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Referendum, i “magistrati per il Sì” chiamano a raccolta: “Siamo maggioranza silenziosa”. Ma firmano in 34 su 9.600
“Una fiera opposizione dal basso“, una “rivolta silenziosa“, una “lunga lista” di “nomi che pesano come macigni“. Nei giorni scorsi i quotidiani più schierati per la riforma Nordio – su tutti il Dubbio, organo di stampa degli avvocati, e la Verità di Maurizio Belpietro – hanno riportato con grande enfasi il documento di un gruppo di autoproclamati “magistrati per il Sì” al referendum: “Liberi da condizionamenti, ci dissociamo pubblicamente dal merito e dai toni delle posizioni maggioritarie dell’Associazione nazionale magistrati. Dichiariamo la nostra adesione alla riforma. La piena indipendenza della magistratura e dei singoli magistrati, compromessa dalla degenerazione correntizia, è garantita solo dal sorteggio secco dei consiglieri dei Csm“, si legge nella dichiarazione solenne. L’iniziativa, lanciata dalla giudice minorile di Catania Carmen Giuffrida, ha l’obiettivo di far uscire allo scoperto giudici e pm “ribelli” rispetto alla linea dell’Anm, ritenuti una “maggioranza silenziosa”: finora ha raccolto 51 adesioni, tra cui il nome più noto è quello di Clementina Forleo, la gip dell’inchiesta sulle scalate Bnl-Unipol, ora in Corte d’Appello a Roma. Tra i firmatari anche il procuratore di Parma Alfonso D’Avino e quello di Varese Antonio Gustapane, l’ex pm anticamorra Catello Maresca (già candidato sindaco del centrodestra a Napoli, ora distaccato alla Commissione bicamerale per le questioni regionali) e il consigliere del Csm Andrea Mirenda. Già di per sè, 51 firme sarebbero tutt’altro che una “maggioranza silenziosa”, equivalendo allo 0,5% dei magistrati ordinari in servizio. Scorrendo l’elenco dei nomi e delle qualifiche, però, viene fuori che una buona parte dei “magistrati per il Sì” non sono magistrati ordinari in servizio, e quindi non sono toccati dagli effetti della riforma. Ben 11, infatti, sono giudici e pm in pensione: tra loro Ines Maria Luisa Marini, ex presidente della Corte d’Appello di Venezia nominata da Nordio nel Comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura, e l’ex sostituto procuratore di Torino Antonio Rinaudo, che sostenne l’accusa (poi caduta) di terrorismo ai No Tav. Altri sei sono ex magistrati ordinari transitati nel nuovo corpo dei giudici tributari professionali: Giuliano Castiglia, Gabriele Di Maio, Mario Fiore, Paolo Itri, Luigi Petrucci, Sergio Mario Tosi. A conti fatti, dunque, ad aderire alla “chiamata alle armi” sono stati 34 magistrati sui 9.657 del ruolo organico: lo 0,35%. Che il peso della “fronda” fosse quello, d’altra parte, era già chiaro dall’esito dell’ultima assemblea generale dell’Anm, dove il documento contrario alla riforma era stato approvato con sei voti contrari e un astenuto su 1.296. Ma i “ribelli” possono consolarsi: avranno sempre un’intervista garantita su un giornale di destra. L'articolo Referendum, i “magistrati per il Sì” chiamano a raccolta: “Siamo maggioranza silenziosa”. Ma firmano in 34 su 9.600 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Magistratura
“Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia italiana”: l’Anm vuole essere audita alla Commissione Ue
L’Associazione nazionale magistrati ha chiesto di essere audita dalla Commissione europea. Il motivo? Il sindacato delle toghe vuole illustrare la “situazione allarmante“, dovuta al “rischio di collasso della Giustizia italiana per l’inadempimento del governo italiano agli impegni assunti in sede europea con riguardo all’Ufficio per il processo“. Mentre infuria lo scontro tra magistratura ed esecutivo in vista del referendum sulla separazione delle carriere, c’è un altro fronte che si apre tra toghe e politica: quello dell’attuazione del Pnrr in tema di giustizia. La richiesta di audizione è contenuta nel documento approvato dal Consiglio direttivo centrale dell’Associazione nazionale dei magistrati. Ricordando che l’Ufficio per il processo è stato “incluso nel Pnrr quale misura di natura strutturale, destinata a modificare in modo permanente l’organizzazione del lavoro degli uffici giudiziari e dei giudici italiani”, l’Anm sottolinea che “a gennaio 2026 a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo, che nel frattempo stanno lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro”. Eppure nel rendiconto al 31 ottobre scorso dell’Unità di missione del ministero