“Agenti dell’Ice in Italia? Qui, e mi riferisco alla Meloni, non c’è neanche più
il fisico per alzare il telefono e dire a Trump: ‘Caro Donald, gli italiani
hanno guardato con orrore delle scene incredibili di ammazzamenti di gente
inerme e pacifica a opera di queste squadre”. Così a Otto e mezzo (La7) Pier
Luigi Bersani commenta la presenza di agenti dell’Ice statunitense in Italia in
occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, in programma dal 6
febbraio al 15 marzo, aggiungendo una frecciata sarcastica sulle dichiarazioni
del ministro dell’Interno: “Piantedosi liquida la vicenda parlando di ‘tempesta
in un bicchier d’acqua?’ Siamo sempre lì, al Conte Zio dei ‘Promessi sposi’:
sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire“.
La conduttrice Lilli Gruber osserva che Meloni potrebbe aver tentato un contatto
con Donald Trump, ma la replica di Bersani è ancora più dura: “Allora peggio mi
sento, perché io su un punto del genere, cioè la presenza dell’Ice in Italia, ti
chiedo per cortesia di mandar degli altri. Quelli lì invece li lasci a casa,
perché gli italiani sono sconcertati e orripilati di queste cose”.
Secondo Bersani, le possibili ritorsioni statunitensi non possono giustificare
il silenzio: “Cosa può fare Trump? Far ritirare gli sciatori alle Olimpiadi? Ce
ne faremo una ragione no. Oh, ragazzi, ma noi non è che possiamo mandar giù
tutto”.
Durante la trasmissione, Gruber ricorda che l’ambasciatore americano Tilman
Fertitta ha assicurato che gli agenti dell’Ice non avranno funzioni operative
sul territorio italiano. Un chiarimento che però non convince Bersani. “Ho
capito, se non hanno funzioni operative, stiano a casa perché abbiamo visto
delle scene inaccettabili in qualsiasi paese civile”.
In chiusura, l’ex leader del Pd allarga la sua riflessione al contesto politico
statunitense, respingendo le ipotesi che puntano sul presunto declino cognitivo
di Trump: “Io non mi affiderei alle condizioni mediche di Trump, perché qua
scorciatoie non ce ne sono. Dopo Trump, c’è JD Vance. Andiamo a star meglio? Non
lo so. Qui bisogna sconfiggere questa ideologia”.
L'articolo Ice in Italia, Bersani a La7: “Se ne stiano a casa, quelle scene sono
inaccettabili in qualsiasi paese civile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Pier Luigi Bersani
“Questa non è una riforma per i cittadini. È una riforma per il potere,
finalizzata cioè a spostare potere dalla magistratura alla politica, per dirla
semplicemente”. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) da Pier Luigi
Bersani, commentando la rimonta del No sul referendum costituzionale relativo
alla riforma dell’ordinamento giudiziario, che include la separazione delle
carriere tra giudici e pm e l’istituzione della Corte disciplinare.
“Io dal primo momento non ho mai avuto dubbi che ci sarebbe stata questa rimonta
e che la situazione sia più che aperta – spiega l’ex ministro – perché la gente,
man mano che legge, si informa e si coinvolge in iniziative, capisce il vero
punto di fondo. Con la riforma Nordio, oltre all’impunità per la politica, ci
sarà un peggior funzionamento per la giustizia. La giustizia ha un sacco di
problemi, non ce n’è uno che venga affrontato in queste norme qui. Si va a
colpire, ad attaccare, a incrinare un pilastro costituzionale nella divisione
dei poteri”.
E avverte: “La Costituzione in Italia bisogna maneggiarla con cura, perché gli
italiani pensano che, prima di toccare quel che c’è scritto lì, si facciano i
compiti a casa per aggiustare le cose. Questo io credo che gli italiani ce
l’abbiano chiaro”.
Bersani poi commenta un editoriale dell’ex presidente del Consiglio Mario Monti
sul Corriere della Sera circa il legame tra il referendum costituzionale e la
vicinanza di Meloni a Trump: “Queste destre nostrane con Trump hanno un’affinità
ideologica. Sostanzialmente sono gli stessi ingredienti con dei dosaggi molto
diversi: l’ostilità alla divisione dei poteri che lega le mani agli esecutivi,
l’ostilità verso la prospettiva federale dell’Europa, l’idea che i poveri siano
quelli che stanno sul divano, l’idea che gli immigrati, regolari o irregolari,
siano un fastidio e tante altre cose che li accomunano”.
