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Sea Watch, Bersani a La7: “Meloni la smetta di raccontare balle e di mentire spudoratamente. La sua è prepotenza”
“Chiedere alla Meloni di non essere aggressiva e vittimista è contro il buon senso, perché lei è così. A me, più dei toni, turba molto di più quello che dice. Un presidente del Consiglio la deve smettere di raccontare balle, perché sta mentendo spudoratamente“. Sono le durissime parole di Pier Luigi Bersani, ospite di Otto e mezzo (La7), sul tam tam della premier contro il risarcimento di 76.181 € che lo Stato italiano è stato condannato a pagare alla Sea Watch per fermo prolungato e illegittimo. Il presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, ha replicato che denigrare i giudici senza conoscere le motivazioni della sentenza non è critica legittima. Bersani spiega che si tratta di un giudizio civile per risarcimento danni patrimoniali e aggiunge: “Basta con questa roba aggressiva e con gli insulti e gli attacchi ai magistrati di Palermo. Se il ministero dell’Interno non ribadisce il sequestro di una imbarcazione, quest’ultima non può essere sotto sequestro. E tu, ministro dell’Interno dell’epoca (Matteo Salvini, ndr), l’hai trattenuta per due mesi illegalmente e pretendi pure che Sea Watch paghi i diritti portuali?”. L’ex ministro poi sottolinea: “Qui si sentono cose che fanno pensare che chi governa creda di poter raccontare a me e al popolo che gli asini volano. No, eh. Questa è prepotenza, cioè dire una bugia con la forza della comunicazione della tv. Non è accettabile. Poi la Meloni usi i toni che vuole, tanto qui la modifica di sette articoli della Costituzione non è una cosuccia, non sono mica noccioline. E noi – conclude ironicamente – abbiamo una presidente del Consiglio che chiama ‘fango’ quello che dicono gli altri, magari in modo troppo aggressivo, mentre le sue affermazioni sono petali di rose”. L'articolo Sea Watch, Bersani a La7: “Meloni la smetta di raccontare balle e di mentire spudoratamente. La sua è prepotenza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Lillo sconfessa Cattaneo (FI): “Mentite agli italiani, la sentenza Sea-Watch non c’entra nulla con la separazione delle carriere”. Su La7
Scontro acceso a Coffee break (La7) tra il giornalista del Fatto Quotidiano, Marco Lillo, e il deputato di Forza Italia, Alessandro Cattaneo, sul referendum costituzionale sulla giustizia e sugli ultimi attacchi combinati della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del suo vice Matteo Salvini contro i magistrati per il risarcimento da oltre 76mila euro a favore della ong Sea-Watch. Giorgia Meloni ha definito la sentenza “assurda” e si è detta “senza parole”, accusando una parte della magistratura di ostacolare il contrasto all’immigrazione irregolare. Matteo Salvini (e oggi gli account social ufficiali di Fratelli d’Italia) ha collegato esplicitamente la vicenda al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere, anche se non c’è assolutamente alcuna attinenza, come ha spiegato Marco Lillo. In studio, Cattaneo ha difeso la linea del centrodestra, mentre Lillo ha contestato la ricostruzione propagandistica, sottolineando come il caso non riguardi pubblici ministeri, indagini penali o la separazione delle carriere. Il conduttore Andrea Pancani ha chiesto a Cattaneo se i video della premier contro i giudici entrassero davvero nel merito della vicenda. “Sì, basti pensare all’attualità, come la vicenda di Carola Rackete“, ha risposto il deputato. Nel botta e risposta con l’europarlamentare di Europa Verde Benedetta Scuderi ha poi aggiunto: “Non è vero che con la riforma Nordio i pm saranno sotto l’esecutivo”. A quel punto è intervenuto Lillo: “E allora perché il vicepremier Salvini dice agli italiani che quella decisione sul risarcimento a Sea Watch non accadrà più se si vota Sì al referendum sulla giustizia? Non è questa la prova che volete sottoporre i pm all’esecutivo?