E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale.
Naturali non sono le frontiere, gli eserciti, le armi, le migrazioni, le
politiche di aggiustamento strutturale, i bombardamenti chirurgici, le guerre e
le religioni. Nulla di tutto ciò è naturale. Le democrazie, le dittature, i
colpi di stato e le elezioni presidenziali. Non sono naturali le classi sociali,
la schiavitù, il mondo tracciato e colorato da stati che danno l’impressione di
perennità. La storia non è naturale e neppure la scienza, i mezzi di
comunicazione o di trasporto. Neppure le amicizie, se vogliamo, sono naturali,
dovute o frutto di affinità elettive. Naturale non è la neppure la vita
considerata la facilità con cui passa, si trasforma e si racconta.
Ha ragione Bertolt Brecht, drammaturgo, regista, scrittore e poeta tedesco che
introduce così lo scritto L’eccezione e la regola, nel 1930. In un’epoca in cui
l’ingiustizia e i venti di guerra sembrano tornare a sedurre i ‘signori del
mondo’ e i loro sudditi, queste parole assumono una valenza profetica.
…Di nulla sia detto: “è naturale” in questi tempi di sanguinoso smarrimento
Continua così l’introduzione all’opera citata di Brecht. Di nulla sia detto ‘è
naturale’ di quanto accade nel mondo. Non c’è nulla di naturale a Castelvolturno
e alle migliaia di migranti di varie provenienze che abitano spesso in case
abbandonate sotto lo sguardo vigile della mafia. Nulla di naturale della ‘rotta
balcanica’ che sfocia a Trieste nella Piazza della Libertà rivisitata come
Piazza del Mondo o dei Popoli. Nulla di naturale nella marcia silenziosa nella
stessa città a ricordo dei quattro rifugiati deceduti in queste ultime settimane
in città e nella regione. Nulla di naturale nel viaggio impossibile che
accompagna di dolore afgani, pakistani, bengalesi, nepalesi, siriani, egiziani e
sudanesi in questa bella città di frontiera.
Ditemi cosa c’è di naturale nelle parole prese in prestito da qualche parte e
che usiamo per stuprare il reale e dirottare altrove lo sguardo. Non è affatto
naturale pulire, curare, fasciare e carezzare i piedi dei migranti martoriati
dalle gratuite violenze perpetrate alle frontiere. Così come mai è stata
naturale la fame che oggi ancora è la peggior guerra quotidiana.
… ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità….
Esempio sono i campi di detenzione sparsi in tutta Europa, ed esportati altrove,
a esplicitare l’ordinato disordine e la disumana umanità resa possibile con
l’ignavia e la complicità degli spettatori del naufragio della civiltà. Muri,
reticolati, sensori, controlli delle impronte e facciali sono assieme ai
documenti quanto di meno naturale ci sia nel mondo. Esattamente come gli stati,
la sovranità e la proprietà della terra quando si trasforma in assoluto.
Pericoloso, dunque, affermare che il corpo è nostro per farne ciò che meglio ci
pare e poi negare che la terra, la casa, il futuro sia invece di tutti e per
tutti. Eppure la vita ci insegna che tutto è precario, provvisorio, relativo e,
per così dire, imprestatoci. Siamo giusto occasionali stranieri residenti che
dovrebbero prendere cura gli uni degli altri per il breve nesso di tempo che
chiamiamo vita.
I 116 morti annegati al largo della Libia, alla vigilia di Natale di quest’anno,
non fanno che gridare in silenzio il tradimento delle leggi del mare.
…così che nulla valga come cosa immutabile…
Ancora la saggezza di Bertolt Brecht apre un varco inestimabile nella pretesa
espressa dalla torre di Babele che, nel noto mito biblico, appare come il vano
ed effimero tentativo di darsi un nome che raggiunga il cielo. Immutabile come
un esercito, una lingua e un pensiero unico, scelta imperiale di tutti i tempi,
che trasformerebbe il mondo in una raffinata dittatura. Come i militari al
potere nel Sahel centrale dove anche quest’anno si sono stati oltre diecimila
contadini uccisi dai gruppi armati. Costanti come le carestie annuali e gli
oltre 4 milioni di sfollati.
