Il “cauto ottimismo” di maniera che lascia spazio in fretta a occhi lucidi,
abbracci e sorrisi. Dopo un’oretta di scaramanzia iniziale, appena i dati delle
urne disegnano la vittoria del No, un’ondata di gioia mista a sollievo invade la
sede nazionale di Libera a Roma, dove l’Associazione nazionale magistrati ha
scelto di aspettare i risultati del referendum. “Abbiamo fatto un miracolo”, è
il concetto che ripetuto in varie forme. Enrico Grosso, il giurista torinese
scelto dalle toghe come frontman del “loro” comitato Giusto dire No, è
emozionatissimo: “È stato un capolavoro collettivo”, dice parlando al Fatto dopo
una decina di interviste tv. Se lo aspettava? “Devo dire di sì. Nella mia vita
ho sempre scommesso su una ancestrale saggezza inconsapevole del popolo: gli
italiani, senza saperlo, riescono sempre a salvare se stessi“, sorride.
GROSSO: “HA PERSO CHI NON VOLEVA LEGGE UGUALE PER TUTTI”
Prima, in conferenza stampa insieme al presidente del comitato Antonio Diella,
Grosso aveva risposto così alla domanda del Fatto su vincitori e sconfitti del
voto: “Ha vinto la Costituzione, ha perso chi la voleva cambiare per affievolire
le garanzie di autonomia e di indipendenza della magistratura e quindi mettere a
repentaglio quel principio scritto dietro gli scranni di ogni giudice nei
tribunali: la legge è uguale per tutti. Se qualcuno ha voluto mettere in
discussione quel principio, quel qualcuno oggi è stato sconfitto”, il giurista.
Che esordisce ringraziando “tutti gli elettori per questa straordinaria prova di
democrazia“: “Erano anni che non si vedevano così tante persone a votare, ci è
stato detto che gli italiani avevano perso ogni affezione verso la cosa
pubblica. L’idea che questo nuovo entusiasmo sia stato suscitato da una
questione che ha direttamente a che fare con la Costituzione, lasciatemelo dire,
da costituzionalista mi emoziona“, afferma. E sottolinea anche “il dato del voto
giovanile”, in larghissima maggioranza per il No: “Il fatto che i giovani, che
si diceva essere sempre meno interessati dalla politica, si siano così
entusiasmati per la loro Costituzione mi ha davvero allargato il cuore“. E
rivendica: “Abbiamo trattato gli elettori da adulti e gli elettori hanno saputo
rispondere da persone adulte. La maggioranza degli italiani ci ha premiato per
la nostra sincerità“.
ANM: “UN BEL GIORNO PER IL NOSTRO PAESE”
“Oggi è un bel giorno per il nostro Paese. Non per la magistratura, ma per tutte
le cittadine e i cittadini”, è invece il commento ufficiale dell’Anm, affidato a
una nota firmata dalla Giunta esecutiva centrale. “Questo risultato”, affermano
i vertici del “sindacato” dei magistrati, “tuttavia non è un punto di arrivo, ma
un punto di partenza. Abbiamo contribuito a preservare l’autonomia e
l’indipendenza della giurisdizione, proteggendo la Costituzione. I cittadini
hanno democraticamente confermato la bontà delle nostre scelte e delle nostre
indicazioni sui problemi reali della giustizia. Ringraziamo tutti coloro che si
sono impegnati con noi in questi mesi a difesa della Costituzione. La relazione
con la società civile”, prosegue il comunicato, “ha arricchito la magistratura e
sapremo trovare gli strumenti perché questa ricchezza sia condivisa e vada a
beneficio di tutto il Paese”.
