“Una fiera opposizione dal basso“, una “rivolta silenziosa“, una “lunga lista”
di “nomi che pesano come macigni“. Nei giorni scorsi i quotidiani più schierati
per la riforma Nordio – su tutti il Dubbio, organo di stampa degli avvocati, e
la Verità di Maurizio Belpietro – hanno riportato con grande enfasi il documento
di un gruppo di autoproclamati “magistrati per il Sì” al referendum: “Liberi da
condizionamenti, ci dissociamo pubblicamente dal merito e dai toni delle
posizioni maggioritarie dell’Associazione nazionale magistrati. Dichiariamo la
nostra adesione alla riforma. La piena indipendenza della magistratura e dei
singoli magistrati, compromessa dalla degenerazione correntizia, è garantita
solo dal sorteggio secco dei consiglieri dei Csm“, si legge nella dichiarazione
solenne. L’iniziativa, lanciata dalla giudice minorile di Catania Carmen
Giuffrida, ha l’obiettivo di far uscire allo scoperto giudici e pm “ribelli”
rispetto alla linea dell’Anm, ritenuti una “maggioranza silenziosa”: finora ha
raccolto 51 adesioni, tra cui il nome più noto è quello di Clementina Forleo, la
gip dell’inchiesta sulle scalate Bnl-Unipol, ora in Corte d’Appello a Roma. Tra
i firmatari anche il procuratore di Parma Alfonso D’Avino e quello di Varese
Antonio Gustapane, l’ex pm anticamorra Catello Maresca (già candidato sindaco
del centrodestra a Napoli, ora distaccato alla Commissione bicamerale per le
questioni regionali) e il consigliere del Csm Andrea Mirenda.
Già di per sè, 51 firme sarebbero tutt’altro che una “maggioranza silenziosa”,
equivalendo allo 0,5% dei magistrati ordinari in servizio. Scorrendo l’elenco
dei nomi e delle qualifiche, però, viene fuori che una buona parte dei
“magistrati per il Sì” non sono magistrati ordinari in servizio, e quindi non
sono toccati dagli effetti della riforma. Ben 11, infatti, sono giudici e pm in
pensione: tra loro Ines Maria Luisa Marini, ex presidente della Corte d’Appello
di Venezia nominata da Nordio nel Comitato direttivo della Scuola superiore
della magistratura, e l’ex sostituto procuratore di Torino Antonio Rinaudo, che
sostenne l’accusa (poi caduta) di terrorismo ai No Tav. Altri sei sono ex
magistrati ordinari transitati nel nuovo corpo dei giudici tributari
professionali: Giuliano Castiglia, Gabriele Di Maio, Mario Fiore, Paolo Itri,
Luigi Petrucci, Sergio Mario Tosi. A conti fatti, dunque, ad aderire alla
“chiamata alle armi” sono stati 34 magistrati sui 9.657 del ruolo organico: lo
0,35%. Che il peso della “fronda” fosse quello, d’altra parte, era già chiaro
dall’esito dell’ultima assemblea generale dell’Anm, dove il documento contrario
alla riforma era stato approvato con sei voti contrari e un astenuto su 1.296.
Ma i “ribelli” possono consolarsi: avranno sempre un’intervista garantita su un
giornale di destra.
L'articolo Referendum, i “magistrati per il Sì” chiamano a raccolta: “Siamo
maggioranza silenziosa”. Ma firmano in 34 su 9.600 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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L’Associazione nazionale magistrati ha chiesto di essere audita dalla
Commissione europea. Il motivo? Il sindacato delle toghe vuole illustrare la
“situazione allarmante“, dovuta al “rischio di collasso della Giustizia italiana
per l’inadempimento del governo italiano agli impegni assunti in sede europea
con riguardo all’Ufficio per il processo“. Mentre infuria lo scontro tra
magistratura ed esecutivo in vista del referendum sulla separazione delle
carriere, c’è un altro fronte che si apre tra toghe e politica: quello
dell’attuazione del Pnrr in tema di giustizia. La richiesta di audizione è
contenuta nel documento approvato dal Consiglio direttivo centrale
dell’Associazione nazionale dei magistrati.