“. Cattaneo ha abbozzato una risposta poco convincente: “Salvini non sta dicendo che vuole sottoporre il pm all’esecutivo, ma che, se un pm avvia un’indagine quantomeno ardita, avrà una carriera diversa da quella del giudice”. Lillo ha quindi ricostruito la vicenda punto per punto, respingendo il collegamento con il referendum: “La sentenza di cui hanno parlato la presidente del Consiglio e il vicepremier è quella di un giudice civile. Non c’entra nulla con i pm. Cosa ha detto questo giudice civile? La prefettura non ha risposto al ricorso fatto da Sea Watch, non da Carola Rackete come persona fisica. I proprietari di quella nave hanno subito un sequestro, come può succedere a me o a lei in caso di sequestro di una macchina”. E ha aggiunto: “Hanno chiesto la restituzione dell’imbarcazione ma il prefetto non ha risposto. Si è trattato di un’omissione della prefettura, che all’epoca dipendeva da Matteo Salvini. Il sequestro è stato annullato per silenzio-assenso e la nave è tornata libera. Lo Stato quindi deve pagare i danni per averla trattenuta illegalmente: 76mila euro. È una decisione di un giudice civile, come quella di una qualunque causa condominiale”. Infine l’affondo politico: “Cosa c’entra tutto questo con la separazione delle carriere? L’unico collegamento è l’idea di mettere i magistrati sotto il potere politico. Il messaggio è: votate la riforma e una sentenza così non ci sarà più”. L'articolo Referendum, Lillo sconfessa Cattaneo (FI): “Mentite agli italiani, la sentenza Sea-Watch non c’entra nulla con la separazione delle carriere”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Anche La Russa contro i giudici sulla Sea Watch: “La abnormità della sentenza è sotto gli occhi di tutti”
Anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha commentato la sentenza riguardante la ong Sea Watch che ha condannato lo Stato a risarcire 76mila euro (più 14mila di spese legali) alla ong. Così come Meloni e Salvini, La Russa ha attaccato velatamente i giudici: “Ho visto il post della premier sono pienamente d’accordo e la ringrazio per non aver avuto esitazione nel denunciare una cosa che ci sembra assurda, non deve entrare nella polemica referendaria ma va stigmatizzato un provvedimento che rende sempre più difficile far rispettare le leggi. Credo sia sotto gli occhi di tutti la abnormità di una sentenza che vuole premiare chi aveva speronato una nave italiana delle forze dell’ordine”. In realtà il risarcimento è solo “colpa” dello stesso ministero dell’Interno, allora guidato da Matteo Salvini, di un’inerzia amministrativa della Prefettura di Agrigento, l’ufficio territoriale del governo, organo del Viminale. L'articolo Anche La Russa contro i giudici sulla Sea Watch: “La abnormità della sentenza è sotto gli occhi di tutti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sea Watch, Salvini attacca i giudici: ma il risarcimento alla ong è solo colpa del suo ministero (e non c’entra con Rackete)
“Adesso i cittadini devono risarcire questa signorina che speronò una motovedetta di militari italiani. Follia”. Matteo Salvini sguazza nell’indignazione per la sentenza che ha condannato lo Stato a risarcire 76mila euro (più 14mila di spese legali) alla ong Sea Watch, protagonista di una delicatissima crisi col governo italiano nell’estate 2019. La “signorina” è Carola Rackete, capitana tedesca (ora europarlamentare) della nave di soccorso Sea Watch 3, che attraccò senza permesso a Lampedusa per far sbarcare i 42 migranti a bordo, urtando un’imbarcazione della Guardia di finanza durante la manovra. “Incredibile, un premio per aver forzato un divieto del governo“, accusa il leader della Lega, che ai tempi era ministro dell’Interno e aveva vietato alla nave l’ingresso in acque italiane. E ne approfitta, ovviamente, per spingere il “Sì al referendum per cambiare questa (in)giustizia che non funziona”, mentre Giorgia Meloni accusa “una parte politicizzata della magistratura” di “mettersi di traverso” al contrasto all'”immigrazione illegale di massa“. Evidentemente, però, né la premier né il suo vice hanno letto la sentenza del Tribunale di Palermo. Perché dalle motivazioni è evidente che la decisione non c’entra nulla con l’immigrazione, i porti chiusi o Carola Rackete, cioè con il merito politico della questione: Sea Watch è stata risarcita solo a causa di un’inerzia amministrativa della Prefettura di Agrigento, l’ufficio