GRATTERI: “SOCIETÀ CIVILE VIVA, SCELTA IN DIFESA DELLA CARTA”
Festeggia anche quello che è forse il volto più popolare del fronte del No, il
procuratore di Napoli Nicola Gratteri. “La vittoria del No al referendum
rappresenta un segnale forte e chiaro: la società civile è viva, attenta e
pronta a mobilitarsi quando sono in gioco principi fondamentali. È stata una
scelta consapevole, in difesa della Costituzione e dell’equilibrio delle
istituzioni. Non è un rifiuto al cambiamento, ma di un metodo”, sottolinea. “La
giustizia ha bisogno di riforme serie, capaci di ridurre i tempi dei processi e
migliorarne il funzionamento, garantendo efficienza senza sacrificare le
garanzie. Le riforme sono necessarie, ma vanno costruite con responsabilità e
rispetto dei diritti”.
ZANON (COMITATO SÌ): “DAL NO MESSAGGI SCORRETTI”
Dai comitati del Sì, invece, si maschera a fatica la delusione. I primi a
presentarsi di fronte ai microfoni sono i vertici del comitato “Sì Riforma”
voluto dal governo: “Viva la democrazia, grande successo di affluenza. Le
persone sono state molto coinvolte con messaggi anche non corretti ma comunque
c’è stata una partecipazione. Credo che i termini di analisi difficilmente
possiamo andare oltre nel dire che ce l’abbiamo messa tutta”, abbozza il
presidente, l’ex giudice costituzionale Nicolò Zanon. E il portavoce Alessandro
Sallusti rivendica: “È stata una battaglia persa, ma che rifarei dall’inizio
alla fine. La prima osservazione è che di riforma della giustizia se ne parlerà
tra tanti e tanti anni e ancor più la stagione riformista non dico che viene
archiviata, ma subisce un forte rallentamento”.
L'articolo Referendum, magistrati in festa per il “miracolo”. Il frontman del No
Grosso: “Gli italiani salvano sempre se stessi”. Gratteri: “La società civile è
viva” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Anm
Cesare Parodi si è dimesso dalla carica di presidente dell’Associazione
nazionale magistrati. La decisione del procuratore di Alessandria, meditata da
tempo, è arrivata a quanto si apprende per “motivi strettamente familiari e
personali” e non ha a che fare con l’esito del referendum sulla riforma Nordio,
ancora incerto.
Articolo in aggiornamento
L'articolo Cesare Parodi si dimette dalla presidenza dell’Associazione nazionale
magistrati proviene da Il Fatto Quotidiano.
Li hanno chiamati bonariamente i “Bansky della magistratura”, perché la loro
seguitissima pagina sociale “Giovani magistrati” non ha nomi e cognomi. È una
scelta non di mancata assunzione di responsabilità, ma una scelta fatta per
“spirito di servizio”. Per loro parlano i post o i video condivisi. Ma per il
Fatto Quotidiano fanno una eccezione e accettano un’intervista tre dei sette
fondatori, tutti trentenni (gli altri quattro nel momento della telefonata hanno
udienza). Maria Teresa Pesca, giudice penale a Prato, racconta che oltre che
colleghi sono amici, hanno condiviso lo stesso concorso, nel 2020.
Una data pesante, “segnata globalmente dalla pandemia, ricorda Giuseppe Lisella,
pm a Marsala, e in Italia anche dal caso Palamara. Stavamo facendo gli scritti,
nel 2019, quando è deflagrato lo scandalo delle nomine. Ma al netto di quelle
derive, prosegue Lisella, va ricordato che la magistratura ha saputo assumere il
suo ruolo di contrasto al terrorismo, alla mafia, alla corruzione. Da qui a
voler buttare via il bambino con l’acqua sporca, come vuole fare questa riforma,
ci passa il mare. Tutti parlano di pressione correntizia e io da giovane
magistrato avrei potuto spaventarmi, ma sono sei anni che faccio il pm e non ho
mai sentito questa pressione, non l’ho nemmeno percepita. Così come non ho visto
magistrati che prendono decisioni perché politicizzati”.