della Giustizia sull’attuazione degli interventi del Pnrr, il governo ha dato atto “che la misura sull’Ufficio per il processo e Capitale Umano prevede l’assunzione e la permanenza in servizio di 10mila unità di personale Pnrr (addetti all’Ufficio per il Processo e personale tecnico-amministrativo), con l’obiettivo di creare un vero e proprio staff di supporto al magistrato e alla giurisdizione – con compiti di studio, ricerca, redazione di bozze di provvedimenti – e pone, altresì, le fondamenta di una struttura al servizio dell’intero Ufficio giudiziario, con funzioni di raccordo con le cancellerie e le segreterie, anche con mansioni tipicamente amministrative quale naturale preparazione e completamento dell’attività giurisdizionale, di assistenza al capo dell’ufficio ed ai presidenti di sezione indirizzi giurisprudenziali e di banca datì”. Eppure, aggiunge il sindacato della toghe,”la stessa relazione riferisce che al 31 ottobre 2025, il personale effettivamente in servizio si era ridotto a 8.930 unità. È infatti accaduto che in assenza di qualsivoglia progetto concreto di stabilizzazione del personale assunto con i fondi del Pnrr, oltre mille funzionari, tra i più capaci, appositamente formati ed inseriti nei progetti dell’Ufficio per il processo, abbiano lasciato l’amministrazione della Giustizia per altre opportunità di lavoro”. “L’11 agosto del 2025 – prosegue l’Anm – il ministero della Giustizia ha annunciato che entro il mese di ottobre avrebbe avviato una procedura comparativa per la stabilizzazione dei funzionari addetti all’Ufficio per il processo. A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari Addetti all’Ufficio per il processo”. Dunque, sottolinea il sindacato dei magistrati, “il governo non ha stanziato i fondi necessari a reclutare 10mila unità di funzionari” previsti dal progetto del Pnrr in cui il governo italiano si è impegnato verso l’Unione europea. Quindi, è l’allarme, si rischia così “di disperdere risorse e progettualità, di essere costretti ad abbandonare un ormai consolidato metodo di lavoro in team e di dissipare, in breve tempo i progressi raggiunti nell’attuazione del Pnrr”. Il sindacato delle toghe specifica che “la situazione è particolarmente grave nelle Sezioni specializzate per la protezione internazionale che sono chiamate ad attuare il sistema comune europeo dell’asilo e nelle quali un team di supporto al giudice è indispensabile per assicurare le funzioni minime del processo in materia di asilo”. L'articolo “Governo inadempiente col Pnrr, rischio collasso della giustizia italiana”: l’Anm vuole essere audita alla Commissione Ue proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La campagna del No al referendum? Diffonde notizie false”: il presidente del Consiglio forense evoca la denuncia per “allarme sociale”
“La campagna pubblicitaria che sta in tutte le stazioni ‘Vuoi che il giudice sia sottoposto alla politica’ è una gravissima campagna di disinformazione”. Così nel corso della presentazione del libro del ministro della Giustizia Carlo Nordio, Francesco Greco, presidente del Consiglio Nazionale Forense critica la campagna organizzata dai promotori del No al prossimo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. “Mi piacerebbe se qualche pubblico ministero valutasse se ci sono gli estremi del 656 del Codice Penale che punisce chi diffonde notizie false che possono destare allarme sociale. Forse qualcuno dovrebbe porsi il problema”. L'articolo “La campagna del No al referendum? Diffonde notizie false”: il presidente del Consiglio forense evoca la denuncia per “allarme sociale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ispezione al Tribunale di Brescia dopo la condanna a 5 anni per abusi su una bimba di 10 anni
Era abbastanza prevedibile che la sentenza del tribunale di Brescia per lo stupro di una bimba di 10 anni avrebbe fatto discutere: il giudice, infatti, ha condannato a 5 anni di reclusione il 29enne bengalese che ha violentato la minorenne in un centro di accoglienza nell’estate 2024, derubricando il reato in sesso con minori. La pm Federica Ceschi aveva chiesto 6 anni e 8 mesi con l’accusa di violenza sessuale con minori, ma il giudice ha riqualificato il reato e ridotto la pena. Alla madre della piccola, costituita parte civile nel processo, il gup ha riconosciuto una provvisionale di 30mila euro. L’avvocato difensore, Davide Scaroni, risponde alle polemiche delle ultime ore: “Non è una condanna lieve in