Ricordando che l’Ufficio per il processo è stato “incluso nel Pnrr quale misura
di natura strutturale, destinata a modificare in modo permanente
l’organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari e dei giudici italiani”,
l’Anm sottolinea che “a gennaio 2026 a meno di sei mesi dal termine del
progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei
funzionari addetti all’Ufficio per il processo, che nel frattempo stanno
lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro”. Eppure nel
rendiconto al 31 ottobre scorso dell’Unità di missione del ministero della
Giustizia sull’attuazione degli interventi del Pnrr, il governo ha dato atto
“che la misura sull’Ufficio per il processo e Capitale Umano prevede
l’assunzione e la permanenza in servizio di 10mila unità di personale Pnrr
(addetti all’Ufficio per il Processo e personale tecnico-amministrativo), con
l’obiettivo di creare un vero e proprio staff di supporto al magistrato e alla
giurisdizione – con compiti di studio, ricerca, redazione di bozze di
provvedimenti – e pone, altresì, le fondamenta di una struttura al servizio
dell’intero Ufficio giudiziario, con funzioni di raccordo con le cancellerie e
le segreterie, anche con mansioni tipicamente amministrative quale naturale
preparazione e completamento dell’attività giurisdizionale, di assistenza al
capo dell’ufficio ed ai presidenti di sezione indirizzi giurisprudenziali e di
banca datì”.
Eppure, aggiunge il sindacato della toghe,”la stessa relazione riferisce che al
31 ottobre 2025, il personale effettivamente in servizio si era ridotto a 8.930
unità. È infatti accaduto che in assenza di qualsivoglia progetto concreto di
stabilizzazione del personale assunto con i fondi del Pnrr, oltre mille
funzionari, tra i più capaci, appositamente formati ed inseriti nei progetti
dell’Ufficio per il processo, abbiano lasciato l’amministrazione della Giustizia
per altre opportunità di lavoro”. “L’11 agosto del 2025 – prosegue l’Anm – il
ministero della Giustizia ha annunciato che entro il mese di ottobre avrebbe
avviato una procedura comparativa per la stabilizzazione dei funzionari addetti
all’Ufficio per il processo. A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del
progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei
funzionari Addetti all’Ufficio per il processo”.
Dunque, sottolinea il sindacato dei magistrati, “il governo non ha stanziato i
fondi necessari a reclutare 10mila unità di funzionari” previsti dal progetto
del Pnrr in cui il governo italiano si è impegnato verso l’Unione europea.
Quindi, è l’allarme, si rischia così “di disperdere risorse e progettualità, di
essere costretti ad abbandonare un ormai consolidato metodo di lavoro in team e
di dissipare, in breve tempo i progressi raggiunti nell’attuazione del Pnrr”. Il
sindacato delle toghe specifica che “la situazione è particolarmente grave nelle
Sezioni specializzate per la protezione internazionale che sono chiamate ad
attuare il sistema comune europeo dell’asilo e nelle quali un team di supporto
al giudice è indispensabile per assicurare le funzioni minime del processo in
materia di asilo”.
L'articolo “Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia
italiana”: l’Anm vuole essere audita alla Commissione Ue proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“La campagna pubblicitaria che sta in tutte le stazioni ‘Vuoi che il giudice sia
sottoposto alla politica’ è una gravissima campagna di disinformazione”. Così
nel corso della presentazione del libro del ministro della Giustizia Carlo
Nordio, Francesco Greco, presidente del Consiglio Nazionale Forense critica la
campagna organizzata dai promotori del No al prossimo referendum sulla
separazione delle carriere dei magistrati. “Mi piacerebbe se qualche pubblico
ministero valutasse se ci sono gli estremi del 656 del Codice Penale che punisce
chi diffonde notizie false che possono destare allarme sociale. Forse qualcuno
dovrebbe porsi il problema”.
L'articolo “La campagna del No al referendum? Diffonde notizie false”: il
presidente del Consiglio forense evoca la denuncia per “allarme sociale”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Era abbastanza prevedibile che la sentenza del tribunale di Brescia per lo
stupro di una bimba di 10 anni avrebbe fatto discutere: il giudice, infatti, ha
condannato a 5 anni di reclusione il 29enne bengalese che ha violentato la
minorenne in un centro di accoglienza nell’estate 2024, derubricando il reato in
sesso con minori. La pm Federica Ceschi aveva chiesto 6 anni e 8 mesi con
l’accusa di violenza sessuale con minori, ma il giudice ha riqualificato il
reato e ridotto la pena.