E sottolinea: “Il problema è che siamo avanti con i lavori, lo si vede giorno
per giorno in questa nostra diplomazia servile. Trump può dire o fare qualsiasi
cosa: da noi si applica la diplomazia e qui si applica la diplomazia del Conte
Zio dei ‘Promessi sposi’ di Alessandro Manzoni. Sopire, troncare, padre molto
reverendo: troncare, sopire”.
L’ex segretario del Pd conclude: “Qui ci insultano i soldati che sono morti in
Afghanistan e non reagiamo, ci mettono due carabinieri in ginocchio col fucile
puntato e balbettiamo. Ma sono patrioti ‘sti qui? Con chi stanno ‘sti qui?
Stanno col giaguaro?“.
L'articolo Bersani a La7: “Da governo Meloni servilismo verso Trump. Ma sono
patrioti questi qui? Con chi stanno? Col giaguaro?” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Scintille a Dimartedì (La7) tra Pier Luigi Bersani e Alessandro Sallusti sulla
riforma Nordio e sulle accuse rivolte dalla destra su una presunta mancata
solidarietà della sinistra alla causa del popolo iraniano.
L’ex direttore del Giornale e di Libero difende strenuamente la riforma della
giustizia, ritenendo giusta l’istituzione di un’Alta corte disciplinare per i
magistrati.
Bersani oppone dati inoppugnabili, ribadendo quanto affermato da Marco Travaglio
a Otto e mezzo: “In questa consigliatura del Csm abbiamo avuto 190 procedure
disciplinari, con 80 condanne. La condanna più leggera, cioè l’ammonimento, è
stata solo per quattro magistrati. Gli altri ci hanno rimesso la possibilità di
avanzamento di carriera, oppure la sospensione, oppure l’espulsione. Questi dati
– sottolinea – ci mettono sopra al livello medio europeo di procedure
disciplinari. Però, Sallusti, se voi avete l’intenzione di rafforzare il
meccanismo di disciplina, fatelo con legge ordinaria. Voi andate a toccare una
colonna della Costituzione, che si chiama autonomia della magistratura“.
“Non è vero – ribatte Sallusti – non la tocca nessuno. Lei lo sa che è falso. Il
presidente della Repubblica non lo permetterebbe mai”.
L’ex ministro replica: “In queste norme non avete scritto che il pm passa sotto
la politica. Non siete mica scemi a scriverlo. Ma il pm diventa una specie di
poliziotto“.
“Ma lei sta facendo un processo alle intenzioni”, accusa Sallusti.
“Noi dovremmo lasciare un poliziotto a far quello che vuole? – rilancia Bersani
– No, no, no”.
La polemica si rinfocola quando Sallusti esprime preoccupazioni per chi “in
questi mesi e in questi giorni è stato e sta dalla parte di Hamas e degli
ayatollah iraniani”.
Bersani insorge: “E chi sarebbero, Sallusti?”.
“Quasi tutto il movimento pro Pal – risponde l’ex direttore di Libero,
riciclando un’altra argomentazione gettonata tra i centristi e la destra – La
sinistra che ha chiamato alle piazze per il problema della Palestina, non mi
sembra che stia chiamando alle piazze per l’Iran”.
Bersani non ci sta e cita “Donna, vita, libertà”, lo slogan simbolo della grande
rivolta iniziata in Iran nel settembre 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, la
giovane curda uccisa dalla polizia morale perché indossava male l’hijab. E
ricorda che il Pd ed Elly Schlein sono scesi in piazza più volte insieme al
movimento delle donne iraniane in Italia: “Lei, come tutti quelli che stanno
dicendo questa cosa, deve sapere che già da quattro anni esiste il movimento
“Donna, vita, libertà” per le donne iraniane e per la democrazia in Iran. Quanta
gente di destra è scesa in piazza negli anni passati e quanta gente di destra
verrà venerdì? No, perché siam mica pagati per fare le manifestazioni. Siamo con
gli ayatollah? Ma roba da matti“.