L’unica cosa che si rivendichi davvero come immutabile sarà la deliberata
diserzione al sistema dominante.
L'articolo Aveva ragione Brecht: quel che accade ogni giorno non trovatelo
naturale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Guerre
di Gian Domenico Malpeli
Ebbene sì, lo confesso: sono un “pacifinto”. Uno di quelli fermamente convinto
che la guerra in Ucraina poteva e doveva essere evitata, anzitutto ascoltando le
ragioni della Russia, che più volte aveva avvisato che non avrebbe tollerato
l’ingresso di quella nazione nella Nato. Certo, si può obiettare che anche
l’Ucraina dovrebbe poter scegliere liberamente con chi allearsi, ma a chi
sostiene questa tesi io domando se gli americani potrebbero accettare
un’eventuale alleanza tra Messico e Cina, con le basi militari di quest’ultima
ai loro confini.
Se si vuole essere coerenti la risposta è ovvia: no. Le grandi potenze
considerano i paesi limitrofi come il giardino di casa, e non gradiscono
intrusioni, questa è la situazione.
Che poi la Russia si appresti ad invadere l’Europa è una baggianata colossale.
In primo luogo non ne ha alcun interesse; siamo un miscuglio di nazioni rissose,
popolate da vecchi, senza risorse naturali, con un’industria in declino ormai
superata anche dalla Cina, cosa abbiamo che li attiri? I debiti? Ma poi fatemi
capire: al mattino ci viene detto che l’esercito di Putin è talmente
inefficiente che in quattro anni non ha conquistato neppure il Donbass, come si
fa al pomeriggio a giurare che non si fermerà che a Lisbona? Nel ragionamento
c’è qualcosa che “strusa”.
Siamo onesti: la Russia non ha assolutamente le forze per conquistare il vecchio
continente; al limite lo può trasformare in poche ore in un deserto radioattivo,
quello sì, e se accadesse potremmo metterci il cuore in pace, gli americani non
muoverebbero un dito per difenderci, di fronte all’istinto di sopravvivenza non
c’è articolo 5 che tenga. Ma il martellamento mediatico è ossessivo, “armiamoci
e partite” è il nuovo mantra dei nostri politici.
Quindi il debito pubblico non è più un problema, può essere tranquillamente
elevato, ma solo per le armi, non per sanità, ricerca e istruzione. Per
risparmiare i lavoratori andranno in pensione a settant’anni, ma volete mettere
quanti bei missili potremmo acquistare?
Ma poi fatemi capire, chi vorremmo mandare in guerra? I nostri preziosi e
viziatissimi figli unici? Ma per favore!! Ma lo immaginate il povero reclutatore
che tenta di sottrarre il pupo all’ala protettiva dell’italica mamma? Non lo
invidio, dopo le prime esperienze preferirà affrontare a mani nude un
carrarmato.
Fermiamo questa follia; la storia ci dovrebbe insegnare che le corse al riarmo
non hanno mai portato nulla di buono, mettiamo a tacere i commandos da divano e
riapriamo il dialogo con la Russia, smettiamo di considerare mezzo mondo come
nemico e la guerra come una soluzione alle divergenze internazionali. Le risorse
vanno destinate alla lotta alla povertà, che in Europa aumenta, al lavoro dei
giovani, che fuggono dall’Italia per mancanza di prospettive, alle università,
agli ospedali, agli anziani che tra pochi anni rappresenteranno la maggior parte
della popolazione, a migliorare la condizioni di vita delle persone, non ad
ucciderle.
Io lancio una modesta idea per favorire velocemente la cessazione del conflitto:
obblighiamo tutti i politici nazionali ed europei che sostengono il riarmo a
versare almeno il 50% del loro stipendio a favore dello sforzo bellico, e
mandiamo i loro figli a fare uno stage di due settimane in trincea… vogliamo
scommettere che di fronte a questa prospettiva nel giro di pochi giorni verrebbe
siglata la pace?
IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI
CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA
SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST
INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ
INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL
VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA
FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN
RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA”
POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ –
MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM
RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI!