sé e non è assolutamente, come è stato detto da tanti politici, una pena nel minimo edittale”. E precisa che “la pena finale poteva essere di 2 anni e 8 mesi”, una decisione motivata dalla gravità del caso: le motivazioni della sentenza arriveranno tra 90 giorni. Dopo la notizia dalla coalizione di centrodestra sono arrivate parole molto dure. La deputata leghista Simona Bordonali ha definito la sentenza “drammaticamente inadeguata rispetto alla gravità dei fatti”. Della stessa opinione anche l’eurodeputata Lara Magoni di Fratelli d’Italia, una condanna che è “un’offesa al dolore della vittima e un colpo al cuore per chi crede davvero nella giustizia”. La senatrice Lavinia Mennuni aggiunge: “Ci rattrista constatare che per il giudice non c’è stata violenza senza curarsi di quanto subìto dalla bambina che resterà profondamente segnata per sempre”. Oltre alle dichiarazioni, il partito di governo ha richiesto un’ispezione ministeriale. A renderlo noto è Barbara Mazzali, eletta al Consiglio regionale della Lombardia. La richiesta di verifica sarà avanzata dal senatore Sandro Sisler e avrà come oggetto “la regolarità dei criteri adottati nella valutazione della pena”, giudicando “giuridicamente e moralmente inammissibile” la decisione del magistrato. Tra i commenti anche quelli della Giunta esecutiva sezionale di Brescia dell’Associazione Nazionale Magistrati che esprime “forte preoccupazione” per la richiesta di alcuni esponenti politici di sollecitare “un’ispezione ministeriale presso il Tribunale di Brescia” per verificare la “regolarità dei criteri adottati” nella determinazione della pena inflitta a un imputato condannato per atti sessuali con una persona minorenne. Secondo la Giunta, la richiesta risulta particolarmente inopportuna perché avanzata “senza che neppure sia stata ancora depositata la motivazione della sentenza”, passaggio fondamentale per comprendere le ragioni della decisione assunta dal giudice. Nel comunicato l’Anm ribadisce che “la critica legittima ai provvedimenti dell’autorità giudiziaria non può mai risolversi né in attacchi gratuiti alla persona del magistrato che li ha adottati né nell’invocazione di un improprio uso dei poteri ispettivi del Ministro della Giustizia”, che non possono essere utilizzati per “sindacare il merito delle decisioni assunte”. La Giunta auspica infine che “i comportamenti di chi riveste ruoli istituzionali siano ispirati alla grammatica della separazione dei poteri” e siano “rispettosi dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura”. L'articolo Ispezione al Tribunale di Brescia dopo la condanna a 5 anni per abusi su una bimba di 10 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
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Violenza Sessuale
“L’autonomia dei giudici resta garantita”: il mantra del Sì per spingere la riforma. Ma lo è pure in Cina, Iran e Nord Corea
L’indipendenza della magistratura è un valore fondante della Russia di Putin. Ma anche della Cina di Xi Jinping, della Cuba castrista, dell’Iran degli ayatollah e persino della Corea del Nord. O almeno è ciò che si legge nelle Costituzioni di tutti questi Paesi. Sulla carta, infatti, l’autonomia dei giudici non è messa in discussione nemmeno dai peggiori regimi dittatoriali del pianeta: a soffocarla però sono fattori di insieme e di contesto, che rendono impossibile esercitarla in concreto. A farlo notare è un commento ironico del pm ligure Claudio Martini, sostituto procuratore a Savona, che sta facendo il giro delle chat dei magistrati dopo le accuse rivolte alla campagna per il No alla riforma Nordio. Nei giorni scorsi il comitato referendario promosso dall’Anm è finito sotto accusa per i suoi manifesti, incentrati su una domanda retorica: “Vorresti giudici che dipendono dalla politica?“. Una “truffa” e una “manipolazione” per i sostenitori del Sì, che sottolineano come il principio di autonomia e indipendenza resti formalmente garantito dall’articolo 104 della Costituzione: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, recita il nuovo testo, esattamente come il vecchio. “Per ottenere “giudici che dipendono dalla politica”, come recita il truffaldino, vergognoso manifesto che il Comitato per il No dell’Anm sta mettendo nelle stazioni italiane, occorre che lo preveda la Costituzione, mentre l’attuale riforma addirittura lo vieta”, ha affermato Gian Domenico Caiazza, ex presidente delle Camere penali ora alla guida del comitato “Sì Separa” della