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È la narrazione per “delegittimare la magistratura” che non va giù a queste
giovani toghe che, un anno dopo l’apertura della pagina social, hanno su
Instagram hanno oltre 50mila follower e diverse migliaia tra Tik Tok e Facebook.
Una delle tante fake news che ”Giovani magistrati” ha smascherato è l’asserita
posizione di Giuliano Vassalli, il padre del codice di procedura penale, a
favore della separazione delle carriere dei magistrati. Almeno così fanno
credere tanti sostenitori del Sì, e così fa credere il ministro della Giustizia
Carlo Nordio che, ogni volta che può, dichiara di essersi ispirato a Vassalli
“eroe della Resistenza”. Invece, i giovani magistrati hanno pubblicato un video
del 2007 intitolato “Vassalli contrario a modifiche costituzionali di sistema”.
Effettivamente in quell’intervista, l’ex ministro della Giustizia ed ex
presidente della Corte costituzionale dice di essere “tra coloro che difendono
la Costituzione vigente… contrario a una riforma globale che cambi radicalmente
il sistema”.
È la giudice Pesca che ci racconta come è nata l’idea di questa pagina social:
con l’avvio dell’iter della riforma costituzionale “abbiamo notato un
accanimento nei confronti della magistratura in generale e anche contro singoli
magistrati che prendevano delle decisioni sgradite. Siamo rimasti attoniti
rispetto non a critiche legittime contro provvedimenti, ma ad attacchi personali
che non erano in connessione con il merito della decisione. E quindi abbiamo
sentito l’esigenza di contrastare queste modalità con un canale che arrivasse ai
non addetti ai lavori”. Una comunicazione, facciamo notare, diversa da quella
dell’Associazione nazionale magistrati. “Noi siamo tutti iscritti all’Anm,
specifica la giudice Pesca, riteniamo che abbia un ruolo fondamentale
soprattutto in questo contesto storico. Semplicemente come giovani magistrati
abbiamo un modo diverso di comunicare. E la pagina social ci è sembrato lo
strumento più adatto per spiegare la riforma costituzionale e anche per creare
un rapporto di fiducia, di trasparenza con i cittadini rispetto al nostro ruolo
istituzionale”.
Ma, aggiunge Paolo Bertollini, giudice civile a Latina, “non è ricerca del
consenso. Per noi è importante che anche di fronte a un provvedimento impopolare
si capisca che c’è trasparenza, correttezza istituzionale da parte di quel
magistrato che ha preso la decisione”. I sette magistrati non appartengono ad
alcuna corrente, ma non è una scelta ideologica: “Noi – spiega Bertollini – non
siamo contrari, solo che finora non ne abbiamo sentito l’esigenza. In ogni caso
su oltre 9 mila magistrati appena 2 mila circa sono iscritti a correnti. Non
sappiamo dove siano tutte queste ‘toghe rosse’ di cui parlano”.
L'articolo Il boom dei “Banksy della magistratura”, in 50mila seguono i “Giovani
magistrati” che si battono contro le fake news su toghe e referendum proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Prima di tutto chiarisce che non si dimetterà mai in caso di vittoria del No.
Quindi da un lato prende le distanze, in maniera inequivocabile anche senza
citarla, da Giusi Bartolozzi. Dall’altra, assesta le consuete bordate all’Anm e
alla magistratura che ha un “potere enorme” ma non “adeguata responsabilità”. La
kermesse di partito per il Sì al referendum sulla giustizia, al teatro Parenti
di Milano, diventa il palcoscenico dal quale la presidente del Consiglio Giorgia
Meloni annuncia che “non c’è alcuna possibilità che io mi dimetta in nessun
caso. Io voglio arrivare alla fine della legislatura. Voglio arrivare alla fine
della legislatura e voglio farmi giudicare sul complesso del mio lavoro”. Ma è
anche l’occasione pubblica per smarcarsi dall’ultimo autogol arrivato
direttamente dal ministero della Giustizia: “Non facciamo questa riforma perché
ce l’abbiamo con qualcuno, qui nessuno ha in mente di liberarci della
magistratura”, ha detto la premier, ma “per sistemare quello che non funziona
anche per i magistrati e soprattutto per i cittadini, noi a loro abbiamo
promesso una nazione migliore”. Il riferimento – chiarissimo – è alla capa di
gabinetto del ministro Carlo Nordio che, sabato sera, aveva parlato di “plotone
d’esecuzione” riguardo ai magistrati dai quali “liberarsi” votando a favore
della riforma costituzionale.