Alla madre della piccola, costituita parte civile nel processo, il gup ha
riconosciuto una provvisionale di 30mila euro. L’avvocato difensore, Davide
Scaroni, risponde alle polemiche delle ultime ore: “Non è una condanna lieve in
sé e non è assolutamente, come è stato detto da tanti politici, una pena nel
minimo edittale”. E precisa che “la pena finale poteva essere di 2 anni e 8
mesi”, una decisione motivata dalla gravità del caso: le motivazioni della
sentenza arriveranno tra 90 giorni.
Dopo la notizia dalla coalizione di centrodestra sono arrivate parole molto
dure. La deputata leghista Simona Bordonali ha definito la sentenza
“drammaticamente inadeguata rispetto alla gravità dei fatti”. Della stessa
opinione anche l’eurodeputata Lara Magoni di Fratelli d’Italia, una condanna che
è “un’offesa al dolore della vittima e un colpo al cuore per chi crede davvero
nella giustizia”.
La senatrice Lavinia Mennuni aggiunge: “Ci rattrista constatare che per il
giudice non c’è stata violenza senza curarsi di quanto subìto dalla bambina che
resterà profondamente segnata per sempre”. Oltre alle dichiarazioni, il partito
di governo ha richiesto un’ispezione ministeriale. A renderlo noto è Barbara
Mazzali, eletta al Consiglio regionale della Lombardia. La richiesta di verifica
sarà avanzata dal senatore Sandro Sisler e avrà come oggetto “la regolarità dei
criteri adottati nella valutazione della pena”, giudicando “giuridicamente e
moralmente inammissibile” la decisione del magistrato.
Tra i commenti anche quelli della Giunta esecutiva sezionale di Brescia
dell’Associazione Nazionale Magistrati che esprime “forte preoccupazione” per la
richiesta di alcuni esponenti politici di sollecitare “un’ispezione ministeriale
presso il Tribunale di Brescia” per verificare la “regolarità dei criteri
adottati” nella determinazione della pena inflitta a un imputato condannato per
atti sessuali con una persona minorenne.
Secondo la Giunta, la richiesta risulta particolarmente inopportuna perché
avanzata “senza che neppure sia stata ancora depositata la motivazione della
sentenza”, passaggio fondamentale per comprendere le ragioni della decisione
assunta dal giudice. Nel comunicato l’Anm ribadisce che “la critica legittima ai
provvedimenti dell’autorità giudiziaria non può mai risolversi né in attacchi
gratuiti alla persona del magistrato che li ha adottati né nell’invocazione di
un improprio uso dei poteri ispettivi del Ministro della Giustizia”, che non
possono essere utilizzati per “sindacare il merito delle decisioni assunte”. La
Giunta auspica infine che “i comportamenti di chi riveste ruoli istituzionali
siano ispirati alla grammatica della separazione dei poteri” e siano “rispettosi
dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura”.
L'articolo Ispezione al Tribunale di Brescia dopo la condanna a 5 anni per abusi
su una bimba di 10 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’indipendenza della magistratura è un valore fondante della Russia di Putin. Ma
anche della Cina di Xi Jinping, della Cuba castrista, dell’Iran degli ayatollah
e persino della Corea del Nord. O almeno è ciò che si legge nelle Costituzioni
di tutti questi Paesi. Sulla carta, infatti, l’autonomia dei giudici non è messa
in discussione nemmeno dai peggiori regimi dittatoriali del pianeta: a
soffocarla però sono fattori di insieme e di contesto, che rendono impossibile
esercitarla in concreto. A farlo notare è un commento ironico del pm ligure
Claudio Martini, sostituto procuratore a Savona, che sta facendo il giro delle
chat dei magistrati dopo le accuse rivolte alla campagna per il No alla riforma
Nordio. Nei giorni scorsi il comitato referendario promosso dall’Anm è finito
sotto accusa per i suoi manifesti, incentrati su una domanda retorica: “Vorresti
giudici che dipendono dalla politica?“. Una “truffa” e una “manipolazione” per i
sostenitori del Sì, che sottolineano come il principio di autonomia e
indipendenza resti formalmente garantito dall’articolo 104 della Costituzione:
“La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro
potere”, recita il nuovo testo, esattamente come il vecchio. “Per ottenere
“giudici che dipendono dalla politica”, come recita il truffaldino, vergognoso
manifesto che il Comitato per il No dell’Anm sta mettendo nelle stazioni
italiane, occorre che lo preveda la Costituzione, mentre l’attuale riforma
addirittura lo vieta”, ha affermato Gian Domenico Caiazza, ex presidente delle
Camere penali ora alla guida del comitato “Sì Separa” della fondazione Einaudi.