fondazione Einaudi. Eppure, a dare uno sguardo in giro per il mondo, si scopre che le enunciazioni di principio non bastano a rendere il potere giudiziario davvero indipendente da quello politico. Altrimenti, scrive Martini, “si dovrebbe concludere che in Russia l’indipendenza della magistratura è assicurata”: in base all’articolo 120 della Carta fondamentale, infatti, “i giudici sono indipendenti e sono sottoposti soltanto alla Costituzione della Federazione Russa e alla legge federale”. Ancora più chiara la Costituzione di Cuba, agli articoli 148 e 150: “I tribunali costituiscono un sistema di organismi statali, strutturati con indipendenza funzionale da qualsiasi altro potere dello Stato. I magistrati e i giudici, nella loro funzione di impartire giustizia, sono indipendenti e devono obbedienza unicamente alla legge“. Anche la teocrazia iraniana, sulla carta, sembra affezionata al principio: “Quello giudiziario è un potere indipendente che tutela i diritti individuali e collettivi del popolo” (articolo 156 della Costituzione). Da parte sua, la Cina non si limita a garantire ai giudici l’indipendenza dal potere esecutivo, ma la estende – sempre in teoria – pure ai pm: sia “i tribunali popolari” che “le Procure del popolo“, “esercitano il potere giudiziario in maniera indipendente, in conformità con le disposizioni di legge, e non sono soggetti a interferenze da qualsiasi organo di amministrazione, ente pubblico o individuo”. Persino la Costituzione della Corea del Nord garantisce che “la Suprema Corte”, cioè il massimo organo giurisdizionale del Paese, “è indipendente nell’amministrazione della giustizia ed effettua le attività giudiziarie attenendosi alla legge”. Insomma, predicare bene su questo tema riesce persino a Kim Jong-un: figuriamoci a Nordio. L'articolo “L’autonomia dei giudici resta garantita”: il mantra del Sì per spingere la riforma. Ma lo è pure in Cina, Iran e Nord Corea proviene da Il Fatto Quotidiano.
Referendum
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Riforma della Giustizia
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Spari agli uffici della Procura Generale di Napoli, l’Anm: “Effetto di un crescente clima di delegittimazione della magistratura”
Il 2 gennaio la scoperta: un colpo d’arma da fuoco ha perforato una vetrata del 12° piano degli uffici del Palazzo di Giustizia di Napoli. A quel piano ha sede la Procura Generale guidata da Aldo Policastro. Probabilmente il colpo è stato esploso da un fucile: indaga la Mobile guidata da Giovanni Leuci. Se si sia trattato di un attentato, anche con un drone modificato, o dei ‘festeggiamenti’ di fine anno – ipotesi al momento più plausibile – lo accerteranno le indagini di competenza della Procura di Roma, trattandosi di reati ai danni di un ufficio di magistratura del distretto di Napoli. Peraltro nella notte di San Silvestro a Napoli, sono stati trovati fori d’arma da fuoco anche nelle finestre dell’azienda di trasporto Eav, e anche su questo episodio sta indagando la Polizia di Stato. La notizia, rivelata da Mattino e Repubblica Napoli, è stata commentata dalla giunta esecutiva dell’Anm di Napoli in una nota come l’effetto di un “crescente e perdurante clima di delegittimazione quotidiana della Magistratura”, che rischia di “rendere concrete tanto condotte violente quanto gesti istintivi e non ragionati ai danni della istituzione, dei suoi luoghi e dei suoi simboli”. L’Anm ribadisce “la necessità di rafforzare ogni più adeguata misura di sicurezza degli uffici per la tutela dei magistrati e del personale amministrativo, evidenziando altresì quanto il crescente e perdurante clima di delegittimazione quotidiana della Magistratura comporti in sé il rischio di slatentizzare e rendere concrete tanto condotte violente quanto gesti istintivi e non ragionati ai danni della istituzione, dei suoi luoghi e dei suoi simboli, come già accaduto in recenti episodi ai danni di singoli magistrati”. L'articolo Spari agli uffici della Procura Generale di Napoli, l’Anm: “Effetto di un crescente clima di delegittimazione della magistratura” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gratteri, solidarietà dell’Anm: “Attaccato per l’impegno per il No al referendum. Il suo contributo tecnico merita rispetto”