Tuttavia, Meloni non ha risparmiato le consuete bordate a pubblici ministeri e
giudici: quello dei magistrati, ha detto, “è un potere enorme ed è l’unico a cui
non corrisponde una adeguata responsabilità, perché se un magistrato sbaglia,
non subisce alcuna conseguenza, anzi spesso avanza di carriera”. Mentre “se la
giustizia è lenta e si inceppa, le conseguenze le pagano tutti, le scelte dei
magistrati impattano su tanti aspetti della nostra vita”. Quindi si è scagliata
anche contro l’Anm, il sindacato dei magistrati: “Non devo ricordare quante
volte in passato gli sforzi concreti per riformare la giustizia sono naufragati”
a causa “dell’interdizione esercitata dall’Anm o da gruppi di magistrati che
avevano grande notorietà mediatica”, è stato il suo affondo. Quindi il tentativo
di smorzare: “Io considero che questa sia soprattutto una riforma fatta per il
bene di tanti magistrati capaci che nella loro carriera sono stati mortificati
perché non si piegavano alla logica delle correnti politicizzate”.
“Dopo decenni di rinvii e tentativi mancati – ha aggiunto – abbiamo approvato
una riforma storica che affronta i principali problemi alla base del
malfunzionamento della giustizia. Il compito del potere legislativo è fare leggi
per correggere le storture”. Ma, ha rimarcato, in Italia, “quando si vuole
modificare qualcosa, si grida alla deriva illiberale, alla fine dello stato di
diritto”. Catastrofismo, lo ha definito, dietro il quale ad avviso di Meloni “si
nasconde solo una spasmodica volontà di mantenere lo status quo e difendere i
privilegi che si annidano in quello status quo a vantaggio di alcuni sulla pelle
degli altri”. Ed è tornata a sostenere che la separazione della carriere è già
in vigore in 21 dei 27 Paesi dell’Ue: “Io dico sono tutti in una deriva
illiberale o siamo noi che siamo indietro?”.
Nell’appello finale la presidente del Consiglio ha provato di nuovo ad
allontanare l’ombra di una riforma che serve ai governi, come aveva lasciato
intendere nelle scorse settimane anche il ministro Nordio: “La riforma non serve
a me. Non serve al governo. La riforma serve ai cittadini. A tutti i cittadini,
anche a quelli che non mi votano, anche a quelli che, appunto, mi detestano. E
se non passa stavolta, molto probabilmente noi non avremo un’altra occasione. E
allora ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più
negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei
cittadini, che incideranno sulla vostra vita ogni giorno”. E ha ribadito il
consueto elenco legato a stupratori e figli strappati alle madri, che nulla
c’entrano con il merito del referendum, per il quale ha chiesto di andare a
votare: “Allora non dovete voltarvi dall’altra parte. Non stavolta. Non restate
a casa. Non disinteressatevi”.
L'articolo Referendum, Meloni: “Zero possibilità che io mi dimetta”. Non cita
Bartolozzi ma dice: “La riforma non è per liberarsi della magistratura”. Poi
attacca l’Anm proviene da Il Fatto Quotidiano.