territoriale del governo, organo del Viminale in quel momento guidato proprio da Salvini. Insomma, il ministro che strilla al boicottaggio giudiziario in realtà è stato bravissimo a boicottarsi da solo. La vicenda è riassunta in modo cristallino nelle 14 pagine del provvedimento. Il 12 luglio 2019, dopo lo sbarco non autorizzato, la Prefettura mette i sigilli alla Sea Watch 3 in base al decreto Sicurezza bis, la legge-manifesto di Salvini che prevedeva il sequestro cautelare immediato “della nave utilizzata per commettere la violazione”. Il verbale di sequestro viene notificato il 2 settembre; il 21 settembre la ong presenta opposizione di fronte alla Prefettura stessa. Attenzione, perché qui arriva il passaggio centrale: in base alla legge, l’autorità amministrativa deve decidere sull’opposizione “entro il decimo giorno successivo alla sua proposizione. Se non è rigettata entro questo termine, l’opposizione si intende accolta“: scatta, cioè, il meccanismo cosiddetto del silenzio-assenso. Insomma, se la Prefettura (e quindi il ministero di Salvini) avesse voluto tenere in piedi il sequestro, le sarebbe bastato rispondere entro dieci giorni con un’ordinanza motivata. E invece gli uffici del governo non decidono per oltre un mese: così l’11 ottobre, ritenendo ormai in vigore il silenzio-assenso, Sea Watch invia una diffida chiedendo di autorizzare la nave a lasciare il porto di Licata dove si trovava in custodia. Ma la Prefettura il 26 ottobre risponde di no, sostenendo che il sequestro sia ancora effettivo e il procedimento amministrativo non concluso. A quel punto – siamo al 30 ottobre – la ong presenta un ricorso urgente al Tribunale di Palermo, chiedendo di sciogliere d’autorità i sigilli: la giudice Rachele Monfredi lo accoglie il 19 dicembre, ordinando alla Prefettura “di reimmettere parte ricorrente nel pieno possesso della nave Sea Watch 3 oggetto del sequestro divenuto inefficace“. L’Avvocatura dello Stato impugna la decisione, che però viene confermata e diventa definitiva. Così, con un salto in avanti di sei anni, arriviamo al giorno d’oggi: al termine di una causa avviata nel 2022, lo stesso Tribunale ha condannato la Prefettura di Agrigento e i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia a risarcire Sea Watch per il danno patrimoniale ingiusto derivante dal sequestro illegittimo in quanto non “confermato” in tempo dalla Prefettura. Infatti – si legge nella sentenza – dalla data di perdita di efficacia del sequestro (11 ottobre 2019) a quella in cui l’imbarcazione è stata “liberata” dal giudice (19 dicembre), la ong ha sostenuto 39.681,62 di “spese portuali e di agenzia“, 31.500 euro di carburante per mantenere la nave attiva e 5mila euro di spese legali per far valere i propri diritti: per un totale, appunto, di 76.181,62 euro. La giudice Maura Cannella, invece, non ha riconosciuto il danno all’immagine lamentato dalla ong per il fatto di non aver potuto svolgere la sua attività di salvataggio migranti in mare, ritenuto non provato. Una notizia che, in teoria, avrebbe dovuto far felice Salvini. Se avesse letto la sentenza. L'articolo Sea Watch, Salvini attacca i giudici: ma il risarcimento alla ong è solo colpa del suo ministero (e non c’entra con Rackete) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sea Watch 5, il Tribunale di Catania revoca il fermo: presto tornerà in mare
La Sea Watch 5 non è più in stato di fermo per decisione del Tribunale di Catania. Il giudici etnei hanno deciso di revocare il provvedimento che obbligava allo stop di 15 giorni e al pagamento di una multa. La decisione era stata presa dopo un’operazione di salvataggio di 18 persone, compresi due bambini, lo scorso 25 gennaio con l’assegnazione della città siciliana come porto sicuro. “Presto torneremo nel Mediterraneo centrale”, ha annunciato la Ong sui propri canali social spiegando che l’intervento era avvenuto in acque internazionali, nella zona Sar libica, e la sanzione sarebbe stata disposta dalle autorità italiane perché non avrebbe comunicato alle autorità libiche le posizioni di soccorso. Una scelta adottata dalla Sea Watch 5, spiega la ong, per “le continue violazioni dei diritti umani”. Il