L'articolo Ebbene sì, sono un ‘pacifinto’: perché la guerra in Ucraina doveva (e
deve) essere fermata proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Rosamaria Fumarola
Una storia diversa sarebbe possibile? Sebbene per molti la risposta non possa
che essere negativa, sarebbe ingiusto non tener conto che vi sono aspetti
vissuti oggi in maniera diversa, rispetto ad esempio ad una civiltà quale fu
quella greca antica. Pericle dava infatti per scontato che gli ateniesi
dovessero mettere quanti più figli al mondo per consentire all’esercito di
contare sul maggior numero possibile di uomini e consolarsi essi stessi nella
malaugurata ma frequente eventualità che qualcuno morisse in battaglia. Né
Pericle, né gli ateniesi immaginavano che tale fondamento della società potesse
o dovesse essere messo in discussione. Qualcosa è cambiato, ciò nondimeno non
possiamo affermare di saper vivere senza la guerra.
In tempi relativamente recenti siamo stati tuttavia capaci di esprimere il
nostro dissenso. Emblematico fu quanto accadde per la guerra in Vietnam negli
anni 60 del secolo scorso o la più recente mobilitazione mondiale a sostegno del
cessate il fuoco a Gaza. Ma prima della guerra del Vietnam, episodi
antimilitaristi, nei quali l’uomo abbia inteso prevalere sul soldato, hanno
avuto luogo? Solo di uno è rimasta forte traccia nella memoria collettiva.
Si tratta della cosiddetta “tregua di Natale” che vide coinvolti durante il
primo conflitto mondiale, tedeschi ed inglesi, i quali il 25 dicembre 1914
decisero di uscire dalle rispettive trincee per scambiarsi auguri e piccoli
doni, facendosi beffe delle ostilità imposte. Pare che durante lo straordinario
accadimento sia stata giocata persino una partita di calcio (in foto il
memoriale che si trova a Arlewas, Staffordshire). Tale tregua terminò il 26,
giorno nel quale gli scontri ripresero puntualmente con la stessa regolarità e
ferocia con cui fino a due giorni prima avevano avuto luogo.
I fatti in oggetto sono stati più volte messi in dubbio dagli storici, sebbene
attualmente si tenda a considerarli come veritieri. Che si sia verificata o meno
la tregua del 1914 entrò subito nel mito, diventando una delle memorie sacre del
primo conflitto mondiale, nonché la prova (supposta) che gli uomini tutti
desiderano la pace e che per natura siano portati a fraternizzare più che a
odiarsi su un campo di battaglia.
Per quel che mi riguarda devo confessare che i fatti veri o presunti riferibili
a quella notte del 1914 hanno sempre suscitato in me una certa diffidenza. Ciò è
dovuto forse ad una interpretazione troppo radicale degli atti e dell’animo
umani, che mi hanno indotta a leggere la momentanea cessazione delle ostilità
come espressione di tutta l’ambiguità di cui sappiamo essere capaci e che in
quanto tale non possa considerarsi moralmente esemplare. Forse giudico troppo
severamente un episodio di autentica fratellanza tra uomini “gettati a vivere” e
combattere loro malgrado in una trincea, contro altri uomini nella medesima
condizione, per soddisfare le ambizioni strategiche e di potere di chi li
considerava solo carne da macello.
Che si trattasse di uomini che ammazzassero e morissero per volontà altrui,
costretti a compiere atti che forse non avrebbero mai compiuto, non vi può
essere dubbio alcuno. L’interrogativo che però mi preme sollevare è se, pur
ammettendo ciò, siamo sicuri che gli esseri umani non vogliano la guerra, che
desiderino solo vivere in pace? Quale dato ci dà prova di ciò se al contrario la
storia umana è soprattutto un elenco sconfinato di conflitti? L’individuo è da
considerarsi cioè solo la pedina della sete di potere di politici cinici ed
arroganti (come se quei politici non fossero poi essi stessi uomini)?
Forse la verità è che tutti gli esseri umani desiderano la pace, ma solo dopo la
guerra e che si fanno la guerra dopo periodi brevi o lunghi di pace. Prova ne
siano le parole del generale inglese che, nella lettera alla moglie, dopo aver
riferito della tregua di Natale aggiunse: “Uno dei miei ha fumato un sigaro con
il miglior cecchino dell’esercito tedesco, non più che diciottenne. Dicono che
ha ucciso più uomini di tutti, ma ora sappiamo da dove spara e spero di
abbatterlo domani”.
IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI
CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA
SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST
INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ
INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL
VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA
FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN
RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA”
POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ –
MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM
RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI!
L'articolo Mi chiedo se la famosa tregua di Natale fu un gesto di pace o
l’esaltazione della guerra proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Fiore Isabella
Signor presidente Mattarella,
nei giorni scorsi in una mia personale riflessione sul blog de
ilfattoquotidiano.it ho sentito il bisogno di manifestare le mie posizioni
critiche sui Parlamentari cattolici (autodefinitisi non preti) sull’utilità
delle armi. Lei, col garbo linguistico che connota il Suo stile comunicativo, in
occasione della tradizionale cerimonia di scambio degli auguri di fine anno con
autorità istituzionali, rappresentanti dei partiti politici e figure della
società civile, ha espresso alcuni concetti sul tema degli armamenti, che non mi
pare siano particolarmente rassicuranti: “La spesa per dotarsi di efficaci
strumenti che garantiscano la difesa collettiva è sempre stata comprensibilmente
poco popolare”; “E tuttavia, poche volte come ora, è necessario”; “anche per
dare il nostro decisivo contributo alla realizzazione della difesa comune
europea”; “Sicurezza nazionale e sicurezza europea sono oggi indivisibili”.
Il minimo comune denominatore di tali concetti è la possibilità, ormai non più
remota, di affidare il destino dei nostri figli e dei nostri nipoti alle armi e
alla guerra. L’ultimo e unico conflitto, Signor presidente, che ha coinvolto la
nostra generazione di settantenni è stata la Guerra fredda e con essa non è
finita soltanto l’utopia comunista ma, come scrive Raniero La Valle nel suo bel
libro Quel nostro Novecento, “anche il sogno occidentale di una democrazia
realizzata, dove la politica moderasse l’economia, il costituzionalismo
garantisse i diritti e tenesse entro limiti invalicabili il potere, la giustizia
fosse realizzata, e le Repubbliche togliessero gli ostacoli al pieno sviluppo
della persona umana”. Tutto revocato, compreso il ripudio della guerra.
Si cominciò infatti con quella del Golfo, si continuò con la guerra in
Jugoslavia e con tutte le guerre a pezzi orchestrate dalla regia delle potenze
imperiali. Per non parlare dei nostri giorni, in Medio Oriente e in Ucraina,
dove si continuano ad ammazzare bambini grazie a quelle armi che Lei chiama
“efficaci strumenti che garantiscano la difesa collettiva”. Ma a quale diritto
alla difesa collettiva hanno potuto aspirare i bambini di Gaza travolti dalla
ferocia dell’esercito d’Israele che continua a perpetuare, anche in questi
giorni e a fari spenti, la vendetta sulla Palestina?
Signor Presidente, se dieci partigiani ed ebrei fucilati alle Fosse Ardeatine
valevano un soldato tedesco ucciso a via Rasella, utilizzando la stessa
aberrante formula aritmetica, un morto israeliano per mano di Hamas vale quasi
60 palestinesi morti a Gaza. E se quella tedesca fu una feroce rappresaglia,
quella dell’esercito d’Israele che cos’è?
Signor Presidente, Lei è un uomo di Stato di riconosciuta sensibilità e sa
meglio di tutti che viviamo in un mondo complicato in cui la guerra, per come
viene raccontata o taciuta, si confonde troppo spesso con la pace. Oggi siamo
nel pieno del secondo decennio del nuovo millennio e soprattutto noi, che
abbiamo vissuto la vivace e umana parabola della Costituzione, del Concilio
Vaticano II e della Contestazione, possiamo dire ai nostri figli il senso che
queste cose hanno avuto per noi. Più di questo non possiamo fare! Un’altra cosa,
che almeno io non mi sento di fare, è rassegnarmi all’idea che la sicurezza non
debba passare dall’investire i nostri soldi per far funzionare gli ospedali per
i malati e le scuole per i nostri nipoti, ma ahimè per armarci. Oggi ho 73 anni
e non mi preoccupa quanto resta da vivere a me, ma a quelle tre cose che hanno
animato fino ad oggi il mio e il nostro vivere, cioè il diritto, la fede e la
libertà.