La prima versione, “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?“, aveva
sollevato un polverone e causato persino una denuncia in Procura. Ma ora, grazie
all’assist involontario di Giusi Bartolozzi, il comitato Giusto dire No promosso
dall’Associazione nazionale magistrati ha aggiornato i suoi manifesti
referendari, ripubblicandoli sui social con uno slogan ancora più efficace:
“Vorresti togliere di mezzo la magistratura? No“. Una citazione letterale delle
parole della capo di gabinetto del ministero della Giustizia, che nella stessa
occasione – un dibattito sull’emittente siciliana Telecolor – si è spinta a
definire i magistrati “un plotone di esecuzione“.
L’idea di trasformare l’uscita di Bartolozzi in un messaggio a favore del No è
arrivata dai creativi di Proforma, l’agenzia di comunicazione che segue i
magistrati. Lo slogan “Vorresti giudici che dipendono dalla politica”, ricorda
il comitato nel post, “è stato attaccato duramente dai sostenitori del Sì“.
Contro i manifesti – i primi a comparire nelle stazioni ferroviarie – si era
scagliata anche Giorgia Meloni nella sua conferenza stampa di inizio anno: “Se
chi ha nel suo dna la ricerca della verità scrive una menzogna per difendere la
sua campagna, questo delegittima”. “Qualcuno è arrivato perfino a denunciarci
per aver diffuso notizie false, atte a turbare l’ordine pubblico“, prosegue
“Giusto dire No”, citando l’esposto presentato ai pm di Roma da Giorgio
Spangher, accademico presidente del comitato per il Sì promosso dal Partito
radicale (in cui si chiedeva pure il sequestro dei manifesti).
Poi però è arrivata Bartolozzi: “Per settimane ci hanno accusato di esagerare,
sostenendo che la riforma non avrebbe mai avuto l’effetto di sottomettere la
magistratura alla politica. Ora il braccio destro del ministro della Giustizia
ci dice che, al contrario, eravamo stati troppo prudenti: la riforma non vuole
sottomettere la magistratura all’esecutivo, vuole “toglierla di mezzo”. Nel
frattempo abbiamo aggiornato il nostro manifesto. Dopo queste parole, è ancora
più (atrocemente) fedele alla realtà”, conclude il comitato.
L'articolo “Vorresti togliere di mezzo i magistrati?”: il comitato dell’Anm
rilancia la frase di Bartolozzi come slogan per il No proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“In queste ultime settimane abbiamo deciso di non rispondere mai agli attacchi
ricevuti a più riprese da esponenti politici, anche di altissimo profilo.
L’appello all’abbassamento dei toni che è stato rivolto a tutte le parti in
causa dalla più alta carica dello Stato era, e ancora di più oggi, è
assolutamente opportuno. Per cui, anche se il tono e le argomentazioni contro la
magistratura italiana sono oramai giunte a un livello inaccettabile per chi
auspica la rispettosa collaborazione tra le istituzioni del nostro Paese,
continueremo a mantenere inalterata la nostra linea”. L’Associazione nazionale
magistrati interviene con una nota sul caso di Giusi Bartolozzi, la capo di
gabinetto del ministero della Giustizia che in un dibattito tv ha invitato a
votare Sì al referendum per “togliersi di mezzo la magistratura“, definita un
“plotone di esecuzione”. Un’uscita che la giunta centrale dell’Anm condanna
ricordando l’intervento di Sergio Mattarella qualche settimana fa al Consiglio
superiore della magistratura, in cui il capo dello Stato ha richiamato le
istituzioni al rispetto reciproco.