L'articolo Bersani contro Sallusti su La7: “La sinistra sta con gli ayatollah?
Ma roba da matti”. Scintille sulla riforma della giustizia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Durissimo scontro a Dimartedì (La7) tra Pier Luigi Bersani e Francesco Storace
sulla festa di Fratelli d’Italia ad Atreju. L’ex ministro dello Sviluppo
Economico è tranchant: “Le feste uno le fa come vuole: le fa con dotti medici
sapienti o con nani e ballerine, ma il significato di una festa politica è il
messaggio che vuole dare a tutto il paese. E il messaggio di quella festa è
stato un comiziaccio. Il senso di quell’operazione alla fine si è rivelato un
parlarsi in casa, attaccare gli altri. Chi governa deve pronunciare i problemi,
riconoscerli e dire alla gente cosa pensa di fare, una visione, un’idea, qualche
provvedimento, una riforma. Sono tre anni che non abbiamo visto uno straccio di
riforma“.
L’ex presidente della Regione Lazio obietta: “Alle feste dell’Unità ci sono
stati ugualmente comiziacci come li chiami tu”.
“Non è vero – ribatte Bersani – Io non ho mai visto un presidente del Consiglio
del centrosinistra, a una festa dell’Unità, fare un comiziaccio”.
“Ti sei scordato D’Alema?”, replica Storace.
“No, no, no – smentisce Bersani – Quando uno fa il presidente del Consiglio fa
il presidente del Consiglio. Non è una cosa capziosa, è che la gente deve sapere
che c’è un governo che guarda anche a lei, anche se non l’ha votato. Perché qui
invece viene fuori una faziosità, si scalda sempre l’aria, ma il governo deve
tenere insieme questo paese, socialmente, territorialmente, culturalmente. Non
deve lavorare per accendere i fuochi”.
“C’è una cosa che ti sfugge – rilancia Storace – La Meloni è al governo di
questo paese per una larghissima scelta popolare”.
“Quella destra lì non è maggioranza nel paese – ricorda l’ex segretario del Pd –
E su questo non ci piove. Quindi cerchiamo di volar bassi”.
Si affrontano poi le contestazioni di alcuni studenti alla ministra Bernini.
Storace denuncia: “Non c’è mai stato un ragazzo di destra che va a una festa
dell’Unità a contestare il ministro di sinistra che spiega le riforme della
sinistra”.
“Ma ti sbagli”, insorge Bersani.
“Questo clima di cattiveria contro il centrodestra dovete farlo smettere – urla
Storace – Siete voi che lo aizzate”.
“Parole false – ribatte Bersani che evoca le minacce all’ex ministro della
Salute dei governi Conte Due e Draghi – Conosci la vicenda di Roberto Speranza
tu? La conosci? Tutti abbiamo avuto contestazioni. Se Floris mi dà un’ora di
tempo, ti faccio un elenco di quello che ho avuto io. E le ho avute quando ero
ministro: da voi, dai giovani, da tutti quelli di destra”.
E conclude: “Dovete smetterla di fare le vittime. Per le aggressioni c’è la
polizia. Per le contestazioni c’è il buonsenso di un governo che sa che tocca
all’opposizione criticarlo e tocca al governo rispondere nel merito, non a
mettersi a fare il contestatore. Questa si chiama democrazia”.
L'articolo Bersani a La7: “Da Meloni un comiziaccio ad Atreju. La smettano di
fare le vittime”. Scontro con Storace proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Blackbird
Pier Luigi Bersani, in uno dei suoi ultimi interventi, ha proposto di cambiare
nome al cosiddetto campo largo. Un nome vago, nato per indicare un’alleanza a
geometria variabile che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe riunire l’opposizione
contro un centrodestra che, al contrario, non ha bisogno di epiteti per
presentarsi compatto di fronte all’elettorato.
Quella vaghezza non è casuale: riflette la ben più grave indeterminatezza dei
contenuti di cui l’alleanza dovrebbe farsi portavoce. Su politica estera,
mercato del lavoro, finanziamento dello Stato sociale, fisco e gestione
dell’immigrazione, questo famigerato campo largo sembra avere tante idee quanti
sono i suoi interpreti.