Eppure, a dare uno sguardo in giro per il mondo, si scopre che le enunciazioni
di principio non bastano a rendere il potere giudiziario davvero indipendente da
quello politico. Altrimenti, scrive Martini, “si dovrebbe concludere che in
Russia l’indipendenza della magistratura è assicurata”: in base all’articolo 120
della Carta fondamentale, infatti, “i giudici sono indipendenti e sono
sottoposti soltanto alla Costituzione della Federazione Russa e alla legge
federale”. Ancora più chiara la Costituzione di Cuba, agli articoli 148 e 150:
“I tribunali costituiscono un sistema di organismi statali, strutturati con
indipendenza funzionale da qualsiasi altro potere dello Stato. I magistrati e i
giudici, nella loro funzione di impartire giustizia, sono indipendenti e devono
obbedienza unicamente alla legge“.
Anche la teocrazia iraniana, sulla carta, sembra affezionata al principio:
“Quello giudiziario è un potere indipendente che tutela i diritti individuali e
collettivi del popolo” (articolo 156 della Costituzione). Da parte sua, la Cina
non si limita a garantire ai giudici l’indipendenza dal potere esecutivo, ma la
estende – sempre in teoria – pure ai pm: sia “i tribunali popolari” che “le
Procure del popolo“, “esercitano il potere giudiziario in maniera indipendente,
in conformità con le disposizioni di legge, e non sono soggetti a interferenze
da qualsiasi organo di amministrazione, ente pubblico o individuo”. Persino la
Costituzione della Corea del Nord garantisce che “la Suprema Corte”, cioè il
massimo organo giurisdizionale del Paese, “è indipendente nell’amministrazione
della giustizia ed effettua le attività giudiziarie attenendosi alla legge”.
Insomma, predicare bene su questo tema riesce persino a Kim Jong-un: figuriamoci
a Nordio.
L'articolo “L’autonomia dei giudici resta garantita”: il mantra del Sì per
spingere la riforma. Ma lo è pure in Cina, Iran e Nord Corea proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il 2 gennaio la scoperta: un colpo d’arma da fuoco ha perforato una vetrata del
12° piano degli uffici del Palazzo di Giustizia di Napoli. A quel piano ha sede
la Procura Generale guidata da Aldo Policastro. Probabilmente il colpo è stato
esploso da un fucile: indaga la Mobile guidata da Giovanni Leuci. Se si sia
trattato di un attentato, anche con un drone modificato, o dei ‘festeggiamenti’
di fine anno – ipotesi al momento più plausibile – lo accerteranno le indagini
di competenza della Procura di Roma, trattandosi di reati ai danni di un ufficio
di magistratura del distretto di Napoli. Peraltro nella notte di San Silvestro a
Napoli, sono stati trovati fori d’arma da fuoco anche nelle finestre
dell’azienda di trasporto Eav, e anche su questo episodio sta indagando la
Polizia di Stato.
La notizia, rivelata da Mattino e Repubblica Napoli, è stata commentata dalla
giunta esecutiva dell’Anm di Napoli in una nota come l’effetto di un “crescente
e perdurante clima di delegittimazione quotidiana della Magistratura”, che
rischia di “rendere concrete tanto condotte violente quanto gesti istintivi e
non ragionati ai danni della istituzione, dei suoi luoghi e dei suoi simboli”.
L’Anm ribadisce “la necessità di rafforzare ogni più adeguata misura di
sicurezza degli uffici per la tutela dei magistrati e del personale
amministrativo, evidenziando altresì quanto il crescente e perdurante clima di
delegittimazione quotidiana della Magistratura comporti in sé il rischio di
slatentizzare e rendere concrete tanto condotte violente quanto gesti istintivi
e non ragionati ai danni della istituzione, dei suoi luoghi e dei suoi simboli,
come già accaduto in recenti episodi ai danni di singoli magistrati”.