Le parole di Bartolozzi sono state censurate persino dal suo diretto superiore,
che finora l’aveva sempre difesa: “Mi dispiace per le parole usate dal mio capo
di gabinetto, quell’affermazione è apparsa un attacco all’intera magistratura“,
ha detto Nordio. “Sicuramente non avrà alcuna difficoltà a scusarsi per parole
che sono certo non rispecchiano il suo pensiero e la stima che ha della
magistratura, di cui, tra l’altro lei stessa fa parte”. Poco prima la “zarina”
di via Arenula era già intervenuta a ceercare di metterci una pezza: “Ho
partecipato a un’ora e mezza di trasmissione e fin dall’inizio ho precisato che
la riforma è fatta in favore della magistratura per recuperare la credibilità,
che purtroppo ormai è persa. Nel corso del dibattito tv ho più volte precisato
che la gran parte dei magistrati sono eccellenti professionisti, che lavorano
nel silenzio della aule e che non cercano ribalte. Solo una piccola parte,
purtroppo quella correntizzata, governa però il sistema”.
L'articolo L’Anm sul “caso Bartolozzi”: “Toni inacccettabili, ma non
risponderemo. Ascoltare l’appello di Mattarella” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La mossa era stata annunciata e non si è fatta attendere neanche un giorno. Su
mandato del deputato di Forza Italia Enrico Costa, il governo ha chiesto
all’Associazione nazionale magistrati di rendere pubblici i nomi dei
finanziatori del comitato “Giusto dire No” – il principale tra i soggetti creati
per la campagna contro la riforma Nordio – col pretesto di prevenire presunti
conflitti d’interesse delle toghe che si trovassero a giudicarli. La richiesta,
anticipata venerdì nella risposta a un’interrogazione di Costa, ha preso la
forma di una lettera ufficiale inviata al presidente dell’Anm Cesare Parodi e
firmata da Giusi Bartolozzi, potente capo di gabinetto del ministro della
Giustizia Carlo Nordio.
“Gentilissimo presidente”, si legge nella missiva protocollata venerdì stesso,
“è pervenuto al ministero un atto di sindacato ispettivo con il quale il
parlamentare interrogante (Costa, ndr) riferisce che il segretario generale
dell’Anm avrebbe dichiarato che il comitato “Giusto dire No” promosso dall’Anm
ha raccolto contributi da migliaia di cittadini che hanno aderito liberamente
con una donazione volontaria. Da ciò l’interrogante assume un potenziale
conflitto tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che
finirebbero per praticare una forma di finanziamento indiretto dell’Anm.
Sottopongo alle Vostre valutazioni, pertanto, l’opportunità di rendere noto alla
collettività, nell’ottica di una piena trasparenza, gli eventuali finanziamenti
ricevuti dal comitato “Giusto dire No” da parte di privati cittadini”.
Tra i dirigenti del “sindacato” di giudici e pm – che hanno letto la lettera
lunedì mattina – è in corso un confronto su come reagire a quella che viene
considerata un’iniziativa intimidatoria, volta a scoraggiare chi vuole
contribuire alla campagna del No. Il dubbio è se rispondere in privato o con un
comunicato pubblico, e, in quest’ultimo caso, firmato da chi. Il comitato
infatti, pur essendo stato promosso dall’Anm, è un soggetto giuridicamente
autonomo, con il giudice Antonio Diella come presidente esecutivo e il
costituzionalista Enrico Grosso come presidente onorario. La richiesta del
governo, peraltro, è inattuabile in base alla legge sulla privacy, che
garantisce la riservatezza degli aderenti e dei finanziatori delle associazioni
e impone di nominare un responsabile del trattamento dei dati: nemmeno la stessa
Anm, si fa notare, ha a disposizione l’elenco dei nomi.