Sarebbe invece auspicabile che l’opposizione partisse proprio dal nome per fare
finalmente chiarezza. Sarebbe bello, insomma, che riscoprisse una parola che i
vincitori degli ultimi trent’anni hanno provato in ogni modo a seppellire:
socialismo.
Eh sì, perché la nostra Repubblica, nata dalle ceneri del fascismo, è nella sua
architettura costituzionale una socialdemocrazia. La Costituzione contiene
tratti di socialismo più o meno espliciti non perché chi l’ha scritta volesse
imporre un’ideologia unica, ma perché quelle donne e quegli uomini sapevano
sulla propria pelle cosa accade quando lo Stato abdica al suo ruolo di garante
dell’uguaglianza sostanziale.
È da questa consapevolezza che nascono l’articolo 3, che impegna la Repubblica a
rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno
sviluppo della persona umana; gli articoli 41 e 43, che subordinano l’economia
al bene comune; il 32 e il 34, che sanciscono il diritto universale alla salute
e all’istruzione. Sono le fondamenta di uno Stato sociale che non vuole lasciare
indietro nessuno.
Riscoprire quella parola che molti vorrebbero morta e sepolta significherebbe
dire con chiarezza che il compito dell’opposizione non è soltanto “stare insieme
contro qualcuno”, ma proporre un’idea di Paese fondata su giustizia sociale,
investimenti pubblici strategici, welfare universale, diritti del lavoro e
un’economia orientata ai bisogni di tutti, non al profitto di pochi.
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L'articolo Bersani ha ragione: basta chiamarlo ‘campo largo’, chiamiamolo
socialismo proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Meloni non dovrebbe permettersi, perché va a toccare un tasto: l’Università di
Bologna è la prima università europea e la più antica, quindi cerchiamo di stare
attenti a quel che si dice”. Così l’ex ministro Pier Luigi Bersani, ospite di
Otto e mezzo (La7), inizia il suo commento sulla polemica relativa al mancato
avvio di un corso di laurea triennale in Filosofia riservato agli allievi
ufficiali dell’Accademia Militare di Modena. Dopo gli attacchi del governo
all’Università di Bologna, l’ex segretario del Pd sposta il baricentro della
controversia: non una questione accademica, ma l’ennesimo tassello di un clima
politico “ideologico e fazioso”.
L’Accademia di Modena aveva proposto all’Alma Mater l’attivazione di un corso di
laurea triennale in Filosofia dedicato a circa quindici cadetti, un percorso
esclusivo e distinto dalle normali iscrizioni aperte a tutti. Il Dipartimento di
Filosofia ha respinto la richiesta, motivando la decisione con ragioni
organizzative: mancanza di risorse, di docenti disponibili e difficoltà di
integrazione con i programmi esistenti.
A intervenire a gamba tesa è stata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni,
che ha definito la decisione dell’Alma Mater un “atto incomprensibile e
gravemente sbagliato”, accusando l’ateneo di violare “i doveri costituzionali
che fondano l’autonomia universitaria”, di frapporre “barriere ideologiche”
contro le Forze Armate e di ignorare il valore strategico della formazione
umanistica per gli ufficiali. Alle sue critiche si sono uniti i ministri
Piantedosi e Crosetto.
Bersani contesta duramente le parole della presidente del Consiglio, difendendo
l’autonomia e la storia dell’Alma Mater e ricordando che si tratta di un corso
decentrato dell’Università di Bologna per gli ufficiali: “Ma sarà padrona
l’Università di Bologna di fare due conti e di dire che non è sostenibile e non
può?”.
E spiega: “Allora vi spiego perché la Meloni ha detto quelle cose: non c’entra
l’università, c’entra Bologna, perché in questo ideologismo sfrenato di questi
qui, Bologna, che è una città civile e normale, è ‘la cittadella dei rossi’“.
Bersani lega l’attacco all’università a una serie di episodi che, a suo dire,
mostrano un atteggiamento del governo orientato allo scontro ideologico:
“Bologna è la stessa città dove lasci andare quelli di Casapound a 150 metri
dalla stazione della strage, dove se c’è da fare uno scontro muscolare con
l’autonomia da parte del ministero dell’Interno, con tutti i posti che ci sono
in Italia, lo fai al centro di Bologna come dieci giorni fa”.