provvedimento era cautelare ed era stato emesso nell’attesa del giudizio di merito con udienza fissata per il prossimo 2 marzo davanti la prima sezione civile del Tribunale di Catania. L’ordinanza emessa dal prefetto di Catania è stata sospesa dalla giudice Mariaconcetta Gennaro spiegando “inaudita altera parte”, cioè senza che la controparte abbia esposto le proprie ragioni, dopo aver “rilevato che dal tenore complessivo delle allegazioni emergono i presupposti per la sospensione”, in quanto, “pur essendo decorso il termine di fermo amministrativo, si rinviene un pregiudizio nel possibile aggravamento della risposta sanzionatoria a fronte di eventuali reiterazioni della violazione”. L'articolo Sea Watch 5, il Tribunale di Catania revoca il fermo: presto tornerà in mare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Per il tribunale di Palermo il fermo della Sea Watch è illegittimo: “Lo Stato deve risarcire 76mila euro alla Ong”
Un risarcimento di oltre 76mila euro. Questa la cifra stabilita dal tribunale di Palermo, che lo Stato dovrà versare alla Ong olandese Sea Watch per il fermo – per i magistrati illegittimo – subito dalla nave Sea Watch 3 nell’estate 2019. L’episodio fa riferimento al caso legato all’allora comandante della nave Carola Rackete, che il 29 giugno di quell’anno forzò il blocco navale di Lampedusa per far sbarcare 42 migranti nell’isola. Lo Stato dovrà risarcire le spese patrimoniali documentate, sostenute tra ottobre e dicembre del 2019, quindi spese portuali e di agenzia, carburante per mantenere la nave attiva, e spese legali. La vicenda si svolse nell’arco di 17 giorni. L’imbarcazione della ong il 12 giugno 2019 prese a bordo 53 migranti che si trovavano su un gommone al largo di Zawiya (Libia). Alla richiesta di avere l’indicazione di un porto sicuro per far sbarcare le persone recuperate, la Sea Watch 3 fu invitata a dirigersi a Tripoli, ma ottenne una risposta negativa e la reazione fu questa: “Tripoli non è un porto sicuro. Riportare coattivamente le persone soccorse in un Paese in guerra, farle imprigionare e torturare, è un crimine. È vergognoso che l’Italia promuova queste atrocità e che i governi UE ne siano complici”. Il 14 giugno, la Sea Watch 3 decise di fare rotta verso Lampedusa, ritenendola la destinazione più vicina e compatibile. Il 15 giugno, unità della Guardia costiera affiancarono l’imbarcazione della Ong in acque internazionali per una prima visita dei migranti e verificare le loro condizioni di salute: per 10 di loro fu deciso lo sbarco immediato dato che stavano molto male; sulla Sea Watch 3 restarono 43 persone tra cui alcuni minori non accompagnati. Il 16 giugno, unità della Guardia di finanza accostarono la Sea Watch 3 per notificare le disposizioni del decreto sicurezza bis alla comandante Rackete. Il decreto all’articolo 1-Ter recita così: “Il Ministro dell’interno, Autorità nazionale di pubblica sicurezza ai sensi dell’articolo 1 della legge 1° aprile 1981, n. 121, nell’esercizio delle funzioni di coordinamento di cui al comma 1-bis e nel rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia, può limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale, per motivi di ordine e sicurezza pubblica”. La vicenda assume sempre più i contorni di un braccio di ferro: neanche la Giornata mondiale del rifugiato (20 giugno) riesce a sbloccare la situazione mentre Rackete affida ai profili social di Sea Watch Italy i suoi appelli, chiedendo di fare sbarcare i 43 migranti a bordo. Il 22 giugno, una delle persone recuperate dalla Ong viene fatta sbarcare a causa delle sue condizioni di salute, notevolmente peggiorate. Il 24 giugno la Sea Watch 3 chiede l’intervento della Corte europea dei diritti umani. Ma dopo una serie di accertamenti, la Cedu decide che non ci siano gli estremi per chiedere al governo italiano di fare sbarcare i migranti a Lampedusa. Il 26 giugno Rackete decide di forzare il blocco: “Ho deciso di entrare in porto a Lampedusa. So cosa rischio ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo. In 14 gg nessuna soluzione politica e giuridica è stata possibile, l’Europa ci ha abbandonati”. Il ministro Salvini di rimando fa sapere che