Siamo in clima natalizio e non possiamo non parlare della cosa più carnale che
viene dall’Avvento: l’amore; una parola ormai così desueta da essere derubricata
nella sfera delle private effusioni o nell’omelia del settimo giorno. E in nulla
più!
IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI
CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA
SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST
INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ
INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL
VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA
FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN
RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA”
POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ –
MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM
RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI!
L'articolo Presidente Mattarella, le Sue parole sul riarmo non mi sembrano
rassicuranti. Ma io non mi rassegno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Capisco la frustrazione degli ammiragli e dei generali che da quarant’anni si
preparano alla guerra e che vedono il rischio che la trattativa di pace
allontani la tanto agognata possibilità di dimostrare il loro valore. Non è che
dovranno andare in psicoterapia per affrontare la loro frustrazione?
Che sfortuna! Mi metto nei loro panni. Sarebbe come se un medico studiasse per
tanti lustri come curare per non avere mai un paziente. Tutti sani per fare un
dispetto ai medici. Siamo capitati in un’epoca strana in cui molte persone,
quelli che ora hanno circa meno di 80 anni, non hanno attuato una bella guerra
totale. Nelle epoche precedenti più o meno ogni generazione aveva la sua in cui
mostrare preparazione e determinazione. E’ vero che l’Italia con la scusa delle
attività “umanitarie” ha contribuito a bombardare i suoi vicini in Jugoslavia e
Libia che ora, grazie a questa nostra bontà d’animo, sono ex nazioni. E’ vero
che abbiamo partecipato come comparse in tante altre guerre nel mondo, ma vuoi
mettere quella “vera” con un nemico “vero” e non con dei poveri cristi senza
difese da bombardare?
Finalmente in questi anni le aspirazioni dei nostri ammiragli e generali
potrebbero essere esaudite. Ci si mette in mezzo la riluttanza dei plutocrati a
rischiare di perdere tutto. Costoro vogliono vendere, arricchirsi, speculare
sulla guerra; ma di fronte alla possibilità che questa li coinvolga in prima
persona si tirano indietro. Fomentano le guerre lontano da casa, ma quando
arrivano a lambirli desistono. Vili! Per questo occorre fare delle belle
dichiarazioni in cui si auspica l’inizio della guerra con un attacco preventivo.
L’attacco preventivo è sempre stato il sogno nascosto dei nostri ammiragli e
generali. Perché aspettare? Ci vuole qualcuno che inizi. Tanto si sa che la
propaganda, una volta in guerra, sarà tale da affermare che c’erano tutte le
ragioni per sferrare il primo colpo. Tre soldati sono già sconfinati calpestando
il nostro sacro suolo; questo è certamente un motivo più che valido! Il nemico,
brutto e cattivo, come verrà descritto dagli organi di informazione dopo
l’inizio del conflitto, è un orco disumano che sicuramente aveva già in mente di
sferrare lui, l’attacco preventivo.
Quindi prima che lui attacchi preventivamente è doveroso che noi attacchiamo
ancor più preventivamente. Tra l’altro siamo sicuri che i generali e gli
ammiragli dall’altra parte, tra i nemici, non stiano già preparando un attacco
molto ma molto più preventivo del nostro? Finora le dichiarazioni sono mitigate
da aggettivi che sminuiscono un poco la portata di questi attacchi. L’attacco
potrebbe essere ibrido, asimmetrico o altro. La sostanza però non cambia.
L’importante è che si inizi a menare le mani. Le mani saranno di poveri soldati
che senza alcuna preparazione sulla guerra vera verranno mandati al fronte. I
nostri ammiragli e generali rimarranno seduti alle loro poltrone a pianificare
nuovi assalti, ritirate, perdite “accettabili” anzi “necessarie” per avere un
poco di gloria e un posto nella storia.
Ottanta anni di pace hanno fiaccato le menti rendendo le persone mosce. Tutti
pensano alle vacanze di Natale, ai regali, ai baci e agli abbracci fra amici,
senza stare a rimuginare sui nemici che devono essere colpiti ora
preventivamente. Qualche politico prova a scuotere le coscienze dicendo che
“dobbiamo esser pronti a sacrificare i nostri figli” ma i più pensano al
panettone. Fortunatamente la più alta carica dell’Unione europea, teutonica,
donna in controtendenza con sette figli (altro che tutte quelle smidollate che
non producono prole per la patria) afferma che dobbiamo prepararci alla guerra.
