorganizzazione, l’8 giugno il ministro degli Interni Francesco Cossiga firma il decreto di scioglimento (il leader del movimento Adriano Tilgher l’aveva “anticipato” il giorno prima, convocando una conferenza stampa per annunciare la fine delle attività). Per tornare all’oggi, insomma, dopo la sentenza di Bari il ministro Piantedosi dovrebbe mettere fuorilegge CasaPound entro qualche giorno. Succederà? Non possiamo dirlo. L’atteggiamento del governo sul neofascismo, però, consente di nutrire qualche dubbio. L'articolo Il governo deve sciogliere Casapound? Per la legge Scelba sì, e subito: cosa dice la norma e i precedenti degli anni Settanta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Hai professori di sinistra?”: Azione Studentesca e il modulo per ‘risolvere i problemi della scuola’. Flc Cgil: “Strumentale”
Per risolvere i problemi della scuola italiana, indica se “hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni”. L’assurda richiesta, sotto la voce “Politicizzazione delle aule”, fa parte di un questionario digitale promosso da Azione Studentesca, movimento di estrema destra che si era già fatto conoscere per le aggressioni fasciste e le strette gladiatorie. Il caso è scoppiato a Pordenone, dove è comparso un cartello all’ingresso del liceo Leopardi-Majorana. “Quale modo più efficace di risolvere i problemi se non coinvolgendo direttamente gli studenti?” è la scritta che accompagna un codice qr da scannerizzare per “creare un report nazionale sulla situazione delle scuole italiane”. Dopo aver letto le domande presenti nel modulo, il corpo docenti ha segnalato alle autorità l’iniziativa del movimento studentesco. La sezione friulana della Flc-Cgil ha attaccato gli organizzatori: “Azione Studentesca, con questa iniziativa, si pone in modo strumentale al servizio dei partiti della maggioranza di governo, sia nazionale sia regionale, impegnati in un attacco sistematico all’autonomia delle istituzioni scolastiche e degli organi collegiali che le governano”. Il sindacato che tutela i lavoratori della scuola ha poi ricordato la libertà di insegnamento e di ricerca scientifica sancita dall’articolo 33 della Costituzione e l’importanza di promuovere una cultura antifascista: “Costruiamo insieme una barriera invalicabile di fascism-detector, l’unico che ci piace”. L'articolo “Hai professori di sinistra?”: Azione Studentesca e il modulo per ‘risolvere i problemi della scuola’. Flc Cgil: “Strumentale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il lato nero della Spagna: per i 50 anni della morte di Francisco Franco messe e raduni tra neonazisti e preti compiacenti
A cinquant’anni dalla morte di Francisco Franco, in Spagna si moltiplicano messe, omaggi e iniziative pubbliche che celebrano la figura del dittatore. Da Madrid a Valencia, passando per decine di parrocchie, il 20 novembre — data simbolica del 20-N, giorno della morte sia del Caudillo sia del falangista José Antonio Primo de Rivera — diventa ancora una volta il palcoscenico di un nostalgismo organizzato, che unisce fondazioni franchiste, movimenti ultracattolici e sacerdoti apertamente conservatori. Il tutto nell’indifferenza, quando non nel silenzio complice, di buona parte della gerarchia ecclesiastica. Al centro di questa rete spiccano due attori storici: la Famiglia Franco, che custodisce l’eredità politica del dittatore, e la Fundación Nacional Francisco Franco, oggi sotto esame per violazione della legge sulla memoria democratica. Nonostante il possibile scioglimento, la Fnff continua a convocare i suoi sostenitori e quest’anno invita a una messa nella parrocchia madrilena dei Dodici Apostoli, mentre promuove celebrazioni in molte altre diocesi. Accanto alla fondazione opera il Movimiento Católico Español, guidato da José Luis Corral, veterano dell’ultracattolicesimo spagnolo. Per il Mce non conta chi organizzi la messa: conta l’obiettivo, ovvero pregare per Franco e per Primo de Rivera. Sul fronte ecclesiastico non mancano figure controverse. Tra queste, il sacerdote Jesús Calvo, volto storico del tradizionalismo cattolico e sostenitore dichiarato del regime, simbolo di quella miscela di nostalgia autoritaria e religiosità identitaria che segna una parte della Chiesa spagnola. Ma Calvo non è un caso isolato: secondo le associazioni memorialiste, ogni anno decine di parroci celebrano messe per l’anima del dittatore. Molti lo fanno in silenzio, temendo esposizione mediatica o richiami dei vescovi, ma senza mai interrompere la pratica. La reazione arriva soprattutto dall’Asociación para la Recuperación de la Memoria Histórica. Il presidente Emilio Silva accusa la Chiesa di legittimare, con queste celebrazioni, un regime responsabile di repressione e crimini sistematici. L’associazione chiede al governo di intervenire, anche riconsiderando i privilegi fiscali concessi all’istituzione ecclesiastica. Le tensioni sono esplose soprattutto nella Comunità Valenciana, dove la messa per Franco celebrata nella parrocchia di Simat de la Valldigna — pagata da un fedele — è stata definita “un’umiliazione” dalle famiglie delle vittime della dittatura. Le messe, però, rappresentano solo un tassello di un apparato più ampio. Come documentano diverse inchieste, durante la “settimana del 20-N” si organizzano una ventina di eventi: manifestazioni, cene nostalgiche, discorsi pubblici. Il Mce ha convocato un raduno a Plaza de Oriente con la partecipazione della neonazista Isabel Peralta; la Falange Española de las Jons sfila da via Génova fino alla sede del Psoe denunciando un immaginario “genocidio degli spagnoli”; nostalgici si recano nei cimiteri di Mingorrubio e San Isidro per omaggi floreali a Franco e Primo de Rivera. La Fnff prepara una cena in luogo segreto, mentre gruppi affini si ritrovano nel “Chino franquista”, bar madrileno noto per l’estetica falangista. Il 22 novembre la Comunión Tradicionalista Carlista annuncia una messa al Cerro de los Ángeles con slogan come “España vive” e richiami al golpe definito “crociata”. Dietro questo calendario fitto si muove una rete strutturata, che continua a reinterpretare il franchismo come un riferimento politico, culturale e religioso. Il fatto che molte diocesi mantengano un silenzio costante solleva interrogativi giuridici e morali: come può una democrazia tollerare celebrazioni pubbliche di un regime dittatoriale? E quale spazio resta per la memoria delle vittime, quando chi difende l’eredità del Caudillo mantiene una visibilità tanto capillare? Per i nostalgici, quelle messe non sono un rito privato: sono un gesto politico. Per chi difende la memoria democratica, rappresentano la prova che il franchismo non è mai del tutto uscito dalla scena pubblica spagnola. L'articolo Il lato nero della Spagna: per i 50 anni della morte di Francisco Franco messe e raduni tra neonazisti e preti compiacenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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