E avverte: “Adesso la Meloni se la prende con l’università: stiano attenti, non
tocchino quei tasti ideologici lì. Questi qui sono fatti in questo modo: dove
gli sembra che ci siano i rossi, che sia uno sciopero di lavoratori, che siano
le toghe rosse, che siano i consultori o i centri antiviolenza, perché li stanno
sottofinanziando…oh! Fatevi curare da uno bravo. Dovete pensare al paese, non
potete smontare i centri antiviolenza, va bene? Perché qui c’è una faziosità in
giro, che fa paura.”
Bersani chiude puntando l’attenzione su un altro episodio recente: “Perché la
Meloni non dà un’occhiata all’Università di Palermo che l’altro giorno ha
concesso crediti formativi agli studenti che seguissero il dibattito fra Carlo
Calenda e l’onorevole Carolina Varchi di Fratelli d’Italia? Sarà meglio che dia
un’occhiata lì, no?”.
L'articolo Bersani a La7: “Meloni contro l’Università di Bologna? Non si
permetta. Basta faziosità, fatevi curare da uno bravo” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Tajani e Meloni che saltano al coro ‘Chi non salta comunista è’? Ma chi salta
che governo è? Di saltimbanchi. Abbiano almeno il rispetto del ruolo. Vedere poi
Tajani che saltella fa una certa impressione“. È l’affondo di Pier Luigi Bersani
sulla scena ‘folkloristica” offerta dalla premier e dal suo vice Antonio Tajani
nel giorno di chiusura della campagna elettorale del centrodestra per le
regionali in Campania.
Ospite di Dimartedì (La7), l’ex ministro parte dalla manovra economica per
tracciare un bilancio di tre anni di esecutivo: “Da questa manovra emerge che il
governo Meloni non riconosce i problemi, non li guarda in faccia, li nega, li
annega nella propaganda. Tre anni sono lunghi, non si può più dar la colpa a chi
c’era prima”.
Il quadro economico, per Bersani, è chiarissimo: “Come crescita, accumulata in
questi tre anni, noi siamo al diciottesimo posto e l’anno prossimo saremo
all’ultimo di tutta l’Eurozona. Quando arrivarono loro, noi eravamo sopra la
media dell’Eurozona nei primi posti”.
Il ragionamento dell’ex leader del Pd prosegue con un riferimento a uno dei
cavalli di battaglia comunicativi del governo: “Meloni nel comizio di chiusura
della campagna elettorale in Campania ha detto che ‘la settimana scorsa il
Financial Times titolava l’Europa dovrebbe imparare dall’Italia’. Ma chi è che
ha scritto quell’articolo lì del Financial Times? Uno nominato dallo stesso
governo Meloni nel comitato di coordinamento del Mef (Stefano Caselli,
professore universitario della Bocconi, ndr). Alla fine se la cantano e se la
suonano, ma è un problema serio”.
Alla crisi della crescita, Bersani affianca il tema della sanità. “L’Istat, e
non Bersani, ci dice che noi abbiamo la bellezza di 5.800 italiani che stanno
rinunciando alle cure. Quella percentuale lì due anni fa era il 7%, adesso è
diventato il 9,9%.”
Il conduttore Giovanni Floris obietta che queste realtà non sembrano incidere
nell’opinione pubblica.
Replica Bersani: “Sono numeri che non vanno sui telegiornali, perché per
incidere nel pensiero bisogna che ci sia un’informazione che minimamente si
rivolga ai fatti”.
Il discorso si allarga infine alla questione democratica, anche alla luce dello
scontro tra Fratelli d’Italia e il Quirinale: “Quello che colpisce è che molta
gente in Italia, democratica, fa finta di non accorgersene, cioè fa finta che
non sia vero che noi passo dopo passo vediamo mettere in discussione la
democrazia liberale. Passo dopo passo, con i dosaggi, col colpetto, una alla
volta, tacitando i problemi, facendo propaganda e ideologia, facendo comizi e
balletti invece di governare“.