Peccato che non conti molto e che le persone pensino solo al cenone di
Capodanno.
Questo buonismo prenatalizio ci rende smidollati, incapaci di reagire. Pensiamo
solo a dare baci ai nostri figli e genitori mentre dovremmo rimuginare su come
rifilare qualche sganassone ai nemici. Questo Gesù poi era un perdente che
invece di incenerire i suoi avversari con una bella bomba ha lasciato che
prosperassero. Verso i 20 anni avrebbe dovuto distruggere tutti quelli che non
la pensavano come lui. Questo è quello che dovrebbe fare un Dio che si rispetti!
Per l’attacco preventivo occorre fare presto, prima che le elezioni in alcuni
paesi non portino al potere persone vili che vogliono evitare la guerra e
colludono col nemico. Quindi daje!
L'articolo Pensiamo al Natale invece di rifilare qualche sganassone al nemico: è
ora dell’attacco preventivo! proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sta per concludersi un 2025 vero annus horribilis. Il primo anno della seconda
presidenza Trump, il quarto della guerra in Ucraina, il terzo del genocidio
palestinese a Gaza, perpetrato dagli israeliani di Netanyahu dopo la strage del
7 ottobre ad opera di Hamas. Vecchie guerre proseguono e nuove “fioriscono” in
Sudan, in Congo, in Myanmar, tra India e Pakistan, e da poco in Venezuela
(mascherata da caccia ai narcotrafficanti) e perfino tra Thailandia e Cambogia
(di cui non è nemmeno chiara l’origine).
Altre annunciate sono in procinto di scoppiare, perfino nel bel suolo d’Europa a
sentire i proclami delle varie triadi nostrane, i volenterosi, i baltici, e
soprattutto gli alemanni, delle cui ultime gesta, insieme alle nostre camicie
nere, portiamo gli indelebili segni della memoria. Non si fa altro che parlare
(e fabbricare) di armamenti, leve obbligatorie, lezioni di strategia militare
nelle scuole, gite nelle caserme e giochi nei carrarmati, mentre l’opinione
pubblica è sempre più disorientata dalla voce greve e biforcuta della bionda
premier che giura “mai un soldato italiano andrà in guerra” dimenticando però di
motivare la cosa con il nostro fondamentale art. 11 della Costituzione che
esplicitamente la ripudia. Il mondo sembra correre cieco sull’orlo dell’abisso e
nel frattempo per spendere in armi si tagliano welfare, servizi pubblici, si
negano aumenti, tranne agli evasori fiscali a cui si condona di tutto.
Perché sta andando così male? Chi lo poteva pensare anche solo cinque anni fa
che la situazione internazionale sarebbe così radicalmente e pericolosamente
precipitata? Solo papa Francesco – inascoltato – ammoniva che si stava
prefigurando una “terza guerra mondiale a pezzi”, pezzi che ora si stanno
tragicamente ricomponendo.
Il presidente Usa si fa protagonista di piani di pace per Gaza e per l’Ucraina,
ma questi piani stentano a produrre risultati e comunque l’assetto che in quelle
martoriate aree di guerra sembra prefigurarsi certamente non appare all’insegna
del riconoscimento di pari diritti tra aggressori e aggrediti, tra potenza
coloniali e popolo colonizzato ed espropriato di tutto. E non è un caso che
ritorni il terrorismo in diverse latitudini, a riprova che se le tensioni non si
risolvono, la stabilità e la pace restano chimere.
In questo quadro a tinte molto fosche, anche gli assetti politici alle
latitudini occidentali sono attraversati da una fase di forte instabilità e di
vera e propria regressione democratica. Populismi, sovranismi, nuove forme di
autoritarismo, squilibri nei rapporti tra poteri istituzionali degli Stati
democratici, pulsioni reazionarie, intolleranza razziale e sessuale, attacco ai
diritti civili e sociali, perfino alla magistratura, smantellamento di
fondamentali conquiste del welfare del secolo scorso, stanno segnando un tempo
in cui le lancette dell’orologio politico cominciano a girare drammaticamente
all’indietro.