“Piena solidarietà” a Nicola Gratteri, “raggiunto da pesanti critiche e attacchi personali in questi giorni, legati al suo impegno per il No al referendum sulla riforma Nordio”. L’Associazione nazionale magistrati manifesta la propria vicinanza al procuratore di Napoli, oggetto di una campagna di delegittimazione da parte dei media vicini al centrodestra dopo che in tv – spiegando le ragioni della sua contrarietà alla separazione delle carriere tra giudici e pm – ha citato erroneamente un passaggio di un’intervista (poi rivelatasi inesistente) attribuita a Giovanni Falcone. La presa di posizione dell’Anm arriva dopo che Quarta Repubblica, la trasmissione di Nicola Porro su Rete 4, ha dedicato un intero blocco della puntata di lunedì ad accusare il magistrato di diffondere “fake news“. Il sindacato delle toghe difende “il contributo tecnico” di Gratteri, che, “come quello dell’intera categoria dei magistrati, merita rispetto perché ha come unico scopo quello di arricchire il dibattito sulla riforma e dare ai cittadini maggiori elementi di riflessione in vista del voto referendario”, si legge in una nota. Da giorni, però, il centrodestra sta approfittando dell’errore su Falcone per attaccare il procuratore, il volto più popolare del fronte del No. Nei giorni scorsi Gratteri è intervenuto per ricordare che le parole citate, anche se non pronunciate effettivamente da Falcone, “sintetizzano e rappresentano il suo reale pensiero“, come peraltro ha confermato in un’intervista al Fatto Alfredo Morvillo, cognato del giudice ucciso. L'articolo Gratteri, solidarietà dell’Anm: “Attaccato per l’impegno per il No al referendum. Il suo contributo tecnico merita rispetto” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nicola Gratteri
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Referendum, Nordio apre al duello tv col presidente del comitato per il No. E lui lo provoca: “Accetto volentieri l’invito”
“Accetto volentieri l’invito del ministro Carlo Nordio a un confronto sulla riforma costituzionale. Sarà un’occasione per discutere nel merito del disegno di legge e per informare i cittadini. Senza polarizzazioni né conflitti, con uno spirito costruttivo”. Il giurista Enrico Grosso, leader del comitato per il No creato dall’Associazione nazionale magistrati, prova a stanare il Guardasigilli nella partita a scacchi che è diventata l’organizzazione del primo duello tv tra “pesi massimi” sul referendum. Da Nordio, infatti, non è arrivato un vero e proprio invito: il ministro però ha aperto per la prima volta a un confronto con Grosso, dopo che nei giorni scorsi aveva indicato il presidente dell’Anm Cesare Parodi come unico sfidante. Da parte sua, Parodi avrebbe voluto accettare (e lo ha anche fatto capire in pubblico), ma la contrarietà della maggior parte dei colleghi lo ha costretto a declinare: “Dopo attenta riflessione non ritengo opportuna una mia partecipazione a confronti con il ministro, in quanto costituirebbe una rappresentazione plastica di una contrapposizione politica fra il governo e la magistratura che non trova riscontro nella realtà”, si è arreso mercoledì sera. Così la trattativa è ricominciata da zero. E Grosso – costituzionalista torinese già a suo agio nelle vesti di frontman – ha punzecchiato il ministro a mezzo stampa: “Sono pronto in qualunque momento a un faccia a faccia con Nordio, ma credo che il suo problema sia non legittimare il comitato per il No“, ha detto all’agenzia LaPresse. Spingendo il Guardasigilli ad abbandonare il suo veto: giovedì, alla domanda se fosse disponibile a un duello con Grosso, ha risposto di essere pronto a confrontarsi “con chiunque“, ma, ha aggiunto, “compatibilmente con una scaletta di persone qualificate, alla testa delle quali pongo ancora una volta l’Anm. Poi saranno loro a indicare l’interlocutore, io ho detto il presidente Parodi perché è il numero uno, se vogliono mandare il numero due o il numero tre va benissimo”, ha concluso con una punta di veleno. Il giorno dopo, poi, ha fatto parziale marcia indietro: “Spero che l’Anm ripensi alla decisione di non partecipare a un confronto diretto con me. Non credo che sarebbe interpretato favorevolmente dai cittadini se si sottraesse a un confronto diretto con un ministro della Giustizia”. Ma ormai il quadro è chiaro: per i magistrati, o il duello è tra Nordio e Grosso o non si fa. E ora è il Guardasigilli a dover scegliere se accettare la sfida. L'articolo Referendum, Nordio apre al duello tv col presidente del comitato per il No. E lui lo provoca: “Accetto volentieri l’invito” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Carlo Nordio
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