L'articolo Spari agli uffici della Procura Generale di Napoli, l’Anm: “Effetto
di un crescente clima di delegittimazione della magistratura” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Piena solidarietà” a Nicola Gratteri, “raggiunto da pesanti critiche e attacchi
personali in questi giorni, legati al suo impegno per il No al referendum sulla
riforma Nordio”. L’Associazione nazionale magistrati manifesta la propria
vicinanza al procuratore di Napoli, oggetto di una campagna di delegittimazione
da parte dei media vicini al centrodestra dopo che in tv – spiegando le ragioni
della sua contrarietà alla separazione delle carriere tra giudici e pm – ha
citato erroneamente un passaggio di un’intervista (poi rivelatasi inesistente)
attribuita a Giovanni Falcone. La presa di posizione dell’Anm arriva dopo che
Quarta Repubblica, la trasmissione di Nicola Porro su Rete 4, ha dedicato un
intero blocco della puntata di lunedì ad accusare il magistrato di diffondere
“fake news“.
Il sindacato delle toghe difende “il contributo tecnico” di Gratteri, che, “come
quello dell’intera categoria dei magistrati, merita rispetto perché ha come
unico scopo quello di arricchire il dibattito sulla riforma e dare ai cittadini
maggiori elementi di riflessione in vista del voto referendario”, si legge in
una nota. Da giorni, però, il centrodestra sta approfittando dell’errore su
Falcone per attaccare il procuratore, il volto più popolare del fronte del No.
Nei giorni scorsi Gratteri è intervenuto per ricordare che le parole citate,
anche se non pronunciate effettivamente da Falcone, “sintetizzano e
rappresentano il suo reale pensiero“, come peraltro ha confermato in
un’intervista al Fatto Alfredo Morvillo, cognato del giudice ucciso.
L'articolo Gratteri, solidarietà dell’Anm: “Attaccato per l’impegno per il No al
referendum. Il suo contributo tecnico merita rispetto” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Accetto volentieri l’invito del ministro Carlo Nordio a un confronto sulla
riforma costituzionale. Sarà un’occasione per discutere nel merito del disegno
di legge e per informare i cittadini. Senza polarizzazioni né conflitti, con uno
spirito costruttivo”. Il giurista Enrico Grosso, leader del comitato per il No
creato dall’Associazione nazionale magistrati, prova a stanare il Guardasigilli
nella partita a scacchi che è diventata l’organizzazione del primo duello tv tra
“pesi massimi” sul referendum. Da Nordio, infatti, non è arrivato un vero e
proprio invito: il ministro però ha aperto per la prima volta a un confronto con
Grosso, dopo che nei giorni scorsi aveva indicato il presidente dell’Anm Cesare
Parodi come unico sfidante. Da parte sua, Parodi avrebbe voluto accettare (e lo
ha anche fatto capire in pubblico), ma la contrarietà della maggior parte dei
colleghi lo ha costretto a declinare: “Dopo attenta riflessione non ritengo
opportuna una mia partecipazione a confronti con il ministro, in quanto
costituirebbe una rappresentazione plastica di una contrapposizione politica fra
il governo e la magistratura che non trova riscontro nella realtà”, si è arreso
mercoledì sera.
Così la trattativa è ricominciata da zero. E Grosso – costituzionalista torinese
già a suo agio nelle vesti di frontman – ha punzecchiato il ministro a mezzo
stampa: “Sono pronto in qualunque momento a un faccia a faccia con Nordio, ma
credo che il suo problema sia non legittimare il comitato per il No“, ha detto
all’agenzia LaPresse. Spingendo il Guardasigilli ad abbandonare il suo veto:
giovedì, alla domanda se fosse disponibile a un duello con Grosso, ha risposto
di essere pronto a confrontarsi “con chiunque“, ma, ha aggiunto,
“compatibilmente con una scaletta di persone qualificate, alla testa delle quali
pongo ancora una volta l’Anm. Poi saranno loro a indicare l’interlocutore, io ho
detto il presidente Parodi perché è il numero uno, se vogliono mandare il numero
due o il numero tre va benissimo”, ha concluso con una punta di veleno. Il
giorno dopo, poi, ha fatto parziale marcia indietro: “Spero che l’Anm ripensi
alla decisione di non partecipare a un confronto diretto con me. Non credo che
sarebbe interpretato favorevolmente dai cittadini se si sottraesse a un
confronto diretto con un ministro della Giustizia”. Ma ormai il quadro è chiaro:
per i magistrati, o il duello è tra Nordio e Grosso o non si fa. E ora è il
Guardasigilli a dover scegliere se accettare la sfida.
L'articolo Referendum, Nordio apre al duello tv col presidente del comitato per
il No. E lui lo provoca: “Accetto volentieri l’invito” proviene da Il Fatto
Quotidiano.