L'articolo Referendum, ora Nordio vuole i nomi di chi finanzia il No: la lettera
di Bartolozzi all’Anm. “Possibile conflitto d’interessi” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Una fiera opposizione dal basso“, una “rivolta silenziosa“, una “lunga lista”
di “nomi che pesano come macigni“. Nei giorni scorsi i quotidiani più schierati
per la riforma Nordio – su tutti il Dubbio, organo di stampa degli avvocati, e
la Verità di Maurizio Belpietro – hanno riportato con grande enfasi il documento
di un gruppo di autoproclamati “magistrati per il Sì” al referendum: “Liberi da
condizionamenti, ci dissociamo pubblicamente dal merito e dai toni delle
posizioni maggioritarie dell’Associazione nazionale magistrati. Dichiariamo la
nostra adesione alla riforma. La piena indipendenza della magistratura e dei
singoli magistrati, compromessa dalla degenerazione correntizia, è garantita
solo dal sorteggio secco dei consiglieri dei Csm“, si legge nella dichiarazione
solenne. L’iniziativa, lanciata dalla giudice minorile di Catania Carmen
Giuffrida, ha l’obiettivo di far uscire allo scoperto giudici e pm “ribelli”
rispetto alla linea dell’Anm, ritenuti una “maggioranza silenziosa”: finora ha
raccolto 51 adesioni, tra cui il nome più noto è quello di Clementina Forleo, la
gip dell’inchiesta sulle scalate Bnl-Unipol, ora in Corte d’Appello a Roma. Tra
i firmatari anche il procuratore di Parma Alfonso D’Avino e quello di Varese
Antonio Gustapane, l’ex pm anticamorra Catello Maresca (già candidato sindaco
del centrodestra a Napoli, ora distaccato alla Commissione bicamerale per le
questioni regionali) e il consigliere del Csm Andrea Mirenda.
Già di per sè, 51 firme sarebbero tutt’altro che una “maggioranza silenziosa”,
equivalendo allo 0,5% dei magistrati ordinari in servizio. Scorrendo l’elenco
dei nomi e delle qualifiche, però, viene fuori che una buona parte dei
“magistrati per il Sì” non sono magistrati ordinari in servizio, e quindi non
sono toccati dagli effetti della riforma. Ben 11, infatti, sono giudici e pm in
pensione: tra loro Ines Maria Luisa Marini, ex presidente della Corte d’Appello
di Venezia nominata da Nordio nel Comitato direttivo della Scuola superiore
della magistratura, e l’ex sostituto procuratore di Torino Antonio Rinaudo, che
sostenne l’accusa (poi caduta) di terrorismo ai No Tav. Altri sei sono ex
magistrati ordinari transitati nel nuovo corpo dei giudici tributari
professionali: Giuliano Castiglia, Gabriele Di Maio, Mario Fiore, Paolo Itri,
Luigi Petrucci, Sergio Mario Tosi. A conti fatti, dunque, ad aderire alla
“chiamata alle armi” sono stati 34 magistrati sui 9.657 del ruolo organico: lo
0,35%. Che il peso della “fronda” fosse quello, d’altra parte, era già chiaro
dall’esito dell’ultima assemblea generale dell’Anm, dove il documento contrario
alla riforma era stato approvato con sei voti contrari e un astenuto su 1.296.
Ma i “ribelli” possono consolarsi: avranno sempre un’intervista garantita su un
giornale di destra.
L'articolo Referendum, i “magistrati per il Sì” chiamano a raccolta: “Siamo
maggioranza silenziosa”. Ma firmano in 34 su 9.600 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’Associazione nazionale magistrati ha chiesto di essere audita dalla
Commissione europea. Il motivo? Il sindacato delle toghe vuole illustrare la
“situazione allarmante“, dovuta al “rischio di collasso della Giustizia italiana
per l’inadempimento del governo italiano agli impegni assunti in sede europea
con riguardo all’Ufficio per il processo“. Mentre infuria lo scontro tra
magistratura ed esecutivo in vista del referendum sulla separazione delle
carriere, c’è un altro fronte che si apre tra toghe e politica: quello
dell’attuazione del Pnrr in tema di giustizia. La richiesta di audizione è
contenuta nel documento approvato dal Consiglio direttivo centrale
dell’Associazione nazionale dei magistrati.