lo sbarco sarà impedito “con ogni mezzo democratico”. Il 27 giugno sulla Sea Watch 3 sale una delegazione di parlamentari; altri due migranti sbarcano a causa del loro stato di salute. La notte del 29 giugno, Rackete sperona una unità della Guardia di Finanza e attracca nel porto di Lampedua: viene arrestata per “resistenza o violenza contro nave da guerra”. Nei mesi seguenti, il caso sarà archiviato: accogliendo la richiesta della Procura di Agrigento, il giudice delle indagini preliminari dichiarò il reato “insussistente”, che la capitana era stata costretta ad agire in stato di necessità e che l’unità delle Fiamme gialle non era da considerarsi “nave da guerra”. Tornando al risarcimento, Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch dichiara: “Il risarcimento a Sea Watch, legato alla vicenda Rackete dimostra ancora una volta che la disobbedienza civile è tutt’altro che arroganza, ma protezione del diritto internazionale dagli attacchi di chi abusa della propria posizione di potere per calpestarlo”. Per Raffaele Speranzon (Fratelli d’Italia) la disposizione del Tribunale di Palermo è “l’ennesimo attacco della magistratura all’attività del governo Meloni. Se una parte di giudici pensano di fermare le politiche di difesa del nostro territorio nazionale con queste sentenze vergognose hanno capito malissimo, il nostro esecutivo non si fermerà perché il contrasto all’immigrazione irregolare è un dovere morale e non solo politico che perseguiremo sempre e comunque”. L'articolo Per il tribunale di Palermo il fermo della Sea Watch è illegittimo: “Lo Stato deve risarcire 76mila euro alla Ong” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Oltre 100 morti in un naufragio”: il racconto dell’unico migrante sopravvissuto trovato in mezzo al mare
Non c’è certezza che si tratti della barca con 117 persone cercata nei giorni scorsi dal velivolo di SeaWatch, Seabird. Ma si teme che possa essere quella. Questo vorrebbe dire solo una cosa: 116 morti e un solo sopravvissuto, l’uomo ritrovato da un pescatore tunisino sulla chiglia capovolta dell’imbarcazione che si sarebbe ribaltata nel mar Mediterraneo poco dopo la partenza dalla Libia. La scena è stata immortalata in un video e alcuni frame sono stati diffusi da Alarm Phone che teme si tratti di un’imbarcazione partita da Zuwara la sera del 18 dicembre con 117 persone a bordo, di cui la ong aveva avuto notizia alle 14 del giorno seguente: “Abbiamo ripetutamente tentato di contattare l’imbarcazione tramite telefono satellitare, senza successo. Abbiamo allertato la guardia costiera e le Ong competenti, pur non avendo una posizione Gps”. Alarm Phone si è messa in contatto anche con la Guardia Costiera italiana: “Hanno confermato di aver ricevuto la nostra e-mail, ma hanno immediatamente interrotto la chiamata senza fornire ulteriori informazioni o rassicurazioni”. Mentre i libici “ci hanno comunicato telefonicamente di non aver soccorso né intercettato alcuna imbarcazione”. Una prima svolta è arrivata il 21 dicembre quando Alarm Phone racconta di aver ricevuto informazioni secondo cui alcuni pescatori tunisini avevano trovato un uomo, da solo, alla deriva sulla chiglia di una barca di legno capovolta e quasi del affondata: “L’uomo avrebbe dichiarato di essere partito da Zuwara due giorni prima e di essere l’unico sopravvissuto”. Il naufragio – secondo la sua testimonianza – sarebbe avvenuto poche ore dopo la partenza a causa di un repentino peggioramento delle condizioni meteorologiche. “Abbiamo tentato di stabilire un contatto diretto sia con il sopravvissuto sia con i pescatori che lo hanno salvato per capire meglio cosa fosse successo e dove fosse avvenuto il naufragio, ma finora senza successo”, ha spiegato Alarm Phone che tra il 21 e 22 dicembre ha spiegato di aver chiamato “innumerevoli volte” la Guardia costiera tunisina, prima per sollecitarla a inviare mezzi di ricerca e soccorso per cercare altri sopravvissuti o recuperare corpi. L'articolo “Oltre 100 morti in un naufragio”: il racconto dell’unico migrante sopravvissuto trovato in mezzo al mare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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