Da dove sorge tutto ciò? Oggi il centro motore dell’ideologia della nuova destra
al potere è a Washington, accomodato nello studio ovale, mentre si sparge in
tutt’Europa e altrove, ma Trump è solo l’ultimo prodotto scaturito da una lunga
gestazione che assume le sue origini in un progetto politico che affonda le
radici nel tempo, perché il conservatorismo Usa ha assunto in un lungo periodo,
trasformazioni di dimensioni inusitate. Se arriva a far scrivere in un documento
ufficiale di strategia nazionale di sicurezza nientemeno che gli Usa puntano su
quattro paesi europei, Austria, Italia, Polonia e Ungheria, per scardinare il
già faticoso processo di unificazione europeo, cos’altro occorre attendersi?
C’è un testo che contribuisce con un’analisi documentata, raffinata, completa
del fenomeno che ha condotto all’affermazione dell’ideologia reazionaria negli
Usa e che è riuscito a diventare riferimento per tanti altri paesi che
sembravano immuni da simili tendenze. Il libro s’intitola Dominio, la guerra
invisibile dei potenti contro i sudditi (Feltrinelli), scritto alcuni anni fa da
Marco D’Eramo, laureato in fisica, giornalista e scrittore, americanista, già
penna di punta del quotidiano il manifesto e di molte altre testate. D’Eramo si
confronterà su queste tematiche della crisi internazionale con Nadia Urbinati,
politologa della Columbia University e testa pensante della sinistra tra le due
sponde dell’oceano, nell’incontro intitolato “Libertà di non essere liberi?”.
L’appuntamento, promosso dal Manifesto in rete insieme alla Fondazione Ivano
Barberini, si terrà mercoledì 17 dicembre alle ore 17.30 a Bologna in via
Mentana 2, ma potrà essere seguito anche in streaming a questo link.
L'articolo Si conclude un annus horribilis: un incontro a Bologna tenta di fare
il punto sulla crisi internazionale proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Le luci della città” è il titolo di uno dei film più belli e noti di Charlie
Chaplin. Film muto del 1931, scritto, prodotto, diretto e interpretato da
Chaplin. Le luci della città raccontano con struggente dolcezza la storia di una
giovane fioraia cieca che, grazie all’aiuto finanziario del protagonista,
ritrova la vista. Il film termina con l’episodio della fioraia che riconosce il
suo benefattore tramite una stretta di mano. La mano che, da cieca, aveva avuto
modo di sentire e apprezzare come strumento di bontà nei suoi confronti.
A causa del pretesto commerciale del Natale prossimo le nostre città sono
inondate di luci. Luci artificiali che si vorrebbero festive, gioiose e
spensierate. Si propongono di compensare così le innumerevoli tenebre che
sembrano invece prosperare poco lontano. Le luci delle nostre città appaiono
false e poco credibili perché, invece di illuminare, accecano gli occhi, le
parole e financo una festa così innocente come quella natalizia. Si tratta di
luminarie che, in realtà, tradiscono la luce.
Fanno parte dello spettacolo che, come su un palcoscenico, accendono e attirano
l’attenzione su ciò che si vuole sottolineare. Le cose vere e autentiche
occorrono però altrove, all’ombra, al buio, nelle trincee che da troppe parti si
stanno scavando tra un cimitero e l’altro. Sono, invece di assordanti luci,
silenzi gravidi di sofferenze, umiliazioni, paure e file interminabili di
sfollati che, protetti dalle tenebre, tentano di scavalcare i fili spinati delle
frontiere. Le luci delle città nascondono, complici, le tenebre.
Chi, come chi scrive, ha avuto il privilegio di vivere per alcuni anni in Africa
Occidentale, ricorderà i tagli all’elettricità o i black out improvvisi specie
nella stagione calda dell’anno. Nel buio delle capitali e delle città si sentiva
con nitidezza la musica prodotta dai generatori di corrente. Di varie dimensioni
e per tutte le borse creavano un’atmosfera quasi magica e fatalmente interrotta
dal grido di gioia dei bambini quando la corrente era ripristinata. Da quelle
parti le luci della città erano povere e vere.