Ricordando che l’Ufficio per il processo è stato “incluso nel Pnrr quale misura
di natura strutturale, destinata a modificare in modo permanente
l’organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari e dei giudici italiani”,
l’Anm sottolinea che “a gennaio 2026 a meno di sei mesi dal termine del
progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei
funzionari addetti all’Ufficio per il processo, che nel frattempo stanno
lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro”. Eppure nel
rendiconto al 31 ottobre scorso dell’Unità di missione del ministero della
Giustizia sull’attuazione degli interventi del Pnrr, il governo ha dato atto
“che la misura sull’Ufficio per il processo e Capitale Umano prevede
l’assunzione e la permanenza in servizio di 10mila unità di personale Pnrr
(addetti all’Ufficio per il Processo e personale tecnico-amministrativo), con
l’obiettivo di creare un vero e proprio staff di supporto al magistrato e alla
giurisdizione – con compiti di studio, ricerca, redazione di bozze di
provvedimenti – e pone, altresì, le fondamenta di una struttura al servizio
dell’intero Ufficio giudiziario, con funzioni di raccordo con le cancellerie e
le segreterie, anche con mansioni tipicamente amministrative quale naturale
preparazione e completamento dell’attività giurisdizionale, di assistenza al
capo dell’ufficio ed ai presidenti di sezione indirizzi giurisprudenziali e di
banca datì”.
Eppure, aggiunge il sindacato della toghe,”la stessa relazione riferisce che al
31 ottobre 2025, il personale effettivamente in servizio si era ridotto a 8.930
unità. È infatti accaduto che in assenza di qualsivoglia progetto concreto di
stabilizzazione del personale assunto con i fondi del Pnrr, oltre mille
funzionari, tra i più capaci, appositamente formati ed inseriti nei progetti
dell’Ufficio per il processo, abbiano lasciato l’amministrazione della Giustizia
per altre opportunità di lavoro”. “L’11 agosto del 2025 – prosegue l’Anm – il
ministero della Giustizia ha annunciato che entro il mese di ottobre avrebbe
avviato una procedura comparativa per la stabilizzazione dei funzionari addetti
all’Ufficio per il processo. A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del
progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei
funzionari Addetti all’Ufficio per il processo”.
Dunque, sottolinea il sindacato dei magistrati, “il governo non ha stanziato i
fondi necessari a reclutare 10mila unità di funzionari” previsti dal progetto
del Pnrr in cui il governo italiano si è impegnato verso l’Unione europea.
Quindi, è l’allarme, si rischia così “di disperdere risorse e progettualità, di
essere costretti ad abbandonare un ormai consolidato metodo di lavoro in team e
di dissipare, in breve tempo i progressi raggiunti nell’attuazione del Pnrr”. Il
sindacato delle toghe specifica che “la situazione è particolarmente grave nelle
Sezioni specializzate per la protezione internazionale che sono chiamate ad
attuare il sistema comune europeo dell’asilo e nelle quali un team di supporto
al giudice è indispensabile per assicurare le funzioni minime del processo in
materia di asilo”.
L'articolo “Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia
italiana”: l’Anm vuole essere audita alla Commissione Ue proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“La campagna pubblicitaria che sta in tutte le stazioni ‘Vuoi che il giudice sia
sottoposto alla politica’ è una gravissima campagna di disinformazione”. Così
nel corso della presentazione del libro del ministro della Giustizia Carlo
Nordio, Francesco Greco, presidente del Consiglio Nazionale Forense critica la
campagna organizzata dai promotori del No al prossimo referendum sulla
separazione delle carriere dei magistrati. “Mi piacerebbe se qualche pubblico
ministero valutasse se ci sono gli estremi del 656 del Codice Penale che punisce
chi diffonde notizie false che possono destare allarme sociale. Forse qualcuno
dovrebbe porsi il problema”.
L'articolo “La campagna del No al referendum? Diffonde notizie false”: il
presidente del Consiglio forense evoca la denuncia per “allarme sociale”
proviene da Il Fatto Quotidiano.