L'articolo Bersani a La7: “Meloni e Tajani saltano gridando ‘Chi non salta
comunista è’? Un governo di saltimbanchi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non ho mai festeggiato molto i compleanni, in casa mia. Poi qualcuno ha
scoperto che ero nato lo stesso giorno di Silvio Berlusconi, ed è cambiato
tutto. Hanno iniziato a ricordarsi anche di me, arrivavano caterve di auguri…”:
così Pier Luigi Bersani in una splendida intervista rilasciata a Vanity Fair. 74
anni e un libro dal titolo Chiedi chi erano i Beatles, proprio come la canzone
degli Stadio: “Nel pezzo una ragazza dice ‘Io non so niente, so solo di
Hiroshima. Dimmi chi erano i Beatles ma dimmelo non solo a parole, dimmelo con
tutte le cose‘. C’è un’urgenza che la mia generazione deve comprendere,
un’urgenza morale di dare l’esempio, dimostrare che la politica può essere una
cosa coerente, una cosa pulita, una cosa buona”.
Il rapporto che ha con i giovani, Bersani lo descrive così: “Intanto non gli
faccio ‘lo spiegone’, primissima cosa. Secondo, esprimo grande fiducia verso
questa generazione che, secondo me, è splendida. E poi mi permetto di dare
un’indicazione: ribellarsi è giusto. Se c’è qualcosa che non ti va nel profondo,
in compagnia o anche da solo, ricordati che ribellarsi è un dovere”. E c’è tanta
musica nell’intervista, dal concerto dei Beatles nel 1973 a Milano che si è
perso a quello “sto disperatamente cercando – anche io – di trovare un biglietto
per i Radiohead” che ci mette nella sua stessa identica posizione, alla passione
per Keith Richards, di cui dice una cosa particolare: “Di lui ho apprezzato
l’anticipo negli assoli, che secondo me è una caratteristica che deve avere
anche un politico”.
Momenti più belli della sua vita “uno e due son le figlie. Tre è il ‘68”, il
rapporto con la sua mamma (“ha avuto l’Alzheimer. È stato difficilissimo vederla
spegnersi”), e fino alla morte, la domanda della domande, gli fa paura? “È
incredibile, ma ecco, la morte mi faceva paura da giovane. Vai a letto e ti
chiedi ‘Ma com’è che si muore?’. L’idea che a un certo punto ti manca il
respiro, e poi che cosa succede? Poi con gli anni questo pensiero è andato via.
Da un lato forse c’è più attaccamento alla vita, dall’altro c’è meno paura della
morte. Fai fatica a andar via, ma ti spaventa meno. Mi piacerebbe il metodo
Bunuel (…). A un certo punto, nella sua autobiografia, scrive: ‘Mi piacerebbe
morire, però ogni 10, 15 anni, venir fuori, sedermi su una panchina, comprare un
giornale, vedere che cosa succede, poi tornare dentro'”.
E dopo l’ictus del 2014 ha cambiato vita? “No, solo fumato un po’ meno. Di quel
momento ricordo – forse era un modo per esorcizzare la paura – che mentre mi
portavano in ambulanza da Piacenza a Parma pensavo solo che avrebbero detto che
avevo fatto spostare la neurochirurgia in quattro centri d’eccellenza
dell’Emilia Romagna, che amministravo, e l’avevo tolta a Piacenza. ‘Mi prendo
anche del coglione’, pensavo”. E dopo la morte? “Ti addormenti e basta. Poi alla
fine bisogna anche prenderla così. Una volta mio fratello, che è più saggio di
me e faceva il chirurgo, quando facevo il ministro, mi disse: ‘Ma voi politici
non capite un tubo di niente. Non avete capito qual è il problema della sanità?
Dico: ‘Ma qual è, Mauro, il problema?’. ‘È che non vuol più morire nessuno’, mi
ha risposto. Un tempo, insomma, per vite molto più faticose, era più facile, i
vecchi dicevano ‘Sono stanco di stare al mondo’. A noi ci si è molto complicata
questa idea che a un certo punto basta”. Si parla di epitaffi, di quello che
direbbe per Berlusconi (“È un liberale immaginario, una persona non
riproducibile. E c’è dentro anche un complimento, me ne rendo conto”) e del suo:
“Si guadagnò sempre lo stipendio“.
L'articolo “Come epitaffio vorrei ‘si guadagnò sempre lo stipendio’. Quello che
direi per Berlusconi? “Liberale immaginario, persona non riproducibile”. La
morte mi faceva paura da giovane, vai a letto e pensi…”: parla Pier Luigi
Bersani proviene da Il Fatto Quotidiano.