Luci di città beffarde, ingannatrici, eccessive, arroganti e fuorvianti rispetto
al mondo e alla verità dell’avvenimento che le luci vorrebbero mistificare. In
città sarebbe meglio instaurare l’oscurità, la penombra, il coprifuoco non
appena tramonta il sole e fino all’aurora del primo giorno della settimana.
Affinché si possa meglio udire il grido …’sentinella quanto resta della notte’,
perché poi ‘arriva il mattino e poi ancora la notte’, risponderebbe la
sentinella. Il buio sarebbe più sincero.
Con che diritto e come osare mettere le illuminazioni più sfrontate nelle città
quando si fa la propaganda delle guerre e muoiono, lontano dalle luci, i
migliori tra loro. Cercatori di utopie, fabbricatori di sogni, disegnatori di
nuovi sentieri, funamboli di frontiere inventate, minatori di parole libere e
poeti dalle nude mani fioriscono solo nella notte. Bisognerà spegnere le luci
superflue e lasciar brillare le stelle per quanti nasceranno quella notte. Tutti
sentiranno allora il canto del mattino.
Casarza, 7 dicembre 2025
L'articolo Le luci delle città nascondono, complici, le tenebre del mondo
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non voglio dire che ci ha molto sorpresi, però sicuramente siamo usciti
clamorosamente soddisfatti perché erano 165 i Paesi presenti – tra cui la Russia
– e hanno tutti accettato la risoluzione”. Lo ha detto a Rtl 102.5 il presidente
della Fondazione Milano-Cortina, Giovanni Malagò, a proposito della tregua
olimpica in vista dei giochi invernali in Italia, tema sottolineato anche dal
presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante l’accensione del braciere
olimpico.
“Siamo andati due settimane fa al Palazzo delle Nazioni Unite come delegazione
del Comitato Olimpico Internazionale con la Presidente Kirsty Coventry, un’ex
atleta molto importante, bi-medagliata olimpica”, ha spiegato Malagò che ha poi
proseguito: “Abbiamo portato avanti quello che è un elemento cardine del nostro
mondo, la nostra carta statutaria, che poi è la carta olimpica, su cui partendo
da quello che è la tradizione 780 a.C. dall’antica Grecia, da una settimana
prima della cerimonia inaugurale a una settimana dopo la chiusura delle
Paralimpiadi, quindi un lasso di tempo complessivamente di quasi due mesi, si
devono fermare qualsiasi attività legate a conflitti bellici e la Russia ha
votato a favore”.
Non c’è ancora una decisione definitiva sulla tregua olimpica, ma dopo i voti,
Malagò ha dichiarato che “oggi ci sono delle premesse per cui questo magari
avvenga”. Il presidente della Fondazione Milano-Cortina ha proseguito: “Io non
posso sbilanciarmi, certo è che se non ci fosse stato neanche il voto a favore,
direi che la speranza già sarebbe stata molto più affievolita. Poi c’è tutta la
dinamica sul fatto che gli atleti vengono comunque in forma individuale anche
senza l’inno alla bandiera. Sarebbe un segnale fortissimo che durante le
competizioni olimpiche nel nostro paese si potesse rispettare questo momento di
pace e di tregua, che magari si parte così e si va avanti così”.
Poi Malagò ha però precisato: “Però questo non fa parte del mio mestiere di
dirigente sportivo, ma fa parte di chi si occupa di politica”. Il presidente
della Fondazione Milano-Cortina 2026 ha infine parlato anche del discorso legato
ai biglietti: “Come al solito c’è un pizzico di verità ma c’è tanta
disinformazione e poi c’è qualcuno che si diverte probabilmente a raccontare la
favola solo da un punto di vista. C’è una quantità molto importante di
biglietti, quasi il 50% che è sotto i 40 euro di tutte le manifestazioni,
qualche una addirittura sotto i 20 euro”, ha concluso facendo riferimento sia ai
giochi olimpici (dove i prezzi salgono notevolmente) e paralimpici.
L'articolo Milano-Cortina 2026, Malagò sulla tregua olimpica: “Buone premesse,
siamo soddisfatti. Anche la Russia ha votato a favore” proviene da Il Fatto
Quotidiano.